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sabato 28 marzo 2026

Capitaine Kaimann

E vabbeh, vediamo com’è un altro volume dell’Incal apocrifo. Anche se mi sfugge perché dedicarlo a un personaggio meno che minore visto solo (correggetemi se sbaglio) in Dopo l’Incal – e non era poi così presente nemmeno lì.

La storia inizia come un racconto nel racconto: nel Monastero dell’Entropia alla Fine di Tutto dei giovani accoliti si fanno leggere un libro dalla sacerdotessa Aurora, con la premessa che questa storia potrà essere incompleta e confusa perché il deterioramento del cosmo (sempre sia lodato!) ha divorato parte del tomo. Un giorno il pirata Kaimann abborda una nave spaziale di Aristos con la sua ciurma di pirati morti rianimati come ologrammi. Lo scopo è recuperare un raro fiore, ma si scopre che la nave trasporta anche qualcosa di ben più prezioso: un ben più raro violino che amaramente il comandante Kaimann non potrà suonare. Pur essendo nato da una famiglia aristocratica, egli è infatti un mutante e come rivela il suo nome la sua fisionomia è mescolata a quella di un caimano. Cosa che torna utile in combattimento (ha una coda prensile e molto coriacea), solo che la sua mutazione è degenerativa e pian pianino andrà a modificargli tutto l’organismo, partendo proprio dalla mano sinistra che sta diventando una zampa che rende quindi impossibile impugnare lo strumento musicale. Il fiore rubato dalla nave serve proprio a ricavarne un distillato che, per quanto alla lunga mortale, dovrebbe far regredire il processo (e infatti inizialmente lo fa).

Con una mossa inaspettata da parte di Dan Watters (chapeau!) cornice e storia raccontata si uniscono quando Aurora si ritrova sulla nave di Kaimann, proprio al punto che stava leggendo ai novizi: potere del mitico violino crono/transdimensionale. L’idillio tra i due dura poco: il monastero di Aurora è sotto attacco e fedeli ai loro voti le sacerdotesse non faranno nulla per evitare la strage. La storia diventa quindi una rincorsa tra due linee temporali con cui Kaimann cerca di salvare Aurora. Niente male come spunto, no? E il resto dal fumetto è costellato da altre trovate molto interessanti e originali, e anche piuttosto divertenti. Il finale, poi, non sarà esattamente quello che uno si aspetterebbe: altra tacca nel carniere dello sceneggiatore. Lo stile di scrittura di Watters è piacevole, con Kaimann che parla con affettata raffinatezza pur essendo un criminale. Le tavole di Jon Davis-Hunt sono molto belle anche se in alcuni punti un po’ “vuote” per gli standard francesi – ma immagino che anche questo volume abbia visto la luce negli States in forma di miniserie. Insomma, un fumetto niente male, su cui non pesa poi troppo il fardello di essere parte dell’universo dell’Incal perché vista la marginalità del protagonista nell’economia della saga è facile dimenticarsene.

lunedì 29 marzo 2021

Clean Room

Non è facile riassumere questa serie di 18 numeri uscita qualche anno fa sotto l’etichetta Vertigo. Non che sia molto complessa, ma trattandosi di una storia basata su misteri e colpi di scena c’è il rischio di svelare troppo. Inoltre se la trama di per sé non è arzigogolata la struttura è invece molto sincopata, con flashback che trovano spiegazione solo molti numeri dopo quello in cui sono stati introdotti e più sequenze che scorrono parallele.

In estrema sintesi, Chloe Pierce è una giornalista che vuole svelare quelle che ritiene essere le sordide intenzioni di Astrid Mueller, guru dell’auto-aiuto a capo di una azienda/setta, la Honest World Foundation, forse ispirata vagamente a Scientology et similia (anche Astrid come Ron Hubbard ha scritto un romanzo, che nel suo caso si dice porti alla pazzia o all’illuminazione). Chloe ha dei buoni motivi per detestarla: il suo fidanzato si è sparato in testa dopo aver superato una delle fasi verso la coscienza finale prescritte dalla setta di Astrid, di cui era un affiliato. Nonostante venga inizialmente respinta per le sue palesi intenzioni bellicose, Chloe si trova invischiata nel vero scopo della Honest World Foundation: la lotta contro dei parassiti forse alieni o forse demoniaci che infestano l’umanità (con uno scopo ben preciso svelato alla fine) e che solo le persone che sono state sul punto di morire possono vedere. La “stanza pulita” del titolo è uno spazio all’interno dell’edificio della fondazione da cui chi dispone di alcuni poteri come Astrid può far rivivere a un ospite l’evento più traumatico della sua vita.

Lo spunto di per sé non è molto originale, ma Gail Simone riesce a rendere la lettura avvincente grazie a personaggi sopra le righe, a dialoghi molto efficaci, a una volgarità spigliata e liberatoria e al ribaltamento di alcuni stereotipi: c’è l’asiatica piccola e micidiale già vista da tante altre parti, ma ci sono anche tre fratelli redneck in un ruolo positivo. Come in ogni storia del mistero che si rispetti, la tensione viene inevitabilmente meno quando si scopre la natura dei mostri cattivi, e per questo la sceneggiatrice tira la corda fino all’ultimo inserendo nuovi personaggi e nuovi ostacoli sulla strada verso la salvezza della Terra. In effetti alcuni elementi sembrano essere stati inseriti per allungare un po’ il brodo e soprattutto alla fine si avverte una certa perdita di direzione, con tanto di episodio (l’unico, per fortuna, disegnato da Sanya Anwar) avulso dal flusso della storia fino a quel momento. Peccato, perché Clean Room si è mantenuta su livelli molto alti per oltre metà della sua durata. E comunque il finale è ben congegnato.

I disegni dei primi dodici numeri sono opera del bravissimo Jon Davis-Hunt, già visto sulla nuova Wildstorm. Non essendoci supereroi di mezzo (anche se spesso i personaggi indossano delle tute) qui fa una figura ancora migliore. Dal tredicesimo numero, però, la palla passa a Walter Geovani, con l’eccezione che ho indicato sopra: non è Davis-Hunt, ma le sue tavole sono comunque belle ed eleganti. Molto suggestivi i colori di Quinton Winter, mentre Jenny Frison, autrice delle copertine, non aveva evidentemente ben chiara l’etnia della protagonista visto che la disegna come se fosse una caucasica solo un po’ scura di pelle.

domenica 1 marzo 2020

The Wild Storm Libro Quarto

L’anno scorso, o forse già nel 2018, la Rw Lion cambiò distributore e quindi le sue anticipazioni non si vedevano più sull’Anteprima ma su un’altra rivista/catalogo. Siccome di quest’altra rivista  non ho intercettato tutti i numeri mi sono evidentemente perso quello in cui veniva annunciato il volume finale di The Wild Storm che non ho potuto ordinare se non qualche giorno fa, quando per caso ho scoperto che era uscito… ma a giudicare dalle date d’uscita dei singoli comic book riportate nel sommario ai lettori americani è andata ben peggio, visto che tra l’uscita del numero 21 e il 22 sono passati due anni!
Questo Libro Quarto si apre con un capitolo interamente dedicato al riassunto dei retroscena della storia: chi sono e cosa vogliono i Khera e i Daemon e quali sono i rapporti tra OI e Skywatch. Confesso che questi ultimi non mi sono stati chiariti più di tanto: troppi personaggi da associare a una fazione piuttosto che a un’altra e troppi sottintesi per chi ha già familiarità con questo universo narrativo. E poi di mezzo ci sono i “CATS”, i personaggi visti nello scorso volume e il nuovo gruppo che Jenny Sparks sta tirando su…
Infatti nei due capitoli successivi assistiamo all’introduzione e al reclutamento delle nuove versioni di Apollo e Midnighter, che dovranno dare man forte a Jenny Sparks e ai suoi per contenere i danni che Henry Bendix sta per infliggere a New York e all’intero pianeta Terra liberando prima i suoi post-umani modificati (in questa riscrittura dell’universo Wildstorm i poteri sono frutto di manipolazione genetica, Jack Hawksmoor non è stato rapito dagli alieni) e lanciando poi dallo spazio un’asta di diamante che potrebbe fare più danni di un’atomica – idea ripresa da un episodio di Global Frequency.
Negli ultimi tre episodi avviene lo scontro finale, per il quale faccio mio il commento conclusivo di Doctor (che in questa versione è anche Swift…): «Spero tu abbia capito ciò che è accaduto, perché io non ne ho la più pallida idea».
Non posso dire di essere rimasto proprio deluso da questa maxiserie, ma francamente mi aspettavo un po’ di più, o meglio qualcosa di diverso. Ma il problema non è il fumetto in sé, il punto è che si rivolgeva evidentemente a un altro tipo di lettore. The Wild Storm è ovviamente stata pensata per quanti da ragazzini leggevano la robaccia della Image 30 anni fa e che adesso possono divertirsi a rivedere quei personaggi in un contesto più moderno e/o originale, sulla scia dell’operazione Ultimate della Marvel. Questo spiega anche la fastidiosa abitudine di Warren Ellis di introdurre personaggi che poi si perdono per strada e non vengono minimamente sviluppati né tornano in scena: nelle ultime pagine ricompare almeno Voodoo, ma chissà quanti altri riferimenti mi sono perso. La trama in sé avrebbe potuto comodamente essere sviluppata in una miniserie di dodici (ma anche solo sei) episodi, oppure avrebbe necessitato di altri 24 capitoli per sviluppare tutte le diramazioni che introduce, ma così come è venuto fuori The Wild Storm sembra un po’ un brodo allungato. Molto allungato.
Non si può certo dire che i dialoghi di Ellis non siano divertenti, ma quasi 20 numeri in cui i personaggi fanno poco più che parlare sono decisamente troppi, tanto più che il gioco alla fine è valso a malapena la candela perché il finale non è poi così illuminante né tantomeno originale – ma evidentemente è servito per determinare il nuovo status quo dell’universo Wildstorm che adesso fa parte del cosmo DC.
A dirla tutta, alcuni dialoghi mi sono sembrati un pochino artefatti e convoluti, segno di una traduzione a volte non proprio ottimale (ma la prosa di Ellis non è facilissima da rendere in italiano); ciò detto, il difetto maggiore dell’edizione italiana non è questo e nemmeno il brutto lettering pseudo-corsivo, forse imposto dalla casa madre, né l’evidente imbarazzo nell’uso delle virgole e nel mandare a capo gli iati. Il problema è che i personaggi ogni tanto cambiano nome (Helspont/Helsport, John/Jack…) ingarbugliando ancora di più la matassa.
Purtroppo anche il pur bravo disegnatore Jon Davis-Hunt segue il trend discendente della maxiserie: la qualità del suo lavoro si appanna progressivamente nel corso degli episodi, portando anche a posture innaturali e a particolari anatomici un po’ strani, oltre all’utilizzo degli stessi due o tre volti per più personaggi. Inizialmente ho pensato che il calo (comunque niente di drammatico se lo confrontiamo con la maggior parte dei suoi colleghi statunitensi) fosse dovuto alla stanchezza del disegnatore arrivato al capitolo 21 col fiato corto, ma in realtà anche gli ultimi tre episodi usciti dopo due anni di pausa sono stati disegnati allo stesso modo, se non forse addirittura un po’ peggio. Inoltre, ma forse è solo una mia impressione, non mi sembra il disegnatore più adatto per rappresentare la wide-screen violence introdotta da Ellis e Hitch nell’Authority originale, e che qui ha molto spazio nei capitoli conclusivi. Anche i suoi post-umani non sembrano poi così tosti come avrebbero dovuto essere.
L’impressione è quasi quella che la DC Comics si sia stancata del progetto e lo abbia abbandonato a se stesso, come (forse) testimoniano le pochissime variant cover che “abbelliscono” le ultima pagine del volume: anche dai crediti delle storie risulta che non tutte ne avrebbero avuta una. Ma in quarta di copertina viene abbondantemente suggerito che questa maxiserie è stata l’antefatto del nuovo universo Wildstorm in casa DC quindi la responsabilità ricade sugli autori. Anche perché sicuramente Warren Ellis non avrà scritto gli episodi improvvisando di volta in volta ma avrà seguito una scaletta che si sarà fatto prima, e che avrebbe potuto, anzi dovuto, essere più equilibrata tra decompressione e vera sostanza.
In definitiva The Wild Storm ha offerto dei bei dialoghi, occasionalmente dei bei disegni ma appunto poca sostanza, almeno per me che conosco a malapena i personaggi classici Wildstorm.

giovedì 17 ottobre 2019

The Wild Storm: Libro Terzo

Terzo volume del rilancio dell’universo Wildstorm, per un totale di diciotto comic book. E ancora non è successo niente.
Questo arco narrativo si concentra principalmente su tal John Lynch, che va in giro per gli States a informare sei individui che in precedenza erano nel progetto Thunderbook che la Halo e la OI stanno scatenando una guerra e loro potrebbero trovarcisi in mezzo. Così, almeno, l’ho capita io. Questi dovrebbero essere i genitori di quelli che in futuro diventeranno i Gen-13, almeno dal poco che conosco della cosmogonia di Jim Lee. Non che mi interessi approfondire, d’altra parte.
Intanto Jenny Mei Sparks recluta Jack Hawksmoor mentre Henry Bendix e il capo della Halo continuano a stuzzicarsi ammazzandosi agenti e distruggendosi basi tra di loro, ma la redde rationem ci sarà, se ci sarà, solo nel prossimo volume. Nel mezzo dubbi (forse tradimenti) e ristrutturazioni degli organigrammi delle forze in campo, con Engineer che non sa bene da che parte stare. Troppi personaggi per capirci veramente qualcosa, e oltretutto troppo diluite le uscite: l’ultimo numero risale a più di un anno fa. La trama generale si riesce comunque a capire, e poi i vari riferimenti ai personaggi della Image anni ’90 sono riservati ai ragazzini che li seguivano all’epoca e quindi non ci avrei capito molto in ogni caso.
Il volume è comunque estremamente godibile. Le scene sono scritte con grandissima professionalità, e l’atmosfera che Ellis riesce a creare è straordinaria. Non solo con i suoi splendidi dialoghi ma anche con i silenzi e i giochi di sguardi, coadiuvato in questo dal grandissimo Jon Davis-Hunt, elegante ed espressivo. Ma non c’è solo dramma e tensione in questo Libro Terzo: la scenetta con i due Daemoniti al bar è esilarante. Ma vengo dall’ordalia di Cemetery Beach, e qualsiasi cosa mi sembrerebbe un capolavoro a patto che non sia disegnata da Jason Howard.
L’edizione RW Lion non è scevra da alcuni difettucci: la stampa sembra perfetta, ma l’impressione è dovuta allo stile pulito di Davis-Hunt: le parole più piccole sul premio a Priscilla “Voodoo”, rese solo coi colori di Steve Buccellato, sono illeggibili. Non mancano nemmeno errori e refusi, e mi viene il sospetto che i ben due traduttori coinvolti siano entrambi convinti che in italiano l’espressione “a posto” abbia lo stesso significato di “apposto”…

domenica 16 settembre 2018

The Wild Storm: Libro Secondo

Netto miglioramento per questa nuova serie di Ellis, di cui si comincia a intravedere il disegno sottostante. Siamo ancora nella fase di posizionamento dei pezzi sulla scacchiera, ma stavolta ho riscontrato una maggiore grinta in alcune scene e il vecchio splendore dei dialoghi dello sceneggiatore.
C’è poca azione e molta pianificazione in questo secondo volume e data la complessità della trama (ma più che altro delle relazioni tra i tanti personaggi) Ellis ha riassunto con professionalità la situazione nel primo capitolo, consapevole che i comic book originari sarebbero stati raccolti in questo formato. Le tre forze che si contendono di nascosto il controllo del mondo (Halo, Operazioni Internazionali e Stormwatch) stanno finalmente per venire ai ferri corti mentre viene gettata un po’ di luce sui “rettiliani” demoniti. Fa la sua entrata in scena il luciferino Henry Bendix e compare anche Swift, che però a sorpresa in questa versione è diventata la nuova Doctor.
Questo arco di sei episodi termina con l’arrivo di un nuovo personaggio e quindi un mezzo cliffhanger, ma due Anteprima fa è stato annunciato il terzo volume quindi non ci vorrà molto per leggere il seguito. O almeno spero.
Molto buoni i disegni di Jon Davis-Hunt (colorato da Steve Buccellato): puliti, dettagliati e anatomicamente corretti. Certo, a voler essere stronzi si possono trovare difetti anche in alcune sue immagini, ma avercene di altri disegnatori come lui negli USA! Va detto poi in difesa di Davis-Hunt che è stato costretto a riempire le tavole di vignette con poca o nessuna possibilità di variare le inquadrature, visto che Ellis si è fatto prendere la mano (l’impressione è che sia molto coinvolto nel progetto) e ha fatto parlare tantissimo i suoi personaggi. È incredibile come Ellis, fautore se non proprio introduttore della decompressione nei fumetti statunitensi, abbia caratterizzato questo Libro Secondo con una scrittura densissima. Ovviamente non mi sono cronometrato, ma credo di aver impiegato più di un’ora per leggere tutto il volume.
Non male l’edizione curata da RW Lion, che oltretutto costa 15 euro scarsi. Gli unici difetti che le ho riscontrato, oltre a qualche occasionale refuso, sono il font del lettering inadatto per questo tipo di fumetto (e in generale per ogni tipo di fumetto) e l’uso smodato del verbo “subornare” in vece di “corrompere”.
In appendice c’è una ricca galleria di variant cover a opera di Jim Lee e Bryan Hitch. Ahinoi, una più brutta dell’altra.

domenica 19 novembre 2017

The Wild Storm: Libro Primo

Reboot delle serie create da Jim Lee per l’Image (WildC.A.T.s, StormWatch, Gen13, ecc.) amalgamate in un unico universo coerente, con riferimenti a quanto fatto dallo stesso Ellis e da altri autori. In pratica, uno Ultimate WildStorm.
Il magnate Jacob Marlowe che gestisce la omnipervasiva multinazionale Halo subisce un attentato e viene salvato da una tizia alquanto disturbata in armatura ipertecnologica. È l’evento scatenante di una guerra tra le tre fazioni che si contendono, da anni e segretamente, il dominio del mondo: da una parte la stessa Halo, dall’altra le Operazioni Internazionali che hanno organizzato l’attentato e infine SkyWatch, divisione delle O. I. che si occupa del monitoraggio spaziale e a cui le O. I. hanno rubato la tecnologia che ha permesso alla dottoressa Angela Spica di crearsi l’armatura con cui ha salvato Marlowe.
Angie (non ancora Engineer) si trova quindi implicata nei proverbiali problemi più grandi di lei e diventa il bersaglio che tutti vogliono catturare.
Come nel caso dei fumetti Ultimate della Marvel una buona parte del godimento è vedere cosa si è inventato l’autore per ammodernare le versioni precedenti dei personaggi. Non essendo un grande conoscitore del vecchio universo WildStorm questo giochino mi è abbastanza precluso, e non è che rimanga poi molto altro. Questo primo volume è infatti solo un antipasto di quello che dovrà succedere, la presentazione di molti (troppi) personaggi e delle dinamiche che li animano, condita dalle passioni per futurologia e complottismo che Ellis ha già sviscerato meglio altrove.
Sicuramente The Wild Storm è scritto con professionalità (e anche con un certo coinvolgimento, immagino, visto che certi elementi di quell’universo li ha creati Ellis) ma stavolta i suoi dialoghi non mi sono sembrati avere lo stesso mordente di altri fumetti, forse penalizzati anche da una traduzione italiana non sempre fluida.
Ai disegni Jon Davis-Hunt fa un buon lavoro, ma francamente mi sembra molto più bravo come illustratore che come fumettista. Le sue copertine sono bellissime, mentre in qualche vignetta si prende qualche licenza o si limita ad accennare certi dettagli – e solo nell’ultimo episodio si ricorda che Marlowe è acondroplasico. Rimane comunque un ottimo professionista, tanto più se lo paragoniamo a molti altri suoi colleghi statunitensi.
Forse è il ricordo dei tamarrissimi personaggi di Lee coi pistoloni (ma perché devono portare i pistoloni se sono supereroi?!) che trovo difficile associare a una trama fantascientifica e spionistica che si vorrebbe abbastanza raffinata; forse è la comparsata assolutamente troppo anonima e breve di Jenny Sparks, il personaggio più carismatico; forse è la nuova ridicola mise di Engineer, a metà tra Iron-Man e Predator, quando in origine se ne andava in giro in costume adamitico… ma sta di fatto che questo rilancio non mi ha entusiasmato. Nulla vieta, però, che il seguito decolli come è già successo con Injection.