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giovedì 6 novembre 2025

Edgar Allan Poe: Cinque Passi nell'Incubo

Cambio di rotta nella collana che Lo Scarabeo dedica ai classici dell’horror: non più la riduzione a fumetti di un unico testo ma più racconti affidati a disegnatori diversi. Si comincia con La caduta della casa degli Usher che Corrado Roi disegna in maniera superba. Confesso di non ricordarmi la fonte originale e di non aver ben presenti nella memoria nemmeno le versioni che già ne diedero Battaglia e Corben, ma mi sembra che Marco Cannavò si sia preso qualche licenza anche metanarrativa, come d’altro canto mi pare avesse già fatto con efficacia.

Una discesa nel Maelström è affidata alle matite e alle chine di Francesco Biagini. A confronto con la versione che ne diedero Castelli e Caprioli sembra quasi un’altra storia: il nucleo centrale rimane invariato, ma qui risalta maggiormente la cornice a base di zombi e colpa da espiare, oltre che la personificazione mostruosa del maelström stesso. Non citavo a caso matite e chine, perché per distinguere presente e flashback Biagini ha optato per tecniche differenti di disegno (c’è anche della mezzatinta), con ottimi esiti.

Il rammarico di non ricordarmi nei dettagli il racconto originale si è manifestato più che altrove con La sepoltura prematura. Il “morto” catalettico finiva davvero da uno scienziato, venduto da un amico per i debiti di gioco? E poi se ne andava in giro a esigere vendetta col cranio scoperchiato? Poco importa, il risultato oltre che essere molto suggestivo è anche venato da un certo umorismo macabro (che forse ho ravvisato solo io) estremamente godibile. Eccellente il lavoro di Michele Penco alla mezzatinta, con cui riesce a ovviare ad alcune sviste anatomiche – piccolezze, in ogni caso.

Anche Berenice è molto suggestivo ma gli manca l’ironia de La sepoltura prematura e il disvelamento del mistero è lasciato un po’ all’interpretazione del lettore. Francesca Ciregia realizza delle belle tavole ma (oltre a non disegnare la protagonista sufficientemente debilitata come ho capito che dovrebbe essere) si basa molto sui contrasti chiaroscurali e quindi a differenza degli altri disegnatori con cui divide il volume non trae molto beneficio dal grande formato.

Si chiude con Il gatto nero. Pur in un contesto ributtante di violenza su donne e animali Cannavò riesce a inserire qualche tocco ironico (i gendarmi convengono col protagonista omicida che non abbia nulla da nascondere, visto che è corso fuori dal bordello nudo). Giulia Francesca Massaglia fa un lavoro eccezionale: già è difficile disegnare gli animali, ancora di più renderli espressivi come ha fatto lei, rimanendo sempre nell’alveo di uno stile iperrealista.

In appendice Claudio Dell’Orso approfondisce la storia editoriale dei cinque racconti, concentrandosi però principalmente sulle loro versioni cinematografiche e sulla sfortunata vicenda terrena di Poe (e approfittando per ricordare con un simpatico aneddoto Christopher Lee), lasciandomi quindi nel dubbio in merito alla fedeltà o meno delle riduzioni di Cannavò.

Di questo volume sarà in vendita anche una versione limitata di 99 esemplari con una copertina disegnata da Roi (quella regolare è della Massaglia) con effetto argentato.

domenica 22 dicembre 2024

Jekyll e Hyde, il bianco e il nero

Tra i volumi della meritoria collana dei Classici Horror edita da Lo Scarabeo mi sembra che questo sia finora quello che reinterpreta di più il testo di partenza. Ma non ho sotto mano il romanzo originale quindi potrei sbagliarmi.

La spinta di Henry Jekyll a separare il bene dal male nell’animo umano originò dalla scoperta infantile della tresca che la madre aveva con lo stalliere. Divenuto adulto e scienziato, crea il suo doppio Hyde a cui dà istruzioni scritte precise su quali crimini perpetrare e come perpetrarli, soddisfacendo per interposta persona (anche se ne condivide il corpo) le sue inconfessabili pulsioni. A questo quadro di omicida perversione, su cui indaga lo stesso Robert Louis Stevenson elevato al rango di ispettore, si inseriscono due fattori che turbano la tranquillità di Jekyll/Hyde: da una parte un’artista dalle opere morbose e necrofile, una specie di anticipatrice antropocentrica di Hermann Nitsch, dall’altra un concorrente di Hyde che sgozza le prostitute di Whitechapel.

Marco Cannavò è stato molto abile nell’architettare la vera identità di Jack lo Squartatore: una prima rivelazione sembra scontata, ma poi ecco la sorpresa. E un’altra sorpresa sono le origini di Jekyll. Molto rilievo viene dato al suo domestico Poole e al diacono Cunningham, forse nel rispetto del testo di partenza o forse riprendendo quel discorso sul classismo anglosassone già in controluce in Dracula. Molto valido, per quanto arzigogolato, il finale.

Corrado Roi è distante anni luce dall’interpretazione che già aveva dato di Jekyll su Dylan Dog 35 anni or sono. Le sue inquadrature sghembe e ardite trasudano Espressionismo (non solo cinematografico) e prendono il sopravvento sul calligrafismo anatomico, e in questo contesto ci sta benissimo. Molto interessante la sua interpretazione scapigliata di Hyde, quasi punk come rileva anche Matteo Pollone nella postfazione.

Come di consueto, il volume si conclude infatti con un ricco apparato redazionale in cui Pollone parte dalle considerazioni dello sceneggiatore Cannavò e dalle interpretazioni psicanalitiche del romanzo (oltre che dal processo della sua stesura) per offrire una generosa panoramica, anche iconografica, sulle varie versioni che ha avuto l’opera di Stevenson nei medium più diversi. A quanto pare erano gli adattamenti teatrali a dare popolarità alle opere letterarie che poi venivano tradotte come in questo caso in una moltitudine di film spesso poco fedeli. Non mancano ovviamente ghiotte curiosità: a quanto pare uno degli interpreti più famosi di Hyde a teatro venne sospettato di essere Jack lo Squartatore!

domenica 26 novembre 2023

Frankenstein: Nel nome del padre

La collana dedicata ai classici dell’orrore assume una fisionomia più definita e infatti in questo secondo volume ne viene fornita una presentazione complessiva (il primo volume dedicato a Dracula a quanto ne so rimarrà l’unico, al massimo integrato da qualche pagina per concludere la storia all’interno di quella che sarà la foliazione standard di un centinaio di pagine).

Stavolta mi sembra che il gioco di Marco Cannavò non sia più quello di reinterpretare il testo di partenza avanzando delle considerazioni illuminanti sull’epoca della sua realizzazione e quindi sulla temperie culturale del periodo, quanto quello di prestare maggiore fedeltà possibile al testo. Che però non ho letto e quindi non so quanto questa mia impressione sia corretta – il ricco saggio finale di Marco Grasso lascia comunque intendere che abbia introdotto qualche elemento esterno, come la mummia di Ruysch (che esiste veramente ma forse non c’era nel libro della Shelley).

Victor Frankenstein è dedito alla scienza quanto all’esoterismo e unendo i saperi di Paracelso e Galvani riesce a donare la vita a un costrutto formato da tre cadaveri di criminali. Oltre che di dubbia provenienza, il materiale di partenza è di ancor più dubbia moralità: il fatto che il cervello del novello Prometeo sia quello di un assassino ossessionato dall’attrice Karolina Niuber (che uccise) fa di lui un soggetto alquanto pericoloso. Ma le amorevoli cure di Elizabeth, fidanzata di Frankenstein opportunamente istruita da lui in tal senso, ne fanno se non un vero damerino comunque una personcina rispettabile. Se non fosse per il suo aspetto che allontana i suoi simili e provoca sdegno e derisione nei professori a cui viene mostrato come risultato degli esperimenti del “mad doctor”.

Un certo peso viene dato al background di Frankenstein, rampollo viziato e monomaniaco di un ricco banchiere che dispone delle strumentazioni dell’università a suo piacimento e non esita a ricattare il rettore pur di raggiungere i suoi scopi – ignoro se le inclinazioni sessuali alla base del ricatto fossero o meno presenti nel testo originale. Non escludo che proprio l’interpretazione psicanalitica del romanzo sia quella privilegiata da Cannavò, con Victor che si costruisce un “figlio” per dimostrare al padre di essere in grado di allevarlo meglio di come ha fatto con lui, che è venuto fuori alquanto stronzo. Ma forse mi sono solo lasciato trasportare dal titolo.

La storia si svolge nell’arco di oltre vent’anni, tra flashforward e arditi salti temporali, con la cronaca degli incontri più rilevanti tra lo scienziato e la sua creatura. La fedeltà al romanzo, sempre che effettivamente ci sia stata (ripeto che non l’ho letto), offre delle sorprese al lettore abituato alle versioni cinematografiche che ne hanno adattato e tradito l’essenza: qui il mostro è una creatura sensibile e anche molto agile e scaltra, inoltre il finale presenta una sorpresa inaspettata che mi guardo bene dal rivelare.

I disegni di Corrado Roi sono al solito fantastici, l’unico appunto che gli si può muovere è la scelta (se di scelta consapevole si è trattato) di non far invecchiare Victor Frankenstein nonostante tutti gli anni passati dall’inizio degli esperimenti fino all’epilogo nell’Europa del nord.

In appendice è presente un ricco approfondimento a cura di Marco Grasso, che abbracciando sia la storia del romanzo che dei suoi adattamenti si concede delle considerazioni sociologiche forse eccessivamente accalorate.

Il formato non è quello classico dei libri de Lo Scarabeo, cioè un quadrotto di grandi dimensioni, ma un più canonico 24x32. La stampa è ottima, e infatti nella prima vignetta di pagina 31 si vedono ancora le tracce delle matite di un quadro alla parete che Roi non ha inchiostrato, ma che farà regolarmente capolino nelle pagine successive.

lunedì 19 dicembre 2022

Dracula - L'Ordine del Drago

Sì, lo so, avrei potuto prenderlo già a Lucca, e infatti questo era il proposito originale, ma poi constatando che non c’era la minima possibilità che Roi facesse disegnetti ho procrastinato ordinandolo in fumetteria. Tanto più che le copie che arrivavano allo stand Lo Scarabeo andavano via come il pane e io ci sono sempre passato nei momenti in cui erano attesi rifornimenti.

La storia è quella stranota e risaputa, e sarebbe stata già così un’ottima proposta. In realtà Marco Cannavò si concede diverse deroghe dal canone sviluppando certe cose in maniera autonoma e introducendo nella vicenda nuovi elementi che (vado a memoria) nel romanzo di Stoker non c’erano affatto, tra cui alcune sequenze erotiche. Anche lo stile della sua sceneggiatura è dinamico e frenetico e inizia con un flashforward, mentre i personaggi sono più sfaccettati, soprattutto negativamente: Van Helsing è un sadico, Lucy un’arrampicatrice (ed è la reincarnazione della moglie di Dracula) e in linea di massima tutti sono razzisti.

Tra queste variazioni sul tema e trovate originali mi pare che Cannavò si sia concesso anche qualche citazione dalle varie versioni che si sono susseguite sulla materia originaria. Peccato che la più lampante sia il riferimento a una delle tante scene ridicole del ridicolo film di Coppola, rimaneggiamento assai libero (da quanto ricordo) di quel che si leggeva nel romanzo.

Inutile dilungarsi sui disegni, semplicemente eccellenti. Unico dubbio iniziale il Jonathan Harker reso con un taglio effeminato, ma si tratta di una scelta grafica che non inficia la qualità del lavoro.

In appendice Giovanni Nahmias approfondisce la figura e l’opera del disegnatore, mostrandoci alcune delle tavole (e sono tante) che ha distrutto rifacendole in una versione che lo soddisfacesse di più. Non manca nemmeno una breve rassegna di splendide commission fatte per i fan collezionisti.

Giacomo Alligo parla invece diffusamente delle origine letterarie, storiche e “scientifiche” di Vlad/Dracula e delle varie interpretazioni che ha avuto, in un pezzo arricchito da una ghiottissima selezione iconografica (ma Batman non risale al 1915, ovviamente).

L’Ordine del Drago è stampato nel classico formato de Lo Scarabeo, cioè un quadrotto grande cartonato. Raffinatezza ulteriore (visto il soggetto ci sta tutta), titoli e altri testi in copertina sono stati realizzati in rilievo e dipinti di rosso.

L’unico difetto di questo volume è quindi che si tratta solo della prima parte di una storia che si svilupperà prossimamente – a meno che il finale non sia proprio questo: volutamente sospeso e da intendersi forse in senso morale. Comunque visto quanto Roi è rapido e dedito al lavoro non escludo che si possa vedere il seguito già tra un paio di mesi.

mercoledì 24 giugno 2020

L'Ispettore Coke: Il Mostro del Tamigi

Ce ne ha messo per arrivare ma finalmente anch’io ho potuto leggere l’ultimo episodio dell’Ispettore Coke di Dino Battaglia terminato da Vigna e Roi.
Il volume è un cartonato impressionante per dimensioni e qualità della carta. Come nel caso dell’altro volume dedicato a Battaglia da Lo Scarabeo, Letteratura Disegnata, il formato è 24x34 e la uso mano è di altissima grammatura. La qualità di stampa è inappuntabile e permette di cogliere tutte le sfumature sia del lavoro di Battaglia che di quello di Roi, oltre anche qualche correzione come nel lettering del primo.
Dino Battaglia, scomparso nel 1983, riuscì a completare solo metà della storia; anche in questo caso la moglie Laura De Vescovi ebbe il ruolo fondamentale di cosceneggiatrice, e forse il suo apporto ai testi fu addirittura più determinante di quello del marito, come si evince anche dai documenti del catalogo La perfezione del grigio tra sacro e profano sempre edito da Lo Scarabeo e da un articolo in merito su un Fumo di China di qualche tempo fa.
Il fumetto è introdotto da un testo dello stesso Bepi Vigna, che torna inutilmente sulla dicotomia fumetto popolare/d’Autore e che anticipa molto generosamente la trama. Ma in realtà il rischio dello spoiler è solo apparente: la storia ideata da Battaglia è infatti estremamente lineare e non prevede colpi di scena né false piste (eccetto una che però è funzionale alla soluzione del caso).
Nel 1909 il Tamigi è teatro delle esplosioni di alcune navi accompagnate dall’apparizione di un paio di “occhi” mostruosi: quando arriva all’Observer una lettera anonima che rivendica il gesto, diventa chiaro che si tratta dell’opera di un terrorista o di un gruppo di terroristi. L’ispettore Coke indaga sul caso e il recapito di un’altra lettera anonima che anticipa il prossimo bersaglio lo mette sulla pista giusta.
Lo stile narrativo di Dino Battaglia è quello consueto, volutamente demodé e a volte concentrato su dettagli ininfluenti sullo sviluppo della trama. Unica concessione ai lettori smaliziati degli anni ’80 è una battutaccia a sfondo sessuale, ma il fascino del fumetto risiede sempre nell’atmosfera che anche i testi contribuiscono a evocare. Va detto però che quando subentra Vigna (o forse è solo suggestione?) il ritmo cambia e la narrazione si fa più chiara e diretta: le didascalie superflue pian piano spariscono e i dialoghi sintetizzano efficacemente quello che succede, senza fronzoli. Inoltre, visto che sappiamo trattarsi dell’ultimo episodio dell’Ispettore, nelle ultime pagine si rimane col fiato sospeso perché forse le cose potrebbero non concludersi necessariamente per il meglio data la situazione in cui si trova il protagonista.
I disegni di Battaglia ovviamente non necessitano di commenti, il lavoro di Roi è eccezionale. Pur se la sua personalità inevitabilmente si fa strada con un maggiore realismo, è evidente come abbia cercato di fare propri certi stilemi e anche certe fisionomie del Maestro. Anche l’approccio narrativo dei due disegnatori è differente: laddove Battaglia impostava le sue tavole come sfondi teatrali (rendendo talvolta ambiguo il senso di lettura) Roi è più tridimensionale. Da notare che anche i balloon sono stati elaborati come se fossero stati fatti da Battaglia.
Un volume veramente molto bello che offre una storia piacevole e dei disegni stupendi e non solo un tributo a uno dei Maestri del fumetto italiano; qualche anno fa la sua pubblicazione sarebbe stata salutata come un evento. L’unico difetto sono alcuni errori nel lettering della seconda parte, ma nulla che rovini l’insieme.

domenica 17 novembre 2019

Apocalisse

A giudicare dalle prime pagine, il titolo Apocalisse potrebbe essere stato scelto come testimonianza della rassegnazione verso quello che il ricorso al computer ha fatto al fumetto. A pagina 15 un errore di formattazione (o quello che diavolo è) ha fatto debordare dalla sua didascalia un testo dal carattere troppo grande, a pagina 17 il… boh, word processor?... ha scambiato una virgola per un punto rendendo poco chiaro il testo, che di suo è oscuro ma immagino non sgrammaticato. Per fortuna questi intoppi si concentrano solo nelle primissime pagine del fumetto e comunque l’arte di Corrado Roi non ne viene minimamente intaccata. Cioè, una volta che si fa l’occhio al lettering e agli effettini aerografati di alcuni balloon.
Il fumetto, più racconto illustrato che fumetto, è la trasposizione dell’opera omonima di Giovanni, che potrebbe essere l’evangelista come un altro autore. Alfredo Castelli lascia trasparire sia nell’introduzione che nell’appendice (entrambe molto ricche e interessanti) quanto sia stato difficile adattare a fumetti un testo così delirante, simbolico e ripetitivo, tanto da necessitare (come detto nell’incipit che rimanda al testo originale) di tagliare e modificare qualcosa. Non che importi molto, tutto sommato: questa Apocalisse l’avrei presa principalmente per i disegni di Corrado Roi, che si annunciavano splendidi. E splendidi lo sono davvero, anche oltre le aspettative. Il lavoro di Roi è evocativo ed elaboratissimo, ma anche espressivo e persino più narrativo del testo che illustra. Ma descriverlo è superfluo, va gustato in prima persona. Segnalo solo la particolare scelta di Roi di ricorrere a certi simboli essenziali. Quando si parla di abiti, ad esempio, compaiono delle t-shirt stilizzate, così come le stelle, che ricorrono molto spesso nell’Apocalisse, sono rappresentate con la comune forma schematica a cinque punte, anche quando sono calate in contesti realistici.
Dal punto di vista del testo, la fedeltà è stata in realtà forse eccessiva, con tanto di ripetizioni nell’ultima parte – sempre che il computer non c’abbia messo lo zampino pure lì. Come trip è un po’ pesantino, anche perché inevitabilmente non può esserci corrispondenza tra i disegni e un testo che parla di mostri con sette teste e dieci corna, impossibili da disegnare sulla base di questa descrizione che sfida la logica. Nell’appendice Castelli paragona appunto il lavoro di Giovanni a quello di Lovecraft. C’è quindi un’inevitabile scollatura tra parte testuale e parte grafica, non potendo quest’ultima assecondare degli elementi che per loro natura non possono avere una forma definita. Roi ha provveduto non tanto a rendere in immagini certi passaggi quanto a evocarne l’atmosfera, anche con il ricorso alle figure stilizzate che ricordavo sopra. Sicuramente va riconosciuto a Castelli il merito di aver tentato di movimentare un po’ la “narrazione” con degli inserti in cui Isaac Newton, Aleister Crowley e Jorge Luis Borges (ognuno con l’assist di un altro personaggio più o meno eccellente) parlano della loro esperienza con l’Apocalisse. Anche questo espediente, però, finisce per sottolineare la scarsa forza narrativa di un testo che nasceva con lo spirito del pamphlet e non del racconto. Rassegnato davanti a questa constatazione, arrivo all’ultima tavola, proprio dove Apocalisse è diventato un vero fumetto, pensando che tutto sommato ho goduto degli splendidi disegni di Roi, ancora più belli di quanto preventivato. E in definitiva era proprio quello che volevo. Ed è lì, a metà dell’ultima tavola, che Castelli stupisce con un colpo di scena geniale, assolutamente inaspettato e perfettamente congruente con l’epoca e l’ambientazione della cornice. Un tocco di classe che ha riscattato tutte le pesanti pagine precedenti e ha proiettato l’opera in un contesto inaspettato. L’appendice l’ho letta con un sorriso sulle labbra.

venerdì 11 novembre 2016

Viva Valentina!

Mai piaciuto Crepax e mai stravisto per la sua Valentina, ma questo volume si preannunciava una bella fonte di Fumettisti d’invenzione e quindi l’ho preso (approfittando anche della disponibilità della curatrice Micol Beltramini che me lo ha dedicato).
Viva Valentina! si segnala immediatamente per la grafica elegante e ricercata pur senza troppi fronzoli; la parte relativa ai fumetti non è preponderante (ma a livello iconografico non mancano molte illustrazioni e anche omaggi a Crepax) ma si tratta di un volume che raccoglie testimonianze, o lacerti di testimonianze, organizzandoli per decennio. Oltre ai “soliti noti” Giovanni Gandini, Oreste Del Buono, ecc. ci sono anche contributi inaspettati come quelli di Giampiero Mughini e Francesco Casetti (mio professore di Storia del Cinema all’Università di Trieste che grazie alla ristampa anastatica ho scoperto scrisse alla posta di Linus negli anni ’60).
Ogni sezione/decennio viene introdotta da un testo inedito (come prologo c’è una chiacchierata immaginaria tra Valentina e Crepax) ed è caratterizzata esteticamente da un motivo grafico che rimanda allo stile del decennio di riferimento: un tocco di raffinatezza non da poco.
I fumetti veri e propri sono tutti di alta qualità, sospesi tra l’omaggio all’autore e alla sua opera e la reinterpretazione dell’immaginario che ha creato.
Se sono matto di Maurizio Rosenzweig è un destrutturato flusso di coscienza di Rembrandt/Neutron che ricorda la sua Valentina. Il segno volutamente grezzo e grottesco di Rosenzweig non si sposa forse molto bene con l’atmosfera onirica della storia e il ricordo delle immagini diafane di Crepax.
Valentina vuole di Micol Beltramini e Corrado Roi è un gustoso dialogo tra il personaggio e il suo autore. Forse Roi non è riuscito a raffigurare troppo fedelmente Valentina, che con quelle labbra carnose in almeno una vignetta somiglia a Sophia Loren, ma le sue tavole restano stupende.
Valentina astrale di Adriano De Vincentiis è uno spettacolare cross-over onirico tra l’eroina di Crepax e Barbarella (o meglio, sua figlia) con dei disegni mozzafiato.
Valentina legge di Tuono Pettinato è una deliziosa parodia della rubrica letteraria che il personaggio tenne su Linus, o per meglio dire più che una parodia è la constatazione della pochezza letteraria di questi anni, almeno del settore di più facile consumo. Peccato che sia così breve, solo 4 pagine, ma a tirarla per le lunghe non sarebbe stata altrettanto incisiva.
Io sono vera della Beltramini e Lola Airaghi è un’indagine fantastica sull’influenza che il personaggio di Valentina ebbe sulla vita di coppia dell’autore, ma alla fine diventa un omaggio a Laura, la moglie di Crepax. Peccato che la brava Airaghi non abbia beneficiato di una qualità di stampa degna del suo lavoro.
Il volume è un po’ un corpo estraneo nel panorama del fumetto italiano: non è un apparato critico e non lo si può nemmeno definire una raccolta di fumetti (che occupano in totale solo 42 pagine delle 128 di cui è composto), mutatis mutandis mi ha ricordato i volumi de L’Avventurosa Storia del Cinema Italiano di Goffredo Fofi e Franca Faldini, concentrandosi però solo su un autore invece che sul medium nel suo complesso. Di certo Viva Valentina! è un must per i cultori del personaggio e dell’autore ma anche per gli appassionati di fumetto italiano in generale.

martedì 23 agosto 2016

Ut 6: Iranon in Atem

E così la miniserie di Corrado Roi e Paola Barbato è giunta al capolinea. Dopo l’episodio precedente che aveva fatto chiarezza praticamente su tutti gli aspetti della trama questo sesto numero sembra voler dare una chiave di lettura a tutta l’operazione, quasi una dichiarazione programmatica di quello che è stato messo in atto con questa miniserie. Purtroppo nel farlo (sempre che questa fosse la volontà degli autori) si è optato ancora una volta per uno stile onirico, sincopato e grottesco. Forse non è un caso che Atem al contrario si legga “meta”, da intendersi non solo come la destinazione ultima di un viaggio ma anche come abbreviazione di metanarrazione e metafumetto.
Dunque: l’assunto di partenza di Ut, i suoi personaggi e tutta l’ambientazione sono stati veramente originali. Sicuramente è la prima volta che a essere protagonista di un fumetto seriale Bonelli non è un eroe o un antieroe ma un savant fou (decisamente più fou che savant) senza particolari sfaccettature ma con un atteggiamento spiccio e risoluto, più simile al Jesuit Joe di Pratt che a Tex. Non solo: il protagonista non ha il volto ricalcato da quello di un personaggio famoso, ma addirittura non ce l’ha nemmeno un volto, visto che lo si vede sempre con la maschera. E addirittura Ut è a malapena il “protagonista” della storia a lui intitolata considerato che un ruolo di maggior rilievo e più canonico ce l’ha Iranon.
Ora: considerati tutti questi fattori, certi aspetti di Iranon in Atem potrebbero essere visti sotto una luce appunto metanarrativa. Può darsi che io abbia solo cercato di trovare dei facili punti di riferimento in un guazzabuglio un po’ complesso e pieno di metafore, ma forse la “casa” principale va letta come la casa editrice che non può più permettersi di produrre personaggi originali “puri” e dalla vita infinita come potenzialmente avrebbe potuto essere il più classico Iranon, ma si rassegna a trovare vie alternative come Ut. Molti dialoghi si prestano a essere letti in questa chiave (talvolta cogliendo delle vaghe critiche agli “Originali”: «Ciascuno di voi viene generato seguendo una regola», «Il vostro percorso è sempre identico»…) e chissà, forse non è un caso che Ut abbia un dibattito chiarificatore, per quanto possa essere chiarificatore, proprio con un uomo e con una delle poche donne di rilievo che compaiono in Ut, esattamente come i suoi autori sono un uomo e una donna.
Ripeto: è solo una mia interpretazione con cui ho provato a districarmi tra le metafore e i simbolismi di cui questo numero è pieno e magari certi riferimenti criptici volevano rimandare alla condizione umana in generale o a quella dei lettori più in particolare. O forse non volevano significare proprio nulla. Come scritto in quarta di copertina: «Sei confuso, perché hai appena vissuto la fiaba…»
In ultima analisi, ho comprato Ut principalmente per i disegni e questi si sono rivelati addirittura superiori alle aspettative. Ma in più la miniserie mi ha offerto anche un protagonista e un’ambientazione decisamente originali e alla fine anche l’ermetismo di cui è pervasa la miniserie ha avuto il suo fascino. Insomma, ne valeva la pena.

mercoledì 27 luglio 2016

Ut 5: Histeria

Semplicemente stupendo questo quinto episodio di Ut. Gli sbandati protagonisti si addentrano finalmente nella/e Casa/e e la narrazione prosegue appassionata, tesa e coinvolgente per tutte e 94 le pagine. E oltre a questo viene spiegato praticamente TUTTO quello che si è visto nei numeri scorsi.
In precedenza ho evitato di parlare di quello che avveniva negli episodi di Ut perché francamente a volte non mi ci raccapezzavo, in questo caso non dico nulla perché ogni commento sarebbe uno spoiler. Alla fine credo che la difficoltà nel trovare un fil rouge e quindi nel comprendere appieno la trama della miniserie sia dovuta non tanto al suo tono onirico e grottesco quanto ai mesi di distanza con cui si è stati costretti a leggere i singoli episodi. Una lettura organica nel volume che sicuramente farà seguito a questa pubblicazione da edicola sarà senz’altro più godibile e soddisfacente – e se magari quel volume verrà stampato su carta patinata sarà molto meglio per la resa dei disegni di Roi. A proposito della parte grafica, in Histeria Roi si è semplicemente superato.
Grazie a dio non c’è nessun elemento metatestuale, stavolta. Segnalo solo una piccola “papera” di Roi: a pagina 71 Caligari raccoglie una mano destra, che però a pagina 72 diventa una mano sinistra.
Ut potrebbe benissimo concludersi qui: credo che il sesto e ultimo capitolo verterà principalmente su chi si cela sotto la maschera di Ut, ma per me non è un particolare poi così determinante.

giovedì 23 giugno 2016

Ut 4

E quattro. Ero piacevolmente rassegnato all’idea che stavolta non ci sarebbero state derive metanarrative o invasive strizzatine d’occhio a spezzarmi la magia della lettura, tanto che pensavo di dover segnalare solo un piccolo e perdonabile errore di Roi:
(gli scorpioni hanno 8 zampette, non 6; le chele non contano perché sono pedipalpi)
E invece…

Per quel che riguarda la storia, dopo le parziali spiegazioni del numero scorso stavolta c’è qualche rivelazione in più ma purtroppo molto nebulosa e bisognosa di interpretazioni che al momento non sono in grado di formulare.
Di carne al fuoco in questo episodio ce n’è anche troppa: Roi e la Barbato introducono o riprendono molti elementi senza sciogliere alcun nodo, ma visto che la continuity si fa stringente (e io manco mi ricordavo certi personaggi dei numeri scorsi) è probabile che tutti i nodi verranno al pettine nei prossimi numeri.
Sicuramente geniali certi elementi e originalissime certe invenzioni grafiche, inoltre l’apparente indifferenza di una morte eccellente e inaspettata è un bel pugno nello stomaco che non avrebbe avuto lo stesso impatto se narrata in maniera più patemica.
Solo due episodi alla fine: sono proprio curioso di vedere dove andrà a parare Ut.

martedì 24 maggio 2016

Il guaio di un fumetto come Ut...

...è che rimanda a un universo così complesso e usa un linguaggio talmente criptico che a volte si ha l'impressione di non aver compreso del tutto quello che si ha letto. Quando poi ci si mettono pure i refusi...
Ho controllato: il termine "ododre" non esiste, pensavo fosse una licenza vetusta.
Questo numero 3, immutata la splendida parte grafica di Roi (forse solo un po' avaro di sfondi in alcune delle prime tavole), è un punto di svolta nella miniserie e si comincia a delineare meglio l'ambientazione e con essa anche le caratteristiche dei personaggi che la animano. Cose a cui magari un lettore più intuitivo di me era già arrivato, ma per me si è trattato di precisazioni importanti del mondo in cui si muovono i protagonisti.
Purtroppo gli autori, mannaggia a loro, anche stavolta hanno strizzato l'occhiolino al lettore.

giovedì 28 aprile 2016

Eh?!?!

Anche Ut mi sterza sulla metanarrazione? Comincio a ricredermi sulla buona impressione che mi aveva fatto. Vabbè, siamo appena all'inizio, vediamo dove andrà a parare. Episodio molto suggestivo anche questo, comunque. Quindi che bisogno c'era di fare questa boutade?

venerdì 25 marzo 2016

Ut 1: Le Vie della Fame

Ho ordinato anche la versione deluxe in fumetteria ma non ho resistito e l’ho preso già in edicola; e poi sinceramente la copertina di Roi mi sembra più bella di quella di Mari. Ut è una storia affascinante e originale, ambientata in un mondo pittoresco e suggestivo in cui convivono panorami marittimi, architettura mitteleuropea, rimandi a culture orientali (la «mastaba»), scorci da film espressionisti e interni ispirati, tra le altre, alla Pop e alla Op Art.
In un apocalittico futuro che non ricorda nessun’altra ambientazione post-atomica (vedi l’elenco dei riferimenti di cui sopra) il saggio Decio, probabile omaggio a Decio Canzio, ha incaricato il suo servo mascherato Ut di controllare che nessuno vada a curiosare nella loro base, la mastaba. Ut è veramente un personaggio interessante, ben lontano dagli stereotipi degli eroi seriali: un omaccione non troppo intelligente che però a volte si abbandona a fulminanti aforismi. Questa ambivalenza si applica anche alla sua sensibilità: assolutamente spietato con gli altri umani indipendentemente dal sesso e dall’età, nutre un affetto smodato per un gatto trovato per caso che lo porterà anche a trasgredire gli ordini di Decio.
Gli equilibri del mondo di Decio e Ut vengono modificati quando nella mastaba si risveglia Iranon, un efebico ma gigantesco e fortissimo umano del mondo di prima («fossile», lo chiama con disprezzo Ut) che Decio farà accompagnare alle Vie della Fame per fargli recuperare i frammenti del Diario di Hog con cui riuscire a interpretare i suoi sogni. Un incipit bello strambo, vero? E siamo appena all’inizio. Le Vie della Fame della città (o quartiere) di Chatis sono percorse da un’umanità desolata e cannibale, retrofuturisticamente dickensiana, che ha sviluppato un olfatto sovrumano per trovare vittime da divorare e controllata nell’ombra da società segrete.
Siamo insomma in un mondo surreale, onirico e metafisico, nato dalla fantasia di un giovane Corrado Roi che ne racconta la genesi nell’introduzione. Paola Barbato ne ha assecondato lo spirito imbastendo una sceneggiatura che procede anch’essa per accumulo di simboli e sequenze che sembrano seguire una propria logica interna disgiunta da una concatenazione lineare, seguendo un po’ gli impulsi repentini del protagonista. Ma al contempo la struttura e la dinamica dei poteri nelle Vie della Fame non sono affatto semplici e a causa dell’intervento di Ut e Iranon si ingarbugliano in maniera tale da richiedere al lettore un certo sforzo per dipanare la matassa fatta di inganni e di false piste, oltre che di personaggi ambivalenti. Io, poi, confesso di non aver affatto capito in cosa si differenzierebbero gli esseri umani corrotti di adesso rispetto a quelli del passato (da cui il “Circolo degli Uomini” si vanta di discendere), ma immagino che sarà rivelato nei prossimi numeri. A integrare questa lettura decisamente non banale e stimolante ci sono dei dialoghi frizzanti e anch’essi per niente stereotipati. Mi chiedo cosa ne penserà un lettore tipico Bonelli come Alessandro Olivo, se mai lo leggerà.
Al di là dell’aspetto narrativo, che mi ha catturato e che lascia prevedere faville per il futuro, quello che più colpisce di Ut è la sua splendida resa grafica. Corrado Roi si è veramente superato e ha confezionato delle tavole stupende in cui il suo tratto e le sue fantasie (i periscopi nelle case… le parole crociate sui muri…) sono stati integrati da effetti bellissimi e da inquadrature ricercate, oltre che da alcuni preziosismi come la voce ripetuta “questo è il Diario di Hog” a incorniciare le tavole in cui ne vengono letti alcuni brani. Da quel che conosco io della Bonelli credo che Ut si distacchi molto dalla produzione consueta, come testimonia anche il prezzo di “ben” 4 euro per le solite 96 pagine, ma a ben guardare lo strapopolare 16x21 potrebbe paradossalmente diventare un buon viatico per la penetrazione nel settore dei graphic novel, visto che tutto sommato non è troppo distante dal 17x24 solitamente associato a quella fascia di prodotti. E da quel che si è potuto vedere in questo primo numero il sognante e raffinato Ut ha senz’altro i numeri per essere considerato tale, indipendentemente dalla casa editrice che lo ha prodotto.
La copertina è ruvida in rilievo (da fumatore di pipa la stavo per definire “rusticata”), un effetto non spiacevole ma che secondo me toglie un po’ di nitidezza alla bella illustrazione di Roi contaminandola con le venature del cartoncino.
Tanto per mostrare che l’arte di Roi non mi ha obnubilato le capacità di giudizio segnalo due errori che (incredibile!) ho trovato in questo albo Bonelli: a pagina 18 Decio dice che un personaggio «non si accorto di niente» senza “è” mentre a pagina 25 Ut apostrofa Iranon così: «Non riconosci la notte dal giorno». Non era più indicato il verbo “distinguere”?