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martedì 15 dicembre 2020

Historica 98 - Caterina de' Medici 2: La regina maledetta

L’amarezza per le ultime novità mi ha fatto leggere quest’ultimo numero senza fretta, tanto più che ho anche altro materiale in attesa grazie al ritorno in zona gialla. Cominciamo male: la trovata di dividere tre episodi originali in due volumi da un capitolo e mezzo l’uno fa partire la storia in medias res: «Ora vedova»… Pessimo inizio, anche perché bisogna rifarsi l’orecchio, per così dire, allo stile di Delalande e della Mogavino. Questa seconda metà del secondo episodio si concentra sulla difficile convivenza della protagonista con i Guisa e i protestanti ed è estremamente didascalica. Laddove le didascalie non bastano a riassumere le vicende del contesto storico ci pensano alcuni personaggi di contorno che intervengono opportunamente. La prima parte di questo volume (che, ricordo, è la seconda parte del secondo episodio originale) mostra l’acume politico della protagonista e si conclude con le Nozze di Sangue, evento meglio noto come Notte di San Bartolomeo in cui i cattolici sterminarono gli ugonotti.

La seconda parte, terzo volume originale francese, si concentra ancora a lungo (metà episodio) sulla Notte di San Bartolomeo, che probabilmente è uno di quegli argomenti come Napoleone o la Comune che coi Francesi funzionano sempre – non a caso veniva ricordata anche ne Le Sette Vite dello Sparviero che è ambientato anni dopo. La corsa verso l’inevitabile massacro è ben orchestrata, con la tensione che viene fatta sapientemente crescere grazie al confronto tra Caterina e i suoi consiglieri, mentre gli sceneggiatori danno anche conto delle varie possibili interpretazioni dell’evento e delle personalità che potrebbero averlo fatto deflagrare. È probabile che il loro intento sia anche quello di scagionare la protagonista dalle accuse di aver progettato ella stessa il massacro come hanno sostenuto alcuni storici.

Dopo questa prima metà molto avvincente e ben architettata la narrazione subisce un brusco rallentamento: torniamo al “presente” (fino a prima la storia era narrata da Caterina anziana) quando la regina ormai quasi in fin di vita mangia con la servitù riassumendo frettolosamente il resto del suo regno. Delalande e la Mogavino sono stati sicuramente efficaci nel riallacciare certi fili risalenti addirittura all’infanzia della protagonista, ma inevitabilmente lo spazio ridotto ha costretto a sfiorare appena certi argomenti e a far entrare in scena alcuni personaggi (in particolare il principe Francesco) come se uscissero dal nulla. Le frequenti scene in cui i personaggi delirano sopraffatti dalla loro coscienza sono un po’ esagerate ma tutto sommato funzionano bene. Nel complesso Caterina de’ Medici è un buon fumetto, decisamente migliore dell’altra prova degli stessi autori.

Sfogliando il volume mi era sembrato che Gomez fosse sceso a più miti consigli e avesse diminuito i dettagli maniacali con cui ha riempito le sue tavole. In parte è vero, ma ci sono ancora delle vignette in cui bisogna usare una lente d’ingrandimento per cogliere tutti i dettagli, e che “stonano” col resto perché evidentemente realizzati a parte col computer e inseriti successivamente dentro tavole impostate su un’altra scala. Tutti questi dettagli, poi, servono fino a un certo punto visto che il punto forte di Gomez è la grandissima espressività dei suoi personaggi. C’è un avvicendamento ai colori: l’ultimo episodio è stato colorato da Salvo e non più da José Luis Rio, anche se non ho avvertito alcuna differenza rilevante. Di sicuro i disegni di Carlos Gomez si gustano di più in bianco e nero e con un formato più grande, come confermano i dietro le quinte sul suo lavoro posti in appendice.

Nelle ultime pagine del volume c’è anche un’intervista alla Mogavino, da cui si evince che in Francia gode di grande stima e ha mietuto premi su premi.

giovedì 10 dicembre 2020

domenica 15 novembre 2020

Historica 97 - Caterina de' Medici 1: Da Firenze a Parigi

Ingoiato il rospo, ho finito di leggere questa nuova “Regina di Sangue”. L’inizio promette benissimo, si comincia in medias res con il Sacco di Roma, un contesto che Gomez conosce alla perfezione visti tutti gli episodi di Dago ambientati in quell’ambito. Ma poi la scena si sposta a Firenze per raccontare le origini della protagonista e vi ho ravvisato gli stessi difetti delle altre produzioni firmate Mogavino & Delalande. I personaggi parlano in modo un po’ artefatto (e retorico) in preda all’ansia di spiegare quello che succede, i loro sentimenti e in generale tutti i retroscena della storia. Qualora non fosse sufficiente, balloon di pensiero forniscono ulteriori dettagli del quadro generale in cui si muovono. Anche se l’impressione è quella di una certa innaturale ingessatura, non è che questo taglio sia di per sé “sbagliato”, solo che gli sceneggiatori non mantengono costante lo stile, adottando ogni tanto soluzioni più moderne o ricorrendo raramente anche all’umorismo: così si spezza l’equilibrio e il lettore può rimanere un po’ perplesso. Confesso poi che la sequenza a cavallo delle pagine 57 e 58 non l’ho capita e non comprendo a quale reazione fa riferimento Caterina con le sue dame di compagnia. Interessante comunque la testimonianza di come la rozza corte francese trasse beneficio dalla presenza di Caterina e dalle innovazioni della cucina e della profumeria italiane.

Nel primo dei due episodi qui raccolti assistiamo alla travagliata infanzia e alla tormentata giovinezza di Caterina de’ Medici, rinchiusa in uno spaventoso convento dopo una delle periodiche sollevazioni popolari fiorentine: come di consueto in questi casi, i deposti tornano presto a governare e quindi Caterina, liberata, cresce e diventa merce di scambio con cui i Medici (in particolare lo zio papa Clemente VII) possono creare una testa di ponte con la corte francese di Francesco I. Lei è perfettamente consapevole di questi giochi di potere e acconsente di buon grado in attesa che arrivi il suo momento, che però probabilmente non arriverà mai: è stata infatti data in sposa a Enrico II, figlio cadetto di Francesco I che quindi verrà succeduto dal primogenito Francesco. Se non fosse che quest’ultimo muore prematuramente spianando la strada del trono a Enrico e quindi anche a Caterina!

In realtà, esattamente come nei volumi dedicati a Eleonora, la protagonista non è sempre sotto i riflettori ed è quasi solo una scusa per ricostruire una storia molto più ampia con comparsate e citazioni eccellenti come quelle di Michelangelo Buonarroti e Niccolò Machiavelli.

Il secondo capitolo (di cui, ricordo, è presentata solo la prima metà) inizia con un flashforward vertiginoso nel 1589, quando una Caterina ormai anziana è preda di incubi e perciò ricorre all’occultismo (con qualche contrappunto dato da commenti clericali) per venire a capo dei simbolismi che popolano le sue notti, ripercorrendo così la sua vita dal 1559 fino alla morte del consorte Enrico II profetizzata da Nostradamus, che è uno dei vari personaggi storici di contorno. Siamo arrivati quindi a un punto di svolta, all’apice della “carriera” di Caterina che da adesso in poi governerà la Francia pure se per interposta persona dei suoi figli; solo dalla lettura del prossimo volume sapremo se il ritmo narrativo originale è stato spezzato o no.

Ai disegni Carlos Gomez (colorato da José Luis Rio) fa un lavoro eccellente, facendo recitare meravigliosamente i suoi personaggi e riempiendo le tavole di dettagli. Però ne ha messi anche troppi e per godersi appieno le vignette bisogna guardarle con la lente d’ingrandimento. Probabilmente, come si evince dal “making of” in appendice al volume, ciò è dovuto all’uso del computer con cui ha integrato le tavole di partenza di altri disegni dettagliatissimi realizzati a parte.

Appuntamento a chissà quando con il seguito, quindi.

venerdì 13 novembre 2020

Acc... dannaz... malediz...

Che bello, è uscito il nuovo Historica di Gomez. Certo, sembra un po’ smilzo: queste serie sulle regine non le facevano a gruppi di tre episodi? Ahimè, allertato da questa pulce nell’orecchio sfoglio il volume e scopro che le tavole a fumetti terminano in un’incongrua pagina 88. Considerando che nel computo complessivo ci sono anche i redazionali di Brancato e che nelle gerenze vengono indicati due volumi originali, quanto possono durare? Solo 40 tavole l’uno? Continuando l’indagine noto quello che dovrebbe essere un punto fermo dopo 54 tavole, che infatti è un nuovo formato standard oltre alle classiche 46 e 62.
Insomma, a quanto pare la Mondadori ha spezzato il secondo volume in due parti. Certo, è già successo: ma una volta si è trattato di una divisione consentita dal fatto che alla base ognuno dei tre volumi originali fosse diviso in due capitoli mentre un’altra è servito a ripristinare la scansione originale voluta dall’autore, o almeno questa è la versione ufficiale.

Non dubito che con la densità di scrittura di un albo francese si possano trovare vari punti fermi all’interno di uno stesso episodio, ma non sarebbe stato meglio pubblicare tutta la trilogia (perché immagino che si tratti di un’altra trilogia) in un’unica soluzione, come si è sempre fatto, anche aumentando legittimamente il prezzo, che è lo stesso dalla nascita della collana? O in alternativa (e non è una provocazione) non è meglio pubblicare un solo episodio integrandolo di schizzi, dietro le quinte, ecc. che sono presenti anche qui? Non ho ancora letto il volume e forse non ci sarà nessun fastidioso effetto cliffhanger, ma di certo non è entusiasmante l’idea di aspettare per leggere nella sua interezza una miniserie che fino a qualche anno fa avremmo letto in un’unica soluzione. Per me tornare alle vecchie foliazioni varrebbe di sicuro un proporzionato, anche consistente, aumento del prezzo.

venerdì 9 ottobre 2020

A bocca asciutta?

Niente, neanche oggi ho trovato il nuovo volume di Historica, di cui tra l'altro non v'è traccia nemmeno in giro su internet. Avranno cambiato periodicità. Ma non me ne sono andato via dall'edicola proprio a bocca asciutta visto che ho preso qualcos'altro. Il seguito appna l'avrò letto.

venerdì 4 settembre 2020

Historica 95 - Capo Horn 2: L’angelo nero di El Páramo

Leggere i primi due capitoli di questo fumetto è stato un po’ arduo, con tutti quei personaggi e la sovrabbondanza di sottotrame, ma necessario per godersi appieno il gran finale in cui tutti i tasselli si mettono al loro posto, o per meglio dire si vedono i molti protagonisti agire nella maniera più adatta a loro senza bisogno che il lettore che già li conosce abbia bisogno di spiegazioni sul loro operato.
L’angelo nero di El Páramo, terzo episodio della serie, è in sostanza il lungo scontro finale tra Orth e Mac Hilian, in cui ovviamente anche Anna Lawrence, Lagarigue, Millard e gli abitanti della missione avranno il loro ruolo (anzi, Orth non partecipa nemmeno al duello che è chiamato ad affrontare). Gli Yamana se ne tengono invece alla larga, avendo ormai giustamente le palle piene dei bianchi.
Il ritmo della storia è serrato e molto avvincente, e Perrissin inserisce sapientemente verso la fine dell’episodio qualche divagazione per seguire la sorte di altri personaggi, in modo da rallentare il ritmo e invogliare ancora di più alla lettura di come andrà a finire. In un paio di occasioni mi sembra che abbia azzardato qualche tentativo di umorismo che si è rivelato però un po’ fuori luogo, ma la narrazione funziona lo stesso benissimo. I personaggi sono resi con grande umanità e realismo, ma per appassionarsi fino in fondo al loro destino bisogna appunto aver letto il precedente volume.
Capo Horn potrebbe benissimo concludersi qui, ma ne è stato realizzato un quarto capitolo, Il principe dell’anima, che funge più che altro da dietro le quinte per chiarire il mistero dell’identità e delle motivazioni di Orth e per sciogliere i nodi di altre trame secondarie. Non solo: Perrissin conclude la saga intrecciandola con la storia della nascente Argentina, facendo ancora una volta sfoggio di grande rigore e documentazione. Anche l’architettura della trama è molto ragionata visto che alla fine alcuni personaggi a cui era stato dato abbastanza spazio si rivelano solo delle funzioni narrative, micce accese qualche numero prima per poi deflagrare al momento opportuno.
I disegni di Riboldi sono ottimi, molte sequenze de Il principe dell’anima sono mute e funzionano a meraviglia. Ma avrebbero potuto essere ancora migliori: probabilmente per imposizione dell’editore ha adottato un’inchiostrazione pulita e senza molti tratteggi, così da demandare al colorista i dettagli come le pieghe dei vestiti o le montagne sullo sfondo. Ma purtroppo i colori digitali (a opera di Hélène Lenoble con un brevissimo intervento di Sébastian Lamirand) hanno un retrogusto artificiale “plastificato” che toglie fascino all’insieme. Nel complesso Capo Horn si è rivelato un gran bel fumetto, sapientemente costruito tra fantasia e Storia e soprattutto molto appassionante. Ma per goderselo bisogna affrontare la lettura dei primi due capitoli, che apparentemente girano a vuoto. Per fortuna la Mondadori ha pubblicato questo secondo volume dopo soli tre mesi dal primo, così il suo ricordo è ancora abbastanza fresco.

sabato 8 agosto 2020

Historica 94 - Airborne 44 2: Sulle nostre macerie

È stato emozionante rivedere in questa collana il fumetto (peraltro ottimo) che 8 anni or sono aveva tenuto a battesimo Historica. Purtroppo mi attendeva una doccia fredda: gli episodi qui raccolti non sono quelli immediatamente successivi ai primi quattro presentati su Historica 1 ma il 7 e l’8, perché gli altri due sono già stati pubblicati qui! La politica della Mondadori di non ristampare materiale già edito mi era ovviamente già nota dalla pubblicazione di Alix Senator, ma in questo caso non si sarebbe potuto fare uno strappo? Da quello che ricordo Airborne 44 si basa, forse dopo il trionfale successo dei primi due capitoli, sulla contrapposizione di due dittici e mi viene il sospetto che nei numeri 5 e 6 ci fosse del materiale importante per capire questi due capitoli, o per approfondirli. Se le altre collane oltre a Historica durano poco o nulla vorrà pur dire che i lettori sono pochi, di meno rispetto a quelli di Historica. E Airborne 44 è stato continuato in una collana più costosa, meno lussuosa ed eterogenea, per la quale vale comunque la solita politica ricattatoria degli editori (o forse più probabilmente dei distributori): se non compri tutti i numeri col cavolo che continuiamo a mandarla in edicola. E vabbè.
Sulle nostre macerie è addirittura superiore alla prima quadrilogia. In una Germania ormai prossima al tracollo bellico si incrociano le vite dei personaggi più disparati. Aurelius Krüger viene incaricato, sebbene sia tutt’altro che un fervente nazista, di scortare la figlia di un pezzo grosso e di prelevare uno scienziato che collabora col team di Von Braun – ma questa missione ufficiale ne nasconde almeno altre due. Nel corso del loro viaggio tormentato incontreranno Nadia e Nathan, due ragazzini scappati da un campo di concentramento, e Jörg, giovane e riluttante disertore dell’esercito tedesco ancora più antinazista di Aurelius. E a loro si unirà appunto anche l’infido scienziato Stadler.
Il primo capitolo si intitola Generazione perduta ma possiamo desumerlo solo dalle gerenze, perché in questo volume i due episodi originali sono “incollati” senza la consueta pagina con la copertina a dividerli. Si inizia con un flashforward ambientato nel 1969, quando in Florida un misterioso personaggio raggiunge la villa di un altro con l’intenzione di ucciderlo. Chiaramente il gioco è quello di invitare il lettore a capire chi sono i due personaggi in causa dopo aver letto il seguito della storia ambientata nel passato. La linea temporale del 1945 è un groviglio di circostanze parallele che si sovrappongono e di misteri e segreti: tutto è narrato in modo molto avvincente ma richiede una certa attenzione per non perdersi nei vari dettagli.
Nel secondo capitolo, quello propriamente titolato Sulle nostre macerie, il gruppo di disperati tenta la fuga dalla Germania ormai conquistata da americani e russi e la narrazione si fa più lineare e ancora più avvincente. È vero che certi dialoghi hanno un tono forse un po’ troppo libresco (e quindi irrealistico per un contesto così drammatico), così come non è molto credibile che così tanti personaggi, per quanto intelligenti, abbiano una tale consapevolezza dei retroscena della guerra e del futuro dell’umanità, ma sono cose che passano in secondo piano di fronte al fortissimo pathos che sa evocare la storia. Per quanto ambientato in un contesto bellico, il lavoro di Jarbinet è più incentrato sulla ricostruzione dei dettagli storici e soprattutto sullo scavo psicologico dei protagonisti, che diventano quasi tridimensionali.
Sulle nostre macerie è leggibile a sé ma, dannazione, dai vari riassunti che vengono fatti nel corso degli episodi mi viene il sospetto che sia la conclusione di vicende che hanno le loro radici nei due numeri precedenti. Ed è un tarlo veramente fastidiosissimo.
La parte grafica è curatissima come al solito. Il tratto di Jarbinet sarà un po’ freddo, ma quanta strada ha fatto da Memorie di Cenere. E i suoi colori ad acquarello sono ottimi, impossibili da replicare con un programma di computer grafica.
In sostanza un volume semplicemente stupendo, ma mi resta molto amaro in bocca per quei benedetti due episodi saltati.

giovedì 16 luglio 2020

Ancora niente...

...in nessuna delle edicole dove ho controllato stamattina. Qualcuno lo ha trovato? Sono io sfigato o questo numero ha effettivamente dei problemi di distribuzione?

venerdì 10 luglio 2020

venerdì 12 giugno 2020

Historica Biografie (I Grandi Pittori) 38: Paul Gaugin

Sin dai disegni questo trentottesimo numero si stacca dagli altri numeri della collana: Nicoby disegna infatti con uno stile istintivo e caricaturale che rimanda ai lavori dell’Association più che a quelli di un disegnatore di fumetti storici. Anche la struttura delle tavole asseconda questo estro riducendosi spesso a sole sei vignette per pagina.
Come già nel precedente Klimt Paul Gaugin non affronta che un periodo ben determinato e circoscritto della vita del protagonista, con qualche sparuto flashback qua e là. E come nel caso di Leonardo da Vinci non è che il protagonista sia proprio lui, non del tutto almeno. In queste 46 pagine Gaugin divide infatti la scena con Van Gogh, che nel 1888 lo chiama ad Arles per concretizzare il progetto di lavorare insieme nello stesso atelier. Il progetto naufraga presto a causa della diversa concezione dell’arte dei due pittori e delle asperità dei loro caratteri: Van Gogh è isterico e ossessionato dalla natura, Gaugin sembra più misurato e razionale però nasconde delle ambizioni da megalomane. Il tutto culminerà col celeberrimo (e quasi irritante, o perlomeno noioso, a vederselo riproposto per l’ennesima volta) episodio dell’orecchio tagliato.
Pur con una concessione all’onirismo dovuta a una “illuminazione” di Gaugin, Patrick Weber scrive in maniera pulita e rigorosa, privilegiando la concatenazione naturale degli eventi rispetto alle pindariche disquisizioni sull’arte che comunque sono presenti. Il ricorso a un po’ di aneddotica spicciola permette di rendere più umani e simpatici i due protagonisti.
I disegni sono quelli che ho descritto sopra e non ne sono affatto entusiasta (tanto più che sono collocati in una collana che nacque realistica), anche se sicuramente Nicoby avrà i suoi estimatori. Di certo i monologhi di Van Gogh sulla forza dei colori perdono ogni senso davanti all’uso greve che Kness fa del computer per colorare il volume non lesinando su alcuni effetti che danno una forte impressione di artificialità.
Tra l’approccio grafico di Nicoby che prevede sfondi poco curati (o proprio assenti) e la narrazione a volte costretta in sole sei vignette per tavola la lettura si conclude con una certa rapidità, eccessiva se la confrontiamo a quella di altri lavori ospitati su questa collana.
Alla fine la parte che ho apprezzato di più di Paul Gaugin è il dossier finale a cura di Dimitri Joannidès, breve ma esaustivo nel raccontarne la vita e i molti rovesci di fortuna (ma non ho capito perché insistere tanto sul suo allontanamento dall’Impressionismo, cosa di cui si potrebbe discutere).

martedì 9 giugno 2020

Historica 92 - Capo Horn 1: All'estremo del mondo

Alla fine dell’800 varie storie si incrociano nell’inospitale Terra del Fuoco: Johannes Orth e il suo vecchio compare Duca vengono fregati dal prussiano Kruger che scappa col loro bottino, il celebre navigatore Jason Low doppia Capo Horn, la nave francese Bisson effettua le sue ricerche scientifiche popolata da una varia umanità (il giovane capitano François Boeldieu scrive all’amata Julie illudendosi che aspetti il suo ritorno; lo spietato Ferenzci tratta gli indigeni come animali; il dottor Frossard antepone la curiosità scientifica alla dignità umana), il reverendo Bridges deve difendere la sua missione dalle mire di chi vorrebbe esautorarlo insieme alla giovane Anna Lawrence, un certo Mac Hilian dà la caccia a Orth e, ciliegina sulla torta, il comandante Lagarigue ambisce a diventare reggente del posto dopo essersi visti disconosciuti i meriti militari di “pacificatore” della Patagonia.
Troppa carne sul fuoco (e ho pure sorvolato sull’indio Yakaïf e sull’oste Ernesto e sua moglie) per creare un mosaico che sia immediatamente decifrabile e in cui i contatti tra i vari personaggi non sembrino un po’ forzati: guarda caso, Low finisce proprio in infermeria con Duca, Boeldieu (nell’unico momento in cui mostra un po’ di carattere) fa a pugni proprio con Kruger, ecc. Il primo episodio, La baia rivolta a est, è in pratica un enorme preambolo alla storia che comincerà a svilupparsi solo a partire dal secondo, Sulla scia dei cormorani, che non a caso comincia con una tavola in cui vengono riassunte le varie sottotrame.
Capo Horn non è male, se non altro perché presenta una storia d’avventura come non se ne fanno quasi più, ma per poterci capire veramente qualcosa toccherà aspettare la conclusione: anche se i due episodi constano ognuno di 54 tavole è inevitabile che con tutti questi personaggi certe sequenze sembrino frammentarie e poco approfondite, così come quello che dovrebbe essere il protagonista principale, Orth, è ammantato da un’aura di mistero (è veramente un cercatore d’oro? O è un rivoluzionario? O un rapinatore?) che ragionevolmente si scioglierà solo alla fine.
Diciamo che per il momento si fa apprezzare di più per la descrizione dettagliata del clima e della fauna della Patagonia, e per la ricostruzione degli usi e costumi degli Yamana. E non è poco.
Ai disegni Enea Riboldi convince grazie alla pulizia del suo tratto, che quando è necessario si arricchisce di tratteggi e particolari. A colorare le sue tavole è intervenuto un esercito di coloristi: Cosimo Lorenzo Pancini, Simone Massoni, Naomi Mallegni e Linda Cavallini per La baia rivolta a est, Diego D’Aquila e Sébastien Lamirand per Sulla scia dei cormorani. Come spesso accade con la colorazione al computer, alcuni di loro hanno un po’ coperto il tratto di Riboldi mentre all’inizio di Sulla scia dei cormorani l’atmosfera risulta troppo livida.
Una curiosità: nella mia edicola di fiducia ne sono arrivate due copie, come succede da alcuni mesi a questa parte con Historica. Il buon edicolante me le ha conservate entrambe per farmi scegliere quale preferivo visto che una presentava una copertina (e anche il retro e la costa) con dei colori molto più scuri, tanto da farli sembrare quasi due volumi diversi: forse il numero invisibile sul dorso del volume precedente era dovuto proprio a un errore tipografico del genere.

venerdì 5 giugno 2020

Acc... dannaz... malediz...

Solito post in cui mi lamento del fatto che il nuovo Historica non è ancora arrivato in edicola. Peccato, perché quello di questo mese sembra interessante (ma non lo aveva già pubblicato qualcun altro, in Italia?).
Oh, beh, non tarderà ancora molto, spero.

venerdì 15 maggio 2020

Historica Biografie (I Grandi Pittori) 37: Gustav Klimt

Neanche stavolta ho trovato immagini della copertina in rete...
Questa seconda uscita dedicata ai Grandi Pittori è decisamente migliore della prima. In sostanza viene narrata la genesi dei quadri Giuditta e la testa di Oloferne e Ritratto di Adele Bloch-Bauer. Tra sogni e incubi indecifrabili e la dura realtà (“dura” fino a un certo punto, Klimt era comunque un privilegiato anche se il suo amico ministro Von Hartel accetta di confiscare le copie della rivista Ver Sacrum con i suoi disegni) il protagonista cerca di metabolizzare lo sconforto per le critiche ricevute dopo la collettiva della Secessione Viennese nel 1901. Riesce a tirare avanti grazie alla vivacità delle sue esuberanti modelle e soprattutto alla conoscenza con Adele Bloch-Bauer, moglie di un ricchissimo industriale dello zucchero che lo stima sia come pittore che come uomo. Sei anni dopo realizzerà il ritratto della donna dopo che la sua presenza aveva già fatto capolino nella sua produzione (e nei suoi incubi).
Oltre a questo, della vita di Klimt non viene detto praticamente nulla: Jean-Luc Cornette manda avanti la storia tra aneddotica spicciola, sequenze oniriche e occasionali punte di umorismo, e il risultato è ammaliante.
Marc-Rénier fa un lavoro dignitoso ai disegni, che sarebbe stato migliore se avesse inchiostrato le sue matite. Così come sono state pubblicate risultano evanescenti e a volte solo abbozzate. Anche gli sfondi risultano occasionalmente un po’ poveri. D’altro canto, è anche vero che il disegnatore è molto espressivo. I colori di Mathieu Barthélémy tendono ad appiattire la parte grafica, anche se è comunque piacevole andare a caccia delle citazioni dei quadri di Klimt.
Molto interessante (e indispensabile per conoscere la vita di Klimt e quindi contestualizzare gli anni passati in rassegna nel volume) l’apparato redazionale curato da Dimitri Joannidès. Confesso che non sapevo che, vissuto da star, era finito nel dimenticatoio subito dopo morto. Ed è ovviamente spassoso avere un ulteriore esempio di come chi in vita fu un innovatore iconoclasta venga inevitabilmente considerato un classico reazionario dalle generazioni successive.

domenica 10 maggio 2020

Forse sono io prevenuto?

È quello che mi sono chiesto dopo essermi lamentato per l’ennesima volta della presenza su Historica di un fumetto di guerra. E allora ho pensato di quantificare questo n (“ennesimo” deriva dalla variabile n che si usa in matematica? boh), cercando di essere il meno rigido possibile nel valutare il genere di un fumetto, visto che alcuni presentano aspetti che potrebbero facilmente essere associati al genere bellico. Forse sono io ad avere una percezione sbagliata. Orbene, su un totale di 91 volumi usciti finora ho trovato ben 31 fumetti di guerra “puri”, praticamente poco più di uno su tre. Uno sproposito. E questo tenendomi appunto largo e senza mettere nel computo Ricordi della Grande Armata e altri.
Se però comprendiamo nell’insieme anche i fumetti napoleonici (che volenti o nolenti devono parlare anche di guerra) il totale aumenta di 4 unità, stessa cifra che andrebbe messa nel computo se ci mettessimo dentro anche quelli in cui la guerra si percepisce anche se non si vede direttamente, come Berlino e I Cosacchi di Hitler. E non ho nemmeno tenuto conto di quei fumetti che effettivamente trattano di guerra, ma da un punto di vista diverso (Fax da Sarajevo) oppure con abbondanti innesti soprannaturali (Adler/Eagle): dovrebbero entrare nel conto anche loro e così si aggiungono altri 3 volumi. Poi ci sarebbero certi episodi de Le Torri di Bois-Maury che sono ambientati durante le Crociate e forse in qualche conflitto successivo, ma nella mia magnanimità non li ho considerati, così come non ho tenuto conto nemmeno di Valois. Però La lama e la croce è stato inserito nella categoria-ombrello della Guerra dei Trent’Anni e forse (non l’ho letto) anche quello è di genere bellico.
Insomma, il totale arriverebbe a toccare quota 42, se non addirittura 43. Certo, non sono mancate delle belle letture anche in questo contesto, ma veramente mi sembra che sia stato dato troppo spazio a questo genere. Con tutto il ben di dio che attende di essere edito o ristampato in Italia…

sabato 9 maggio 2020

Historica 91 - La Grande Guerra: Il bambino soldato

impossibile trovare in rete un'immagine della copertina, accontetatevi di questa porcheria
Ma che bella sorpresa: la Mondadori torna a pubblicare un volume dedicato alla Prima Guerra Mondiale. E saremmo pure fuori tempo massimo, visto che il centenario della fine del conflitto è passato da due anni. Non fosse che in questo periodo ho bisogno di procacciarmi fumetti avrei lasciato il volume in edicola, e non mi sarei perso granché.
Il bambino soldato che dà il titolo a questo trittico di volumi è Jean-Corentin Carré, personaggio realmente esistito: una gloria nazionale imbevuta di patriottismo smaniosa di prendere parte alla guerra nonostante i suoi soli 14 anni, che riuscirà veramente a farsi arruolare mentendo sulla sua età e sulla sua identità. Jean si trova così catapultato nell’inferno delle trincee, ma un po’ grazie al suo coraggio e un po’ grazie alla fortuna riuscirà a mantenere salva la pelle e addirittura a far carriera nell’esercito nonostante chiunque lo incontri noti il suo aspetto fanciullesco. Una volta scoperto l’inghippo viene congedato ma non si dà per vinto e, memore di quello che vedeva nelle trincee di Verdun, azzarda l’arruolamento in aviazione riuscendo a coronare anche quel suo sogno, che però si rivelerà deludente rispetto alla sua sete di sangue tedesco.
I testi di Pascal Bresson sono un misto di retorica e di dettagli storici, come spesso avviene nelle storie di questo genere. La narrazione un po’ sincopata non si fa leggere in maniera troppo fluida (non sempre i flashback fanno riferimento alle scene a cui sono associati) ma almeno movimenta un po’ una struttura che bene o male è pur sempre quella tipica dei fumetti bellici. Tra le pennellate documentaristiche, scopro grazie a Il bambino soldato che i militi al fronte ce l’avevano coi gendarmi. Meno lodevole la deriva metanarrativa per cui i due autori principali si siano autoritratti in tali vesti. Confesso di non aver colto il simbolismo della penultima pagina, ma d’altra parte non mi ci sono nemmeno messo troppo a rifletterci sopra.
La figura di Carré, che curiosamente anche familiari e amici stretti chiamano sempre con nome e cognome, risulta poco meno che schizofrenica: l’entusiasmo degli esordi si stempera presto in un cinismo fatalista, che passa però anche attraverso momenti di esaltazione, fugaci ingenuità, timore di Dio (dopo che nelle prime pagine per poco non mandava a quel paese il parroco) e meccanico eroismo. Al culmine di tutto ciò, Jean diventa pure un bello stronzetto. È probabile che Bresson abbia cucito insieme la vulgata sul personaggio, ovviamente ingigantita a scopi propagandistici, con elementi reali come le lettere che indirizzava alla madre; la ricerca delle contraddizioni nella personalità di Jean sarebbe quindi voluta, e certo giustificabile anche con la giovane età del protagonista ancora in formazione, ma resta comunque un po’ spiazzante.
La parte grafica asseconda quella testuale: al di là del fatto che nel primo dei tre capitoli i disegnatori sono due (Stéphane Duval e Lionel Chouin), la schizofrenia si mantiene per tutto il trittico presentando cinque o sei stili di disegno diversi: a volte si azzarda un realismo un po’ alla Alain Mounier (tanto per citare un riferimento vagamente simile) ma questo viene presto abbandonato in favore di concessioni un po’ caricaturali oppure di un tratto adatto a illustrazioni per ragazzi, mentre fanno anche capolino cascami espressionisti con derive quasi underground, inquadrature d’effetto quasi supereroistiche e tavole disegnate con un tratto sporco e pesante. Il risultato non è pessimo, ma comunque spiazzante. Il primo episodio è colorato da Jean-Luc Simon che fa un buon lavoro mentre Patrick Larme non rende giustizia ai disegni di Chouin negli episodi successivi.
In ultima analisi Il bambino soldato non è certo un brutto fumetto, e probabilmente piacerà agli appassionati del genere. Io però mi ricorderò questo volume principalmente per tre cose: alcuni rari fuori registro come se la stampa fosse partita da pellicole (quando invece le pellicole di stampa non si usano più, giusto?), la colta introduzione in cui Sergio Brancato infila di tutto pur di non parlare della storia e rovinarne la lettura (o forse pure a lui non è che interessasse molto) e la soddisfazione di essere riuscito a individuare il numero 91 sul dorso, stampato in nero su un fondo scurissimo. È visibile solo a una certa angolazione e con le giuste condizioni di luce, ma c’è.

lunedì 27 aprile 2020

Historica 90: Roma Antica - Alix Senator 3: La città dei veleni

Arrivati all’ottavo episodio originale la serrata continuity della saga si fa decisamente sentire. C’era ovviamente anche nel primo dei volumi dedicati da Historica ad Alix Senator, ma all’epoca (che ingenuo!) ci avevo fatto meno caso. Qui risulta invece palese quanto i protagonisti facciano riferimento ad avvenimenti e personaggi degli episodi precedenti, non ricordandosi i quali (o peggio ancora non conoscendoli) si perde un po’ del gusto della lettura tanto è fitta e intrecciata la relazione tra tutti gli elementi in gioco. Forse è solo una mia supposizione, ma immagino quante note a piè di vignetta con i rimandi ad altri episodi siano state eliminate, sulla scorta di quanto fatto dalla Mondadori con la sua collana da edicola. D’altra parte la Mangin è stata bravissima nel cogliere anche lo spirito di Jacques Martin, e come nella serie principale anche qui l’autoconclusività degli episodi è solo illusoria quando in realtà saltando un episodio si perde il quadro complessivo della storia. Se non avessi letto l’ottavo episodio subito prima del nono, in quest’ultimo Syllaeus alla corte di Augusto sarebbe sembrato uno stronzo qualsiasi mentre invece è il personaggio più sfaccettato che viene introdotto poco prima, e ha delle ragioni precise per essere a Roma. Tra flashback e resoconti viene spesso il sospetto che si faccia riferimento a sequenze già viste e che ci sia sempre qualcosina, per quanto secondaria, che sfugge. Un po’ dispiace di non cogliere il tutto nella sua complessità, ma si rimane comunque ammirati dalla capacità della sceneggiatrice di creare un mosaico così dettagliato. O almeno voglio pensarlo per consolarmi.
Il primo dei due capitoli qui raccolti è un po’ interlocutorio: Alix e compagnia si trovano nella città di Petra (sicuramente per motivi abbondantemente spiegati nello scorso numero, ma vatteli a ricordare) dove rimangono invischiati nella turbolenta scena politica locale. La regina Hagiru è molto preoccupata per le manovre del consigliere Syllaeus, che potrebbe voler prendere il potere in città e dal canto suo vuole muovere guerra contro la Giudea. Alix deve quindi districarsi in questa matassa di complotti e ambizioni mentre gli altri coprotagonisti perseguono i loro piani, facendo fede al titolo del volume che è anche il nomignolo di Petra: La città dei veleni – e, per estensione, delle pozioni magiche. Enak si rivolge infatti a una fattucchiera che gli fornisce un sistema per entrare in contatto con il figlio morto in un episodio precedente, mentre Tito si procura un filtro d’amore che preservi la sua amata Camma dalle attenzioni di Alessandro, figlio di Syllaeus. Questa trasferta nabatea è suggestiva, certo, ma più che altro introduce qualche nuovo elemento alla saga.
Il nono episodio, Gli spettri di Roma, è invece decisamente risolutivo e molte sottotrame arrivano alla loro conclusione: muore addirittura un personaggio fondamentale della saga. In realtà più di uno, ma questo è particolarmente importante vista la sua presenza (immagino) sin dal primo numero. L’Urbe è infestata da fantasmi lebbrosi che brillano al buio e si dice si nutrano di sangue umano; hanno inoltre l’abilità sovrumana di scomparire nel nulla. Nel mentre la “povera” Lidia sta vivendo gli ultimi atroci giorni di sofferenza a causa del contatto con la statua della dea Cibele. Con maestria, anche se con una certa prevedibilità, tutti gli elementi sovrannaturali confluiranno in un’unica spiegazione coerente e scientifica (o pseudoscientifica) che coinvolge un sacco di volti noti già apparsi negli episodi precedenti e, appunto, chiude alcune sottotrame. Curiosamente, nonostante si arrivi a un punto fermo, il volume termina con la dicitura «fine prima parte».
I disegni di Thierry Démarez sono eccezionali: il suo stile è rigoroso e dettagliato come al solito e fa recitare splendidamente i personaggi. Non mi stupirei se scoprissi che ha costretto amici e parenti a estenuanti sedute di pose per trovare le posture giuste. Fortunatamente la qualità di stampa è buona e non si è verificato quel fastidioso fenomeno che ha rovinato l’ultimo numero. I colori digitali di Jean-Jacques Chagnaud non fanno rimpiangere troppo gli acquerelli dei primi capitoli. No, vabbè, per quanto possa sforzarmi di questo non riuscirò mai a convincermi.
In appendice i consueti approfondimenti sugli argomenti trattati nel fumetto, riccamente illustrati da Démarez: l’affascinante città di Petra (tappa obbligata per il transito delle spezie dall’oriente) e gli acquedotti di Roma, ma più in generale il rapporto della Città Eterna con l’acqua.
Nel concludere questa recensione mi sono chiesto che senso abbia avuto farla, visto che per Historica mi sono sempre imposto di recensire un volume appena uscito, o anche subito prima se i capricci dei distributori lo consentivano (le eccezioni sono quasi inesistenti e giustificate). Alix Senator 3 è uscito ufficialmente addirittura il 3 aprile, e non avrebbe tanto senso pubblicarla con questo ritardo. Ma magari con il Coronavirus di mezzo qualcuno se l’è lasciato sfuggire e così potrà decidere se recuperarlo o no in futuro. O così voglio credere.

sabato 25 aprile 2020

Historica Biografie (I Grandi Pittori) 36: Leonardo da Vinci

Non inizia nel migliore dei modi questa continuazione “apocrifa” di Historica Biografie. Sul mio umore durante la lettura avrà forse influito il fastidio per essermi perso il numero 35, ma di certo le aspettative (poi disattese) della quarta di copertina, con quelle immagini che ricordano Milo Manara, hanno avuto il loro peso.
Leonardo da Vinci non è esattamente un fumetto storico quanto un’opera di fiction che si sbilancia a dare un messaggio sull’arte e sulla vita. Nel 1516 il protagonista giunge alla corte del Re di Francia portandosi appresso il servitore Francesco e la già celeberrima Gioconda che in molti, re compreso, sono ansiosi di ammirare. A Leonardo viene affidato come paggio il giovane Tristan, aspirante pittore che alimenta le invidie di Francesco. In sostanza il vero protagonista è proprio Tristan, tanto che gli viene dedicata una sottotrama, mentre Leonardo funge da catalizzatore delle ipotesi sull’identità del soggetto raffigurato nel suo quadro più celebre. Per quattro volte (con un interlocutore ma occasionalmente anche con un relatore diverso, non sempre è Leonardo che racconta la sua vita) vengono avanzate delle ipotesi in merito. Nessuna viene riconosciuta come vera, e d’altra parte il bello dell’arte e della vita è che non bisogna affidarsi alle apparenze e che la realtà è solo una questione di punti di vista. O così vuole la morale conclusiva.
La struttura imbastita da Patrick Weber è semplice e programmaticamente ripetitiva, con qualche sprazzo postmoderno quando fa rivolgere direttamente al lettore le quattro figure chiamate in causa nei racconti. Con le opportune modifiche, cioè eliminando i riferimenti alle accuse di sodomia, Leonardo da Vinci potrebbe benissimo transitare su Il Giornalino. La blanda trama di detection (Francesco invidioso ha messo nella camera di Tristan una borsa che ha rubato al maestro) viene risolta rapidamente e in maniera un po’ inverosimile.
I disegni di Olivier Pȃques, come ho anticipato, si sono rivelati deludenti. In quarta di copertina si intuiva l’ispirazione al Manara morbido e sintetico del periodo post-Estate Indiana, alcune posture sembravano quasi ricalcate da quello, ma poi in concreto le tavole sono realizzate con un piglio più frettoloso e quasi caricaturale. Le mani si contorcono in posture impossibili, gli sfondi sono a volte quasi solo abbozzati e gli uomini praticamente sono tutti uguali. A distinguerli ci sono per fortuna i colori di Véronique Gourdin, che però sono piuttosto lividi, anche nelle scene che non sono flashback.
In appendice il breve dossier su Leonardo da Vinci si riappropria dell’identità storico-biografica della collana di partenza, ma solo in parte: riporta le tappe fondamentali della sua vita dedicando maggior attenzione alla sua arte.

venerdì 24 aprile 2020

Acc... dannaz... malediz...

Cosa manca in questa immagine?
Siccome mi scadeva la polizza auto, stamattina sono dovuto andare in un altro comune a rinnovarla (sì, la copertura danni è estesa oltre i 15 giorni canonici, ma se le forze dell’ordine ti fermano senza assicurazione pagata c’è comunque la multa). Vista l’emergenza in corso hanno liberalizzato tutti i parcheggi a pagamento, ma nonostante (o forse proprio a causa di) questo giro senza esito finché mi rassegno a metterla in culo al mondo rispetto alla sede dell’agenzia. “In culo al mondo” è però praticamente davanti alla mia edicola di fiducia dove mi faccio mettere da parte Historica e altro. Colgo l’occasione per un saluto e per recuperare la roba che avevo chiesto di tenermi, magari è pure uscito un nuovo Fumo di China. Di Historica 35 non c’è traccia.
«Ah, sì, l’ho reso proprio ieri! Siccome di quello nuovo mi hanno mandato due copie e di Cleopatra ne avevo una sola pensavo che l’avessi già preso.»
E vabbè, ridiamoci sopra. Coi problemi distributivi che le fumetterie mi dicono abbia avuto Historica nell’ultimo anno mi sa che quel volume non lo vedrò tanto presto…

venerdì 13 marzo 2020

Ci si vede, Cleopatra...

Mi sono informato e ho avuto conferma che l’ultimo numero di Historica Biografie è arrivato nella mia edicola di riferimento, che però si trova in un altro comune… un comune praticamente fuso con quello in cui risiedo io ma è ovvio che preferisco evitare rischi, tanto più che ci sono già stati casi di contagio (anche nell’amministrazione comunale e tra i vigili) e persino qualche morto.
Tanto l’edicolante me l’ha messo da parte, si tratta solo di aspettare…

sabato 7 marzo 2020

Historica 89: Seconda Guerra Mondiale - La nascita del SAS 1 (?): Il reggimento - La vera storia del SAS

Lo Special Air Service era un gruppo di incursori paracadutisti Alleati che durante la Seconda Guerra Mondiale si infiltravano oltre le linee nemiche in Africa sabotando aerei e perpetrando più danni possibili.
La storia prende le mosse proprio dalla loro costituzione nei ricordi di uno dei tre fondatori: Vincent Brugeas identifica il nucleo centrale del SAS con lo scozzese David Stirling, l’irlandese Blair “Paddy” Mayne e l’australiano Jock Lewes. Tutti e tre sono delle teste calde refrattarie alle gerarchie, con punte di coraggio che sfocia in incosciente eroismo. Nel primo capitolo (ma la divisione in capitoli è in dubbio: ci tornerò sotto) c’è la presentazione del SAS e la sfilata della sua travagliata fase preliminare prima di mettersi in luce con una importante operazione che finalmente ne giustifica l’esistenza. Compare anche il Long Range Desert Group reso celebre da Hugo Pratt ne Gli Scorpioni del Deserto. Nel secondo capitolo entra in scena un nuovo personaggio, Bill Fraser, e le operazioni del SAS si intensificano (non sempre coronate dal successo) fino al tragico finale.
Brugeas si sforza di adottare uno stile di scrittura che possa soddisfare anche chi non è appassionato del genere bellico ma il ritmo sincopato, il frequente ricorso a flashback, la frammentarietà di molte situazioni rendono la lettura un po’ ostica a chi non abbia già confidenza con il tema trattato (è intuibile ma non proprio esplicito il senso della scena a pagina 45). E questo pur con la trovata della memorialistica a fare da collante alle varie sequenze. Lo spirito del fumetto è invece sin troppo classico e retorico, lo stesso di un film con John Wayne degli anni ’40: cameratismo, scazzottate, spavalderia elevata a eroismo, frasi a effetto e in definitiva tutti i luoghi comuni sui soldati e sulla guerra, senza molto approfondimento psicologico. Bene o male tutti e tre i protagonisti sono intercambiabili tra di loro, così come anche Bill Fraser, che si differenzia dagli altri solo perché non ha la barba.
I disegni di Thomas Legrain sono sicuramente validi, però mi era sembrato più convincente nel Sisco visto su Lanciostory: in questo volume, forse perché col formato più grande ci si fa più caso, i suoi personaggi si assomigliano un po’ troppo – il che è paradossale visto che si tratta di persone realmente esistite (ci vengono forniti anche la loro altezza e il loro peso) di cui sicuramente esiste documentazione fotografica. Niente da eccepire sui mezzi militari e sugli aerei (anche perché non ci capisco niente – cionondimeno mi è sembrato di cogliere dei “copia e incolla”) e soprattutto sui paesaggi, molto curati ed evocativi. I colori di Elvire De Cock sono anch’essi buoni, pur se il ricorso al computer vanifica in certi punti la suggestione degli acquerelli o delle tempere usati come base; se li avesse realizzati interamente al computer, tanto di cappello.
Come accennavo sopra, La nascita del SAS ha una struttura un po’ particolare. Il primo dei due volumi originali è stato presentato integralmente mentre del secondo sono state pubblicate solo le prime 30 tavole. Certo, lo so benissimo che il formato a 30/32 tavole (come quello degli episodi da 23) è uno degli standard del mercato franco-belga, ma non si usa più da quarant’anni, almeno non per un fumetto di stampo realistico. E in ogni caso il secondo episodio risulta composto da 54 tavole come il primo. A giudicare dalla numerazione delle tavole di Legrain non dovrebbe mancarne nessuna, e inizialmente ho pensato a un escamotage della Mondadori come quello già visto per Napoleone Beresina: però in quel caso la scelta poteva essere giustificata dal fatto che sin dall’origine i tre volumi erano divisi in due capitoli ognuno, quindi espungibili senza traumi. Però ho anche notato che stavolta la Mondadori non ha distinto i due episodi come fa di solito, cioè mettendoci in mezzo una pagina bianca col titolo e parte della copertina, nonostante lo spazio non mancasse (e infatti le due copertine originali sono riprodotte integralmente alla fine). Inoltre il finale di questo volume è assolutamente conclusivo, almeno per quel che riguarda una vicenda: spero di spoilerare il meno possibile, ma per forza di cose la serie deve essere continuata da un altro punto di vista considerati gli avvenimenti finali. Tutto ciò mi porta a pensare che quello che ha voluto fare la Mondadori sia un compendio autoconclusivo (magari anticipando o ispirandosi a uno analogo che uscirà in Francia) dei primi due volumi, di cui l’ultimo è stato sfoltito per alleggerire la narrazione e creare con il primo un tutto unitario. E se Legrain avesse modificato la numerazione delle sue tavole per assecondare questa operazione non sarebbe stato certo il primo a farlo. La serie è continuata con un altro volume ma, ripeto, dalla tavola 31 del secondo capitolo il punto di vista dovrebbe essere cambiato, salvo fare ricorso all’espediente del sovrannaturale. Per questo ho messo un punto interrogativo dopo il numero nel titolo: può darsi che Historica si limiti a questa sola versione. Ma ammetto di aver elaborato questa teoria memore di quando agli inizi della collana la norma fossero quattro volumi originali per ogni tomo di Historica… 12,99 euro sono sempre pochi per un centinaio di pagine di BéDé stampate su carta patinata e in grande formato, ma piuttosto che troncare dei volumi a metà non sarebbe meglio aumentare un po’ il prezzo, fermo dal 2012?
Se poi pubblicherà anche il terzo e i prossimi episodi (e/o ciò che resta del secondo) rimarrò col dubbio di come Brugeas abbia sviluppato la situazione, visto che La nascita del SAS non mi ha colpito tanto da spingermi a comprarne un eventuale seguito.