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| Pazzesco: non ho trovato la copertina della versione italiana in rete! |
Si conclude in maniera sublime il
Caravaggio di Manara, sospeso tra ricostruzione
filologica e colta inventiva per colmare quei vuoti nella sua biografia dovuti
alla vita errabonda che condusse negli ultimi anni. Michelangelo Merisi in fuga
da Roma viene soccorso da una compagnia di saltimbanchi che, sotto le direttive
della Contessa Colonna, lo curano e lo proteggono dalle attenzioni della
giustizia nascondendolo a Napoli in attesa che gli venga concessa la grazia.
Per averla dovrà produrre nuovi quadri ma, ansioso di mettere più terreno
possibile tra di sé e le prigioni pontificie (o l’accetta del boia), il
Caravaggio abbandona Napoli, dove è una vera star, per raggiungere Malta e
unirsi all’ordine dei Cavalieri, in modo da vedersi così concessa
automaticamente la grazia.
A La Valletta troverà un ambiente
ambiguo: da una parte gli viene riconosciuto il suo immenso talento e gode
delle protezioni giuste, dall’altra la confraternita rivela al suo interno dei
membri che sono tutt’altro che fedeli agli alti ideali che portarono alla sua
fondazione. Uno di questi diverrà la causa della sua rovina.
In fuga anche da Malta, approderà
in Sicilia e qui andrà infine incontro al destino che hanno tramandato i libri
di Storia dell’Arte.
Trattandosi di una vicenda
frenetica e avventurosa, Manara adotta un tipo di narrazione diretta e
coinvolgente, in cui i dialoghi dei personaggi chiariscono senza ombra di
dubbio quello che vogliono fare e in cui non ci sono tempi morti, ma al massimo
delle pause ragionate utili a creare tensione e a narrare alcune cose indispensabili
per capire meglio i retroscena (come la scena della condanna in contumacia da
parte dei Cavalieri di Malta). Tutti i personaggi in scena sono credibili e
molto ben delineati, e il registro linguistico scelto da Manara è molto più
efficace che nel primo volume. Il finale è molto emozionante pur nella sua
apparente semplicità. È lodevole anche la capacità di Manara di ricostruire
l’atmosfera di un’epoca con pochi dettagli selezionati, come il fetore
caratteristico delle galee.
Graficamente c’è poco da dire: le
tavole sono semplicemente meravigliose. Non solo esteticamente, ma anche per
recitazione, dinamismo, scenografie, profusione di dettagli e scrupolo
documentaristico. L’unico aspetto che convince di meno sono i colori, opera di
Manara con la (immagino) figlia Simona: come nel primo volume
i toni sono molto uniformi e piuttosto cupi, col risultato di rendere le tavole
ben poco vivaci (quasi smorte) e un po’ monocordi. Ma almeno in questo episodio
c’è una maggiore uniformità, mentre nel precedente gli interventi digitali
erano molto più evidenti (anche se quel quadrato bianco sopra l’elmo a pagina
41 è sicuramente dovuto al processo di lavorazione col computer).
Forse a causa
dell’intermediazione del computer nella realizzazione (o solo nella scansione?)
delle tavole, il risultato stampato risente ogni tanto di una sgradevole
retinatura e il segno non è probabilmente così marcato come lo era in origine.
Peccato.
A integrare le tavole di Manara
ci sono una vasta bibliografia, un glossario, la copertina della versione
deluxe e un’introduzione a firma di Claudio Strinati da leggersi rigorosamente
dopo il fumetto.
