martedì 23 novembre 2010

Leggende d'oggi (precedentemente presentato su Fucine Mute 30)

Profezie di ieri

Ad un certo punto del ventesimo secolo arrivò il 1968. E a Parigi la contestazione si estese anche al mondo dei fumetti. In Italia i giovani ribelli accompagnavano l’ascolto dei Nomadi e dell’Equipe 84 con la lettura del rivoluzionario Teddy Bob, mentre in Francia una serissima crisi d’identità accompagnata alla frustrazione della propria staticità rispetto il mondo che cambiava spinse molti autori a prendere posizioni estreme contro un’editoria arretrata e censoria.
La redazione di Pilote visse giorni di fuoco a cavallo tra anni ’60 e ’70: moltissimi autori fecero fronte comune contro l’editore Dargaud e soprattutto contro il direttore editoriale Renè Goscinny (il cocreatore di Asterix). In sostanza si voleva una maggiore libertà creativa, la possibilità di trattare problemi adulti e l’eliminazione della censura, che si era già abbattuta sulle opere di alcuni collaboratori. La necessità stessa di un direttore editoriale venne messa in discussione. Alle dimissioni di Goscinny coincise la diaspora di tantissimi autori che continuarono a lavorare per altre case editrici o che ne fondarono di proprie per pubblicare i parti della loro scatenata fantasia (Metal Hurlant nasce proprio da qui, ma è solo una delle nuove realtà create dalla situazione).
Il ritorno di Goscinny alle redini della rivista avvenne quando il “vecchio” Pilote si stava già adeguando (ottimamente, peraltro) al nuovo clima. Influenzato dall’atmosfera utopistica e libertaria che regnava a ridosso del ’68 Pierre Christin (tra i pochi che non si ammutinarono) scrisse una serie che segnò una svolta non solo nella rivista ma nella storia stessa del fumetto francobelga: Les legendes d’aujourd’hui, disegnata dall’astro nascente Enki Bilal.
Una premessa è d’obbligo: le “leggende d’oggi” nacquero nel 1972 ma a battezzarle graficamente non fu Bilal, bensì Jacques Tardi. Il primo episodio, Rumeurs sur la Rourgue, è una vera storia fantasma che, come il successivo Polonius (in Italia pubblicato da Comic Art) è misteriosamente assente dalla maggior parte delle bibliografie ufficiali di Tardi. Bilal ha saputo imporre la propria personalità a queste storie in maniera decisiva ed è sicuramente al suo nome che le leggende d’oggi sono indissolubilmente legate, non certo a quello di Tardi (anch’egli inserito seppur in ritardo nella diaspora descritta sopra) che ne disegnò soltanto la prima. A rimarcare ulteriormente la distanza del lavoro di Tardi da quello di Bilal, va ricordato che Rumeurs sur la Rouergue uscì quasi clandestinamente in volume per Futuropolis solo quattro anni dopo la sua realizzazione, quando altre due leggende d’oggi erano state pubblicate ed una terza era già in cantiere.
Les legendes d’aujourd’hui è una serie di storie autoconclusive che terminano nell’arco dello stesso volume: quello che oggi anche in Francia viene definito “one shot”. Un solo personaggio (ma il termine “personaggio” assume in questa saga significati particolari) fa capolino, sempre con minor rilievo, in tutte e cinque le “leggende” di Christin e Bilal.

Ciascuna delle cinque leggende non esaurisce il suo significato nel semplice intreccio ma va letta come una parabola su alcuni problemi o miti della società moderna affrontati in maniera disincantata e molto critica.
Tra il 1973 ed il 1974 Bilal disegna la sua prima “leggenda”: La Croisière des Oubliés (La crociera dei dimenticati). La vicenda si svolge nel villaggio di Liternos, paesino sperduto che senza preavviso un bel giorno si mette a galleggiare nell’aria. Alla base dello straordinario fenomeno sono senza dubbio gli esperimenti che si stanno conducendo in una base militare lì vicino, ma anche il misterioso straniero dai capelli argentei e la sua compagna (ex membro del Centro Nazionale della Ricerca Scientifica) hanno un ruolo importante nelle peregrinazioni aeree di Liternos.


Se il disegno di Bilal ha ancora un lungo cammino davanti, lo stile e la poetica di Christin sono stabiliti sin da questo primo episodio e rimarranno costanti nel raccontare tutte le altre leggende. Soltanto l’elemento grottesco (in questo caso, i militari che diventano mostri più buffi che spaventosi) andrà lentamente scomparendo nei successivi episodi, per il resto la struttura della narrazione e l’utilizzo dei personaggi rimangono praticamente invariati. Innanzitutto va notata la lentezza, molto descrittiva, con cui procede la storia: si ha, anzi, quasi l’impressione che non ci sia proprio alcuna “storia”. La struttura delle Leggende d’oggi prevede infatti in tutti i casi il lento approssimarsi degli eventi verso un roboante finale risolutore; praticamente tutti gli avvenimenti procedono per accumulo in attesa della conclusione. Quanto dicevamo sulla particolarità dei “personaggi” nelle Legendes d’aujourd’hui trova fondamento nella Crociera dei dimenticati. Chi è il protagonista della vicenda? Nessuno dei paesani emerge con decisione sugli altri (se non in maniera caricaturale) e 50/22 B, l’uomo dai capelli argentei, è più un deus ex machina risolutore che non un personaggio vero e proprio. L’idea del “protagonista collettivo” verrà mantenuta fino all’ultima Leggenda, Partie de chasse, ma con un dettaglio inversamente proporzionale al lento scomparire di 50/22 B. La sua eliminazione dal palcoscenico sarà inevitabile quando i singoli componenti dei gruppi protagonisti delle ultime leggende verranno maggiormente personalizzati e descritti in profondità. Forse soltanto il Jefferson B. Pritchard di  Les phalanges de l’ordre noir ha uno statuto attoriale più forte e deciso, essendo il memorialista ed il motore stesso della vicenda.
Il “protagonista collettivo” non va comunque confuso con l’”eroe collettivo” ideato da Hector G. Oesterheld sin dai tempi del Sargento Kirk. In storie così attuali, realistiche e drammatiche come quelle delle leggende d’oggi non c’è posto per un manipolo d’eroi che risolva la situazione e la faccia franca: tutt’al più si può essere testimoni, vittime, burattini o al massimo “piccoli eroi” che organizzano una sezione sindacale dove mancava da cinquant’anni, ma la soluzione dei problemi, se ci sarà, avverrà grazie all’intervento di un potere superiore (non a caso il fantastico ed il soprannaturale sono elementi preponderanti nelle prime leggende).
Qualche parola va spesa per l’ambigua figura di 50/22 B. Innanzitutto, in nessuna leggenda viene fatto il suo nome: la sigla che lo caratterizza sarà presentata soltanto in un prologo di 9 pagine pubblicato nell’edizione in volume di La crociera dei dimenticati. Vista la natura metaforica della serie è limitativo pensare che Christin lo volesse usare come semplice deuteragonista o, al massimo, come deus ex machina. 50/22 B, coi suoi strani capelli d’argento, potrebbe benissimo essere un semidio, l’incarnazione di una giustizia atavica e primordiale che non tollera lo sfruttamento della natura né la sopraffazione dell’uomo sull’uomo. Ma è una divinità sempre più stanca che pian piano lascia il ruolo di risolutore ad altri e si limita a contemplare l’operato degli uomini con sempre maggior distacco. Non a caso al termine di Partie de chasse il senso della storia sarà sfuggito anche a lui.
(una piccola curiosità filologica: in questo prologo di 9 pagine vengono citati, tra gli altri gesti di cui è stato partecipe 50/22 B, gli avvenimenti del precedente volume Rumeurs sur la Rouergue e vengono anche mostrate alcune immagini di quel fumetto. È curioso vedere come all’epoca Tardi si rifacesse allo stile caricaturale di Jean-Claude Meziérès).
Come dicevamo, il giovane Bilal aveva ancora un bel po’ di strada da fare e all’epoca il suo tratto si perdeva nel barocchismo dilettantesco dei disegnatori non ancora esperti, che sovraccaricano il disegno di particolari e tratteggi mentre non sottolineano con la dovuta determinazione gli elementi più importanti. Il disegno in sé non è comunque sgradevole ma una colorazione semplicistica ed approssimativa ne rende ostica la lettura. Va sottolineata la particolare architettura della tavola: molte vignette vanno lette sequenzialmente in senso verticale e non orizzontale come di consueto. Per fortuna, nei casi più arditi, delle frecce indicano il corretto senso di lettura (col tempo Bilal semplificherà molto le sue tavole, privilegiando spesso le vignette giganti).
Nella Crociera dei dimenticati Pierre Christin aveva come bersaglio l’ottusità dei militari e i loro pericolosi esperimenti segreti, che però stigmatizzava in maniera grottesca ed in fondo anche un po’ bonaria (d’altronde, dopo il ’68 prendersela coi militari era come sfondare una porta aperta). Col successivo volume, Le vaisseau de pierre (Il vascello di pietra), l’attenzione dello sceneggiatore si sposterà sul problema dell’industrializzazione selvaggia e del conseguente tentativo di difendere il proprio patrimonio culturale.


Il paesello di Trehoët (i cui abitanti vivono di pesca, agricoltura o del lavoro nell’arsenale navale) rischia di vedersi imposta una drastica e non voluta modifica strutturale, apparentemente foriera di benessere. Alcuni potenti uomini d’affari hanno deciso infatti di tramutare il villaggio in una località turistica alla moda, poco importa se per farlo dovranno prima radere completamente al suolo Trehoët! per fortuna 50/22 B ed il misterioso abitante del castello sulla scogliera sapranno guidare i paesani verso altri lidi, utilizzando forse per l’ultima volta l’ancestrale “vascello di pietra” che condusse lì i loro antenati.

Il tono favolistico ed un po’ sognante della Crociera dei dimenticati (che ben le vale il titolo di “leggenda”) viene mantenuto anche nel Vascello di pietra ma ci sono alcuni particolari che differenziano la seconda leggenda dalla prima. Sono elementi meno che secondari, ma alla luce dello sviluppo futuro della saga destano un certo interesse. Innanzitutto la localizzazione geografica della vicenda è più dettagliata rispetto alla Crociera dei dimenticati e ciò aggiunge un tocco di realismo in più. E poi va sottolineata la figura del vecchio demente Joseph che, coerentemente col suo passato d’irredentista bretone, è ancora oggi ossessionato dall’idea di “far saltare” tutto e tutti: è un radicale contraltare al generale candore dei paesani (nonché un ottimo capro espiatorio finale, ma alla luce di questa analisi è più rilevante il suo ruolo di drastico inserimento realistico). Tirando le somme, la struttura delle prime due leggende è grossomodo la stessa (i “buoni” e genuini paesani mandano all’aria pacificamente i malsani piani di un gruppo “cattivo” e immorale con l’aiuto di un potere arcano e misterioso) e anche l’atmosfera si mantiene quasi immutata (forse quella del Vascello di pietra è ancora più magica: ci sono addirittura il Mago Merlino e degli strani extraterrestri) ma il seme per una nuova impostazione ideologica della saga è stato gettato.
Nel tempo che impiega a disegnare Il vascello di pietra (la cui realizzazione grafica va dal 1975 al 1976) Bilal compie qualche passo in avanti, ma solo col successivo episodio La ville qui n’existait pas potremo notare una decisa affermazione della sua personalità artistica.
E, come dicevamo, anche Christin cambia registro.
La città che non esisteva (1977) si apre con un bellissimo e fantasmagorico sogno cui segue un brusco risveglio. In fondo, in queste prime tre tavole è già descritto lo sviluppo della storia e quindi la morale che possiamo desumerne. Pierre Christin sceglie stavolta come bersaglio polemico un mito che ha inevitabilmente influenzato il 1968 e quindi anche lui: l’utopia. Un’utopia non metafisica ed astratta, ma decisamente concreta e palpabile: la città ideale teorizzata da Thomas More che tanti danni avrebbe provocato nei secoli a venire. Fedele all’etimologia greca (ou-tòpos: non-luogo), Pierre Christin afferma quindi, nel titolo e nella storia, che questa città non esiste (è, appunto, solo un sogno da cui dovremo svegliarci). Né può esistere, nemmeno se la ricca ereditiera che prende possesso del paese di Jadencourt decide di farne una città ideale in cui nessuno è obbligato a lavorare o ad andare a scuola. Al progressivo incupimento del tono delle leggende d’oggi corrisponde la lenta scomparsa di 50/22 B, ormai quasi solo autista ed accompagnatore della illusa benefattrice Madeleine Hannard (anche se sarà lui ad indicare la strada ai fuggiaschi, questo ruolo poteva essere rivestito da qualsiasi altra figura di contorno). Gli elementi della “leggenda” vanno scomparendo in favore di argomenti più crudi e di un’atmosfera irrimediabilmente intristita. Più che di leggenda si può parlare di “reportage” vista la dettagliatissima cura con cui vengono descritti scioperi e condizione proletaria. O forse, considerando quello che sarebbe successo nell’Inghilterra thatcheriana qualche anno dopo, è quasi più calzante il termine “profezia”. Questa particolarità di registrazione (se non di anticipazione vera e propria) della realtà prende adesso il sopravvento sugli altri elementi della saga.
Gli intermezzi umoristici sono ormai scomparsi, eccezion fatta per il momentaneo ritorno di Joseph che ancora una volta vuole far saltare tutto. La sua comparsata è l’unico momento in cui una nota rimanda ad un episodio precedente in tutta la saga e rappresenta quindi soltanto una strizzatina d’occhio sdrammatizzante indirizzata a chi ha letto Il vascello di pietra. Per il resto, La città che non esisteva non rassicura né consola i suoi lettori (la persistente goffaggine con cui Loulou si muove nel lussuoso palazzo degli Hannard sottolinea drammaticamente la distanza tra i loro due mondi e a nulla valgono i suoi rozzi commenti per risollevare la situazione; e la scoperta che il viscido Blèrancourt vada solo con travestiti e spenda fortune per soddisfare le sue perversioni non è certo un elemento comico ma serve a calcare ulteriormente la mano su questa sua devianza percepita come amoralità).

Con Les phalanges de l’ordre noir (1979) la serie sarà ormai lontanissima per temi ed atmosfere dai suoi inizi. La vicenda non si svolge più in un paesino, anche se in effetti la storia comincia in una piccola località spagnola: Nieves. Ma i 72 abitanti del villaggio non fanno in tempo a far capolino nelle prime tavole che già alla quarta sono stati massacrati tutti. Lo sviluppo delle sorti dei villaggi rurali tanto cari a Christin è sintomatico della sua disillusione. Il caso Liternos veniva insabbiato al termine della Crociera dei dimenticati ma gli abitanti del paese galleggiante avevano comunque ottenuto una momentanea vittoria. Tutto sommato anche gli abitanti di Trehoët potevano ritenersi soddisfatti: erano magicamente emigrati da un’altra parte lasciando gli speculatori con un palmo di naso. Ma a Jadencourt le cose erano andate diversamente: il paese in sé non esisteva più e la tanto attesa città ideale che l’aveva sostituito si era rivelata per alcuni una trappola paranoica. Adesso che stanno avvicinandosi gli anni ’80 i villaggi come Nieves sono irrimediabilmente destinati a sparire. In effetti con Le falangi dell’ordine nero il campo d’azione si espanderà notevolmente ed il tema del paese in lotta contro la violenta modernità sarà sostituito da altri soggetti ben più drammatici ed attuali. Nel caso delle Falangi dell’ordine nero i riflettori sono puntati sul terrorismo.


Un breve dispaccio dell’agenzia Reuter sul massacro di Nieves è sufficiente a mettere in allarme il giornalista Jefferson B. Pritchard. A rivendicare il delitto è infatti un gruppo terroristico d’estrema destra che agisce sotto il nome di “le falangi”. Un dispaccio inviato dal suo vecchio amico Atadell gli rivela che a far parte del gruppo sono gli stessi falangisti che Pritchard, Atadell e i loro compagni delle brigate internazionali hanno combattuto in Spagna quarant’anni prima; senza esitazioni il giornalista contatta i suoi vecchi commilitoni ed organizza una task force di settantenni per eliminare definitivamente le “falangi”, dando loro la caccia per mezza Europa!
Non solo il soggetto è di un’originalità assoluta (tanto che Mario Monicelli fu coinvolto per una eventuale versione cinematografica: i dettagli su Pilot Nuova Frontiera n° 12) ma anche la sceneggiatura ed il disegno rappresentano un punto d’arrivo indiscutibile. Christin infatti ha ormai definitivamente accantonato gli elementi fantastici delle leggende precedenti sostituendoli con un realismo pressochè assoluto (shockante la tempestività con cui si fa menzione del caso Moro) che si manifesta non solo nel rigore documentaristico ma anche in piccoli dettagli che fanno apparire più umane e credibili le singole personalità: ad esempio nei fiori che Pritchard regala alla vecchia amica Maria Wizniewska. Il realismo è tale da introdurre di peso nella saga anche il tema della Morte, che fino a La città che non esisteva era qualcosa di distante, quasi del tutto assente. Ma non si tratta solo della cruenta morte per arma da fuoco: anche un banale raffreddore può rivelarsi fatale per un fisico provato e non più giovane, proprio come nella realtà.
Il “personaggio collettivo” presentato questa volta subisce un drastico e curioso cambiamento: non è più composto dalla piccola umanità marginale delle altre leggende ma da vari esponenti internazionali dell’élite culturale, politica, militare o finanziaria, alcuni forse non troppo diversi dai “cattivi” che volevano rimodernare Trehoët o tramite cui Jadencourt divenne una città ideale. È solo un modo per non ripetersi o la disillusione di Pierre Christin gli fa sperare in una rivoluzione borghese dopo che il proletariato ha dimostrato la sua incapacità di prendere coscienza politica?
Enki Bilal ha raggiunto una tappa fondamentale nella sua carriera e, pur se la maturazione definitiva del suo stile avverrà tra un paio d’anni, ormai è un vero Maestro del fumetto, pienamente consapevole dei suoi mezzi. I fittissimi tratteggi degli esordi ora non sono più caotici e dispersivi ma pienamente funzionali al disegno e magistralmente dosati. Se confrontiamo gli elementi industriali che compaiono nelle prime tre leggende (ruspe, tralicci, ecc.) notiamo come la loro rappresentazione sia sempre più dettagliata e definita dopo una loro prima apparizione come rapidi schizzi. Ma nelle Falangi dell’ordine nero la nuova precisione che caratterizza Bilal sarà ancora più profonda, quasi maniacale. Basandosi evidentemente su una cospicua documentazione, Bilal tratteggia alla perfezione automobili, palazzi ed interni. Ma il suo perfezionismo non scade mai nella leziosità o in un impersonale calligrafismo: i disegni sono pienamente funzionali alla narrazione, anche se il lettore talvolta può abbandonarsi ad ammirare alcuni dettagli, e lo stile rimanda indiscutibilmente, coi suoi nasi rotti e i suoi alberi quasi alieni, all’unico disegnatore capace di concepire simili visioni del mondo.
Le falangi dell’ordine nero non è innovativo soltanto per il brusco cambiamento d’atmosfera e per il maggior risalto che viene dato ad ogni componente del “personaggio collettivo” (50/22 B è ormai meno di un comprimario), ma è rivoluzionario anche nel quadro più generale del fumetto francobelga. La lunghezza della storia è infatti spropositata rispetto alle dimensioni medie di un volume “alla francese”: ben 78 tavole a fumetti contro le solite 46 (o al massimo 62) imposte dalla foliazione. Pilote si stava insomma adeguando alla nuova linea di tendenza inaugurata dalla concorrente (A suivre): lasciare liberi gli autori di creare quanto la loro ispirazione poteva consentire, senza porsi a priori limiti di spazio e durata. Curiosamente, proprio negli stessi anni in America Will Eisner teorizzava e realizzava concretamente i primi “romanzi grafici”.
Altro elemento innovativo è l’inserimento di finti documenti nei fogli di risguardo, in questo caso una fotografia con annotazioni e la “foto di gruppo” disegnata da Bilal per la copertina. L’idea di sfruttare spazi normalmente privi d’importanza con materiale “d’atmosfera” rende la storia ancora più partecipata e le dona una decisiva aura di verosimiglianza che, come dicevamo, sancisce il passaggio della saga da “leggenda” a “reportage”, se non a “profezia”.



Partie de chasse (1983) si aprirà e si chiuderà infatti con le note biografiche dei carnefici e delle vittime protagonisti della vicenda.
Nove uomini si riuniscono in Polonia in una sontuosa reggia immersa nel verde; il motivo della loro rimpatriata è una battuta di caccia. Come apprendiamo dalle note introduttive e dai loro discorsi, i vecchi compagni sono, o sono stati, figure di primo piano nella scena politica sovietica e dei Paesi comunisti dell’Est Europa. Ognuno di loro deve qualcosa a Vassili Aleksandrovich Cevcenko, l’abilissimo tecnocrate che ha organizzato la battuta di caccia, e che oggi è reso muto da una paralisi facciale. Un giovane interprete è stato assunto per far comunicare al meglio gli invitati, ma in realtà (come gli spiega Evgeni Golozov) dovrà intervenire solo nell’eventualità che qualcuno si arrabbi con qualcun altro e voglia rifiutare di parlargli in francese, lingua che tutti i partecipanti alla battuta conoscono. Il suo ruolo appare quindi marginale, eppure gli viene fatto capire, all’inizio della storia, che dovrà rimanere alle strette dipendenze dei 9 uomini: infatti il suo proposito di aiutare uno straniero che ha problemi con la lingua alla frontiera viene subito ed energicamente dissuaso. Lo straniero è 50/22 B, che ricomparirà soltanto dopo 62 lunghissime pagine, intrise di drammatici ricordi, accuse più o meno velate, discorsi e gesti metaforici, incubi inquietanti ed oscuri riferimenti come «le cose serie cominceranno solo DOPO l’arrivo dei nostri ultimi invitati!» o «credevamo che i piani fossero stati cambiati»…
Tra le tante vicende ricostruite dai racconti o dalla memoria emerge la tragica figura di Vera Nikolaevna Tretiakova, vecchio amore di Cevcenko (nonché importante figura rivoluzionaria) sacrificata per la ragion di stato. Il suo fantasma sarà il più difficile da scacciare.
È stupefacente come Pierre Christin riesca a rimanere perfettamente fedele alla struttura narrativa che aveva ideato dieci anni prima e che in Partie de chasse trova piena conferma della sua validità. Ancora una volta infatti sembra di non essere di fronte ad una “storia” ma ad una accumulazione documentaristica (quasi pedante nel suo rigore), che però nelle ultime sequenze trova una sua ineccepibile giustificazione. E tutti quei frammenti che ci vengono proposti nei primi ¾ della storia si rivelano, alla fine, gli indispensabili tasselli del puzzle complessivo che potremo capire solo alla luce delle ultime pagine. L’esasperante lunghezza della storia (addirittura 82 tavole!) è anche un ottimo meccanismo per creare un forte climax e quindi una notevole tensione nel lettore. Ma una tale prolissità ed un realismo così dettagliato lasciano intravedere il pericolo della sclerotizzazione delle leggende d’oggi: Partie de chasse è indiscutibilmente l’apice della saga e sarebbe stato difficile per Christin proporre qualcosa che riuscisse ad andare oltre questa tragica storia così dettagliata, avvincente e partecipata. Infatti con Partie de chasse le leggende sono finite: riprenderemo il discorso più sotto.
Enki Bilal, dal canto suo, apporta ulteriori motivi d’interesse e d’ammirazione alla quinta leggenda. Tra il 1979 e il 1980 il disegnatore era diventato anche sceneggiatore ed unico colorista per un progetto interamente suo: La fiera degli immortali, primo capitolo della trilogia dedicata al suo personaggio Nikopol. Questo fumetto rappresenta una notevole svolta nella produzione di Bilal e un nuovo approccio alla tavola disegnata. L’uso del colore diretto, sperimentato nella Fiera degli immortali, farà infatti di Partie de chasse l’opera a cui universalmente si fa riferimento in Francia per indicare il momento in cui le tavole a fumetti hanno raggiunto non solo la piena dignità artistica ma anche il giustificato diritto di essere vendute e collezionate alla stregua di quadri e altre opere d’arte.


La genesi grafica di Partie di chasse sembra piuttosto tormentata, quasi incerta. Le prime tavole sono infatti l’esito dell’assemblaggio di immagini indipendenti: una tavola è costituita da due “metà” (tra virgolette perché irregolari e mutevoli da pagina a pagina) numerate autonomamente come nel Blueberry di Giraud; ad esempio si nota nella numero 3 l’esistenza di una 3A e di una 3B. L’incastro armonioso ma piuttosto ricercato ed irregolare lascia intuire un profondo lavoro di ricerca e sperimentazione da parte di Bilal, che comunque si abbandona ad una classica e rassicurante tavola unica con il procedere della narrazione. Il fatto che quasi nessuna matita di base venga cancellata contribuisce ad incrementare il forte tono sofferto dei disegni. Trasportato dal pessimismo e dalla disillusione di Christin (che ormai toccano vette altissime), Bilal abbandona l’accumulo di dettagli in favore di un’interpretazione emotiva, quasi espressionista, della storia. Il sangue è onnipresente, anche se in effetti ne viene versato poco: basta parlarne o ricordare quello già passato perché le vignette si tingano di rosso. Il “mostro comunista” di Ion Nicolescu è qualcosa di veramente osceno, e la vendetta ha le invisibili (ma ben presenti) fattezze di un falco lordo di sangue.
Il gusto teratologico di Bilal ha modo di scatenarsi e se ai suoi esordi si manifestava con omaggi a Moebius ben poco spaventosi, ora fa apparire marcio e decadente tutto e tutti, compresi alberi, edifici e uomini.
E proprio sugli “uomini” si concentra il disincanto di Christin, che dopo averlo utilizzato per tutte e quattro le altre leggende abbandona il meccanismo manicheo (e quindi rassicurante) della contrapposizione di due gruppi antagonisti. Il “male” non è più strettamente identificabile con gli speculatori, i militari o i terroristi di destra, ma è qualcosa che ormai pervade ogni rapporto umano e piega tutti gli uomini al suo volere. È superfluo cercare di definirlo o dargli il nome di “Storia”, “natura umana” o addirittura “marxismo”.
I nove uomini di Partie de chasse non hanno bisogno di un gruppo avversario complementare che sancisca la loro “identità positiva”: sono già capaci più che a sufficienza di ammazzarsi l’un l’altro e ognuno ha una fitta rete di rapporti con gli altri che presenta non pochi aspetti oscuri e vergognosi («bisognerà anche che impari a vivere con un sanguinoso segreto, come tanti di noi…» è uno degli insegnamenti che Evgeni Golozov impartisce all’attonito interprete).
Ormai l’aspetto umano è stato scandagliato a fondo e non necessita di ulteriori commenti da parte di Christin per sottolineare la parabola discendente del suo disincanto. Anche la tensione narrativa ha raggiunto il suo limite estremo (anzi, per alcuni detrattori di Christin lo ha già superato) ed obbiettivamente la lettura delle prime 60/70 pagine deve essere molto più lucida ed attenta di quella che il lettore è tenuto ad avere per un qualsiasi altro fumetto (e ricordiamo che di norma in Francia la lunghezza massima di un fumetto è di 62 pagine, mentre in Partie de chasse lo stesso numero di tavole serve appena ad introdurre i personaggi e l’ambientazione!). l’ultimo tassello del mosaico politico e sociale  nato col ’68 è stato posto e sia Christin che Bilal hanno dato  tutto il loro meglio per completarlo. Les legendes d’aujourd’hui possono quindi dirsi concluse, ed è sintomatico che i loro padri si dedichino dal 1984 a realizzare insieme dei finti reporatage su New York, Il Cairo e la “stella dimenticata” Laurie Bloom (fino alla recentissima rimpatriata con Le sarcophage, nella collana Les correspondances de Pierre Christin, Dargaud 2001).
Ma la chiave di lettura definitiva delle leggende sarà data dalla Storia. Se ci soffermiamo a guardare alcuni degli avvenimenti degli anni ’80 come i grandi scioperi di Sheffield o lo scricchiolare ed il successivo frantumarsi dei regimi comunisti, il nome stesso della saga sembra improprio.
Altro che “leggende”, quelle di Christin e Bilal furono delle vere profezie! 



Dopo averne magnificato la qualità e descritto l’altissimo valore, resta l’imbarazzante questione del come leggere in Italia Les legendes d’aujourd’hui. Argomento “imbarazzante” perché di questa serie fondamentale nel panorama fumettistico mondiale esistono poche edizioni italiane ed alcune sono riflessi sbiaditi di quelle francesi. Qualche anno fa Alessandro Editore (un editore che ama i fumetti) ha ristampato egregiamente Partie de chasse, ma purtroppo finora è stato un caso isolato.
La crociera dei dimenticati può forse venire ancora recuperata nel volume brossurato che le dedicarono gli Editori del Grifo (1992). Il costo già all’epoca non era basso (16.000 lire per 64 tavole) e tra le leggende questa riveste senz’altro un ruolo di secondo piano, ma almeno la pubblicazione è integrale e comprende anche il prologo di 9 pagine.
Per le successive quattro leggende le cose si fanno più complicate. La Dargaud si associò alla italiana Fabbri per stampare alcuni volumi tratti dalle opere di Bilal: tra le Storie fantastiche trovarono posto anche Le falangi dell’ordine nero (maggio 1983) e Il vascello di pietra (settembre 1983). Successivamente la Dargaud cambiò partner e insieme a Bonelli editò nel 1984 La città che non esisteva (a luglio) e Battuta di caccia (a novembre). Va detto però che la grafica dei volumi Bonelli-Dargaud è orrenda. Federico Maggioni ebbe infatti la brillante idea di usare come copertina alcuni disegni dei fumetti ingranditi fino a diventare confusi e la testata dei volumi presentava il nome Bilal per quasi un terzo della copertina, mentre Christin veniva relegato ad un misero titolino sopra il nome del disegnatore. Anche se questi libri dovevano costituire una collana ideale dedicata al disegnatore (fu infatti Bonelli-Dargaud a pubblicare anche le sue Storie dell’Oltrespazio) il pochissimo spazio riservato allo sceneggiatore era veramente ingiusto vista la sua importanza.
I quattro volumi della Dargaud sono cartonati, di grande formato e allestiti con una carta robusta che ricorda la patinata opaca. Anche nell’eventualità di poterli rinvenire in qualche fumetteria o alle mostre bisogna tener presente che il loro prezzo potrebbe essere piuttosto alto. Già all’epoca della loro uscita costavano uno sproposito: dalle 8.000 lire di Il vascello  di pietra  alle  15.000 di Battuta di caccia, quando le riviste come L’Eternauta, Totem e Corto Maltese erano assestate sulle 3.000/4.000 lire.
La maniera migliore per leggere alcune leggende d’oggi è procurarsi le prime tre raccolte del Pilot della Nuova Frontiera (ognuna presenta quattro numeri progressivi della rivista), in cui sono presentate integralmente Le falangi dell’ordine nero, Il vascello di pietra e La città che non esisteva.
Partie de chasse fu invece pubblicata su Totem prima serie dal n°28 al n°34.




Pierre Christin nasce a Parigi nel 1938 e si avvicina professionalmente al mondo del fumetto quasi per caso. È infatti solo sul finire degli anni ‘60 che il suo amico d’infanzia Jean-Claude Mézières (tra l’altro, amico di Jean Giraud e suo compagno di classe alle Arti Applicate) gli chiede di stendere un soggetto per una storia. Così nel 1967, dopo il Monsieur Faust scritto da Fred, la rivista francese Pilote ospita un’altra opera disegnata da Mézières: Valerian, primo capitolo di una lunga saga fantascientifica che prosegue tutt’oggi.
Proveniente dall’ambiente accademico, cosa che gli procurerà qualche contestazione da parte di altri autori in forza presso Pilote, Pierre Christin si firma per lungo tempo con lo pseudonimo di Linus, che abbandona progressivamente verso la fine degli anni ’70.
Scrittore raffinato, mai banale e dai molti interessi (oltre che professore e sceneggiatore è anche romanziere) ha realizzato parecchi fumetti con disegnatori tra i più importanti della scena d’oltralpe. Oltre all’avventuroso e dissacratorio Valerian vanno ricordate almeno le sue collaborazioni con Lesueur (varie storie brevi), Bilal (Leggende d’oggi e vari reportage immaginari) e Annie Goetzinger (La diva e il kriegspiel e La sultana bianca).


Contrariamente a Pierre Christin, Enki Bilal opera nel campo del fumetto sin da giovanissimo, da quando aveva vent’anni. Nato a Belgrado nel 1951, si trasferisce in Francia al seguito della famiglia intorno ai dieci anni. Frequenta per un certo periodo l’Accademia di Belle Arti ma rivolge presto la sua attenzione al mondo della letteratura disegnata. Risale al 1971 la sua prima collaborazione con Pilote, cui faranno seguito altri lavori e soprattutto la ripresa della serie Leggende d’oggi  scritta da Christin e disegnata  inizialmente da  Jacques Tardi.
Seguace inequivocabile del Moebius di Cauchemar blanc, Bilal sviluppa nell’arco di tempo che va dal 1974 al 1979 un suo stile personale ed inconfondibile, divenendo a sua volta un punto di riferimento per gli altri disegnatori.
Realizza parecchie storie brevi di ambientazione fantascientifica  e con lo sceneggiatore Jean-Pierre Dionnet dà  vita  allo “one shot” Sterminatore 17.
Gli anni ’80 segnano la sua definitiva consacrazione: non solo viene acclamato per la saga Nikopol, che realizza interamente da solo, ma Alain  Resnais  lo  vuole  come  scenografo  per  il  suo  film  La  vie  est un roman.
Dopo  aver  intrapreso  anche l’attività di regista  cinematografico, è ritornato recentemente (dopo alcuni anni d’inattività) al mondo del fumetto realizzando l’apprezzatissimo Il sonno del mostro.

domenica 21 novembre 2010

Miguel Angel Martin (precedentemente apparso su Fucine Mute 10)


Fumetti di frontiera: Miguel Angel Martin

Jorge Vacca è un argentino naturalizzato italiano che a Milano ha fondato una piccola casa editrice, la Topolin Edizioni, che da qualche anno sforna piccoli gioielli che altrimenti, con tutta probabilità, sarebbero rimasti inediti in Italia (“qualcuno deve pur fare il lavoro sporco” è il motto di questa editrice). Purtroppo il lavoro di Vacca è assurto agli “onori” della cronaca non per la sua qualità o il suo coraggio ma bensì per le vicissitudini legali che ha dovuto attraversare. Dei tentativi di censura e dei danni alla sua proprietà si è già discusso a lungo nel recente passato ed è quindi superfluo tornare su questi episodi (che peraltro si commentano da soli). Per inquadrare meglio la figura e il lavoro di Jorge Vacca ed avere un’idea dei suoi rapporti con le istituzioni è utile il servizio che gli fu dedicato nella rubrica Minima Amoralia sul numero 56 di Blue, oltre naturalmente a tutti i volumi pubblicati dalle Edizioni Topolin.
Tra questi, i più innovativi sono senz’altro quelli di Brian the Brain realizzati dallo spagnolo Miguel Angel Martin.
Miguel Angel Martin è nato a Leòn, in Spagna, nel 1960 ed è disegnatore professionista dagli inizi degli anni ’90. Collabora con la rivista El Vibora, ultima vestigia delle meraviglie che caratterizzarono gli ultimi vent’anni del fumetto, per cui realizza storie dei generi più vari (cyberpunk, metropolitano, sociale, ecc.) ma tutte pervase dalla sua particolare visione del mondo e dai macabri temi che sottende. Brian the Brain nasce in ambito underground ma viene continuato per il nuovo editore, che ne ristampa i primi episodi e ne produce di nuovi. Su rivista le storie vengono colorate in maniera forse un po’ chiassosa, ma la successiva raccolta in volumetti ne rispetta il bianco e nero originale. Martin ottiene la fama (o l’infamia) internazionale con Psyco Pathia Sexualis, raccolta quasi didascalica di pratiche sessuali efferate e di gesta documentate di serial killer. L’opera provoca scandalo un po’ ovunque (difatti in molti paesi la sua situazione legale è ancora da chiarirsi) ed è quindi un buon trampolino di lancio per il suo autore, di cui possono finalmente cominciare a circolare lavori di maggiore spessore.
Brian the Brain è una sorta di “one-man-zine” gestito e realizzato interamente da Martin, che in appendice agli episodi veri e propri di Brian inserisce le storie del medico-boia Boris (Life fading) e le comiche mute di Bug. Mentre i racconti di Psyco Pathia Sexualis sono molto poveri dal punto di vista dei testi, quelli che hanno per protagonista Brian testimoniano invece della grande abilità di Martin come sceneggiatore, in grado di spaziare dalla tavola unica pienamente compiuta alle storie di maggior respiro, delineando perfettamente i personaggi e creando una forte complicità con il lettore (e non mancano originali citazioni).
Brian è il figlio mutante, nato senza calotta cranica, di una donna che ha venduto il suo corpo ad un laboratorio, il Bio Lab Research, per farsi sperimentare addosso gli effetti degli ultrasuoni. Dotato di una grande intelligenza e di poteri telecinetici e telepatici (che deve tenere nascosti per non essere ulteriormente preso di mira), deve scontrarsi ogni giorno con le difficoltà dell’integrazione e con i drammi delle altre persone. Le sue vicende sono strutturate  in modo che nelle prime pagine dei fascicoli siano ospitate alcune tavole autoconclusive, poi sviluppate in tavole doppie, cui fa seguito un episodio completo più lungo e articolato.
Una parte fondamentale della carica innovativa del fumetto è dovuta al particolare stile grafico adottato da Martin. Psyco Pathia Sexualis si presenta sicuramente più raffinato a livello di disegno e coniuga un tratto underground poco tratteggiato (diciamo sullo stile di un Clay Wilson semplificato o di Francesca Ghermandi) con la ligne claire ricercata di Joost Swarte (con tanto di spiraline per simulare il movimento). Brian the Brain invece non ricorre ad un disegno sofisticato per accattivarsi i lettori, e le immagini scarne ed essenziali risultano molto più efficaci per gli scopi provocatori dell’autore: le tristi e shockanti vicende di cui il piccolo protagonista è vittima o testimone acquistano una forza ben maggiore accompagnate dal tratto innocente, quasi infantile, con cui sono narrate. Se il “twist ending” di una bambina che deve morire di tumore o il racconto del calvario di chi ha una malattia genetica delle ossa farebbero balzare sulla sedia o comunque metterebbero a disagio già illustrate con uno stile realistico, l’effetto di questi disegni così candidi applicati a queste situazioni è semplicemente dirompente.
Perché Miguel Angel Martin sceglie di raccontare queste storie con un tratto così leggero, quasi neutro, quando la loro crudezza evoca piuttosto situazioni purtroppo realistiche se non reali? E’ una scelta sbagliata che porta ad una contraddizione o è solo la scarsa voglia di impegnarsi in un disegno “bello”? In realtà nessuna delle due ipotesi è corretta; Brian the Brain nasce con intenti ben precisi: innanzitutto è un fumetto impegnato, un’opera concepita con il proposito di sensibilizzare il lettore su alcune realtà (l’ingegneria genetica, l’emarginazione dei soggetti deboli, ecc.) ed in secondo luogo è l’opera di un autore underground che, non importa se per una precisa pulsione o per semplice calcolo, deve mantenere la sua identità di figura alternativa. L’unione di queste due necessità determina l’apparente contraddizione in Brian the Brain, frutto invece di una scelta ben ponderata.
Da una parte c’è la crudeltà quasi compiaciuta dei testi mentre dall’altra si trova l’estrema semplicità, quasi infantile, dei disegni: ci troviamo di fronte cioè ad un’opposizione aperta tra la brutalità e la violenza del mondo reale (ovviamente amplificate dal tono iperbolico) e la disarmante innocenza di un bambino costretto a subirle. È come se tutte le storie fossero delle soggettive che mostrano il marciume attraverso il candore di Brian. L’effetto è un pugno nello stomaco, è il raggiungimento di uno straniamento brechtiano totale. Ma l’impatto distruttivo non termina i suoi effetti alla prima lettura; a mano a mano che ci si riprende dallo shock si notano altri particolari che ne amplificano la portata. I primi episodi di ogni fascicolo sono tavole autoconclusive o storie di due pagine e, poiché la loro prima lettura scorre molto veloce, sembrano messe lì come un’introduzione a ciò che seguirà, come dei “titoli di testa” per presentare i personaggi e il loro ambiente. Ma considerandole dal punto di vista tecnico, queste pagine sono fin troppo simili alle vecchie sunday pages dei quotidiani americani, con tanto di intestazione in alto a sinistra e una scansione molto rigorosa delle vignette. Le “tavole domenicali” costituiscono il supplemento a fumetti dei giornali, che durante la settimana ospitano invece le “strisce giornaliere”: gli argomenti trattati, dovendo rivolgersi ad un pubblico vastissimo, si limitano quasi esclusivamente all’umorismo e all’avventura e ingabbiare il rivoluzionario Brian the Brain in una struttura così classica (oltre a dimostrare la cultura e l’intelligenza di Martin) è un ulteriore scossone per il lettore, preso alla sprovvista da quest’altro scarto tra sostanza e forma.
Per quel che riguarda l’organizzazione dei contenuti, la struttura più frequente delle storie, anche degli episodi lunghi, è quella del finale a sorpresa (a chute direbbe Moebius), che non si risolve con il semplice stupore del lettore ma con la sua forzata riflessione sulle vicende appena lette: l’ultima vignetta è infatti spesso occupata da un personaggio che pensa o dice qualcosa che fa risuonare nel lettore varie eco. Inoltre talvolta è richiesto un piccolo sforzo di ragionamento per comprendere appieno la storia raccontata (e per riempirne gli eventuali “buchi”): indicativa al riguardo è quella, straziante e geniale, della bambina malata di cancro.
Miguel Angel Martin ha inoltre la tendenza di scegliere come vittime dei suoi intrecci soggetti indifesi per cui il lettore è portato a provare naturalmente pietà: bambini, animali, portatori di handicap (handicap ovviamente scelti con sadica ricercatezza). Brian the Brain è, anche per questo motivo, un’opera catartica (e quante altre ce ne sono nel panorama fumettistico di questi ultimi anni?) con cui il lettore può esorcizzare i suoi timori riguardo gli orrori della società prossima ventura, che Martin ci sbatte in faccia senza pietà.
Chi non ha ancora letto Brian the Brain potrebbe pensare che una volta entrati nell’atmosfera cupa e pessimista delle sue storie queste non abbiano più nulla da offrire avendo già espresso la loro carica programmaticamente provocatoria alle prime uscite. Non è affatto così; aldilà del fatto che i rimandi interni alla serie (il ricordo del sandwich di compleanno, la figura del falso padre, ecc.) riescono a creare una struttura omogenea, quasi da continuity marvelliana, che invoglia alla lettura, bisogna dare atto a Martin della sua abilità di concepire situazioni sempre più “estreme”, ma non nel senso del noioso Psyco Pathia Sexualis. Non si tratta cioè di stupire il lettore con storie sempre più efferate, ma di farlo affezionare al protagonista per poi colpirlo a tradimento. Alla fine si ha quasi paura di procedere in una lettura che, per chi ha un minimo di sensibilità, sarà come minimo disturbante.
Non bisogna insomma andare a “scavare” poi troppo a fondo per capire l’eccezionalità e la valenza culturale di Brian the Brain. Basta ripensarci su un attimo (dopo lo shock della prima lettura) per rendersi conto di quanto il lavoro di Martin sia curato, e di come diventerà un classico ed un punto di riferimento in un prossimo futuro.

Dieci anni dopo la pubblicazione online di questo articolo si può dire che in effetti Miguel Angel Martin abbia mantenuto le promesse. Recentemente le sue opere sono state pubblicate in Italia da Coniglio Editore e Purple Press.

sabato 20 novembre 2010

Intervista a Luis Garcia Duran, precedentemente apparsa su Fucine Mute

La Parola al Maestro


Luis Garcia Duran è nato nel 1946 e come molti altri disegnatori della sua generazione esordisce molto giovane, a 18 anni. Oltre che in Argentina la sue opere sono conosciute in Inghilterra, in Spagna e soprattutto in Italia dove è stato per anni una delle colonne di Lanciostory e Skorpio.
Ultimamente ha molto diradato la sua produzione di fumetti in favore di una massiccia produzione di copertine, alcune delle quali hanno avuto l’onore di essere raccolte nell’Eura Gallery allegato a Skorpio 37 del 2005, ma negli ultimi anni è stato comunque presente sulle riviste Eura con lavori di un certo respiro (Il mio nome è Libertad su Lanciostory 13-18 del 2007, Yaqui su Skorpio 23-31 del 2008, la prima è stata scritta dal fratello di Ricardo Barreiro, Enrique; della seconda è iniziata la ristampa su Euracomix dal settembre 2009).
Caso unico in tutta la storia dell’Eura Editoriale, una sua storia breve di 20 tavole (Missione in oriente) viene divisa in due parti su due numeri consecutivi di Skorpio in modo che quei numeri (l’8 e il 9 del 2001) non contengono alcun racconto autoconclusivo. In maniera inspiegabile, invece, sui primissimi numeri di Skorpio del 2009 sono apparsi in sequenza due suoi liberi a tema pugilistico (Un altro round e Ancora un k.o.) che costituiscono in realtà una medesima storia.
A parte una frammentaria serie di domande presentata sulla rubrica Nuvolette dal n° 27 al n° 45 di Lanciostory nel 1998 questa è la sua prima intervista italiana.



1) Per cominciare, Maestro, ci piacerebbe sapere qualcosa di lei, quali sono le sue passioni, i suoi hobby, ecc. In una nota biografica pubblicata su un vecchio Euracomix si diceva che lei è cintura nera di karate.

Mi piace lo sport, sono stato nuotatore agonistico, ho fatto parte di squadre di basket e sono secondo Dan di karate (specialità Okinawense), mia moglie Hilda è 5° Dan e Valeria, nostra figlia, lo pratica anche lei fin da piccola, così in famiglia siamo sempre in contatto con le arti marziali.
Quando posso viaggio fino alla Patagonia e mi accampo su una sponda di uno di quei laghi immensi di acqua limpida e che poi percorro con il kayak. Hilda mi accompagna, è quacosa che facciamo non appena ne abbiamo l’occasione.
Lo snorkeling è un’altra attività che mi diverte, ovvio che non posso farlo abitualmente, ma appena è possibile, di solito durante le vacanze, scelgo delle spiagge con un mare che permetta di farlo.
Inoltre da un po’ di tempo gioco a tennis quasi ogni giorno. Per quel che riguarda gli hobby, non ne ho nessuno. Leggere prima di un sonnellino può essere considerato un hobby?

2) Quando ha esordito nel mondo del fumetto?

A diciotto anni ho pubblicato il mio primo lavoro sulla rivista Rayo Rojo.


  
3) Facciamo un salto temporale e arriviamo a oggi: lei ha diradato parecchio la sua produzione di fumetti e si sta dedicando quasi esclusivamente alle copertine. Lavora solo per il mercato italiano o la sua produzione comprende anche opere che non sono giunte in Italia?

È vero. La mia produzione negli ultimi anni è stata scarsa ma c’è un motivo: da vari anni mi dedico alla pittura oltre che al fumetto: commissioni specifiche, inviti a mostre, collettive, personali, alcuni viaggi... tutte cose che portano via tempo[1].
Perchè mi sono dedicato alla pittura? Per me era importante imparare bene il mestiere, provare che posso essere un buon pittore e questo richiede un lungo processo; io non voglio essere un pittore della domenica, allora sì che sarebbe solo un hobby e niente più, però anche se non sono ancora del tutto soddisfatto, almeno so che posso farlo e, quindi, lo faccio. Non è ancora una tappa conclusa ma la mia opera comincia ad avere una sua personalità e con il tempo vedremo. Chiaramente il favore dei critici e dei collezionisti non si conquista facilmente e ancor meno in un paese con un mercato dell’arte molto circoscritto, ma non importa, io mi sento tranquillo: faccio quello che desidero fare e c’è almeno qualcuno che dice che il risultato non è male.
Adesso sento che sta nuovamente tornando il momento del fumetto, so di dover dare ancora qualcosa e spero di poterlo fare.

4) Ha svolto studi artistici o è autodidatta? Oppure come spesso succede ha svolto il lavoro di assistente per qualche professionista già affermato o per uno studio? Forse ha frequentato anche lei la Escuela Panamericana de Arte come molti suoi colleghi...

Ho fatto i miei primi studi artistici alle Belle Arti, dopodichè sono stato allievo di un grande artista di origini inglesi, Jean Josse, con cui ho imparato molto sul disegno della figura umana, e infine ho frequentato anche la Escuela Panamericana[2]: come professore ho avuto Daniel Haupt[3] e come compagno di corso talentuoso e sperimentale ho avuto il geniale Lucho Olivera. Nello stesso corso c’era anche Gerardo Canelo.
Non ho mai lavorato come assistente, ho disegnato fumetti da solo sin da subito.



5) La domanda che le ho posto prima era anche finalizzata a sapere quali possono essere stati i suoi modelli e gli autori che l’hanno influenzata. Mi spiego: è evidente ancora oggi che Angel Fernandez abbia avuto Frank Robbins come ispirazione, così come Zanotto aveva Alex Raymond, i primi Muñoz e Durañona seguivano le orme di Alberto Breccia e una moltitudine di altri disegnatori copiavano Pratt.
Le confesso che non conosco i suoi primi lavori (credo che quello più vecchio arrivato in Italia sia la storia breve Il Boss è morto pubblicata da Lanciostory nel 1976) e quindi non posso esprimermi al riguardo ma sembra che Garcia Duran non abbia avuto alcun riferimento a cui ispirarsi, o meglio a me è sembrato di ravvisare qualche influenza, però esterna al mondo del fumetto: cioè dalle stampe giapponesi, dal cinema e anche dalla moda visto che spesso i suoi personaggi erano tra quelli più eleganti o comunque vestiti in maniera più realistica.
Ho visto giusto o effettivamente anche lei a inizio carriera aveva un disegnatore a cui si ispirava?
    
Quello che dici è corretto. Quasi tutti abbiamo un modello a cui ci ispiriamo, nel mio caso il mio preferito nei primi anni era Jorge Moliterni, un artista con uno stile di disegno molto elegante, quasi allo stesso livello nelle mie preferenze c’era Hugo Pratt. E poi, oltre il fumetto, Hokusai, Klimt, Leonardo, Schiele.
Comunque queste influenze non determinarono mai una linea specifica a cui ho piegato la mia maniera di disegnare, ma di certo furono indicazioni o guide che occasionalmente ricompaiono quando permetto loro di ricomparire.
Il fatto che io non copiavo nè seguivo lo stile di nessuno dei disegnatori della Columba tardò il mio ingresso come collaboratore in quella casa editrice. In realtà non lo facevo perchè nessuno di quei disegnatori risvegliava in me una ammirazione tanto grande da spingermi a diventare una sua copia.



6) Come avveniva la distribuzione del suo materiale in europa? Immagino che ci fossero delle agenzie o dei “syndicate” che lavoravano appositamente per questo, il che spiega perchè alcuni suoi lavori sono stati pubblicati su riviste che non fossero Lanciostory e Skorpio

Il lavoro per l’Eura si faceva all’epoca tramite la mediazione di un agente, è possibile che alcuni fumetti siano arrivati ad altri editori. (qui sotto due esempi tratti da BLIZ enigmistica e L’Eternauta Junior)



7) Mentre Enrique Breccia, Garcia Seijas e gli altri suoi colleghi argentini divennero subito delle star in Italia perchè ci vennero fatti conoscere con delle serie lunghe, nel suo caso abbiamo dovuto aspettare il 1982 per vedere la sua prima, consistente saga ovvero Aquì la Legion scritta da Robin Wood.
All’epoca le storie di legionari erano abbastanza comuni, al pari di altri generi oggi quasi scomparsi (se non in versione “alternativa”) come il western, la guerra e le storie di vichinghi, però anche per l’epoca immagino che la scelta di Skorpio avesse destato qualche perplessità nei lettori visto che pochi anni prima si era conclusa la Legione Straniera di Salinas e Pedrazzini senza particolari entusiasmi.
Invece l’Eura aveva visto giusto e Qui la Legione è ancora oggi ricordata con affetto dai lettori oltre ad essere stata ristampata in più occasioni (escludendo però il seguito ad opera di Beto Formento). Caso praticamente unico in Italia, vennero addirittura pubblicati gli episodi scritti da Armando Fernandez.
Cosa si ricorda delle avventure di Max Chevalier e soci? (immagino che anche lei li ricordi con affetto visto che ne ha fatto un omaggio in un suo racconto autoconclusivo[4]) Sa dirci con precisione quando venne pubblicato il primo episodio in Argentina e quindi come dobbiamo collocare la serie nel corpus delle opere di Wood?

Aqui la Legion fu la mia prima serie, mi immersi in quel mondo in maniera romantica, lessi le biografie di Mahoma, di Lawrence d’Arabia, ascoltavo musica araba; erano anni in cui nel mio dojo di karate ci allenavamo molto intensamente e dopo gli allenamenti i miei compagni parlavano delle avventure di Chevalier, Didier, Fontenac... si identificavano con lo spirito di corpo di quei personaggi. Qualcuno a tal punto da arruolarsi nella Legione.
Non ricordo con precisione l’anno della prima pubblicazione ma deve essere stato approssimativamente il 1974 o il 1975, perchè in quegli anni a Buenos Aires volavano le pallottole, e questo sì che me lo ricordo.



8) Aquì la Legion fu la sua prima collaborazione con Wood o ci sono altre serie o miniserie precedenti?
                                                                                             
Fu la mia prima serie. Mi ero allontanato alcuni anni dal fumetto, avevo una piccola ma promettente agenzia di pubblicità e purtroppo durante uno dei repentini sconvolgimenti economici a cui ci ha abituato l’economia del mio paese ho dovuto chiuderla; allora tornai al fumetto. Non fu per nulla facile, i disegnatori della mia generazione erano professionisti già da parecchi anni mentre io nel frattempo correvo dietro ai clienti che non pagavano.                                                           

                                                                   

9) Ha qualche aneddoto in particolare da raccontarci sulla serie dei legionari?


Non so se chiamarlo proprio aneddoto, comunque... alla Columba le serie venivano proposte dall’editore e so che Aqui la Legion venne rifiutata da due sceneggiatori che ritenevano che la Legione fosse nient’altro che un esercito d’occupazione senza scrupoli. Io accettai il lavoro, per me fu un’opportunità. Dove altri vedevano ideologia io vedevo solo un fumetto d’avventura. Tempo dopo mi riferirono che era uno dei fumetti preferiti nei circoli degli ufficiali, ma al contempo veniva letta e apprezzata da molti giovani oppositori della dittatura.
La politica si manifestava in tutti gli ambiti e il fumetto non poteva restarne al margine. Io non ero un militante politico, ingenuamente volevo solo disegnare.



10) Nei primi anni ’80 l’Eura acquistò i fumetti della Columba perchè l’agente che li riforniva di materiale Record (editrice dello Skorpio argentino) si comportava in maniera un po’ scorretta. Quindi l’arrivo e la conseguente “esplosione” di Wood in Italia sarebbe stata puramente casuale!
Obiettivamente, non si può negare che D’Artagnan, El Tony e le altre riviste della Columba non fossero allo stesso livello di Skorpio[5] se non altro per i pessimi colori tipografici che utilizzavano. Anche diversi autori di fumetti hanno usato toni piuttosto duri per descrivere la Columba, Carlos Trillo in particolar modo sembra detestarla. Lei che ricordi ha della Columba?

È difficile capire la storia della Columba fuori dal contesto generale del paese. È la storia di quello che avrebbe dovuto essere e non fu; avevano talmente tanto potenziale negli autori che collaboravano con essa che avrebbero potuto portare quella impresa a essere importante a livello internazionale.
Le condizioni di lavoro erano complicate: avevamo un salario a pagina che veniva costantemente abbassato a causa della inflazione galoppante. A questo va aggiunto, inoltre, che quando si stava producendo una serie di successo pagavano di più per ogni tavola prodotta, ma se aumentavamo la produzione o prendevamo qualche assistente per aiutarci a produrre di più il lavoro perdeva qualità, diventava impersonale. C’era anche la possibilità di lavorare come pazzi giorno e notte, ma il risultato alla fine era comunque mediocre. Allora alcuni colleghi si chiudevano in casa tutto il giorno a disegnare e tra caffè, sigarette e inchiostro di china quando arrivava la mattina seguente avevano un fumetto finito. Io ho provato a farlo qualche volta però non fumo, troppo caffè mi fa venire la gastrite e la cosa peggiore era comunque vedere pubblicato il risultato. Ho anche provato con qualche assistente ma non funzionò: io non ho uno stile molto definito e non ne venne fuori niente di qualità migliore.
Bisognava essere dei buoni disegnatori affinché il lavoro si mantenesse su un livello accettabile. Le didascalie molto grandi impedivano che le vignette avessero una disposizione ragionevole, molte volte dovevamo ricorrere a un primo piano quando invece la situazione avrebbe richiesto un quadro d’insieme ma era impossibile, la quantità di testo non lo permetteva, vigeva il concetto per cui il fumetto doveva durare almeno fino alla prossima fermata del treno. La stampa e la carta erano molto scadenti e il colore si indicava sopra un foglio trasparente in modo che poi, in forma artigianale, si facessero le pellicole per la stampa. Tutto molto rozzo. I testi venivano scritti a macchina senza curarsi minimamente di che parte del disegno ne venisse coperta.
Quando apparve la magnifica Skorpio fu come una boccata d’aria fresca, ci fu un passo in avanti e si cominciò a produrre materiale più moderno.
Ma la mia opinione resta che, pur con tutti i suoi difetti, la Columba permise a una enorme quantità di talenti di formarsi e di raggiungere la loro maturità artistica, cosa che è quasi impossibile da ottenere senza essere pubblicati in maniera regolare.

11) Dopo la maxi-saga della legione, che nel frattempo era passata nelle mani di Beto Formento, in Italia di Garcia Duran abbiamo cominciato a vedere opere molto diverse per temi e atmosfere, scritte da un altro grande sceneggiatore, una vera colonna dell’Eura di quel periodo: Ricardo Barreiro. Leticia Gray e La Selvaggia ci introducono così un inedito Garcia Duran fantascientifico.
Cosa può raccontarci della sua esperienza lavorativa con Barreiro? Immagino foste amici o comunque lavoravate bene insieme visto che la collaborazione sarebbe poi proseguita (con La Città 2, Taxi Driver[6], ecc.)

In origine si chiamava Leticia Green. All’epoca io ero emigrato in Spagna esasperato dal fatto che gli agenti e le case editrici si tenessero i diritti del mio lavoro e gli originali, ma continuavo comunque a collaborare con la Columba e disegnavo Aqui la Legion mentre prendevo contatti per piazzare i miei lavori in Europa. Vivevo a Marbella dove Robin Wood mi aveva generosamente messo a disposizione la sua casa per sistemarmi durante i primi tempi di permanenza in Spagna mentre lui era in giro per il mondo.
Ma la tranquillità durò poco, ancora una volta l’instabilità economica del mio paese mi attaccava su tutti i fronti: quell’anno ci fu una svalutazione feroce della valuta e il prezzo che mi pagavano per pagina alla Columba era veramente irrisorio in Europa. Presi contatto con Fernando Mercurio[7] e dopo pochi giorni trovai nella cassetta delle lettere la saga di Leticia Gray. Da lì cominciò la mia collaborazione con Ricardo come sceneggiatore ma non l’ho conosciuto di persona se non dopo anni, già di ritorno in Argentina, quando gli chiesi di scrivermi una miniserie: Mas alla de los Andes[8]. Poi ne seguirono molte altre. Non fui amico di Barreiro, ma arrivai a stimarlo e apprezzarlo per quello che era: un grande sceneggiatore. Ricordo che all’epoca ero ancora insegnante di karate e quando finivo gli allenamenti passavo dal minuscolo appartamento che Ricardo aveva nell’avenida Directorio per ritirare le sceneggiature; la sua abitazione era un posto caotico, con il televisore acceso giorno e notte e dei cavi assurdi che spuntavano dal pavimento, avanzi di cibo da tutte le parti e i mobili perforati dai proiettili a causa dei suoi allenamenti di tiro con la carabina, cosa che terrorizzava i suoi vicini di casa; nulla che lo preoccupasse, comunque.
In quella casa ascoltavo i suoi monologhi interminabili con cui mi raccontava dei progetti geniali e dei personaggi che poi non scrisse mai. Mi parlava dei retroscena delle grandi cospirazioni internazionali e dei progressi scentifici che conosceva come se fosse uno scienziato; tutto mescolato e di fretta. A volte era difficile seguire una tale enciclopedia vivente, mentre mi versava generosamente il vino in uno dei bicchieri più sporchi del mondo.
Un gran creatore, una buona persona, ma non fui suo amico. Era impossibile. Purtroppo.

12) Che metodo aveva Ricardo Barreiro per scrivere una sceneggiatura, o perlomeno quale usava con lei? Vedendo alcune tavole di Alcatena mi sono chiesto se effettivamente scrivesse una sceneggiatura vera e propria o se semplicemente raccontasse a voce la storia al disegnatore che poi metteva molto di suo.

Ricevevo le sue sceneggiature scritte su lunghi rotoli di carta stampati da un vecchio computer che smetteva sempre di funzionare la mattina prima di consegnarmi la sceneggiatura. Erano pieni di disegni che a volte sviluppavano le informazioni e altre volte sembravano star lì semplicemente perchè aveva avuto voglia di farli.

13) Sempre parlando di tecniche di sceneggiatura e ritornando a Robin Wood, noi lettori italiani abbiamo visto con stupore parte di una sua sceneggiatura per Kozakovich y Connors su Fumo di China 20bis Speciale Argentina. Era impressionante: sono riportati praticamente solo i dialoghi.
Wood non è mai stato tenero coi disegnatori delle sue opere, arrivando a dire che il 90% delle volte sono stati deludenti. Sicuramente lei fa parte del restante 10%[9] ma una così totale fiducia nel disegnatore è veramente impressionante, anche perchè all’epoca Wood era in giro per il mondo e non c’erano nè internet nè cellulari quindi sarà stato molto difficile creare il “concept” della serie nei tempi brevi richiesti dalla serialità popolare.
Robin Wood utilizzava davvero questo tipo di scrittura per scriverle le sceneggiature?

In quelle sceneggiature non c’era che un’indicazione molto schematica di quello che sarebbe successo. Era nei dialoghi e nei testi scritti in verticale che si trovavano la maggior parte delle informazioni su quello che sarebbe accaduto nella storia. Per me era un metodo molto buono perchè avendo molta libertà potevo far sentire la mia opinione, pur se solo dal punto di vista grafico, su alcuni argomenti che avevo molto a cuore.



14) Abbiamo introdotto Kozakovich y Connors, secondo me una serie bellissima (non a caso ristampata in varie occasioni): cosa può raccontarci di questa saga?

Come ho detto prima, io avevo un contatto diretto con l’Eura e mi avevano dato la possibilità di presentare qualche progetto per delle serie. Era già da un po’ che avevo in mente un personaggio: sarebbe stato un pilota da caccia durante la fine della prima guerra mondiale. Immaginavo questo pilota dare l’estremo saluto, ubriaco, ai compagni della sua squadriglia nel cimitero dove erano stati sepolti.
A partire da questo lugubre congedo il personaggio iniziava il suo viaggio nel mondo del primo dopoguerra. Proposi Robin come sceneggiatore della serie all’editore ma mi risposero che avevano già tutti i lavori di Wood che erano stati forniti dalla Columba.
Ma non mi detti per vinto, viaggiai fino a Roma con un plot e qualche pagina di presentazione della storia; così il progetto mi venne approvato e potei fare la serie.

 

15) Quindi Kozakovitch y Connors fu prodotta direttamente per l’Italia.

Tutta la serie fu fatta direttamente per l’Italia (per stamparla l’Eura usava delle fotocopie, e infatti possiedo ancora tutte le tavole originali), solo in seguito venne pubblicata dalla Columba.

16) Mi permetto di chiederle se è vera la leggenda secondo cui la serie è stata conclusa perchè a forza di disegnare paesaggi innevati lei sentiva freddo davvero... in fondo se i protagonisti fossero partiti per il Messico come previsto il clima sarebbe cambiato, no?

È proprio così: è una leggenda. Il linguaggio gestuale col quale mi piaceva lavorare in KyC sarebbe stato più facile da realizzare in un clima caldo, senza abiti pesanti. Sentivo di poter gestire meglio i personaggi nel deserto, che era dove io li avevo immaginati inizialmente, oltre al fatto che per i miei gusti la parte sulla rivoluzione boscevica si era protratta per troppo tempo. Sì, posso aver detto che la neve di Russia mi aveva stufato.



17) Dopo la saga dei due avventurieri la successiva collaborazione con Robin Wood si concretizzò con un’altra serie d’ambientazione storica: Nan Hai. In quel periodo Wood lavorava già direttamente per l’Eura e difatti la serie venne pubblicata tutta di seguito su Lanciostory senza interruzioni[10]. Cosa può dirci in merito a Nan Hai? Come avevo fatto notare su Fucine Mute 45 è qui che il suo stile si semplifica drasticamente: è stato un caso o l’ha scelto come omaggio alla grafica orientale?

All’epoca lavoravo molto sulla sintesi. Ci sono soggetti che richiedono una particolare interpretazione, in cui lo stile del disegno si deve adattare alla storia. Questo processo è quasi inconscio per me: vedo ogni fumetto con un determinato tipo di passaggio a china e cerco di farlo in quel modo.
Per quel che riguarda la grafica orientale, sì, sono un ammiratore della sua estetica e quando posso la incorporo nel mio lavoro.

18) Dopo Nan Hai non mi risulta che lei abbia più collaborato con Robin Wood. Mi sbaglio? Forse esistono altri fumetti della coppia inediti in Italia?

Quella fu l’ultima serie. Wood avrebbe firmato un contratto con cui diventava il rappresentante delle serie che facevamo insieme. Non mi sembrò una buona idea e così terminò la nostra collaborazione. Sicuramente fu per questo che Nan Hai ebbe un finale chiuso.

19) La seconda metà degli anni ’90 ha visto il Luis Garcia Duran fumettista impegnato come autore completo o disegnatore di miniserie scritte da altri. A parte quelle di Barreiro citate sopra, come La Città, mi ricordo di una serie molto strana, Sumatra, scritta da Bellagamba. Ricordo che la storia cominciava come una spy-story e poi procedendo diventava sempre più fantascientifica fino a cancellare tutto quello che era stato scritto prima per ricominciare come un post-atomico!
Si trattava di una cosa voluta oppure Bellagamba si perse per strada? L’impressione finale era che la storia letta finora fosse solo il prologo ad un’altra serie.

Hector Bellagamba risiedeva negli Stati Uniti e ci venne l’idea di realizzare un prodotto che potesse interessare anche il mercato di quel paese approfittando del fatto che lui si trovava lì. Quando Sumatra venne pubblicata dalla Columba decisero di adattare completamente il testo; mi dissero che della serie a loro interessava solo il disegno, ma non la storia. Così cedetti i diritti dei miei disegni e l’unica cosa che rimase del testo fu il nome della protagonista. Però ci rimasi molto male, fu un errore accettare quell’adattamento: una storia che in origine era interessante diventò incomprensibile.

20) Accanto alle miniserie scritte da altri, dicevamo, negli anni ’90 Lanciostory e Skorpio propongono delle storie autoconclusive (“liberi” come vengono chiamati in gergo) di cui lei è l’autore completo.
Solitamente quando un professionista che si era occupato solo di disegno decide di esordire nella scrittura i casi sono due: o dà libero sfogo alla voglia di raccontare quella particolare storia che aveva in mente da una vita (ripetendola all’infinito per 10 o più volumi...) oppure segue la sua ispirazione del momento confezionando storie pretenziose e poco comprensibili, non avendo ancora affinato gli strumenti professionali dello sceneggiatore.
Lei realizza invece delle storie praticamente mai viste prima di allora all’Eura, in cui si mescolano elementi avventurosi con altri molto fantasiosi, il tutto pervaso da un piacevole senso di leggerezza (quando la storia non è proprio volutamente umoristica o grottesca), una specie di realismo magico a fumetti. Inoltre non si mette a scrivere saghe da 30 episodi, ma molto umilmente comincia dalla base, dal racconto breve, anche se ogni tanto qualche personaggio ritorna (vedi Quentin, il surreale assassino a pagamento).
Io credo che questo stato di cose sia stato determinato da due fattori: il primo è che lei all’epoca stava accantonando il fumetto in favore dell’illustrazione e quindi si è dedicato a quelle storie con un certo distacco, il secondo è che (immagino) lei avesse già scritto qualche fumetto in precedenza – in effetti i testi di alcuni vecchi liberi sono di difficile attribuzione, ma ne riparleremo dopo. Dico bene?
  
Le copertine sono un piacevole intermezzo tra una sceneggiatura e l’altra. C’è però un problema riguardo le sceneggiature che ho scritto io: non ho mai saputo come sono state accolte dal pubblico. Vivo a migliaia di chilometri dall’Italia dove vengono pubblicati i miei fumetti e questo porta ad alcuni inconvenienti. Pur se sono cresciuto in un quartiere dove quasi tutti i miei amici erano figli di immigranti italiani e io ero conosciuto come “Lupi” (un soprannome che gli altri bambini avevavo abbreviato da “Lupichino” come mi aveva battezzato Benito, un camionista romano che viveva a fianco della mia casa), molte volte mi sono chiesto se il lettore di Lanciostory e Skorpio apprezza quello che scrivo e lo diverte.
È vero, adoro scrivermi i testo, ma è sempre un’incognita non sapere come vengono accolti visto che mi manca un feedback con i lettori.


 

21) Nello stesso periodo che abbiamo rievocato adesso lei comincia a usare il computer nella realizzazione delle tavole. Può dirci quali programmi usa? Passa le tavole disegnate allo scanner e le disegna direttamente con la tavoletta grafica?

Uso Painter o Photoshop e di solito uso lo scanner; la tavoletta grafica per me non è uno strumento piacevole per disegnare. È molto efficace per i ritocchi, comunque ci tengo a precisare che se non fosse per il supporto di mia figlia Valeria, che collabora con me per tutto quel che riguarda il computer, io sicuramente non potrei utilizzare questo strumento in maniera accettabile.

22) ...E prima di usare il computer quale tecnica impiegava? Il pennello, il pennino (magari il mitico Guillot) o entrambi?

Ero solito passare a china tutti i disegni con pennelli numero uno o due e per alcuni dettagli usavo a volte il pennino. Non ho mai trovato comodo il Guillot. Negli ultimi tempi lavoro con il pennarello a china.

23) Questo ovviamente per il bianco e nero. Ricordo però anche una storia favolosa del 1978 (arrivata su Lanciostory due anni dopo), Akira, realizzata interamente a colori senza però che il colore fosse solo il “riempitivo” dei disegni ma anzi assumeva una fondamentale importanza espressiva. Con quali tecniche l’aveva realizzata?

Non ho mai visto Akira pubblicato. Sono contento che la ricordi. Usai tutto quello che avevo a portata di mano nel mio studio. Fu un lavoro sperimentale: ricordo di aver usato inchiostri colorati, l’acrilico, persino la tecnica del graffito... Fu un fumetto con il quale volevo raggiungere il massimo delle mie possibilità espressive ma, soprattutto, l’ho sentita come l’ultimo addio a mio padre che proprio in quei giorni morì.




24) Immagino che Akira facesse parte di una serie commissionata a diversi autori dallo Skorpio argentino (in Italia è stata raggruppata sotto il nome collettivo Serie Special “Tuttocolore” ed è stata ristampata in inserto pochissimi anni dopo). A parte questo fumetto, però, i suoi unici altri esperimenti col colore che abbiamo visto in Italia sono state le storie brevi scritte da Wood per Mark 2000.
Esiste forse altro materiale a colori che non abbiamo visto?

A fumetti credo di no.

25) Immagino che lei utilizzi gli acquerelli per le sue illustrazioni ma credo che ci sia anche un intervento successivo al computer (se non altro per inserire la firma). Mi sbaglio?

Realizzo le mie illustrazioni con tempera all’uovo, olio, acquarello, matite e colori al computer. Adoro sperimentare. Come ho detto prima, quando si tratta di usare il computer lo faccio con l’aiuto di Valeria.

26) Tra le altre copertine a colori, lei ha realizzato anche quelle per la seconda cantica di Detective Dante, un raro caso di collaborazione tra lo staff argentino e quello italiano che l’Eura ha “allevato” negli ultimi anni. Cosa può dirci di questa esperienza?

Per me fu terribile. Nei mesi in cui mi diedero questo incarico ricevetti una diagnosi medica molto inquietante. Mentre mi facevano ogni tipo di analisi e finalmente mi operavano all’Ospedale Italiano di Buenos Aires cercavo di fare il miglior lavoro possibile. Mi spiace di non aver potuto essere al top delle mie possibilità ma sono grato di essere ancora vivo per poter avere magari in futuro la possibilità di ripetere l’esperienza.

27) Può darci qualche anticipazione sui suoi progetti futuri?

Sono al lavoro su due serie: Yaqui e Quentin[11]. Però stavolta, per poter mantenere una maggiore continuità nella produzione, avrò la collaborazione di Gustavo Schimpp ai testi.

28) Per finire vorrei soddisfare se possibile una mia curiosità: sa dirmi chi sceneggiò la storia apparsa in Italia col titolo La Collina dell’Eternità? Si trattava praticamente un lungo flusso di coscienza, qualcosa di veramente rivoluzionario soprattutto se consideriamo l’epoca della sua realizzazione.
 
Ricordo che A. Scutti[12] mi consegnò una sceneggiatura appena arrivata dall’Italia e insistette per farla disegnare a me. Purtroppo il mio stile all’epoca non era ancora maturo e credo che non ne sia venuto fuori un buon lavoro.
Quindi approfitto dell’occasione dopo tanti anni per scusarmi con lo sceneggiatore, il mio amico Sergio Loss. Dovremmo provare a lavorare insieme nuovamente.

Grazie per la disponibilità.

Grazie a te, Luca



[1] Alcuni dei quadri di Luis Garcia Duran si possono ammirare sul suo blog www.garciaduran.blogspot.com
[2] La Escuela Panamericana de Arte, già Escuela de Arte de Alex Raymond, è l’istituto presso cui si sono formati moltissimi disegnatori argentini; vantava tra gli insegnanti anche Hugo Pratt e Alberto Breccia.
[3] 1930, disegnatore conosciuto in Italia per Big Norman e Larrigan sulle riviste dell’Eura oltre che per una sporadica apparizione di Cayena sul Sgt. Kirk di Ivaldi.
[4] Rottami, su Lanciostory n° 12 del 1994.
[5] Lo Skorpio argentino, nato nel 1974, pubblicava Corto Maltese e presentava sin dalla copertina gli autori più importanti presenti in ogni numero, pratica che in Italia arriverà solo con le riviste d’autore degli anni ’80 e che Lanciostory e Skorpio adotteranno regolarmente solo a partire da metà anni ’80.
[6] La seconda parte di questo fumetto è stata pubblicata su Skorpio senza indicare che la miniserie era conclusa col sesto episodio ma rimandando ad un futuro “prossimo episodio” che ovviamente non vide mai la luce perchè la storia era appunto conclusa.
[7] Direttore responsabile dei settimanali Eura prima della scissione tra Eura e Lancio del 1991.
[8] Aldilà delle Ande, presentata su Skorpio a partire dal numero 50 del 1992.
[9] come testimoniato anche dal fatto che Luis Garcia Duran fu scelto per l’incombenza di realizzare i riempitivi a colori per la rivista Mark 2000 edita in Spagna dallo stesso Robin  Wood.
[10] Nonostante l’alta qualità della serie e il fatto (quasi unico per Wood!) che avesse un finale vero e proprio, Nan Hai non è stata purtroppo ancora ristampata.
[11] Criptoserie con protagonista un killer a pagamento di cui si sono già visti alcuni episodi sparsi nel corso degli anni.
[12] Alfredo Scutti, direttore dello Skorpio argentino. Compare in un cameo nella terza parte de L’Eternauta scritta da Alberto Ongaro.