domenica 12 aprile 2015

Ken Parker: Fin dove arriva il mattino



Letto durante il viaggio di andata a Modena, copia recuperata da un amico che si è fatto tutta la collezione. Ad accogliermi due delusioni: il fatidico ultimo episodio non è a colori come mi aspettavo e, cosa assai più grave ai miei occhi, il lettering, i balloon e credo anche i contorni delle vignette sono stati realizzati col computer. A questo mondo non c’è veramente più nulla di sacro – e neanche il refuso “adiaccio” con una sola “d” a pagina 20 è stato un bel biglietto da visita.
Fin dove arriva il mattino è composto da due vicende parallele, una delle quali è un flashback di Ken Parker che comunque si ricollega alla storia portante in più di un punto. La storia principale narra del viaggio che Ken fa in compagnia di alcuni rapinatori che tra le altre cose hanno rapito due donne, madre e figlia, di cui abusano sistematicamente. Un indulto presidenziale ha commutato l’ergastolo di Ken in vent’anni di carcere: da quel poco che posso ricostruire della crolonologia della serie credo che sia uscito da poco dal carcere, che apparentemente è stata un’esperienza devastante in grado di minarne non solo il fisico ma anche lo spirito.
La parte relativa ai ricordi, se ho ben capito, è una rielaborazione del Canto di Natale uscito in edizione extralusso per Spazio Corto Maltese e narra un drammatico episodio della vita carceraria di Ken e della variopinta fauna (non solo i carcerati) che popolava il penitenziario del Montana.
Personalmente ho trovato più interessante questa seconda parte: il ritmo è più sostenuto e incalzante, i personaggi sono originali e per nulla stereotipati (mentre invece tra i banditi c’è pure l’ennesimo predicatore che legge la Bibbia) e la risoluzione della vicenda con la vendetta di Ken è veramente splendidamente architettata.
Con questo non dico che la trama portante sia meno riuscita: semplicemente in quel caso c’è la necessità di far montare l’attesa per fare deflagrare il vero piano di Ken. Credo che Berardi abbia voluto giocare apposta col lettore affezionato che fino all’ultimo non sa se gli anni di prigionia abbiano veramente potuto cambiare così tanto il suo beniamino che apparentemente in questa circostanza non prende le difese dei deboli ma anzi assiste, quasi complice, alla loro umiliazione.
Lo sceneggiatore ha optato per uno stile asciutto ed efficace, in cui bisogna addentrarsi con attenzione nelle vignette e nei loro dettagli per cogliere bene tutta l’azione. In ciò ovviamente si vede la sua passione per il cinema e il tentativo di tradurre su carta piani sequenza e dolly. Tentativo non del tutto riuscito a causa dell’apporto grafico di Milazzo.
I dialoghi sono ridotti ma carichi di significato (e ben venga che Ken ribadisca più volte quanto sia invecchiato visto che non sempre Milazzo, nemmeno nei primi piani, ce lo ricorda) e la battutaccia sul doppio senso di “Lungo Fucile” mi pare una splendida e autoironica chiusura metanarrativa del cerchio in cui il finale si congiunge con l’inizio della saga. Ciò detto, non è che Berardi si sia convertito del tutto all’Esistenzialismo: lo sceriffo Grant, per dire, è tratteggiato come una bravissima persona e spazio per la speranza evidentemente ce n’è ancora. (ok, non proprio visto che crepa impallinato, ma Berardi avrebbe anche potuto non mettercelo uno come lui)
Come forse si sarà già intuito, i disegni di Milazzo non mi sono sembrati all’altezza della storia. O per meglio dire, non credo che lo stile che ha elaborato Milazzo si sposi bene con questa trama e questa ambientazione. È più una questione stilistica che estetica, in definitiva. Anche se pure dal punto di vista estetico...
È innegabile che Milazzo abbia dedicato grande cura e impegno a tirare fuori dei disegni molto elaborati (beh, qualche volta, almeno), e questa ricerca la si coglie nell’evidente stratificazione delle tecniche che ha impiegato: sopra la matita c’è la prima pennellata, poi ce ne sono altre, ma quel disegno non lo convinceva del tutto e allora ecco una passata di tempera bianca a tirare fuori nuove luci in un volto o in un paesaggio. In alcuni frangenti mi ha ricordato nientemeno che Alberto Breccia ma uno stile del genere secondo me sarebbe stato più adatto per qualche storia sulla falsariga di Fantasticheria o Tom’s Bar, non per un fumetto di matrice orgogliosamente popolare come Ken Parker che dovrebbe privilegiare la leggibilità.
Inoltre va detto che queste vignette elaborate (di cui l’ottima qualità di stampa della Mondadori rivela anche le puntinature fittizie dovute al passaggio allo scanner, mortacci loro) convivono con altre in cui i soggetti ritratti sono veramente poco più che schizzati. Le mani, in particolare, sono trattate con una nonchalance disarmante. Forse Hugo Pratt docet e se alla base di certe semplificazioni milazziane ci fosse la sicurezza che comunque un suo pubblico ce l’ha non saprei onestamente dargli torto.
In definitiva l’evento fumettistico italiano del 2015, insieme al Tex di Eleuteri Serpieri, mi è sembrato pienamente soddisfacente sul piano testuale (uniche perdonabili concessioni all’incredulità per obblighi di eroismo popolare: il denutrito Ken in galera ammazza con eccessiva facilità il carceriere Finney e alla fine si becca una pallottola nello stomaco e non batte ciglio) mentre dal punto di vista grafico non è stato proprio deludente ma senz’altro un po’ spiazzante. Forse un tantinello deludente sì.
In merito al finale della saga: tutto sembrerebbe far pensare all’effettiva morte di Ken Parker, persino Luca Raffaelli che lo scrive a caratteri cubitali nella postfazione (i cui rimandi alla storia sono indecisi tra tavole e pagine e uno è proprio sbagliato seppur di poco) esponendo quindi il lettore incauto allo spoilerone. Io resto dell’idea che finché non viene prodotto il certificato di morte ufficiale di un personaggio di fiction non si può essere sicuri della sua effettiva dipartita, e nemmeno in quel caso in fondo si è sicuri di nulla... A mio avviso se un domani Berardi e/o Milazzo e/o qualche erede designato volessero riprendere la saga potrebbero farlo benissimo proprio da qui: a parte il sorgere dell’alba non sappiamo cosa avvenga dopo l’inizio dell’agonia di Ken che potrebbe anche cavarsela in maniera più dignitosa a livello narrativo dei mezzucci che Raffaelli stigmatizza – e anche se si salvasse in qualcuna di quelle maniere non ci troverei nulla di male per un personaggio di matrice popolare.

venerdì 10 aprile 2015

Ma porc...

Quindi posso rompere i coglioni quanto voglio all'edicola dove lo trovavo, tanto non arriverà comunque...

martedì 7 aprile 2015

C'era una volta in Francia 1: L'Impero del Signor Joseph



Per me doveva essere il capolavoro annunciato della RW Lineachiara e quando finalmente è uscito sono rimasto spiazzato nel vedere che i disegni sono irrimediabilmente caricaturali. Ho controllato (e d’altra parte è scritto anche nei cenni biografici del volume stesso): questo Vallée è lo stesso che ha ripreso Gil St André, non mi aspettavo questa virata nel suo stile.
C’era una volta in Francia narra la storia, vera o spacciata per tale, di Joseph Joanovici. Giunto in Francia dopo aver assistito sin da giovanissimo alla brutalità delle persecuzioni sugli ebrei nella natia Romania, Joseph diventa assistente di un ferrivecchi parente di sua moglie ma ne rileverà presto l’attività fondando, grazie alla sua sagacia e alla sua mancanza di scrupoli, l’Impero del titolo.
La vita del protagonista è molto, molto più complessa di quanto appaia in superficie e nel corso degli anni Joseph ha intessuto trame e rapporti con figure che occupano gli estremi della scala sociale, della politica e della Legge. In alcuni casi sarebbe stato opportuno specificare con qualche nota all’edizione italiana a cosa corrispondessero certi organi di governo o certe cariche politiche, che per un lettore del Belpaese potrebbero non essere così lampanti. Oltre che spoileroso, sarebbe difficile riportare tutti i maneggi di Joseph vista anche la frammentazione con cui vengono presentati nel primo dei due episodi qui raccolti (i flashback sono la norma) e il sospetto che si tratti in più di un’occasione di doppi giochi e di relazioni destinate al tradimento o comunque a colpi di scena che le capovolgeranno.
Se ho interpretato bene le intenzioni dello sceneggiatore la struttura data alla serie si presta molto bene alla raccolta in volumi integrali: il primo episodio originale L’Empire de Monsieur Joseph è infatti un excursus introduttivo sulla vita del protagonista mentre dal secondo in poi dovrebbero esserci approfondimenti dettagliati divisi per anni – quelli di Le Vol noir des Corbeaux vanno dal giugno 1940 al luglio 1942.
Il fil rouge della serie, oltre ovviamente alla vita di Joseph Joanovici, sembra essere la caccia che nel corso degli anni gli darà il giudice Legentil, su cui Joseph si è preso indirettamente una devastante ritorsione nel 1947.
Fabien Nury è molto bravo a imbastire una narrazione coinvolgente e il materiale di partenza, vero o inventato che sia, è molto interessante di suo; inoltre sa dare vita con pochi accenni a personaggi a tutto tondo. È innegabile l’influenza del cinema e delle serie televisive (l’azione comincia spesso ex abrupto, alcune scene hanno un’introduzione precedente alla loro collocazione temporale in didascalia, c’è qualche soggettiva in cui l’osservatore parla da fuori campo) ma il meccanismo funziona benissimo anche in questo formato.
Il guaio è che vedere questa tragedia noir interpretata da mascheroni col nasone, la bocca troppo larga e il viso schiacciato riduce drasticamente il suo fascino, almeno ai miei occhi – e per fortuna che i colori digitali si mantengono sul blando, senza rincarare la dose con effettacci. Come regista Vallée è ottimo, prendiamo ad esempio la vignetta conclusiva dell’accordo a pagina 47 in cui ci guida con maestria verso gli elementi chiave e ci permette di capire con che sequenza si sono svolte le azioni dei tre personaggi in scena, ma il tedesco “suicidato” in cella non suscita compassione o raccapriccio ma tutt’al più ilarità col suo mascellone spropositato!
Ovviamente è ancora presto per dare un giudizio su una serie di cui per ora abbiamo visto solo un terzo ma al momento salvo “ravvedimenti” realistici di Vallée mi pare di subodorare che C’era una volta in Francia sia inferiore, almeno dal punto di vista grafico, alle aspettative se non forse (chi vivrà vedrà) un’occasione mancata. Anche se i testi dovessero rimanere di altissima qualità (e non ho motivo di dubitarne), mi chiederò sempre cosa ne sarebbe venuto fuori con un solido disegnatore realistico ai pennelli.

domenica 5 aprile 2015

Ah, però... Il Giornalino...

A momenti nemmeno prendevo il numero 14 de Il Giornalino (niente All'Ombra del Campanile Rosso questo numero) ma alla fine ho ceduto e ho scoperto un altro talento, tal M. Bertolotti, molto rigoroso ed accurato.
I colori molto saturi e la qualità di stampa de Il Giornalino non gli rendono del tutto giustizia (per non parlare della qualità delle mie foto) ma il suo talento è evidente.
Come spesso accade con le serie e gli autori de Il Giornalino, anche su Bertolotti incombe una cortina impenetrabile di mistero, o meglio di indifferenza internettiana, ma con ogni probabilità si tratta di quel Massimo Bertolotti che non ricordavo avesse collaborato a Ken Parker. Questo almeno mi sento di concludere da una rapida ricerca sul web.

venerdì 3 aprile 2015

Historica 30 - La Grande Guerra: Il Pilota dell'Edelweiss



I segnali d’allarme c’erano tutti sin dalla copertina: biplani, lo strabismo patologico degli eroi di Hugault, perfino il titolo-ombrello sin troppo esplicito ripescato da Mondadori («La Grande Guerra») ma l’edicolante è stato così gentile e premuroso nel mettermelo da parte che non ho saputo dirgli di no. E poi, chissà: magari questo 30° volume di Historica, decimo di ambientazione bellica, avrebbe potuto rivelarsi comunque una buona lettura. Non è andata esattamente così.
La serie in tre episodi narra la vicenda dei gemelli Henri e Alphonse Castillac che in virtù della loro totale somiglianza possono ingannare l’aviazione francese per cui combattono fingendo all’occorrenza di essere l’uno invece dell’altro, artificio che si rende necessario quando uno dei due viene degradato con disonore e passa ai carristi. L’origine di questi scambi di persona vengono rivelati in alcuni sapienti flashback che serviranno a ricostruire il quadro complessivo della vita dei due gemelli.
Il Pilota dell’Edelweiss che dà il titolo al volume è l’arcinemico dei due (che lui pensa essere uno solo, ovviamente), l’asso dell’aviazione tedesco Erik che incombe come una maledizione ma che tutto sommato non ha troppo peso nell’economia della storia.
Pur perdendosi spesso in tecnicismi sicuramente apprezzati dagli appassionati, e sfoggiando dei dialoghi che a volte indugiano nell’artefatto e altre volte suonano invece anacronistici, la sceneggiatura di Yann è piacevole e intrigante e il finale ben architettato. È il reparto grafico il problema di questo volume.
Romain Hugault copre le sue matite di pesantissime pennellate digitali (si dice così?) e l’effetto fotorealistico che spesso ottiene è molto freddo e straniante. Oltretutto reso fastidioso dal fatto che in qualche tavola copiaincolla gli stessi soggetti a dimensioni diverse e che non si premura di dare la giusta profondità a elementi diversi dello stesso soggetto, a cui viene applicata una texture uniforme senza creare il necessario stacco tra la carlinga di un aereo e le sue ali.
Questo per i mezzi meccanici: per quanto riguarda le figure umane Hugault sottolinea ancora di più, elaborandole al computer, le sue lacune. Le anatomie non sono proprio impeccabili e soprattutto i volti sono poco curati. Le sue pin up poppute in piena guerra, poi, sono di un ridicolo devastante (sarà in questo che Sergio Brancato ha riscontrato le «influenze manga» che cita nell’introduzione?). Gli sfondi sono inoltre quasi del tutto assenti.
Rispetto ai precedenti Il Gufo Reale e L’Ultimo Volo mi sembra che qui Hugault abbia fatto ancora peggio, ed è un peccato visto che nonostante l’ambientazione bellica la storia non è affatto male.
Le tre cose che ho trovato più entusiasmanti di quest’ultimo Historica sono la mezza bestemmia a pagina 58, la rapidità di lettura dovuta all’enfasi data alla spettacolarità (ma per piacere...) delle scene d’azione e un flyer allegato in cui si annuncia un volume integrale di Docteur Mystère che dovrebbe essere uscito il 27 marzo ma che io non ho visto da nessuna parte.
En passant, Yann non è tra i creatori di Empire USA e Theodor Poussin come segnalato nella sua biografia, pur avendo collaborato a entrambi i titoli.