giovedì 30 novembre 2023

Legends of the Dark Knight 12

Memore di alcuni acquisti delle Leggende di Batman della compianta Planeta DeAgostini ho voluto vedere com’erano queste “Legends” di tre autori britannici – il concept della collana era di focalizzarsi sulle avventure che Batman avrebbe vissuto a inizio carriera, se ben ricordo.

Apre le danze una storia in due parti di Warren Ellis, Infetto. Batman incappa per caso nella scena di un massacro perpetrato da quelli che si riveleranno essere due militari usati come cavie per un virus che li trasforma in armi biologiche da guerra. La cosa si complica quando quello sopravvissuto rischia di spargere il virus in giro. Storia banalotta, non del tutto salvata dalla sottotrama del sergente stronzo e dai dialoghi brillanti di Ellis. Per quanto si impegni (ma praticamente solo nel primo dei due episodi), John McCrea è sempre John McCrea: ridicolo e sproporzionato, non si possono prendere sul serio i suoi scarabocchi e questo toglie pathos a una vicenda che avrebbe dovuto invece essere bella drammatica se non addirittura horror.

Garth Ennis scrive una storia in tre parti che si apre come un poliziesco, con Batman che incontra due detective privati dalla mano assai pesante, mentre a Gotham la criminalità è all’erta per una questione di droga. Tra divertenti sequenze violente e battute sarcastiche Lo Sballo promette assai bene, ma poi entra in scena un villain strafatto che sembra essere messo lì solo per far ostentare a Ennis la sua proverbiale vena provocatoria, con Batman sotto LSD e truculenze varie – in realtà il primo aspetto è stato probabilmente molto ridimensionato rispetto alle intenzioni originali. Will Simpson è certamente lodevole per la cura che mette nelle sue tavole: conosce l’anatomia e non lesina certo sui dettagli. Solo che a volte gli viene fuori una bocca storta, o un occhio non è esattamente dove dovrebbe essere, o un profilo non è proprio corretto, o una postura è decisamente innaturale… a quel punto, i difetti dell’intelaiatura di base risaltano di più proprio a causa della sua scrupolosa inchiostrazione.

La storia di Millar vede un Batman furioso cercare tra la fauna di criminali chi ha rubato una cosa preziosissima per Bruce Wayne, mentre una banda di giovani criminali imita il Joker e un’altra si ispira ai pezzi degli scacchi e deruba i riccastri di Gotham. Dialoghi anche abbastanza simpatici, ma è una storia natalizia e alla fine si scade inevitabilmente nel patetico. Non male, comunque, anche se probabilmente avrebbe meritato di essere sviluppata su più numeri invece che su uno solo: così le buone idee che ci sono finiscono per essere un po’ sprecate, e la storia è troppo frenetica (ma sempre meglio così che allungare il brodo). Sorprendenti i disegni di Steve Yeowell, che io ricordavo terribilmente scarno e legnoso. Alla fine niente di eccezionale, ma si vede che l’intervento alle chine del veterano Dick Giordano ha dato buoni frutti.

Nel complesso, quindi, nessuna storia è memorabile ma nemmeno troppo deludente – a parte quella di Ellis e McCrea.

martedì 28 novembre 2023

Foreste di morte

Seguito di Occhi di lupo (leggendo l’introduzione che riassume la storia mi è venuto un colpo pensando di aver preso un doppione), avrebbe dovuto servire da ponte per un terzo capitolo che non vide mai la luce.

Ducario è presente ma sullo sfondo: i veri protagonisti sono una legione di soldati romani che decidono infine di penetrare in una foresta sacra dei Boi, per provocarli e spingerli a rivelarsi in battaglia.

La vicenda si mostra sin da subito inquietante, con il benvenuto di corvacci di malaugurio e soprattutto con il rinvenimento dei resti di uomini e cavalli fatti a pezzi e deturpati da una forza che non sembra umana. A mano a mano che Postumio Albino e i suoi uomini si avventurano sempre più in profondità (si fa per dire: la foresta è un labirinto in cui anche la guida celta perde l’orientamento) montano l’inquietudine e la paranoia, con avvistamenti di mostri e ombre sfuggenti, fino all’inevitabile finale tramandato dalla Storia: il fumetto è basato sulla battaglia di Silva Litana, realmente avvenuta.

A supportare Brizzi alla sceneggiatura stavolta c’è un altro Giovanni: Marchi, che firma insieme a lui anche l’introduzione. I due sono stati bravissimi a trasmettere l’atmosfera inquietante della foresta e al contempo a fornire il quadro complessivo della situazione dell’epoca (sia sul fronte gallico che romano) senza risultare pedanti. Ma la parte del leone la fanno come sempre i disegni e soprattutto i colori del compianto Sergio Tisselli, la cui perizia nell’evocare la luce e la nebbia e nel disegnare ogni singola foglia e ramo della foresta è encomiabile come i salti mortali che forse dovette fare a suo tempo (l’albo uscì per la prima volta nel 2006, e non so se Tisselli usasse il computer) per trovare la maniera giusta di raffigurare la pioggia battente nelle tavole già così cariche di colore e dettagli.

La cura è quella consueta a cui ci ha abituato Nicola Pesce Editore (pur se la nota a pagina 19 è un florilegio di refusi) e di certo 16,90 euro sono un buon prezzo per un albo cartonato a colori di 64 pagine. Ma a causa delle tinte livide che inevitabilmente sono state scelte per rendere la maggior parte delle sequenze, qui più altrove ci sarebbe stata bene la carta patinata.

lunedì 27 novembre 2023

Collana Reprint 216: Gil 1

Quando alle medie ci fecero vedere il film Il Cavaliere Elettrico rimasi un po’ deluso. Non era un film di fantascienza e men che meno un fantasy, ma un misto di dramma, commedia ed ecologismo su un “cowboy” contemporaneo che cercava di salvare sé stesso e il suo cavallo dallo show business. Ma appunto rimasi deluso solo un po’, perché il film non era niente male e ancora oggi a distanza di decenni ne ricordo alcune parti. A quanto pare, non era un caso isolato ma parte di un filone minore del cinema hollywoodiano, in cui Gianni Bono nell’introduzione di questo albo inserisce a forza persino Un uomo da marciapiede, che di “western contemporaneo” aveva solo il cappellaccio indossato, e neanche sempre, da Jon Voight!

Può darsi che Ennio Missaglia si fosse ispirato a questo sottogenere per confezionare le storie del protagonista che è un po’ Tex e un po’ Ken Parker alle prese con le insidie della metropoli tentacolare. Gil Moran è un reduce del Vietnam; figlio di un allevatore fallito, percorre gli Stati Uniti col suo cavallo privo di nome e dalla grande pazienza vista la frequenza con cui lo “parcheggia” nei posti più insoliti.

Il primo episodio eponimo si dilunga inevitabilmente a presentare il protagonista e la sua filosofia, innescando però nel contempo quella catena di eventi che costituiranno l’ossatura della trama. In cerca di uno di quei lavori occasionali che gli permettono di campare da vagabondo, Gil finisce per essere coinvolto in un omicidio involontario di cui crede che la polizia potrebbe accusarlo. Il padre straricco del vero colpevole e lo stesso rampollo si mettono quindi sulle sue tracce, il primo con l’intento pacifico di verificare se effettivamente possa riconoscere e accusare il figlio. Tra gli inevitabili stereotipi (Gil picchia come Tex, tutti ce l’hanno con lui, la divisione tra buoni e cattivi è spesso nettissima – questi ultimi apostrofati anche come «ciccioni», cosa che oggi solleverebbe un putiferio) la storia presenta una vaga originalità e un’ambientazione che immagino insolita per i Bonelli anni ’80, ma manca di mordente e non si capisce neanche bene in che direzione voglia andare. Non male comunque il finale dal tono molto più leggero.

Vladimiro Missaglia sfoggia un ruspante stile popolare in cui non lesina sui tratteggi e le pennellate. In alcuni punti mi ha ricordato Franco Bignotti.

Il secondo episodio, I “Cani” della notte, è molto più riuscito. L’azione si sposta dalla cittadina di Jerome (esisterà veramente?) a Phoenix, dove scopriamo che Gil ha sia un amico sfasciacarrozze che una frequentazione femminile. Questo serve sicuramente a inquadrare meglio il personaggio, ma il punto forte dell’episodio è un altro: Gil e il suo amico assistono involontariamente a uno scontro tra bande di motociclisti per impossessarsi di un camion con della refurtiva preziosissima (di cui non verrà svelata la natura). Dietro i “Cani Arrabbiati” ci sono due gangster locali e Gil dovrà anche proteggere la sua amica. Il ritmo è travolgente e la storia si legge tutta d’un fiato, oltretutto è anche ben costruita e alla fine a salvare Gil saranno quei poliziotti che tanto disprezza.

I disegni di Ivo Pavone sono molto migliori rispetto a quello che mi sarei aspettato ricordando le sue ultime apparizioni su Lanciostory e Skorpio. Sullo stesso solco di Vladimiro Missaglia, ha un tratto più incisivo e le sue tavole sono più ricche.

Gil fu un insuccesso e, come ricordato da Gianni Bono, durò solo 11 numeri. Aveva una certa originalità e magari si volle azzardare qualche strizzatina d’occhio cameratesca ai lettori più reazionari disgustati dai Kiss e dalle altre mode musicali che però già all’epoca, nel 1982, erano sorpassate (ma davvero nelle discoteche mettevano Ted Nugent?!), ma erano gli spietati anni pre-Dylan Dog e persino Sergio Bonelli doveva chiudere i rami improduttivi con la crisi che si profilava.

Oggi alcune situazioni stereotipate e il linguaggio desueto possono far sorridere, ma un po’ del fascino del fumetto risiede anche in questo.

La qualità di stampa è perfetta. I due numeri originali ci stanno giusti giusti nella foliazione di 192 pagine quindi non c’è spazio per redazionali, ma in seconda di copertina c’è la presentazione della serie a cura di Gianni Bono e in terza di copertina la riproduzione delle copertine originali a opera di Vincenzo Monti.

A proposito di copertine, veramente molto bella quella di Michele Benevento che reinterpreta la prima di Monti.

domenica 26 novembre 2023

Frankenstein: Nel nome del padre

La collana dedicata ai classici dell’orrore assume una fisionomia più definita e infatti in questo secondo volume ne viene fornita una presentazione complessiva (il primo volume dedicato a Dracula a quanto ne so rimarrà l’unico, al massimo integrato da qualche pagina per concludere la storia all’interno di quella che sarà la foliazione standard di un centinaio di pagine).

Stavolta mi sembra che il gioco di Marco Cannavò non sia più quello di reinterpretare il testo di partenza avanzando delle considerazioni illuminanti sull’epoca della sua realizzazione e quindi sulla temperie culturale del periodo, quanto quello di prestare maggiore fedeltà possibile al testo. Che però non ho letto e quindi non so quanto questa mia impressione sia corretta – il ricco saggio finale di Marco Grasso lascia comunque intendere che abbia introdotto qualche elemento esterno, come la mummia di Ruysch (che esiste veramente ma forse non c’era nel libro della Shelley).

Victor Frankenstein è dedito alla scienza quanto all’esoterismo e unendo i saperi di Paracelso e Galvani riesce a donare la vita a un costrutto formato da tre cadaveri di criminali. Oltre che di dubbia provenienza, il materiale di partenza è di ancor più dubbia moralità: il fatto che il cervello del novello Prometeo sia quello di un assassino ossessionato dall’attrice Karolina Niuber (che uccise) fa di lui un soggetto alquanto pericoloso. Ma le amorevoli cure di Elizabeth, fidanzata di Frankenstein opportunamente istruita da lui in tal senso, ne fanno se non un vero damerino comunque una personcina rispettabile. Se non fosse per il suo aspetto che allontana i suoi simili e provoca sdegno e derisione nei professori a cui viene mostrato come risultato degli esperimenti del “mad doctor”.

Un certo peso viene dato al background di Frankenstein, rampollo viziato e monomaniaco di un ricco banchiere che dispone delle strumentazioni dell’università a suo piacimento e non esita a ricattare il rettore pur di raggiungere i suoi scopi – ignoro se le inclinazioni sessuali alla base del ricatto fossero o meno presenti nel testo originale. Non escludo che proprio l’interpretazione psicanalitica del romanzo sia quella privilegiata da Cannavò, con Victor che si costruisce un “figlio” per dimostrare al padre di essere in grado di allevarlo meglio di come ha fatto con lui, che è venuto fuori alquanto stronzo. Ma forse mi sono solo lasciato trasportare dal titolo.

La storia si svolge nell’arco di oltre vent’anni, tra flashforward e arditi salti temporali, con la cronaca degli incontri più rilevanti tra lo scienziato e la sua creatura. La fedeltà al romanzo, sempre che effettivamente ci sia stata (ripeto che non l’ho letto), offre delle sorprese al lettore abituato alle versioni cinematografiche che ne hanno adattato e tradito l’essenza: qui il mostro è una creatura sensibile e anche molto agile e scaltra, inoltre il finale presenta una sorpresa inaspettata che mi guardo bene dal rivelare.

I disegni di Corrado Roi sono al solito fantastici, l’unico appunto che gli si può muovere è la scelta (se di scelta consapevole si è trattato) di non far invecchiare Victor Frankenstein nonostante tutti gli anni passati dall’inizio degli esperimenti fino all’epilogo nell’Europa del nord.

In appendice è presente un ricco approfondimento a cura di Marco Grasso, che abbracciando sia la storia del romanzo che dei suoi adattamenti si concede delle considerazioni sociologiche forse eccessivamente accalorate.

Il formato non è quello classico dei libri de Lo Scarabeo, cioè un quadrotto di grandi dimensioni, ma un più canonico 24x32. La stampa è ottima, e infatti nella prima vignetta di pagina 31 si vedono ancora le tracce delle matite di un quadro alla parete che Roi non ha inchiostrato, ma che farà regolarmente capolino nelle pagine successive.

giovedì 23 novembre 2023

Orge Barbariche Vol. 3

Ritornato in possesso del mezzo a quattro ruote e raggiunta la fumetteria, mi aspettavo di trovarci il volume fuori collana di Blake e Mortimer, invece ho trovato questo. Considerato quello che ho potuto vedere della prova di Floc’h, probabilmente nel cambio ci ho guadagnato.

Questo terzo volume di Orge Barbariche riprende le vicende dell’apprendista maga Yasmine, di Sir Corwyn e del suo scudiero Gilles e delle due mercenarie Shaya e Lais. Son passati quattro anni dall’uscita del volume precedente ma non serve andare a rileggerselo per cogliere la volontà di Erich Hartmann di creare un universo con una sua parvenza di continuity, con tanto di rimandi a episodi precedenti. Ciò dà un piacevole senso di familiarità coi personaggi.

Siamo arrivati a un totale di 17 episodi (questo volume ne raccoglie cinque più lunghi invece dei canonici sei) ma l’autore riesce sempre a inventarsi delle situazioni originali e a trovare dei topoi fantasy da perculare – pur con una parodia di Biancaneve. Essendo un fumetto pornografico c’è ovviamente molto sesso, ma quello che lo rende memorabile sono le battute divertenti, una certa originalità e dei riferimenti a classici del genere che non diventano mai ostentazione o pacchianata nerd. E ovviamente ci sono i meravigliosi disegni e colori di Hartmann.

Peccato solo che la traduzione non sia proprio perfetta: ad esempio “piece of cake” è una forma idiomatica per dire che un compito è facile (come quello di Sir Corwyn nel secondo episodio), non vuol dire letteralmente una fetta di torta…

martedì 21 novembre 2023

Blacksad 7: E poi non resta niente - seconda parte

Alla fine non sono riuscito a recensirlo prima di Lucca, anche se comunque l’avevo letto per tempo. E ho riletto pure il volume precedente per evitare di perdermi qualcosa. Mi sembrava che la storia fosse un po’ complessa, e c’erano parecchi personaggi in gioco. Niente di tutto questo, alla fine.

Blacksad conclude la sua indagine e alla fine tutti i tasselli del mosaico (che era in bella vista sin dal primo episodio) vanno al loro posto con un meccanismo anche troppo perfetto. Nessuna pista falsa, nessun colpo di scena, nessun voltafaccia. Al massimo, un personaggio che si rivela meno innocente di quello che sembrava inizialmente e un “infiltrato” che deve aver procurato dei bei grattacapi a Guarnido per trovare la soluzione grafica migliore per fargli cambiare specie (e infatti non c’è riuscito del tutto).

Ma l’elemento investigativo o avventuroso non era quello che si era prefissato di seguire Díaz Canales, che evidentemente ha preferito privilegiare la psicologia e la personalità dei personaggi, descrivere un’epoca di grandi slanci che però nascondeva dei tarli (gli anni ’60) e confezionare qualche sequenza visivamente memorabile: vedi le sequenze sul ponte monumentale e le varie splash page.

Non posso dire di essere deluso, ma dopo aver riscontrato nella lettura dell’integrale una parabola qualitativa ascendente mi sarei aspettato qualcosa di più articolato, soprattutto in una storia divisa in due parti. E in ogni caso restano gli splendidi disegni di Guarnido.