mercoledì 30 aprile 2025

What If...? Minni diventa Captain Marvel

Nuovo crossover tra il mondo di topi & paperi e quello dei supereroi Marvel. C’è una nuova supereroina in città e Minnie, fresca di assunzione al giornale di Paperone, viene incaricata di trovarla e intervistarla. Il guaio è che quando si palesa Captain Marvel lei se la perde sempre perché poco prima è colta da un capogiro che la fa svenire. Chiaramente la rivelazione dell’identità segreta della supereroina è scontata (beh, già il titolo…), meno banale è la sua “origine segreta” che ha a che fare con la magia.

La storia (ideata da Steve Behling e sceneggiata da Luca Barbieri) è simpatica ma per come è strutturata sembra più che altro l’introduzione di una serie che non comincerà mai. Mi pare poi che la scelta dei villain sia discutibile: Gambadilegno diventa lo Scorpione (quello dell’Uomo Ragno) e i Bassotti radiocomandano un robottone. Boh. Non credo poi che i distributori di caffè possano erogare roba bollente se sono staccati dalla corrente ma per la gag ci sta.

I disegni di Giada Perissinotto mi sembrano per così dire schizofrenici: forse a causa dell’uso di un metodo di disegno digitale, accanto a tratti sottilissimi ce ne sono altri molto pesanti. Il risultato finale non è male, e colorato efficacemente da Lucio Ruvidotti, ma mi pare che la Perissinotto si sia espressa meglio altrove.

Una storia abbastanza carina ma meno efficace degli esperimenti precedenti.

martedì 29 aprile 2025

Somna

Lavoro di difficile catalogazione, e già questo potrebbe essere un pregio. Somna comincia con la breve vicenda della presunta strega Agnes accusata di aver sparso la peste per il suo villaggio del New England. Il suo amato Gawain progetta un piano di fuga che non si concretizzerà. Non per lui, almeno.

Forse dopo o forse prima e forse in un altro villaggio Ingrid, la moglie del balivo locale, fa dei sogni molto vividi in cui una figura demoniaca vuole sedurla. La sua amica Maja è più disinibita di lei e ha una tresca col bel Sigurd. Quando il marito di Maja viene ucciso si scatena la caccia all’assassino. E visto che il marito di Ingrid di ritorno dai suoi doveri di giudice di streghe la trova in preda a una “possessione” orgasmica ecco che Ingrid potrebbe diventare il capro espiatorio ideale.

Difficile catalogazione, premettevo: c’è un lato investigativo, un po’ di romance, del soprannaturale, buone dosi di erotismo e un vago azzardo di ricostruzione storica. Becky Cloonan non riesce o non vuole dedicarsi con decisione a un filone piuttosto che a un altro e anche il finale è lasciato all’interpretazione del lettore – o forse alla raccolta di indizi che io non ho trovato. Non una lettura inutile, ma un po’ inconcludente: probabilmente quello che premeva alla sceneggiatrice era mostrare gli effetti disastrosi che può avere la repressione sessuale per l’individuo e per la comunità. I dialoghi retorici e un po’ irreali sono forse un espediente consapevole per sottolineare questo lato di pamphlet del fumetto.

Tula Lotay utilizza due registri grafici differenti per mostrare la realtà e il mondo dei sogni (o dei desideri, o delle fantasie). Per la prima ha optato per un disegno al tratto più che dignitoso anche se i volti tendono ad assomigliarsi tutti e non è che siano molto espressivi. Il secondo è raffigurato con un tentativo di riprodurre digitalmente degli effetti pittorici e mi ha ricordato molto le pubblicità di Fiorucci dei primi anni ’80. Secondo me le tavole dal taglio più canonico sono quelle riuscite meglio, non perdendosi in derive glamour. In ogni caso l’alternanza calcolata dei due stili è molto efficace ai fini del marcare il passaggio (anche a sorpresa) tra la veglia e il sogno.

Hanno collaborato ai colori Lee Loughridge e Dee Cunniffe.

domenica 27 aprile 2025

Thorgal 37: L'eremita di Skellingar

Dopo sei anni si torna a pubblicare in Italia la serie di Thorgal. Con un nuovo editore, un nuovo prezzo e un nuovo formato: quel paio di millimetri in più che bastano a non far entrare questo volume nel mobile dove tengo i cartonati della Panini.

L’inizio non promette bene perché non riesco a collocare il riferimento alla nuova accompagnatrice di Lupa che sarebbe una principessa imprigionata nel corpo di una scimmia. Non mi ricordo quell’episodio o non è stato pubblicato in Italia? Poco male: con il volume precedente si era data una conclusione a tutte le varie sottotrame, per quanto frettolosamente, e qui si ricomincia da capo con una nuova vicenda. Nello specifico, Thorgal viene spinto da un lascito del suo passato di Shaïgan (eh, sì: ancora una volta) a eliminare Ivarr il Glaciale, uno jarl che sta perseguitando i seguaci di una nuova religione. Nell’imprendibile scoglio di Skellingar ha infatti la sua dimora un anacoreta che promette ai fedeli un’elevazione dopo la morte sotto forma di gabbiani azzurri e i miserabili abitanti delle coste circostanti sono ben contenti di assecondare questo misticismo piuttosto che continuare a macerarsi nella miseria in cui versano. E così due volte all’anno vengono chiamati a un’ordalia per raggiungerlo e spostare la mitica pietra d’oro che si trova in cima allo scoglio, pena la caduta mortale in mare. In sostanza il rito altro non è che un enorme suicidio collettivo. Per questo Ivarr imprigiona i seguaci dell’eremita, visto che presi da questo demente misticismo trascurano i campi, l’artigianato e gli altri lavori impoverendo ancora di più le sue terre.

E così Ivarr il Glaciale da avversario diventa committente: in cambio della libertà degli zeloti affida a Thorgal il compito di raggiungere questo anacoreta ed eliminarlo per far così naufragare il suo culto. Un’impresa difficile, certo, ma una delle tante profezie della sorella di Ivarr indica una possibile strada per il successo.

L’eremita di Skellingar è una storia molto originale e ben congegnata. Può far sorridere per quanto è demodé lo stoicismo con cui Thorgal continua a mantenersi fedele ai suoi ideali e ai suoi propositi di non uccidere se non in caso di assoluta necessità, ma è comunque un’interpretazione fedele del personaggio nato quasi cinquant’anni or sono su una rivista per ragazzi. Non mancano personaggi interessanti, trovate originali e forse un po’ di cinica ironia. Inoltre alcuni elementi della tormentata vita passata del protagonista sembrano essere stati definitivamente risolti.

I disegni di Fred Vignaux sono sicuramente validi ma mi sembra che abbia guardato più a Giulio De Vita che a Rosinski (che ha firmato la copertina). Il “non finito” di certe vignette trasmette un senso di fretta piuttosto che di spontaneità. Mai così utili, quindi, gli ottimi colori di Gaétan Georges.

Subodoravo di scoprire sdegnato la stessa china disastrosa presa da XIII ma, sicuramente aiutato dal fatto che non è ambientato in epoca contemporanea, Thorgal è riuscito a tenere botta più che dignitosamente nonostante i vari passaggi di consegne tra gli autori. Se la pubblicazione italiana dovesse proseguire non vedo perché non restare a bordo.

venerdì 25 aprile 2025

Havok & Wolverine: Fusione

Sarà stato a metà anni ’90 o giù di lì che comprai in una fumetteria i primi due volumetti originali di Meltdown. Finalmente scopro come va a finire la storia.

Havok e Wolverine sono in vacanza in Messico dove hanno fatto una scommessa su chi userà per primo i suoi poteri. Resistono finché possono: finiscono infatti nel mirino di alcuni malintenzionati che periodicamente li provocano avvalendosi di gentaglia locale. Dei proiettili infettati di peste bubbonica (!) li stendono ma i cattivi non hanno fatto i conti col fattore rigenerante di Wolverine. Il bersaglio d’altra parte era Havok, che viene catturato per essere usato come una specie di amplificatore di energia nucleare con cui alimentare i poteri del villain Megaton che vuole opporsi con un atto di forza apocalittico alla Glasnost di Gorbaciov. Per farlo dovrà assorbire le emanazioni di una centrale nucleare indiana che verrà sabotata per riprodurre un disastro simile a quello di Chernobyl, in cui già c’era il suo zampino. A ognuno dei due eroi viene fatto credere che l’altro è morto ma Wolverine non ci casca (il suo fiuto è talmente efficace da risultare ridicolo) mentre Havok resiste ai tentativi chimici e subliminali di lavaggio del cervello e quindi viene assecondato nelle sue fantasie paranoidi fino a farlo combattere col suo compagno redivivo opportunamente catturato e “riprogrammato” fingendo che sia stata la CIA a farlo. Dato per morto, figuriamoci se Wolverine lo è davvero: sarà lui alla fine a compromettere ad artigliate il piano dei cattivi – a onor del vero, con l’aiuto di quelle barre che si usavano per contenere le radiazioni.

Chiaramente la storia è solo un pretesto per ammirare gli splendidi dipinti di Jon J Muth e Kent Williams, tanto più che il progetto nacque proprio da loro due che avevano voglia di disegnare quei personaggi (il primo Havok e il secondo Wolverine). Il grandissimo Jon J Muth usò probabilmente acquerelli mentre Kent Williams si avvalse di un medium più denso e coprente, forse tempera o acrilico, con un risultato a volte più pastoso. Tanto etereo, rigoroso ed elegante il primo quanto materico, caricaturale e sgangherato il secondo. Eppure i loro stili si amalgamano benissimo, anche nelle tavole in cui misero le mani contemporaneamente (altre volte è evidente che sconfinassero nel personaggio dell’altro quando la comodità d’esecuzione lo rese consigliabile). Nella loro interpretazione Havok è James Dean mentre Wolverine è poco più che uno scimmione. Se ho ben capito, il rimando al “bello e dannato” per eccellenza non è casuale perché in controluce si intuiscono delle tormentate storie d’amore del mutante che produce plasma (ecco… se il suo potere è convertire l’energia solare in plasma, come diavolo fa a contenere e immagazzinare anche l’energia atomica? Meglio godersi i dipinti, appunto). Muth e Williams si divisero anche i villain: a Williams il bestione Megaton, a Muth il dottor Neutron e la bella agente Quark. Oltre a fare sfoggio di una grande maestria grafica, si sono rivelati molto efficaci anche nell’uso delle fotocopie e degli altri “effetti speciali” che ci si potevano permettere in un’epoca non ancora imbarbarita dal digitale. Ma qui se ho ben capito è stato rilevante l’intervento di Sheryl Van Valkenburgh.

Per il resto, l’avventura confezionata da Walter e Louise Simonson offre pochissimo altro che non sia lo spaccato di un’epoca: chi ha vissuto quegli anni (Fusione è del 1988) leggerà quasi con tenerezza di Chernobyl e Guerra Fredda, mentre con gli occhi di oggi è interessante constatare come all’epoca Wolverine non fosse ancora l’asso pigliatutto della Marvel e poteva condividere spazio e titolo in una miniserie con un altro supereroe che oggidì forse manco esiste più.

La storia finisce con l’anticipazione di ulteriori battaglie tra il Dottor Neutron e i supereroi Marvel che forse non si sono mai concretizzate.

martedì 22 aprile 2025

La Principessa Rapita

Questo volume non è solo un’avventura per il rinnovato gioco di ruolo I Signori del Caos, entrato nella sua «quarta era»: La Principessa Rapita rappresenta il coronamento di un progetto iniziato quasi quarant’anni fa, la soddisfazione di un cliffhanger che aveva lasciato a bocca asciutta i giocatori all’alba dei giochi di ruolo italiani.

Come ricordato dall’autore nell’introduzione, la vecchia Lillibeth di Giovanni Maselli avrebbe dovuto essere la prima parte di una esalogia d’avventure intitolata appunto La Principessa Rapita. Il tracollo (o il sopraggiunto disinteresse?) della casa editrice Black-out comportò che solo le prime due vedessero la luce (la prima anche in una ulteriore edizione più lussuosa di cui sono fortunato possessore) e la seconda venne distribuita talmente male da essere ritenuta inesistente da molti collezionisti.

Oggi Carlo Sala Cattaneo rende giustizia agli autori e ai giocatori riproponendo il ciclo di avventure nella sua interezza, adattandolo quel poco che basta per farlo coincidere con il nuovo canone dell’ambientazione, che si svolge trent’anni dopo quella originale e ha assunto contorni più cupi, proprio a causa degli eventi che all’epoca (non) si svolsero in questa serie di avventure. Non si tratta infatti di un semplice remake ma di nuovo materiale ispirato proprio a quei fatti e alla disfatta dei personaggi originali che non riuscirono a completare la loro missione.

Ovviamente è il caso di evitare anticipazioni sui colpi di scena e sui meccanismi che permettono di far avanzare la trama. La storia e la struttura sono classiche (dove classiche non significa banali): lo scopo dei personaggi è liberare la principessa delle fate attraverso una serie di ordalie che li porteranno fino al mondo alternativo della Città degli Dei, tutte cose anticipate nella lunghissima scena finale di Lillibeth. La campagna prevede un mix di esplorazione, dungeon crawl, interpretazione (per trovare indizi, farsi alleati, intuire le intenzioni dei png, ecc.) e un bel po’ di investigazione. Le mappe sono poste alla fine del modulo insieme alle altre appendici (occhio che il riassunto delle missioni si trova alla pagina A17 e non A7 come indicato) ma con una scelta d’impaginazione molto felice le stanze di cui si parla in una certa pagina vengono riprodotte per comodità nell’ampio margine laterale senza imporre al Magister di scorrere il volume per raccapezzarcisi col rischio di confondersi. Questo spazio serve anche agli autori (alla scrittura ha collaborato Sabrina Copelli) per dare dei consigli al Magister o fornire altre informazioni utili – e più raramente anche qualche “consiglio per gli acquisti”.

La struttura è piuttosto dinamica, o meglio modulare: si comincia con l’antefatto del viaggio verso l’Isola dei Sogni (usata come demo per il gioco avanzato all’ultimo Play), dopodiché si entra nel vivo con la parte centrale, cioè la versione rinnovata di Lillibeth che non ne costituisce una riproposta filologica: niente pigmei, “zinzale” e riferimenti alla vecchia campagna in Clovezia ma la struttura portante (cioè il Tempio di Venere) è rispettata e adattata, oltre che arricchita di ulteriori particolari. E come già detto le azioni precedenti, o meglio il loro fallimento, hanno avuto il loro effetto: adesso la città di Felis è visitabile e non più sotto l’incantesimo di Tropos.

In questo che è il nocciolo fondamentale del modulo bisogna recuperare quattro oggetti particolari, attivarli secondo le modalità richieste da ognuno per poi utilizzarli per accedere ai quattro piani elementali che costituiscono altrettante spedizioni. Dopo un’ulteriore missione di recupero il gran finale avverrà, ottenuto ciò che serve per accedervi, nella città di Kubel dove bisognerà liberare la principessa Lillibeth dopo i decenni trascorsi nel gioco e nel mondo reale. O così sembra…

Pur basandosi su una struttura classica non mancano trovate originali e sono previsti diversi finali a seconda di come venga “salvata” la principessa. Tra le altre cose, è molto originale l’uso di una specie di librogame per risolvere uno scontro tra eserciti.

Lo stile di scrittura è diretto e non privo di qualche strizzatina d’occhio metanarrativa, anche con una certa logica: se alcuni di questi luoghi sono già stati esplorati dai vecchi personaggi è lecito immaginare che i tesori li abbiano già presi loro! Nel rispetto dello spirito originale non manca purtroppo nemmeno una filastrocca, ma per fortuna è solo una.

Coerentemente con il gioco originale, anche la nuova Principessa Rapita è un calderone gorgogliante di creatività ruspante e a tratti naif, ribollente di mostri originalissimi e in cui la maestosità degli dei della mitologia convive con un tono molto più basso e ridanciano dato dai nomi italianissimi (anche desueti) dei personaggi non giocanti e a quelli ammiccanti di altre creature.

Sempre in ottemperanza alla tradizione de I Signori del Caos e dei vecchi supplementi, La Principessa Rapita è tanto una campagna quanto una raccolta di materiale d’ambientazione così dettagliata da poter fungere da atlante per le avventure che vorrà creare autonomamente il Magister.

Nel complesso La Principessa Rapita offre sia un tributo al gioco originale (e la soddisfazione di vedere conclusa la vicenda) che una solida avventura di stampo classico che per le sue dinamiche potrà tenere impegnati i giocatori, indipendentemente da quale sistema usino, per parecchie sessioni.

Le illustrazioni sono state realizzate da Davide Gambarara, Gaetano Lombardo e Gabriele Monti – non so chi ha fatto cosa ma almeno uno di loro deve amare molto il John Buscema di Conan.

domenica 20 aprile 2025

Nottingham 1: Il riscatto del Re

Rilettura della leggenda di Robin Hood sospesa tra fedeltà storica (per quanto possa essercene) e piglio moderno un po’ fantasy. In attesa che il celebre fratello Riccardo Cuor di Leone torni dalle crociate, Giovanni Senza Terra pregusta di insediarsi ufficialmente sul trono, ma per farlo ha bisogno di denaro e le sue brame possono essere soddisfatte tramite gli sceriffi che in assenza di altra autorità possono imporre tasse e farsi dei bei gruzzoli. Una giovane castellana sassone propone a una strega il colpo grosso: derubare Giovanni, il reggente illegittimo, per interposta persona della sua spietata longa manus Hugues de Morville. Per farlo si farebbe aiutare da un suo amico che va in giro nei boschi mascherato e si muove e combatte come un ninja. Costui non è il Robin Hood che ci si sarebbe aspettati ma nientemeno che lo sceriffo di Nottingham (nessuno spoiler: viene rivelato alla fine della lunga spiegazione iniziale). Dal canto suo la vecchierella può contare su sette “figli” che mettono alla prova il protagonista attaccandolo tutti assieme convinti che si tratti di uno spirito della foresta – se sapessero che è uno dei molti sceriffi succhia-soldi dell’epoca nessuno accetterebbe di seguirlo. Come da tradizione dell’epica popolare il nostro protagonista riesce a batterli tutti e quindi il colpo si farà.

Le cose però non vanno come previsto e oltre a lasciare sul campo uno dei suoi uomini, per poco l’identità del capo dei mascherati non viene scoperta. Il giorno dopo viene fatto un tentativo in extremis e stavolta con Lady Marianne nei panni dell’arciere mascherato il colpo va a segno, non senza qualche difficoltà.

Nonostante la lunghezza di questo primo Nottingham rientri nelle canoniche 54 tavole (mentre Oltralpe ormai sono di più i fumetti da oltre 100 tavole, a volte anche molte di più) e nonostante la prima ventina di pagine sia dedicata a introdurre l’ambientazione e la trama, Il riscatto del Re racconta una storia pienamente conclusa e soddisfacente anche se getta i semi per ulteriori sviluppi. La trovata di Brugeas ed Herzet di ribaltare i termini del mito e giocare con l’identità di Robin Hood non sarà geniale ma sicuramente è simpatica e originale. Il contesto curato e la storia coinvolgente rendono la lettura molto gradevole.

Il segno del disegnatore Benoît Dellac è ricco, modulato e dinamico; nei volti e in alcune corporature ho ravvisato delle similitudini con Hermann che però potrebbero essere casuali. Buoni anche i colori di Denis Bechu.

Forse Nottingham non è un capolavoro, ma che bello rileggere un solido fumetto d’avventura disegnato bene come si usava una volta!

venerdì 18 aprile 2025

Marvel Giants 20 - Hulk: Banner!

Una miniserie del 2001 di Azzarello e Corben ottiene lo stesso trattamento di quella su Wolverine di George Pratt. Anche la delusione è più o meno la stessa.

Hulk causa il consueto disastro, stavolta mostrato con una certa dovizia di particolari, ma Doc Samson insabbia la faccenda fingendo che sia stato un tornado a devastare la città: in realtà si tratta di un suo piano per testare una nuova arma con cui eliminare definitivamente Hulk. So a malapena chi è Doc Samson, da quanto avevo letto di lui sui Thunderbolts di Ellis lo ricordavo molto meno stronzo. Ma, ulteriore colpo di scena, alla fine Bruce Banner avanza una sua interpretazione sulla nascita di Hulk e sul ruolo che vi avrebbe avuto l’esercito, non so se originale o già ipotizzata da qualche altro sceneggiatore.

Forse a suo tempo Azzarello volle scrivere qualcosa di più maturo del solito ma il risultato è patetico, le battute non sempre sono felici e soprattutto il perno su cui si basa questa miniserie è lo shock value che possono avere certe scene (il primo episodio si chiude con Bruce Banner che si spara in bocca). Azzardare un po’ di violenza in più per superare i limiti del fumetto supereroistico non fa altro che sottolinearli, quei limiti. Pur di far tornare in scena Hulk, poi, Il terzo episodio si apre con una scena che sembra quella di Una Pallottola Spuntata con O. J. Simpson.

Un Richard Corben ormai votato al grottesco più spinto contribuisce al patetismo dell’insieme. Ne avevo già ravvisato le derive secoli fa ma veramente non capisco come possa essergli stato affidato un lavoro del genere quando il suo stile sarebbe stato adatto per ben altro. Come si fanno a prendere sul serio quei muppets coi testoni e le manone sui corpicini cicciotti? E i colori effettati dello Studio F aggiungono ridicolo al ridicolo. Se non altro si può dire che la parte grafica è congruente con quella testuale.

Come accennavo sopra, il finale sarebbe pure interessante se non fosse che viene lasciato all’interpretazione del lettore – che però può andare solo in una direzione se vuole rimanere in continuity.

Un fumetto che non meritava per niente il formato extralarge con cui è stato ristampato: si legge in pochi minuti e non lascia certo la voglia di ammirare delle tavole inchiostrate così pesantemente.