giovedì 13 dicembre 2018

Historica Biografie 20: Cleopatra (seconda parte)

Che bella sorpresa: è già uscito il secondo episodio della trilogia su Cleopatra. Questa volta i coniugi (o sono fratello e sorella?) Gloris allargano il campo anche ad altri personaggi e alla situazione politica esterna all’Egitto, concentrandosi su Roma. A una prima parte in cui la protagonista brilla per il suo calcolato cinismo e la sua determinazione, che porteranno alla disfatta del fratello-sposo Tolomeo, ne segue una seconda un po’ meno appassionante in cui sono messi in scena gli intrighi politici della Città Eterna, popolata da una folla di comprimari tra cui Marco Antonio, Ottavio, Cicerone, Bruto, Calpurnia, ecc. Tra i tanti avvenimenti di questo episodio, sicuramente quello più importante è la nascita di Cesarione.
I commenti della colta Cleopatra evocano con efficacia la decadenza dei due mondi, quello egizio e quello romano, e ricostruiscono le differenze culturali e religiose tra i due imperi, pur se intrisi entrambi di cultura ellenistica. C’è forse una certa ostentazione nella trivialità di alcuni dialoghi, ma è tutto sommato funzionale per definire la bassezza morale dei protagonisti.
A differenza di tante altre seconde parti di trilogie, questa di Cleopatra non è un semplice raccordo tra il primo e l’ultimo capitolo, ma un episodio molto ricco in cui succedono molte cose, e che potrebbe quasi essere leggibile a se stante.
Dal punto di vista grafico, i disegni e i colori di Joël Mouclier sono eccezionali, anche se forse nelle ultimissime tavole ha dovuto lavorare più in fretta: il vigore del suo segno rende espressivi i personaggi, anatomicamente ineccepibili, e la colorazione al computer non fa pesare la sua matrice digitale (qualche rara volta sembra che sia partito da acquerelli). I due stendardi/ventagli degli Egizi a pagina 39 risaltano nell’artificialità del copia/incolla proprio perché sono gli unici esempi in tal senso. Gli inserti onirici della prima parte del volume gli offrono inoltre la possibilità di scatenarsi in virtuosismi cromatici e compositivi.
Visto che Cleopatra fa parte di un’altra collana rispetto a quella da cui solitamente attinge Historica Biografie, in appendice non c’è nessun redazionale ma il volume consta comunque di 56 pagine grazie alle otto in più di cui è composto il fumetto.

martedì 11 dicembre 2018

Linus 12/2018

Linus chiude in bellezza il 2018 con un numero natalizio molto interessante e piuttosto ricco, anche se la maggior parte dei fumetti sono assaggini da due pagine.
Tra i classici sempre ottimi Peanuts e Calvin & Hobbes, forse un po’ meno incisivo del solito il primo, mentre stavolta ho avvertito le dimensioni un po’ costrette di Little Nemo e Barnaby chissà quando/se lo (ri)leggerò.
Tra le strisce moderne torna Mutts (molto simpatico) e Perle ai porci è sempre al top, anche se ho notato parecchi salti tra le strisce. Dovrebbero farne un volume integrale, accidenti.
Il clima natalizio fa molto bene alla InkSpinster di Deco che è presente con due pagine ispirate e divertenti. Meno ispirato rispetto al numero precedente è invece Literary Cartoons di Tom Gauld, spero che Igort non ci abbia presentato il meglio subito. “Sballato” (e come potrebbe essere altrimenti) ma piacevole il Cheech Wizard di Vaughn Bodé, con delle simpatiche gag. Leila Marzocchi prosegue la sua deliziosa escursione ne Il mondo di Niger e I quaderni di Esther si fanno leggere.
Chiude questo numero 12 un episodio dei Freak Brothers che non ricordo di aver letto. Molto simpatico, ma i quarant’anni che ha sul groppone si sentono tutti.
E nel mezzo tanti fumettini da due tavole. Torna il Capitan Biscotto di Bacilieri (allora non era un episodio isolato!) con una storiellina simpatica e divertente, che mette in prospettiva le due pagine del numero scorso, che a questo punto immagino fossero giusto una presentazione. Toffolo disegna in maniera stupenda delle impressioni su Milano che francamente non ho capito mentre Tuono Pettinato ci offre una delle sue geniali illuminazioni. Le due tavole de La lingua del diavolo di Andrea Ferraris mi sa che sono solo un’esca per agevolare l’acquisto del volume omonimo pubblicizzato nella pagina precedente (promette bene, ma potevano sbottonarsi un po’ di più, o magari – apriti cielo – serializzarlo sulla rivista) mentre della Antonioni viene presentata una seduta di autocoscienza disegnata purtroppo con lo stesso stile, tranne qualche riempimento di colore in più, di Non bisogna dare attenzione alle bambine che urlano. Il bravissimo Tiziano Angri, evidentemente un seguace di Bacilieri, conclude con una gag una vicenda che avrebbe potuto fornire materiale per un intero volume; la Colaone si profonde in un interessante esperimento grafico che sfrutta la doppia pagina (ma credo che i disegni li abbia fatti Satta); non molto chiaro l’intento di Simone Pace con il suo Il nano e il cacciatore, se non altro disegnato con una certa eleganza. Simpatico Sempre di Giorgio Carpinteri, surreale e divertito ma che tutto sommato parla di un fastidio non da poco per gli automobilisti. Visto che il protagonista è un supereroe immagino che Carpinteri non sia riuscito a sottoporre in tempo la storia per il numero precedente, che aveva come tema proprio i supereroi.
Il tema di questo numero sono invece le fake news e mi sembra che stavolta Igort sia riuscito a raccogliere contributi che quantitativamente sono riusciti a dare maggiore omogeneità al numero. Tra gli altri, quattro spettacolari pagine di Manu Larcenet. Il “problema”, però, è che anche i testi scritti riguardano questo argomento e vista la levatura dei contributi di Bellu, Colamedici e Gancitano alla fine i fumetti ne risultano un pochino sminuiti. Ma parliamo sempre di un numero molto buono, sicuramente il migliore per quel che mi riguarda.

domenica 9 dicembre 2018

Brindille volume 1: I cacciatori di ombre

Una ragazzina fugge da un incendio e si ritrova in un villaggio di pacifiche creature silvane. Non ricorda chi è né da dove viene, ma sulla sua testa danzano delle scintille colorate. Quando una strega annuncia al popolo fatato che la ragazza senza nome scatenerà l’interesse dei Cacciatori di Ombre, i folletti abbandonano il villaggio lasciandola sola. Costretta ad affrontare i pericoli del bosco circostante, incontra un lupo (che però a me ricorda più una volpe) che le farà da cicerone e da scorta. Nel frattempo tre streghe attivano un’orda di creature demoniache al suo inseguimento, facendo anche eruttare lava sul mondo, e nemmeno un improvvisato aiuto ne rallenta l’avanzata. Qualche immagine si fa spazio nella mente della giovane Brindille (leggera come la brina e con la testa che fa scintille: Brindille, quindi, la battezza il Lupo) ma ovviamente tutti i nodi della trama verranno al pettine solo nel prossimo conclusivo volume.
Ci troviamo insomma tra i luoghi più comuni del genere fantasy, come si conviene a una storia indirizzata (immagino) a un pubblico jeunesse e come sempre in questi casi il primo capitolo, per quanto molto lungo, funge più che altro da introduzione alla vicenda sollevando solo parzialmente il velo sui retroscena della storia. D’altra parte il punto forte di Brindille è la parte grafica, l’atmosfera che Bertolucci ha saputo evocare. I suoi disegni sono effettivamente bellissimi, molto dinamici ed espressivi, tanto che alcune sequenze non hanno bisogno di testo anche se mostrano delle creature inumane all’opera. Le caricature di cui si serve spesse volte sono sempre funzionali a far recitare e muovere i personaggi nella maniera migliore. Il lavoro sul colore è anch’esso molto ragionato e funzionale alla narrazione, oltre che ovviamente affascinante da ammirare. Nel popolare il villaggio dei folletti ha saputo inventarsi un sacco di anatomie differenti, con le quali credo abbia anche voluto omaggiare Bone e forse persino Disney.
Non è proprio tutto oro quello che luccica, però: il ricorso alla tavoletta grafica (che Bertolucci addirittura cita nei ringraziamenti!) fa venire il sospetto che nelle scene di massa con l’orda vista in lontananza ci sia stato il ricorso a qualche funzione che copia e incolla degli elementi disegnati a parte, che in alcuni casi risultano in effetti un po’ freddini. Anche le chiome degli alberi in alcuni punti hanno un che di sintetico. Inoltre, per quanto il volume non sia affatto stampato male, le tavole hanno un aspetto un pochino sbiadito. Forse questa impressione è dovuta alla scelta di non usare il nero per i contorni delle figure ma dei colori un po’ più tenui, o forse al vezzo del disegnatore di colorare i balloon in maniera tale che a volte si staccano poco dal resto delle vignette. Poco male, comunque: il risultato finale è molto buono. E solo un volume ci separa dal leggere la conclusione di questa storia che per il momento, al di là del fascino di una protagonista volitiva ed energica, non ha offerto più di un canovaccio già visto moltissime altre volte.
Le tavole a fumetti sono un’ottantina e in appendice al volume della saldaPress vengono presentati studi preliminari, schizzi e layout di tavole, tutti molto belli – in particolare i primi. Non so quali siano le dimensioni originali de I cacciatori di ombre, probabilmente sono più grandi mentre questa edizione italiana si presenta con una diagonale più inclinata verso l’alto, e di conseguenza con un passepartout nero a contornare le tavole: il risultato finale non è però affatto male. Come nel caso di Skybourne la carta è una bella patinata opaca a prova di ditate.

venerdì 7 dicembre 2018

Fumettisti d'invenzione! - 136

Mi permetto di integrare il divertente e interessantissimo volume di Alfredo Castelli con altri “fumettisti d’invenzione” e simili.
In grassetto le categorie in cui ho inserito la singola segnalazione e la pagina di riferimento del testo originale.

CARTOONIST COME PROTAGONISTA – SERIE (pag. 19)

FANBOY
(Stati Uniti 1999, © Horse Feathers, Inc./Sergio Aragones, supereroi, parodia)
Mark [Stephen] Evanier (T), Sergio Aragonés (D) [con vari disegnatori ospiti]

L’adolescente Finster lavora in una fumetteria come commesso, ma il suo sogno è diventare fumettista. Ovviamente è un nerd disadattato che cerca inutilmente di avvicinare la bella della scuola, ignaro che una sua amica ha una cotta per lui. Per rifarsi delle storture della realtà e degli abusi che subisce si rifugia nella sua fertile fantasia, che diventa l’occasione per introdurre in ogni episodio degli inserti realizzati da disegnatori ospiti.
In appendice alla storia a fumetti di ogni numero viene presentato un editoriale scritto dallo stesso Finster che approfondisce gli argomenti di quell’episodio (la censura, la speculazione, ecc.).
Pseudofumetti: alcuni abbozzi di fumetti di Finster vengono mostrati solo nell’ultimo episodio, visto che sono funzionali alla trama; in precedenza vediamo solo alcuni dettagli che lasciano intendere che stesse lavorando a un fumetto con animali antropomorfi. In Fanboy vengono citati moltissimi fumetti esistenti, anche della Marvel e di altre case editrici concorrenti della DC che pubblicò Fanboy, con l’eccezione di Woman Warrior e di Elf People, una versione di Elf Quest col nome modificato probabilmente per questioni di copyright.

[ALTRO] SAGGISTICA (categoria non presente nel volume di Castelli)

IL PESCE DI LANA E ALTRE STORIE ABBASTANZA BELLE (ALCUNE ANCHE MOLTO BELLE, NON TANTE, SOLO ALCUNE) DI MARYJANE J. JAYNE
(Italia 2018, Feltrinelli, umorismo surreale)
Tito Faraci [Luca Faraci], Sio [Simone Albrigi]

Mary Jane J. Jayne è stata una figura chiave del XX secolo, misconosciuta finché Faraci e Sio hanno finalmente deciso di raccontarne i numerosi meriti. Tra le altre cose, ha persino inventato i fumetti. Il libro è in forma di saggio che antologizza alcune opere della Jayne.
Pseudofumetti: Blacky & the Feet, realizzato tra il 1893 e il 1895, è il primo fumetto della storia, soppiantato da Yellow Kid che ne rivelò la pochezza qualitativa. Mentre in Italia si pubblicava Califfo lo Sceriffo nell’inesistente Gazzetta della Simpatia della Gioventù, la Jayne realizzò Jim Jimmy the Little Rascal that Always Did Something Very Naughty, fumetto a vignette con rime baciate in calce come si usava all’epoca. Nel 1927 ebbe l’intuizione di creare Zio Marinaietto e alcuni suoi amici, di cui aveva profetizzato un successo che invece avrà Walt Disney con le sue creazioni, mentre Zio Marinaietto verrà interrotto il 17 novembre del 1928 a causa della violenza delle situazioni che raffigurava. Nel periodo d’oro del fumetto avventuroso americano a strisce (che secondo Faraci e Sio contemplerebbe anche un Dottor Diavolo accanto a Flash Gordon, The Phantom, ecc.) la Jayne realizzò Dick Strongapuncho, giunto anche in Italia col nome Dick Pugnoforte. A partire dal 1956 collaborò con la rivista MADemathics producendo fumetti istruttivi per aiutare i giovani lettori nell’apprendimento di alcune materie. Nel 1967 realizzò un fumetto di supereroi con protagonista il Team Investigamici, di grande successo.
Tra le opere minori, di cui non vengono presentati esempi nel saggio, vengono ricordate Flash Smith. Il ragazzo abbastanza veloce (1933-35), un manga edito da Shishuia nel 1940, il fumetto autobiografico La mia brutta esperienza a Nagasaki (1945) e persino un fumetto radiofonico: Asdrubale, Urgo e Mandrako. I due gorilla (1962).

CINEMA  (pag. 81)

ZODIAC (idem)
(Stati Uniti 2007, poliziesco)
Regia: David Fincher; sceneggiatura: James Vanderbilt (tratto dai libri-inchiesta Zodiac e Zodiac Unmasked di Robert Graysmith), con Jake [Benjamin] Gyllenhaal (Robert Graysmith), Mark Ruffalo (David Toschi)

Un vignettista satirico si converte in detective ossessionato dalle gesta del “Killer dello Zodiaco”, un omicida seriale di cui tuttora è ignota la vera identità.
Il film è basato sui libri scritti dallo stesso Graysmith, che qui diventa il protagonista della vicenda tramutandola in un film di fiction.

CARTOONIST COME COPROTAGONISTA OCCASIONALE – ONE SHOTS IN PUBBLICAZIONI ANTOLOGICHE (pag. 56)

FINE DI UN SUPEREROE
(Italia 2018, in Linus, © Fior, biografico)
Emanuele Fior

Storia breve, forse autobiografica, in cui un aspirante fumettista trova un ostacolo imprevisto (ma probabilmente tutt’altro che sgradevole) sul cammino della sua passione.

martedì 4 dicembre 2018

Intervista a (rullo di tamburi) Piero Alligo

Luca Lorenzon (LL): È veramente un onore conoscere finalmente uno dei miei fumettisti preferiti. Certo, non hai realizzato poi molti fumetti, purtroppo.

Piero Alligo (PA): Mi ero reso conto che avevo i miei limiti col disegno.

LL: Dici sul serio?!

PA: Sì, in realtà lo stile di disegno che mi viene più naturale è futurista. Le fotografie da cui partivo per realizzare le mie tavole erano un’intercapedine, un qualcosa di più che si trovava tra la realtà e il fumetto.

LL: Posso chiederti cosa hai fatto dopo il fumettista?

Piero Alligo è anche editore
PA: Negli anni successivi al fumetto ho fatto il mago comico. Nel senso di prestigiatore: il mago comico è una specializzazione della magia come il mentalismo, la levitazione, ecc.
Prendevo 50.000 lire a serata, finché vinsi il primo premio di magia comica a Saint-Vincent nel 1984, e allora il mio cachet lievitò: per una serata chiedevo 800.000, o anche un milione. Il mio nome d’arte era Mago Rex, con Chiambretti mi esibivo sulla navi russe.
Ho anche vinto il 3° premio al Festival di Cabaret di Loano, infatti sono amico di Raul Cremona che quest’anno ha scritto un fumetto di Martin Mystère insieme ad Alfredo Castelli, con protagonista proprio un mago.
Antonio Ricci mi voleva in Drive In ma poi non se ne fece nulla: poco male, perché nella stagione 1987-1988 partecipai al Raffaella Carrà Show.

LL: Esistono dei siti specializzati in cui si possono vedere le tue performance?

PA: Non ho trovato niente, nemmeno su Youtube [e in effetti neanch’io ho trovato nulla, ndr].
Con i soldi che feci negli anni ’80 diedi seguito alla mia altra passione, cioè i fumetti, e cominciai a collezionare tavole originali.

LL: Quanti pezzi hai?

PA: Difficile dirlo con precisione, credo siano tra le 30.000 e le 40.000.

LL: Immagino che sia difficile fare una classifica tra tutti i tesori che possiedi e dirmi quali sono le tue tavole preferite.

PA: Esatto. In generale posso dirti che prediligo Pinter, Moëbius, Eleuteri Serpieri, Pratt, Toppi, Magnus, il Dino Battaglia più gotico, quello di Poe e Lovecraft. Tra le altre, ho tutte le tavole dell’Ispettore Coke di Dino Battaglia, compresa l’ultima storia rimasta incompiuta che sarà terminata da Corrado Roi. Le tavole saranno in mostra a Città di Castello.

LL: Tu hai anche scritto fumetti per Playboy o mi confondo con l’altro Alligo?

PA: Sì, li ho scritti io: Santo Alligo è il mio fratello scultore, che ha anche realizzato quei bei volumi intitolati Pittori di Carta, un’opera in quattro tomi.

LL: Le tue tavole erano veramente curatissime, hai avuto una formazione accademica classica?

PA: No, nessuna formazione artistica. Figurati che a 13 anni facevo il panettiere, ma avevo sia la passione per i fumetti che per la magia. Solo che ci mettevo così tanto a fare una tavola… [e si vedeva, ndr]
Non ho avuto una formazione artistica, anche perché ho avuto una certa insofferenza verso la scuola dovuta a una brutta esperienza: ho ripetuto la prima media perché un giorno una professoressa volle interrogarmi su un passo dell’Iliade e vedevo che ci godeva a umiliare uno studente giovane. Mi sono chiesto che razza di scuola fosse questa e che razza di insegnamenti potesse dare…

LL: Le tue prime esperienze come fumettista?

PA: A 21 anni, dopo il servizio militare, cercai lavoro nel settore dei fumetti e collaborai sia con Eureka che con Il Corriere dei Ragazzi che all’epoca era già diventato Corrier Boy. Per quest’ultimo mi firmavo “Janus”. Feci solo un paio di fumetti per il Corriere Boy, erano quelle cose del tipo Hitchcock che racconta una storia, mi ricordo l’aneddoto di una sceneggiatura che mi era stata data in cui il protagonista doveva avere il naso a patata, le lentiggini e i capelli a spazzola ma una volta che portai le tavole vennero rifiutate proprio per questo motivo! Eppure c’era scritto sulla sceneggiatura che il protagonista dovesse avere quelle caratteristiche. Mi rifecero fare le vignette (l’eroe deve sempre essere bello) e la storia fu pubblicata con le pecette.
Erano tempi di transizione per la testata, il nuovo direttore D’Argenzio mi spiegava che per disegnare le donne avrei dovuto disegnarle nude e poi vestirle, così sarebbero state più sexy. Alfredo Castelli mi consigliò di provare anche con Eureka, e così feci.
Da Eureka fui costretto a trovare lavoro a Il Mago proprio quando stavano per offrirmi la realizzazione di una serie a puntate, perché una volta parlando con Luciano Secchi mi scappò di dirgli che io apprezzavo di più i fumetti di Linus, che lui odiava: mi disse che non avrei più collaborato con lui! Poco male: Il Mago mi pagava 35.000 lire a tavola contro le 15.000 che mi dava Secchi.

LL: Hai anche pubblicato sul Sgt. Kirk di Ivaldi.

PA: Sì, ma pubblicai solo una storia. C’è però un altro fumetto, intitolato L’Impasto Assurdo, che mi venne pagato ma non fu mai pubblicato. È l’unica volta che mi è successo.

LL: Hai mai pensato di tornare a fare fumetti?

PA: Come ti dicevo, in realtà il mio vero stile, quello che mi viene spontaneo, sarebbe diverso da quello con cui ho disegnato i fumetti negli anni ’70. Non penso proprio che tornerò a disegnare fumetti.

LL: Già, sarebbe come sperare che Danilo Masciangelo tornasse a fare fumetti: impossibile!

lunedì 3 dicembre 2018

Intervista a James O'Barr e Chiara Bautista

Claudio Zuddas (CZ): Lei quest’anno è presente, seppure indirettamente, anche con il nuovo progetto del Corvo made in Italy.

James O’Barr (JO): È un progetto che è nato grazie al tramite di Micol Beltramini, ci siamo conosciuti in una precedente edizione di Lucca.

CZ: Certo che fa uno strano effetto vedere Il Corvo a colori, ripensando alla vecchia versione in bianco e nero.

JO: Il risultato è buono, molto espressivo. Io immagino in bianco e nero i miei fumetti anche per l’influenza che hanno avuto su di me i vari media in bianco e nero di cui ho fruito, soprattutto i film. I vecchi noir, per capirci.

CZ: Non sarebbe male fare un remake del Corvo, intendo il film, in bianco e nero.

Chiara Bautista (CB): Sarebbe fantastico!

JO: Questo in parte è già stato fatto: nel film originale le scene d’amore sono filmate a colori secondo un metodo normale di ripresa, mentre quelle violente sono sgranate. Ma chissà che non si riesca a fare una nuova versione.

CZ: Il fulcro attorno il quale ruota Il Corvo è il concetto di vendetta…

JO: Quello è solo il punto di partenza, e nel corso degli anni ho rimaneggiato varie volte il fumetto. C’è sicuramente la vendetta come tema forte, ma c’è uno spazio molto importante anche per la redenzione. E ovviamente anche per l’amore.

CZ: Di certo Il Corvo è un fumetto diverso da quelli che escono negli Stati Uniti. Il protagonista ha dei poteri soprannaturali, ma non è certo un supereroe classico.

JO: I supereroi non mi interessano, sono un genere molto standardizzato. Io cerco di fare più che posso per migliorare la scena dei comics americani.

CZ: Sente la forza iconica de Il Corvo?

JO: Intendi se ho avuto successo e ho fatto i soldi? Ma no, sono lo stesso di vent’anni fa, ho ancora una Honda Civic… Se ti riferisci all’impatto che ha avuto sul pubblico, sono rimasto commosso nel vedere l’accoglienza che ho avuto a Lucca e che abbia dato vita al progetto Memento Mori.

CZ: Chiara Bautista, lei è appena alla sua terza apparizione in pubblico, e la fa oltretutto fuori dai confini statunitensi: come si è trovata in questa sua prima uscita italiana?

CB: Sono entusiasta, è tutto molto bello, meraviglioso… tanto più che James mi ha comprato un anello l’altro giorno qui a Lucca e mi ha chiesto di sposarlo!

CZ: Lei è l’autrice di Bunny Girl, un fumetto molto particolare che a sua volta è diverso dalle proposte tipiche del mercato statunitense: quanto c’è di messicano in Bunny Girl?

CB: È un fumetto molto legato alla cultura messicana, si basa su una leggenda messicana secondo cui il Sole e la Luna sono entità umanizzate.

CZ: Com’è la scena del fumetto in Messico?

CB: Non ci sono molti fumetti di supereroi in Messico, se non quelli importati dagli Stati Uniti, è una scena più simile a quella europea. Ci sono fumetti basati su cose più ispirate alla nostra realtà, come potrebbero essere le telenovelas.

CZ: Ci sono fumetti sui Luchadores?

CB: Sono rimasta sorpresa nel vedere Quebrada [fumetto scritto da Matteo Casali per vari disegnatori, ndr], non sapevo che i luchadores fossero famosi fuori dai confini messicani. Mentre da noi non ci sono fumetti sull’argomento, almeno non che io sappia.

JO: Ormai è un mondo globalizzato.

domenica 2 dicembre 2018

Moonshine vol. 1

E finalmente, dopo che alla fumetteria era arrivata una copia un po’ malridotta rispedita al mittente, ho potuto leggermi l’ultimo parto della coppia Azzarello-Risso.
La storia è ambientata tra i redneck, nell’America rurale di fine anni ’20. Azzarello ci mette dentro tutto quello che ci si può aspettare: proibizionismo, federali, malavitosi, magia nera, bifolchi cazzutissimi. E ci aggiunge anche un tocco originale con la licantropia.
Lou “il Bello” viene inviato dal suo boss di New York a trattare con gli Holt affinché lo riforniscano del whisky che distillano clandestinamente: “trattare” significa fondamentalmente che il patriarca Hiram Holt dovrà accettare le condizioni senza fiatare per evitare ripercussioni. Ma il compito non è per nulla facile: uno solo degli Holt ha già fatto fuori una squadra di agenti dell’FBI, sbranandoli…
Approfittando dell’alcolismo di cui soffre Lou e dell’atmosfera sospesa del West Virginia, Azzarello scrive una storia sincopata che non procede linearmente ma fa qualche balzo in avanti a causa dei vuoti di memoria del protagonista. I vari “buchi” verranno riempiti o meno a seconda dell’estro dello sceneggiatore. A questo si uniscono il suo consueto stile di scrittura fatto di dialoghi allusivi e un sacco di personaggi secondari, oltre che degli inserti onirici riferiti a un vecchio trauma di Lou, rendendo il bandolo della matassa un po’ ostico da dipanare. O meglio: la trama in sé è perfettamente comprensibile, ma bisogna mettersi d’impegno per cogliere tutti i dettagli e capire alcune delle sequenze parallele. Il finale lascia un po’ di amaro in bocca, non tanto per la conclusione drammatica quanto perché Azzarello sembra aver riciclato in fretta e furia un McGuffin dopo essersi dimenticato di averlo introdotto.
I disegni di Risso sono stupendi come al solito, e stavolta ha anche colorato le sue tavole in prima persona con risultati fantastici, evocando alla perfezione l’atmosfera di Dixieland e aggiungendo pathos dove serviva. Paradossalmente, i flashback realizzati all’acquerello sono un po’ meno efficaci del resto.
L’edizione Oscar Ink non è proprio economica. Con 22 euro ci portiamo a casa un volume cartonato stampato su carta non patinata (che un po’ indebolisce i colori di Risso) e che raccoglie solo 6 comic book originali, che però in questo caso almeno hanno di solito un paio di tavole in più rispetto alle canoniche 20. In appendice l’ormai immancabile selezione di variant cover si esaurisce in due solo pagine. E il formato è poco più grande del classico 17x26. Altri operatori del settore che trattano le stesse tipologie di fumetto (Panini, saldaPress, Magic) avrebbero probabilmente licenziato lo stesso volume a un prezzo più basso, e probabilmente su carta patinata. Di logica un colosso come la Mondadori dovrebbe praticare prezzi molto più bassi rispetto a quelli della concorrenza, ma evidentemente il fumetto è un settore in cui la recente esperienza dell’editore lo ha spinto a una maggiore cautela.
Cercando di non farmi influenzare da queste ultime considerazioni, credo di poter dire che Moonshine non è un capolavoro ma sicuramente una lettura piacevole.