mercoledì 31 dicembre 2025

Il Meglio e il Peggio del 2025

                                               Meglio

1

I Cugini Meier. Capolavoro.

2

London after Midnight. Tra questo e La Torre dell’Elefante era una bella sfida, ma come qualità di stampa è meglio questo.

3

La Torre dell’Elefante. Cionondimeno, anche questo altro volume di Alcatena si merita il podio.

4

Batman in Nove Vite. Ottima interpretazione noir di Batman impreziosita da disegni molto suggestivi.

5

Braccio di Ferro di Bud Sagendorf. Con tante grazie a Salvatore che me l’ha fatto scoprire.

6

Beneath the Trees where Nobody sees. Una piacevole sorpresa.

7

Twilight di Chaykin e Garcia Lopez. Boh, me lo sono ritrovato nell’elenco. Era davvero così bello? Forse Chaykin era riuscito a trattenere la sua loquela copri-nulla. I disegni comunque sono di Garcia Lopez, ed è già qualcosa. Lo tengo comunque per bilanciare il Peggio.

Peggio

1

Flavor Girls eh, sì: l’hanno pubblicato anche in italiano. Non penso sia poi diverso da quello che ho letto io.

2

Dungeons & Dragons Ravenloft: Il Caravan dei Dannati. Ennesima delusione, stavolta ancora più cocente, di queste versioni a fumetti di Dungeons & Dragons.

3

Hulk: Banner!. Corben era già ben oltre la linea di guardia, Azzarello molto deludente.

4

Cover. Dio, quant’è verboso Bendis. Ma almeno fa sorridere. David Mack invece non aveva proprio voglia di disegnare.

5

L’ultimo giorno di Howard Phillips Lovecraft. Deludente.

6

Il Morto. Nessun numero in particolare, perché è da un bel po’ che non riesco a leggerlo. Sono più che disposto a supportare una casa editrice piccola e il fumetto mi piaceva molto, ma come si fa a supportarlo se non lo distribuiscono più? Sì, potrei recuperarlo. Non a Lucca dove non ho mai visto la Menhir ma ho amici che vanno regolarmente a Reggio Emilia, che poi oggi sarebbe Bologna, ma non è la stessa cosa leggerlo e parlarne in differita.

Meglio o Peggio?

Il Nome della Rosa 2. Quest’anno mi tocca rispolverare questa categoria/non-categoria. Il fumetto è un capolavoro, la confezione lo mortifica.

Buon 2026!

domenica 28 dicembre 2025

martedì 23 dicembre 2025

Krane le guerrier Tome 3 - La Septième Galaxie

Nel primo volume di Krane disegnato da Patrito avevo ravvisato una certa evanescenza nelle figure umane tratteggiate ad aerografo. Forse anche lui se n’era accorto e in questo terzo e ultimo volume della serie mi sembra che abbia pensato bene di “sporcare” le tavole per renderle più vivaci e tridimensionali.

La storia inizia col botto: un essere umano inseguito da alieni riesce alfine a raggiungere la sua nave spaziale e a lanciare un messaggio in bottiglia, o meglio in un razzo, che verrà raccolto 3000 anni dopo. Sorpresa: pur essendo intestato a lui questo episodio non vede propriamente protagonista Krane, ma ruota attorno alla ciurma dell’astronave Explorateur XII guidata dal comandante Ralph che dopo vari sforzi riesce a tradurre il messaggio di Krane (era lui l’uomo braccato) e a mettersi così alla ricerca di quello che aveva lasciato detto nella vetusta cassetta video modello KG3: in uno dei pianeti di Andromeda aveva nascosto il più importante segreto dell’umanità dentro una… «balise»… che tra i vari significati che ha la parola in francese immagino qui voglia dire “faro” e non “etichetta” visto che nella forma ricorda un po’ il monolito di 2001 – Odissea nello Spazio. A ogni buon conto, l’equipaggio va anche sul vecchio satellite di Krane per recuperare i suoi effetti personali tra cui sperano di rinvenire i piani per i motori spaziotemporali.

Può sembrare poco credibile che un formato di conservazione dei dati di tre millenni prima possa essere decifrabile nel futuro, e infatti (forse già presagendo la prossima obsolescenza delle VHS – questo volume è del 1993) recuperarne e decrittarne il contenuto è lo scoglio principale della storia. Anzi, l’unico: in questa vicenda non ci sono pericoli, non ci sono nemici, non ci sono ostacoli, non ci sono prove da superare, non ci sono minacce, non ci sono colpi di scena: gli eventi sono molto lineari (e totalmente avulsi da quelli riportati in quarta di copertina!) e avvicinandomi alla fine delle proverbiali 46 tavole già subodoravo che La Septième Galaxie fosse solo l’antipasto di un ciclo che poi non venne concluso. Per fortuna non è così: la storia in effetti finisce, forse un po’ in fretta, con un finale che potrebbe sembrare filosofico o freddamente scientifico o poetico o beffardo a seconda delle inclinazioni di ognuno.

Il recupero di alcuni elementi dello scorso volume come il pianeta delle amazzoni può trasmettere un piacevole senso di continuity programmata, né manca un pizzico di umorismo. È però pur sempre fantascienza di trent’anni fa: per quanto possano essere suggestive le trovate di Gourmelen nemmeno questo fumetto passa indenne alla prova del tempo.

domenica 21 dicembre 2025

Dungeons & Dragons: Ladra di Meraviglie

Questo raccontino ruota attorno al Deck of Many Things, un classico oggetto magico di Dungeons & Dragons che mi ero sempre ripromesso di mettere in qualche campagna senza poi farlo mai. È una trovata vagamente metanarrativa che introduce un bel po’ di caos nel gioco, visto che a seconda delle carte pescate possono verificarsi situazioni mortali, assurde o vantaggiosissime senza alcuna logica.

La aasimar Rudd, una bara (nel senso di gambler, non di cassa da morto) riceve la visita della sua vecchia conoscenza il mago Bas che la costringe ad accompagnarlo a prendere il Mazzo delle Meraviglie dal goblin che ce l’ha adesso: la carta della Luna concede dei desideri e quindi anche la possibilità di resuscitare la sua, di Luna, cioè la moglie di Bas che intuiamo non essere stata indifferente a Rudd che pure fu parzialmente colpa della sua morte. Visto il pericolo di pescare le carte sbagliate con effetti deleteri, sarà sempre Rudd a estrarle confidando nella benevolenza di Istus, dea presso cui prestava servizio.

I due finiscono così inseguiti da vari gruppi interessati all’oggetto: un ordine di cavalieri che protegge l’universo dal caos generato dal mazzo, un’orda di non morti che vuole vendicarsi del mazzo per essere stati uccisi dai suoi effetti e una gilda di ladri licantropi – forse esistono tutti e tre nell’incarnazione attuale del gioco.

Tra fughe rocambolesche e colpi di scena c’è forse troppo materiale infilato in queste 72 pagine ma tutto sommato il ritmo indiavolato tiene incollati alle pagine. Al di là di una trama articolata Ellen Boener inanella più di una battuta divertente: niente per cui entusiasmarsi, ma basta poco per risaltare in positivo a confronto con altri obbrobri che si sono visti tra il recente materiale a fumetti di D&D.

In compenso i disegni di Eduardo Mello sono atroci. Non credo si possa ritenere bravo nemmeno nel suo genere esageratamente grottesco visti gli esiti sgraziati e soprattutto il fatto che non riesce a rispettare le fattezze di un volto di vignetta in vignetta – adottando uno stile caricaturale dovrebbe essere facile, no?

Considerato che le immagini delle carte in questione sono palesemente tratte da altre fonti (disegnate molto meglio, ça va sans dire) mi viene il sospetto che forse questo volumetto sia stato pensato anche come viatico per pubblicizzare il relativo game prop del mazzo, ammesso che esista. Dopotutto decenni fa la TSR ne aveva allegato una versione sulla rivista Dragon.

I giocatori più attempati potrebbero storcere il naso davanti a certe bizzarrie filologiche: Istus è (era?) una dea specifica di Greyhawk, non dei Forgotten Realms dov’è ambientata la storia. E alcuni effetti delle carte sono discutibili perché dovrebbero sempre riguardare chi le pesca e non essere paragonabili a incantesimi da lanciare addosso agli altri. Ma al di là del fatto che le cose potrebbero essere cambiate nel corso delle varie edizioni di D&D, si è letto ben di peggio (molto di peggio) in questi fumetti dedicati a Dungeons & Dragons.

venerdì 19 dicembre 2025

Storie e Misteri del Lago di Como

Gente riservata, i comaschi. Timidi, direi. Al limite della segretezza. Insomma, capisco che tra le molteplici attività della Etv Publishing – Espansione S. r. l.  il fumetto non è quella preminente, ma se io pubblicassi un volume disegnato da Piccinelli e Villa lo strombazzerei ai quattro venti. E invece non hanno nemmeno messo un trafiletto sull’Anteprima e ho scoperto per caso dell’esistenza di questo volume, che poi se ho ben capito sarebbe parte di una collana. Il suo predecessore si occupa di leggende e folklore e quindi come argomento probabilmente mi interessa molto di più, ma visto che ancora non mi è arrivato per il momento mi gusto questa raccolta di fatti storici di Como e dintorni.

I fumetti sono tutti sceneggiati da Dario Campione, che firma anche l’introduzione. È curioso e lodevole che una persona esterna professionalmente al linguaggio del fumetto (così si evince dalle sue note biografiche) sia riuscita a costruire delle storie molto scorrevoli e appassionanti senza lasciarsi prendere la mano dalla scrittura, lasciando anzi spesso ai disegni il compito di raccontare con le immagini i dettagli e le atmosfere delle vicende. Certo, Villa e Piccinelli sono due fuoriclasse, ma comunque non era una cosa scontata.

Si comincia con La scomparsa del Brüt, una vicenda legata alle Cinque Giornate di Como, di cui ammetto che non conoscevo l’esistenza: a Schignano e Menaggio si teme per la sorte di Francesco, un giovane aderente all’impellente rivolta contro gli Austriaci. Lui in realtà non se la passa male, felice ospite di un’affascinante contessa a Tremezzina, ma partecipa lo stesso all’insurrezione dopo che il Carnevale di Schignano gli permette di raggiungere Como indisturbato. Al di là della trama, molto lineare, la storia è anche l’occasione di mostrare il Carnevale locale con le sue particolarità che diventano metafora del giogo austriaco.

I disegni di Villa sono meravigliosi, addirittura superiori alle mie aspettative; in questo frangente ha sperimentato con tecniche e materiali che non gli ricordavo. Chissà, forse in un paio di vignette c’è stata anche la volontà di omaggiare Dino Battaglia.

Delitto sui binari della Menaggio-Porlezza è un curioso giallo di cui ci viene anticipato all’inizio il colpevole. Probabilmente è tratto da un fatto di cronaca come testimonierebbe la riproduzione di una copertina dell’epoca (1884) del giornale Il Nuovo Lario. Molto interessante lo scavo psicologico dei personaggi e la puntuale descrizione delle metodologie di lavoro di carabinieri, banditi e ferrovieri.

Ottimi i disegni di Piccinelli, che a sua volta si concede qualche deriva un po’ elaborata (vedi i monti che fanno capolino dai panorami nebbiosi) ma che eccelle soprattutto nella resa delle espressioni e nell’elaborazione dei volti.

In fuga con il brigante ci trasporta in un’epoca più vicina, nel tormentato 1944 in cui una famiglia ebrea deve fuggire verso la Svizzera attraverso il crinale di San Lucio. A guidarli sarà il giovane “brigante” del titolo, Bosco. Dario Campione coglie l’occasione non solo per mostrare nel dettaglio le strategie nell’affrontare quei percorsi, ma anche omaggiare la flora locale e per ricordare la figura del brigante Carcini che operò un secolo e mezzo prima in quelle zone.

I disegni di Villa sono stupendi e oltre a concentrarsi molto sulla varietà ed espressività dei volti per l’occasione usa anche la mezzatinta, tecnica con cui lo abbiamo già potuto ammirare altrove.

Si finisce nella contemporaneità con Storie di Lorenzo e Lucia. Il giovane sceneggiatore televisivo Lorenzo in cerca di tranquillità per scrivere un romanzo ha affittato casa a Livo, dove trova non solo l’affascinante locatrice Lucia ma anche una ricca biblioteca da cui apprende un fenomeno poco conosciuto: l’emigrazione che per due secoli a partire dalla fine del ’500 coinvolse i comaschi che cercarono fortuna in Sicilia, principalmente a Palermo. Dal diario di Lorenzo Noghera apprende della diffusione anche nel Comasco della devozione di Santa Rosalia, cui ci si affidava per scongiurare la peste. Visto che anche la promessa sposa del Noghera si chiamava Lucia la mise en abîme manzoniana è quanto mai profonda.

Piccinelli offre una prova addirittura migliore della precedente: visto che molte vignette sono costituite dal testo del diario può concentrarsi su un lavoro più illustrativo ed elaborato.

La qualità di stampa di Storie e Misteri del Lago di Como è quella paradossale delle scansioni digitali: da una parte si colgono dettagli come le matite non cancellate e le sfumature di china che con il fotolito sarebbero risultate compatte, dall’altra i tratteggi (soprattutto quelli più fini) non sono così nitidi come negli originali. Poco da lamentarsi: questa è la norma o quasi della stampa contemporanea.

L’unico difetto che invece si può ravvisare in queste pagine è il lettering di Aldo Lanfranchi molto meccanico sia come grafia che come forma dei balloon.

A integrare i fumetti ci sono due lunghe e interessanti interviste ai disegnatori e una ricca bibliografia. Le 72 tavole di fumetto promesse in quarta di copertina sono effettivamente 72 (18 a episodio) e il volume consta in totale di ben 96 pagine – cartonato, di gran formato e su carta patinata, il tutto a 20 euro.

Insomma, un volume eccezionale, una scoperta gradevolissima. Quasi quasi mi pento di aver rivelato l’esistenza di questa chicca invece che custodirne anch’io il segreto.

martedì 16 dicembre 2025

Oscar Wilde raccontato da Topolino

A dispetto del titolo, questa raccolta coinvolge paperi e non topi ma la grafica di copertina potrebbe essere stata studiata per rimandare alla testata e non al personaggio.

Introdotti da un illuminante testo di Tito Faraci sulla parodia, sfilano tre adattamenti delle opere di Oscar Wilde realizzati tra 1990 e 1996, ognuno preceduto da brevi cenni all’opera di riferimento e alle curiosità specifiche della versione disneyana.

Il fantasma di Canterville trasfigura ovviamente gli elementi più macabri, così la macchia di sangue diventa la zuppa che Sir Paperin ancora in vita fece scivolare sul pavimento. Per il resto la fedeltà dell’adattamento di Alessandro Sisti è rigorosa tanto che Qui, Quo e Qua sono sin troppo pestiferi rispetto a come li ricordavo, ma viene chiarito nelle prime tavole che si tratta di una rappresentazione in cui i personaggi interpreteranno ruoli ben definiti. Forse a causa della durata (26 pagine: non certo fulminante ma nemmeno molto articolata) la storia non coinvolge troppo. I disegni di Roberto Marini sono sicuramente validi e vi ho ravvisato dei rimandi a qualche autore classico di cui mi sfugge il nome. L’inchiostrazione però è un po’ monocorde né il suo stile ha qualche guizzo che lo faccia risaltare. In realtà Marini ci ha messo sia la volontà che il lavoro, solo che i fitti tratteggi che compaiono ogni tanto finiscono per sporcare i disegni piuttosto che arricchirli, ma potrebbe essere un difetto della stampa di questo volumetto. Questa prima parodia è sicuramente godibile e divertente, ma avrebbe potuto esserlo di più.

L’importanza di chiamarsi Papernesto (e non «PaperERnesto» come indicato nel sommario e nel trafiletto di presentazione) è più articolata essendo stata serializzata su due numeri del giornalino. Le gag e le reinterpretazioni papere di Carlo Panaro sono divertenti, inoltre i disegni di Lino Gorlero hanno un’inchiostrazione più modulata e anche per questo le sue tavole sono più frizzanti.

Per finire, Il ritratto di Zio Paperone di Caterina Mognato e Valerio Held. Qui siamo totalmente fuori dall’ottica dell’omaggio scrupoloso e Il Ritratto di Dorian Gray è solo uno spunto abbastanza vago. Più che altro, la storia ricorda il Canto di Natale di Dickens: Paperone commissiona un suo ritratto a un pittore, ma l’opera si deteriora progressivamente mostrandone un’immagine sempre più mostruosa. Suggestionato da un incubo, Paperone pensa che il quadro voglia rivelare la sua grettezza (tratta malissimo parenti e sottoposti, tanto che il maggiordomo Battista si licenzia) e per rimediare prova a porre un freno al suo caratteraccio e alla sua avidità – è inquietante notare dei paralleli tra certe soluzioni imprenditoriali di Paperone e alcune malversazioni più o meno recenti ben reali. La soluzione del mistero è classica ma efficace.

Anche questa storia è piuttosto lunga e mi pare che a metà ci sia uno stacco ma il sommario riporta la pubblicazione su un unico numero di Topolino. È la più divertente e originale delle tre, anche se il lato parodistico è meno evidenziato. Peccato per la colorazione che indugia troppo su effettini digitali.

Molto bella la copertina di Paolo Mottura colorata da Mario Perrotta. A Mottura è dedicata una breve intervista in appendice: altri redazionali sono il ricordo di un’altra versione disneyana de Il Fantasma di Canterville e un approfondimento sull’autore irlandese.

Pur avendo le stesse dimensioni di Topolino e non beneficiando della carta patinata, a 7,50 euro il volumetto cartonato fa la sua bella figura.