giovedì 31 dicembre 2020

Il Meglio e il Peggio del 2020

 Il Meglio

1

Mattéo – Il quinto periodo: ci ho pensato molto prima di decidere se includere anche questo nel Meglio del 2020: praticamente ogni volta che ne esce un volume ce lo metto nel Meglio di quell’anno e capisco che posso sembrare ripetitivo. Però è veramente eccezionale, sicuramente meglio del precedente.

 

2

Padovaland. Una rivelazione.

 

3

Lena 3: Il Braciere su Lanciostory 2347-2350. Partie de Chasse aggiornata al terzo millennio.

 

4

Historica 87: Mezek. Yann e Juillard al top.

 

5

Cosmo Serie Gialla 88: Argentina. Lele Vianello ho imparato ad apprezzarlo solo da pochi anni. È vero che a livello grafico non può competere con il maestro Hugo Pratt, ma giustamente non gli interessa nemmeno: quello che conta è che a differenza di quei fumettisti (e sono la maggioranza) che dicono di voler raccontare una storia e poi fanno un fumetto su di loro che vogliono diventare fumettisti, lui racconta una storia. E il suo citazionismo per così dire carezzevole e non ostentato è un ulteriore pregio di questa storia appassionante e ben costruita.

 

6

(questo numero non mi è ancora arrivato)
The Doomsday Machine. Che bella sorpresa: una rivista di fumetti nel 2020! Ovviamente parliamo di un progetto quasi amatoriale, ma che dimostra grande professionalità: sono evidenti la serietà e la progettualità alla sua base, che talvolta mancano anche ai grossi editori. Nessuna delle storie brevi è un capolavoro (ma non sono mancate delle gemme), però il progetto va premiato in sé.

 

Il Peggio

 

1

La terribile Elizabeth Dumn contro i diavoli in giacca e cravatta: che minchiata.

 

2

Hollywoodland: non è tanto una critica al fumetto in sé (buono) quanto alla proposta da edicola: era proprio necessario dividerlo in tre albi invece di farne uno solo?

 

3

Barbarossa 10 (ma anche Yoko Tsuno 5, l’integralone di Gaston Lagaffe, ecc.): nonostante i propositi di Andrea Rivi, a quanto pare con l’acquisizione di Nona Arte da parte della Cosmo possiamo solo sognarceli.

 

Meglio o Peggio?

Historica 94: Airborne 44. Anche quest’anno rispolvero questa categoria. Il fumetto in sé è ottimo, ma perché pubblicare i volumi 7 e 8 saltando i 5 e 6?

Buon 2021!

martedì 29 dicembre 2020

The Dollhouse Family: La Casa delle Bambole

Se non altro lo sceneggiatore M. R. Carey è stato onesto e ha anticipato sin dall’inizio che questa storia di fantasmi e possessioni ha una base pseudoscientifica. Molto pseudo.

Nel 1979 la piccola Alice riceve in eredità una bellissima e apparentemente antica casa di bambole, uno di quei giocattoli diffusi nel mondo anglosassone in cui vengono ricreate in piccolo delle abitazioni signorili molto dettagliate. Il padre di Alice è un uomo manesco e dedito all’alcol ma grazie a una formula magica la bambina può andare a rifugiarsi nella casa giocattolo, dove i pupazzi prendono vita e giocano con lei. E dove si trova anche la Stanza Nera, un luogo tramite cui la casa stessa parla con i suoi abitanti “suggerendo” loro cosa fare una volta tornati al mondo reale. Siccome il consiglio prontamente accolto è quello di ammazzare suo padre, colpa che ricadrà sulla madre, Alice passerà i primi anni della sua vita in giro per case famiglie e istituzioni simili.

Nel mentre, o meglio 150 anni prima, Joseph Kent esplora in Irlanda una caverna sconosciuta, rinvenendo una creatura colossale e cedendo alla lussuria con una ragazza che si trova nella stessa caverna. La narrazione procede parallela e mentre Joseph ha miracolosamente un figlio dalla moglie ufficialmente sterile (che muore nel parto) Alice cresce, diventa una veterinaria e ha anche lei una bambina, nata dopo un “incidente” con un preservativo. Nemmeno la pillola del giorno dopo funziona: a quanto pare deve per forza nascere una nuova creatura, proprio com’era accaduto con Joseph… La casa delle bambole ricompare poco prima che Alice e sua figlia Una rimangano mutilate in un attentato, e alla fine la protagonista si decide a farla finita con quell’entità che vuole manipolarle per i suoi scopi.

Pur nascendo negli Stati Uniti The Dollhouse Family non è certo la classica storia di supereroi (si vedono persino delle donne nude! Inconcepibile!) però ricorre comunque agli stereotipi del genere: i cliffhanger, alcune battutine cool, la preparazione per lo scontro finale, la creazione di una nemesi, addirittura la retcon… Il suo intento di essere qualcosa di diverso da un fumetto mainstream è quindi riuscito solo in parte, inoltre il ritmo è sin troppo sincopato con sequenze molto lunghe frammiste ad altre che avrebbero meritato un minimo di approfondimento (Jake accetta la sua paternità senza colpo ferire, per limitarsi a un esempio). Carey ha messo un po’ troppa carne sul fuoco e tra riferimenti alla tradizione gaelica e ai gruppi suprematisti bianchi avrebbe sicuramente tratto beneficio da qualche capitolo in più oltre ai sei di cui è composto questo fumetto. Come anticipato, la spiegazione del mistero è pseudoscientifica o meglio pseudorazionale. Ma anche il ricorso alla fantascienza per spiegare il nucleo della storia non copre del tutto certi buchi logici. Più che altro, il lavoro di Carey è apprezzabile per aver architettato una storia in cui tout se tient, spargendo indizi nel corso di tutti e sei gli episodi.

I disegni sono opera di Peter Gross con “rifiniture” di Vince Locke. Non è che queste ultime abbelliscano più di tanto il comparto grafico, che è piuttosto abbozzato e che l’accumulo di segni e segnetti rende a volte ancora più confuso. Qualche volta si fa fatica a distinguere un personaggio da un altro, e se le pupille non sono uniformemente nere ma solo tratteggiate gli sguardi diventano assenti e i personaggi inespressivi. Ogni tanto affiora anche qualche sproporzione anatomica. Le sequenze nella Stanza Nera sono invece molto efficaci, perché il tratteggio ricorda quasi delle incisioni; ma purtroppo queste sequenze sono pochissime.

Non si può certo dire che The Dollhouse Family sia un brutto fumetto, ma la cosa che ho apprezzato di più sono le suggestive copertine fotografiche di Jessica Dalva.

domenica 27 dicembre 2020

Michel Vaillant Nuova Serie 8: 13 Giorni

I tredici giorni del titolo sono quelli che ha a disposizione Michel Vaillant per prepararsi a partecipare al Gran Premio di Francia. Inizialmente riluttante, accetta l’invito di Cyril Abiteboul e così affronterà la gara coi colori della Renault. Le didascalie che scandiscono lo scorrere del tempo fanno montare la giusta tensione nel lettore che accompagna Michel nei suoi allenamenti sotto la supervisione di professionisti inaspettati (pare che un pilota di Formula 1 finisca in apnea più volte nel corso di una gara) e con strumentazioni quasi fantascientifiche a testimonianza dello scrupoloso lavoro di documentazione di Lapière e Graton junior. Oltre al lavoro per recuperare la forma, prendere confidenza con la nuova vettura e calibrarne i parametri Michel dovrà anche affrontare l’opinione pubblica e gestire un po’ di public relations. La narrazione procede spedita con qualche rarissimo (e gradito) tocco di ironia nei dialoghi e citando addirittura la preistoria di Michel Vaillant col suo passato di trombettista dilettante. Oltre a questo, sfilano una pletora di marchi realmente esistenti e di personalità del mondo reale (ho dovuto fare qualche ricerca su internet per capire chi fosse quel Cyril), motivo per cui all’inizio dell’episodio è stato messo un disclaimer a riguardo. Finché si arriva al Gran Premio, il momento più atteso dagli appassionati e quello più noioso per me. Il finale è decisamente buono; ovviamente la saga andrà ancora avanti (Michel deve riscattare il marchio Vaillante) ma siamo finalmente arrivati a un punto fermo.

Stavolta ad accompagnare Benéteau, che si occupa dei dettagli tecnici e nello scorso numero anche delle figure umane, c’è Vincent Dutreuil. Non so come si siano divisi il lavoro, ma effettivamente la parte grafica è un po’ inferiore rispetto agli episodi precedenti. Sfogliando il volume non si nota, però certi dettagli anatomici non sono proprio correttissimi (alcuni mani e piedi sono talmente brutti che sembrano disegnati da Jack Kirby) ma questi rari difetti sono tutti concentrati nelle prime pagine. C’è però anche qualche problema per così dire “logico”, ovvero Michel lamenta inizialmente di non essere in forma ma il suo fisico non viene disegnato in maniera diversa prima e dopo gli allenamenti, così come le fattezze di alcuni personaggi, e dello stesso protagonista, non sempre sono uguali di vignetta in vignetta. Un tratto così netto e sintetico, senza tratteggi e sfumature, sarà poi sicuramente elegante e funzionale alla narrazione, ma impostando la griglia delle tavole su tre strisce le vignette a volte risultano un po’ vuote, anche se il buon lavoro del colorista Bruno Tatti le rende comunque esteticamente valide. Il tempo di prendere maggiore confidenza con formato e personaggio e non dubito che i due disegnatori sapranno ottenere risultati migliori, e comunque nel complesso la parte grafica di 13 Giorni non è male.

giovedì 24 dicembre 2020

Eroi in Crisi

Ennesima Crisi della DC Comics (ormai ne faranno una all’anno o giù di lì), questa storia parte almeno da premesse originali: la trinità dell’universo DC ha predisposto una struttura isolata con tecnologia kryptoniana in cui i supereroi possono andare a sfogarsi come dallo psicanalista per liberarsi dai traumi che altrimenti potrebbero farli deragliare. Nello specifico, la tecnologia permette di creare un ambiente virtuale a piacimento del “paziente”.

Ma qualcuno (o qualcosa) è riuscito a localizzare il posto e a superarne le difese e ha ammazzato i vari ospiti che si trovavano lì in quel momento. Chiaramente a farne le spese sono le mezze calzette dell’universo DC, quelli la cui mancanza non pone problemi di continuity o rimpianto nei fan. Alcuni non so nemmeno se esistono veramente o se sono stati creati appositamente per questa miniserie. La succitata trinità (Superman, Batman e Wonder Woman) indaga per arrivare al bandolo della matassa ma nel frattempo anche Booster Gold e Harley Quinn, aiutati poi da Batgirl e Blue Beetle, indagano perché devono scagionarsi dalle rispettive accuse di questo genocidio.

Nel mentre la notizia dell’esistenza di questo Santuario è stata diffusa mettendo a repentaglio la credibilità degli eroi, che si vorrebbero sempre sicuri di sé e privi di debolezze.

Ovviamente l’elemento investigativo della storia la fa seguire con interesse, per il resto Tom King scrive con brio senza esagerare con le battute cool (anche se qualcuna c’è) e caratterizzando molto in profondità i personaggi senza farli blaterare troppo. Queste qualità vengono in parte vanificate dai molti riferimenti a situazioni precedenti che non conosco e che, pur non essendo indispensabili per apprezzare la trama portante, hanno una certa influenza su di essa. A inframmezzare il flusso della narrazione ci sono tavole con gli eroi al “confessionale”, secondo un canone abbastanza comune usato anche in un film per ragazzi sulla Justice League che intravidi anni fa. Anche la soluzione del mistero, per quando accessibile anche così, richiede un minimo di conoscenza dell’universo DC che io non ho. Anche per questo non l’ho apprezzata molto, oltre che per tutti i problemi di sospensione dell’incredulità che comporta. Come non è molto apprezzabile la fastidiosa Harley Quinn, solo un po’ meno ridicola e irritante della sua controparte maschile Joker.

Sicuramente molto buoni i disegni di Clay Mann, che però non va oltre le matite e si vede. Purtroppo non è riuscito a fare tutto il lavoro da solo ed è stato occasionalmente (anzi, assai spesso) aiutato da disegnatori dignitosi, se non molto bravi a loro volta, ma non altrettanto spettacolari: Lee Weeks, Travis Moore, Mitch Gerads e Jorge Fornes.

Boh, poteva essere un fumetto interessante, e in parte lo è, ma per i miei gusti è troppo compiaciuto del suo rimestare nella mitologia DC Comics.

martedì 22 dicembre 2020

Alien 43 (+ supplemento): La sceneggiatura originale

Versione a fumetti della prima stesura della sceneggiatura di Alien di Dan O’Bannon, che ha subito molte modifiche in corso d’opera prima di diventare il film di Ridley Scott. Leggendo questa miniserie di cinque numeri, elaborata da Cristiano Seixas, si ha contemporaneamente un’ovvia (ma piacevole) sensazione di déjà vu e un’altra sensazione ancor più piacevole di risalire alle vere origini del film, quasi fosse un dietro le quinte.
La trama e i passaggi principali sono gli stessi, ma i dettagli diversi sono tantissimi, a partire dai nomi dei protagonisti. Ovviamente non li elenco per non rovinare la sorpresa a chi deve ancora leggere il fumetto. La vicenda si dipana con grande efficacia nonostante debba essere contenuta nel formato di cinque comic book da 20 tavola l’uno; non mi sembra che sia stato fatto alcun lavoro per creare dei cliffhanger e questo Alien va letto tutto di seguito. Nonostante la storia sia ben nota, o forse proprio per questo, la tensione monta sin da subito e anche grazie a certe avvedute scelte di regia vengono ricreati il senso di claustrofobia ma anche il dinamismo di certe scene. I disegni di Guilherme Balbi sono molto belli: rigorosamente realistici ma al contempo espressivi, rendono alla perfezione le sequenze interamente mute. I colori sono opera di Candice Han.
Questa versione in albetti da 48 e 64 permette oltretutto di risparmiare rispetto all’eventuale versione in trading paperback visto che tutta la storia costa così meno di 9 euro. Non si tratta di una cortesia da parte della saldaPress visto che con la fine del 2020 decadrà la sua licenza per pubblicare i fumetti di Alien a causa di un cambio del detentore originale dei diritti.

lunedì 21 dicembre 2020

The Flash/Zagor: La Scure e il Fulmine

La copertina che ho preso io
Preso con l’obiettivo di trovare del sano intrattenimento scacciapensieri, non ha deluso le aspettative.

Un concilio di tribù indiane vaticina un’imminente catastrofe, il cui arrivo si riverbera sui mondi dei due protagonisti. Flash lotta contro i… «rogue» (ha veramente un gruppo di supernemici che si chiama così? Che fantasia…) quando viene raggiunto dalla visione del ragazzino in fuga che ha annunciato la catastrofe, mentre Zagor indaga su un villaggio abbandonato da cui escono i suoi vecchi nemici, alcuni dei quali ufficialmente morti. Anche a lui compare la visione del ragazzino e quando la tocca gli universi si incontrano per un momento.

Tutto qui, anche perché La Scure e il Fulmine è solo l’incipit del “vero” cross-over tra Flash e Zagor che uscirà prossimamente. Queste 20 pagine sono state però calibrate in modo da essere fruibili autonomamente fornendo l’introduzione alla storia e presentando abbastanza in profondità i due protagonisti e i rispettivi universi narrativi. Coniugando i registri narrativi della scuola supereroistica e di quella bonelliana la storia offre un sacco di azione e anche qualche azzeccata battuta fornita da Cico.

I disegni di Davide Gianfelice sono in tono con l’allegro parossismo della vicenda, tanto dinamici che qualche rara volta certi dettagli sono poco più che schizzati. Le copertine di Carmine Di Giandomenico sono ancora più ipertrofiche. La griglia delle tavole è molto libera, i colori sono realizzati da Luca Saponti con la supervisione di Emiliano Mammucari. La qualità della carta, non patinata, toglie però lucentezza e nitidezza all’insieme.

L’albetto è brossurato e a vederne la costola sembrava che fosse anche abbastanza corposo (ulteriore vantaggio, oltre al risparmio, della carta usata!) ma in realtà quasi metà delle sue 32 pagine sono occupate da redazionali curati, almeno in parte, dagli sceneggiatori Giovanni Masi e Mauro Uzzeo che cercano freneticamente similitudini e punti di contatto tra i due personaggi per giustificare il loro incontro (senza che ce ne sia assolutamente bisogno) riuscendo alla fine a trovare delle affinità convincenti nelle biografie “civili” dei due eroi di carta.

Non so quali siano i progetti a lungo termine della Bonelli, ma dubito che negli Stati Uniti sia tanto facile pubblicare un fumetto con un personaggio che si chiama Iron-man (un nemico di Zagor) se non si è la Marvel, così come Cico potrebbe far sollevare polemiche per la sua raffigurazione parodistica dei messicani. Per fortuna in Italia non abbiamo di questi problemi.