Padovaland è un affresco corale che segue alcuni personaggi
gravitanti attorno all’ateneo patavino. Giulia va in giro in bici a fotografare
scorci di archeologia industriale che il suo relatore smonta regolarmente ritenendoli
inutili per la tesi. Da un paio di mesi la sua amica Irene, che si è presa un
anno sabbatico e lavora in un supermarket, non le parla più. Irene è
cicciottella e ha due tette enormi, che in una maniera o nell’altra influiscono
pesantemente sui rapporti che ha con gli uomini. Insieme al fratello Fabio
frequenta Catia, bella e molto desiderata (
in
primis da Fabio), due caratteristiche che non vive affatto con serenità e
che anzi per lei sono ormai un problema. Nel supermercato dove lavora Irene
fanno capolino anche la dispotica Lucia e il suo fidanzato-zombi Andrea mentre
il pugliese Nicola semina consigli su come relazionarsi con l’altro sesso ai
problematici uomini veneti.
Nel corso di due feste di laurea
le carte si mischieranno e, anche grazie a qualche intervento esterno al gruppo
(Irene frequenta un collega più maturo), scopriremo qualche segreto dei
protagonisti e un paio di piccoli misteri verranno risolti.
Miguel Vila segue i suoi personaggi
con scrupolo da entomologo, le inquadrature sono quasi tutte panoramiche
dall’alto in assonometria isometrica, oppure dettagli o ancora campi medi
frontali come se guardassimo un terrario. A dispetto di quanto scritto in
quarta di copertina, la situazione dei personaggi non è poi così catastrofica e
anzi sul finale ci sono almeno un paio di sequenze umoristiche o comunque
divertenti. È pur vero però che tutti i protagonisti sono resi con grande
realismo e hanno sia pregi che difetti, che per alcuni sono quasi delle
patologie. Ho trovato geniale che due personaggi che hanno un grande peso nelle
storie di alcuni protagonisti, Tobi e Luisa, non si vedono mai!
I disegni (e i colori) di Vila
sono molto buoni, il suo tratto è sottile e non modulato ma spesso intervengono
puntinismo o tratteggi per dare corpo ai volti. Oltre che efficace il risultato
è molto espressivo. Inoltre lavora con i “pesi” delle tavole, giocando sulle
dimensioni e il posizionamento delle singole vignette. Mi è sembrato di
scorgere un po’ di Daniel Clowes e un po’ di Paolo Bacilieri.
Si potrebbe cedere alla
tentazione di definire il suo stile grottesco, ma in realtà la determinazione
con cui sottolinea le imperfezioni della pelle o la grandezza di un naso sembra
più che altro un modo per creare dei volti (forse ispirati a persone vere)
senza ricorrere a forme stereotipate, e soprattutto è un meccanismo in più,
oltre i piercing e le capigliature, per rendere immediatamente distinguibili i
personaggi nei frequentissimi campi lunghi.
Pur avendo meno di trent’anni e nonostante
questo sia il suo primo fumetto, Miguel Vila dimostra insomma una grandissima
maturità e Padovaland è uno dei
fumetti migliori che ho letto nel 2020. Tra tanto ben di Dio (che un veneto
dovrebbe declinare con epiteti ben diversi da quelli soft che affiorano ogni
tanto, ma capisco che le bestemmie potevano sembrare una provocazione gratuita)
risalta come un pugno in un occhio l’a capo sbagliato («magis-trale») a pagina
151, ma almeno Vila si fa pure il lettering da solo mentre case editrici ben
più titolate di Canicola ricorrono a quello digitale e di a capo sbagliato ne
macinano anche più di uno a volume.
Padovaland oltretutto mi ha intrigato con un mistero: a pagina 79
della mia copia un adesivo con una tavola del fumetto ne copre forse un’altra.
Avevano stampato per sbaglio una tavola già messa? Per un errore di stampa era
venuta fuori bianca o illeggibile? L’autore ha avuto un ripensamento che ha
corretto in corso d’opera? Guardando in controluce si intravedono delle forme (e
mi pare che non siano quelle di pagina 80) e la tentazione di strappare
l’adesivo è forte ma mi sa che rovinerei il volume…