giovedì 25 novembre 2021

Il signor Spartaco. Viaggio di un epicentrico

L’acquisto risale a prima di Lucca, ma mi sono preso il mio tempo per lasciare sedimentare le storie e leggermi la lunga postfazione di Francesco Boille.

Con questa opera cambia il metodo (o la filosofia) di realizzare fumetti di Lorenzo Mattotti, per sua stessa ammissione: prima del più compiuto Fuochi, la parte grafica prende il sopravvento sui testi. Spartaco è un fisico che viaggia spesso in treno, e in cui proprio il treno accende dei ricordi o delle fantasie legate a traumi infantili e adolescenziali. Il surrealismo onirico che permea i sei capitoli di cui si compone la serie dissuaderebbe a un primo impatto da ogni tentativo di ricostruire un’unica trama conclusa e concludente, cionondimeno Spartaco si fa amare (oltre che per la bellezza delle tavole, ma Mattotti di lì a poco si sarebbe superato) per la simpatia innata di un protagonista “vinto”, in quanto vittima degli eventi e di decisioni altrui, eppure quasi sempre allegro e positivo; né mancano delle trovate molto divertenti e colte allo stesso tempo, come un libro di Buzzati che diventa il pranzo di Spartaco “soldato” nel quinto episodio. Ma non bisogna lasciarsi fuorviare dai giochi di prestigio evocativi e grafici di Mattotti: uno sviluppo narrativo c’è, a partire da Libero, il terzo e più lungo episodio, che avrà conseguenze a lungo termine per Spartaco.

Il volume Logos consta di 136 pagine, di cui solo la metà è dedicata a Spartaco – intercalato oltretutto dai frontespizi dei singoli capitoli. Oltre alla postfazione di Boille ci sono un altro fumetto sempre dedicato alla suggestione del viaggio (scritto da Jerry Kramsky) e un sacco di studi, schizzi, illustrazioni e quadri, tanto da farlo sembrare quasi un catalogo più che un libro a fumetti.

martedì 23 novembre 2021

Intervista a Vincenzo Filosa

Bob 84 mi pare che abbia suscitato qualche perplessità nel grande pubblico in relazione al suo costo, soprattutto in riferimento al formato che è tascabile. Per me però il formato è connaturato al tipo di fumetto che volevate fare. Se fosse uscito in bonelliano sarebbe stato percepito diversamente, ne sarebbe venuta fuori un’altra cosa.

 

Probabilmente sarebbe stato così, ma comunque il discorso è che la foliazione e il tipo di narrazione sono legati più al graphic novel che alla serialità, cioè il nostro tipo di approccio è quello di quando lavoriamo a progetti autoriali nostri, come quando Paolo non lavora per Bonelli in veste di disegnatore semplicemente. Quindi noi abbiamo pensato di fare uscire questo oggetto qui senza mai pensare al prezzo, questo è un ragionamento che poi fa l’editore.

Ricordatevi comunque che è un discorso legato alla tiratura e quindi a quante copie si tirano in base alla richiesta.

 

Tiratura che immagino sia segretissima.

 

Non la conosco nemmeno io. Ma è un dato importante: se non c’è la stessa richiesta di un manga qualsiasi di successo non puoi raggiungere cifre importanti. Tutto dipende dalla richiesta del mercato: se tutti effettivamente vogliono un Bob 84 a 5 euro basta fare l’investimento su questo primo volume perché poi se se ne possono fare più copie e più numeri sicuramente si scenderà anche in quel senso. Il prezzo è un ragionamento che gli autori (e in un certo senso anche gli editori) non possono decidere.

 

Interviene Paolo Bacilieri: Posso aggiungere una cosa?

 

Ben venga.

 

[il suo intervento lo leggerete su Fucine Mute]

 


Volevo anche ricordare che il formato è particolare per questa categoria merceologica, ad esempio le pagine non sono fresate e incollate sul dorso, ma rilegate e cucite.

 

certo, anche l’editore non ha pensato alla serialità da edicola ma al mercato del graphic novel a cui noi siamo più legati.

 

Tu prima hai citato i manga: è stato questo il vostro punto di riferimento? Perché io invece ci avevo visto, evidentemente sbagliando, un rimando ai “neri” degli anni ’60 e ’70.

 

Ecco, di questo mi piace parlare piuttosto che del prezzo!

Allora: in Giappone come in Italia alla fine degli anni ’50 si è affermato un nuovo genere, il nero a fumetti. Contemporaneamente alla nascita e all’affermazione di Diabolik in Italia in Giappone si stava affermando un fumetto di genere thriller, noir, spionistico, quello che adesso molti definiscono “gekiga” e che ha dato effettivamente un contributo fondamentale per lo sviluppo del manga per come lo conosciamo adesso. Cioè il gekiga è stato la svolta adulta del manga. Come Diabolik è stata la svolta adulta del fumetto in Italia.

 

Che prima era considerato solo per bambini.

 

Più o meno sì, poi con Diabolik lo prendevano anche i pendolari che andavano a lavorare. Quindi c’è stato questo parallelo, ma ce ne sono stati tanti di paralleli fino agli anni ’80 nel fumetto giapponese come in quello italiano, ed è una cosa che mi affascina moltissimo. Noi ci siamo rifatti a quel periodo lì. Cioè noi vogliamo riproporre quel particolare fumetto e allora abbiamo ripreso gekiga, nero all’italiana ma anche Bonelli (perché per forza di cose il discorso non può prescindere anche da quello) e abbiamo cercato di metterlo insieme in questo prodotto che ha un approccio autoriale però deve tantissimo al fumetto “per tutti”. Per capirci, questo è il fumetto che vorrei dare a mio padre per farglielo leggere, perché gli altri miei fumetti lui non li legge manco morto. E quindi abbiamo pensato anche a quel Giappone lì. Come avrai notato nella parte finale il Giappone diventa preponderante non solo come ambientazione ma anche la gabbia delle vignette cambia completamente: passiamo dalle due strisce italiane a una gabbia più gekiga, più action, che è tipica del manga. Questa cosa ci serviva anche per raccontare quella che sarà poi l’eventuale evoluzione della serie. Perché quello che vogliamo fare (attraverso questo approccio procedurale come nei telefilm classici alla Law and Order) è avere non dico “il caso del mese” ma quasi. Bob sarà quindi una carrellata di vittime del nostro killer. Ogni storia racconterà gli ultimi secondi (o minuti, ore, giorni o settimane) di vita di una data vittima di Bob.

 


Questo spiega anche il senso del titolo, che a me era sfuggito.

 

C’è anche un altro significato nel titolo, perché richiama l’approccio che abbiamo avuto (soprattutto Vincenzo nella sua sceneggiatura, ma che condivido in pieno). [anche questo intervento di Bacilieri lo leggerete su Fucine Mute]

 

Abbiamo parlato tantissimo di paralleli tra fumetto italiano e giapponese. Quando il gekiga si è affermato il manga commerciale e massificato ha preso in prestito tutto quello che in quel genere funzionava per integrarlo nella sua struttura.

 

Ma questo succede in tutti i settori artistici.

 

Però il fumetto italiano adesso sta rinnegando questa gabbia, questo formato, per inseguire altri formati ma secondo me la gabbia a due strisce è proprio il nostro modo di vedere il fumetto, e il fatto che questa cosa si perda a discapito di produzioni più colorate, più pazze, più strane o più esotiche (sia da est che da ovest) secondo me è un gran peccato, perché abbandonare la nostra produzione fumettistica porta a un impoverimento generale di tutto il settore.

A me Diabolik è sempre piaciuto, mi piace ancora tantissimo e voglio portare avanti il discorso iniziato da Diabolik, non che Diabolik abbia smesso di esistere però vogliamo prendere quel linguaggio lì sviluppato in quel fumetto e portarlo in altre direzioni. È una cosa che non succede perché quella gabbia lì viene considerata superata quando invece il manga presenta un formato molto simile semplicemente con una foliazione più importante ma ha grande successo.

 

Credo che un numero di Diabolik venda molto di più di un manga generico che non è un successone.

 

Questo è bellissimo ma sarebbe importante che quel linguaggio lì venisse portato anche verso altri lidi, venisse sviluppato. Che poi è quello che è successo nella storia del manga. La cosa che mi piace tantissimo della storia del manga è che dalla nascita con Tezuka fino ad adesso c’è una continuità genetica che è innegabile. Cioè se tu leggi L’Isola del Tesoro di Tezuka e leggi One Punch Man o Chainsaw Man o gli altri che ci sono adesso le regole sono sempre quelle: l’approccio alla regia e alla narrazione è sempre quello. Solo che naturalmente viene aggiornato continuamente di contenuti, di stili, di approcci però la struttura, lo scheletro, rimane sempre quello lì e secondo me è una storia che garantisce continuità, identità culturale e anche la possibilità di parlare a tantissimi ragazzi, perché offre un prodotto che è continuativo, che è voluminoso e quindi interessa.

domenica 21 novembre 2021

Rimasugli da Lucca

Per la sua natura pensavo di non parlarne, però riguardandolo mi sono reso conto che è un prodotto ben più che dignitoso pur se rientra nella categoria del materiale promozionale.

Guerre Feudali veniva infatti dato in omaggio in occasione della presentazione delle novità Acheron, o eventualmente si poteva recuperare negli stand selezionati a cui erano state date alcune copie (per fortuna: non ricordo dove si svolgeva la conferenza di presentazione ma mi sembra che fosse un po’ decentrata rispetto agli itinerari che mi ero proposto per quel giorno). Si tratta di un fascicolo spillato di grandi dimensioni stampato su carta patinata ad alta grammatura interamente a colori. In sostanza è un’introduzione a Brancalonia per quanti ancora non la conoscessero, ma è anche un assaggio della campagna in procinto di essere pubblicata.

Al di là delle inevitabili e doverose nozioni di base, il supplemento offre una rapida guida alle cinque regioni settentrionali del Sinistro Stivale e anche un bel po’ di informazioni storiche e politiche che non ricordo di aver letto nel manuale di base. Non mancano delle inevitabili riprese delle regole di Brancalonia, ma per fortuna ci sono anche aggiunte a quelle stesse regole e non solo copia-incolla.

Guerre Feudali è stato realizzato in collaborazione con il “movimento” Feudalesimo e Libertà, il cui intervento scritto non mi ha divertito nonostante gli intenti satirici.

Il pezzo forte è l’avventura che occupa la metà di queste 44 (!) pagine, un’anteprima di quella che sarà la campagna L’Impero randella ancora. Come intuibile dal titolo (ma io ci sono arrivato tardi, leggendo i titoli dei capitoli in cui è divisa l’avventura…) si tratta di un pastiche di Guerre Stellari con molteplici citazioni. Per chi riesce a coglierle, ovviamente. Le appendici sono ricche di nuovi mostri e personaggi non giocanti (beh, i primi sono assai pochi, in realtà) e quindi la loro utilità si estende al di là di questa avventura.

L’Impero randella ancora viene presentata come campagna giocabile in maniera indipendente da Brancalonia, solo con le regole del gioco-di-ruolo-più-famoso-di-tutti-i-tempi; la natura militaresca del tutto non mi attira più di tanto ma chissà…

Guerre Feudali è di per sé un bell’oggetto, ovviamente non indispensabile per chi gioca a Brancalonia ma sicuramente molto ricco e ben confezionato.

venerdì 19 novembre 2021

Intervista a Miguel Vila

Puoi presentarci il tuo nuovo lavoro, Fiordilatte?


Fiordilatte è la nuova graphic novel che ho fatto quest’anno. Non si tratta del seguito di Padovaland come forse qualcuno avrà pensato. Assomiglia molto a Padovaland perché c’è lo stesso spirito, i personaggi possono ricordare quegli altri perché anche questi hanno i loro difetti, hanno delle caratteristiche simili e ovviamente lo stile è molto simile. Stavolta però ci sono regole un po’ diverse: nell’altro libro abbiamo un racconto corale, un intreccio di trame, qui invece c’è un’unica storia e le vicende ruotano tutte attorno agli stessi tre o quattro personaggi. Quindi stavolta possiamo vedere anche una dimensione intimistica molto più profonda: vediamo diverse fasi e più trasformazioni degli stessi personaggi.

Poi anche la location cambia, si tratta sempre di provincia veneta ma qui ho giocato un po’ con la creazione di un borgo antico veneto, quindi mi sono un po’ inventato questa città quando invece nel primo libro era una città diffusa, una provincia.

 

C’era anche una periferia industriale.

 

Cosa intendi?

 

Ricordo la ragazza che andava alla ricerca di scorsi per la tesi di laurea.

 

Sì, esatto, c’era anche quello, l’aspetto industriale. Però a livello spaziale era una realtà denucleizzata: non aveva un centro, era tutta piena di piccoli centri. Qua invece abbiamo questa periferia un po’ dispersa ma attorno a questa città veneta inventata, in un luogo naturale un po’ romanticizzato che sono questi tipici colli veneti, un ambiente da Prealpi.

Questo in sostanza è Fiordilatte. Ovviamente ci sono le stesse dinamiche un po’ spinte di Padovaland, anche se qui mi sono spinto anche oltre, le scene sono molto più esplicite, molto più grafiche.

 

Padovaland ha avuto un’ottima accoglienza: non hai sentito la pressione della seconda opera? Anche Caparezza ci ha fatto una canzone sopra, e persino Troisi intitolò il suo secondo film Ricomincio da Tre per evitare giudizi troppo pesanti sulla sua seconda opera (anzi, nel suo caso anche sulla prima)…

 

In effetti avevo un po’ di paura perché c’è questa idea che il secondo libro (o qualsiasi altra opera artistica) che fai è sempre rischioso specialmente quando hai avuto un minimo di successo, quindi la gente ti conosce e ha delle aspettative su di te, ha già capito il tuo stile e ti vede già come un autore maturo. E per questo la seconda opera può essere una grande sfida.

Però nello stesso tempo mi sono sentito molto sicuro perché questa storia per come è strutturata poteva evitarmi quel problema: non è una continuazione di Padovaland e ha dei personaggi autonomi e precisi. Questa storia è autonoma, c’era già e sin da subito mi è sembrata molto potente. Insomma, non dovevo ripescare gli stessi personaggi, potevo crearne di nuovi dal nulla e quindi sarebbe diventata una cosa diversa. E quindi queste considerazioni mi hanno garantito un libro completamente nuovo anche se poi l’universo narrativo, se possiamo chiamarlo così, è quasi lo stesso.

Secondo me basta avere un po’ di accorgimenti, riflettere su cosa puoi migliorare rispetto alla tua opera precedente. Chiaramente tu fai un fumetto e ti aspetti di migliorare, nel senso di capire cos’altro potresti fare meglio, quali sono stati i tuoi limiti. E dopo ci vuole ovviamente molta fortuna: io posso impegnarmi un sacco ma poi per qualche motivo il secondo fumetto non piace, il pubblico rimane deluso, quindi alla fine per quanto mi ci sono impegnato è una cosa che sfugge un po’ alla mia possibilità di controllo, è una cosa su cui non puoi influire più di tanto!

 

Prima parlavi delle scene crude presenti anche nel primo volume. Però io avevo notato il tuo particolare stile, le tue inquadrature dall’alto e in assonometria cavaliera come se i personaggi fossero degli insetti sotto lo sguardo di un mirmecologo. È una cosa voluta o semplicemente è il tuo stile che è venuto fuori così? Mi è sembrato quasi che tu volessi cercare un distacco dai personaggi.

Inizialmente quando lavoro a questi fumetti non penso tanto a cosa voglio rappresentare a livello di metafore o del messaggio da dare. Di solito non mi importano queste cose, a me importa raccontare delle storie in cui succedono degli eventi in modo preciso, che siano spinti o leggeri.

Il discorso delle architetture e delle planimetrie è una cosa più formale, mi piaceva raccontare la città in quella maniera: è una cosa che ho imparato guardando Google Maps, è bello vedere il tessuto di una città perché è una prospettiva che di solito non conosciamo, vediamo le città da un punto di vista ridotto, accidentale, e non zenitale come quando prendiamo un aereo e vediamo le città dall’alto. E magari quando siamo in aereo non abbiamo nemmeno la voglia o la possibilità di vedere sotto. È un modo insolito di vedere la città, più nascosto. Ed è bello anche perché capisci tante cose della città nella sua interezza che non cogli normalmente.

E ti parlo proprio di disegni geometrici, di composizione, quindi la morale non c’entra. Anche se mi piace rappresentare questi personaggi visti dall’alto, come insettini, perché togli tutta quell’emotività, quel romanticismo, che potrebbero avere. In pratica depuro quei personaggi dal peso retorico che possono avere, per cui sai in anticipo come devono comportarsi. Così invece i personaggi sono scarnati e come lettore non sai come porti davanti a loro: non ti viene data una guida morale perché alla fine sono individui della vita reale, anche se sono fittizi.

 

A tal proposito, ho notato in Padovaland un grande lavoro fisiognomico, i personaggi sono molto ben caratterizzati graficamente – parlo soprattutto delle figure femminile che solitamente sono molto difficili da personalizzare senza renderle mostruose. Ti sei ispirato a persone reali per caratterizzarli così bene?

 

Certo, ci sono molto studi dietro ma anche inevitabili riferimenti a persone che conosco o che ho incontrato.

 

Per quel che riguarda la tecnica usi il computer?

 

Disegno in bianco e nero in “analogico” e poi coloro con il computer.

mercoledì 17 novembre 2021

Altri acquisti lucchesi

Di questi non azzardo una recensione, anche perché al momento sono arrivato a leggerne circa la metà. Fermi restando la stima e il rispetto per il CICAP (e l’oggettiva piacevolezza stilistica di molti interventi) segnalo solo che mi è dispiaciuto molto vedere i refusi, tra cui gli a capo sbagliati, che infestano questi manuali, a maggior ragione vista l’origine accademica. Peccato.

Desolato dall’impatto iniziale con questa Lucca 2021, li ho comprati il primo giorno approfittando di una promozione per cui lo sconto aumentava a seconda del numero dei volumi acquistati, ma soprattutto prevedendo che di fumetti ne avrei presi pochi (e forse intuendo che anche di giochi di ruolo sarei rimasto a bocca asciutta o quasi). E in effetti è andata proprio così, anche se poi qualcosina ho preso.

lunedì 15 novembre 2021

Intervista a Gianluca Parisi e Simone Delladio


In cosa consiste Art Raiders?

 

È una serie di documentari, sono 4 episodi in onda su Sky Arte da una settimana circa, ogni episodio racconta il ritrovamento e come è stato trafugato un reperto di arte antica dai tombaroli e si fa il punto sulle indagini che hanno portato a capire che strada ha avuto questo reperto e come è arrivato ai musei più importanti del mondo. E poi è importante aggiungere che è sia girato dal vivo, con interviste, che in animazione per raccontare la parte avventurosa che c’è dietro ogni reperto. Qui allo stand ci sono cinque poster con la carpetta numerata dedicata alla serie.

 

Vedo che si tratta di un prodotto multimediale, perché ci sono anche dei fumetti.

 

In realtà in questo stand non c’è solo Art Raiders perché ci sono tanti prodotti diversi. Sono semplicemente tutti prodotti editoriali collegati alle produzioni di Sky Arte. Noi siamo Tiwi e ci occupiamo della parte di realizzazione ma non per tutto quello che è qui esposto e lavorando con Sky Arte portiamo la parte editoriale al di fuori, l’affranchiamo da quella prettamente di produzione.

Quindi si parte da In Compagnia del Lupo, una serie di otto episodi con Lucarelli in cui si va alla ricerca di quelle che sono state le radici storiche delle fiabe e così si va a capire che forse il cattivo della fiaba, il lupo, non era proprio così come è arrivato a noi. Forse la storia era un po’ diversa e i veri cattivi erano altri. Questi sono stati otto episodi, andati in onda su Sky Arte e la prossima stagione è in corso di produzione e finalizzazione adesso. Anche questa sarà caratterizzata da un mix di girato e di animazione. La stiamo registrando proprio in queste settimane.

 

Mi parli di Tiwi?

 

Sì, Tiwi è una casa di produzione e animazione di Reggio Emilia. Qui trovi i dettagli sulle nostre attività.

 

Qui allo stand c’è anche Simone Delladio, che a quanto pare collaborerà con questo progetto. Tu Simone cosa stai facendo in questo periodo?

 

Con Tiwi sto lavorando agli storyboard di In Compagnia del Lupo e poi non mancano certo altri lavori: sto lavorando anche per la Ferrari, per il Campionato GT.

 

Ah, interessante, di cosa si tratta?

 

Purtroppo al momento non posso parlarne, è ancora un progetto segreto.

 

E ovviamente nel frattempo stai portando avanti anche Dampyr.

 

Adesso dovrebbero uscire due numeri miei, perché uno è rimasto bloccato per un po’. L’altro invece è in produzione, uscirà in dicembre. Quindi sì, la mia collaborazione con Bonelli su Dampyr procede!

sabato 13 novembre 2021

Horror 7, 25 (3 Nuova Serie) e 29 (7 Nuova Serie)

Uno pensa di fare un affarone e invece…

Nello stand di una fumetteria al rinnovato ma per me inedito Palazzetto ho trovato dei numeri della vecchia rivista Horror, che venivano venduti a 5 euro l’uno. Materiale di cinquant’anni fa, molto famoso e dalla comprovata qualità. Siccome l’unico dei tre numeri della Prima Serie era rovinato sul dorso ho chiesto uno sconticino e me lo hanno fatto a 3 euro, pagando alla fine il tutto 12 euro perché 13 come numero non piaceva al venditore. Contentissimo, ho sfoggiato questo acquisto con gli amici locali, ma un’autorità del settore mi ha spiegato che anche per Horror (nonostante sia vecchio, famoso, ecc.) vale la regola secondo cui di base la copia di una rivista viene venduta a 5 euro, può tutt’al più lievitare se ha qualcosa di speciale come un allegato ancora presente oppure una storia di un autore famoso mai o poco ristampata (vedi alcuni Eureka con Magnus). E vabbè.

È stato un piacevole tuffo in un’epoca e in un settore per me quasi sconosciuti, pur se come ricordava Alfredo Castelli, con la sua partenza dalla rivista questa decadde in maniera netta. Rispetto ai due numeri della Nuova Serie, il numero 7 dedicava molto spazio ai redazionali, che erano di elevata qualità: nell’inserto dedicato al cinema di genere c’è un breve saggio di Piero Zanotto sul macabro in Disney; il regista Luigi Cozzi riportava poi un interessante incontro con Carlo Rambaldi, non ancora il maestro riconosciuto degli effetti speciali in Italia, o almeno così credo. Una curiosità non da poco è stata per me vedere Rinaldo Traini nell’inedito ruolo di intervistatore: ahilui, gli toccò intervistare una sedicente medium (o quello che era) sulla reincarnazione, ma nel contesto della rivista poteva starci. E infatti diversi altri articoli erano dedicati al paranormale. Ben più interessanti di questi, le pubblicità dell’epoca rievocano un mondo editoriale che fu. Molto interessante in questo senso, ma più in generale per come ricostruisce il clima di un’epoca, la rubrica “Scatola Cinese” di Sergio Trinchero.

I fumetti sono quelli classici di breve durata, anche due sole paginette, con il finale a sorpresa. Da sottolineare un contributo francese di Claude Moliterni (primo episodio di una serie che non so se sia continuata) in cui il disegnatore Robert Gigi viene spacciato per JiJé! L’unico fumetto a puntate sembra essere Beatrice di Pier Carpi e Marco Rostagno, realizzata come una striscia ma con una trama in divenire: veramente niente male, da quel che ho potuto leggere.

Con la Nuova Serie si diceva che la qualità della rivista calò. I redazionali, almeno in questi due numeri, sparirono quasi del tutto e probabilmente per risparmiare si aprirono le porte ad autori stranieri tra cui Philippe Druillet – che però forse comparve già prima su Horror. Tra le cose migliori, ho gradito un Carlo Peroni efficace anche nel realistico, un Giovanni Cianti ispirato a Dino Battaglia e (chi l’avrebbe mai detto) un Paolo Ongaro che scrive anche una simpatica storiella. Si segnalano invece per bruttezza le nuove serie a continuazione: una Horrorella ammiccante e confusa e disegnata assai male, sia nella versione di Daniele Fagarazzi e che in quella di Paolo Cavaliere (anche i testi passeranno di mano da “Guido da Milano”, forse lo stesso Castelli, a Claudio Lopresti) e Barrar, dai testi poco chiari di “B. Barsach” e i disegni meno che dilettanteschi di Rosella Toscanini. Probabilmente al solo scopo di avere qualcosa da pubblicare per andare in stampa, sul numero 7 (29) compaiono anche un fumetto muto (più sperimentazione grafica che altro) di Gianni Bono e Diddi Bozano e uno dell’underground Max Capa. Lavori anche interessanti, ma che nel contesto di Horror c’entravano come i cavoli a merenda.

Da notare che nel “Racconto dell’Angelo Nero” Il Medico d’Anime il protagonista porta la sua vittima a vedere un film di cui non viene mostrato il titolo per esteso, ma che probabilmente è Il Tunnel sotto il Mondo, una produzione maledetta (andate a recuperarvi il catalogo di Trieste Science+Fiction in cui se ne parla) a cui collaborò anche Castelli: omaggio o dileggio verso l’autore e redattore transfuga? O forse “Paolo Brera” era lo stesso Castelli in incognito?

Pur nella consapevolezza di non aver fatto proprio alcun affare e pur con la (poca) paccottiglia fumettistica che venne fatta transitare per la rivista, gli aspetti positivi di queste riviste sono di gran lunga superiori a quelli negativi, e non solo a livello di testimonianza di un’epoca.