Gioco di ruolo in solitario in cui il giocatore è chiamato a creare una divinità e ad accompagnarla dalla sua nascita fino all’inevitabile fine. Detto così sembra molto interessante, nei fatti però non è esattamente un gioco di ruolo e non credo lo si possa definire nemmeno un gioco tout-court non essendoci condizioni di vittoria – non che io ne abbia viste, almeno. Più che altro Apoteosi offre degli spunti per chi volesse scrivere una storia che abbia questo soggetto, usando un sistema di generazione casuale di eventi che ricorda più le tecniche di scrittura automatica degli autori di feuilleton piuttosto che le tabelle di Rolemaster. D’altro canto nella bandella destra viene esplicitato che si tratta di un gioco di ruolo «di scrittura creativa».
Si “gioca” con un mazzo di tarocchi che vanno divisi tra arcani maggiori e minori. Dai primi ne vanno ulteriormente espunti quattro: il Matto, il Carro, la Torre e il Mondo che rappresentano le Ere (cioè le fasi) della “vita” della divinità: Genesi, Ascesa, Declino e Fine. È quindi prevista una conclusione stabilita ma non è detto che vada a finire proprio così, perché l’arcano della Morte consente di tornare alla prima fase mentre il Giudizio permette alla divinità di uscire di scena senza necessariamente concludere la sua esistenza con la Fine.
In ogni turno si pescano un arcano maggiore e tre minori. La divinità è caratterizzata da Attributi e Aspetti che vorrebbero fare un po’ il verso alle caratteristiche analoghe in uso nei giochi di ruolo (c’è persino una scheda del personaggio in appendice) ma che in sostanza non hanno alcun impatto sull’andamento delle “partite”. Ogni arcano presenta degli effetti che possono aumentare o diminuire alcuni di questi elementi (ottenere un nuovo Campione, scoprire un nuovo Rito o Santuario, ecc.) e il “giocatore” è chiamato a infiorettarci sopra le ragioni o il contesto in cui ciò si verifica. L’elemento strategico è del tutto assente perché non è questo che interessa Allyson D’Antonio in Apoteosi: non ci sono terre da esplorare, nemici da sconfiggere, decisioni tattiche da prendere. I giochi di ruolo in solitario presentano ormai una vasta casistica: dalle classiche esplorazioni di dungeon a sistemi più elaborati, ma qui siamo di fronte a qualcosa di diverso. In sostanza il “gioco” consiste nello scrivere un diario in cui annotare degli avvenimenti su cui non si ha praticamente alcun controllo (per quanto ogni tanto venga permessa qualche scelta), sviluppando con la fantasia quello che il destino ha scelto per il giocatore. Nell’introduzione all’edizione italiana Oscar Biffi riporta di averci giocato elaborando contemporaneamente dei versetti biblici per l’aspetto “pubblico” della divinità e dei commenti esegetici per approfondirne la storia, ma la “partita” potrebbe assumere le forme più varie, da una simulazione di pitture rupestri a mesi di registrazioni vocali.
In definitiva Apoteosi propone dietro una confezione molto accattivante e raffinata (dettagli metallizzati in copertina, pagine patinate, grafica ricercata) non un vero gioco di ruolo in solitaria ma un motore creativo per aspiranti autori, una sfida intellettuale e non ludica. Più un oggetto da collezione che un manuale di giochi di ruolo.
Devo ancora capire se le illustrazioni di Maia Trewartha sono pacchiane o suggestive.




