venerdì 19 giugno 2026

Spider-man/Superman 1

Altro giro di team-up tra i personaggi che gravitano attorno alle due vedette, altra copertina dall’anatomia un po’ stramba.

L’antipasto, che poi è anche il piatto forte e la storia più lunga, è l’ennesima reinterpretazione dello spunto dei due eroi bloccati in una situazione apparentemente senza uscita. Brad Meltzer non riesce a coinvolgere più di tanto con la minaccia congiunta Goblin-Lex Luthor nonostante alcuni spunti promettenti (Superman infettato da Venom), anche perché è più interessato a fare una di quelle storielline cariche di significati e profondità. Lettura severamente vietata ai maggiori di anni 12, Pepe Larraz però disegna molto meglio di quello che lasciava intendere la copertina.

Molto simpatica la prima delle storie brevi, scritta da Dan Slott: è il 1938 e Superman si allea con L’Uomo Ragno Dark, catturando Lex Luthor e scagionando J. Jonah Jameson dalle accuse che lo avrebbero portato alla sedia elettrica. Che sia una scelta voluta o meno, le anatomie distorte di Marcos Martin rendono bene l’atmosfera della Golden Age.

La storia scritta da Joe Kelly mi pare che sia la solita spiritosaggine sulle compagne degli eroi (in questo caso Lana Lang e Gwen Stacy) che parlano delle loro relazioni. “Mi pare” perché le ho dato giusto una scorsa visto che i disegni sono di Humberto Ramos, che per me dovrebbe essere vietato dalla Convenzione di Ginevra.

Niente a che vedere col grande Gary Frank che illustra una storia di Geoff Johns in cui Mysterio insieme a Saturn Girl (ma non era una dei buoni?) fa apparire un sole rosso che fa diventare rabbiosissimi molti supereroi spingendoli a picchiarsi fra di loro, presto seguiti dai supercattivi. Una storiellina assai semplice in cui Frank non può brillare come meriterebbe a causa dell’elevato numero di vignette della maggior parte delle tavole.

Segue uno scontro tra Hobgoblin (variante arancione di Goblin) e Steel, il Superman ricoperto di metallo. Lo spunto di Louise Simonson è che il birbante ha rubato l’ultima invenzione del supereroe, ma in realtà il furto gli tornerà utile come test dell’invenzione stessa grazie all’intervento di una guest star Marvel. Una storia molto leggera, cui i disegni di Todd Nauck (un po’ Image anni ’90, un po’ geometrie simonsoniane) non aggiungono nulla.

Altro team-up femminile dopo quello di Kelly e Ramos: Supergirl incontra Ghost-Spider in cima al grattacielo del Daily Planet a seguito della segnalazione di uno Spider-avvistamento. Nessuna delle due è particolarmente contenta di avere a che fare con una versione minore del supereroe più famoso, e nemmeno la collaborazione per sconfiggere una villain DC cambierà poi molto la situazione. Trama pressoché impalpabile di Stephanie Phillips, disegni non disprezzabili di Phil Noto (ma stando al nome Supergirl non dovrebbe essere una ragazza e non una donna matura?).

La premiata ditta Bendis-Pichelli fa incontrare il loro Miles Morales con Superman, attaccato dall’accoppiata Brainiac-Dormammu. Un’idea che poteva fare faville e invece si risolve nel solito dialogo motivazionale. Veramente un peccato. Non male comunque i disegni della Pichelli. Menzione d’onore per il colorista Federico Blee.

Di una rapidità micidiale anche la penultima storia, scritta da Jason Aaron. Non è nemmeno una storia: giusto un assaggio di trama in cui si incontrano la sua Thor donna con Wonder Woman per fermare i piani di Darkseid che vuole il Mjolnir. Disegni misurati e poco incisivi di Russell Dauterman, ma con quello che si è visto altrove mi vanno più che bene.

Addirittura più sbrigativo Jeph Loeb con una sciocchezzuola di due pagine in cui Superman cerca di tirar su il morale di Spider-man che ripensa ancora alla morte di Gwen Stacy. È talmente insignificante che non si può nemmeno definire patetica o banale. Ai disegni Jim Cheung, che ricordavo piuttosto bravo come disegnatore: o la mia memoria è sempre più compromessa oppure nel corso degli anni è peggiorato sensibilmente.

Nel complesso questo zibaldone targato Marvel mi è parso ben più debole del suo omologo DC. Sarà che non conosco gli universi narrativi così a fondo per cogliere le sfumature che forse sono state inserite nelle storie, è più probabile però che in una manciata di pagine anche sceneggiatori di lungo corso non riescano a esprimersi al meglio. Qui, almeno, non c’è riuscito quasi nessuno.

mercoledì 17 giugno 2026

Le serie di Robin Wood inedite in Italia: Los Salvajes Niños de la Memoria (1993)


Oggigiorno è facilissimo procurarsi almeno virtualmente il materiale della Columba, quindi questa ormai non più ipotetica ricognizione sulle serie inedite di Wood è un po’ inutile perché chiunque sia interessato può toccare con mano direttamente il prodotto. Abbiate pazienza, devo pur inventarmi qualcosa per mandare avanti il blog. Diciamo che questa iniziativa potrebbe essere utile a qualche appassionato per decidere se imbarcarsi in download molto pesanti o nella lettura di quelle migliaia di tavole che ha già scaricato.

Los Salvajes Niños de la Memoria

Miniserie in quattro episodi in ognuno dei quali lo stesso Wood, in un impeto di culto della personalità o per esigenze di impaginazione della Columba, invita il lettore a sedersi con lui e ad ascoltare la storia che sta per raccontare.

Maurizio Marinelli sta morendo e da vecchio imprenditore di successo ha un codazzo di speranzosi eredi che attendono la sua morte. I soldi non interessano invece a César, il suo nipote prediletto che venne allontanato dalla famiglia otto anni prima per un evento delittuoso di cui non fu provata la sua colpevolezza ma che comunque sollevò uno scandalo in paese: venne visto accanto al cadavere di un uomo appena ucciso. César vorrebbe solo salutare per l’ultima volta lo zio, informato della sua impellente dipartita dalla cugina Marina. I “figli selvaggi” del titolo sono in effetti César e Marina che sin da bambini amavano nascondersi nel bosco vicino casa e condividevano un rapporto speciale da cui gli altri familiari erano esclusi. Tra questi Enzo, il fratello di César che va su tutte le furie quando scopre che l’eredità (e con essa la ditta a cui ha dedicato la sua vita) andrà tutta a César. Che dal canto suo rischia di non godersela: per poco non viene ucciso da un proiettile che gli viene sparato proprio mentre si trova nel bosco che tanto ama. La polizia trova l’arma del delitto: è una pistola regolarmente registrata a nome di Enzo.

Il cast dei personaggi è ben nutrito e comprende Adriana, la giovane infermiera che si prese cura di Maurizio Marinelli fino alla sua morte, l’avvocato di famiglia Claudio, Antonella moglie di Enzo ed Elisa giovane vedova di Maurizio. Da citarsi anche il commissario Vitale che segue il caso e uno di quei medici di famiglia cinici e ubriaconi tipici di Wood. Il finale quindi la soluzione del mistero (e del mistero nel mistero, cioè quello che successe otto anni prima) è tutt’altro che scontata, anzi decisamente ben architettata. Si perdona facilmente a Wood di non averci fornito gli indizi per sospettare del vero colpevole, che giunge del tutto inaspettato. Lo stile dei dialoghi presenta l’enfasi tipica dello sceneggiatore, ma i personaggi che si accusano a vicenda di essere melodrammatici smontano ogni possibile critica che possa muovere il lettore in merito.

Con scrupolo encomiabile la Columba indicava sia Percy Ochoa che Oscar Martutaitis come autori dei disegni, nonostante a firmare fosse solo il primo, insieme a tal “Evelyn”[. Curiosamente dal connubio tra Ochoa (collaboratore di Gerardo Canelo) e Martutaitis (assistente di Lito Fernandez) nasce un disegno del tutto simile a quello di Alfredo Falugi, coi suoi pregi e i suoi difetti: tanta espressività e derive caricaturali.

giovedì 11 giugno 2026

Absolute Power: Contro il Potere Assoluto

Ed eccomi che entro in sala che il film è già cominciato. Il fatto che la storia portante sia preceduta da quattro brevi prologhi non aiuta più di tanto. È successo qualcosa nell’universo DC, immagino come conseguenza dell’ennesimo cross-over che in questo caso ha coinvolto Brainiac, e Amanda Waller ha sempre più potere tanto più che la Justice League è stata sciolta, così sta orchestrando un progetto misterioso che riguarda la costruzione e l’acquisizione di carceri e il risucchio dei poteri dai supercriminali trasferiti. Ad aiutarla c’è tal Failsafe, un robot introdotto in qualche storia di Batman di cui in effetti ricorda l’aspetto.

La Waller odia a morte i supereroi e li ritiene seriamente una minaccia per l’umanità. Grazie a una Brainiac femmina opportunamente condizionata, trasmette per 72 ore fake news e filmati falsi in cui si vedono Superman e soci fare danni e vittime in giro per il mondo, scatenando una campagna d’odio contro i supereroi. La gente abbocca e si scatena contro di loro mandandone anche all’ospedale più di uno. Bastano tre giorni di disinformazione per cancellare decenni di onorato servizio? Bah!

Anche i supereroi stessi abboccano all’amo: pensano che facendosi vedere tutti assieme mostrando che non sono dove dicono i notiziari riscatteranno il loro nome, in realtà era proprio così che li voleva la Waller, raggruppati affinché i suoi robot Amazo ne suggessero i poteri lasciandoli privi di abilità superumane. Anche qua tocca chiudere più di un occhio sulla logica di Waid (o di chi per lui ha impostato la trama): poteri di origini diverse vengono indiscriminatamente requisiti, che si tratti di mutazioni, abilità di nascita o gadget, e persino i maghi vengono depotenziati facendo loro dimenticare come invocare gli incantesimi o gli spiriti o quello in cui trafficano. Bah!

Comunque solo l’80% della comunità di supereroi viene catturata e ovviamente il restante 20% è costituito dai grossi calibri (Superman, Batman, ecc.) o da quelli che immagino siano i più cool del momento: i Teen Titans sono evidentemente tra questi perché sono loro, principalmente il loro capo Nightwing, che prendono in mano le redini della situazione e non sono stati privati dei poteri. Forse all’epoca dell’uscita della miniserie (2024) erano i protagonisti di un film?

Tra le altre sottotrame che convergono: Freccia Verde è un traditore e sin dall’inizio è alleato con la Waller; Superman ha un figlio potentissimo (o è un androide?) che viene controllato dalla Regina Brainiac; si mette in luce Dreamer, una nuova villain precognitiva.

Tantissima carne sul fuoco, e per quanto gli albi originali fossero più lunghi del solito la storia si dipana in maniera troppo frenetica e ovviamente tutto si risolve a mazzate. Pochissimo possono fare per dare dignità al tutto le comunque poche battute argute che Mark Waid infila ogni tanto. D’altra parte, come dice con rara onestà lo stesso sceneggiatore nell’introduzione, è difficile scrivere di supereroi visto che bisogna inventarsi sempre qualcosa di nuovo per sfidare dei personaggi che alla fine dovranno sempre vincere. E infatti non mi pare che ci sia riuscito molto bene, ma chissà con quante ingerenze redazionali avrà dovuto misurarsi.

Ovviamente anche questo eventone ha portato delle conseguenze epocali: adesso il multiverso è sigillato e alcuni personaggi sono stati depotenziati – mentre Dreamer ne esce più potente. E ci sarebbe anche stato qualche scambio di poteri tra supereroi diversi. Niente che il prossimo cross-over non possa correggere o ignorare, insomma. Veramente uno spreco usare Waid per una storia del genere.

Il disegnatore Dan Mora non è malaccio, unisce un certo rigore anatomico a derive un po’ più grossolane come si fa oggi, il problema è che le sue tavole trasmettono un retrogusto sintetico. Meglio comunque dei disegnatori dei prologhi, cioè Skylar Patridge (dignitosa ma abbozzata), V Ken Marion (deformed) e Gleb Melnikov (anche qui deformità da Image anni ’90). Non male invece Mikel Janín. In questi stessi prologhi Waid è stato affiancato o sostituito da Nicole Maines, Chip Zdarsky e Joshua Williamson.

martedì 9 giugno 2026

Ho ucciso Adolf Hitler e altre storie d'amore

Irretito dal 25% di sconto ho acquistato questo vecchio (neanche tanto: 2019) volume della 001.

Sono raccolte 3 storie di Jason, autore di cui ho già letto qualcosa e che mi era anche abbastanza piaciucchiato.

Nella prima, Perché lo fai?, un uomo depresso per la rottura con la sua donna viene incaricato da un amico di innaffiargli le piante mentre sarà via: almeno così uscirà di casa e riaffronterà il mondo. Oh, no! Un’altra “storia” intimista? Fortunatamente no: il nostro “eroe” si trova invischiato in una trama hitchcockiana e finisce per essere accusato dell’omicidio del suo stesso amico dopo averne colto sul fatto il vero killer. Costretto alla fuga, trova riparo presso una buona donna e la sua bambina, manco fossimo in un film di Bresson. Un thriller appassionante con momenti di una certa ilarità, peccato che non ho capito il finale.

La seconda storia, I lupi mannari di Montpellier, ha per protagonista Sven, un anseatico in terra di Francia che vive rubando di notte negli appartamenti travestito da lupo mannaro, come se fosse la cosa più normale del mondo. Meno male che ci viene spiegato che si traveste, altrimenti i disegni di Jason non permetterebbero di capirlo. Le sue giornate le trascorre invece giocando a scacchi con un amico al parco o a poker con la coppia di dirimpettaie lesbiche. Il punto è che a Montpellier i licantropi esistono davvero e non gradiscono che qualcuno che non fa parte della loro cerchia scorrazzi nel loro territorio. Ma tutto è bene quel che finisce bene, anche a costo di far scoppiare la coppia di amiche e di finire infettato davvero con la licantropia. Una storia leggera e carina.

Anche l’ultima storia, quella che dà il titolo al volume, è molto simpatica. Un assassino a pagamento viene incaricato di uccidere nientemeno che Hitler. Ad assoldarlo è uno scienziato che ha inventato la macchina del tempo, che richiede tanta energia da poter essere usata solo ogni 50 anni. Ma le cose non vanno come previsto: tra paradossi temporali (neanche troppo arditi) e una storia d’amore che attraversa i decenni anche qui ci sarà il lieto fine.

Tutte le tavole sono organizzate su quattro strisce e, a parte nella prima storia, ripropongono sempre la stessa struttura regolare a otto vignette. Il disegno di Jason sarà pure raffinato e anche abbastanza dinamico, ma i suoi personaggi sono solo cani (o quello che sono) e corvi (o quello che sono) e si distinguono solo per il colore dei vestiti. Nelle storie con più personaggi diventa estenuante ricordarsi chi è chi, e nemmeno gli espedienti di Jason per far apparire un personaggio un po’ diverso dall’altro, come le rughe di vecchiaia, funzionano bene. I licantropi, poi, non capisco da cosa si distinguano dagli altri: forse i denti aguzzi? L’espressività è ridotta al minimo, direi che quasi non c’è. Anche se Jason gioca molto sui silenzi e sulla struttura delle tavole, rimpiango come nel caso di Lauzier quanto sarebbero state più efficaci queste storie disegnate in maniera realistica.

Dalla loro lunghezza intuisco che in origine erano state pubblicate come classici volumi cartonati franco-belgi: la prima conta 45 tavole e le altre due le canoniche 46. Per la sintesi del disegno, i dialoghi diradati e la procedura a gag si leggono molto velocemente, direi meno di una ventina di minuti l’una; non so come possono averle accolte i lettori francesi e belgi. Verrebbe anzi da chiedersi se valesse la pena la spesa per quelle che sono barzellette appena un po’ rimpolpate, per quanto divertenti. Molto meglio questa edizione antologica, quindi, dove il formato più piccolo non incide sulla godibilità dei disegni, visto che sono così rudimentali? Direi di sì, ma l’accumulo di situazioni surreali potrebbe venire a noia, quindi ne consiglierei una lettura centellinata.

domenica 7 giugno 2026

Le serie di Robin Wood inedite in Italia: Wolf (1980)


Oggigiorno è facilissimo procurarsi almeno virtualmente il materiale della Columba, quindi questa ormai non più ipotetica ricognizione sulle serie inedite di Wood è un po’ inutile perché chiunque sia interessato può toccare con mano direttamente il prodotto. Abbiate pazienza, devo pur inventarmi qualcosa per mandare avanti il blog. Diciamo che questa iniziativa potrebbe essere utile a qualche appassionato per decidere se imbarcarsi in download molto pesanti o nella lettura di quelle migliaia di tavole che ha già scaricato.

Wolf

Notte di tempesta nel bosco di Magenham. Uno sciacallo (l’unico mai avvistato in Inghilterra) si contende la scena con una lupa mentre un druido osserva insieme alla sua accolita quello che sta succedendo: dei vichinghi danesi stanno dando la caccia a una donna incinta e al guerriero che l’accompagna. Il nascituro è figlio di re Marlin del Wessex, testé assassinato, e una profezia vuole che se diverrà adulto farà suonare la campana a morte per i Danesi. Motivo più che sufficiente perché i vichinghi vincano le loro paure e si inoltrino nel bosco che si dice stregato. Ma uccidere la donna non sarà affatto facile: avrà pure rinunciato ai suoi poteri di “donzella del bosco” per congiungersi con un umano, ma la sua guardia del corpo Alfred è un fine stratega che conosce bene la zona. E anche gli elementi naturali intervengono per salvare il bambino, con folgori ben piazzate – o sono proprio il druido Rorgan e la sua assistente Fiona a evocarle? La donna riesce così a partorire in un luogo consacrato, morendo nel dare alla luce un bambino che come intuibile dal titolo sarà allevato dalla lupa di cui sopra insieme al druido e alla sua accolita.

Torna quindi il topos per eccellenza di Robin Wood: il giovane spossessato in cerca di vendetta, ma stavolta con una variante molto originale: passati dieci anni il ragazzo-lupo non vuole affatto vendicarsi o riscattare il suo regno, ma disprezza tanto i Danesi quanto i consanguinei Sassoni, non comprendendo perché gli uomini si scannino per quelle che a lui (che si sente un lupo) appaiono come idiozie. Un bel distacco dagli stereotipi del genere avventuroso, che invece saranno ancora alla base del Dago che esordirà l’anno successivo.

Wolf è una serie di stampo avventuroso, con punte epiche e anche sequenze molto drammatiche. Quella pochissima ironia che affiora col contagocce è comunque efficacissima, uno degli esempi migliori di Wood. C’è una continuity, ma come nelle migliori serie di Wood è una continuity “rilassata”: la lotta contro l’usurpatore vichingo Ragnar e il rapporto amoroso con sua figlia Mette sono sempre presenti, ma al momento opportuno finiscono sullo sfondo perché Wood preferisce accantonarli in favore di soggetti più interessanti. Magari inserisce anche qualche imbeccata sugli sviluppi futuri, come il rinvenimento del tempio in cui si trovano le armi e i fondi con cui ribellarsi in futuro agli oppressori, ma sempre senza fretta e senza impegno.

È incredibile come da argomenti tutto sommato già abbondantemente sfruttati Wood sia riuscito a imbastire storie interessanti trovando soggetti sempre nuovi e originali, bilanciando perfettamente Storia e fantasia – anche se la seconda ha un ruolo molto più incisivo. Oltre a scrivere una saga avvincente e originale, Robin Wood è riuscito a gestire bene l’equilibrio tra gli elementi reali e quelli fantastici: in sostanza l’eventuale intervento di questo ultimi è lasciato all’interpretazione del lettore e il druido Rorgan potrebbe benissimo generare certi fenomeni come semplicemente esserne solo testimone. Certo, si intravedono folletti e gnomi (pure un hobbit!) ma non interagiscono mai con gli umani e compaiono solo in quelle che potremmo considerare semisoggettive, quindi potrebbero essere “visti” solo da coloro che ci credono. Questa conturbante ambiguità è facile da mantenere in una storia breve, ma farlo per due dozzine di episodi lo è molto di meno e riesce solo ai grandi professionisti come Wood.

Tornando a Wolf, lo vediamo diventare adulto sempre con la mamma lupa al suo fianco. Da quanto apprendo, un lupo in natura non sopravvive solitamente oltre i 10 anni, quindi evidentemente lei gode di eccellente salute. Ma per quanto il protagonista voglia sempre stare al margine delle lotte tra gli uomini, non può sfuggire al suo destino: gli invasori cessano di litigare tra di loro e sotto la guida di Harald Sigurdsson (che dovrebbe essere Harald III di Norvegia) stanno per soggiogare definitivamente l’Inghilterra. Ragnar, l’arcinemico di Wolf, non vuole sottomettersi a un potere superiore al suo e ciò offre il destro per ulteriori sottotrame. Ma non serve a molto: il mondo di Wolf sembra destinato a sparire sotto l’impeto dei vichinghi uniti da Harald e il valente protagonista, che almeno è riuscito a tranciargli una mano, viene esiliato nello Jutland. Alcuni personaggi importanti vengono uccisi, le varie sottotrame si intrecciano, la saga ingrana la quinta e si prospettano sviluppi interessantissimi con una piratessa scandinava. E Wood abbandona la serie.

Passando ai disegni, Jorge Zaffino era già uscito dall’ala protettrice della studio dei Villagran esordendo da solo qualche anno prima su Nippur di Lagash per poi realizzare la prima decina di episodi di Kayan. Agli albori degli anni ’80 non è ancora il maestro del chiaroscuro e dei fitti tratteggi che diverrà in seguito né persiste nelle ipertrofie anatomiche che avevano caratterizzato i succitati fumetti, ma (quando si ricorda di disegnare i piedi) produce già delle ottime cose con uno stile ricco di dettagli ma molto leggibile e dinamico. D’accordo, Zaffino non è il colmo della precisione storica: i vichinghi indossano gli elmi con le corna che in realtà non portarono mai (anche sulle armature ci sarebbe da ridire) e i castelli inglesi sembrano usciti da un libro di favole piuttosto che da una guida turistica del Wessex. E in un paio di occasioni Rorgan e Fiona sono abbigliati in maniera veramente ridicola. Poco importa: sono comunque disegnati bene.

Occasionalmente Zaffino viene sostituito da Eduardo Barreto che ogni tanto si firma Simon Gneiss. O almeno vorrebbe farlo: curiosamente questa sua scelta non viene sempre rispettata dalla Columba che lo segnala col suo vero nome nella prima pagina mentre lui firma le tavole con lo pseudonimo. Barreto o Gneiss che sia, comunque, la differenza rispetto a Zaffino si nota, eccome se si nota. Pur senza mai toccare livelli stratosferici, saprà rifarsi in seguito ma qui è ancora rudimentale e non lo aiuta il fatto di aver usato foto (soprattutto di donne) come base, visto che risultano fuori contesto; d’altro canto la Columba avrà pur avuto bisogno di un “velocista” che mettesse una toppa laddove Zaffino non poteva consegnare in tempo, anche se dalle date di alcune firme intuiamo che gli episodi di Wolf venissero realizzati con largo anticipo. Curiosamente, in una delle occasioni in cui si firma col suo cognome Barreto vi aggiunge anche «Ferreyra»: dubito si trattasse di un assistente e men che meno dello sceneggiatore Luis, semplicemente il nome completo di Barreto è Luis Eduardo Barreto Ferreyra. Zaffino dal canto suo in un’occasione firmerà insieme a tal “Lilian”, forse appartenente alla casistica delle compagne/collaboratrici dei disegnatori.

Come detto, Wood abbandona la serie sul più bello, per la precisione col 23° capitolo – che comunque ha l’aria di essere un riempitivo, tanto più che fu disegnato da Barreto sette mesi prima della pubblicazione. Se non erro, all’epoca era ancora sposato con la danese Anne-Mette e scrivere un fumetto in cui i suoi connazionali erano i cattivi avrebbe potuto turbare la quiete domestica. Scherzi a parte, la serie continuò ancora per altri 10 anni e un centinaio di episodi a testimonianza del gradimento di cui godeva – meritatissimo, se non si fosse capito. I testi passarono al semper fi Armando Fernandez, che già aveva scritto il decimo episodio, in incognito dietro alcuni dei suoi vari pseudonimi (e con qualche rara sostituzione alla fine della serie da parte di Daniel Sinopoli). “Ned Patton”/“Gonzalo Bravo”/“Denny Robson” risolse l’incombenza con grandissima professionalità, dando seguito e conclusione al ciclo che aveva impostato Wood e sviluppando nuove idee e nuovi scenari, talvolta anche ricollegandosi a elementi dei primi episodi. A mio gusto, un difetto di Fernandez è che elimina l’ambiguità sugli elementi sovrannaturali della serie, avvalorando la loro effettiva esistenza (in alcuni casi è impossibile darne una giustificazione razionale). Ma lo perdono volentieri visto che, udite udite!, darà alla saga un finale degno di questo nome, peraltro molto bello.

Alla sua ottima prova si accompagna uno Zaffino che sviluppa sempre di più il suo stile fino a diventare il Maestro che sarà riconosciuto in seguito. Le sue masse nere e il suo tratto graffiato e materico daranno vita a figure granitiche ma al contempo dinamiche ed espressive. Anche lui però dovette passare la mano e a sostituirlo in maniera abbastanza stabile fu un giovane ma già molto bravo Ruben Meriggi, che in alcune occasioni si farà assistere da Walter Alarcon. Ho scritto «abbastanza stabile» perché anche nel caso di Meriggi non mancheranno dei disegnatori-ospiti, oltre all’occasionale ritorno di Zaffino, che produrranno a loro volta delle tavole molto valide: Fabian Slongo (che firma insieme a «Estela Marisa») e Victor Toppi (anche quest’ultimo veniva dalla fucina di talenti che fu lo studio dei Villagran). L’ultima ventina di episodi fu invece realizzata da un Sergio Ibañez ancora piuttosto acerbo e confuso.

Tra le serie di Wood inedite in Italia Wolf è probabilmente la migliore, e più in generale la metterei nel novero dei suoi capolavori tout court. Anche a livello grafico si mantiene su buoni livelli pur con le defaillance di Barreto e Ibañez. Peccato che non sia mai stata pubblicata da noi, avrebbe fatto un figurone su Lanciostory o Skorpio. Probabilmente ha pesato il cambio di sceneggiatore, che a parte rari casi era un tabù per l’Eura.

venerdì 5 giugno 2026

Eternity 8: La ricerca di Dio al tempo dei paradisi del discount

E dopo il più classico dei classici passo al più moderno dei moderni, profittando del fatto che la Bonelli ne abbia posticipato l’uscita risparmiandomi la figuraccia del Filosa-Bacilieri.

Apparentemente non ci sono molti legami con l’episodio precedente ma in realtà alcuni fili verranno riannodati.

La storia ruota principalmente attorno all’operatrice di una ONG che tornata in Italia dal Kamen (?) mostra una dentatura ferina e predica la crudeltà e la violenza. Costituita una vera setta, organizza quello che sembra un suicidio rituale che proprio Alceste Santacroce impedisce grazie e un’azione eroica (un miracolo, a detta di alcuni) che Bilotta non ci mostra. Non penso si tratti solo dell’intervento provvidenziale dei carabinieri, perché più di una fazione vorrebbe farsi attribuire la concessione di questo misterioso potere dato ad Alceste: la cricca dell’Apparitivo cui appartiene Livia, il direttore hikikomori del giornale per cui scrive e ovviamente la Chiesa stessa.

Tra i molti altri ingredienti che Bilotta getta nella pentola il più succoso è la proposta fatta ad Alceste di diventare il testimonial di un grosso progetto immobiliare intriso di misticismo vista la sua fama di miracolato sopravvissuto alle ferite riportate alla fine del sesto volume. «Lo squallido gossipparo che sappiamo» vorrebbe declinare l’offerta, ma la possibilità di collaborare con Livia, la ex-pornostar conosciuta nello scorso numero, gli fa cambiare idea.

Finale aperto, come il cranio del cane che Alceste investe con l’auto.

Il disegnatore Leonardo Marcello Grassi ha saputo riprendere con una certa maestria certi stilemi del titolare Sergio Gerasi (che ha firmato la copertina) con cui lo si potrebbe quasi confondere a una prima sfogliata distratta.

Soliti colori pazzerelli di Adele Matera: fuori registro programmati, masse di luce alla Fiorucci, occasionali ripassi in bianco (!) dei contorni.