mercoledì 4 novembre 2026

Soviet 2

Mi ero ripromesso di non seguire più, almeno per un po’, le uscite di Sine Requie visto che bene o male quale più quale meno ormai erano diventate delle raccolte di racconti piuttosto che di materiale giocabile. Il Soviet però ha sempre il suo fascino e la presentazione di questo tomo lasciava intendere che ci sarebbero state delle rivelazioni sui retroscena del mondo di campagna, il famigerato “metaplot”. Ovviamente a quest’ultima dichiarazione il conoscitore accorto di Sine Requie si sarà fatta una risata vista la prudenza con cui Leo e il Curte evitano di rivelare qualsiasi cosa, ma ho provato comunque a dargli una chance. E ho fatto bene.

Soviet 2 esordisce con una bella trovata: la sorte di Nuova Gorki, la città-alveare distrutta sin dall’inizio della campagna (o così ricordo), viene descritta anno dopo anno dal 1950 all’attuale 1957. In questa maniera viene data al Cartomante la possibilità di imbastirci le avventure che vuole potendo sfruttare uno sfondo già definito. Purtroppo buona parte di queste descrizioni passa attraverso la penna di Mul, un Ribelle che nonostante si lamenti di avere solo una matita e pochi fogli di carta scrive come quei grafomani dei suoi autori. Non male però il colpo di scena di pagina 52.

Questa prima parte è anche l’occasione per introdurre qualche nuovo elemento. O forse approfondire qualche elemento già accennato in passato: mi riferisco al tunnel di mattoncini del Livello -4 e a Krovolk, la biomacchina non-morta altresì nota come “Lupo Sanguinario”.

Vengono poi passate in rassegna Nuova Kursk e Forte Kaliningrad, approfondendo anche il discorso degli Uomini Gialli già intravisti nei Dossier dell’Impossibile. Chiaramente il piatto forte di queste sezioni sono le bizzarre personalità che bazzicano quei luoghi. Forse con l’Eugenista gli autori hanno voluto ritagliarsi uno spazietto per parodiare il politically correct?

La parte per così dire descrittiva, cioè questi nuovi pezzi di un ipotetico “atlante” del Soviet, si conclude dopo un centinaio di pagine con un fraseggio tra varie parti scritte (testimonianze, ricordi, ecc.) che per una volta non sono fini a se stesse: a quanto pare sta veramente per iniziare la guerra contro il IV Reich ipotizzata già vent’anni fa o giù di lì!

Ma ancora più interessante è l’esplicitazione della tripartizione dell’universo di Sine Requie: è la prima volta che leggo che accanto al Mondo di Mezzanotte (cioè la “realtà”) e al Paese dei Balocchi (il mondo dei Burattini) esiste anche il Mondo Inferno a cui viene finalmente dato un nome. È una cosa da poco, certo, e forse era già stato battezzato così in uno dei due manuali che ancora non ho letto, però vedere una parvenza di luce nell’oscurità della riservatezza degli autori che non amano sbottonarsi è stato quasi uno choc.

L’ultima sessantina di pagine è dedicata a tre avventure. La prima è mortale e beffarda. Praticamente tutte le avventure per Sine Requie lo sono, ma questa un po’ di più. La seconda è più articolata e vedrà i personaggi affrontare sia il problema dell’approvvigionamento di cibo che la minaccia dei Gialli. Sfoggia una bella mappa e così a occhio mi sembra meno letale di altre (sempre che i giocatori facciano le cose giuste). La terza è ambientata a Nuova Gorki nel 1951 e teoricamente è basata più che altro sul roleplaying. Poi però si manifesterà ciò che porterà alla distruzione totale della città-alveare e lì ci sarà ben poco da interagire tra PG!

Soviet 2 non è scevro da errori e refusi («passo» caldo invece di pasto a pagina 8, «affiggevano» invece di affliggevano a pagina 46, i background dei personaggi della prima avventura sono privi della descrizione dei Tarocchi Dominanti, ecc.). Un’impaginazione più avveduta avrebbe poi permesso l’inserimento di materiale aggiuntivo o almeno la compressione di quello qui presente in un minor numero di pagine con conseguente diminuzione del prezzo. Non che sia una cosa preponderante come in altri manuali, ma certe pagine presentano infatti ampi spazi desolatamente vuoti. D’altra parte se la pagina di un diario o un ordine di servizio finiva in un paio di righe c’era poco da aggiungere, in effetti. 

Le illustrazioni vedono all’opera tra new entry e collaboratori storici Sonia Amaduzzi, Alberto Bontempi, Fabio Ciceroni, Yugin Maffioli e Paolo Simone Marro. Cosa assai gradita, è tornato anche Simone Delladio – che poi magari ha continuato a illustrare Sine Requie e sono io a non ricordarmelo.

Nel complesso, pur con quegli elementi perfettibili ricordati sopra che non ne pregiudicano la godibilità, Soviet 2 è sicuramente il manuale più recente che ho apprezzato di più, anzi mi sbilancio a dire che sia uno dei migliori in assoluto.

Resta come sempre il dubbio, anzi la certezza, che tra quarantatre anni starò ancora qui a lamentarmi del fatto che gli autori non abbiano ancora spiegato cosa diede origine al Risveglio e cosa si trova “oltre la Soglia”.

martedì 3 novembre 2026

Intervista a Eduardo Risso

Una mia curiosità: la serie Grand Prix di Collins a un certo punto venne disegnata anche da tal «Rosso», non ricordo se già con Macagno o nella fase in cui passò a Caliva. Vista una certa comunanza di stile io ho immaginato che si trattasse in realtà di Risso riportato in maniera errata: era Lei?

No, non ero io. Non so chi sia Rosso.

El Angel si è concluso con un finale troppo aperto per non pensare che sia rimasto incompiuto, almeno nella versione che abbiamo visto in Italia. Forse in Argentina è stato continuato da un altro disegnatore?

No, El Angel è rimasto effettivamente incompiuto, non è stato continuato da altri. All’epoca avevo avuto dei problemi economici con la Columba e stavo già lavorando per l’italiana Eura. Visto che ormai i contatti erano stati stabiliti passai a lavorare direttamente e solo per l’Eura.

Con Azor se ben ricordo.

Sì, con Azor scritto da Ray Collins. Una specie di rilettura di Henga, che in Italia conoscete come Yor. Poi però ci furono problemi economici anche con l’Eura e da lì passai al mercato statunitense.

Immagino che sia difficile vedere in Italia i Suoi lavori argentini ancora inediti, come Julio César…

Veramente proprio Julio César lo ha presentato quest’anno qui a Lucca la 001!

Ah, buono a sapersi. Anni fa Carlos Trillo mi aveva parlato del vostro progetto comune che riguardava la storia del corpo di Evita Peron. Un altro vostro fumetto, Bolita, poi è uscito: ci sono speranza anche per questo?

Purtroppo quel progetto si è arenato. Ne ho realizzato 20 tavole di cui solo 18 sono state colorate (per farlo uso gli acquerelli).

Sempre parlando di Trillo, Simon de Carval era effettivamente concluso o ci sarebbe stato lo spazio per un seguito?

Il finale era quello, però in effetti era stato pensato come una serie più lunga. Il punto è che noi lo realizzavamo sia per l’Eura (nella versione in bianco e nero) che per la francese Glénat, che avrebbe dovuto pubblicarlo in volumi a colori. Però in quel periodo l’editore francese ebbe dei problemi, ci fu un po’ una crisi del settore in Francia e quindi la serie non continuò.

Ricordo che agli inizi Lei imitava, spesso in maniera perfetta, lo stile di altri disegnatori come Alfonso Font e Domingo Mandrafina: lo faceva spontaneamente per la stima che nutriva verso quegli artisti oppure era la Columba che Le imponeva certe scelte? Mi pare che con alcuni disegnatori lo facesse.

Non si trattò esattamente di un’imposizione da parte della Columba. Solo che quando cominciai a lavorare per loro in redazione mi dicevano “Sei bravo, solo che ancora ti manca uno stile”. E così mi suggerirono di ispirarmi a una rosa di 4 o 5 disegnatori che erano quelli che evidentemente rappresentavano le eccellenze della casa editrice. Potrei non ricordarmi correttamente ma credo ci fossero Lito Fernandez, Villagran, Garcia Seijas e appunto Mandrafina. Io decisi di ispirarmi a lui.

Beh, anche perché con tutto rispetto per gli altri riuscire a imitare Garcia Seijas non è cosa facile!

Sì, assolutamente! [allo stand è presente anche Juan, il figlio di Eduardo Risso, che a sua volta concorda con decisione, nda] Ma non era solo questa la ragione: Mandrafina è un maestro del chiaroscuro che è una cosa che mi interessava molto. Mi affascinava molto il suo uso del bianco e nero, i contrasti che creava nelle tavole.

…E mi sembra che la lezione sia stata assimilata alla perfezione.

lunedì 2 novembre 2026

Pinky 1973-1974

Raccolta delle prime due annate della serie che consacrò Massimo Mattioli, un’operazione resa possibile con questo livello qualitativo grazie al contributo della Rainbow, la casa di produzione fondata da Iginio Straffi, creatore delle Winx che io però conobbi come disegnatore ai tempi dei fumetti scritti da Dal Pra’ e colorati da Bracalente per Comic Art. Straffi firma l’introduzione, da cui si evince tutta la sua passione verso il lavoro di Mattioli, di cui ha raccolto e conservato molto materiale originale che è stato fondamentale per la riproduzione ottimale di Pinky.

Alberto Brambilla in un intervento più lungo compila una biografia dell’autore e soprattutto stila una documentata analisi della sua produzione accompagnandola da un ghiotto apparato iconografico per me inedito.

Sicuramente chi si avventura a queste latitudini internettiane non ha bisogno di farsi spiegare chi è Pinky e in quale contesto si muove, avendo forse conosciuto il coniglio rosa in tempo reale su Il Giornalino. Basti dire che il protagonista è un fotoreporter d’assalto sempre alla spasmodica ricerca di uno scoop per la testata La Notizia e per questo in amichevole (a volte neanche tanto) competizione col collega orso Giorgione. Completano il cast di questi episodi seminali la segretaria di redazione Petulia, l’irascibile direttore Perry Pachiderma e il reporter rivale Joe Cornacchia che dopo un esordio estemporaneo nel corso della saga diverrà una figura abbastanza ricorrente (ignoro se la stessa sorte avrà il Professor Gufo). Sul resto c’è ben poco da dire: Mattioli scardina tutte le certezze e le aspettative del lettore e inanella episodi in cui il canovaccio di partenza della bramosia di uno scoop, peraltro nemmeno sempre presente, diventa la scusa per le trovate più folli e inaspettate. Sfilano così rapimenti alieni, fertilizzanti miracolosi, viaggi in altre dimensioni, demoni delle camere oscure, fiocchi di neve senzienti… Va detto però che il fascino di questi fumetti non risiede solo nel sense of wonder o nella divertita pazzia di Mattioli, che giustamente Brambilla paragona a trip psichedelici. In più di un’occasione Mattioli imbastisce delle trame ben congegnate pur nello spazio limitato di cui disponeva: quattro o sei pagine, al massimo una decina. E poi citazioni a raffica: se l’episodio Pinky e il mostro di Fumettonia rivela sin dal titolo cosa aspetta il lettore, ci sono strizzatine d’occhio ad Alfred Hitchcock, Stanley Kubrick, Woody Allen. Se qualcuno volesse vedere in controluce una critica al consumismo sfrenato o alla violenza della polizia o alla “furbizia” degli imbroglioni qui non mancherebbero certo occasioni per farlo.

Poco importa, insomma, che elementi come la pellicola e lo sviluppo delle foto siano desueti: queste storie non sono invecchiate di un giorno e sono ancora esilaranti come cinquant’anni fa. E la vulcanica fantasia di Mattioli non si limitava ai testi: anche la grafica faceva il paio con la sua esplosiva fantasia contemplando laddove funzionale balloon invertiti, vignette verticali, onomatopee macroscopiche…

Credo di aver già letto almeno uno degli episodi riportati nel volume, ma la lettura organica si è rivelata ricca di sorprese. Al di là dello stile un po’ diverso che Mattioli sfoggiava all’inizio, più morbido e modulato e oggettivamente più bello, mi ha stupito vedere Petulia senza ancora forme femminili mentre Giorgione ingrassa solo verso il decimo episodio. E non sapevo che all’inizio lui e Pinky si contendevano le attenzioni di lei.

Ma ovviamente al lettore che già conosce Pinky non interesserà leggere cose che sa già e quindi passiamo alle cose importanti: com’è la resa del volume Nona Arte? Come accennavo sopra, l’accesso ai materiali originali ha permesso una qualità di riproduzione che, pur non avendo sotto mano le riviste dell’epoca, credo di poter definire praticamente perfetta. Anche il lettering è rimasto quello originale, senza quella fastidiosa abitudine di rifarlo al computer – a volte per i fumetti classici è un pugno in un occhio. Solo nel caso della storia Ma non si può più nemmeno scherzare? e nella prima parte de La banda del detersivo si avverte una resa minore, ma è una cosa che salta agli occhi proprio a causa della qualità del resto. E comunque anche in quei casi il livello è comunque accettabile.

In appendice viene presentata una breve ma molto interessante selezione di materiali d’epoca, utile soprattutto per vedere i metodi di colorazione di Mattioli.

Questo volume vorrebbe essere il primo di una ristampa integrale di Pinky organizzata per annate – se anche i prossimi verranno raccolti a coppie dovrebbero essere molto più corposi: nel 1973 ne vennero prodotti solo 8 episodi.

In definitiva il metodo migliore per conoscere o riscoprire il capolavoro di Mattioli.