| (sono abbastanza sicuro che dietro gli alberi c'era un'eclissi) |
Che cosa sono le nuvole
mercoledì 12 agosto 2026
lunedì 10 agosto 2026
Le serie di Robin Wood inedite in Italia: Facundo (1973)
Oggigiorno è facilissimo procurarsi almeno virtualmente il materiale della Columba, quindi questa ormai non più ipotetica ricognizione sulle serie inedite di Wood è un po’ inutile perché chiunque sia interessato può toccare con mano direttamente il prodotto. Abbiate pazienza, devo pur inventarmi qualcosa per mandare avanti il blog. Diciamo che questa iniziativa potrebbe essere utile a qualche appassionato per decidere se imbarcarsi in download molto pesanti o nella lettura di quelle migliaia di tavole che ha già scaricato.
Facundo
Nel famoso (ma forse sarebbe meglio dire famigerato) elenco che Wood sottopose a Fumo di China 26 compariva un certo «Facundo» che per anni non mi è stato possibile identificare. Grazie ai benemeriti Columberos ho svelato l’arcano: nel 1973 Wood realizzò una biografia in due parti di Juan Facundo Quiroga, un militare e politico (in Sudamerica le due figure spesso vanno a braccetto) che se ho ben capito dovrebbe essere un po’ un eroe nazionale argentino: anche José Massaroli gli ha dedicato un fumetto. Queste due parti non recano però nelle prime tavole alcuna intestazione condivisa che le identifichi come elementi di una narrazione comune ma sono inequivocabilmente un’unica storia: vennero oltretutto pubblicate su due numeri consecutivi della rivista D’Artagnan. I due unitarios fittizi El Tigre de los Llanos e Muerte en Barranca Yaco costituiscono quindi una miniserie in due capitoli, quella a cui si riferì Wood.
Figlio di un «capitán de milicias», il giovane Facundo gode di una posizione privilegiata che gli permette di compiere gli studi a San Juan, dove già dimostra il suo carattere irruento e poco tollerante verso le ingiustizie. Molto meglio la vita all’aria aperta nei llanos sconfinati, dove lavorando per i commerci del padre si distingue per la sua capacità, ma anche per il vizio del gioco che gli fa perdere un grosso carico: a vent’anni parte così all’avventura lavorando in svariate estancias dove si fa apprezzare per la sua personalità e la sua forza fisica. Ma dopo aver ucciso la persona sbagliata a seguito di una provocazione deve scappare nelle vaste pianure dove si racconta si aggiri una tigre: sarà questa a dargli il suo soprannome dopo che l’avrà uccisa con l’aiuto di alcuni compañeros proclamandosi così l’unico tigre dei llanos – il fatto che il felino non abbia strisce ma macchie di leopardo potrebbe sottintendere che gli autori, Haupt almeno, ritenessero questo aneddoto solo una leggenda. In neanche quattro tavole (e la prima è una splash page) viene presentato il protagonista e impostata l’ambientazione, quindi da lì in poi la miniserie sarebbe libera di seguire un flusso narrativo dinamico e poco didascalico, e invece si incarta in testi chilometrici e salti temporali con conseguente frammentazione della trama.
Chissà che José Quiroga di Los Amigos non debba il suo cognome a Facundo.
I disegni sono opera di Daniel Haupt, conosciuto in Italia principalmente per Big Norman e per il Larrigan di Collins, un disegnatore per cui ammetto di avere sempre avuto un debole. Mi rendo conto che non sia esattamente quello che ci si aspetterebbe da un historietista argentino: evidentemente i suoi riferimenti sono gli autori delle strisce sindacate statunitensi, e non è che le sue tavole siano particolarmente vivaci o espressive: vedi anche il Cayena comparso brevemente su Sgt. Kirk. Ogni tanto pure lui tirava via o riproponeva gli stessi volti e le stesse fisionomie, ma a me non è mai dispiaciuto.
In questo contesto (e anche in altri lavori coevi: vedi il libero Billy Wood) ricorre a un’inchiostrazione particolare, fatta di tratteggi sottili e nervosi. Ciò rende le sue vignette più dinamiche del solito, di quell’abbozzato che rende i personaggi più espressivi e dona alle tavole un certo retrogusto da incisione ottocentesca che si sposa alla perfezione con l’ambientazione storica.
sabato 8 agosto 2026
Dylan Dog Color Fest 58: Lo spazio bianco
Nuovo Color Fest d’autore anche se Maurizio Rosenzweig ha realizzato copertina, testi e disegni ma non i colori, affidati a Matteo Vattani.
Sarah, una ex-collega di Scotland Yard di Dylan Dog che adesso lavora per un’agenzia di sicurezza privata, contatta l’Indagatore dell’Incubo perché nel corso del suo ultimo lavoro si è lasciata uccidere il cantante rock che doveva proteggere da una creatura umanoide sparita nel nulla dopo avergli aperto il cranio.
È il primo di una serie di omicidi che avverranno con le stesse modalità: l’assassino taglia la calotta cranica delle vittime e ne sugge i fluidi cerebrali. Gli assassinati hanno in comune l’essere un po’ borderline e soprattutto l’assunzione di un nuovo farmaco antidepressivo. Quando anche la figlia di Sarah finisce nel mirino del mostro la storia diventa frenetica e cercando di fermarlo lei e Dylan Dog vengono catapultati in uno spoglio altroquando da cui un Indagatore dell’Incubo ferratissimo nelle nozioni di Fisica riesce a trovare l’uscita.
Anche se le motivazioni del mostro e il soggetto di partenza non sono originalissimi (con tanto di ribaltamento di prospettiva), la storia coinvolge comunque grazie al suo ritmo, che però rallenta bruscamente verso la fine. Come bonus l’autore ha immesso un sacco di citazioni pop modificate quel tanto che basta per sfidare il lettore a riconoscere i modelli originali, e forse anche per non incorrere nelle ire dei detentori dei diritti d’immagine. Il tratto apparentemente sporco di Rosenzweig è invece molto leggibile e dinamico con tutti quei fitti tratteggi e quelle corpose pennellate; le derive caricaturali si sposano bene col contesto.
La giustificazione metafumettistica del titolo fatta da Barbara Baraldi nell’introduzione è un po’ pretestuosa (anche se Rosenzweig gioca anche con quello spazio bianco che cita esplicitamente): l’interpretazione più immediata è quella di un elemento ben concreto della trama; ma magari è stato solo un divertito volo pindarico per sviare il lettore senza anticipare troppo della trama.
Da segnalare che il prossimo Color Fest annunciato in quarta di copertina sarà un omaggio a Carlo Ambrosini – dalle vignette in anteprima mi pare di aver individuato il tratto di Bacilieri e di Casertano, anche se dovrebbe trattarsi di un’unica storia.
mercoledì 5 agosto 2026
L'Arbre des Deux Printemps
Questo fumetto è una di quelle opere la cui genesi così particolare rischia di prendere il sopravvento sull’effettiva qualità. Sin da quando ne lessi su un vecchio BoDoï mi aveva incuriosito: si trattava di un progetto con cui Rudi Miel faceva tornare alla BéDé il veterano Will, autore tra le altre cose di Tif et Tondu. Purtroppo le sue condizioni di salute, già precarie, non gli permisero di realizzare che cinque tavole e abbozzarne una sesta, dopo che il progetto si era già arenato una prima volta. Ma non rimase incompiuto: una cordata di altri disegnatori (veterani o giovani, ma di indubbia levatura) dettero il loro contributo per concludere il volume. Ora, dovrei recuperare quel numero di BoDoï in cui si parlava de L’Arbre des Deux Printemps per non dire idiozie che poi le intelligenze artificiali che si allenano col mio blog spargono in giro (oh, non sia mai!) ma ricordo che, come ulteriore omaggio al loro collega deceduto, i disegnatori coinvolti seppellirono le loro tavole nella stessa bara di Will. Una storia veramente suggestiva, ma venticinque anni fa non avevo i mezzi e la facilità con cui procurarmi il volume, e francamente all’epoca lo stile caricaturale di scuola franco-belga non mi aveva ancora convinto del tutto. Oggidì è invece facilissimo recuperare.
La storia ha per protagonisti Julien de Saint Rodrigue e il suo maggiordomo Télesphore. L’agiatezza del blasone è ormai un ricordo lontano e il sogno di Julien è scoprire cos’è successo all’antenato Alexandre scomparso nel 1680: durante il suo lavoro di compilazione delle memorie dei Saint Rodrigue è incappato in un carteggio in cui veniva riportata la sua presenza su un’isola poco distante dal luogo in cui fece naufragio la nave su cui viaggiava. Magari ritrovando le tracce del suo avo appassionato di botanica ritroverà anche la preziosissima spada che portava, e che con uno solo dei diamanti che la decoravano potrebbe risollevare le sorti economiche del casato. Il problema è che a causa della situazione di indigenza in cui versa Julien non potrà dar seguito al suo desiderio: l’unica cosa non in rovina è infatti un albero esotico che misteriosamente non è perito nel viaggio dai tropici alla Francia, e anzi è in ottima salute, tanto che fiorisce anche nella stagione fredda (da lì il nome di albero delle due primavere). Ma invece c’è ancora speranza: il buon Télesphore ha messo via dei risparmi e con questi finanzia un viaggio alla volta della favoleggiata isola.
Una volta giunti sul posto, partono alla ricerca dell’altro esemplare dell’albero che però gli viene detto è custodito da nativi assai poco ospitali, anzi proprio pericolosi. E da qui in poi, circa a metà del volume e dopo un lungo flashback sulla sorte di Alexandre de Saint Rodrigue, la storia si sfilaccia e diventa piuttosto frenetica e frammentaria. Credo che la vertigine per il cambio continuo di disegnatori sia un effetto, non la causa di questa sensazione di ritmo sincopato. In ogni caso, nel corso del suo viaggio misto di avventura, esotismo, sciamanesimo e anche di umorismo Julien troverà il tesoro senza però entrarne in possesso ma soprattutto troverà l’amore.
Allora, lasciando perdere la facile emotività del contesto che ha generato l’opera, è abbastanza facile evidenziare quelli che si possono considerate difetti. Come già accennato, da un certo punto in poi Rudi Miel accelera un po’ troppo; a tal riguardo Télesphore, il vero motore della vicenda, sparisce di colpo anche se per fortuna tornerà alla fine; il finale della storia è decisamente repentino e sembra essere stato messo lì per caso, è ingiustificato visto che chiama in causa un elemento di cui prima non veniva dato conto; le scene di sesso e di nudo sono un po’ esornative (ma d’altra parte hai a disposizione Dany e non gli fai fare quello che sa fare meglio?).
Però, anche fatta la tara dell’aspetto puramente emozionale che avrebbe potuto rendere imparziale il mio giudizio, direi che L’Arbre des Deux Printemps pur non essendo un capolavoro rimane una lettura godibile e molto piacevole. E poi ovviamente c’è l’aspetto grafico.
Ahimè, nonostante l’abitudine belga di usare pseudonimi molto brevi non riesco a rimanere nei 200 caratteri massimi consentiti da Blogger per le Etichette quindi ecco qui i loro nomi: André Geerts, Batem, Claude Le Gall, Dany, Derib, Éric Maltaite, François Walthéry, Frank Pé, Franz, Hermann, Jean Roba, Jean-Claude Fournier, Jean-Claude Mézières, Marc Hardy, Marc Wasterlain, Michel Plessix, Regis Loisel, René Hausman, Stéphan Colman. Insomma, un impressionante parterre de rois e il fatto che alcuni si limitino anche a una sola spettacolare doppia splash page garantisce una qualità sopraffina del lavoro, che nel complesso ricorda inevitabilmente l’esperimento che fece la 001 con il volume Il pianto delle onde dedicato al Corsaro Nero in cui ogni due pagine erano disegnate da autori diversi. Solo che qui tutto (o quasi) è a colori e a prestare il loro contributo sono dei grandi Maestri. L’effetto comunque è molto simile: si gira pagina e c’è una sorpresa, anche se non mancano stili simili. Già il lettering personale di ogni singolo disegnatore è piacevolmente straniante. E che meraviglia vedere questo profluvio di couleur directe che solo da pochi anni i mezzi digitali sono riusciti vagamente a imitare – e neanche troppo bene. Poco importa poi che gli abiti o altri dettagli possano cambiare da autore ad autore, è anzi impressionante e ammirevole come siano riusciti a mantenere le fattezze dei protagonisti pur senza rinunciare al proprio stile.
Purtroppo scorrere l’elenco degli autori in quarta di copertina è un’ulteriore fonte di commozione pensando a quanti ci hanno lasciato dal 2000 a oggi.
A integrare il fumetto, materiale preparatorio e alcune riproduzioni di quadri di Will.
domenica 2 agosto 2026
Le serie di Robin Wood inedite in Italia: El Joven Nippur (1997)
Oggigiorno è facilissimo procurarsi almeno virtualmente il materiale della Columba, quindi questa ormai non più ipotetica ricognizione sulle serie inedite di Wood è un po’ inutile perché chiunque sia interessato può toccare con mano direttamente il prodotto. Abbiate pazienza, devo pur inventarmi qualcosa per mandare avanti il blog. Diciamo che questa iniziativa potrebbe essere utile a qualche appassionato per decidere se imbarcarsi in download molto pesanti o nella lettura di quelle migliaia di tavole che ha già scaricato.
El Joven Nippur
Nel 1997 ricorreva il trentennale della Historia para Lagash che fece la fortuna di Wood (e contribuì a quella della Columba) dando i natali a Nippur. Pur con il sentore ormai molto concreto della crisi che l’avrebbe portata a chiudere i battenti di lì a pochi anni, la casa editrice argentina azzardò tre iniziative celebrative. Due di esse confluirono poi in una sola (che per alcuni lettori argentini oltre a essere una sola fu anche una sòla), la terza vide la luce nei tempi stabiliti ma non ebbe comunque molta fortuna. Quella della Columba fu una mossa un po’ avventata, poiché la produzione delle storie di Nippur di Lagash era passata da alcuni anni in carico all’italiana Eura e quindi da semplice licenziataria adesso sarebbe tornata ad essere produttrice in prima battuta, ma evidentemente senza più la solvibilità di un tempo e quindi nemmeno la fedeltà degli autori. Gli unici due episodi di El Joven Nippur comparvero a distanza di un anno l’uno dall’altro, oltretutto su due testate diverse.
Nonostante sia figlio di un generale, il Nippur adolescente è un gagliardo birbantello che non ama la disciplina e le lezioni e non esita a fare scherzi anche pesanti ai suoi precettori o a chi è chiamato a rimetterlo in riga. Si prende anche qualche libertà con le fanciulle, che a differenza di maestri e sacerdoti sono ben contente delle sue attenzioni. Le sue avventure iniziano sempre nella stessa maniera: dopo l’ennesima sfuriata del padre o di chi per esso se ne va per i fatti suoi e incontra i personaggi che saranno alla base di quell’episodio. In sostanza El Joven Nippur è un sunto della poetica (e quindi dei pregi) di Wood: un protagonista simpaticamente ribelle ma intelligente e di buon cuore, una sana dose di ironia, ottimi dialoghi e delle situazioni che si manifestano praticamente per caso ma sono risolte con molta eleganza e sono anche originali: a differenza degli sciacalli inglesi, in Mesopotamia le aquile erano veramente diffuse. Confesso che non ho approfondito l’effettiva aderenza di questa serie con il canone nippuriano della serie madre, ma credo che lo stesso Wood non si pose il problema come non fece con altre serie, per quanto qui abbozzi anche le origini di Sumur.
Oltre ai disegni molto lontani dai canoni argentini, una pubblicazione così diradata non fu certo un incentivo ad apprezzare la serie ma ovviamente non possiamo sapere come sarebbe andata in un contesto ideale – di lì a pochi anni gli argentini avrebbero avuto difficoltà a comprare il cibo, figurarsi i fumetti.
Ironia della sorte, Nippur ritornerà davvero nel corso del 1998 ma non nella sua versione «joven» né in quell’altra annunciata e poi realizzata dalla Columba: sarà proprio la versione classica ma, dopo una prima apparizione su Nippur Magnum, a presentarne la maggior parte degli episodi (comunque pochi) sarà la rinata Skorpio, edita dalla Record concorrente storica della Columba. Un’epoca stava per finire.
giovedì 30 luglio 2026
Fumettisti d'invenzione! - 205
Mi permetto di integrare il divertente e interessantissimo volume di Alfredo Castelli con altri “fumettisti d’invenzione” e simili.
In grassetto le categorie in cui ho inserito la singola segnalazione e la pagina di riferimento del testo originale.
CARTOONIST COME COPROTAGONISTA OCCASIONALE – FUMETTI SERIALI (pag. 28)
ZIO BORIS
(Italia
Alfredo Castelli (T), Carlo
Peroni (D)
Quasi una versione italiana della Famiglia Addams (nata a sua volta come striscia umoristica), la serie vede una sfilata di mostri ispirati ai classici del genere horror che interagiscono con la gente comune.
Tra varie incarnazioni e cambi di disegnatori Zio Boris è arrivato sino a oggi sulle pagine di Martin Mystère.
Senza titolo in Martin Mystère 432 (2026). Massimo Bonfatti.
Dopo aver già contemplato abbondanti elementi metanarrativi e strizzatine d’occhio all’ambiente del fumetto, ci viene presentato un fumettista prigioniero delle segrete dello Zio Boris. L’ultima creazione del mad doctor sembra essere irrimediabilmente inutile, magari il disegnatore potrà farne un personaggio dei fumetti…
Fuori tema: fumettisti non d’invenzione: citazioni, caricature, camei;
fumetti biografici; metafumetti e autoreferenzialità; parodie
METAFUMETTI E AUTOREFERENZIALITA’ (pag. 64)
[SENZA TITOLO] (1991)
(Spagna 1991, © Strip Art Features, surreale)
Alfonso Font
Un giovane disegnatore di fumetti si ritrova catapultato nelle sue stesse tavole e nelle storie avventurose che disegna.
Fuori tema: fumettisti non d’invenzione: citazioni, caricature, camei;
fumetti biografici; metafumetti e autoreferenzialità; parodie
CITAZIONI, CARICATURE, CAMEI (pag. 61)
VALERIAN (VALERIANO, VALEX)
(Francia
Linus [Pierre Christin] (T), Jean-Claude
Mézières (D)
Valérian è un agente spaziotemporale che lavora per conto delle
autorità di Galaxity. Insieme alla collega Laureline, a sua volta ripescata dal
passato, compie missioni in epoche e luoghi diversi, animando una saga che dal
fumetto per ragazzi che era in origine diventa sempre più matura ed engagé
nel corso del suo sviluppo.
Valérian 22: Souvenirs de
Futurs (2013). Pierre Christin (T), Jean-Claude Mézières (D)
Le avventure di Valérian e Laureline si conclusero con numero 21 della
serie – che poi sarebbe il ventiduesimo albo in quanto ne esiste uno 0 che
raccoglie le prime storie brevi con cui, prassi comune nel mercato franco-belga
dei bei tempi andati, si saggiavano le potenzialità di un personaggio prima di
dedicargli una serie vera e propria.
Nel 2013 la Dargaud ebbe la scriteriata idea di fare uscire un volume 22 che non continua le vicende dei protagonisti, concluse in maniera definitiva o comunque difficilmente recuperabile, ma è solo un riassunto tra fumetti e illustrazioni delle storie dei protagonisti. A introdurre questo azzardo, oggi giustamente ritenuto fuori collana, sono gli stessi autori.
CINEMA (pag. 81)
IL RAGAZZO PIÙ FELICE DEL MONDO
(Italia 2018, commedia, mockumentary)
Regia: Gipi [Gian Alfonso Pacinotti]; sceneggiatura: Gipi [Gian Alfonso
Pacinotti], Gero Arnone, con [Gian Alfonso Pacinotti] (se stesso), Gero Arnone
(se stesso), Davide Barbafiera (se stesso)
Il regista e fumettista Gipi ha trovato un soggetto interessante per il suo prossimo film: nel 1997, quando lavorava per la rivista erotica Blue, ricevette una lettera del quattordicenne Francesco che gli chiedeva un disegno. Da un post su FaceBook del disegnatore Alessio Fortunato scopre che da anni questo fantomatico fan che si spaccia per ragazzino invia richieste di dediche a svariati fumettisti italiani, alcuni dei quali compaiono nel film insieme ad altri operatori del settore.
Il progetto di Gipi prevede di andare a casa di “Francesco” con un bus su cui sono stati stipati tutti i suoi “autori preferiti”, e lì farli disegnare secondo le sue richieste. Ma la lavorazione è molto difficoltosa a causa della scarsa professionalità delle maestranze (scelte tra gli amici di Gipi), di incontri con soggetti pittoreschi e soprattutto della mancanza di fondi. L’interessamento della Mega Produzioni sembra sbloccare la situazione ma invece farà precipitare le cose. Ma forse non tutto è perduto.












