
Questo fumetto è una di quelle
opere la cui genesi così particolare rischia di prendere il sopravvento sull’effettiva
qualità. Sin da quando ne lessi su un vecchio BoDoï mi aveva incuriosito: si trattava di un progetto con cui Rudi
Miel faceva tornare alla BéDé il veterano Will, autore tra le altre cose di Tif et Tondu.
Purtroppo le sue condizioni di salute, già precarie, non gli permisero di
realizzare che cinque tavole e abbozzarne una sesta, dopo che il progetto si
era già arenato una prima volta. Ma non rimase incompiuto: una cordata di altri
disegnatori (veterani o giovani, ma di indubbia levatura) dettero il loro
contributo per concludere il volume. Ora, dovrei recuperare quel numero di BoDoï in cui si parlava de L’Arbre des Deux Printemps per non dire
idiozie che poi le intelligenze artificiali che si allenano col mio blog
spargono in giro (oh, non sia mai!) ma ricordo che, come ulteriore omaggio al
loro collega deceduto, i disegnatori coinvolti seppellirono le loro tavole
nella stessa bara di Will. Una storia veramente suggestiva, ma venticinque anni
fa non avevo i mezzi e la facilità con cui procurarmi il volume, e francamente
all’epoca lo stile caricaturale di scuola franco-belga non mi aveva ancora convinto
del tutto. Oggidì è invece facilissimo recuperare.
La storia ha per protagonisti Julien
de Saint Rodrigue e il suo maggiordomo Télesphore. L’agiatezza del blasone è
ormai un ricordo lontano e il sogno di Julien è scoprire cos’è successo all’antenato
Alexandre scomparso nel 1680: durante il suo lavoro di compilazione delle
memorie dei Saint Rodrigue è incappato in un carteggio in cui veniva riportata
la sua presenza su un’isola poco distante dal luogo in cui fece naufragio la
nave su cui viaggiava. Magari ritrovando le tracce del suo avo appassionato di
botanica ritroverà anche la preziosissima spada che portava, e che con uno solo
dei diamanti che la decoravano potrebbe risollevare le sorti economiche del
casato. Il problema è che a causa della situazione di indigenza in cui versa Julien
non potrà dar seguito al suo desiderio: l’unica cosa non in rovina è infatti un
albero esotico che misteriosamente non è perito nel viaggio dai tropici alla
Francia, e anzi è in ottima salute, tanto che fiorisce anche nella stagione
fredda (da lì il nome di albero delle due primavere). Ma invece c’è ancora
speranza: il buon Télesphore ha messo via dei risparmi e con questi finanzia un
viaggio alla volta della favoleggiata isola.
Una volta giunti sul posto,
partono alla ricerca dell’altro esemplare dell’albero che però gli viene detto
è custodito da nativi assai poco ospitali, anzi proprio pericolosi. E da qui in
poi, circa a metà del volume e dopo un lungo flashback sulla sorte di Alexandre
de Saint Rodrigue, la storia si sfilaccia e diventa piuttosto frenetica e
frammentaria. Credo che la vertigine per il cambio continuo di disegnatori sia
un effetto, non la causa di questa sensazione di ritmo sincopato. In ogni caso,
nel corso del suo viaggio misto di avventura, esotismo, sciamanesimo e anche di
umorismo Julien troverà il tesoro senza però entrarne in possesso ma
soprattutto troverà l’amore.
Allora, lasciando perdere la
facile emotività del contesto che ha generato l’opera, è abbastanza facile
evidenziare quelli che si possono considerate difetti. Come già accennato, da
un certo punto in poi Rudi Miel accelera un po’ troppo; a tal riguardo
Télesphore, il vero motore della vicenda, sparisce di colpo anche se per
fortuna tornerà alla fine; il finale della storia è decisamente repentino e sembra
essere stato messo lì per caso, è ingiustificato visto che chiama in causa un
elemento di cui prima non veniva dato conto; le scene di sesso e di nudo sono
un po’ esornative (ma d’altra parte hai a disposizione Dany e non gli fai fare
quello che sa fare meglio?).
Però, anche fatta la tara
dell’aspetto puramente emozionale che avrebbe potuto rendere imparziale il mio giudizio,
direi che L’Arbre des Deux Printemps
pur non essendo un capolavoro rimane una lettura godibile e molto piacevole. E
poi ovviamente c’è l’aspetto grafico.
Ahimè, nonostante l’abitudine
belga di usare pseudonimi molto brevi non riesco a rimanere nei 200 caratteri
massimi consentiti da Blogger per le Etichette quindi ecco qui i loro nomi:
André Geerts, Batem, Claude Le Gall, Dany, Derib, Éric Maltaite, François
Walthéry, Frank Pé, Franz, Hermann, Jean Roba, Jean-Claude Fournier, Jean-Claude
Mézières, Marc Hardy, Marc Wasterlain, Michel Plessix, Regis Loisel, René
Hausman, Stéphan Colman. Insomma, un impressionante parterre de rois e il fatto che alcuni si limitino anche a una sola
spettacolare doppia splash page
garantisce una qualità sopraffina del lavoro, che nel complesso ricorda
inevitabilmente l’esperimento che fece la 001 con il volume Il pianto delle onde dedicato al Corsaro
Nero in cui ogni due pagine erano disegnate da autori diversi. Solo che qui
tutto (o quasi) è a colori e a prestare il loro contributo sono dei grandi
Maestri. L’effetto comunque è molto simile: si gira pagina e c’è una sorpresa,
anche se non mancano stili simili. Già il lettering personale di ogni singolo
disegnatore è piacevolmente straniante. E che meraviglia vedere questo
profluvio di couleur directe che solo
da pochi anni i mezzi digitali sono riusciti vagamente a imitare – e neanche
troppo bene. Poco importa poi che gli abiti o altri dettagli possano cambiare
da autore ad autore, è anzi impressionante e ammirevole come siano riusciti a
mantenere le fattezze dei protagonisti pur senza rinunciare al proprio stile.
Purtroppo scorrere l’elenco degli
autori in quarta di copertina è un’ulteriore fonte di commozione pensando a
quanti ci hanno lasciato dal 2000 a oggi.
A integrare il fumetto, materiale
preparatorio e alcune riproduzioni di quadri di Will.