sabato 21 febbraio 2026

Batman/Scooby-Doo! vol. 4: Maschere e Mostri

Nuova tripletta di team-up tra la gang di Scooby-Doo e il cast di Batman.

Nella prima storia scritta da Sholly Fisch e disegnata da Dario Brizuela, è di scena Nightwing. Un circo sembra essere infestato e infatti durante l’esibizione di un trapezista si manifesta Deadman che crea un bel po’ di scompiglio traumatizzando la star dello spettacolo che vuole rinunciare al lavoro. L’ex-Robin, forte del suo passato di trapezista, propone quindi di fare da esca per attirare Deadman e capirci qualcosa, con il supporto di Daphne all’altro trapezio. Alla fine il colpevole non è quello su cui Fisch aveva inizialmente indirizzato i sospetti, ma è comunque prevedibile. Meno prevedibile, anzi piuttosto sorprendente, la comparsata di Batman.

Nel secondo episodio (di J. Torres e Scott Jeralds) come guest star c’è invece Solomon Grundy che appare davanti alla Mystery Machine seminando il panico tra i ragazzi. Mentre Shaggy e Scooby-Doo fuggono scompostamente e finiscono nelle sabbie mobili da cui saranno salvati da Batman, gli altri incontrano dei campeggiatori che non sono affatto spaventati dall’idea di incontrare uno zombi di palude ma anzi si fiondano a cercarlo per farci dei selfie visto che partecipano a un’esperienza di turismo paranormale. Batman dubita che questo Grundy sia l’originale, visto che l’ha arrestato poco tempo prima, e il vero colpevole è esattamente chi si intuiva fosse.

Il canovaccio cambia col terzo capitolo scritto da Ivan Cohen (disegni nuovamente di Dario Brizuela, che mi sembra più efficace di Jeralds pur con delle proporzioni anatomiche incerte): la Mystery Inc. cattura l’autrice di una serie di furti che si sono verificati a Gotham, nientemeno che Catwoman, ma Batman li informa che in realtà non è lei la vera ladra e qualcun altro sta seminando falsi indizi per incolparla. La soluzione viene abbondantemente anticipata, ma la presenza di un villain a me sconosciuto aggiunge un po’ di interesse.

Niente per cui entusiasmarsi, insomma, se non altro qualche gag è divertente.

giovedì 19 febbraio 2026

Speciale Fantastici Quattro Marvel Tutto-in-Uno: La Cosa vs. L'Universo Marvel

Ecco un fumetto onesto: offre esattamente quello che il titolo promette (almeno a livello concettuale), cosa per niente scontata nel mercato statunitense. La Cosa ritorna sulla terra dopo una missione spaziale in solitario. Ad accoglierlo c’è un missile che punta proprio contro di lui. Come se non bastasse, gli altri membri dei Fantastici Quattro gli si gettano contro. In realtà si tratta di robot coi poteri degli originali, di cui Ben Grimm ha facilmente ragione. Solo che poi anche Iron Man lo attacca con tutto il suo arsenale, rivelandogli che l’intera popolazione è stata sostituita da robot che vogliono farlo fuori!

Parte quindi un massacro sviluppato tramite splash pages e tavole doppie, con derive vagamente splatter: i robot hanno in circolo un fluido grigiastro che schizza dagli arti strappati e dagli orifizi dei loro resti mutilati e finisce per imbrattare la Cosa. La creazione di un cast di replicanti permette a Ryan North di non farsi troppi problemi di continuity (mi pare che i finti supereroi abbiano costumi o identità di epoche diverse) e di calibrare i poteri dei personaggi come meglio gli aggrada: teoricamente sono meno potenti degli originali, nei fatti la lotta si conclude con Fenice che getta addosso alla Cosa la luna.

La mente dietro questa sarabanda è uno dei primissimi nemici dei Fantastici Quattro, quello talmente ridicolo che non ricordo se l’aneddoto a lui legato si limitava alla caterva di lettere di protesta giunte alla Marvel o se in effetti Lee e Kirby chiesero pubblicamente scusa per la sua creazione. Per quanto semplice e farsesco, il finale è piuttosto divertente e non è obbligatorio vederci una riflessione metanarrativa, per quanto possa prestarsi.

Come detto sopra, La Cosa vs. l’Universo Marvel si sviluppa interamente tramite splash pages e tavole doppie; non poche presentano sullo sfondo un edificio o qualche altro elemento per costruire una prospettiva ardita che rende più coinvolgenti quelle che in sostanza sono delle pin-up. Estrapolandole quindi dai vincoli narrativi, si può dire che le immagini raffigurino dei veri scontri tra la Cosa e il resto del cast, anche se i suoi avversari non sono tecnicamente gli originali. Alle matite Ed McGuinness non è certo Bryan Hitch o Gary Frank ma tutto sommato fa un buon lavoro, forse grazie al supporto di Mark Farmer alle chine (i colori sono di Marcio Menyz). Io almeno me lo ricordavo fastidiosamente caricaturale, cosa che qui è molto limitata se non un po’ nelle smorfie di Hulk. E comunque per una storiellina così scanzonata Hitch o Frank non sarebbero forse stati adatti.

Ovviamente bisogna stare al gioco per godersi questo fumetto, ma se lo si prende per quello che è saprà essere piuttosto godibile. E tutto sommato 6 euro per una sessantina di pagine a fumetti non sono nemmeno tanti di questi tempi, almeno per gli standard attuali della Panini.

martedì 17 febbraio 2026

Speciale Tex n. 42: Inferno a Red Junction

Tex e Kit Carson arrivano giusto in tempo per salvare una donna dall’essere impiccata da alcuni brutti ceffi. Si tratta di Candice Madison, una volitiva ranchera che dichiara di non sapere perché sia stata attaccata. I due pard non se la bevono e decidono di seguirla nonostante il suo rifiuto di essere ulteriormente aiutata. Niente di sospetto nel suo ranch, ma nella vicina cittadina di Red Junction si scoprirà che è in corso una faida degna di Per un Pugno di Dollari: due fazioni si stanno facendo la guerra e la popolazione è terrorizzata; gli uomini di legge, poi, preferiscono tenersene alla larga vista la mortalità che il loro ruolo comporta. Candice ci si è trovata in mezzo perché non vuole cedere il suo ranch secondo le dinamiche che adottano entrambi i rivali, che prevedono lo sterminio di chi non accetta le loro misere offerte. Tex risolve la cosa mettendoli uno contro l’altro agendo di nascosto, ma in realtà come il ranger aveva intuito Candice non è innocente come voleva far credere e anche lei avrà il suo ruolo nella rovina finale dei due, pagandone le conseguenze.

La storia di Tito Faraci non è molto originale, nemmeno nei suoi aspetti secondari (uno dei due contendenti, l’ebefrenico Hughes, parla col ritratto del padre morto), ma è caratterizzata da una buona dose d’azione e un ritmo molto sostenuto che la fanno leggere d’un fiato arrivando alla fine con gusto.

Ma ovviamente l’attrattiva principale nonché il motivo stesso dell’esistenza dei volumi di questa collana è il disegnatore ospite, in questo caso un Horacio Altuna in grandissima forma nonostante l’età non più verde. Non so quanto la sua interpretazione di Tex, tanto giovanile da sembrare efebico (mentre Kit Carson a volte è quasi mefistofelico), troverà il plauso dei lettori storici. Forse anche i retini sono una novità per il ranger, come anche le anatomie e le fisionomie a volte quasi caricaturali per far recitare meglio i personaggi di contorno. Io ho gradito moltissimo l’espressività, il dinamismo, le inquadrature ragionate e la cura per i particolari delle sue tavole, anche se mi pare che nell’ultima ventina abbia accelerato bruscamente tralasciando i dettagli. Mi ha stupito vedere all’ultima Lucca che le tavole sono poco più grandi (se lo sono) del formato di stampa. Altuna gode evidentemente di una vista invidiabile e in effetti anche in quelle rare occasioni in cui gli ho parlato non ha mai inforcato occhiali.

I “Texoni” si segnalano ovviamente anche per i loro redazionali: nell’introduzione Graziano Frediani coglie l’occasione della presentazione di Altuna per offrire una panoramica sugli altri disegnatori ispanici di Tex; Gianmaria Contro intervista Altuna e Luca Barbieri fornisce una breve storia delle historietas – curiosamente cita molti particolari storici poco conosciuti ma ignora del tutto la Columba. Testi interessanti (chi l’avrebbe mai detto che Altuna avviò un allevamento di polli con Juan Dalfiume e che fu il fallimento dell’impresa a spingerlo a fare fumetti!) ma che rabbia vedere le strisce di Loco Chavez e le tavole di Time Out e Dopo il grande splendore riprodotte meglio qui che nella loro destinazione originale sulle riviste degli anni ’80…

domenica 15 febbraio 2026

Babs

Questo fumetto è esattamente quello che ci si aspetterebbe conoscendo lo sceneggiatore: una parodia del genere fantasy filtrata attraverso la sua volgarità infantile. E sì: checché ne dica Torunn Grønbekk nell’introduzione, Babs è semplicemente una parodia. Non proprio delle migliori.

La protagonista è una guerriera con una spada parlante e un cavallo più intelligente di quello che sembra. E, in sostanza, vede gente e fa cose trovandosi invischiata in situazioni più o meno tipiche del genere opportunamente rilette: scoiattoli infilzati nel culo di un orso, un esercito di scheletri guidati dai corrispettivi di Sandra e Raimondo Vianello, elfi che fanno orge (ma guai a mostrare anche solo mezza tetta), Barry la spada che non solo parla ma gesticola coi margini della guardia facendo anche il dito medio. Oh, che ridere, ma com’è sovversivo questo Ennis.

Praticamente un film dei Vanzina: il tizio a cui è stato incastrato un boccale in bocca se ne ritrova un altro nel culo per bilanciare la cosa. Solo che i Vanzina non avevano paura di mostrare una tetta.

In effetti c’è anche una parvenza di trama che si sviluppa: gli sfigati che Babs ha pestato per bene si alleano a un ordine di cavalieri xenofobi e populisti per ottenere vendetta mentre lei si imbarca alla ricerca del tesoro dei nani che però sono stati sfrattati dalle miniere (i cavalieri sono appunto xenofobi) e quindi parte alla riscossa dell’amica Izzy finendo pure lei schiava nella miniera dove il cattivone fa scavare i “mostri” opportunamente allontanati dalla civiltà.

Come spesso capita con Ennis c’è quindi il tentativo di nobilitare le sue minchiate di grana grossa con accenni di critica sociale, in questo caso lo sberleffo del maschilismo, del patriarcato, delle politiche razziste e delle teorie del complotto in generale. Purtroppo ciò si concretizza in discorsi che parodizzano quelli reali, così lunghi che alla fine diventano noiosi e inefficaci. Meglio gli riesce la critica a internet (sempre che non me la sia immaginata io), che come i villains della storia raccoglie solo informazioni anche contraddittorie senza approfondirle, trasmettendo la smania di dare voti – o stelle o cuori o pollici alzati…

A voler essere proprio buoni, le uniche cose che vagamente si salvano sono la gag ricorrente del nazgul un po’ sfigato che incrocia Babs e la trovata di pronunciare la formula di un incantesimo mescolandola alla confessione che viene estorta.

Jacen Burrows, colorato da Andy Troy e Lee Loughridge, non è male come disegnatore ma le sue immagini mi sembrano comunque un po’ vuote nonostante l’impegno che evidentemente ci mette per renderle espressive. Penso sia un problema di inchiostrazione: a volte i personaggi (la protagonista in primis) cambiano volto di vignetta in vignetta, e in generale le figure poco dettagliate sono veramente poco dettagliate.

Un fumetto trascurabilissimo, posso immaginare Garth Ennis che sghignazza al pensiero che le sue puttanate verranno prese seriamente e che magari qualcuno creda che ci sia un deuxième degré che eleva e giustifica battute e situazioni la cui destinazione ideale sarebbero le commediacce di Mariano Laurenti. Ma finché vende fa benissimo a farlo e non si può che invidiarlo.

sabato 14 febbraio 2026

Sorpresa!


Quando ho ritirato il volume di Topin Mystère in fumetteria mi hanno detto che in teoria avrebbe dovuto esserci allegata una stampa che però la mia copia non aveva. Oh, beh, amen. Inaspettatamente è arrivata con un’altra spedizione! Misteri dell’editoria, o della distribuzione.

Comunque la stampa è proprio carina:


giovedì 12 febbraio 2026

La Morte di Silver Surfer

Come da tradizione il titolo di questo volume è solo uno specchietto per le allodole e anche se alla fine Norrin Radd fosse morto sul serio (cosa di cui mi permetto di dubitare) la trama si concentra su altro. A dispetto dell’immagine che avevo del protagonista, che poi non è nemmeno sempre sotto i riflettori, qui c’è poca introspezione e tantissima azione, peraltro piuttosto confusa.

Il magnate Dennis Harmon guida lo S.W.O.R.D. o forse solo la sua divisione B.A.N. (agenzie che contrastano l’azione aliena sulla Terra) e incarica la zelante agente Kelly Koh di catturare Silver Surfer per sfruttarne i poteri. Fallito il primo tentativo, viene messa sulle tracce di Skaar, figlio di Hulk che a sua volta dispone di una certa dose di potere cosmico, mentre Harmon penserà bene di recuperare il potentissimo sangue di Galactus da un suo colossale simulacro per catturare Silver Surfer e poi lanciare la sostanza contro la Terra per diventare un eroe. O una roba così.

La Morte di Silver Surfer mi sembra essere stata confezionata in fretta e furia per la necessità di introdurre una modifica nello status quo della Marvel. Forse questa sensazione è anche dovuta al fatto che Greg Pak scrive in maniera sincopata affastellando una sequenza dietro l’altra senza apparente connessione. D’accordo che i personaggi in gioco hanno poteri o mezzi incredibili, ma vederli saltare da un punto all’altro dell’universo dà un po’ di vertigini, finisce per diventare quasi parodistico, tanto più che tutti sembrano conoscersi tra di loro (ma qui potrei essere io a non essere aggiornato sull’attuale cosmologia Marvel: probabilmente Harmon è un villain storico ripescato). È evidente il sottotesto di presa di posizione contro l’ottusità dei militari e l’odio verso il diverso/alieno, ma è roba vecchia di almeno 50 anni – e infatti mi pare che Pak riprenda proprio la fine della serie originale di Silver Surfer, con quell’episodio disegnato da Jack Kirby che però non ebbe seguito.

Ai disegni Sumit Kumar non è certo il peggio che si è visto sulle pagine di un fumetto di supereroi ma anche lui indulge in quelle ipertrofie, quelle inquadrature esagerate e quelle derive vagamente caricaturali che finiscono per diventare ridicole e togliere pathos alla storia. Anche lui mi pare che abbia dovuto lavorare in fretta e furia e infatti si è fatto aiutare da Tiago Palma e dall’inchiostratore Jonas Trindade. Diverso il discorso per le copertine di Dike Ruan, piuttosto suggestive nella loro semplicità.

La Morte di Silver Surfer è un prodotto fatto con un certo mestiere ma nessuna originalità, anche se immagino che gli autori siano stati impastoiati dalle direttive delle alte sfere Marvel e la miniserie serva solo a introdurre un nuovo personaggio (o a spiegarne le origini nel caso fosse già stato introdotto a mia insaputa – di volti per me nuovi, come un Johnny Storm baffuto, ce ne sono tanti).