Oggigiorno è facilissimo
procurarsi almeno virtualmente il materiale della Columba, quindi questa ormai
non più ipotetica ricognizione sulle serie inedite di Wood è un po’ inutile
perché chiunque sia interessato può toccare con mano direttamente il prodotto.
Abbiate pazienza, devo pur inventarmi qualcosa per mandare avanti il blog.
Diciamo che questa iniziativa potrebbe essere utile a qualche appassionato per
decidere se imbarcarsi in download molto pesanti o nella lettura di quelle
migliaia di tavole che ha già scaricato.
Harry
White
A vent’anni Harry White presta
servizio a bordo dell’Enola Gay e assiste così da una posizione privilegiata agli
effetti dello sgancio della bomba atomica su Hiroshima. Devastato dal rimorso,
vaga per mesi ubriacandosi per il Giappone finché non viene introdotto a un
monastero dove apprende il karate (o meglio il karate-do) e ritrova la pace.
I primi cinque episodi alternano
due linee temporali: gli anni in cui Harry si allena nel monastero dove affina
le arti marziali e il periodo del suo peregrinare dal 1945 fino a quando venne
(r)accolto dal vecchio Mifune che lo introdusse al karate. La vita di Harry
White è in continuo movimento, e così la sua serie: dopo dieci anni abbondanti
di meditazione e allenamento, uno dei monaci intuisce che è ora per Harry di
tornare nel mondo secolare e lo incarica di prestare soccorso all’amico
scrittore Yin-Ho a Hong Kong: si tratta di una scusa per spingerlo oltre le
mura protette del monastero. E il suo impatto col mondo esterno non è niente male
visto che si trova a dover affrontare il Tong, la secolare mafia cinese, e la
caotica situazione della città dopo la guerra di Corea, evocata efficacemente
da Wood. Harry apre una scuola di karate e diventa conosciuto come “il Monaco”,
cosa che effettivamente è.

A Hong Kong passano altri quattro
anni, e non siamo arrivati nemmeno al quindicesimo episodio che lo scenario
cambia ancora: un torneo di arti marziali dall’eco internazionale diventa
l’occasione per il fratello minore di Harry di scoprire che è ancora vivo e
quindi andare a prenderselo a Hong Kong. Dopo una sosta in Giamaica dove
Charles White cerca di far dimenticare un lutto a Harry (sgominare una cellula
di vecchi nazisti può essere un buon sistema per farlo) la scena si sposta
negli Stati Uniti. Il ritorno alle consuetudini della vita oltreoceano non sarà
facile visto che i dodici anni nel monastero e i tre come insegnante di karate
(ma non erano rispettivamente 10 e 4? Oh, beh, la coerenza interna non è mai
stato il primo pensiero di Wood) hanno creato un baratro incolmabile tra le
abitudini di vita di Harry e quelle di suo padre Arthur. “Il Monaco” decide
quindi di partire in moto, frutto di una delle sue buone azioni, verso il sud
del continente dove si scontra con le situazioni tipiche di quella parte della
nazione e di quell’epoca: Hell’s Angels, redneck,
Ku Klux Klan, reduci del Vietnam… queste storie sono episodiche, ognuna
racchiusa in sé, ma vi si percepisce il senso del viaggio e un percorso preciso
verso una meta, per quanto indistinta. Quindi un minimo filo conduttore c’è, o
almeno io ho voluto vedercelo. Poi subentra il Messico e la serie si sfilaccia:
in un episodio Harry perde la memoria senza conseguenze a lungo termine, in un
altro lo ritroviamo come lavoratore nelle selve messicane (anche qua, solo per
quell’unica occasione), in un altro ancora è tuttofare in un albergo, ecc. C’è
un tentativo di ricreare una struttura più coesa con l’introduzione della
gitana Maria, ma la cosa si esaurisce tragicamente in un paio di episodi. Ogni
tanto lo stesso protagonista finisce in secondo piano rispetto ad altri
personaggi che incarnano le problematiche tipiche del Sudamerica: condizione
dei nativi, sfruttamento delle risorse, brigantaggio, guerriglia, violenza
della polizia, vecchi pazzi vestiti da vampiri, ecc.

Harry White termina nel 1978 inanellando 35 episodi. Verso la fine
la serie rarefece le sue apparizioni su Fantasía
e gli ultimi due episodi vennero pubblicati nove mesi dopo quello precedente.
Il finale è quello tipico di molte, troppe, serie di Wood: è un episodio
assolutamente normale, che non conclude nulla e potrebbe benissimo essere stato
messo due o dieci o venti episodi prima. Certo, venti no perché non era ancora
cominciata la fase messicana ma credo di aver reso l’idea. È probabile che in
redazione avessero invertito l’ordine di pubblicazione degli episodi perché nel
penultimo Harry sarebbe dovuto partire per il Nord Europa e non aveva più la
moto, mentre in quello che venne pubblicato per ultimo è ancora in Sudamerica
motorizzato. Ma non cambia poi molto: anche così la serie sarebbe rimasta
sospesa e inconclusa.
Pur con la nota negativa di
questo anticlimax, si tratta di una bella serie: ha un assunto di partenza
originale, o che tale mi sembra (Wood riprese l’idea del pilota dell’Enola Gay
nella storia di Un Giorno Un Secolo
disegnata da Solano Lopez, non so se si era ispirato a qualche film o romanzo);
ha un ottimo cast di comprimari; finché ce l’ha dispone di una continuity piuttosto stringente ma per
nulla invasiva, che si apprezza con una lettura organica – poco importa che la
Kate Joyce titolare di un episodio non sia evidentemente quella già citata in
precedenza. Non mancano poi sequenze toccanti come l’episodio con il vecchio
bandito Aurelio o quello del lottatore cieco che cerca Harry per ucciderlo in
combattimento e vendicare così Hiroshima. Wood era inoltre cintura nera di
karate e sapeva bene di cosa parlava. Ecco, forse un difetto potrebbe essere
una certa pesantezza nelle didascalie in cui Wood sale in cattedra e si dilunga
in particolari tecnici o storici, anche considerando che dato il tono della
serie le didascalie di Harry White erano
già pervase da una ieratica retorica. A differenza di altre serie di Wood,
inoltre, non c’è molta ironia anche se quella poca presente è molto efficace,
vedi il fraseggio fra la karateka cinese Mei-Ling e l’ereditiera Lisbeth Van
Arden. Un fumetto, però, è anche costituito da disegni. Una volta, almeno, era
così.

Oltre che scarni e approssimativi
i disegni di David Mangiarotti sono decisamente anonimi, cosa rara per un
autore argentino. È una specie di disegnatore di strip americane più
rudimentale, diciamo un John Prentice meno curato. Inoltre fa anche ricorso a splash page e a vignette molto grandi
dove rivela disinteresse per i dettagli e anche una conoscenza deficitaria dell’anatomia.
Scelte quindi poco comprensibili ma ho una mia teoria al riguardo: gli
sceneggiatori argentini (Wood, almeno) non scrivevano visualizzando le tavole
ma descrivendo solo le singole vignette lasciando poi al disegnatore
l’incombenza di organizzarle come meglio credeva: probabile che qualcuno
volesse allungare un po’ il brodo producendo qualche tavola in più del
necessario da farsi pagare dall’editore. Al di là di questo, in una serie sulle
arti marziali le mani, i piedi e in generale tutto il corpo hanno un ruolo
rilevante; Mangiarotti non era proprio
il disegnatore adatto. Penso a quello che avrebbero potuto fare il Lucho
Olivera degli anni ’70 o Horacio Altuna, che qualche anno prima aveva disegnato
vari unitarios di Wood a tema karate.

Oltretutto Mangiarotti avrebbe
anche avuto le giustificazioni perfette per disegnare in maniera non
calligrafica, visto che Wood ricorda spesso come la pratica del karate renda le
nocche enormi e le dita della stessa lunghezza e quasi prive di unghie, ma il
disegnatore non ne approfitta per prendersi qualche licenza che sarebbe stata
giustificata. Disegna mani e piedi normali, solo che li disegna male. A volte manca
addirittura la corrispondenza tra la descrizione dei personaggi e la loro
raffigurazione: comprimari o antagonisti che dovrebbero essere brutti, giovani,
grassi o bassi non vengono disegnati così, o perlomeno non con la stessa enfasi
che dovrebbero avere basandosi sulle didascalie. Chi se ne frega poi se di una
ragazza viene sottolineato il bell’abito provocante: Mangiarotti la disegna dal
collo in su! In più di un’intervista Wood lamentò il fatto che non sempre
(quasi mai) i disegnatori avevano reso giustizia ai suoi testi, arrivando a
dire che gli avevano rovinato più di un fumetto. Credevo fosse un’esagerazione,
ma poi ho visto Harry White. Non che
Mangiarotti fosse sconosciuto in Italia, visto che aveva sostituito Garcia
Lopez su Roland il Corsaro.
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Robin Wood dà una dimostrazione di karate: "Il karate è un'arte. Da quando l'ho imparato, combatto raramente con qualcuno." |
La serie viene ripresa nel 1984,
scritta inizialmente da Gustavo Amezaga (cioè Manuel Morini) per poi passare
stabilmente nelle mani di Ricardo Ferrari che già era stato accreditato come
collaboratore alla stesura di tre degli episodi di Wood. L’ipotetica imbeccata
fornita da Wood in merito a una trasferta nordeuropea non venne minimamente
considerata. Anche questa seconda fase dura circa 4 anni. Onore al merito, Mangiarotti
migliorerà parecchio, ma non lo metterei comunque nell’Olimpo dei disegnatori
argentini.