Che cosa sono le nuvole
mercoledì 9 settembre 2026
lunedì 7 settembre 2026
Le serie di Robin Wood inedite in Italia: El Gordo y el Flaco (1971)
Oggigiorno è facilissimo procurarsi almeno virtualmente il materiale della Columba, quindi questa ormai non più ipotetica ricognizione sulle serie inedite di Wood è un po’ inutile perché chiunque sia interessato può toccare con mano direttamente il prodotto. Abbiate pazienza, devo pur inventarmi qualcosa per mandare avanti il blog. Diciamo che questa iniziativa potrebbe essere utile a qualche appassionato per decidere se imbarcarsi in download molto pesanti o nella lettura di quelle migliaia di tavole che ha già scaricato.
El Gordo y el Flaco
Praticamente nessuna delle prime serie di Wood era pensata per essere tale ma Nippur, Dennis Martin, Billy Grant, Big Norman, Jackaroe e anche Tino e Poppy di Lei e Io erano semplicemente i protagonisti di “liberi”. Anche il Pepe Sanchez cui sarà dedicata una serie nel 1975 esordì già nel 1969. Curiosamente, personaggi che invece erano pensati per essere ricorrenti venivano spacciati per protagonisti di unitarios oppure non fecero in tempo che a fare un’unica rapida apparizione.
Tra gli ultimi anni ’60 e i primissimi ’70 le riviste della Columba erano dei calderoni germinativi rigurgitanti di personaggi che evidentemente si speravano abbastanza graditi ai lettori da imbastirci una serie di successo. Ovviamente le storie scritte da Wood che terminavano con la morte del protagonista (come El Filibustero disegnato da Garcia Lopez nel 1968) o con il suo ravvedimento forzato (lo spassoso Billy Wood disegnato da Haupt nel 1972) non erano adatte alla bisogna, ma con ogni probabilità El Gordo y el Flaco rientra nella categoria delle serie “potenziali”, per quanto Wood non lo citi nel famoso elenco presentato su Fumo di China 26 – ma d’altra parte non citava nemmeno il trittico Hjalmar-Sagrant-Harald né Jack Robin, che una serie lo era veramente.
In questo fumetto Wood riprende la formula del buddy movie che frequenterà con maestria in futuro e che aveva già dato dimostrazione di gestire bene, prendendo però ispirazione anche da una celeberrima coppia comica cinematografica: in un commissariato argentino lavorano infatti Hurt e Martinez, il primo soprannominato “Gordo”, cioè grasso, mentre il secondo è magro come Boedo. Probabilmente è opportuno specificare che «gordo» e «flaco» sono due dei soprannomi di base argentini, ma sono anche i nomignoli con cui sono conosciuti nei Paesi ispanofoni Stan Laurel e Oliver Hardy.
Alla coppia viene affidata una missione importante: è stato scoperto che un importatore giapponese di orologi in realtà traffica in eroina e così i due dovranno scortarlo fino a Tokio con l’ordine di proteggerlo come fosse loro figlio, visto che sicuramente ha informazioni importantissime sull’organizzazione di cui fa parte che potrebbe volerlo liberare come eliminarlo fisicamente. E infatti già in California cominciano gli attentati.
El Gordo y el Flaco è un misto di umorismo e poliziesco: ci sono personaggi pittoreschi, battute, tormentoni (al “Grasso” non piace ovviamente essere chiamato così) ma Wood non lesina sui morti ammazzati, tra cui uno che si becca un proiettile in fronte in bella vista. La storia si sviluppa in maniera sin troppo rapida e benché sia perfettamente conclusa si avverte il rimpianto per aver sprecato due protagonisti che, sebbene meno originali di un guerriero sumero filosofeggiante o di un agente segreto ridanciano che lancia coltelli, avrebbero potuto dar vita a un bel filone di storie. Ma evidentemente il gusto del pubblico o altri motivi editoriali non fecero concretizzare questa opzione.
Dignitoso il lavoro di Vogt, anche se più schematico di quanto fosse solitamente all’epoca.
Da notare che la riedizione a colori del 1985 venne rimontata (cosa non inedita ma comunque rara in Columba) con qualche dialogo aggiornato e una presentazione differente dei personaggi, come se fossero appunto protagonisti di una serie: venne persino introdotta come sottotitolo una citazione da Stanlio e Ollio, quasi fosse il titolo di quel presunto primo episodio. Ma ovviamente (a maggior ragione a distanza di quasi quindici anni) non ci fu alcun seguito.
venerdì 4 settembre 2026
Ancora gatti, ancora Giappone, ancora intelligenza artificiale
https://www.youtube.com/@GingerDailyMeow
https://www.youtube.com/@GingerKittenStory-NBmedia
https://www.youtube.com/@CatBros3D
https://www.youtube.com/@mccatcooking1
https://www.youtube.com/@AICatLife888
https://www.youtube.com/@Catslifestyle98
https://www.youtube.com/@aiaidoga
È incredibile la quantità e la qualità di questi video. Qui sopra ho messo solo una minima parte di quanto si trova su YouTube. L’intelligenza artificiale non solo permette di creare video molto buoni, ma anche di produrli a una rapidità incredibile. Ruberà il “lavoro” agli youtuber “veri”? Almeno i gatti non supplicano di iscriversi-mettereunbellike-attivarelacampanellina.
mercoledì 2 settembre 2026
Le serie di Robin Wood inedite in Italia: Primera Fundacion de Buenos Aires (1992)
Niente tiritera sulla Columba e la reperibilità dei suoi fumetti online, stavolta: qui si parla di un volume di altra provenienza e di facile reperibilità materiale.
Nel 1992 ricorreva il cinquecentenario della Scoperta dell’America e la meritevole casa editrice spagnola Planeta-De Agostini pubblicò una collana per celebrare la ricorrenza. Ricordate quando la Planeta-De Agostini pubblicava fumetti anche in Italia? Bei tempi, quelli. Di questi «Relatos del Nuevo Mundo» fino a pochissimi anni fa nel Belpaese si è visto solo il Caboto di Zentner e Mattotti ma recentemente Nicola Pesce Editore ha annunciato anche il volume di Breccia padre dopo aver pubblicato quello di Micheluzzi. I volumi della collana vertevano ovviamente su personalità legate alla scoperta, all’esplorazione e alla conquista delle Americhe ed erano costituiti (oltre che da un’introduzione) da un fumetto dalla classica durata di 46 tavole e da un ricchissimo apparato redazionale. Per raccontare un episodio inerente quella che diventerà l’Argentina l’editore pensò bene di ingaggiare degli autori che lavoravano per quel mercato.
Per insaporire la storia Wood ricorre a un po’ di realismo magico, scelta non inedita ma poco comune nei suoi fumetti: a introdurre la storia sono degli scheletri in armatura, i fantasmi di quanti parteciparono all’avventura che compaiono in sogno a Domingo Irala, teoricamente il protagonista del fumetto. “Teoricamente” perché Primera Fundacion de Buenos Aires è una storia corale e Domingo è uno dei tanti personaggi attirati da una nuova spedizione verso le “Indie” organizzata con faraonica profusione di mezzi da Pedro de Mendoza, già gravemente malato. Il sottotitolo del volume non a caso è La Spedición Maldita: una volta giunti a terra gli avventurieri speranzosi fondano la città (ma credo sia meglio dire l’avamposto) di Nuestra Señora de los Buenos Aires però la situazione non è delle migliori. La zona è inospitale e scarseggiano sia animali che piante commestibili, cosa drammatica per loro che dalla Spagna non hanno portato né bestiame né sementi. Per fortuna trovano degli indigeni che, per quanto in ristrettezze pure loro, possono fornire un minimo di carne e pesce in cambio delle proverbiali perline colorate. Ma la situazione precipita e alcuni guasti diplomatici con gli indios portano a una battaglia sanguinosissima e poi a un assedio ancora più falcidiante. Sarebbe la fine se non fosse che la donna india unitasi a Domingo spiega ai potenziali conquistadores (tra cui molti tedeschi) come trovare e mangiare radici e suggerisce di andare a cercare cibo e aiuto presso altre tribù.
Passano gli anni e da Buenos Aires il contingente si spinge all’interno alla ricerca delle favoleggiate città d’oro, ovviamente senza risultati. E nel 1556 anche Domingo Irala troverà la morte, ma sarà una morte serena a differenza di quella degli altri, dopo vent’anni da governatore di Nuestra Señora de la Asunción e guardando disincantato la marea di illusi che continua a riversarsi nelle Americhe alla ricerca dell’El Dorado, della Città del Re Bianco, della Città del Sole.
Pur essendo un lavoro su commissione Wood non rinuncia alla sua personalità e non mancano i suoi marchi di fabbrica come le didascalie auliche e (per quanto limitata dalle circostanze) un po’ di ironia. Il gusto per l’aneddotica non rallenta la narrazione ma la arricchisce: si veda in particolare l’episodio della ragazza imbarcatasi in incognito per seguire l’amato la cui scandalosa unione fuori dal matrimonio viene risolta dalla provvidenziale presenza di un prete nella ciurma. Come già diede prova di saper fare in altri contesti, Wood riesce a inserire moltissime informazioni in uno spazio tutto sommato limitato, senza però dare l’impressione di fare dell’infodumping forzato.
Lo stile adottato da Lito Fernandez (cioè dal suo studio dell’epoca, ovviamente) non è tra quelli che preferisco. I contorni delle figure non sono molto marcati e i tratteggi caotici contribuiscono a rendere poco incisivi i soggetti raffigurati: sono adatti per rappresentare le venature del legno, decisamente meno per le barbe o i vestiti. Va detto che anche la disposizione delle vignette non è sempre efficace e a volte il senso di lettura viene meno. Una colorazione molto vivace facilita la leggibilità e, appunto, vivacizza tutto l’insieme.
La «referencia historica» in appendice è affidata a Manuel Lucena.
lunedì 31 agosto 2026
Fumettisti d'invenzione! - 206
Mi permetto di integrare il divertente e interessantissimo volume di Alfredo Castelli con altri “fumettisti d’invenzione” e simili.
In grassetto le categorie in cui ho inserito la singola segnalazione e la pagina di riferimento del testo originale.
CARTOONIST COME COPROTAGONISTA OCCASIONALE – ONE SHOTS IN PUBBLICAZIONI ANTOLOGICHE (pag. 56)
BLUBBER
(Stati Uniti 2016, © Beto Hernandez, umorismo, pornografia)
Beto [Gilberto] Hernandez
Nel 2016 Gilbert “Beto” Hernandez, forte della fama conquistata con Love & Rockets, diede alle stampe tramite Fantagraphics una serie di comic book altrimenti difficilmente pubblicabili. Blubber era infatti un’antologia di storie brevi impostate con l’unico scopo di épater la bourgeoisie: praticamente tutte queste “storie” vertevano su sesso e violenza, in maniera ostentatamente provocatoria e nonsense.
Blubberoo. In Blubber 3 (2016). Beto [Gilberto] Hernandez.
Un fumettista si compiace dei piaceri a cui sottopone la creatura che disegna, ma finirà per “goderseli” anche lui che in realtà è il protagonista di una trasmissione televisiva che viene vista dalla creatura stessa e da un altro mostro.
CARTOONIST COME COPROTAGONISTA OCCASIONALE – FUMETTI SERIALI (pag. 28)
BOB 84: L’INSOSTENIBILE(Italia 2026, © Vincenzo Filosa, Paolo Bacilieri, noir)
Vincenzo Filosa (T), Paolo Bacilieri, Andrea Mastreoni, Pietro Ghinelli
(D)
Secondo episodio della serie. Il redivivo killer stavolta deve uccidere il mangaka Mochizuki Makoto che contribuì sulle pagine di Big Comics a rivoluzionare il linguaggio del fumetto giapponese e che a 12 anni ricevette i complimenti di Osamu Tezuka per un suo yonkoma. Non sarà un incarico facile perché dovrà vedersela con una flessuosa concorrente.
Pseudofumetti: Mochizuki è l’autore di Tarzachan, dichiaratamente copiato dal Tarzanetto di Antonio Terenghi. Attualmente sta lavorando a un manga sui pericoli delle centrali nucleari. Viene citato anche Kanikuro di cui però non viene chiarito se è lui l’autore. Nel mezzo della narrazione è inserito un manga scritto in giapponese che potrebbe essere solo una reinterpretazione della vita di Mochizuki o una sua allucinazione.
CARTOONIST COME COPROTAGONISTA OCCASIONALE – ONE SHOTS IN PUBBLICAZIONI ANTOLOGICHE (pag. 56)
CAFÉ OBLIVION
(Stati Uniti 1987, © Eclipse Enterprises,
Inc. Film by SM Graphics,
fantastico)
Michael T. [Terry] Gibert (T), Michael T. [Terry] Gilbert, Mark Pacella
(D)
La casa editrice statunitense Eclipse Comics venne fondata alla fine degli anni ’70 per offrire un’alternativa agli autori insoddisfatti delle condizioni lavorative e contrattuali di Marvel e DC. Consolidata la sua posizione negli anni ’80, si dedicò a diverse tipologie di pubblicazioni. Una storia dettagliata dell’editore è leggibile qui. Tra gli altri progetti, nel 1986 riprese un personaggio di successo degli anni ’40 libero da vincoli di copyright: Airboy, che già aveva fatto capolino in questa rubrica. La testata conobbe una buona accoglienza e generò vari spin-off e albi speciali.
I suoi comic book vennero pubblicati inizialmente a ritmo quindicinale e presentavano un’unica storia del protagonista più breve della consueta ventina abbondante di tavole di una testata normale. Ben presto cambiò formato ospitando riempitivi variabili a rotazione, tra cui The Heap, mostro paludoso anticipatore di Man-Thing e Swamp Thing, che a sua volta faceva parte della scuderia dei personaggi della casa editrice Hillman che diede i natali all’Airboy originale. Formalmente questa storia sarebbe intestata a The Heap, ma il vero protagonista è un altro.
In un luogo «ai confini stessi del mondo» si trova il locale del titolo, il cui unico ospite è il fumettista Everett Coleman, per anni ghost degli autori ufficiali della Hillman. Pian pianino tutti i personaggi che ha disegnato in incognito lo hanno raggiunto nel bar, l’ultimo è proprio The Heap.
Assunto forse più per necessità che per merito (all’epoca molti autori erano stati mandati al fronte della Seconda Guerra Mondiale) si dedicò anima e corpo al lavoro, nella speranza di pubblicare il suo personaggio The Beacon. Sacrificò al suo lavoro la vita e il matrimonio e devastato dall’alcolismo perse l’impiego alla Hillman e si ridusse a disegnare fumetti horror imitando lo stile di disegnatori che disprezzava – e comunque perse anche quei lavori malpagati, ritrovandosi così nel “bar Oblio” dove ormai non gli resta che il suicidio, che però viene impedito da The Heap. A bilanciare le cose interviene Black Axis, un vampiro nazista di cui odiava disegnare i fumetti che lo incita a premere il grilletto. Ma un altro personaggio entra in scena…
Pseudofumetti: Vampire Crime è la testata che ospitò Black Axis.
CARTOONIST COME PROTAGONISTA – GRAPHIC NOVELS E ONE SHOTS (pag. 24)
AIRBOY AND DOC STEARN… MR. MONSTER #1(Stati Uniti 1987, © Eclipse Enterprises, Inc.
Film by SM Graphics, parodia, supereroi)
Michael T. [Terry] Gibert (T), Michael T. [Terry] Gilbert, Mark Pacella (D)
A differenza di Airboy Mr. Monster (il titolo corretto della testata è Doc Stearn… Mr. Monster) non è un personaggio vintage di pubblico dominio, o almeno non del tutto: il suo autore Michael T. Gilbert dichiarò di essersi ispirato per la sua creazione a un misconosciuto personaggio apparso solo per un paio di numeri in una testata canadese e di averne fatto una sua versione. Mr. Monster (o meglio Doc Stearn… Mr. Monster) è un cacciatore di mostri vestito con una calzamaglia forse vagamente memore di quella di Phantom/L’Uomo Mascherato. Le sue avventure sono principalmente parodie delle storie di supereroi e dei fumetti horror, con una certa attenzione all’estetica dei disegnatori più grotteschi della gloriosa EC Comics.
Partendo direttamente dalla conclusione del succitato Cafè Oblivion, anche Airboy e Mr. Monster raggiungono Coleman nel locale per contrastare Black Axis. A salvare il disegnatore sarà però la sua creazione finalmente concretizzata, The Beacon, insieme ad altri personaggi positivi che aveva disegnato divertendosi. Una storia edificante con la sua brava moralina, resa però piacevole dalla follia metanarrativa del tutto.
Vale la pena segnalare una curiosità in merito al pubblico di Mr. Monster (cioè Doc Stearn… Mr. Monster) riportata sia da Scott McCloud nel suo saggio Raping Comics che da Frank Miller nella sua autobiografia I am a genius and everybody else is just shit: pare che il lettore tipico di Mr. Monster (ovvero Doc Stearn… Mr. Monster) non sia caratterizzato da una grande statura. Non che sia proprio un tappo, ma non potrà mai fare il pivot in una squadra di basket. Pertanto si può dire che il suo fan ideale non è affatto altino, bensì bassetto.
Pseudofumetti: Vampire Crime è la testata che ospitò Black Axis. Zombie Love è un’altra testata horror in cui apparve Lady Medusa, personaggio che pietrifica Mr. Monster.
venerdì 28 agosto 2026
JLA di Joe Kelly vol. 2: Incubo Americano
Seconda raccolta piuttosto variegata e frammentaria, questa della JLA di Joe Kelly, tanto che si comincia con un fill-in nemmeno suo. È infatti Rick Veitch a scrivere una storia in cui i membri della combriccola devono vedersela con un artefatto senziente che ruba selettivamente la memoria. Uno spunto originale, direi. I disegni di Darryl Banks inchiostrato da Wayne Faucher sono un gradino al di sopra delle porcherie post-Image dell’epoca (primi anni 2000) ma nulla di memorabile.
Via alle danze, quindi: si comincia con un brevissimo ciclo in cui la JLA mette il naso in un conflitto galattico in un settore lontanissimo dell’universo visto che la volontà di pacificare quella porzione dell’universo da parte di un collettivo di pianeti si manifesta con la violenza.
Segue un ciclo invece molto terrestre: marito e moglie metaumani hanno tirato su un rifugio per giovani ma vengono visti come un pericolo dall’esercito e la JLA dovrà intromettersi, producendo involontariamente un disastro che a pensarci oggi sembra aver “ispirato” Mark Millar per la Civil War Marvel. Il soggetto sarebbe anche intrigante (chiaramente il massacro causato dalla JLA era una montatura) ma alla fine tutto si riduce alle mazzate con un nuovo gruppo di supercattivi suprematisti e l’introduzione di un altro gruppo di villain. Duncan Rouleau inchiostrato da Aaron Sowd disegna pupazzetti veramente ignobili.
Altro fill-in, che nonostante la brevità dà il titolo al volume: la simulazione di una ipotesi in cui il Presidente degli Stati Uniti, ovvero Lex Luthor (!), vuole mandare la JLA ad assassinare il dittatore del Qurac come attacco preventivo offre il destro per l’ennesima disquisizione sugli ideali di Superman. Nemmeno Chris Cross sfugge al pupazzettismo, ma non è il peggio che si sia visto in questa sede.
Si torna a un ciclo stavolta più corposo e decisamente originale: qualcosa o qualcuno sta facendo pentire a morte tutti i criminali del mondo delle loro colpe e anche nazioni belligeranti stanno stendendo trattati di pace. Solo che il succitato Presidente Luthor, che la coscienza deve avercela bella sporca, è finito in coma a causa di questo che sembra un attacco telepatico. La soluzione del mistero è legata al passato remoto dell’universo DC (creato per l’occasione, immagino) e l’identità dell’attaccante mi pare originale e conclude una delle sottotrame che si stavano sviluppando dall’inizio.
Terminata la portata principale (ben sei capitoli) Kelly si concede un fill-in che vede il ritorno alle matite di Chris Cross: un episodio di tutto riposo in cui semplicemente inanella una sequenza di possibili esiti della relazione tra Wonder Woman e Batman.
In chiusura un trittico scritto dal redivivo Dennis O’Neil e disegnato da Tan Eng Huat. La differenza si nota nell’uso più classico delle didascalie e di dialoghi sin troppo esplicativi ma non nella frenesia dell’azione. La trama e lo sviluppo sono decisamente buoni (un alieno che vigilava sull’evoluzione delle specie vuole aiutare gli umani a estinguersi visto che l’umanità si sta già muovendo in quel senso), ma i disegni sono alquanto strambi.
A creare un minimo di collegamento tra episodi dai toni e dalle ambientazioni anche molto diversi ci sono alcuni elementi ricorrenti, non solo le sottotrame citate prima ma anche Faith che deve vedersela con l’organizzazione di cui faceva parte e i tentativi di Corvo di Manitù e sua moglie di adattarsi al mondo moderno.
Joe Kelly ha il gusto per il drammatico, per le entrate in scena spettacolari e i cliffhanger, poco importa che poi incidano quasi nulla sulla trama. I suoi tentativi di intavolare qualche riflessione politica o sociale rimangono appunto solo tentativi, giusto il tempo di far vedere che almeno un minimo è engagé, ma è anche vero che offrono spunti per le trame quindi non sono sprecati.
Il precedente volumone mi sembrava più coeso, qua si salta di palo in frasca e, a parte rari casi, si ha l’impressione che i supereroi siano sotto amfetamine e risolvano le cose a velocità supersonica. Che comunque non è una brutta sensazione (probabilmente una lettura serializzata come in origine avrebbe trasmesso un’altra sensazione).
Mahnke è migliorato rispetto alle prove precedenti, anche se non ha ancora preso bene le misure dei personaggi femminili. Comunque credo che certe morbidezze pupazzettose dei disegni siano da attribuire all’inchiostratore Tom Nguyen che ha dato le chine anche ai disegni di Chris Cross.











