mercoledì 8 aprile 2026

Kenya Integrale

Bell’integralone con cui ho potuto leggermi tutta la saga d’un fiato.

1947: nel Continente Nero alle falde del Kilimangiaro un safari organizzato da uno scrittore simil-Hemingway incappa in un mostro che sembra provenire dalla preistoria.

Qualche mese dopo giunge in loco una avvenente maestra che darà man forte al corpo insegnanti di Mombasa. La bella Kathy Austin è oggetto delle attenzioni di due suoi colleghi, un francese e un tedesco, che coi loro tentativi di corteggiamento danno vita a scene divertenti. Kenya è quindi una commedia romantica? Ovvio che no: Kathy è una spia inglese incaricata di far luce sulla sparizione dello scrittore e del suo entourage, visto che sembra intrecciarsi ad altri fenomeni inspiegabili circoscritti alla zona, dove compaiono mostruosità antidiluviane e dischi volanti dalle intenzioni poco chiare: vogliono preservare queste strane creature o vogliono distruggerle? Sempre ammesso che si tratti veramente di ufo.

Ricostituito a poco a poco ciò che resta della spedizione scomparsa, iniziano seriamente le indagini ma trovandosi in piena Guerra Fredda bisogna diffidare di tutti e prestare molta attenzione ai messaggi che la bibliotecaria della scuola, anch’essa un’agente inglese, fornisce tra le pagine dei libri in prestito.

A integrare il già nutrito e ben caratterizzato cast ci sono un pilota d’aereo privato e un nobile italiano che si è fatto costruire una vera reggia in pieno deserto. E le immancabili spie russe, la fazione più avanzata nelle ricerche e che soprattutto sa cosa cercare. La soluzione del mistero ruota infatti attorno a dei blocchi di metallo alieno da cui escono gli animali fantastici.

Rodolphe, che non ha solo scritto i dialoghi ma ha anche impostato gli storyboard, sa bene con che disegnatore lavora, e quindi inserisce varie scene di nudo. A tal proposito, Leo riesce a personalizzare abbastanza efficacemente ogni personaggio femminile.

Kenya è molto avvincente e anche grazie a delle sequenze più leggere e alla sovrabbondanza di piste che si intrecciano mantiene vivo l’interesse del lettore fino alla fine. Oltretutto, essendo una storia corale non serve che tutti i protagonisti sopravvivano e ciò garantisce più di un colpo di scena. Come sempre in questo tipo di storie, svelato il mistero il fascino della vicenda si sgonfia inevitabilmente ma è stato bello fare il viaggio per arrivare alla conclusione. In questo caso specifico, però, bisogna anche essere accondiscendenti coi due autori, che hanno optato per una soluzione da B-movie anni ’50 in cui la tecnologia aliena onnipotente risolve praticamente tutto sollevandoli dalla responsabilità di inventarsi qualsivoglia giustificazione che abbia una parvenza scientifica – gli alieni hanno pure un discreto senso dell’umorismo.

I disegni sono del Leo post-Aldebaran che integra le sue tavole di grasse pennellate, scelta che poi abbandonerà e che comunque non usò in Betelgeuse, contemporaneo a Kenya. Scelta non sempre efficace (i capelli mori sono un po’ “scarabocchiati”) ma comunque utile a dare volume ad alcuni elementi e a riempire un po’ le tavole anche perché purtroppo i colori di Scarlett Smulkowski non sono funzionali in tal senso. Se i cieli africani possono anche avere un loro fascino fauve risolti con due o tre colori buttati lì, gli elementi che Leo ha lasciato poco descritti come l’erba avrebbero meritato maggiore attenzione. In pratica la colorista butta giù badilate di colore digitale senza curarsi di sfumarlo se non con effettini che non arricchiscono ma rovinano ancora di più il tutto. E meno male che il volume è stampato su carta patinata, perché le tinte selezionate sono piatte e spesso tanto livide da risultare molto fredde. Ma è la stessa Smulkowski che colorava Blueberry? Mah. Da segnalare che c’è anche qualche fuori registro, ma niente di drammatico.

L’edizione italiana si segnala anche per un lettering (di Fabio D’Uva) un po’ confuso e una maniera assai originale di andare a capo. E ovviamente «Jaques» si chiama Jacques come evidente dalla sua lapide. E vabbè, tanto sono solo fumetti.

lunedì 6 aprile 2026

Cosmopirati 2: La Tartaruga d'Oro

Questo secondo e conclusivo volume della serie mi ha spiazzato. Considerata la frenesia del primo credevo che qui ci sarebbe stata altrettanta azione. E all’inizio pareva che la direzione della storia fosse proprio quella: ora che si è alleato con la tartaruga-farfalla Lireley, Xar-Cero azzarda di sconfiggere la flotta di un milione di corazzate protobancarie – attenzione a non confondere Protobanchieri con Magnobanchieri. Grazie ai poteri della Tartaruga d’Oro la prima corazzata è facilmente catturata. La rappresaglia sarà spietata, con 100.000 “Roborossi” comandanti dal governatore Bishop, che ne ha ben donde di volersi vendicare di Xar-Cero/dottor Zang. Nel frattempo lui e Leonarda si inseguono per il cosmo nella speranza di soddisfare il loro sogno d’amore contrastato dalle circostanze.

Ora, non è che manchino azione, ritorni a sorpresa, voltafaccia, ecc. ma tutto è finalizzato ad arrivare al gran bel colpo di scena a due terzi del volume, che rimescola le carte in tavola e getta nuova luce sull’intera saga (saga per modo di dire, son due volumi). Senza anticipare troppo, adesso Xar-Cero si vede affidata una nuova missione, che però sarà una missione di pacificazione universale. E la cosa mi va pure bene, se non fosse che l’ultima ventina di pagine non è più la narrazione di una storia ma semplicemente la descrizione di quello che succede mentre “vissero felici e contenti”, un po’ come le ultime pagine del quarto volume di Plume aux Vents. Ve l’immaginate se Magnus invece di riassumere la sorte delle mogli di Hsi-Men nell’ultima tavola de Le 110 Pillole ne avesse disegnato scrupolosamente la fine una per una? O se alla fine di Notte di Carnevale Pazienza non avesse fatto riassumere a Colasanti le conseguenze di quello che avevano fatto ma lo avesse illustrato per altre dieci o venti tavole? Ecco, l’impressione è la stessa. A me va benissimo un finale totalmente positivo e fiabesco (e Jodorowsky ne aveva già elaborato uno in Petrolino) ma qui è evidente un netto squilibrio tra parti narrative e parti descrittive.

I disegni di Pete Woods non sono certo disprezzabili ma le sue anatomie geometriche finiscono per risultare freddine e le sue tavole sono un po’ vuote. E non è che riempirle copia/incollando digitalmente gli stessi elementi migliori l’impressione, anzi la peggiora.

Solo pochi anni fa avrei sbraitato contro questo fumetto. Visto il panorama attuale mi tocca dirmi soddisfatto e gustarmi quel poco che resta della BéDé come la si faceva una volta. Anche se questo non è proprio l’esempio più esaltante.

La storia ha comunque un lieto fine anche per i lettori: essendo il volume costituito da un sedicesimo in meno costa gli annunciati 19,90 euro contro i 22 di quello precedente.

sabato 4 aprile 2026

Echolands 1

Mi era sfuggito del tutto al momento della sua uscita italiana tre anni or sono, forse il prezzo (35 euro) avrà contribuito a rendermelo invisibile. Lo recupero quindi dal purgatorio del -50%.

Hope ruba una gemma triangolare al mago Teros Demond, il dittatore della Città, che dovrebbe essere una versione alternativa di San Francisco se ho capito bene. A quanto pare quell’ammennicolo è preziosissimo e quindi il tiranno le sguinzaglia contro la sua letale “figlia” costituita da magia pura. Così Hope e la sua banda devono fuggire. Hope è una maga, o una cosa simile, e dovrebbe essere una versione di Cappuccetto Rosso. Il suo potere si manifesta in maniera devastante all’inizio, ben oltre le sue stesse previsioni. Tra i componenti di questo variegato gruppo si segnalano tra gli altri una vampira, un androide transgender e una specie di gangster della Chicago anni ’30. Ci sarebbe pure qualcuno di nome Caniff ma muore subito. Ognuno è disegnato con uno stile diverso (o almeno un po’ diverso).

Attraverso la loro fuga il lettore viene edotto sulla natura ibrida e combinatoria di questo universo, un patchwork di mondi letterari e folkloristici e fumettistici e cinematografici che convivono uno accanto all’altro. E infatti un membro del gruppo finisce nelle Echolands propriamente dette, un mondo robotico. Nel mentre Hope e compagnia incappano nella tana della veggente che cura i “prossimamente” dei singoli comic book e tra le altre cose offre alla combriccola un razzo per scappare altrove; viene svelato che la gemma è una chiave per aprire qualcosa mentre Hope pianifica di metter su un esercito con cui sconfiggere Teros Demond. Arrivano quindi nella terra dei mostri Horror Hill dove il fratello usurpatore della corona di Rosa (la vampira) gliela consegna senza storie proclamandola regina. Fine della prima parte.

Ovviamente la trama è quello che interessa di meno a J. H. Williams III (supportato da W. Haden Blackman ai testi e da Dave Stewart ai colori): l’importante per lui era dare sfogo alla sua voglia di disegnare con stili diversi e lanciarsi in virtuosismi più o meno arditi. Per l’occasione il formato è molto particolare: sono tutte delle tavole doppie orizzontali, quindi delle enormi strisce 17x52. Questa scelta pregiudica un po’ la maneggevolezza del volume e nelle costruzioni più ardite rende difficile capire quale sia il senso di lettura. Inoltre (sarà solo un’impressione dovuta alla frenesia dell’azione?) la storia si legge molto rapidamente. Ad integrare il fumetto ci sono le succitate “previsioni” della veggente, cioè le anticipazioni dei prossimi numeri, e brani tratti dalla rivista immaginaria Echo: un’intervista nientemeno che a Teros Demond (che avrà esiti inaspettati), alcuni annunci pubblicitari e una striscia a fumetti. Anche con questi bonus la lettura sarà sembrata un po’ breve a Williams III o a chi ha confezionato il volume, che lo ha perciò riempito con variant cover (di Alison Sampson, Michael Avon Oeming & Taki Soma, Gabriel Rodriguez, Langdon Foss e Francesco Francavilla), con le playlist dell’autore mentre disegnava e con una selezione di tavole private dei balloon e quasi sempre dei colori per goderne al meglio.

Il pastiche di universi letterari e proprietà intellettuali diverse è già stato fatto con esiti più o meno riusciti. Anche l’idea di caratterizzare ogni personaggio con uno stile grafico diverso non è proprio questa trovata così originale. Ma, appunto, penso che Williams III non volesse creare nulla di rivoluzionario od originale quanto divertirsi a disegnare con stili differenti. E così Gli Eterni di Kirby convivono con i robottoni giapponesi, L’Isola del Tesoro di Stevenson, i film horror della Hammer (o forse i fumetti della EC) e tanti altri elementi della cultura popolare – in alcuni scorci ho voluto vedere dei riferimenti a Blueberry.

Nell’introduzione Kurt Busiek parla di «tour de force» in riferimento a Echolands, ma se lo è stato per il demiurgo/disegnatore non lo è certo per il lettore che ne fruisce molto rapidamente. È più un’opera da guardare che da leggere, anche perché i sei episodi qui raccolti sono dichiaratamente solo l’incipit di una trama che dopo quattro anni dalla pubblicazione originale non ha ancora avuto seguito.

mercoledì 1 aprile 2026

Le serie di Robin Wood inedite in Italia: Billy Grant (1968)


Oggigiorno è facilissimo procurarsi almeno virtualmente il materiale della Columba, quindi questa ormai non più ipotetica ricognizione sulle serie inedite di Wood è un po’ inutile perché chiunque sia interessato può toccare con mano direttamente il prodotto. Abbiate pazienza, devo pur inventarmi qualcosa per mandare avanti il blog. Diciamo che questa iniziativa potrebbe essere utile a qualche appassionato per decidere se imbarcarsi in download molto pesanti o nella lettura di quelle migliaia di tavole che ha già scaricato.

Billy Grant

Western umoristico che probabilmente a differenza di Dave y Rio non era stato pensato per diventare una serie, o almeno questo desumo dalla distanza di oltre sei mesi intercorsa tra la pubblicazione del primo e del secondo episodio.

Billy Grant giunge in un paesello intenzionato a trovare un lavoro con cui riempirsi lo stomaco. Essendo polistrumentista si mette a fare il pianista, lavoro dalla mortalità elevata in un momento storico in cui gli odi tra Nord e Sud non sono ancora sopiti. Disinteressato a tutto ciò che gli accade attorno e interessato solo al cibo e al riposo, diventa nondimeno un eroe locale quando sgomina un po’ per caso e un po’ con astuzia una gang di banditi. Ma visto che non c’era nessuna taglia da incassare meglio andarsene alla chetichella prima che il direttore della banca scopra un ammanco nel maltolto.

Billy Grant è insomma un antieroe, anzi proprio un imbroglione, e in questo universo ce ne sono diversi che tirano a campare come possono. E infatti le storie finiscono quasi sempre con lui (e i suoi occasionali compari) in fuga.

Carlos Vogt, per quanto stilizzato com’è nella sua indole, è in grande spolvero; se la sua espressività non è certo una novità qui si fa apprezzare anche per le inquadrature originali e per la cura dei particolari, almeno nei tre episodi realizzati negli anni ’60.

Infatti come un fiume carsico che sparisce di colpo per poi riapparire inaspettatamente (arguta metafora che può applicarsi ad altre serie della Columba, non solo di Wood), Billy Grant riapparve sulla rivista Fantasia 13 anni dopo l’ultima avventura scritta da Wood per D’Artagnan. Stavolta i testi sono di Ricardo Ferrari, che si firma Rodolfo Fo o Dick Ferraro, mentre Vogt si fa assistere per metà di questo nuovo ciclo dal terzo dei fratelli Villagran, Carlos. Da notare la genialità del collaboratore che firma solo in un’occasione col suo vero nome preferendogli lo pseudonimo di Bill A. Grant: non tanto e non solo un omaggio al protagonista quanto un azzeccato calembour visto che in castigliano “Bill A. Grant” si pronuncia praticamente come Villagran.

Il tipo di umorismo di Billy Grant si basa su raffiche di gag (magari unite a qualche gioco di parole) esu scene slapstick.  Ricardo Ferrari si fece onore nei 14 episodi che scrisse tra il 1982 e il 1987 e ne mantenne abbastanza inalterato lo spirito, ma non troppo. Nella sua versione Billy è meno furfantesco e anzi è più spesso lui a essere vittima di imbroglioni. In compenso sfrutta a dovere quando serve a fini comici l’altra sua caratteristica, cioè la fame atavica. Verso la fine Ferrari cerca di imbastire delle trame più compatte, ad esempio un episodio è una riuscita commedia degli equivoci, e purtroppo cede anche alla metanarrazione. Ma è proprio con un uso originale delle note a piè di vignetta che chiude in bellezza la serie ereditata dalla Leyenda, che nel complesso definirei pazzerella e divertente.

domenica 29 marzo 2026

Ricevo e diffondo

 

sabato 28 marzo 2026

Capitaine Kaimann

E vabbeh, vediamo com’è un altro volume dell’Incal apocrifo. Anche se mi sfugge perché dedicarlo a un personaggio meno che minore visto solo (correggetemi se sbaglio) in Dopo l’Incal – e non era poi così presente nemmeno lì.

La storia inizia come un racconto nel racconto: nel Monastero dell’Entropia alla Fine di Tutto dei giovani accoliti si fanno leggere un libro dalla sacerdotessa Aurora, con la premessa che questa storia potrà essere incompleta e confusa perché il deterioramento del cosmo (sempre sia lodato!) ha divorato parte del tomo. Un giorno il pirata Kaimann abborda una nave spaziale di Aristos con la sua ciurma di pirati morti rianimati come ologrammi. Lo scopo è recuperare un raro fiore, ma si scopre che la nave trasporta anche qualcosa di ben più prezioso: un ben più raro violino che amaramente il comandante Kaimann non potrà suonare. Pur essendo nato da una famiglia aristocratica, egli è infatti un mutante e come rivela il suo nome la sua fisionomia è mescolata a quella di un caimano. Cosa che torna utile in combattimento (ha una coda prensile e molto coriacea), solo che la sua mutazione è degenerativa e pian pianino andrà a modificargli tutto l’organismo, partendo proprio dalla mano sinistra che sta diventando una zampa che rende quindi impossibile impugnare lo strumento musicale. Il fiore rubato dalla nave serve proprio a ricavarne un distillato che, per quanto alla lunga mortale, dovrebbe far regredire il processo (e infatti inizialmente lo fa).

Con una mossa inaspettata da parte di Dan Watters (chapeau!) cornice e storia raccontata si uniscono quando Aurora si ritrova sulla nave di Kaimann, proprio al punto che stava leggendo ai novizi: potere del mitico violino crono/transdimensionale. L’idillio tra i due dura poco: il monastero di Aurora è sotto attacco e fedeli ai loro voti le sacerdotesse non faranno nulla per evitare la strage. La storia diventa quindi una rincorsa tra due linee temporali con cui Kaimann cerca di salvare Aurora. Niente male come spunto, no? E il resto dal fumetto è costellato da altre trovate molto interessanti e originali, e anche piuttosto divertenti. Il finale, poi, non sarà esattamente quello che uno si aspetterebbe: altra tacca nel carniere dello sceneggiatore. Lo stile di scrittura di Watters è piacevole, con Kaimann che parla con affettata raffinatezza pur essendo un criminale. Le tavole di Jon Davis-Hunt sono molto belle anche se in alcuni punti un po’ “vuote” per gli standard francesi – ma immagino che anche questo volume abbia visto la luce negli States in forma di miniserie. Insomma, un fumetto niente male, su cui non pesa poi troppo il fardello di essere parte dell’universo dell’Incal perché vista la marginalità del protagonista nell’economia della saga è facile dimenticarsene.

giovedì 26 marzo 2026

Ricevo e diffondo