domenica 26 aprile 2026

Avanti e indietro nella Storia

Questo nuovo volume della meritoria collana che Nicola Pesce Editore dedica a Gianni De Luca presenta un menu molto ricco, ben 15 fumetti (o che per tali vennero spacciati) e anche se alcuni durano poche pagine sono comunque dei recuperi molto interessanti.

Direi che i pezzi forti, per lunghezza o per l’eco che ebbero, sono La meravigliosa invenzione, Il mago Da Vinci, Le braccia di pietra e soprattutto Gli ultimi sulla Terra. Ma non ha molto senso fare classifiche o attribuire graduatorie di valore visto che l’antologia svolge soprattutto un’importante funzione di recupero storico e ristampa ad esempio anche un raro fumetto di De Luca visto quasi solo su Il Corrierino, rivista a me sconosciuta e da non confondersi con Il Corriere dei Piccoli.

La meravigliosa invenzione è il primo fumetto in assoluto (pubblicato direttamente in albo) di Gianni De Luca, contrariamente a quanto riportato su Fumo di China 22. Diciamo che lo si può definire “fumetto” per comodità, perché in realtà si tratta di una lunga sequenza di vignette numerate accompagnate da didascalie, quasi a voler scongiurare il futuro viziaccio di De Luca di mettere balloon e didascalie in calce alla tavola, dove si mimetizzavano col resto e finivano per essere lette dopo la scena che accompagnavano. Siamo nel 1463 e l’invenzione del titolo altro non è che la macchina da stampa di Gutenberg, che a quanto pare suscitò perplessità anche violente simili a quelle che oggi riguardano l’intelligenza artificiale. Due italiani, col beneplacito della Chiesa, vorrebbero portare a Roma nientemeno che il suo inventore il quale, ormai vecchio e malato, vi manda invece i suoi due più fidi assistenti. La trama poteva offrire il destro a situazioni avventurose (e in effetti prometteva di farlo) ma tutto fila troppo liscio per non categorizzare il “fumetto” nella cronaca piuttosto che nella narrativa. Paradossalmente, una storia sulla stampa è stampata male.

Il mago Da Vinci scritto da Piero Salvatico racconta alcuni episodi della vita di Leonardo, che a trent’anni sembra averne il triplo. Non ci fa una bella figura perché sembra torpido a non accorgersi mai dei maneggi del suo assistente Cesare Da Celso. Ma ovviamente la ripetitività di certe situazioni si percepisce con questa lettura organica mentre leggerlo a puntate su rivista doveva restituire sicuramente un altro effetto. De Luca curò anche i colori con esiti eccezionali, e le masse colorate rendono meno distinguibili le defaillance della stampa.

I naufraghi del MacPerson è una storia (scritta da Roudolph, cioè Raoul Traverso) piuttosto confusa. Già leggerla è un’impresa: molte tavole sono orientate orizzontalmente e si è preferito pubblicarle una sopra l’altra piuttosto che una per pagina ruotandola di 90° per conservare al lettore quelle diottrie che ancora possiede; ma in realtà non si sarebbe risolto granché a causa delle tavole finali verticali e della misteriosa tavola quadrata di cui nemmeno Pier Giuseppe Barbero sa dare una spiegazione. Quei lettori dalla vista perfetta o muniti di lente d’ingrandimento che si saranno dedicati alla lettura potrebbero comunque rimanerne perplessi: il nostromo ordisce l’ammutinamento della nave per impossessarsi della casse d’oro che trasporta in incognito. Fanno però naufragio e buoni e cattivi si ritrovano su un’isola. Alla combriccola si unisce il galeotto Darlavy anch’egli naufragato con la sua ciurma, che ruba la scena a tutti gli altri. Seguono vicissitudini varie e poi Darlavy si dà con maggior dedizione alla pirateria ma la cattura di una donna indomita, Zefir, lo mette sulla retta via. Alla fine tutti i protagonisti hanno una visione mistica della città che fonderanno, chiamata MacPerson come la nave. Boh. Sembra quasi che siano state unite a forza due o più storie, o che l’idea originaria sia stata cambiata in corsa e questo potrebbe forse spiegare la differenza tra la forma delle tavole destinate a pubblicazioni diverse. Se non altro, essendo stata scansionata (da Federico Monti) dagli originali in possesso di Laura De Luca questa storia è stampata un po’ meglio delle altre.

Segue un tris di storie brevi in bianco e nero pubblicate in origine su testate varie («Albo Ted» e «Gli albi del Vittorioso») e scritte tutte da Piero Salvatico occasionalmente celato sotto lo pseudonimo Salpierre. Il nemico nell’ombra è una disamina contro Fouché. Il re della montagna narra di una combine ciclistica forse ispirata a un episodio vero. Il fiore della morte è un’avventura abbastanza suggestiva per quanto ingenua: la figlia del professor Livi è resa cieca dopo aver rimestato nei suoi esperimenti con la pianta del titolo, quindi lo scienziato se la porta in Africa per recuperarne un altro esemplare da cui ricavare l’antidoto. Probabilmente le fonti originarie di questi tre fumetti erano di dimensioni ridotte, e questo ha portato a un esito di stampa catastrofico. I tratteggi si impastano in un nero acquitrinoso e parecchie dentellature tolgono incisività non solo ai disegni ma pure al lettering originario cancellandone alcune parti.

Si arriva quindi a Gli ultimi sulla Terra, gioiellino di cui avevo solo sentito parlare. Non mi spingo a dire che sia Lost prima di Lost ma un po’ ci somiglia. L’occasione della ristampa di questo fumetto che tanto fascino suscitò nei lettori dell’epoca (a ragione) è tale da meritarsi una presentazione scritta nientemeno che da Gianni Brunoro. Voglio illudermi che l’avviso sullo spoiler della redazione della NPE sia anche frutto delle mie esternazioni.

Ambientata tra due secoli, la storia scritta da Eros Belloni vede l’eterogenea fauna di passeggeri del volo “Pearl Harbor” da Los Angeles a Singapore assistere a un disastro atomico. Fanno parte di questa compagine il missionario Don Claudio Arrighi, la signora Giovanna Wolf moglie di un «agente consolare» che raggiungerà a Singapore insieme ai tre figlioletti, il banchiere Filippo Ferraù che nasconde un segreto, il russo Vassili Blinderman che secondo uno schema che tornerà nel primo episodio del Commissario Spada dimostra già col volto la sua malvagità, il tenente Joe Spring incaricato di sorvegliarlo. Come macchiette comiche sono inseriti il commendator Sacconi sedicente stella della lirica e Sam Brown, un pugile fanfarone che da buon «loquace negro» si mette a ballare quando è felice. Dopo l’incidente atomico l’aereo precipita su un’isola e qui i sopravvissuti, convinti di essere gli ultimi esemplari dell’umanità, dovranno fare di tutto per salvarsi. Il progredire della vicenda non risparmia tanta suspense e nemmeno situazioni tragiche e posso capire che i giovani lettori dell’epoca aspettassero con trepidazione i nuovi episodi. A parte gli eroici piloti Pietro, Tonio e Franco (e la hostess Rose-Marie) il protagonista assoluto è Don Claudio, nauseante da tanto è intelligente, devoto, dinamico, comprensivo, paterno.

Annalena è il recupero d’annata di cui parlavo in apertura. Neanche questo è un fumetto, o almeno è un “fumetto” come lo intendevano i Valvolinici: vignetta-didascalia, vignetta-didascalia, vignetta-didascalia. La storia verte attorno ai maneggi per il potere alla corte dei Medici dal 1440 in poi. O almeno credo: è uno di quei casi in cui la sovrabbondanza di testo (opera di tal Florian) rende confusi i fatti piuttosto che chiarirli. Con anche sole quattro vignette per tavola, oltretutto a colori, De Luca confeziona un lavoro spettacolare.

Le braccia di pietra sono i colonnati di Piazza San Pietro a Roma che con molta fantasia possono essere visti da un punto strategico come braccia che accolgono i fedeli. Il protagonista è il giovanissimo Paoletto Rocchi che vorrebbe abbandonare la scuola per intraprendere il mestiere del padre, un «sampietrino». Non ho ben capito cosa fosse ma le sue mansioni contemplavano anche l’arrampicarsi con le corde sulla cupola di San Pietro. Messo di fronte alla pericolosità di quel lavoro Paoletto lascia perdere le velleità professionali e si impegna a scuola, fulgido esempio per i lettori de Il Vittorioso. Mi chiedo con che coraggio la redazione facesse questo panegirico dell’istruzione per poi lasciare che nei testi dei fumetti si mettesse la virgola tra soggetto e verbo.

La lezione impartitagli dal padre non si limita comunque alla necessità dell’istruzione: Paoletto ha infatti modo di vedere la miseria dei molti che sostano nei colonnati sopravvivendo con le elemosine o tramite piccolissimi commerci e decide quindi di fondare coi suoi amici una sorta di ronda che si prenda cura dei derelitti di San Pietro. Dopo alcune storie che sono tali per modo di dire e che riguardano le buone azioni di questa Banda dell’Obelisco (non vengono risparmiate tragedie oggi impensabili in una pubblicazione per ragazzi) arriva finalmente una trama più avventurosa e articolata con un antiquario antipatriottico che vorrebbe vendere la statua antica che ha rinvenuto a un compratore straniero invece che affidarla alle competenze italiane. Proprio adesso che la serie, scritta anch’essa da Belloni, prende la giusta direzione viene interrotta.

La leggenda della montagna è il resoconto della conquista dell’Everest a opera di Roudolph/Traverso. Onore al merito, il vero protagonista è lo sherpa Tensing nelle varie fasi della sua vita e quindi delle spedizioni che si avvicendarono. Anche di questa storia la stampa è stata fatta in bianco e nero a partire dagli originali, scansionati da Paolo Altibrandi.

Le mie prigioni e Pietro Micca sono due riassunti fulminanti (rispettivamente due e una sola tavola) delle imprese di Ippolito Nievo e Pietro Micca. Se prima ho citato Valvoline qui il pensiero è corso a Tamburini col suo Snake Agent visto che in questo spazio esiguo vengono eliminati tutti i tempi morti che danno il ritmo a una narrazione e anni di prigionia si risolvono in quattro e quattr’otto. E con un profluvio di didascalie.

Assalto al K.2. è un’altra avventura alpinistica, in cui l’aspetto avventuroso che non manca è vanificato dall’ossessiva presenza della religione, ridondante ben oltre la necessità di giustificare delle morti tragiche. Anche queste storia scritta da Roudolph è stata scansionata dalle tavole originali.

I tre J viene trattata con eccessiva sufficienza da Pier Giuseppe Barbero nell’introduzione: la storia sarà pur banale ma non mi pare che la maggior parte delle altre brilli per originalità o inventiva. Inoltre anche se i disegni fossero stati inchiostrati da qualcun altro come ipotizzato non sono affatto pessimi: se non l’avessi letto non me ne sarei nemmeno accorto, anche se l’abbondanza di neri non era così praticata da De Luca. Immagino che vedere le tavole nella pubblicazione originale faccia un altro effetto, perché qui la riproduzione è quella che è. In sostanza, Danilo Forina scrive una storia edificante sui pescatori di spugne delle Bahamas. Neanche qui mancano morti drammatiche, a giudicare da questo volume ce n’erano di più nella stampa cattolica che nei successivi Guerra d’Eroi o Diabolik.

A tal proposito, Avanti e indietro nella Storia si chiude in maniera funebre con L’ultima speranza per Corradino di cui non è stato indicato lo sceneggiatore – sorte comune ad altri dei fumetti qui riproposti. In quattro pagine viene riassunta la vicenda dell’ultimo erede della casata sveva che appena quindicenne viene reclamato per liberare la Sicilia dagli angioini. Sconfitto in battaglia viene catturato e condannato all’impiccagione a Napoli, di cui l’anonimo sceneggiatore non ci risparmia i dettagli degli ultimi attimi. Ma i giovani lettori de Il Giornalino potevano consolarsi pensando che con gli ori del suo riscatto giunto troppo tardi venne edificata la Chiesa del Carmine.

Purtroppo a differenza di altri volumi dedicati a De Luca la qualità di stampa non è buona, cosa che si nota principalmente nei fumetti in bianco e nero visto che per sua natura il colore rende un po’ meno evidenti le pixellature della stampa digitale.

Con la scansione diretta dagli originali la situazione migliora, ma purtroppo i tratteggi più sottili perdono comunque definizione. Me l’immagino un fotolitista che vedesse queste pagine: «Avete voluto sostituirci col computer, eh? E adesso beccatevi questo!» e poi scoppierebbe a ridere isterico prima di allontanarsi verso l’orizzonte.

Parliamo comunque di un volume che per soli 25 euro offre ben 216 pagine e fumetti di grande valore storico, per chi sa apprezzarli. E i redazionali curati da Barbero e Brunoro sono sicuramente interessanti e approfonditi. Peccato che l’arte del grandissimo De Luca non abbia potuto brillare come altrove, ma tutto sommato parliamo anche di storie tra le primissime che ha mai disegnato e quindi non certo ai livelli dei lavori successivi.

sabato 25 aprile 2026

La Nuova Storia dell'Universo DC

Miniserie analoga a quella uscita qualche anno fa per la Marvel, solo che la DC Comics può vantare una primazia nel concept come ci ricorda Marv Wolfman nell’introduzione avendo pubblicato un’appendice a Crisis on Infinite Earths che appunto riassumeva la cosmologia, gli eventi e i personaggi della DC dell’epoca. Avrei potuto fare un semplice copia/incolla di quella recensione ma ho desistito, troppe modifiche da apportare e quindi faccio prima a scrivere qualcosa di nuovo. Anche perché non c’è quasi nulla da scrivere.

L’aggancio per la navigazione tra milioni (miliardi?) di anni di Storia intrecciata ai fatti dell’editore viene dato da Barry Allen che trascrive tutti gli eventi più importanti e li collega per cercare di raccapezzarcisi. Non viene quindi narrata una storia in senso narrativo ma ne esce un compendio con toni autocelebrativi verso la fine. Nel primo episodio/capitolo si va dall’alba dei tempi fino all’arrivo sulla Terra di Superman, il secondo va dalla Silver Age a Crisis on Infinite Earths, il terzo è una carrellata di crossover ed eventi dagli anni ’80 fino ai New 52 (se ho capito bene), il quarto parte dai New 52 e Flashpoint (se ho capito bene) per glorificare alla fine la vastità e la mutevolezza dell’Universo DC.

Chiaramente nel suo ruolo di semplice compilatore e non di narratore vero e proprio il pur bravo Mark Waid non può fare più di tanto. Forse si vede la sua zampata ironica nel sottolineare come il caso paradossale di Hawk/Monarch non è l’unico nella storia dei supereroi targati DC, o in alcune imbeccate sulle molteplici morti dello stesso Allen, ma anche ammesso che questi elementi abbiano un sottofondo sarcastico sono comunque ammiccamenti per intenditori. Non che manchino particolari divertenti perché ridicoli già di per sé; è esilarante vedere le capriole con cui si sono giustificate certe cose ex post: tra tutta la pletora di crisi ed eventi cosmici alla fine pare che il Dottor Manhattan sia stato la causa principale delle incongruenze e dei rilanci dell’universo. E alcuni personaggi patetici creati negli anni ’40 e ’50 diventano ancora più risibili a ogni tentativo di dare loro logica o dignità.

C’è poi un aspetto di cinico divertimento nel constatare come le prime apparizioni di alcuni personaggi seguano il momento dell’acquisizione da parte della DC ignorandone la storia precedente: ad esempio Billy Batson/Shazam esordisce nel post-Crisis (mentre pure io so che era un personaggio degli anni ’40) e i tamarri della Wildstorm compaiono nell’ultimo capitolo quando invece nacquero per la Image nei primi anni ’90.

Non mancano alcune (pochissime) curiosità interessanti: il primo supereroe della DC sarebbe stato il dottor Richard Occult e non Superman, perché in un’occasione (non mostrata, però) indossò un costume con tanto di mantello.

Ovviamente essendo così strutturato un lavoro del genere punta molto sulla parte grafica. A raffigurare le varie sequenze rievocate da Waid si alternano Todd Nauck (per fortuna meno caricaturale di come lo ricordavo), Jerry Ordway (sempre piacevole), Brad Walker, Michael Allred (che non mi pare tanto efficace come illustratore puro), Dan Jurgens inchiostrato da Norm Rapmund, Doug Mahnke (sempre più bravo), Howard Porter e Hayden Sherman (stilizzato oltre il lecito). Non ho sotto mano il volume doppio celebrativo con cui la mai abbastanza rimpianta Planeta DeAgostini pubblicò Crisis e derivati, ma oltre ad avere maggiore compattezza stilistica l’omologo dell’epoca disegnato da George Perez me lo ricordo più spettacolare, le immagini a piena pagina erano più curate e dettagliate oltre ovviamente a non avere il filtro del digitale che qui non viene utilizzato in maniera diversa da quello che si sarebbe fatto su un normale comic book. Anche la copertina di Chris Samnee sarà pure à la page ma è alquanto dimessa per un volume di questa portata.

Qualora il lettore volesse approfondire ulteriormente la storia dell’Universo DC o leggerla in maniera scrupolosamente cronologia, Dave Wielgosz ha compilato un’appendice di 58 pagine con il supporto di John Wells e dello stesso Waid.

Immancabile poi la consueta carrellata di variant cover. Tra le tante mi è piaciuta quella di Ryan Sook, ma le più spettacolari sono quelle doppie del meno dotato Scott Koblish, che ha disegnato mediamente 300 personaggi (in un’occasione quasi 400!) in ognuna, tanto che ne vengono fornite delle opportune legende.

giovedì 23 aprile 2026

Cosa saranno mai 40 anni

Questo è l’annuncio di un prossimo volume della Sergio Bonelli Editore in uscita a giugno 2026:

Questo è l’elenco delle novità previste dall’editore per il 1988, tratto da Fumo di China 3/30 datato ottobre 1987 (ma uscito chissà quando):


mercoledì 22 aprile 2026

Le serie di Robin Wood inedite in Italia: Harry White (1974)


Oggigiorno è facilissimo procurarsi almeno virtualmente il materiale della Columba, quindi questa ormai non più ipotetica ricognizione sulle serie inedite di Wood è un po’ inutile perché chiunque sia interessato può toccare con mano direttamente il prodotto. Abbiate pazienza, devo pur inventarmi qualcosa per mandare avanti il blog. Diciamo che questa iniziativa potrebbe essere utile a qualche appassionato per decidere se imbarcarsi in download molto pesanti o nella lettura di quelle migliaia di tavole che ha già scaricato.

Harry White

A vent’anni Harry White presta servizio a bordo dell’Enola Gay e assiste così da una posizione privilegiata agli effetti dello sgancio della bomba atomica su Hiroshima. Devastato dal rimorso, vaga per mesi ubriacandosi per il Giappone finché non viene introdotto a un monastero dove apprende il karate (o meglio il karate-do) e ritrova la pace.

I primi cinque episodi alternano due linee temporali: gli anni in cui Harry si allena nel monastero dove affina le arti marziali e il periodo del suo peregrinare dal 1945 fino a quando venne (r)accolto dal vecchio Mifune che lo introdusse al karate. La vita di Harry White è in continuo movimento, e così la sua serie: dopo dieci anni abbondanti di meditazione e allenamento, uno dei monaci intuisce che è ora per Harry di tornare nel mondo secolare e lo incarica di prestare soccorso all’amico scrittore Yin-Ho a Hong Kong: si tratta di una scusa per spingerlo oltre le mura protette del monastero. E il suo impatto col mondo esterno non è niente male visto che si trova a dover affrontare il Tong, la secolare mafia cinese, e la caotica situazione della città dopo la guerra di Corea, evocata efficacemente da Wood. Harry apre una scuola di karate e diventa conosciuto come “il Monaco”, cosa che effettivamente è.

A Hong Kong passano altri quattro anni, e non siamo arrivati nemmeno al quindicesimo episodio che lo scenario cambia ancora: un torneo di arti marziali dall’eco internazionale diventa l’occasione per il fratello minore di Harry di scoprire che è ancora vivo e quindi andare a prenderselo a Hong Kong. Dopo una sosta in Giamaica dove Charles White cerca di far dimenticare un lutto a Harry (sgominare una cellula di vecchi nazisti può essere un buon sistema per farlo) la scena si sposta negli Stati Uniti. Il ritorno alle consuetudini della vita oltreoceano non sarà facile visto che i dodici anni nel monastero e i tre come insegnante di karate (ma non erano rispettivamente 10 e 4? Oh, beh, la coerenza interna non è mai stato il primo pensiero di Wood) hanno creato un baratro incolmabile tra le abitudini di vita di Harry e quelle di suo padre Arthur. “Il Monaco” decide quindi di partire in moto, frutto di una delle sue buone azioni, verso il sud del continente dove si scontra con le situazioni tipiche di quella parte della nazione e di quell’epoca: Hell’s Angels, redneck, Ku Klux Klan, reduci del Vietnam… queste storie sono episodiche, ognuna racchiusa in sé, ma vi si percepisce il senso del viaggio e un percorso preciso verso una meta, per quanto indistinta. Quindi un minimo filo conduttore c’è, o almeno io ho voluto vedercelo. Poi subentra il Messico e la serie si sfilaccia: in un episodio Harry perde la memoria senza conseguenze a lungo termine, in un altro lo ritroviamo come lavoratore nelle selve messicane (anche qua, solo per quell’unica occasione), in un altro ancora è tuttofare in un albergo, ecc. C’è un tentativo di ricreare una struttura più coesa con l’introduzione della gitana Maria, ma la cosa si esaurisce tragicamente in un paio di episodi. Ogni tanto lo stesso protagonista finisce in secondo piano rispetto ad altri personaggi che incarnano le problematiche tipiche del Sudamerica: condizione dei nativi, sfruttamento delle risorse, brigantaggio, guerriglia, violenza della polizia, vecchi pazzi vestiti da vampiri, ecc.

Harry White termina nel 1978 inanellando 35 episodi. Verso la fine la serie rarefece le sue apparizioni su Fantasía e gli ultimi due episodi vennero pubblicati nove mesi dopo quello precedente. Il finale è quello tipico di molte, troppe, serie di Wood: è un episodio assolutamente normale, che non conclude nulla e potrebbe benissimo essere stato messo due o dieci o venti episodi prima. Certo, venti no perché non era ancora cominciata la fase messicana ma credo di aver reso l’idea. È probabile che in redazione avessero invertito l’ordine di pubblicazione degli episodi perché nel penultimo Harry sarebbe dovuto partire per il Nord Europa e non aveva più la moto, mentre in quello che venne pubblicato per ultimo è ancora in Sudamerica motorizzato. Ma non cambia poi molto: anche così la serie sarebbe rimasta sospesa e inconclusa.

Pur con la nota negativa di questo anticlimax, si tratta di una bella serie: ha un assunto di partenza originale, o che tale mi sembra (Wood riprese l’idea del pilota dell’Enola Gay nella storia di Un Giorno Un Secolo disegnata da Solano Lopez, non so se si era ispirato a qualche film o romanzo); ha un ottimo cast di comprimari; finché ce l’ha dispone di una continuity piuttosto stringente ma per nulla invasiva, che si apprezza con una lettura organica – poco importa che la Kate Joyce titolare di un episodio non sia evidentemente quella già citata in precedenza. Non mancano poi sequenze toccanti come l’episodio con il vecchio bandito Aurelio o quello del lottatore cieco che cerca Harry per ucciderlo in combattimento e vendicare così Hiroshima. Wood era inoltre cintura nera di karate e sapeva bene di cosa parlava. Ecco, forse un difetto potrebbe essere una certa pesantezza nelle didascalie in cui Wood sale in cattedra e si dilunga in particolari tecnici o storici, anche considerando che dato il tono della serie le didascalie di Harry White erano già pervase da una ieratica retorica. A differenza di altre serie di Wood, inoltre, non c’è molta ironia anche se quella poca presente è molto efficace, vedi il fraseggio fra la karateka cinese Mei-Ling e l’ereditiera Lisbeth Van Arden. Un fumetto, però, è anche costituito da disegni. Una volta, almeno, era così.

Oltre che scarni e approssimativi i disegni di David Mangiarotti sono decisamente anonimi, cosa rara per un autore argentino. È una specie di disegnatore di strip americane più rudimentale, diciamo un John Prentice meno curato. Inoltre fa anche ricorso a splash page e a vignette molto grandi dove rivela disinteresse per i dettagli e anche una conoscenza deficitaria dell’anatomia. Scelte quindi poco comprensibili ma ho una mia teoria al riguardo: gli sceneggiatori argentini (Wood, almeno) non scrivevano visualizzando le tavole ma descrivendo solo le singole vignette lasciando poi al disegnatore l’incombenza di organizzarle come meglio credeva: probabile che qualcuno volesse allungare un po’ il brodo producendo qualche tavola in più del necessario da farsi pagare dall’editore. Al di là di questo, in una serie sulle arti marziali le mani, i piedi e in generale tutto il corpo hanno un ruolo rilevante; Mangiarotti  non era proprio il disegnatore adatto. Penso a quello che avrebbero potuto fare il Lucho Olivera degli anni ’70 o Horacio Altuna, che qualche anno prima aveva disegnato vari unitarios di Wood a tema karate.

Oltretutto Mangiarotti avrebbe anche avuto le giustificazioni perfette per disegnare in maniera non calligrafica, visto che Wood ricorda spesso come la pratica del karate renda le nocche enormi e le dita della stessa lunghezza e quasi prive di unghie, ma il disegnatore non ne approfitta per prendersi qualche licenza che sarebbe stata giustificata. Disegna mani e piedi normali, solo che li disegna male. A volte manca addirittura la corrispondenza tra la descrizione dei personaggi e la loro raffigurazione: comprimari o antagonisti che dovrebbero essere brutti, giovani, grassi o bassi non vengono disegnati così, o perlomeno non con la stessa enfasi che dovrebbero avere basandosi sulle didascalie. Chi se ne frega poi se di una ragazza viene sottolineato il bell’abito provocante: Mangiarotti la disegna dal collo in su! In più di un’intervista Wood lamentò il fatto che non sempre (quasi mai) i disegnatori avevano reso giustizia ai suoi testi, arrivando a dire che gli avevano rovinato più di un fumetto. Credevo fosse un’esagerazione, ma poi ho visto Harry White. Non che Mangiarotti fosse sconosciuto in Italia, visto che aveva sostituito Garcia Lopez su Roland il Corsaro.

Robin Wood dà una dimostrazione di karate:
"Il karate è un'arte. Da quando l'ho imparato, combatto raramente con qualcuno."

La serie viene ripresa nel 1984, scritta inizialmente da Gustavo Amezaga (cioè Manuel Morini) per poi passare stabilmente nelle mani di Ricardo Ferrari che già era stato accreditato come collaboratore alla stesura di tre degli episodi di Wood. L’ipotetica imbeccata fornita da Wood in merito a una trasferta nordeuropea non venne minimamente considerata. Anche questa seconda fase dura circa 4 anni. Onore al merito, Mangiarotti migliorerà parecchio, ma non lo metterei comunque nell’Olimpo dei disegnatori argentini.

lunedì 20 aprile 2026

Satira 1: Altan

Pensavo che una serie di antologie sulla satira regalata da un quotidiano sarebbe stata una cosa abbastanza dimessa: dopotutto viene allegata di default, no? Spillatini di poche pagine in bianco e nero e l’omaggio è servito. Invece no: Satira si presenta bene, un brossurato formato quadrotto (più o meno) con un bel po’ di pagine a colori. Se anche Altan non fosse nelle corde dell’acquirente l’entusiasta introduzione di Filippo Ceccarelli (un po’ caotica proprio perché entusiasta) quanto meno lo incuriosirà.

Si parte dal 1982: le vignette non vengono accompagnate da note contestualizzanti ma certi nomi e certi riferimenti saranno sicuramente familiari anche a chi come me all’epoca era un bambino. Dopodiché dal 1986 si passa al 2000 e da lì in poi ovviamente i riferimenti saranno molto più chiari fino ad arrivare praticamente all’attualità. Che poi trattandosi di Altan il commento politico o il rimando alla notizia del giorno passa in secondo piano rispetto al cinico pessimismo sulla condizione umana che aleggia su tutte queste vignette. In totale sono 44 visto che alle 42 proposte all’interno se ne aggiungono le due in quarta di copertina che non sono espunte dal volumetto, a meno che non me ne sia sfuggita qualcuna. Curiosamente non ho avvertito il fenomeno che spesso accompagna questi “best of”, cioè l’impulso di andare ad approfondire altrove l’opera dell’autore. Potere dell’estemporaneità delle vignette, immagino, che esaurendosi in se stesse non lasciano a bocca asciutta.

giovedì 16 aprile 2026

Le serie di Robin Wood inedite in Italia: El Flaco Boedo (1998)


Oggigiorno è facilissimo procurarsi almeno virtualmente il materiale della Columba, quindi questa ormai non più ipotetica ricognizione sulle serie inedite di Wood è un po’ inutile perché chiunque sia interessato può toccare con mano direttamente il prodotto. Abbiate pazienza, devo pur inventarmi qualcosa per mandare avanti il blog. Diciamo che questa iniziativa potrebbe essere utile a qualche appassionato per decidere se imbarcarsi in download molto pesanti o nella lettura di quelle migliaia di tavole che ha già scaricato.

El Flaco Boedo

Oltre al Signor Lopez con le sue Puertitas in Argentina c’è un altro emulo di Fantozzi, solo che Boedo è tutt’altro che grasso: “flaco”, appunto, uno dei soprannomi di base argentini, quello che indica una persona magra (il chitarrista di Francesco Guccini è appunto Juan Carlos “Flaco” Biondini). Boedo detesta il suo lavoro e la sua vita: l’unica persona che non lo maltratta è una laida collega che gli dedica delle sgradite attenzioni. Una sera, dopo essersi attardato in ufficio per sbrigare le pratiche del figlio del capo, salva una fatina da un cane e la nasconde allo sguardo di quello che sembra essere un vampiro. Davinia, questo il nome della fata, gli propone di esprimere dei desideri e il giorno dopo questi si avverano!

La creaturina è in missione per salvare la sua sovrana Lavina dai vampiri che l’hanno rapita e, per quanto titubante, adesso che ha recuperato i capelli e la fiducia in sé stesso Boedo potrà aiutarla a trovare il magico Smeraldo della Vita con cui riscattare la regina delle fate. Inizia così questa originale storia umoristica con un po’ di satira di costume e tanto fantasy. E qui finisce, perché ne venne prodotto un solo episodio nonostante gli entusiasti proclami della Columba sul fatto che il secondo era già in lavorazione. D’altro canto si era nel 1998: di lì a poco l’editore avrebbe cessato le pubblicazioni e forse questo influì sulle aspettative di vita della serie o miniserie che fosse. Ma ho notato che Vogt sfoggiava una cura maggiore per i dettagli rispetto ai suoi altri lavori di qualche anno prima come Se busca una Secretaria e La Muchacha Sueca: forse El Flaco Boedo era un progetto abbandonato anni prima rimasto a lungo nel cassetto prima di essere pubblicato in mancanza di altro materiale. Un mistero destinato a rimanere irrisolto come la trama; ed è un peccato, perché questo soggetto prometteva di fare faville nelle mani della collaudatissima coppia Wood-Vogt.