Questo nuovo volume della
meritoria collana che Nicola Pesce Editore dedica a Gianni De Luca presenta un menu molto ricco, ben 15 fumetti (o che per tali vennero spacciati)
e anche se alcuni durano poche pagine sono comunque dei recuperi molto
interessanti.
Direi che i pezzi forti, per
lunghezza o per l’eco che ebbero, sono La
meravigliosa invenzione, Il mago Da
Vinci, Le braccia di pietra e
soprattutto Gli ultimi sulla Terra. Ma
non ha molto senso fare classifiche o attribuire graduatorie di valore visto
che l’antologia svolge soprattutto un’importante funzione di recupero storico e
ristampa ad esempio anche un raro fumetto di De Luca visto quasi solo su Il Corrierino, rivista a me sconosciuta
e da non confondersi con Il Corriere dei
Piccoli.
La meravigliosa invenzione è il primo fumetto in assoluto (pubblicato
direttamente in albo) di Gianni De Luca, contrariamente a quanto riportato su Fumo di China 22. Diciamo che lo si può
definire “fumetto” per comodità, perché in realtà si tratta di una lunga
sequenza di vignette numerate accompagnate da didascalie, quasi a voler
scongiurare il futuro viziaccio di De Luca di mettere balloon e didascalie in
calce alla tavola, dove si mimetizzavano col resto e finivano per essere lette
dopo la scena che accompagnavano. Siamo nel 1463 e l’invenzione del titolo
altro non è che la macchina da stampa di Gutenberg, che a quanto pare suscitò
perplessità anche violente simili a quelle che oggi riguardano l’intelligenza
artificiale. Due italiani, col beneplacito della Chiesa, vorrebbero portare a
Roma nientemeno che il suo inventore il quale, ormai vecchio e malato, vi manda
invece i suoi due più fidi assistenti. La trama poteva offrire il destro a situazioni
avventurose (e in effetti prometteva di farlo) ma tutto fila troppo liscio per
non categorizzare il “fumetto” nella cronaca piuttosto che nella narrativa.
Paradossalmente, una storia sulla stampa è stampata male.
Il mago Da Vinci scritto da Piero Salvatico racconta alcuni episodi
della vita di Leonardo, che a trent’anni sembra averne il triplo. Non ci fa una
bella figura perché sembra torpido a non accorgersi mai dei maneggi del suo
assistente Cesare Da Celso. Ma ovviamente la ripetitività di certe situazioni
si percepisce con questa lettura organica mentre leggerlo a puntate su rivista
doveva restituire sicuramente un altro effetto. De Luca curò anche i colori con
esiti eccezionali, e le masse colorate rendono meno distinguibili le defaillance della stampa.
I naufraghi del MacPerson è una storia (scritta da Roudolph, cioè
Raoul Traverso) piuttosto confusa. Già leggerla è un’impresa: molte tavole sono
orientate orizzontalmente e si è preferito pubblicarle una sopra l’altra
piuttosto che una per pagina ruotandola di 90° per conservare al lettore quelle
diottrie che ancora possiede; ma in realtà non si sarebbe risolto granché a
causa delle tavole finali verticali e della misteriosa tavola quadrata di cui
nemmeno Pier Giuseppe Barbero sa dare una spiegazione. Quei lettori dalla vista
perfetta o muniti di lente d’ingrandimento che si saranno dedicati alla lettura
potrebbero comunque rimanerne perplessi: il nostromo ordisce l’ammutinamento
della nave per impossessarsi della casse d’oro che trasporta in incognito.
Fanno però naufragio e buoni e cattivi si ritrovano su un’isola. Alla
combriccola si unisce il galeotto Darlavy anch’egli naufragato con la sua
ciurma, che ruba la scena a tutti gli altri. Seguono vicissitudini varie e poi
Darlavy si dà con maggior dedizione alla pirateria ma la cattura di una donna
indomita, Zefir, lo mette sulla retta via. Alla fine tutti i protagonisti hanno
una visione mistica della città che fonderanno, chiamata MacPerson come la
nave. Boh. Sembra quasi che siano state unite a forza due o più storie, o che
l’idea originaria sia stata cambiata in corsa e questo potrebbe forse spiegare
la differenza tra la forma delle tavole destinate a pubblicazioni diverse. Se
non altro, essendo stata scansionata (da Federico Monti) dagli originali in
possesso di Laura De Luca questa storia è stampata un po’ meglio delle altre.
Segue un tris di storie brevi in
bianco e nero pubblicate in origine su testate varie («Albo Ted» e «Gli albi
del Vittorioso») e scritte tutte da Piero Salvatico occasionalmente celato
sotto lo pseudonimo Salpierre. Il nemico
nell’ombra è una disamina contro Fouché. Il re della montagna narra di una combine ciclistica forse ispirata a un episodio vero. Il fiore della morte è un’avventura
abbastanza suggestiva per quanto ingenua: la figlia del professor Livi è resa
cieca dopo aver rimestato nei suoi esperimenti con la pianta del titolo, quindi
lo scienziato se la porta in Africa per recuperarne un altro esemplare da cui
ricavare l’antidoto. Probabilmente le fonti originarie di questi tre fumetti
erano di dimensioni ridotte, e questo ha portato a un esito di stampa
catastrofico. I tratteggi si impastano in un nero acquitrinoso e parecchie
dentellature tolgono incisività non solo ai disegni ma pure al lettering
originario cancellandone alcune parti.
Si arriva quindi a Gli ultimi sulla Terra, gioiellino di
cui avevo solo sentito parlare. Non mi spingo a dire che sia Lost prima di Lost ma un po’ ci somiglia. L’occasione della ristampa di questo
fumetto che tanto fascino suscitò nei lettori dell’epoca (a ragione) è tale da
meritarsi una presentazione scritta nientemeno che da Gianni Brunoro. Voglio
illudermi che l’avviso sullo spoiler
della redazione della NPE sia anche frutto delle mie esternazioni.
Ambientata tra due secoli, la
storia scritta da Eros Belloni vede l’eterogenea fauna di passeggeri del volo
“Pearl Harbor” da Los Angeles a Singapore assistere a un disastro atomico.
Fanno parte di questa compagine il missionario Don Claudio Arrighi, la signora Giovanna
Wolf moglie di un «agente consolare» che raggiungerà a Singapore insieme ai tre
figlioletti, il banchiere Filippo Ferraù che nasconde un segreto, il russo Vassili
Blinderman che secondo uno schema che tornerà nel primo episodio del
Commissario Spada dimostra già col volto la sua malvagità, il tenente Joe
Spring incaricato di sorvegliarlo. Come macchiette comiche sono inseriti il
commendator Sacconi sedicente stella della lirica e Sam Brown, un pugile
fanfarone che da buon «loquace negro» si mette a ballare quando è felice. Dopo
l’incidente atomico l’aereo precipita su un’isola e qui i sopravvissuti,
convinti di essere gli ultimi esemplari dell’umanità, dovranno fare di tutto
per salvarsi. Il progredire della vicenda non risparmia tanta suspense e nemmeno situazioni tragiche e
posso capire che i giovani lettori dell’epoca aspettassero con trepidazione i
nuovi episodi. A parte gli eroici piloti Pietro, Tonio e Franco (e la hostess
Rose-Marie) il protagonista assoluto è Don Claudio, nauseante da tanto è
intelligente, devoto, dinamico, comprensivo, paterno.
Annalena è il recupero d’annata di cui parlavo in apertura. Neanche
questo è un fumetto, o almeno è un “fumetto” come lo intendevano i Valvolinici:
vignetta-didascalia, vignetta-didascalia, vignetta-didascalia. La storia verte
attorno ai maneggi per il potere alla corte dei Medici dal 1440 in poi. O
almeno credo: è uno di quei casi in cui la sovrabbondanza di testo (opera di
tal Florian) rende confusi i fatti piuttosto che chiarirli. Con anche sole quattro
vignette per tavola, oltretutto a colori, De Luca confeziona un lavoro spettacolare.
Le braccia di pietra sono i colonnati di Piazza San Pietro a Roma
che con molta fantasia possono essere visti da un punto strategico come braccia
che accolgono i fedeli. Il protagonista è il giovanissimo Paoletto Rocchi che
vorrebbe abbandonare la scuola per intraprendere il mestiere del padre, un «sampietrino».
Non ho ben capito cosa fosse ma le sue mansioni contemplavano anche l’arrampicarsi
con le corde sulla cupola di San Pietro. Messo di fronte alla pericolosità di
quel lavoro Paoletto lascia perdere le velleità professionali e si impegna a
scuola, fulgido esempio per i lettori de Il
Vittorioso. Mi chiedo con che coraggio la redazione facesse questo
panegirico dell’istruzione per poi lasciare che nei testi dei fumetti si
mettesse la virgola tra soggetto e verbo.
La lezione impartitagli dal padre
non si limita comunque alla necessità dell’istruzione: Paoletto ha infatti modo
di vedere la miseria dei molti che sostano nei colonnati sopravvivendo con le
elemosine o tramite piccolissimi commerci e decide quindi di fondare coi suoi
amici una sorta di ronda che si prenda cura dei derelitti di San Pietro. Dopo
alcune storie che sono tali per modo di dire e che riguardano le buone azioni
di questa Banda dell’Obelisco (non vengono risparmiate tragedie oggi
impensabili in una pubblicazione per ragazzi) arriva finalmente una trama più
avventurosa e articolata con un antiquario antipatriottico che vorrebbe vendere
la statua antica che ha rinvenuto a un compratore straniero invece che
affidarla alle competenze italiane. Proprio adesso che la serie, scritta
anch’essa da Belloni, prende la giusta direzione viene interrotta.
La leggenda della montagna è il resoconto della conquista
dell’Everest a opera di Roudolph/Traverso. Onore al merito, il vero
protagonista è lo sherpa Tensing nelle varie fasi della sua vita e quindi delle
spedizioni che si avvicendarono. Anche di questa storia la stampa è stata fatta
in bianco e nero a partire dagli originali, scansionati da Paolo Altibrandi.
Le mie prigioni e Pietro
Micca sono due riassunti fulminanti (rispettivamente due e una sola tavola)
delle imprese di Ippolito Nievo e Pietro Micca. Se prima ho citato Valvoline
qui il pensiero è corso a Tamburini col suo Snake
Agent visto che in questo spazio esiguo vengono eliminati tutti i tempi
morti che danno il ritmo a una narrazione e anni di prigionia si risolvono in
quattro e quattr’otto. E con un profluvio di didascalie.
Assalto al K.2. è un’altra avventura alpinistica, in cui l’aspetto
avventuroso che non manca è vanificato dall’ossessiva presenza della religione,
ridondante ben oltre la necessità di giustificare delle morti tragiche. Anche
queste storia scritta da Roudolph è stata scansionata dalle tavole originali.
I tre J viene trattata con eccessiva sufficienza da Pier Giuseppe
Barbero nell’introduzione: la storia sarà pur banale ma non mi pare che la
maggior parte delle altre brilli per originalità o inventiva. Inoltre anche se i
disegni fossero stati inchiostrati da qualcun altro come ipotizzato non sono
affatto pessimi: se non l’avessi letto non me ne sarei nemmeno accorto, anche
se l’abbondanza di neri non era così praticata da De Luca. Immagino che vedere
le tavole nella pubblicazione originale faccia un altro effetto, perché qui la
riproduzione è quella che è. In sostanza, Danilo Forina scrive una storia
edificante sui pescatori di spugne delle Bahamas. Neanche qui mancano morti
drammatiche, a giudicare da questo volume ce n’erano di più nella stampa
cattolica che nei successivi Guerra
d’Eroi o Diabolik.
A tal proposito, Avanti e indietro nella Storia si chiude
in maniera funebre con L’ultima speranza
per Corradino di cui non è stato indicato lo sceneggiatore – sorte comune
ad altri dei fumetti qui riproposti. In quattro pagine viene riassunta la
vicenda dell’ultimo erede della casata sveva che appena quindicenne viene
reclamato per liberare la Sicilia dagli angioini. Sconfitto in battaglia viene
catturato e condannato all’impiccagione a Napoli, di cui l’anonimo
sceneggiatore non ci risparmia i dettagli degli ultimi attimi. Ma i giovani
lettori de Il Giornalino potevano
consolarsi pensando che con gli ori del suo riscatto giunto troppo tardi venne
edificata la Chiesa del Carmine.
Purtroppo a differenza di altri
volumi dedicati a De Luca la qualità di stampa non è buona, cosa che si nota
principalmente nei fumetti in bianco e nero visto che per sua natura il colore
rende un po’ meno evidenti le pixellature della stampa digitale.
Con la scansione diretta dagli
originali la situazione migliora, ma purtroppo i tratteggi più sottili perdono
comunque definizione. Me l’immagino un fotolitista che vedesse queste pagine: «Avete
voluto sostituirci col computer, eh? E adesso beccatevi questo!» e poi
scoppierebbe a ridere isterico prima di allontanarsi verso l’orizzonte.
Parliamo comunque di un volume
che per soli 25 euro offre ben 216 pagine e fumetti di grande valore storico,
per chi sa apprezzarli. E i redazionali curati da Barbero e Brunoro sono
sicuramente interessanti e approfonditi. Peccato che l’arte del grandissimo De
Luca non abbia potuto brillare come altrove, ma tutto sommato parliamo anche di
storie tra le primissime che ha mai disegnato e quindi non certo ai livelli dei
lavori successivi.