Oggigiorno è facilissimo
procurarsi almeno virtualmente il materiale della Columba, quindi questa ormai
non più ipotetica ricognizione sulle serie inedite di Wood è un po’ inutile
perché chiunque sia interessato può toccare con mano direttamente il prodotto.
Abbiate pazienza, devo pur inventarmi qualcosa per mandare avanti il blog.
Diciamo che questa iniziativa potrebbe essere utile a qualche appassionato per
decidere se imbarcarsi in download molto pesanti o nella lettura di quelle
migliaia di tavole che ha già scaricato.
“Largo” Nolan
Il soprannome Largo (cioè “grande” in spagnolo) calza
a pennello al protagonista di questa serie considerata la sua altezza di un
metro e 90 «e qualcosa». Ma questo lo scopriremo solo verso la fine del primo
episodio, visto che ci viene introdotto con piccoli dettagli e i commenti di
altri personaggi un po’ come fece Milton Caniff nella prima tavola domenicale
di Steve Canyon.
Si tratta di un western dal
taglio moderno, con situazioni piuttosto crude ma al contempo contenente elementi
dissacranti. La vicenda si svolge nel Grande Nord (Canada o giù di lì): quando
dei malviventi uccidono il suo mentore, un tizio poco raccomandabile che proprio
per questo ha perfettamente educato Largo alla dura realtà, Nolan decide di
partire per il sud. Dopo otto anni a caccia nei boschi lontano dalla civiltà
riuscirà a interagire nuovamente con altri esseri umani?
Ci vogliono tre episodi per definire
il protagonista e il contesto in cui si muove: dopo la prima apparizione
introduttiva si accolla la presenza di un cane incazzoso cui nel terzo episodio
darà il nome del suo mentore, Stevenson. Dopodiché la continuity sarà quasi del tutto assente a parte il dittico del
trafficante Carson – anche il successore ufficiale di Wood si concederà al
massimo due storie collegate. Per il resto gli episodi sono perfettamente
autonomi e vedono Nolan fare incontri tra i più vari gironzolando per le
foreste o entrando in un villaggio o unendosi a una carovana, finendo in
situazioni anche strambe come essere accusato di un omicidio (cosa che
succederà più volte), finire in mezzo alla faida tra uno scotennatore e
l’indiano che lo mutilò, essere eletto a forza boia di un paese, inimicarsi un
indiano Crow perché salvandogli la vita ha contratto un debito con lui. E ancora:
un vecchio pazzo lo ritiene colpevole della morte della figlia (di cui ha
conservato il corpo mummificato vestito da sposa), un rapinatore lo incastra spacciandolo
per lui, viene assunto per fingersi il nipote di un uomo cieco e alleviargli
così gli ultimi giorni di vita, un cambio di outfit lo fa scambiare per un killer temutissimo, si sposa
involontariamente con un’esquimese. Ed era andato a scuola con Butch Cassidy e
da ragazzo fu salvato da Cavallo Pazzo.
Il western di “Largo” Nolan è insomma piuttosto
particolare, pieno di personaggi pittoreschi e basato almeno all’inizio anche
su trame che, pur non toccando le vette del Ted
Marlow di Grassi,
indulgono nell’investigativo o comunque nella rivelazione delle vere identità o
intenzioni dei personaggi. Il tutto con un taglio moderno, dicevo: non mancano
ammazzamenti, tentati stupri, torture, scotennamenti e quant’altro ma c’è anche
molta ironia.
Molto avveduta la gestione del
cagnaccio Stevenson: ovviamente funge da McGuffin
in quelle occasioni in cui serve a introdurre una situazione o a risolverne
un’altra, ma spesso è semplicemente una figura di contorno – quando c’è.
Nonostante il proposito iniziale
di spostarsi al sud, la maggior parte delle avventure di “Largo” Nolan si
svolgono nel freddo nord, con occasionali puntate a New York, Barbary Coast e
San Francisco, comunque tutte zone dal clima assai rigido. Negli ultimi rantoli
della serie ogni tanto l’azione si sposterà in vaghi deserti dalla
localizzazione non specificata – o che a me è sfuggita. Ma considerando la
particolarità dell’ultimo episodio, chissà che in origine quegli episodi (e
pure altri) non provenissero da altre fonti.
Dopo una pubblicazione piuttosto ravvicinata
la serie si rarefece (chissà quanti altri fumetti stava disegnando Casalla all’epoca):
i primi sei episodi comparvero nell’ultimo quadrimestre del 1981 poi ne
apparvero sette in tutto il 1982, sei nel 1983, quattro nel 1984 e via di questo
passo arrivando al massimo a quota sette all’anno ma anche con un unico
episodio nel 1989. E non era per mantenere una supposta fedeltà alla versione Todo Color piuttosto che Super Color della rivista Fantasía visto che altri personaggi
saltabeccavano tra le due e lo stesso “Largo” vi fece la spola. Wood scrisse
continuativamente i primi 15 episodi, poi subentrò Armando Fernandez che colse
in pieno lo spirito della serie (o forse Wood riscriveva veramente da capo le sceneggiature
dei suoi vice?) e in un’unica occasione anche Ricardo Ferrari dette il suo
contributo compilando però una specie di trattato sugli Inuit, argomento che comunque
farà capolino anche in seguito. A differenza di altri casi quello di Wood non fu un addio definitivo e continuò a scrivere “Largo” Nolan anche quando era passato più
o meno stabilmente in altre mani. Cosa assolutamente unica per le serie di
Robin Wood, lo sceneggiatore titolare dopo il suo parziale abbandono e la fase
di assestamento con Ferrari e Fernandez fu Julio Alvarez Cao, un autore specializzato
in fumetti gaucheschi – ma in Italia abbiamo visto anche il suo poliziesco Victor Vanel. Cao non era estraneo a
contributi ad altre serie di Wood (scrisse almeno un episodio de Il Cosacco,
di cui d’altra parte esistono persino episodi scritti da Walter Slavich) ma
solo in questo caso ne prese in mano stabilmente una serie.

In totale, della cinquantina
scarsa di episodi che compongono il corpus
della serie Wood ne scrisse se non la metà comunque un terzo abbondante. Cao
rispetta sostanzialmente l’impostazione di Wood (che però, come detto, ogni
tanto tornava a scrivere il personaggio), forse incrementando solo un po’ la
presenza di indiani, che comunque comparivano già con una certa frequenza.
L’unica differenza rispetto agli episodi precedenti è che Cao passa alla
narrazione in prima persona, e nemmeno sempre; questa scelta sarà condivisa
anche da Armando Fernandez nell’unico altro episodio che scriverà in questa
fase finale. L’ironia non gli difettava: quando “Largo” è coinvolto in un
duello dice chiaramente di sentirsi ridicolo a seguire le regole del gioco, e
quindi del genere western in generale (questa almeno la mia interpretazione).
Molto originale poi l’episodio ambientato a San Francisco durante il Mardi
Gras. Come anticipato, anche Cao si concesse come Wood una piccola continuity con il dittico dell’indiana
Chiweka che però, a voler proprio pensare male, sembra più che altro un unico
episodio recuperato da qualche altra parte e stiracchiato in due parti.
Carlos Casalla azzeccò alla
perfezione le caratteristiche del protagonista: è alto senza essere
sproporzionato, i suoi capelli lunghi e biondi lo rendono immediatamente
individuabile anche nei contesti più affollati e la peluria rada che ha per
barba e baffi trasmette sia il suo lato ingenuo che quello selvaggio. Certo,
Casalla è pur sempre Casalla e i suoi disegni sono come al solito grezzi e
tendenti al grottesco. C’è poco da fare: o piacciono o non piacciono. Se non
altro il suo stile non proprio realistico gli consente di inventarsi fisionomie
diverse per i vari personaggi di contorno, anche se ogni tanto pure lui ricicla
dei volti. È anche vero che qualche volta era distratto: in un episodio la
cicatrice che una donna dovrebbe avere sul volto non viene mai disegnata, così come
mi pare che un personaggio a cui sono state tagliate le orecchie le abbia
ancora (ma diamo la colpa al colorista, che in un episodio tinteggiò color
carne anche l’armonica che stava visibilmente suonando Nolan). E la presenza di
Stevenson, il cane che accompagna Largo, ci ricorda ancora una volta come gli
animali siano tra i soggetti più difficili da disegnare, anche se i cavalli di
Casalla mi sembrano validi – e dopo decenni a disegnare storie gauchesche
vorrei ben vedere.
Dopo una ventina di episodi Casalla
passerà la mano al suo clone Ruben Furlino ma se non fosse per la sua firma macroscopica
(e per il fatto che viene segnalato, ovviamente) non me ne sarei accorto, come
accadde per lo stesso avvicendamento su Il Cosacco.
A onor del vero nel corso degli anni Furlino acquisterà una maggiore
personalità, sfoggiando delle pennellate molto più dense e decise: come
ricordato sopra “Largo” Nolan si
trascinò per quasi un decennio, era inevitabile che nei sette anni circa in cui
lo disegnò Furlino cambiasse un po’ stile anche se la base era sempre quella.

La numerazione degli ultimi
episodi fu piuttosto sballata (cosa non rara in casa Columba, ma non ricordo di
aver visto altrove una situazione simile) ma considerando i tempi dilatatissimi
con cui venne pubblicato “Largo” Nolan
è perdonabile che in redazione avessero scambiato quello che doveva essere
l’episodio 47 per il 57 e poi avessero continuato con la numerazione giusta
come se nulla fosse. Anche per questo però l’impressione è che non venisse
ritenuta dall’editore né dagli autori una serie di prima fascia (e nemmeno di
seconda o di terza). Semplicemente, quando serviva un tappabuchi gli autori
tornavano a realizzarne un episodio, o la Columba ne pescava uno dalla scorta
che aveva: l’episodio El Oso Polaco è
datato 1984 ma venne pubblicato a dicembre 1985. Non solo: gli episodi Garfio e ¡Matar Rostro Pálido! sono lo stesso identico episodio riproposto a
due anni di distanza con minime differenze: i Crow del Missouri diventano i
cacciatori di scalpi di Toro Seduto a Bitter Creek, il tizio che salva “Largo”
bambino usa un coltello invece che una scure, “Largo” non cita la marca di
tabacco che gli offre “el Garfio” ma la storia è del tutto identica, forse
confidando che dopo due anni il lettore non si ricordasse di averla già letta. Ciliegina
sulla torta, come segnalato dai sempre lodevoli Columberos quello che fu pubblicato come ultimo episodio altro non era che il riciclo di
un episodio di un’altra serie, Diego.
Bastò eliminare la splash page iniziale,
aggiustare un pochino il finale e sistemare altri dettagli ininfluenti (la
cooperativa agraria rapinata era ora quella di Bitter Creek e non più di
Tijuana, il capo dei rinnegati fu ribattezzato Zopilote e non più Gallinazo,
ecc.) e il gioco era fatto. Ovviamente ciò induce a pensare che anche altri
episodi di “Largo” Nolan non fossero
originali, in particolare quelli ambientati nel deserto e quelli in cui il cane
Stevenson non compare nemmeno sullo sfondo. Forse per la suggestione della
lettura degli episodi precedenti o forse per l’oculatezza della Columba nello
scegliere i “prestiti” giusti, non ho percepito gli altri eventuali episodi
riciclati come corpi estranei nella serie.
Questo western, genere molto più
frequentato da Wood rispetto a quello che si è visto in Italia, è forse il
migliore della sua produzione: la sua modernità lo rende più accattivante del
classicissimo Jackaroe e l’ironia lo pone parecchi gradini sopra il truce Chaco.
E nonostante il ricorso fisiologico a certi stereotipi, la maggior parte degli
episodi presenta personaggi e situazioni molto originali, quasi sempre condite
con una buona dose d’ironia. Proprio per queste sue caratteristiche singolari se
non proprio iconoclaste può piacere anche (forse soprattutto) a chi non ama il
genere western.