mercoledì 11 marzo 2026

Le serie di Robin Wood inedite in Italia: Las Aventuras de “Tiburón” Barker (1992)


Oggigiorno è facilissimo procurarsi almeno virtualmente il materiale della Columba, quindi questa ipotetica ricognizione sulle serie inedite di Wood è un po’ inutile perché chiunque sia interessato può toccare con mano direttamente il prodotto. Abbiate pazienza, devo pur inventarmi qualcosa per mandare avanti il blog. Diciamo che questa operazione potrebbe essere utile a qualche appassionato per decidere se imbarcarsi in download molto pesanti o nella lettura di quelle migliaia di tavole che ha già scaricato.

Las Aventuras de “Tiburón” Barker

Frizzante miniserie di quattro episodi. Il “Tiburón” Barker del titolo non è il protagonista ma un personaggio di alcuni romanzi di Alberto Neri, giovane scrittore in crisi creativa. Una sera assiste a un incidente stradale da cui esce una ragazza insanguinata vestita solo di un impermeabile. Caso vuole che il suo nuovo vicino di casa Atilio (sic) Rossi sia un medico, sempre vissuto in famiglia finché proprio la lettura delle storie di Tiburón Barker gli ha fatto lasciare il nido. Il guaio è che la ragazza non ricorda nulla di cosa sia successo e nemmeno come si chiama.

Il giorno dopo la vita di Alberto viene sconvolta da due notizie: la prima è che “Tiburón” Barker, sempre disprezzato dal suo editore (il signor… Cane), è stato opzionato per una serie televisiva statunitense; la seconda è che la misteriosa ragazza potrebbe essere la rapitrice dell’ereditiera Alessandra Zappetti, morta nell’incidente! Nel mentre un loschissimo figuro olezzante di cipolla comincia a intromettersi nella vita dei personaggi.

Come intuibile dai nomi, la storia è ambientata in Italia e infatti tutti i locali si chiamano «cafe», «bar» o «ristorante» mentre i personaggi leggono «Il Jornale». La risoluzione della vicenda è prevedibile, ma chi se ne frega: si tratta di una lettura molto divertente caratterizzata da dialoghi brillanti e splendidi comprimari. Formalmente la miniserie appartiene al genere rosa (compariva su Intervalo) ma Wood se ne ricorda solo a metà dell’ultimo episodio quando la trama portante è bella che risolta. In effetti Las Aventuras de “Tiburón” Barker è più votata al thriller e soprattutto all’umorismo – e forse c’è anche un pizzico di magia considerando come Alberto ottenne l’ispirazione per il suo eroe.

Oggettivamente il disegno di Falugi è a volte impreciso o abbozzato, ma va detto che le sue generose e sinuose pennellate rendono molto espressivi i personaggi che “recitano” magnificamente.

lunedì 9 marzo 2026

Medhelan: La favolosa storia di una terra

Mi ha fatto l’occhiolino dagli scaffali delle offerte della fumetteria e ho ceduto.

Sulle prime pensavo si trattasse di un volume con cui a suo tempo (2015) la Star volesse inserirsi nel filone del Romanzi a Fumetti della Bonelli ma non è così, o almeno non è solo così: si tratta di una uscita speciale promossa in occasione dell’Expo di Milano per raccontare la filosofia alla base del Parco Nord.

La cornice della storia è l’ennesima rivisitazione di 12 Angry Men (d’altra parte lo sceneggiatore Silvio Da Rù viene dal teatro): nel 1967 il consiglio comunale di Milano si riunisce per decidere del futuro dell’area dell’ex-Breda, preda del degrado di cui ci sono stati mostrati esempi nelle prime pagine (criminalità, discariche, residuati bellici). I 12 convenuti sono quasi all’unanimità concordi nell’autorizzare il piano regolatore che cementificherà la zona. Quel “quasi” è l’unico che si oppone, presentato semplicemente come l’Architetto, che l’introduzione di Giuseppe Di Bernardo spiega essere ispirato a Francesco Borella. Siccome la delibera sarà valida solo se decisa a maggioranza assoluta, ciò crea uno scompiglio di cui viene chiesta ragione all’Architetto. Per tutta risposta lui comincia a raccontare la storia di Milano dal IV secolo avanti Cristo fino alle alterne vicende dell’industria di Ernesto Breda, mescolando fatti storici con abbondanti iniezioni di miti, leggende e folklore in cui una costante sono gli animali parlanti raccolti attorno alla quercia Etherna. L’epilogo ci porta al 2015 con una comparsata di Tomaso Colombo, Responsabile Servizio Vita Parco che ha contribuito al soggetto.

La narrazione si affida spesso a sequenze interamente mute ma indulge anche inevitabilmente in parti prettamente didascaliche. Si tratta però di quel didascalismo che avvince e coinvolge perché i fatti narrati sono incalzanti e lo stile è asciutto e piacevole. Da pagina 111 la testimonianza del continuo avvicendarsi di nuovi governatori di Mediolanum/Langobardia Maior/Mediolani offre l’occasione per riflettere con amara ironia sulla ciclicità delle ambizioni umane che rimangono fondamentalmente sempre le stesse.

La parte grafica è affidata a Beniamino Delvecchio. Le sequenze coi consiglieri comunali sono realizzate al tratto e a mezzatinta digitale. Forse a causa della mole di lavoro (si tratta di ben 208 tavole) a volte l’anatomia è incerta ma nel complesso il lavoro è abbastanza dignitoso. Le altre parti di cui si compone il volume sono più che altro delle elaborazioni digitali, a colori o in bianco e nero. Purtroppo sono quelle più penalizzate dalla carta porosa che smorza i colori e appiattisce le sfumature, rendendo difficoltoso distinguere gli elementi più scuri.

La copertina (con quell’effetto per cui uno strato aggiuntivo di plastificazione lucida evidenzia alcuni dettagli) è stata realizzata da Gian Luca Elasti, vincitore del concorso indetto appunto per scegliere la copertina del volume.

venerdì 6 marzo 2026

Le serie di Robin Wood inedite in Italia: Dave y Rio (1967)

Oggigiorno è facilissimo procurarsi almeno virtualmente il materiale della Columba, quindi questa ipotetica ricognizione sulle serie inedite di Wood che comincia oggi è un po’ inutile perché chiunque sia interessato può toccare con mano direttamente il prodotto. Abbiate pazienza, devo pur inventarmi qualcosa per mandare avanti il blog. Diciamo che questa operazione potrebbe essere utile a qualche appassionato per decidere se imbarcarsi in download molto pesanti o nella lettura di quelle migliaia di tavole che ha già scaricato.

Dave y Rio

Se questa serie fosse stata presentata su Lanciostory o Skorpio con le stesse modalità con cui fu pubblicata su D’Artagnan sarebbe stata definita «criptoserie» visto che ufficialmente si tratta di “liberi” o unitarios. Che però, guarda caso, hanno sempre gli stessi protagonisti. Mi pare evidente che vi fosse una progettualità definita sin dall’inizio senza aspettare il verdetto dei lettori, visto che i singoli episodi venivano pubblicati a ritmo mensile, se non addirittura quattordicinale, ipotizzandone quindi una certa scorta. E c’era pure una blanda continuity: qualche tappa del girovagare dei protagonisti viene anticipata nell’episodio precedente e non mancano altri agganci per quanto labili o non sempre coerenti: la riscossione di una taglia che funge da motore per un episodio era apparentemente già avvenuta nell’episodio precedente. E c’è anche un episodio che svela le origini della coppia.

È vero che molte di quelle che poi sarebbero state sviluppate come serie in origine erano storie autoconclusive (vedi il caso esemplare di Historia para Lagash che darà il via alla saga di Nippur) ma in questo caso mi pare evidente che in redazione vollero nascondere il fatto che si trattava di storie collegate. Anche gli sceneggiatori cambiano di episodio in episodio e prima di stabilizzarsi con Robert O’Neill alcuni sono scritti da Roberto Monti – ovviamente si tratta sempre di Robin Wood. D’altra parte, da quello che ho potuto vedere, fino ai primi anni ’70 la Columba pubblicava pochissime serie dichiaratamente tali (tra cui strisce statunitensi che evidentemente erano già conosciute e apprezzate) e magari erano delle serie-ombrello in cui ogni episodio era a se stante: Años sin Ley, Idolos del Futbol, ecc. Forse all’epoca si pensava che dei personaggi fissi avrebbero allontanato un pubblico che si sarebbe sentito obbligato a non perdere un numero o, al contrario, a comprare solo quei numeri in cui compariva il personaggio preferito. Questa impostazione cambierà drasticamente nel corso degli anni ’70, con le serie che avrebbero preso nettamente il sopravvento sugli unitarios, reali o fittizi che fossero. Ma torniamo a Dave y Rio.

Johnny Rio e Dave Booth sono due compari che cercano di ritagliarsi un posto al sole nel mitico Ovest americano; sarebbero vaqueros ma esordiscono come guardie per le diligenze della Wells & Fargo. Sfilano quindi un po’ tutti gli stereotipi del genere western (il bandito messicano, il “piedidolci” che viene dall’Est, il gambler, addirittura un presagio della sfida all’OK Corral, ecc.). Nonostante la base della serie sia il buddy movie, che Wood frequentò egregiamente in altre occasioni, la distinzione tra i due personaggi non è poi molto marcata: Rio è texano, biondo e un po’ faceto mentre Dave (la voce narrante) è moro e più avveduto e viene dall’Alabama. Ciononostante, pur non potendo approfittare di un fraseggio tra due protagonisti agli antipodi, la serie ha un bel brio e presenta delle situazioni divertenti e originali, cosa non comune in un western – soprattutto di sessant’anni fa.

Da evidenze internettiane risulta che la serie si componga di 10 episodi, l’ultimo dei quali pubblicato a mesi di distanza dal nono. Non mi risultano riprese da parte di altri autori come invece avvenne per praticamente tutte o quasi le serie di Wood.

Le tavole sporche e abbozzate di Dalfiume possono generare fastidio o interesse a seconda dei gusti e dell’umore del singolo lettore.

Una curiosità: nell’elenco delle sue serie presentato su Fumo di China 26 Robin Wood segnalò una Dave y Booth, che con ogni evidenza era invece questa.

martedì 3 marzo 2026

Ricevo e diffondo

 

domenica 1 marzo 2026

DC Facsimile Edition: Justice League America 1

Nuovo tuffo tra i supereroi vintage, stavolta nella Silver Age e non nella Golden Age.

Flash scopre la presenza di alcuni alieni sulla Terra: hanno i capelli verdi, quindi per forza devono essere alieni. Si tratta di profughi di un lontano «mondo extradimensionale» che si sono rifugiati da noi per completare un’arma (anzi, anti-arma) con cui togliere l’energia ai macchinari del despota da cui sono sfuggiti, tal Despero che esordisce così nell’universo DC. Costui non solo giunge tranquillamente sul nostro pianeta ma agisce d’anticipo e cattura i membri della Lega della Giustizia dopo averli ipnotizzati. Flash si salva dai poteri del terzo occhio di Despero grazie all’esposizione alle radiazioni dell’astronave dei profughi e l’alieno crestato gli propone il gioco che campeggia in copertina: il Velocista Scarlatto muoverà su una scacchiera le pedine che rappresentano i suoi compagni e se sceglie una casella sfortunata (decisa dall’estrazione di una delle 64 carte di un mazzo) allora quel supereroe verrà teletrasportato in un altro mondo. Despero bara e fa uscire proprio i numeri sfortunati: evidentemente Flash è immune all’ipnosi ma non alle illusioni. Comunque deve rispettare i patti e si autoesilia con il trasportatore dimensionale di Despero, ma il furtivo Snapper Carr (mai coperto, doveva essere una specie di mascotte della Lega) si infila anche lui nel macchinario.

Cominciano quindi le ordalie dei vari personaggi: Wonder Woman è finita su un mondo primitivo pieno di dinosauri e, a sorpresa, anche Superman è finito lì; Aquaman e Lanterna Verde sono precipitati in un pianeta acquatico dove un’enorme lente sta facendo evaporare gli oceani e con loro la vita locale; Batman e Martian Manhunter (ma a sorpresa anche Flash) sono confinati in un pianeta evolutissimo dove un conto alla rovescia segna il tempo che manca prima che un missile faccia esplodere il sole di quella galassia. Insomma, Despero non si fa problemi a polverizzare interi pianeti pur di eliminare la Lega. Mentre i supereroi risolvono non senza qualche difficoltà le singole tribolazioni (Superman becca della kryptonite, Martian Manhunter affronta un avversario fatto di fuoco, la lente gigante è gialla e quindi l’anello di Lanterna Verde è inutile, ecc.) Snapper Carr sistema per bene Despero: dopotutto basta guardarla all’opera qualche secondo per capire come far funzionare una macchina assorbi-energia. E tutto è bene quel che finisce bene.

Più che il sense of wonder ho avvertito la paraculaggine di Gardner Fox nell’imbastire ostacoli e soluzioni in cui roboanti tecnologie indefinibili hanno praticamente il ruolo della magia: creano e sciolgono problemi senza fornire troppe spiegazioni. Resta comunque il fatto che la storia è abbastanza appassionante anche se si conclude forse un po’ troppo in fretta; d’altra parte l’albetto contava 32 pagine, nemmeno tutte a fumetti.

Immagino che i disegni siano nella media del periodo: Mike Sekowski, inchiostrato da Bernie Sachs, non si perde in dettagli o preziosismi e a volte incorre in qualche semplificazione o errore anatomico. La copertina realizzata da Murphy Anderson e Ira Schnapp si pone sullo stesso livello. Puro schematismo Pop Art senza troppe ambizioni, insomma – l’albo porta come data d’uscita il febbraio 1960, quindi immagino sia uscito a fine 1959.

Come già avevo riscontrato, gli elementi di contorno sono quasi più interessanti del fumetto in sé. I redazionali e le inserzioni sono un po’ schizofrenici: da una parte ci sono quiz scientifici educativi e pubblicità-progresso su come ci si comporti in pubblico, dall’altra l’invito a entrare nel business dei motti religiosi (!) e la vendita per corrispondenza di scherzi e burle che oggidì varrebbero una denuncia. La pagina della posta si apre con la lettera di un fan che, per quanto sia probabilmente molto giovane, è piuttosto preparato sulla storia della DC. Potrebbe averne fatta di strada, questo Roy Thomas, Jr. di Jackson, Mo.

La qualità di stampa non è pessima come nel fascicolo di Wonder Woman e anzi è abbastanza decente ma comunque i tratteggi più grossi di Sekowski & Sachs si impastano spesso in un nero compatto. La scelta della carta patinata non è proprio felicissima: la più rozza newsprint avrebbe restituito il sapore vintage, avrebbe dato l’impressione che l’albo fosse più corposo e soprattutto non avrebbe fatto “squillare” così tanto i colori. La resa delle pubblicità fa rimpiangere che anche le tavole non siano state riprodotte fotograficamente così com’erano, senza interventi correttivi digitali.

Comunque la semplice curiosità vale i 3,50 euro del prezzo.