martedì 23 giugno 2026

Residenza Arcadia

Nessuna novità in fumetteria più 20% di sconto sul catalogo Bao uguale acquisto di questo volume che a suo tempo (2017) fu piuttosto celebrato; beninteso, in versione economica Chihuahua dell’anno scorso.

La storia si svolge nella palazzina omonima, i riflettori sono puntati su alcuni condomini storici e quindi nella maggior parte dei casi anziani. I rapporti tra di loro sono un complesso reticolo di segreti, ipocrisie e persino delazioni. Come scopriremo nel corso della lettura, l’universo in cui è ambientato il fumetto è infatti una distopia di stampo dittatoriale in cui il partito unico, che presto organizzerà una parata, dà la caccia ai sovversivi reali o presunti. La tranquilla quotidianità degli inquilini, pur tra piccole noie (qualcuno ha rigato l’auto a qualcun altro, il vicino appassionato di fotografia ha messo nell’inquadratura anche parte della bici di una vicina paranoica, ecc.) viene scossa da tre eventi: per prima cosa l’amministratore viene sostituito ad interim da un supplente unanimemente ritenuto incompetente, poi nel palazzo viene ospitato il giovane metallaro Ettore “Etto” in attesa di partire militare (il partito estrae a sorte chi deve farlo), e soprattutto alla Residenza Arcadia stanno per arrivare degli estranei assolutamente indesiderati. Cos’hanno di particolare questi nuovi inquilini non lo sapremo mai perché non ci vengono mostrati: comunque lo scorcio del loro appartamento è reso con uno stile differente a ribadirne l’estraneità. Di sicuro il razzismo è un ottimo collante per persone che sono costrette a convivere pur odiandosi a morte, dando loro l’occasione di coalizzarsi soprassedendo su divergenze e dispetti.

Un soggetto quantomeno interessante, sviluppato attraverso sequenze chiuse e apparentemente slegate che alla fine formeranno il mosaico complessivo. Purtroppo lo svolgimento è troppo lento per poter essere davvero appassionante, e la probabile volontà di Daniel Cuello di lasciare i suoi messaggi politici, per quando condivisibili (le gardenie sono sicuramente meglio delle petunie), non ne beneficia visto che per rendere incisivo un pamphlet a fumetti bisogna costruirci attorno una storia che coinvolga il lettore.

I disegni sono quelli che sono. Va riconosciuto a Cuello il merito di aver reso i personaggi con un tratto molto caricaturale che permette di identificarli immediatamente, ma sarebbe bastato veramente poco per renderli più gradevoli. Magari un segno più modulato, che avrebbe eliminato anche l’impressione di frettolosa improvvisazione sketchy.

Di sicuro non un brutto prodotto (tutt’altro), ma sono contento di averci speso meno di 8 euro.

venerdì 19 giugno 2026

Spider-man/Superman 1

Altro giro di team-up tra i personaggi che gravitano attorno alle due vedette, altra copertina dall’anatomia un po’ stramba.

L’antipasto, che poi è anche il piatto forte e la storia più lunga, è l’ennesima reinterpretazione dello spunto dei due eroi bloccati in una situazione apparentemente senza uscita. Brad Meltzer non riesce a coinvolgere più di tanto con la minaccia congiunta Goblin-Lex Luthor nonostante alcuni spunti promettenti (Superman infettato da Venom), anche perché è più interessato a fare una di quelle storielline cariche di significati e profondità. Lettura severamente vietata ai maggiori di anni 12, Pepe Larraz però disegna molto meglio di quello che lasciava intendere la copertina.

Molto simpatica la prima delle storie brevi, scritta da Dan Slott: è il 1938 e Superman si allea con L’Uomo Ragno Dark, catturando Lex Luthor e scagionando J. Jonah Jameson dalle accuse che lo avrebbero portato alla sedia elettrica. Che sia una scelta voluta o meno, le anatomie distorte di Marcos Martin rendono bene l’atmosfera della Golden Age.

La storia scritta da Joe Kelly mi pare che sia la solita spiritosaggine sulle compagne degli eroi (in questo caso Lana Lang e Gwen Stacy) che parlano delle loro relazioni. “Mi pare” perché le ho dato giusto una scorsa visto che i disegni sono di Humberto Ramos, che per me dovrebbe essere vietato dalla Convenzione di Ginevra.

Niente a che vedere col grande Gary Frank che illustra una storia di Geoff Johns in cui Mysterio insieme a Saturn Girl (ma non era una dei buoni?) fa apparire un sole rosso che fa diventare rabbiosissimi molti supereroi spingendoli a picchiarsi fra di loro, presto seguiti dai supercattivi. Una storiellina assai semplice in cui Frank non può brillare come meriterebbe a causa dell’elevato numero di vignette della maggior parte delle tavole.

Segue uno scontro tra Hobgoblin (variante arancione di Goblin) e Steel, il Superman ricoperto di metallo. Lo spunto di Louise Simonson è che il birbante ha rubato l’ultima invenzione del supereroe, ma in realtà il furto gli tornerà utile come test dell’invenzione stessa grazie all’intervento di una guest star Marvel. Una storia molto leggera, cui i disegni di Todd Nauck (un po’ Image anni ’90, un po’ geometrie simonsoniane) non aggiungono nulla.

Altro team-up femminile dopo quello di Kelly e Ramos: Supergirl incontra Ghost-Spider in cima al grattacielo del Daily Planet a seguito della segnalazione di uno Spider-avvistamento. Nessuna delle due è particolarmente contenta di avere a che fare con una versione minore del supereroe più famoso, e nemmeno la collaborazione per sconfiggere una villain DC cambierà poi molto la situazione. Trama pressoché impalpabile di Stephanie Phillips, disegni non disprezzabili di Phil Noto (ma stando al nome Supergirl non dovrebbe essere una ragazza e non una donna matura?).

La premiata ditta Bendis-Pichelli fa incontrare il loro Miles Morales con Superman, attaccato dall’accoppiata Brainiac-Dormammu. Un’idea che poteva fare faville e invece si risolve nel solito dialogo motivazionale. Veramente un peccato. Non male comunque i disegni della Pichelli. Menzione d’onore per il colorista Federico Blee.

Di una rapidità micidiale anche la penultima storia, scritta da Jason Aaron. Non è nemmeno una storia: giusto un assaggio di trama in cui si incontrano la sua Thor donna con Wonder Woman per fermare i piani di Darkseid che vuole il Mjolnir. Disegni misurati e poco incisivi di Russell Dauterman, ma con quello che si è visto altrove mi vanno più che bene.

Addirittura più sbrigativo Jeph Loeb con una sciocchezzuola di due pagine in cui Superman cerca di tirar su il morale di Spider-man che ripensa ancora alla morte di Gwen Stacy. È talmente insignificante che non si può nemmeno definire patetica o banale. Ai disegni Jim Cheung, che ricordavo piuttosto bravo come disegnatore: o la mia memoria è sempre più compromessa oppure nel corso degli anni è peggiorato sensibilmente.

Nel complesso questo zibaldone targato Marvel mi è parso ben più debole del suo omologo DC. Sarà che non conosco gli universi narrativi così a fondo per cogliere le sfumature che forse sono state inserite nelle storie, è più probabile però che in una manciata di pagine anche sceneggiatori di lungo corso non riescano a esprimersi al meglio. Qui, almeno, non c’è riuscito quasi nessuno.

mercoledì 17 giugno 2026

Le serie di Robin Wood inedite in Italia: Los Salvajes Niños de la Memoria (1993)


Oggigiorno è facilissimo procurarsi almeno virtualmente il materiale della Columba, quindi questa ormai non più ipotetica ricognizione sulle serie inedite di Wood è un po’ inutile perché chiunque sia interessato può toccare con mano direttamente il prodotto. Abbiate pazienza, devo pur inventarmi qualcosa per mandare avanti il blog. Diciamo che questa iniziativa potrebbe essere utile a qualche appassionato per decidere se imbarcarsi in download molto pesanti o nella lettura di quelle migliaia di tavole che ha già scaricato.

Los Salvajes Niños de la Memoria

Miniserie in quattro episodi in ognuno dei quali lo stesso Wood, in un impeto di culto della personalità o per esigenze di impaginazione della Columba, invita il lettore a sedersi con lui e ad ascoltare la storia che sta per raccontare.

Maurizio Marinelli sta morendo e da vecchio imprenditore di successo ha un codazzo di speranzosi eredi che attendono la sua morte. I soldi non interessano invece a César, il suo nipote prediletto che venne allontanato dalla famiglia otto anni prima per un evento delittuoso di cui non fu provata la sua colpevolezza ma che comunque sollevò uno scandalo in paese: venne visto accanto al cadavere di un uomo appena ucciso. César vorrebbe solo salutare per l’ultima volta lo zio, informato della sua impellente dipartita dalla cugina Marina. I “figli selvaggi” del titolo sono in effetti César e Marina che sin da bambini amavano nascondersi nel bosco vicino casa e condividevano un rapporto speciale da cui gli altri familiari erano esclusi. Tra questi Enzo, il fratello di César che va su tutte le furie quando scopre che l’eredità (e con essa la ditta a cui ha dedicato la sua vita) andrà tutta a César. Che dal canto suo rischia di non godersela: per poco non viene ucciso da un proiettile che gli viene sparato proprio mentre si trova nel bosco che tanto ama. La polizia trova l’arma del delitto: è una pistola regolarmente registrata a nome di Enzo.

Il cast dei personaggi è ben nutrito e comprende Adriana, la giovane infermiera che si prese cura di Maurizio Marinelli fino alla sua morte, l’avvocato di famiglia Claudio, Antonella moglie di Enzo ed Elisa giovane vedova di Maurizio. Da citarsi anche il commissario Vitale che segue il caso e uno di quei medici di famiglia cinici e ubriaconi tipici di Wood. Il finale quindi la soluzione del mistero (e del mistero nel mistero, cioè quello che successe otto anni prima) è tutt’altro che scontata, anzi decisamente ben architettata. Si perdona facilmente a Wood di non averci fornito gli indizi per sospettare del vero colpevole, che giunge del tutto inaspettato. Lo stile dei dialoghi presenta l’enfasi tipica dello sceneggiatore, ma i personaggi che si accusano a vicenda di essere melodrammatici smontano ogni possibile critica che possa muovere il lettore in merito.

Con scrupolo encomiabile la Columba indicava sia Percy Ochoa che Oscar Martutaitis come autori dei disegni, nonostante a firmare fosse solo il primo, insieme a tal “Evelyn”. Curiosamente dal connubio tra Ochoa (collaboratore di Gerardo Canelo) e Martutaitis (assistente di Lito Fernandez) nasce un disegno del tutto simile a quello di Alfredo Falugi, coi suoi pregi e i suoi difetti: tanta espressività e derive caricaturali.

giovedì 11 giugno 2026

Absolute Power: Contro il Potere Assoluto

Ed eccomi che entro in sala che il film è già cominciato. Il fatto che la storia portante sia preceduta da quattro brevi prologhi non aiuta più di tanto. È successo qualcosa nell’universo DC, immagino come conseguenza dell’ennesimo cross-over che in questo caso ha coinvolto Brainiac, e Amanda Waller ha sempre più potere tanto più che la Justice League è stata sciolta, così sta orchestrando un progetto misterioso che riguarda la costruzione e l’acquisizione di carceri e il risucchio dei poteri dai supercriminali trasferiti. Ad aiutarla c’è tal Failsafe, un robot introdotto in qualche storia di Batman di cui in effetti ricorda l’aspetto.

La Waller odia a morte i supereroi e li ritiene seriamente una minaccia per l’umanità. Grazie a una Brainiac femmina opportunamente condizionata, trasmette per 72 ore fake news e filmati falsi in cui si vedono Superman e soci fare danni e vittime in giro per il mondo, scatenando una campagna d’odio contro i supereroi. La gente abbocca e si scatena contro di loro mandandone anche all’ospedale più di uno. Bastano tre giorni di disinformazione per cancellare decenni di onorato servizio? Bah!

Anche i supereroi stessi abboccano all’amo: pensano che facendosi vedere tutti assieme mostrando che non sono dove dicono i notiziari riscatteranno il loro nome, in realtà era proprio così che li voleva la Waller, raggruppati affinché i suoi robot Amazo ne suggessero i poteri lasciandoli privi di abilità superumane. Anche qua tocca chiudere più di un occhio sulla logica di Waid (o di chi per lui ha impostato la trama): poteri di origini diverse vengono indiscriminatamente requisiti, che si tratti di mutazioni, abilità di nascita o gadget, e persino i maghi vengono depotenziati facendo loro dimenticare come invocare gli incantesimi o gli spiriti o quello in cui trafficano. Bah!

Comunque solo l’80% della comunità di supereroi viene catturata e ovviamente il restante 20% è costituito dai grossi calibri (Superman, Batman, ecc.) o da quelli che immagino siano i più cool del momento: i Teen Titans sono evidentemente tra questi perché sono loro, principalmente il loro capo Nightwing, che prendono in mano le redini della situazione e non sono stati privati dei poteri. Forse all’epoca dell’uscita della miniserie (2024) erano i protagonisti di un film?

Tra le altre sottotrame che convergono: Freccia Verde è un traditore e sin dall’inizio è alleato con la Waller; Superman ha un figlio potentissimo (o è un androide?) che viene controllato dalla Regina Brainiac; si mette in luce Dreamer, una nuova villain precognitiva.

Tantissima carne sul fuoco, e per quanto gli albi originali fossero più lunghi del solito la storia si dipana in maniera troppo frenetica e ovviamente tutto si risolve a mazzate. Pochissimo possono fare per dare dignità al tutto le comunque poche battute argute che Mark Waid infila ogni tanto. D’altra parte, come dice con rara onestà lo stesso sceneggiatore nell’introduzione, è difficile scrivere di supereroi visto che bisogna inventarsi sempre qualcosa di nuovo per sfidare dei personaggi che alla fine dovranno sempre vincere. E infatti non mi pare che ci sia riuscito molto bene, ma chissà con quante ingerenze redazionali avrà dovuto misurarsi.

Ovviamente anche questo eventone ha portato delle conseguenze epocali: adesso il multiverso è sigillato e alcuni personaggi sono stati depotenziati – mentre Dreamer ne esce più potente. E ci sarebbe anche stato qualche scambio di poteri tra supereroi diversi. Niente che il prossimo cross-over non possa correggere o ignorare, insomma. Veramente uno spreco usare Waid per una storia del genere.

Il disegnatore Dan Mora non è malaccio, unisce un certo rigore anatomico a derive un po’ più grossolane come si fa oggi, il problema è che le sue tavole trasmettono un retrogusto sintetico. Meglio comunque dei disegnatori dei prologhi, cioè Skylar Patridge (dignitosa ma abbozzata), V Ken Marion (deformed) e Gleb Melnikov (anche qui deformità da Image anni ’90). Non male invece Mikel Janín. In questi stessi prologhi Waid è stato affiancato o sostituito da Nicole Maines, Chip Zdarsky e Joshua Williamson.

martedì 9 giugno 2026

Ho ucciso Adolf Hitler e altre storie d'amore

Irretito dal 25% di sconto ho acquistato questo vecchio (neanche tanto: 2019) volume della 001.

Sono raccolte 3 storie di Jason, autore di cui ho già letto qualcosa e che mi era anche abbastanza piaciucchiato.

Nella prima, Perché lo fai?, un uomo depresso per la rottura con la sua donna viene incaricato da un amico di innaffiargli le piante mentre sarà via: almeno così uscirà di casa e riaffronterà il mondo. Oh, no! Un’altra “storia” intimista? Fortunatamente no: il nostro “eroe” si trova invischiato in una trama hitchcockiana e finisce per essere accusato dell’omicidio del suo stesso amico dopo averne colto sul fatto il vero killer. Costretto alla fuga, trova riparo presso una buona donna e la sua bambina, manco fossimo in un film di Bresson. Un thriller appassionante con momenti di una certa ilarità, peccato che non ho capito il finale.

La seconda storia, I lupi mannari di Montpellier, ha per protagonista Sven, un anseatico in terra di Francia che vive rubando di notte negli appartamenti travestito da lupo mannaro, come se fosse la cosa più normale del mondo. Meno male che ci viene spiegato che si traveste, altrimenti i disegni di Jason non permetterebbero di capirlo. Le sue giornate le trascorre invece giocando a scacchi con un amico al parco o a poker con la coppia di dirimpettaie lesbiche. Il punto è che a Montpellier i licantropi esistono davvero e non gradiscono che qualcuno che non fa parte della loro cerchia scorrazzi nel loro territorio. Ma tutto è bene quel che finisce bene, anche a costo di far scoppiare la coppia di amiche e di finire infettato davvero con la licantropia. Una storia leggera e carina.

Anche l’ultima storia, quella che dà il titolo al volume, è molto simpatica. Un assassino a pagamento viene incaricato di uccidere nientemeno che Hitler. Ad assoldarlo è uno scienziato che ha inventato la macchina del tempo, che richiede tanta energia da poter essere usata solo ogni 50 anni. Ma le cose non vanno come previsto: tra paradossi temporali (neanche troppo arditi) e una storia d’amore che attraversa i decenni anche qui ci sarà il lieto fine.

Tutte le tavole sono organizzate su quattro strisce e, a parte nella prima storia, ripropongono sempre la stessa struttura regolare a otto vignette. Il disegno di Jason sarà pure raffinato e anche abbastanza dinamico, ma i suoi personaggi sono solo cani (o quello che sono) e corvi (o quello che sono) e si distinguono solo per il colore dei vestiti. Nelle storie con più personaggi diventa estenuante ricordarsi chi è chi, e nemmeno gli espedienti di Jason per far apparire un personaggio un po’ diverso dall’altro, come le rughe di vecchiaia, funzionano bene. I licantropi, poi, non capisco da cosa si distinguano dagli altri: forse i denti aguzzi? L’espressività è ridotta al minimo, direi che quasi non c’è. Anche se Jason gioca molto sui silenzi e sulla struttura delle tavole, rimpiango come nel caso di Lauzier quanto sarebbero state più efficaci queste storie disegnate in maniera realistica.

Dalla loro lunghezza intuisco che in origine erano state pubblicate come classici volumi cartonati franco-belgi: la prima conta 45 tavole e le altre due le canoniche 46. Per la sintesi del disegno, i dialoghi diradati e la procedura a gag si leggono molto velocemente, direi meno di una ventina di minuti l’una; non so come possono averle accolte i lettori francesi e belgi. Verrebbe anzi da chiedersi se valesse la pena la spesa per quelle che sono barzellette appena un po’ rimpolpate, per quanto divertenti. Molto meglio questa edizione antologica, quindi, dove il formato più piccolo non incide sulla godibilità dei disegni, visto che sono così rudimentali? Direi di sì, ma l’accumulo di situazioni surreali potrebbe venire a noia, quindi ne consiglierei una lettura centellinata.