domenica 26 gennaio 2020

Anche Melusina, d'altra parte...

Tempo fa avevo ricordato i “subliminali” che Yann o Verron inserivano nei ballon di Odilon Verjus, ma anche la simpatica serie Melusine di Clarke e Gilson, apparsa in Italia nella mai abbastanza rimpianta rivista The Garfield Show, usava un espediente simile per aggiungere un ulteriore strato di umorismo.











giovedì 23 gennaio 2020

È finita la Sagra della Minchiata

Alla fine ho trovato il vecchio file. Posto questa requisitoria anche se arrivo ben oltre il termine che ragionevolmente avrebbe dovuto avere, essendo stato creato già a settembre 2018! In quanto a ritardi sono quasi peggio della RW Lion.

Fables lo avevo incrociato la prima volta sulla rivista della Magic che lo ospitava. Ne avevo letto giusto un paio di episodi senza continuità fra di loro e non mi aveva affatto entusiasmato. Però Bill Willingham mi è sempre stato simpatico: già il fatto che fosse stato uno dei primissimi illustratori di Dungeons & Dragons, e obiettivamente uno dei migliori, me lo rendeva simpatico. Il suo Ironwood è proprio bello e tutto sommato anche le serie supererostica pubblicata da Allagalla non era male, anche se non me la ricordo affatto ed era l’ennesima reinterpretazione dei soliti archetipi Marvel e DC. E poi a vederlo in foto, obeso, occhialuto e con lo sguardo di un cagnone triste, mi sembrava che comprargli un fumetto fosse proprio una buona azione. Quando la RW Lion ha iniziato l’edizione in bonellide ho colto l’occasione per leggere tutta la saga, magari mi avrebbe convinto.
Il fumetto carburava molto lentamente, ma c’erano comunque i bellissimi disegni di Lan Medina a giustificare l’acquisto. Inoltre questa edizione economica presentava in appendice delle note sulle leggende e sul folklore a cura di Alessio Danesi, Leonardo Rizzi e Jess Nevins che erano quasi le cose che leggevo con più piacere. Poi la saga è lentamente decollata, pur tra episodi riempitivi e con i fisiologici errori sparsi (ad esempio, se Pinocchio non può mentire – o una roba del genere – non avrebbe potuto partecipare alla truffa pedofila ai danni del giornalista impiccione).
La lentezza dell’inizio si è rivelata la necessaria fase di posizionamento di elementi sulla scacchiera, visto che i personaggi in gioco sono tanti e molti hanno varie agende segrete da portare a compimento, anche se lo stile di scrittura di Willingham a volte si perde su dettagli non indispensabili per l’economia delle storie, che spesso vorrebbero essere divertenti ma non mi hanno fatto sorridere quasi mai.
La saga tocca il suo picco qualitativo con la sconfitta dell’Avversario e alcuni degli episodi successivi; circa fino al numero 80, direi. Il mega-crossover non era poi malaccio se preso dalla giusta angolazione, e la RW Lion ci ha anche fatto il favore di presentarci tutte le testate coinvolte nel bonellide. Poi però è una spirale desolante di minchiate. La parte peggiore sono ovviamente gli episodi con la pseudo-squadra di supereroi, che si innestano però nel fenomeno più ampio delle serie vittime del loro stesso successo. Una volta che il nemico principale è sconfitto e i nodi principali della serie sono sciolti, come si può continuare a mantenere vivo l’interesse del lettore? Semplice: inventandosi nuove minacce di cui quelle precedenti erano solo appendici o pallidi riflessi. È un fenomeno fisiologico della letteratura popolare, e persino XIII di Van Hamme non ha potuto sottrarvisi. E da lì le altre pecche di Fables sono state impietosamente sottolineate.
Nel caso di Willingham c’è il discorso che i suoi riferimenti alla cultura pop non sempre sono felici, né il suo umorismo un po’ bambinesco può essere gradito a tutti. A questo va aggiunto che il bravissimo Medina che in origine si alternava con Buckingham viene presto sostituito in toto da quest’ultimo. Tra ostentati rimandi kirbyani, anatomie squadrate e di dubbio gusto e la conclamata incapacità di disegnare una donna di profilo, contribuisce non poco a raffreddare l’entusiasmo per una serie che già si avviava verso un triste Viale del Tramonto. E così da quel punto in poi lo stile lento e volutamente tronco e allusivo di Willingham non è servito ad altro che ad allungare l’agonia di Fables. Tutte le sue trame sono dei coiti interrotti: già alcune storie brevi sui vari speciali davano l’impressione di essere troppo brevi, ma lì la frammentarietà era fisiologica anche se percepivo che “mancava qualcosa” o che alcune fossero state troncate grezzamente. Da circa metà saga in poi Willingham cura la costruzione di situazioni e personaggi lasciando intendere che alla fine succederà chissà che cosa ma poi tutto si risolve in una bolla di sapone. Addirittura il twist che chiude la saga con lo scontro tra le due sorelle sembra qualcosa di risolto in fretta e furia per chiudere finalmente la serie. Ed è un peccato, perché lavorandoci sopra si sarebbe potuto ricavarne una discreta vicenda partendo da quell’idea che è piuttosto intelligente.
Negli Stati Uniti Fables ha avuto un grande successo, generando spin-off, albi speciali e almeno un videogame. Ed è durata ben 150 numeri. Ovviamente il successo non è necessariamente indice della qualità di un prodotto, tanto meno negli States. Persino Frank Miller in America ha avuto successo, scopiazzando alternativamente i manga, gli scrittori hard-boiled e Alberto Breccia: questo perché negli Stati Uniti qualsiasi cosa esuli dal classico supereroe può avere un insuccesso micidiale o essere adorato come geniale. Basta poco, perché il pubblico statunitense oltre ai comic book di supereroi non va: a Gaiman e a Miller è andata bene, ma tanti altri prodotti altrettanto se non più meritevoli non hanno avuto lo stesso successo, mai come in questo caso frutto di elementi fortuiti. Una celebrità che dice di leggere il tuo fumetto, una recensione entusiastica a priori solo perché il fumetto esula dalla consueta formula abusatissima, delle copertine spettacolari che ammaliano e influiscono sul giudizio… Willingham ha decisamente avuto una bella botta di culo, anche se forse è stato pure bravo a intercettare un certo rinato interesse per i protagonisti e le ambientazioni delle fiabe, testimoniato dalle varie serie televisive (Grimm, Supernatural e ovviamente C’era una volta) che nacquero in contemporanea o poco dopo il fumetto.
Ignoro cosa faccia Bill Willingham adesso, ma immagino che sia molto meglio di Fables, almeno del suo ultimo periodo.

martedì 21 gennaio 2020

Le Straordinarie Opere di Alan Moore

Anche questo adocchiato da anni, anche questo finalmente preso grazie allo scontone del 50%. Le Straordinarie Opere di Alan Moore è un monumentale libro-intervista i cui capitoli sono inframmezzati da alcune rarità dell’autore e soprattutto da contributi e omaggi, principalmente grafici, di amici e collaboratori storici di Alan Moore – più una prefazione e una postfazione curate rispettivamente dalle sue figlie Leah e Amber, entrambe molto divertenti. Edito da Black Velvet quasi dieci anni fa, non era esattamente economico (35 euro).
Il volume nasce come omaggio a Moore per il suo cinquantesimo compleanno ed è uscito originariamente nel 2003; George Khoury ha organizzato l’intervista-fiume (circa 250 pagine in grande formato) in nove capitoli tematici che seguono un ordine cronologico, l’ultimo del quali aggiunto per la seconda edizione del 2008. Leggere la prosa di Moore e le sue argute metafore è sempre piacevole e spesso divertentissimo, soprattutto nelle prime e nelle ultime parti. Anche le didascalie del reparto iconografico sono trattate con humour. Una buona percentuale del materiale mi sembra di averla già letta altrove, ma in questi dieci anni chissà quanti altri testi e siti internet avranno citato il lavoro di Khoury, anche se bene o male certe informazioni sugli argomenti più famosi bene o male sono sempre quelli e risaputi. O forse mi sono rimaste impresse certe parti dopo averle lette di straforo come feci col libro di Morrison. Rimane comunque un discreto margine per informazioni di cui non ero al corrente, come ad esempio la bassissima opinione che Alan Moore ha degli eroi/criminali anglosassoni come Robin Hood e Dick Turpin (o almeno questa è la sfumatura che ho colto dalla traduzione italiana) e soprattutto che scrisse anche degli episodi dei fumetti di Star Wars per la Marvel UK – e che l’editore gliene pubblicò alcuni incompleti perché si perse le ultime pagine delle sceneggiature!
Un difetto del volume è che avrebbe forse necessitato di una revisione in più, perché in occasioni diverse (l’intervista è stata realizzata nell’arco di mesi) vengono ripetute le medesime informazioni magari con piccole differenze che portano a pensare che Moore sia un po’ rincoglionito, inoltre il ricorso occasionale a certe formule del parlato per rendere più fluido il dialogo finisce invece per renderlo un po’ innaturale.
Il parterre de rois degli omaggi è notevole e comprende Hilary Barta, Neil Gaiman, Mark Buckingham, Rick Veitch, David Lloyd, John Totleben, Dave Gibbons, Brian Bolland, Michael T. Gilbert, Chris Sprouse, Todd Klein, Kevin O’Neill e Katie Cook. Alex Ross è molto presente ma senza contributi realizzati appositamente. Da notare come tutti, anche disegnatori che non apprezzo molto, abbiano prodotto delle storielline brevi di ottima fattura, e non penso che sia il grande formato o la perfetta resa di stampa ad avermi dato questa impressione. Gli esempi di fumetti rari non mi hanno invece entusiasmato: la storiella con Mr. Monster disegnata da Gilbert è solo vagamente carina, la canzone I vecchi gangster non muoiono mai resa graficamente da Lloyd Thatcher mal si adatta a una trasposizione a “fumetti” (e poi credo di avere una versione ben migliore realizzata da Juan José Ryp) e Lussuria disegnata da Mike Matthews è una di quelle classiche storie di Moore in cui usa dei doppi sensi per contraddire coi disegni quello che dicono i testi. Per un paio di pagine può far ridere, ma otto tavole da quattro/cinque strisce l’una sono troppe.
Tra gli extra offerti ci sono anche degli esempi delle famose (o famigerate per la loro lunghezza e il livello di dettaglio) sceneggiature di Alan Moore. Confesso che non condivido minimamente l’entusiasmo compiaciuto di alcuni per la prolissità del Bardo di Northampton, visto che si tratta di materiale non pensato per essere pubblicato in questo formato, anche se il suo arguto umorismo fa capolino anche qui.
In appendice c’è una vastissima bibliografia (e discografia, e videografia) integrata per l’Italia da Stefano Marchesini e Smoky Man, da cui si apprendono cose interessanti, ad esempio che almeno uno degli episodi degli WildC.A.T.s coinvolti in un cross-over non erano veramente opera di Moore.
L’edizione italiana è arricchita da una postilla conclusiva sullo stato dei lavori dello sceneggiatore al maggio 2011 redatta da Smoky Man.

sabato 18 gennaio 2020

Historica Biografie 33: Magellano

Nuovo corpo estraneo all’interno di Historica Biografie: come mi aveva spiegato Fabio Bono, Christian Clot ha scritto Marco Polo e Darwin per una collana francese dedicata agli esploratori e per questo lo stile di scrittura era più romanzesco e fantasioso e meno concentrato sul rigore storico. Anche questo Magellano è stato realizzato con lo stesso criterio e addirittura il titolare del volume è quasi solo incidentalmente il suo protagonista, lasciando un ruolo di maggior rilievo al suo attendente Antonio Pigafetta che ne preservò la memoria.
La storia inizia con una serie di flashforward, come è uso comune nella narrativa recente, e con un’introduzione che lascia temere che i circa tre anni di viaggio di Magellano non potranno essere riassunti compiutamente nelle canoniche 46 tavole di un albo alla francese: in effetti le prime tavole di questo volume, dopo che Pigafetta ha introdotto la sua relazione presso Carlo V, sono piuttosto frammentarie e farraginose. Le sofferenze e il malcontento dell’equipaggio sono ben resi, ma non ci si raccapezza molto tra le varie forze in campo visto che non c’è stato il tempo per approfondire i personaggi del secondo in comando, del prete e di un altro ufficiale ammutinato. La parte in cui Enrique, lo schiavo di Magellano, spiega i motivi della sua fedeltà al padrone è piuttosto interessante ma occupa una sola pagina in un mare di episodi frammentari, ripetitivi e poco appassionanti. Oltretutto il ritratto che viene fatto di Magellano è ben poco lusinghiero: risulta essere un arrampicatore sociale spietato e ambizioso, mosso sicuramente da un grande sogno ma anche dal sentimento di rivalsa nei confronti di chi gli ha rubato la gloria, almeno ai suoi occhi. E poi tutti questi dettagli li apprendiamo da sequenze molto rapide, che probabilmente avrebbero meritato un intero volume ognuna.
Ma poi Clot cala l’asso: dopo che Magellano è morto viene svelato il suo piano mefistofelico per passare alla Storia e vendicarsi di quelli che congiurarono contro di lui. Pigafetta spiega in dettaglio perché Magellano abbia fatto alcune cose, giustificando quindi alcune scene in precedenza poco chiare o certi dettagli apparentemente superflui. Per poter mettere in pratica il suo piano Magellano avrebbe dovuto essere un giudice infallibile delle personalità umane, un grandissimo analista politico, un freddo calcolatore indifferente alla morte e in sostanza un genio quasi preveggente, ma forse è andata proprio così. I redazionali in appendice non trattano approfonditamente l’argomento ma lasciano intendere che potrebbe esserci un fondo di verità. Con questo meccanismo Clot crea una cornice coerente e giustifica il vertiginoso aggancio con la scena iniziale che mostra direttamene la morte di Magellano, caricandola però di una maggiore potenza drammatica. Non si tratta di nulla di innovativo o geniale, ma lo sceneggiatore ha dimostrato di padroneggiare questo meccanismo molto bene.
Le tavole sono state realizzate con uno stile che per i miei gusti è troppo cartoonesco. Per metterle insieme ci è voluto un team bello corposo: i disegni in quanreto tali sono stati realizzati da Bastien Orenge, Thomas Verguet e Isa Python mentre dei colori si sono occupati Stéphane Gantiez, Jaekyung Kim e il Digikore Studio. Come accennavo, in appendice c’è un apparato storiografico che rievoca modalità e personalità dell’odissea di Magellano e più in generale il livello della navigazione e della cartografia dell’epoca.

giovedì 16 gennaio 2020

Lazarus Churchyard

Mi pare che lo avesse annunciato qualche editore italiano anni e anni fa, ma poi non è uscito – o perlomeno non mi è mai arrivato. E quindi alla fine ho dovuto rassegnarmi a leggermelo in inglese.
Lazarus Churchyard è un esperimento biologico che vive nella Finlandia del XXV secolo: il suo corpo è composto per la maggior parte da plastica senziente capace di adattarsi agli stimoli esterni a grandissima rapidità. In pratica Lazarus è immortale e dopo quattro secoli di vita vorrebbe farla finita e trovare la pace. Lo scenario è quello classico post-apocalittico, con intere nazioni contaminate e invivibili e delle corporazioni a tenere i fili dei destini degli umani rimasti. C’è però anche una fortissima componente cyberpunk, e se pensiamo che il fumetto risale al 1991 ci rendiamo conto di quanto Warren Ellis, allora esordiente, fosse avanti rispetto ai suoi colleghi già professionisti. Questi elementi sono particolarmente evidenti nel primo ciclo di episodi, The Virtual Kiss. Lazarus viene assoldato da un pezzo grosso della corporation Isis-Elek per ritrovare il “fantasma” di una programmatrice che vaga nel mondo virtuale ma che non riesce a essere catturata. L’originale è morta, ma la Isis-Elek crea abitualmente delle copie di back-up dei suoi tecnici migliori per poterli riutilizzare in futuro. Il cyberspazio («DataSea») sta diventando molto pericoloso, proiettando omicidi anche nel mondo reale, e nel quadro entrano pure dei separatisti scozzesi (o quello che sono). Le cose sono ovviamente più complesse di come sembrano e nell’arco di questi primi sei capitoli di 6/7 tavole l’uno Lazarus risolverà il mistero senza però trovare la morte – anche perché così la serie è potuta proseguire con altri episodi brevi.
Anche se filtrato da una certa ostentazione per l’eccesso, il talento di un Warren Ellis poco più che ventenne era già intuibile. Le tematiche erano innovative e originali e pur tra qualche frase a effetto e spacconata di troppo facevano capolino i dialoghi arguti per cui lo sceneggiatore sarebbe diventato famoso. La struttura delle short stories di una decina scarsa di pagine (banco di prova in cui si vede la bravura di uno sceneggiatore) era gestita molto bene, mettendoci più carne sul fuoco possibile e portandole avanti col giusto ritmo. Ma non mancano un paio di storie più lunghe, di una quindicina o anche di una quarantina di pagine.
Le tematiche transumaniste e lo stile beffardo di Ellis c’erano già, ed è facile trovare agganci con alcune sue opere successive, di cui col senno di poi Lazarus Churchyard è stato un po’ un laboratorio. Il protagonista è la prova generale di Desolation Jones, così come i riferimenti alle modificazioni fisiche modaiole anticipano Transmetropolitan, i commenti politici filtrati attraverso la fantascienza (nella storia sui fratelli baschi) si riverberano in tante altre opere e via di seguito. Di certo Warren Ellis ha avuto una gran fortuna (o forse gli agganci giusti?) per farsi notare dalle major americane e lavorare già pochissimi anni dopo per loro, ma è anche vero che Marvel e DC hanno avuto un ottimo intuito a metterlo sotto contratto.
I disegni di D’Israeli (che scopro chiamarsi in realtà Matt Brooker) sono rozzi e imprecisi, con frequenti ricorsi alla caricatura per nascondere il fatto che non padroneggia l’anatomia. Certo, il suo tratto è leggibile e nel corso della serie saprà maturare, ma non raggiungerà mai graficamente i livelli letterari che Warren Ellis poteva già vantare. En passant, mi ha commosso vedere un fumetto colorato e letterato ancora a mano, a parte l’ultimo episodio.
Ovviamente dopo trent’anni dalla prima pubblicazione Lazarus Churchyard non può più avere la forza dirompente che immagino abbia avuto a suo tempo, e come ricordavo sopra tante cose le avremmo lette in una forma più compiuta e matura negli anni successivi; resta comunque una piacevole escursione filologica negli anni formativi dello sceneggiatore.

martedì 14 gennaio 2020

Filiberta Contessa di Challant Ultima erede Madruzzo

Occhieggiava in fumetteria da un bel po’ e i disegni di Carlos Gomez erano molto invitanti, però 16 euro mi sembravano tantini per 20 pagine di fumetto e poi sfogliandolo mi era sembrato stampato male – in realtà non lo è, chissà cosa ricordavo. Visto che per decongestionare il magazzino anche questo è entrato nel club del -50% ho colto la palla al balzo.
Filiberta racconta la storia della contessa di Challant, che nei suoi possedimenti di Issogne incontra un trovatore di nobile lignaggio di cui si innamora. Ma lo zio principe vescovo di Trento vuole destinarla al matrimonio con il fratello della propria amante, in modo da mantenere il potere della casata su quelle terre. Infatti il principe vescovo Carlo Emanuele Madruzzo è diventato tale su imposizione della famiglia e vorrebbe che il suo legame con Claudia Particella venisse legittimato dalla Chiesa per poter mantenere il dominio tramite una vera dinastia (ma la dispensa papale non arriverà mai). Quando Filiberta incontra nuovamente a Trento, dove praticamente è prigioniera, l’amato Renato de la Chambre la situazione precipita e viene fatta chiudere in convento. Qui finirà i suoi giorni, forse avvelenata.
La storia è una rielaborazione di un racconto ottocentesco di Agostino Perini a cura di Romano Oss, e nonostante una certa prevedibilità e un forte afflato romantico è godibile e anche abbastanza articolata. Le tavole a fumetti sono solo 21, il resto delle 48 pagine del volume sono dedicate alla presentazione dei personaggi storici principali, al riassunto della vicenda, a qualche cenno aneddotico (un giovane Benito Mussolini fece propria una leggenda creata da Scheffel e Feuerbach ispirata ai fatti di Filiberta per i propri fini politici) e alle biografie degli autori. Tra questi figura anche Umberto Rigotti che ha curato la grafica.
Il volume (un cartonato di grande formato stampato su carta patinata) è stato edito a fine 2011 da Archivio Studio d’Arte Andromeda, cosa che mi fa pensare che forse in origine fosse pensato come materiale collaterale per promuovere un eventi, un territorio o una mostra.
Non si tratta certo di un capolavoro o di un’opera che vuole rivoluzionare il linguaggio del fumetto ma è comunque una lettura interessante soprattutto per i disegni di Carlos Gomez.