Come dicevo, la lettura di Primera Fundacion de Buenos Aires mi ha invogliato a provare anche altri volumi della collana «Relatos del Nuevo Mundo». Parto quindi dal mio amato Paul Gillon, il meno franco-belga dei fumettisti franco-belgi.
La storia viene narrata dal protagonista in persona che da anziano padre priore nella Siviglia del 1559 la racconta a un giovane frate che lo accompagna a un processo della Santa Inquisizione. Lo stesso Alvaro Nuñez detto Cabeza de Vaca subì a suo tempo la condanna del tribunale per aver perorato la causa degli indios.
Molti anni prima aveva fatto naufragio con altri uomini su un’isola. Qui non trovarono come sperato tracce di altri spagnoli ma un villaggio di nativi. Temendo reazioni aggressive li convinsero a collaborare con le proverbiali perline colorate. Gli indios avrebbero persino organizzato un viaggio per i naufraghi per ricongiungerli con gli altri bianchi di Lope de Oviedo, ma Cabeza de Vaca preferì rimanere al villaggio a causa di una ferita per cui sarebbe stato d’intralcio agli altri. Gli indios si rivelarono però sempre meno amichevoli e Cabeza de Vaca fuggì appena ne ebbe l’occasione.
Aggirandosi in quelle zone poco ospitali per ben sei anni, capisce come funzionano i rapporti tra le varie tribù: perennemente in guerra tra di loro, non hanno stabilito alcuna forma di commercio perciò ne approfitta per farlo lui e (se ho ben capito) facendo anche un po’ da sensale tra una tribù e l’altra. Alla fine, dopo alcune traversie passate insieme a Lope de Oviedo, si ricongiunge coi suoi vecchi compagni di naufragio e insieme decidono di andarsene da quelle terre. Cosa tutt’altro che facile visto che pur essendo marinai non sanno nuotare e la zona è punteggiata da fiumi e calette. La svolta della loro vita avviene quando grazie a un’invocazione a Dio Cabeza de Vaca riesce a curare degli indigeni malati – non che si capisca quale sia la loro afflizione. Da lì l’origine del suo soprannome che dà il sottotitolo al volume e la sua nuova vita come “santone” che riusciva a curare gli ammalati senza avere la minima consapevolezza di come ci riusciva, attribuendo quasi tutte le guarigioni a miracoli divini (ovviamente l’estrazione della punta di una freccia è invece dovuta alle sue doti manuali). Persino un uomo già morto sarebbe tornato in vita dopo il suo intervento disperato. Ma le sue tribolazioni non sono ancora finite: con un metodo ingegnoso per ripararsi dal freddo della notte per poco non arde vivo!
Il finale non contempla come facilmente prevedibile la sua morte: dopo dieci anni complessivi di peregrinazioni in America e un lungo periodo di esilio a Orano inflittogli dall’Inquisizione, Alvaro Nuñez nel 1559 è ancora vivo benché un po’ rintronato dall’età e dalle vicissitudini patite.
A sfogliarlo questo volume non prometteva affatto bene. Il disegno di Gillon (che io comunque adoro) è già di suo sintetico e nonostante gli ottimi colori certe tavole con anche solo quattro vignette finivano inevitabilmente per sembrare un po’ vuote. Inoltre lo sceneggiatore Miguel Angel Nieto (il nome non mi è nuovo ma non ricordo nulla di suo) ha saggiamente preferito che a “parlare” fossero i disegni, lasciando molte sequenze mute. Quindi mi aspettavo una lettura molto veloce e con poca sostanza. Veloce in effetti lo è, eppure nello spazio delle canoniche 46 tavole c’è una grande densità di contenuti e non si avverte affatto la frammentarietà che poteva manifestarsi dovendo saltare fisiologicamente da un episodio saliente all’altro. Tutto è ben amalgamato e il flusso della storia scorre molto naturale e soprattutto molto appassionante. Inoltre Nieto ricorre anche a dei bei dialoghi (forse citazioni storiche?) e introduce discretamente il dubbio che le storie di Cabeza de Vaca siano solo fole grazie ai commenti di alcuni passanti che lo vedono raccontare per l’ennesima volta la sua vita avventurosa al giovane frate.
I disegni di Gillon non deludono affatto. Impermeabile alla Linea Chiara, alla scuola dei gros nez, alla tradizione inaugurata da Jijé e agli esempi di altri “cani sciolti” come Cuvelier o Hubinon o Peelaert o Poïvet si mantiene sempre fedele alla sua linea sinuosa ed elegante che dona eccezionale espressività e dinamismo ai suoi personaggi. E i colori sono ottimi.
Introduzione e approfondimento storico del volume sono opera di Felipe del Pino.








