venerdì 3 luglio 2026

Intervista a Carlo Sala Cattaneo

In attesa della pubblicazione ufficiale su Fucine Mute anticipo sul blog le interviste di Play 2026.

 

Puoi presentarci il lavoro di Litissea e di Crimson Studios? Se ho ben capito vi occupate di giochi di ruolo anche dal punto di vista della divulgazione.

Certo. Io sono Carlo e sono il book director di Litissea, piccola casa editrice indipendente (molto piccola) tramite cui pubblichiamo sotto il marchio Crimson Studios Creations giochi di ruolo e poi tomi come I Signori del Caos nuova edizione, fino allo speciale La Spada Nera pensata per i più piccoli. Come Litissea invece ci occupiamo della diffusione del medium ludico, ad esempio con l’attività de Il Gioco tra i Banchi per far creare ai più piccoli il loro gioco oppure Il Viaggio del Drago con cui abbiamo ripercorso l’intera storia editoriale di Dungeons & Dragons depurandola da un po’ delle leggende metropolitane che circolano sull’argomento.

Come avete avuto l’idea di ricreare I Signori del Caos, questo gioco di ruolo mitico per i giocatori italiani di una certa età?

Come spesso succede, menti geniali pensano le stesse cose in contemporanea: io appassionato di giochi storici soffrivo il fatto che non esistesse più questo medium, quindi cerco in rete, trovo chi adesso detiene i diritti de I Signori del Caos, trovo un sito amatoriale e soprattutto trovo Andrea Cortellazzi, autore storico de I Figli dell’Olocausto, altro gioco di ruolo italiano degli anni ’90. Lui stava lavorando proprio a una nuova edizione de I Signori del Caos per conto suo. Quindi ci contattiamo, ci piacciamo e decidiamo di portare avanti insieme questo progetto.

Come sta andando la diffusione de I Signori del Caos e più in generale degli altri giochi?

Posso dirti che come tutti gli editori indipendenti stiamo facendo fatica, perché il 97% del mercato, come detto in un panel a cui abbiamo partecipato, è occupato dai tre grossi nomi del settore, quindi ci sono una quarantina di editori indipendenti in questa fiera con cui ci accaparriamo il rimanente 3%. Da questo punto di vista posso dirti che I Signori del Caos, ma anche gli altri nostri giochi, sta andando abbastanza bene. Servirebbero numeri più importanti, la diffusione del gioco di ruolo anche oltre quello che è il mainstream del titolo di moda del momento.

Puoi presentarci le altre vostre ambientazioni e gli altri giochi?

Certo: abbiamo Cronache del Tempo Segreto che è un gioco Old School ispirato ai lavori di Dave Arneson ed è compatibile con i vecchi moduli di Dungeons & Dragons B/X, anche se il sistema è un po’ diverso. In fiera abbiamo portato anche il primo megadungeon per l’ambientazione (era da tanto che volevamo creare un megadungeon come si deve).

Poi abbiamo anche La Spada Nera che è pensato per i più piccoli, è stato il nostro primogenito, la prima pubblicazione di Litissea e devo dire che funziona sempre molto bene.

Poi Moreau che è un gioco di ruolo narrativo, e poi la grande novità di quest’anno (oltre a La Fossa, il megadungeon di cui sopra) che è Magica Vallee, un gioco ispirato alle leggende e alla storia della Val d’Aosta realizzato da un grandissimo Andrea Cattaneo che ha scritto tantissimo per noi.

Scusa, ma Magica Vallee non era già uscito qualche mese fa? O così mi sembra di ricordare…

C’è stato il kickstarter qualche mese fa, ma questa è la primissima volta che presentiamo il volume fisico: quelle che sono esposte nello stand sono le prime copie stampate in assoluto che abbiamo deciso di presentare qui al Play.

mercoledì 1 luglio 2026

Le serie di Robin Wood inedite in Italia: Leyendas Vikings (1976)


Oggigiorno è facilissimo procurarsi almeno virtualmente il materiale della Columba, quindi questa ormai non più ipotetica ricognizione sulle serie inedite di Wood è un po’ inutile perché chiunque sia interessato può toccare con mano direttamente il prodotto. Abbiate pazienza, devo pur inventarmi qualcosa per mandare avanti il blog. Diciamo che questa iniziativa potrebbe essere utile a qualche appassionato per decidere se imbarcarsi in download molto pesanti o nella lettura di quelle migliaia di tavole che ha già scaricato.

Leyendas Vikings

Toh, Robin Wood ha contribuito alla serie Vikings e non ne sapevo niente. Che strano. Questo episodio apparve sul numero 384 di El Tony nel novembre del 1976 quindi siamo nella fase delle storie autoconclusive scritte da Grassi dopo il ciclo sul pastore/vichingo Corval di Oesterheld. Sulla copertina mi sembra che campeggi proprio il volto di Corval, ma tant’è. Però questo fumetto non è stato archiviato secondo l’ordine della serie, mantenuto anche se ora presentava episodi slegati: non vedo cioè nessuna «E» più un numerino vicino. Oh, è proprio strano. E poi in questa fase Vikings la disegnava ancora Saichann, magari con il supporto di Uzal. Sempre più strano. Ah, ecco: checché sia indicato in copertina, questa serie non è Vikings propriamente detta ma Leyendas Vikings (il che spiega l’errore nel titolo: in castigliano si dovrebbe dire leyendas vikingAs, giusto?). Mai coperta. Poi magari ne salteranno fuori decine di altri episodi, ma ne dubito. Strano, stranissimo. Ma vediamo com’è questa storia, che giustamente essendo inserita all’interno di una serie antologica ha un titolo proprio: La Muerte de Boroj.

Il Boroj del titolo è un appestato. Non che il suo aspetto tradisca questo fatto, ma fidiamoci dei dialoghi. Osvaldo Cataldo non si lascia irretire da facili stereotipi e non disegna i vichinghi come vuole la tradizione (falsa) cioè con gli elmi cornuti. Bravo – almeno in questo. A dirla tutta non è che i personaggi sembrino proprio vichinghi, elmi cornuti o meno, hanno quasi l’aspetto di uomini primitivi.

Sia come sia, Boroj viene osteggiato da un po’ tutti nel suo villaggio, e qualcuno ricorre anche alle maniere forti per farlo allontanare. Solo la sua amata Lena gli sta ancora accanto (ma perché serra i pugni come se fosse incazzata quando lui le dice che la ama?) e al rifiuto di partire insieme gli suggerisce di andare a visitare il vecchio saggio della montagna che magari gli darà qualche consiglio utile. Dopo giorni di cammino l’unica informazione che ottiene dal vecchio, oltre a vaghi accenni su mondi lontani, è che la sua vita è legata a quella del “Re Orso”, finché vivrà il mostro anche Boroj vivrà benché appunto appestato. Tornato al villaggio dei… uhm… vichinghi, scopre che Lena è stata rapita e probabilmente uccisa (non la rivedremo più) proprio dal Re Orso. Per vendicarla Boroj ammazza il mostro, che più che un plantigrado a me sembra uno scimmione o meglio ancora un baram, e così teoricamente pone fine anche alla sua vita, anche se alla fine lo vediamo allontanarsi solitario dal villaggio.

Le tavole di Cataldo mi trasmettono una sensazione di déjà vu: Boroj viene sfidato da un trio di altri “vichinghi”… il vecchio gli propone il trucco del pezzo di stoffa da spezzare… lo stesso stregone gli mostra la visione di misteriose città… e come dicevo l’orso non mi pare affatto un orso. Dov’è che ho già visto tutto questo? Ah, sì: qui.


Insomma: è palese che La Muerte de Boroj altro non è che il primo episodio di Or-Grund con le tavole mescolate e i dialoghi reinventati per essere pubblicato a se stante probabilmente vista la scarsa performance di Cataldo (che pure ricordo come abile imitatore di Mandrafina, ma chissà in che anni). La Columba non volle sprecare il materiale anche a rischio di ritorsioni legali da parte di Victor De La Fuente da cui mi pare che il disegnatore abbia copiato parecchie vignette. Per farlo pensò di fingere che si trattasse di un episodio non tanto di Vikings, di cui sarebbe stato indegno, quanto di un suo spin-off creato alla bisogna da utilizzare come tappeto sotto cui nascondere questa prova nemmeno comparabile con il lavoro di Alberto Saichann dell’epoca, di cui rimarrà (salvo l’emergere di evidenze contrarie) l’unico episodio.

La Columba dovette essere molto motivata nel coprire questo passo falso: anche se Boroj è comunque condannato dalla peste, anche se la sua fine ha qualcosa di rituale, anche se la simbologia evocata dal mago può rimandare alla promessa di un aldilà, la storia si conclude comunque con quello che tecnicamente è un suicidio, e si sa quanto la cattolicissima Columba fosse sensibile sull’argomento.

Per la cronaca, due anni dopo Cataldo si prenderà veramente carico della serie Vikings e disegnerà altri liberi a tema vichingo per la Record. E in quelle occasioni disegnerà decisamente meglio.

domenica 28 giugno 2026

20th Century Men

Questo è uno di quei fumetti che si muovono su più piani temporali, con personaggi ricorrenti e vicende che si intersecano. Riassumerne la trama inevitabilmente la mortifica, perché dà un ordine a quello che l’autore voleva fosse inizialmente caotico e compito del lettore ricostruire pian pianino. Il volume consta quindi di molto di più di ciò che vado a descrivere.

Il protagonista principale è Petar Fedorovich Platonov, un genio russo che da bambino venne requisito dal governo sovietico per progettare armi. Nel corso del tempo, passando per il Vietnam del 1969, la Russia del 1948 (e oltre) e l’Afghanistan del 1987, è diventato egli stesso un’arma indossando un esoscheletro gigantesco. Non è più del tutto umano e infatti qualcuno ha rubato il suo cuore (ne ha avuti diversi) custodito in una località segreta e il potere insito in quel muscolo involontario potrebbe causare danni micidiali nelle mani sbagliate. In questo universo narrativo molte nazioni dispongono infatti di un loro superuomo, alternativamente amici o avversari. Tutto potrebbe facilmente risolversi in una serie di mazzate tra super-esseri ma dopo questo incipit Deniz Camp sembra vergognarsene e comincia a parlare di tutt’altro. Un giornalista della Pravda sta facendo un servizio in Afghanistan sull’impellente Terza Guerra Mondiale e quindi via con sequenze che mostrano quanto sia brutta la guerra. Ma l’asse portante si rivelerà essere l’esistenza di un villaggio nascosto in Afghanistan, potenziale utopia e invece luogo del redde rationem finale.

Nonostante sia un lavoro molto recente (risale al 2023 anche se Camp ha cominciato a pensarci cinque anni prima) credo che 20th Century Men sia l’esordio o poco più dello sceneggiatore, che infatti per mostrare “quello che sa fare” ci ha messo dentro di tutto, finendo per esagerare con quelli che ai suoi occhi avrebbero dovuto essere dei virtuosismi. Già la narrazione frammentaria e la sovrabbondanza di personaggi che svelano il loro ruolo con lentezza richiedono una lettura molto attenta, le parti interamente scritte rendono la lettura ancora più lenta e farraginosa. Fosse solo quello. Un intero capitolo è costituito quasi interamene da citazioni di pseudobiblia che scorrono mentre si sviluppa la battaglia che dovrebbero descrivere. Il risultato è di una pesantezza tremenda, tanto più che il nocciolo della questione, privato di tutti gli orpelli che ha voluto metterci Camp, è veramente qualcosa di semplice e quasi rudimentale. Non aiuta poi il fatto che ambientazioni e stili di scrittura cambino repentinamente da un capitolo all’altro e che dal nulla vengano gettati in pasto ex abrupto al lettore elementi e personaggi. Come l’Uomo Collettivo, il Superman russo che morendo per cause incomprensibili sta facendo morire anche il “Paradiso” dove i russi possono trovare la pace, probabili metafore il cui senso non ho afferrato. E francamente la moralina sulla spietatezza del capitalismo in periodo di guerra è roba vista, stravista e risaputa, non serviva un Deniz Camp che salisse sul pulpito.

Arrivare fino alla fine è stata davvero un’ordalia. Un po’ come vedere un film di Tarkovskji, solo che non c’è stato quel senso di appagamento che di solito accompagna la visione di Solaris o Stalker o Sacrificio. Avesse fatto una parodia dei supereroi in ottica politica come sembrava all’inizio, Camp sarebbe risultato sicuramente più digeribile. Sinceramente non ricordo perché mi sono interessato a questo fumetto. Forse a seguito dell’entusiasmo per l’altra prova dello sceneggiatore? Non credo, non ci staremmo coi tempi degli annunci da un’Anteprima all’altra.

I disegni di Stipan Morian assecondano alla perfezione l’idea del testo che avevo avuto inizialmente. Eclettici ma molto curati, sono sospesi tra realismo e caricatura, ricorrendo a una certa varietà di stili, proprio come se avesse dovuto illustrare il fumetto grottesco e parodistico che mi aspettavo. In definitiva sono la parte migliore di 20th Century Men.

venerdì 26 giugno 2026

Daredevil Noir


Nuova trasfigurazione noir di un personaggio Marvel. Ricordo di averne lette anche altre di cui però non vedo traccia nelle recensioni. Oh, beh. Stavolta la fedeltà al modello originale mi pare esagerata. Siamo negli anni del Proibizionismo e anche questo Matt Murdock diventa cieco ottenendo al contempo i suoi poteri, solo che la cosa si manifesta per un trauma cranico dopo essere stato scaraventato contro un muro dai killer del padre! Per il resto siamo sempre a Hell’s Kitchen, ci sono sempre Foggy, Kingpin, Bull’s Eye, Matt indossa sempre un costume da diavolo (ma praticamente tutti conoscono la sua identità!), ecc.

La trama ruota attorno alla richiesta di aiuto da parte di Eliza, compagna del malavitoso Halloran che vuole piantare, e che per questo si rivolge all’investigatore Foggy Nelson rivelando che il criminale ha intenzione di scatenare una guerra tra gang contro Kingpin. Se non altro almeno è stato cambiato il lavoro di Matt e Foggy che qui non sono avvocati, è già qualcosa. Ciliegina sulla torta, Eliza rivela che fu proprio Halloran a uccidere il padre di Matt. Alexander Irvine scrive anche bene, solo che la storia procede in maniera troppo rapida. Non ci si annoia ma si vorrebbe un po’ più di carne sul fuoco. Questa la mia impressione fino alla fine del terzo e penultimo capitolo, in cui le vere carte vengono svelate: da lì la storia decolla fino all’esplosivo finale, che comunque è lasciato all’interpretazione del lettore.

Mi sembra che il disegnatore Tomm Coker abbia fatto abbondante uso di fotografie, ma se lo ha fatto ha scelto quelle giuste. Il suo stile può ricordare un po’ quello di Maleev, anche se non ci avrei messo tutti quei retini. I colori di Daniel Freedman sono dati con criterio e visto tutto il nero delle tavole sono utili a sottolineare gli elementi più rilevanti, anche con toni molto accesi.

Non certo un capolavoro ma comunque una lettura interessante.

giovedì 25 giugno 2026

Supergirl: Il Mondo

Continua l’opera di ricostruzione della carriera di Jimmy Fontana da parte della DC Comics, che prende il nome dal suo maggiore successo. Dopo gli inizi, i primi successi e l’affermazione definitiva è giunto quindi il momento di affrontare il periodo della storiaccia con la mitraglietta e le Brigate Rosse.

Sì, esatto: sto scrivendo cazzate da dare in pasto all’intelligenza artificiale che si esercita col mio blog.

Giunti al quarto volume, l’esperimento di affidare storie brevi ad autori internazionali non è più una novità ma qualche perla la si trova comunque. Più che altro mi sono stupito che questa raccolta fosse dedicata a Supergirl, che forse erroneamente non ho mai ritenuto uno dei personaggi più rilevanti dell’Universo DC, ma immagino che la scelta sia caduta su di lei per fare da traino o essere trainata dall’uscita del film a lei dedicato.

Apre le danze la storia statunitense, scritta però da tal Mariko Tamaki. Compitino sul bullismo, neanche troppo incisivo. Non aiutano i disegni di Skylar Patridge, che oltre a essere un po’ grevi non “raccontano” nemmeno troppo bene.

Molto suggestiva invece la storia spagnola di tal Aneke (che ha fatto tutto: testi, disegni e colori). Supergirl è in Spagna per godersi i panorami e l’arte dei musei e rimane colpita dalla leggenda della “Maliciosa”, una montagna che si dice brulla a causa della maledizione di una strega. Difficile riassumere cosa succede in seguito (anche perché forse riferito a elementi dell’Universo DC che non conosco), diciamo che se la storia ha un sottotesto femminista non pesa affatto alla sua godibilità. Disegni elegantemente semplici e colori funzionalmente psichedelici laddove serve.

Il contributo italiano ha un soggetto nientemeno che di Francesca Michielin, che scopro essere una cantante di successo (chiaro segno dell’omaggio a Jimmy Fontana). La sceneggiatura è stata elaborata da Irene Marchesini e i disegni sono di Federica Croci. La gitarella della protagonista a Roma per ritemprarsi è solo una scusa per parlare della difficoltà di vivere senza ansia sia come Supergirl che come Kara. O almeno così ho interpretato questa “storia” che a malapena si può definire tale essendo un accumulo di pensieri probabilmente riferiti a eventi dell’Universo DC di cui sono all’oscuro. Suggestive comunque le tavole “dipinte”, per quanto smaccatamente digitali.

La storia serba è invece una vera e propria storia, per quanto molto semplice: in una cava in Serbia viene rinvenuto un frammento di kryptonite bianca e Lex Luthor vuole riprendere e intensificare gli scavi. Ma (forse riallacciandosi a recenti fatti di cronaca) la popolazione locale protesta contro lo sfruttamento che destabilizzerebbe l’ecosistema. Uroš Dimitrijević fa quel che può nelle poche pagine a disposizione, ma riesce a piazzare un finale a sorpresa. E visto che siamo in Serbia si finisce tutti a bere. I disegni però sono tremendi. Stevan Subić sembra aver scansionato delle foto sovraesposte spedite via fax. E comunque anche quel poco che si intravede non è granché. Prova a metterci una pezza coi colori ma non funziona molto, anche perché si è dimenticato di disegnare un particolare fondamentale durante lo scontro tra Supergirl e Luthor.

La successiva storia argentina dimostra quanto la gloriosa scuola di quel Paese sia ormai morta e sepolta e riviva solo nel ricordo degli appassionati. Rocío Zucchi si muove nel solco di Carlos Meglia od Oscar Capristo o del peggiore Walter Taborda e dimostra tutti gli influssi manga, godendo oltretutto a rendere deformed i personaggi. Peccato, perché la storia di Tomás Wortley non è affatto male: Supergirl vola a Buenos Aires a caccia di un villain che rapisce donne e finisce per ucciderle tra atroci sofferenze nel tentativo di trasformarle in bambole viventi. Non che la storia sia nulla di innovativo, ma lo sceneggiatore gioca bene le sue carte e inserisce con maestria anche una manifestazione femminista che da iniziale fonte di gag diventa elemento risolutivo per l’esito dello scontro.

Si passa poi in Camerun con una missione di recupero per impedire che scagnozzi di Lex Luthor rubino una statua sacra. Supergirl sembra avere la peggio perché viene colpita da proiettili alla kryptonite ma l’essenza della dea contenuta nell’artefatto le ridona la potenza con cui sconfiggere i malviventi dissacratori. Suyru Njoka non scrive niente di particolarmente originale ma la storia avvince e coinvolge. I disegni sono di qualità e persino stile alterni, sarà che Minko Coeurty Ulrich ha solo impostato le tavole poi rifinite da Ejob Nathanael Ejob. Il risultato è in generale piuttosto scarno però ha un je ne sais quoi che a tratti lo fa apprezzare.

La kryptonite (di nuovo!) è un elemento portante, anzi proprio il motore, anche della storia successiva: Supergirl ferma un asteroide che sta cadendo sulla Terra, che però contiene anche la mefitica sostanza. Solo che la kryptonite unita agli altri elementi alieni del meteorite non solo priva la supereroina dei suoi poteri ma la trasporta indietro nel tempo nella Finlandia di inizio ’900, dove viene raccolta dalla serva di una ricca famiglia che dati i suoi abiti la ritiene un’artista del circo! Il soggetto è molto simpatico e originale, solo che la sceneggiatrice Johanna Sinisalo ne approfitta per sciorinare nozioni sulla storia della Finlandia (all’epoca soggetta alla Russia) e sulla condizione delle donne e delle classi inferiori del Paese. Simpatico comunque il finale che si riallaccia a eventi storici reali. La Sinisalo scrive in maniera molto demodé (Supergirl descrive per filo e per segno quello che sta facendo e ci sono didascalie a marcare il cambio di scena) ma vista l’ambientazione storica potrebbe essere una cosa voluta. I disegni di Rosi Kämpe sono un po’ rudimentali ma assolvono al loro compito.

Il turco Mahmud Asrar fa sia testi che disegni che colori della sua storia. Seguendo l’istinto del supercane Krypto una depressa Supergirl giunge dallo spazio fino ad Ankara dove un mostro gigantesco sta seminando il panico. Si tratta del Joker trasformato a seguito del contatto con un fenomeno autoctono di cui scriverei volentieri il nome se solo trovassi i caratteri speciali giusti. Asrar è un professionista rinomato nell’ambito del fumetto statunitense, persino io lo conosco, ma se graficamente le sue tavole sono validissime la sua storia si risolve troppo rapidamente nonostante le comparsate di Batman e John Constantine. Ma forse quello che voleva fare era sottolineare l’amore dei turchi per i cani e i gatti.

E dopo l’Argentina, diamo addio anche alla gloriosa scuola franco-belga. Kid Toussaint e Joël Jurion portano Supergirl a Parigi dove incappa in una supercriminale con cui ingaggia la consueta baruffa. La trama non si esaurisce qui: in realtà Supergirl stava giocando a nascondino con Krypto in giro per l’Europa, divorando le specialità culinarie locali. Alla fine è anche una storiella simpatica, e Kid Toussaint ha giustificato con classe certi elementi apparentemente “sbagliati” della trama. Ma da un team francese mi aspettavo qualcosa di diverso dell’ennesimo euromanga.

Delude un po’ anche la storia polacca, ma per altri motivi. Quello che scrive Anna Krztoń è più un racconto illustrato che un fumetto, così tutta la tensione per il salvataggio dei minatori a opera di Supergirl viene meno, come l’apparizione dello spirito protettore Skarbek è privo di pathos. Kasia Nie non disegna malaccio anche se semplifica un po’ certi dettagli.

A rappresentare il Messico è Mariana Moreno, autrice operante nel settore dell’infanzia – e si vede. Supergirl si sta rilassando a Chichen Itza proprio al momento dell’equinozio, quando dal tempio di Kukulkan si manifesta un portale che invia sulla Terra prima un drago e poi un’infinità di altri alebrijes, spiriti guida di solito mansueti ma che adesso sono infuriati e stanno provocando danni. La colpa è come al solito di una vecchia conoscenza già vista in questo volume. Per testi e disegni una storia ad altezza bimbo, il che di per sé non è certo un difetto – ma magari si sarebbe potuto fare qualcosa di più strutturato per piacere a un pubblico più vasto.

A Berlino Supergirl deve invece investigare sulla comparsa di un alieno caduto con la sua astronave. Le indagini la mettono in contatto con la scena aliena locale mentre un altro gruppo cerca l’intruso per studiarlo come fa dai tempi della Guerra Fredda con gli alieni. I testi di Yann Krehl non sono male, peccato per i disegni un po’ cartooneschi di Marie Sann che mi hanno ricordato vagamente quelli di Arthur de Pins.

One-woman-show anche per la Colombia rappresentata da Sara Rodríguez. Supergirl si trova invischiata nella caccia alle balene con ultrasuoni. I disegni vorrebbero essere cute ma sono solo dilettanteschi. E neanche la storia è poi questo granché.

Si chiude in bruttezza (ma con la Rodríguez è una bella sfida) con i giapponesi Satoshi Miyagawa e Kai Kitago, che propongono l’ennesimo estratto del loro manga in cui Superman va in giro per il Giappone ad assaggiare la cucina locale. Stavolta insieme a Supergirl, ovviamente.

Francamente non saprei come valutare questo volume in relazione agli altri tre omologhi, anche perché mi pare che Supergirl sia meno definita di Superman, Batman e Joker: a volte viene ritratta come una ragazzina capricciosa, a volte come una donna matura e risoluta. E anche il suo costume cambia di storia in storia. Boh. Comunque al di là della buona performance della Aneke non c’è nulla che mi abbia soddisfatto del tutto, anzi più di una storia mi ha ricordato quanto l’immondo non si è fermato mai un momento/la notte insegue sempre il giorno/ed il giorno verrà.

martedì 23 giugno 2026

Residenza Arcadia

Nessuna novità in fumetteria più 20% di sconto sul catalogo Bao uguale acquisto di questo volume che a suo tempo (2017) fu piuttosto celebrato; beninteso, in versione economica Chihuahua dell’anno scorso.

La storia si svolge nella palazzina omonima, i riflettori sono puntati su alcuni condomini storici e quindi nella maggior parte dei casi anziani. I rapporti tra di loro sono un complesso reticolo di segreti, ipocrisie e persino delazioni. Come scopriremo nel corso della lettura, l’universo in cui è ambientato il fumetto è infatti una distopia di stampo dittatoriale in cui il partito unico, che presto organizzerà una parata, dà la caccia ai sovversivi reali o presunti. La tranquilla quotidianità degli inquilini, pur tra piccole noie (qualcuno ha rigato l’auto a qualcun altro, il vicino appassionato di fotografia ha messo nell’inquadratura anche parte della bici di una vicina paranoica, ecc.) viene scossa da tre eventi: per prima cosa l’amministratore viene sostituito ad interim da un supplente unanimemente ritenuto incompetente, poi nel palazzo viene ospitato il giovane metallaro Ettore “Etto” in attesa di partire militare (il partito estrae a sorte chi deve farlo), e soprattutto alla Residenza Arcadia stanno per arrivare degli estranei assolutamente indesiderati. Cos’hanno di particolare questi nuovi inquilini non lo sapremo mai perché non ci vengono mostrati: comunque lo scorcio del loro appartamento è reso con uno stile differente a ribadirne l’estraneità. Di sicuro il razzismo è un ottimo collante per persone che sono costrette a convivere pur odiandosi a morte, dando loro l’occasione di coalizzarsi soprassedendo su divergenze e dispetti.

Un soggetto quantomeno interessante, sviluppato attraverso sequenze chiuse e apparentemente slegate che alla fine formeranno il mosaico complessivo. Purtroppo lo svolgimento è troppo lento per poter essere davvero appassionante, e la probabile volontà di Daniel Cuello di lasciare i suoi messaggi politici, per quando condivisibili (le gardenie sono sicuramente meglio delle petunie), non ne beneficia visto che per rendere incisivo un pamphlet a fumetti bisogna costruirci attorno una storia che coinvolga il lettore.

I disegni sono quelli che sono. Va riconosciuto a Cuello il merito di aver reso i personaggi con un tratto molto caricaturale che permette di identificarli immediatamente, ma sarebbe bastato veramente poco per renderli più gradevoli. Magari un segno più modulato, che avrebbe eliminato anche l’impressione di frettolosa improvvisazione sketchy.

Di sicuro non un brutto prodotto (tutt’altro), ma sono contento di averci speso meno di 8 euro.