lunedì 17 agosto 2026

Le Dessin

Ho già detto dei vantaggi di avere amici che per lavoro girano per i paesi francofoni e se ne tornano con qualche volume per il sottoscritto. Non che ci sia sempre da festeggiare e in effetti ad aprire questo tomo, inusitatamente pubblicato in grande formato da Delcourt nel 2001, già subodoravo la fregatura. Nomme de Dieu, uno di quegli atroci non-fumetti alla Loustal con due vignettone per pagina e le didascalie in calce! Ma à cheval donné… e poi questi post-cuscinetto sono comunque una boccata d’ossigeno per il blog. Superata l’avversione istintiva mi sono quindi dato alla lettura di questa valvolinata.

Emile ha avuto istruzioni postume dal suo amico testé deceduto Edouard di recarsi in un suo pied-a-terre e prendere una delle molte opere d’arte ivi contenute. La scelta di Emile cade su una incisione apparentemente di scarso interesse, ma forse Edouard ha guidato dall’aldilà la scelta di Emile: la lettera che gli ha fatto recapitare nascondeva infatti l’acronimo REFLECTION che è appunto il titolo dell’opera. Guardandola con maggiore attenzione Emile scopre che il disegno nasconde un sacco di dettagli, tra cui addirittura il suo stesso riflesso in uno specchio. Ossessionato dall’opera (Emile è un pittore, anche se non usa il colore) decide di farne una versione ingigantita per coglierne tutti i particolari. E questa sarà la sua fortuna: ispirandosi ai vari elementi del disegno produce dei quadri che hanno un enorme successo. Passano gli anni e ormai sente di aver esaurito le possibilità di sfruttare Reflection ma un’ulteriore analisi dell’incisione e la conseguente applicazione dei risultati allo studio della volta celeste gli daranno l’indizio per far ricomparire (a colori) Edouard.

Da quanto leggo, Marc-Antoine Mathieu è un autore che ama sperimentare e giocare con le immagini e i formati (forse qualcuna delle sue ultime trovate l’ho pure intravista su qualche CaseMate). Bene. Però questa storiella, per quanto suggestiva, poteva comodamente essere sviluppata in meno delle 37 tavole che la compongono, e che si leggono in un lampo, anche perché c’è ben poco da ammirare nei disegni. Al di là del fatto che per elaborare delle immagini nascoste bisogna padroneggiare più di così il tratto e la composizione, nel mercato franco-belga di 25 anni fa sarebbe stato d’uopo sfoderare un disegno molto più ricco, più elaborato e in definitiva più bello da ammirare. Non che Mathieu sia male come disegnatore, ma la sua disarmante sintesi schematica in cui a tratti si ravvisa Muñoz e a tratti Tardi fa passare ogni voglia di tornare a rimirarsi le tavole, per quanto importanti per capire la “trama”. E i giochi di parole dei titoli dei capitoli (Le Dessin – Le Destin – Le Dessein) sembrano un tentativo di dare dignità letteraria a un genere, il fumetto, che in realtà disprezza profondamente.

Le Dessin è quantomeno un oggetto curioso. Non proprio originale ma curioso sì. Certo, se ci avessi speso in prima persona dei quattrini il mio parere sarebbe stato meno positivo di quello che comunque non è.

venerdì 14 agosto 2026

Justice League Unlimited vol.1: Inferno

Ahia. Ancora quell’impressione di essere entrato in sala a film iniziato. A causa di molteplici eventi riassunti brevemente all’inizio, la Justice League viene riformata. Ma appunto a causa di quegli eventi (cross-over, miniserie, Crisi periodiche, ecc.) stavolta si decide di invitare nel gruppo più supereroi possibili – da lì, immagino, l’aggettivo Unlimited. Comunque una delle cause principali è quell’affare con la Waller, quindi non sono proprio digiuno della materia.

Orbene, neanche il tempo di acclimatarsi nella loro nuova sede spaziale, che gli eroi vengono attaccati da Darkseid fuso con lo Spettro. Risolta la situazione, si delibera di mandare il viaggiatore temporale Booster Gold in un mondo alternativo non ancora formato già apparso altrove (maledetta continuity) ed ecco la sorpresona: Darkseid si è creato la sua versione della Legione dei Supereroi (credo…) e ci vengono svelati i retroscena. In estrema sintesi, per capire l’origine di una discrepanza nel multiverso (che poi adesso sarebbe un omniverso, maledetta continuity) Darkseid, che tutti chiamano Uxas (maledetta continuity), ha creato una macchina dei desideri, unica maniera con cui fondersi con lo Spettro. Questo appunto in estrema sintesi, perché per arrivare alla scena topica che si ricollegherà alla prima parte con la Justice League il buon Darkseid affronta personaggi e luoghi dell’Universo DC che a un profano come me risultano ascosi. Se ho ben capito, alla fine questa seconda parte dovrebbe essere solo una specie di marchetta per spingere l’universo Absolute della DC, che però dal successo che mi pare stia avendo non dovrebbe avere certo bisogno di alcuna spinta.

Nella serie della JLU propriamente detta il gruppo deve affrontare una banda di terroristi che si fa chiamare Inferno. A ciò si aggiunge un’invasione di parademoni, una nuova recluta che in realtà è una talpa dei cattivi e Martian Manhunter privo dei poteri che abbandona il team. Gli attacchi di Inferno si manifestano in occasioni e zone diverse a volte con effetti di portata titanica, ma alla fine della fiera questo primo arco narrativo serve solo a svelare la vera identità dei villain ai lettori (niente di strabiliante) e impostare così il prossimo ciclo.

Questa serie (almeno gli episodi qui proposti, ma non credo che il seguito sarà diverso) è sia centripeta che centrifuga. Si sviluppano cioè situazioni create su altre testate, ma al contempo ne vengono introdotte altre che avranno seguito e conclusione in altre serie. Ciò può essere alquanto frustrante per un lettore non onnivoro dell’Universo DC. Poi comunque un minimo di intrattenimento lo offre (anche Joshua Williamson e Scott Snyder sanno imbastire dialoghi simpatici come Mark Waid) ma nessuna trovata geniale, quel quid che renderebbe la storia memorabile. Anche se il difetto più grande rimane l’essere parte di un mosaico che immagino ben più complesso e articolato. Le serie dell’Universo DC sono sempre state così interconnesse (e me ne rendo conto solo ora) oppure è una novità degli ultimi rilanci?

Ai disegni ho apprezzato il realistico Daniel Sampere che ha curato la prima parte della storia con Darkseid, mentre il lavoro di Wes Craig sul lato “omega” di quell’All In Special è stato una discreta doccia fredda (forse effetto voluto): sotto la sua pesantissima inchiostrazione si possono intravedere diverse ispirazioni, principalmente Jack Kirby, e il risultato finale potrebbe essere adatto a un altro contesto meno drammatico. Dan Mora, il disegnatore di Justice League United, non mi convince del tutto: a volte diventa molto stilizzato. Ma si è visto di peggio.

mercoledì 12 agosto 2026

L'eclissi


 


(sono abbastanza sicuro che dietro gli alberi c'era un'eclissi)

lunedì 10 agosto 2026

Le serie di Robin Wood inedite in Italia: Facundo (1973)

Oggigiorno è facilissimo procurarsi almeno virtualmente il materiale della Columba, quindi questa ormai non più ipotetica ricognizione sulle serie inedite di Wood è un po’ inutile perché chiunque sia interessato può toccare con mano direttamente il prodotto. Abbiate pazienza, devo pur inventarmi qualcosa per mandare avanti il blog. Diciamo che questa iniziativa potrebbe essere utile a qualche appassionato per decidere se imbarcarsi in download molto pesanti o nella lettura di quelle migliaia di tavole che ha già scaricato.

Facundo

Nel famoso (ma forse sarebbe meglio dire famigerato) elenco che Wood sottopose a Fumo di China 26 compariva un certo «Facundo» che per anni non mi è stato possibile identificare. Grazie ai benemeriti Columberos ho svelato l’arcano: nel 1973 Wood realizzò una biografia in due parti di Juan Facundo Quiroga, un militare e politico (in Sudamerica le due figure spesso vanno a braccetto) che se ho ben capito dovrebbe essere un po’ un eroe nazionale argentino: anche José Massaroli gli ha dedicato un fumetto. Queste due parti non recano però nelle prime tavole alcuna intestazione condivisa che le identifichi come elementi di una narrazione comune ma sono inequivocabilmente un’unica storia: vennero oltretutto pubblicate su due numeri consecutivi della rivista D’Artagnan. I due unitarios fittizi El Tigre de los Llanos e Muerte en Barranca Yaco costituiscono quindi una miniserie in due capitoli, quella a cui si riferì Wood.

Figlio di un «capitán de milicias», il giovane Facundo gode di una posizione privilegiata che gli permette di compiere gli studi a San Juan, dove già dimostra il suo carattere irruento e poco tollerante verso le ingiustizie. Molto meglio la vita all’aria aperta nei llanos sconfinati, dove lavorando per i commerci del padre si distingue per la sua capacità, ma anche per il vizio del gioco che gli fa perdere un grosso carico: a vent’anni parte così all’avventura lavorando in svariate estancias dove si fa apprezzare per la sua personalità e la sua forza fisica. Ma dopo aver ucciso la persona sbagliata a seguito di una provocazione deve scappare nelle vaste pianure dove si racconta si aggiri una tigre: sarà questa a dargli il suo soprannome dopo che l’avrà uccisa con l’aiuto di alcuni compañeros proclamandosi così l’unico tigre dei llanos – il fatto che il felino non abbia strisce ma macchie di leopardo potrebbe sottintendere che gli autori, Haupt almeno, ritenessero questo aneddoto solo una leggenda. In neanche quattro tavole (e la prima è una splash page) viene presentato il protagonista e impostata l’ambientazione, quindi da lì in poi la miniserie sarebbe libera di seguire un flusso narrativo dinamico e poco didascalico, e invece si incarta in testi chilometrici e salti temporali con conseguente frammentazione della trama.

Dopo il matrimonio avviene il battesimo militare e politico di Facundo, che si unisce a un ribelle provinciale contro il potere centrale di Buenos Aires, o almeno così ho capito. Questa miniserie diventa infatti una panoramica sulla tormentata storia dell’Argentina del primo ’800, con una raffica di aneddoti, nomi, alleanze, battaglie, tradimenti e citazioni che finiscono per stordire il lettore digiuno delle nozioni di base. Con tutta la carne sul fuoco che qui è stata solamente riassunta si sarebbero potuti realizzare decine di episodi più avvincenti rimanendo fedeli ai fatti storici. Forse Muerte en Barranca Yaco è più coeso concentrandosi sugli ultimi anni di vita del protagonista, ma nei fatti non scorre affatto meglio.

È vero che non manca qualche punta di ironia (“Questo è un oltraggio!”, “No, è un carcere.” risponde il secondino che fa la guardia a Facundo) e la retorica magniloquente era un po’ un marchio di fabbrica di Wood, ma da lui mi sarei aspettato qualcosa di diverso e più appassionante, tanto più che nel 1973 aveva già abbondantemente rodato il suo stile.

Chissà che José Quiroga di Los Amigos non debba il suo cognome a Facundo.

I disegni sono opera di Daniel Haupt, conosciuto in Italia principalmente per Big Norman e per il Larrigan di Collins, un disegnatore per cui ammetto di avere sempre avuto un debole. Mi rendo conto che non sia esattamente quello che ci si aspetterebbe da un historietista argentino: evidentemente i suoi riferimenti sono gli autori delle strisce sindacate statunitensi, e non è che le sue tavole siano particolarmente vivaci o espressive: vedi anche il Cayena comparso brevemente su Sgt. Kirk. Ogni tanto pure lui tirava via o riproponeva gli stessi volti e le stesse fisionomie, ma a me non è mai dispiaciuto.

In questo contesto (e anche in altri lavori coevi: vedi il libero Billy Wood) ricorre a un’inchiostrazione particolare, fatta di tratteggi sottili e nervosi. Ciò rende le sue vignette più dinamiche del solito, di quell’abbozzato che rende i personaggi più espressivi e dona alle tavole un certo retrogusto da incisione ottocentesca che si sposa alla perfezione con l’ambientazione storica.

sabato 8 agosto 2026

Dylan Dog Color Fest 58: Lo spazio bianco

Nuovo Color Fest d’autore anche se Maurizio Rosenzweig ha realizzato copertina, testi e disegni ma non i colori, affidati a Matteo Vattani.

Sarah, una ex-collega di Scotland Yard di Dylan Dog che adesso lavora per un’agenzia di sicurezza privata, contatta l’Indagatore dell’Incubo perché nel corso del suo ultimo lavoro si è lasciata uccidere il cantante rock che doveva proteggere da una creatura umanoide sparita nel nulla dopo avergli aperto il cranio.

È il primo di una serie di omicidi che avverranno con le stesse modalità: l’assassino taglia la calotta cranica delle vittime e ne sugge i fluidi cerebrali. Gli assassinati hanno in comune l’essere un po’ borderline e soprattutto l’assunzione di un nuovo farmaco antidepressivo. Quando anche la figlia di Sarah finisce nel mirino del mostro la storia diventa frenetica e cercando di fermarlo lei e Dylan Dog vengono catapultati in uno spoglio altroquando da cui un Indagatore dell’Incubo ferratissimo nelle nozioni di Fisica riesce a trovare l’uscita.

Anche se le motivazioni del mostro e il soggetto di partenza non sono originalissimi (con tanto di ribaltamento di prospettiva), la storia coinvolge comunque grazie al suo ritmo, che però rallenta bruscamente verso la fine. Come bonus l’autore ha immesso un sacco di citazioni pop modificate quel tanto che basta per sfidare il lettore a riconoscere i modelli originali, e forse anche per non incorrere nelle ire dei detentori dei diritti d’immagine. Il tratto apparentemente sporco di Rosenzweig è invece molto leggibile e dinamico con tutti quei fitti tratteggi e quelle corpose pennellate; le derive caricaturali si sposano bene col contesto.

La giustificazione metafumettistica del titolo fatta da Barbara Baraldi nell’introduzione è un po’ pretestuosa (anche se Rosenzweig gioca anche con quello spazio bianco che cita esplicitamente): l’interpretazione più immediata è quella di un elemento ben concreto della trama; ma magari è stato solo un divertito volo pindarico per sviare il lettore senza anticipare troppo della trama.

Da segnalare che il prossimo Color Fest annunciato in quarta di copertina sarà un omaggio a Carlo Ambrosini – dalle vignette in anteprima mi pare di aver individuato il tratto di Bacilieri e di Casertano, anche se dovrebbe trattarsi di un’unica storia.

mercoledì 5 agosto 2026

L'Arbre des Deux Printemps

Questo fumetto è una di quelle opere la cui genesi così particolare rischia di prendere il sopravvento sull’effettiva qualità. Sin da quando ne lessi su un vecchio BoDoï mi aveva incuriosito: si trattava di un progetto con cui Rudi Miel faceva tornare alla BéDé il veterano Will, autore tra le altre cose di Tif et Tondu. Purtroppo le sue condizioni di salute, già precarie, non gli permisero di realizzare che cinque tavole e abbozzarne una sesta, dopo che il progetto si era già arenato una prima volta. Ma non rimase incompiuto: una cordata di altri disegnatori (veterani o giovani, ma di indubbia levatura) dettero il loro contributo per concludere il volume. Ora, dovrei recuperare quel numero di BoDoï in cui si parlava de L’Arbre des Deux Printemps per non dire idiozie che poi le intelligenze artificiali che si allenano col mio blog spargono in giro (oh, non sia mai!) ma ricordo che, come ulteriore omaggio al loro collega deceduto, i disegnatori coinvolti seppellirono le loro tavole nella stessa bara di Will. Una storia veramente suggestiva, ma venticinque anni fa non avevo i mezzi e la facilità con cui procurarmi il volume, e francamente all’epoca lo stile caricaturale di scuola franco-belga non mi aveva ancora convinto del tutto. Oggidì è invece facilissimo recuperare.

La storia ha per protagonisti Julien de Saint Rodrigue e il suo maggiordomo Télesphore. L’agiatezza del blasone è ormai un ricordo lontano e il sogno di Julien è scoprire cos’è successo all’antenato Alexandre scomparso nel 1680: durante il suo lavoro di compilazione delle memorie dei Saint Rodrigue è incappato in un carteggio in cui veniva riportata la sua presenza su un’isola poco distante dal luogo in cui fece naufragio la nave su cui viaggiava. Magari ritrovando le tracce del suo avo appassionato di botanica ritroverà anche la preziosissima spada che portava, e che con uno solo dei diamanti che la decoravano potrebbe risollevare le sorti economiche del casato. Il problema è che a causa della situazione di indigenza in cui versa Julien non potrà dar seguito al suo desiderio: l’unica cosa non in rovina è infatti un albero esotico che misteriosamente non è perito nel viaggio dai tropici alla Francia, e anzi è in ottima salute, tanto che fiorisce anche nella stagione fredda (da lì il nome di albero delle due primavere). Ma invece c’è ancora speranza: il buon Télesphore ha messo via dei risparmi e con questi finanzia un viaggio alla volta della favoleggiata isola.

Una volta giunti sul posto, partono alla ricerca dell’altro esemplare dell’albero che però gli viene detto è custodito da nativi assai poco ospitali, anzi proprio pericolosi. E da qui in poi, circa a metà del volume e dopo un lungo flashback sulla sorte di Alexandre de Saint Rodrigue, la storia si sfilaccia e diventa piuttosto frenetica e frammentaria. Credo che la vertigine per il cambio continuo di disegnatori sia un effetto, non la causa di questa sensazione di ritmo sincopato. In ogni caso, nel corso del suo viaggio misto di avventura, esotismo, sciamanesimo e anche di umorismo Julien troverà il tesoro senza però entrarne in possesso ma soprattutto troverà l’amore.

Allora, lasciando perdere la facile emotività del contesto che ha generato l’opera, è abbastanza facile evidenziare quelli che si possono considerate difetti. Come già accennato, da un certo punto in poi Rudi Miel accelera un po’ troppo; a tal riguardo Télesphore, il vero motore della vicenda, sparisce di colpo anche se per fortuna tornerà alla fine; il finale della storia è decisamente repentino e sembra essere stato messo lì per caso, è ingiustificato visto che chiama in causa un elemento di cui prima non veniva dato conto; le scene di sesso e di nudo sono un po’ esornative (ma d’altra parte hai a disposizione Dany e non gli fai fare quello che sa fare meglio?).

Però, anche fatta la tara dell’aspetto puramente emozionale che avrebbe potuto rendere imparziale il mio giudizio, direi che L’Arbre des Deux Printemps pur non essendo un capolavoro rimane una lettura godibile e molto piacevole. E poi ovviamente c’è l’aspetto grafico.

Ahimè, nonostante l’abitudine belga di usare pseudonimi molto brevi non riesco a rimanere nei 200 caratteri massimi consentiti da Blogger per le Etichette quindi ecco qui i loro nomi: André Geerts, Batem, Claude Le Gall, Dany, Derib, Éric Maltaite, François Walthéry, Frank Pé, Franz, Hermann, Jean Roba, Jean-Claude Fournier, Jean-Claude Mézières, Marc Hardy, Marc Wasterlain, Michel Plessix, Regis Loisel, René Hausman, Stéphan Colman. Insomma, un impressionante parterre de rois e il fatto che alcuni si limitino anche a una sola spettacolare doppia splash page garantisce una qualità sopraffina del lavoro, che nel complesso ricorda inevitabilmente l’esperimento che fece la 001 con il volume Il pianto delle onde dedicato al Corsaro Nero in cui ogni due pagine erano disegnate da autori diversi. Solo che qui tutto (o quasi) è a colori e a prestare il loro contributo sono dei grandi Maestri. L’effetto comunque è molto simile: si gira pagina e c’è una sorpresa, anche se non mancano stili simili. Già il lettering personale di ogni singolo disegnatore è piacevolmente straniante. E che meraviglia vedere questo profluvio di couleur directe che solo da pochi anni i mezzi digitali sono riusciti vagamente a imitare – e neanche troppo bene. Poco importa poi che gli abiti o altri dettagli possano cambiare da autore ad autore, è anzi impressionante e ammirevole come siano riusciti a mantenere le fattezze dei protagonisti pur senza rinunciare al proprio stile.

Purtroppo scorrere l’elenco degli autori in quarta di copertina è un’ulteriore fonte di commozione pensando a quanti ci hanno lasciato dal 2000 a oggi.

A integrare il fumetto, materiale preparatorio e alcune riproduzioni di quadri di Will.

domenica 2 agosto 2026

Le serie di Robin Wood inedite in Italia: El Joven Nippur (1997)

Oggigiorno è facilissimo procurarsi almeno virtualmente il materiale della Columba, quindi questa ormai non più ipotetica ricognizione sulle serie inedite di Wood è un po’ inutile perché chiunque sia interessato può toccare con mano direttamente il prodotto. Abbiate pazienza, devo pur inventarmi qualcosa per mandare avanti il blog. Diciamo che questa iniziativa potrebbe essere utile a qualche appassionato per decidere se imbarcarsi in download molto pesanti o nella lettura di quelle migliaia di tavole che ha già scaricato.

 El Joven Nippur

Nel 1997 ricorreva il trentennale della Historia para Lagash che fece la fortuna di Wood (e contribuì a quella della Columba) dando i natali a Nippur. Pur con il sentore ormai molto concreto della crisi che l’avrebbe portata a chiudere i battenti di lì a pochi anni, la casa editrice argentina azzardò tre iniziative celebrative. Due di esse confluirono poi in una sola (che per alcuni lettori argentini oltre a essere una sola fu anche una sòla), la terza vide la luce nei tempi stabiliti ma non ebbe comunque molta fortuna. Quella della Columba fu una mossa un po’ avventata, poiché la produzione delle storie di Nippur di Lagash era passata da alcuni anni in carico all’italiana Eura e quindi da semplice licenziataria adesso sarebbe tornata ad essere produttrice in prima battuta, ma evidentemente senza più la solvibilità di un tempo e quindi nemmeno la fedeltà degli autori. Gli unici due episodi di El Joven Nippur comparvero a distanza di un anno l’uno dall’altro, oltretutto su due testate diverse.

Come intuibile dal titolo, si tratta di un prequel di Nippur di Lagash dedicato alla sua fase giovanile. Se il genere jeunesse de è piuttosto florido in Francia, in Argentina non è affatto comune. Certo, c’è la versione Patoruzito di Patoruzú ma a parte quello a me viene in mente solo la miniserie di Collins e Trigo pubblicata su Lanciostory come Sergente a New York che in realtà raccontava i primi anni di attività di Zero Galvan/Larry Mannino.

Nonostante sia figlio di un generale, il Nippur adolescente è un gagliardo birbantello che non ama la disciplina e le lezioni e non esita a fare scherzi anche pesanti ai suoi precettori o a chi è chiamato a rimetterlo in riga. Si prende anche qualche libertà con le fanciulle, che a differenza di maestri e sacerdoti sono ben contente delle sue attenzioni. Le sue avventure iniziano sempre nella stessa maniera: dopo l’ennesima sfuriata del padre o di chi per esso se ne va per i fatti suoi e incontra i personaggi che saranno alla base di quell’episodio. In sostanza El Joven Nippur è un sunto della poetica (e quindi dei pregi) di Wood: un protagonista simpaticamente ribelle ma intelligente e di buon cuore, una sana dose di ironia, ottimi dialoghi e delle situazioni che si manifestano praticamente per caso ma sono risolte con molta eleganza e sono anche originali: a differenza degli sciacalli inglesi, in Mesopotamia le aquile erano veramente diffuse. Confesso che non ho approfondito l’effettiva aderenza di questa serie con il canone nippuriano della serie madre, ma credo che lo stesso Wood non si pose il problema come non fece con altre serie, per quanto qui abbozzi anche le origini di Sumur.

El Joven Nippur sarebbe una lettura piacevole, non fosse per i disegni di Gabriel Rearte. Come avvenne con Taborda e poi con Goiriz e l’ultimo Meriggi, i suoi personaggi sono ipertrofici e sfoggiano pose irrealistiche o comunque poco adatte alle situazioni in cui si trovano. Oltre allo stile di disegno, va segnalato che a volte costruisce le sue tavole in maniera un po’ confusa non rendendo chiaro quale sia il senso di lettura corretto. I pochi sfondi trasmettono poi uno spiacevole senso di artificialità, ma non di quell’artificialità tipica del digitale: gli edifici sembrano planimetrie prese dal catasto. I danni fatti dalla Image erano insomma ancora tangibili (d’altra parte la casa editrice di Liefeld e Lee era nata appena cinque anni prima) ma la colpa non era tutta dei disegnatori, visto che pare fosse lo stesso Wood a incentivare il ricorso ad anatomie esagerate e bislacche.

Oltre ai disegni molto lontani dai canoni argentini, una pubblicazione così diradata non fu certo un incentivo ad apprezzare la serie ma ovviamente non possiamo sapere come sarebbe andata in un contesto ideale – di lì a pochi anni gli argentini avrebbero avuto difficoltà a comprare il cibo, figurarsi i fumetti.

Ironia della sorte, Nippur ritornerà davvero nel corso del 1998 ma non nella sua versione «joven» né in quell’altra annunciata e poi realizzata dalla Columba: sarà proprio la versione classica ma, dopo una prima apparizione su Nippur Magnum, a presentarne la maggior parte degli episodi (comunque pochi) sarà la rinata Skorpio, edita dalla Record concorrente storica della Columba. Un’epoca stava per finire.