Oggigiorno è facilissimo
procurarsi almeno virtualmente il materiale della Columba, quindi questa ormai
consolidata ricognizione sulle serie inedite di Wood è un po’ inutile perché
chiunque sia interessato può toccare con mano direttamente il prodotto. Abbiate
pazienza, devo pur inventarmi qualcosa per mandare avanti il blog. Diciamo che
questa iniziativa potrebbe essere utile a qualche appassionato per decidere se
imbarcarsi in download molto pesanti o nella lettura di quelle migliaia di
tavole che ha già scaricato.
Star
Wars – La Guerra de las Galaxias

Un genere molto frequentato dalla
Columba era quello delle versioni a fumetti di film di successo. D’altra parte
la casa editrice si era sempre dedicata alla trasposizione a “fumetti” di
classici (e assai meno classici) della letteratura, e ho scritto fumetti tra
virgolette perché in sostanza si trattava spesso di mettere delle illustrazioni
a inframmezzare testi chilometrici. Quando Columba ebbe accesso all’archivio di
un distributore cinematografico argentino la sua attenzione si spostò dai
romanzi ai più appetibili film, con qualche scelta inaspettata, come certe
pellicole italiane che non pensavo fossero uscite dai confini nazionali (ma
Oswal mi diceva di aver apprezzato
Ettore Scola)
oppure opere d’autore e/o molto violente per gli standard dell’editore come
Taxi Driver.
Garcia Seijas mi raccontava che spesso questi film erano versioni assai improvvisate realizzate basandosi
su foto di scena e su un riassunto sommario della trama, che quindi non sempre
rispecchiavano del tutto il film, ma così a occhio mi sembra che
La Guerra de las Galaxias fosse fedele
al materiale di partenza.
In generale non si potrebbe
parlare di serie per delle trasposizioni di opere che nascono come
autoconclusive, né le tempistiche produttive del cinema permetterebbero una
pubblicazione ravvicinata di uno o più sequel (non negli anni ’70, comunque).
Ma ci sono delle eccezioni come la saga dei Rocky
di Stallone.
E anche La Guerra de las Galaxias
rientra nella categoria, visto che ne venne pubblicata tutta la prima trilogia
filmica. Wood si trovò quindi inconsapevolmente a scrivere il primo episodio di
una serie.

Tantissimo tempo fa in un
galassia molto, molto lontana i pianeti sono stretti tra due forze in lotta: da
una parte il tirannico Impero capitanato da Darth Vader e dall’altra gli
Alleati che vi si oppongono. Tra i secondi milita la principessa Leia, che ha
sottratto dei piani segreti per un satellite/arma dell’Impero e che per questo viene
rapita dalla nave spaziale su cui viaggia dopo un attacco di cui è l’unica
superstite. Più o meno: infatti due robot che viaggiavano con lei, l’umanoide Threepio
che ha mansioni diplomatiche e il bussolotto semovente Artoo, riescono a
scappare con una navetta di salvataggio e finiscono sul pianeta desertico
Tatooine (o almeno la parte che ci viene mostrata è desertica). Qui vengono prima
rinvenuti “fuori scena” dai locali mercanti Jawas e quindi comprati dal giovane
Luke Skywalker, altresì noto come «el caminante del cielo», che si annoia a
morte a vivere in quel pianeta con lo zio. Proprio l’acquisto dei due robot gli
fornisce occasione per fuggire dalla monotonia: Artoo contiene infatti l’ultimo
messaggio di Leia prima di essere catturata, in cui chiede aiuto a tal Obi Wan-Kenobi.
Il quale diverrà presto solo Obi Kenobi visto che l’assonanza tra Wan e Juan
avrà fatto pensare alla Columba che un “Obi Giovanni Kenobi” potesse sembrare
provinciale.
Guarda caso, Kenobi risiede poco
distante e andando a cercare Artoo scappato proprio per raggiungerlo anche Luke
e Threepio lo trovano. Kenobi conosceva il padre di Luke e gli fornisce la spada
laser del genitore. Recapitata la richiesta di intervento al generale Kenobi da
parte di Leia, non mi è molto chiaro come tutti capiscano al volo che è tenuta
prigioniera proprio nel satellite/arma. Sarà perché Kenobi è un adepto della
«Fuerza», un’entità sincretica che non provo neanche a capire cos’è vista
l’aura magica che la circonda. Assoldato quindi il pilota (e mercenario e
contrabbandiere e chissà cos’altro) Han Solo, il gruppo si getta nelle fauci
del lupo e con uno stratagemma riesce a salvare Leia. Kenobi però muore trafitto
da Darth Vader – il giovane Luke lo ha distratto in un momento importante del duello
a suon di spade laser.

Non è finita qui: sul pianeta Yarvin
gli Alleati organizzano l’attacco definitivo al satellite/arma avendone
individuato l’unico punto debole. Poco meno di una missione suicida, ma riusciranno
nell’intento anche grazie all’aiuto di Han Solo che forse non è quel cinico opportunista
che vuole sembrare. Di sicuro ha il suo peso il manifestarsi della Fuerza anche in Luke – o è il fantasma
di Kenobi?
Lascio agli appassionati di Star Wars il piacere e/o l’onere di
confrontare questa versione con la matrice filmica. Per quel che mi pertiene
posso dire che il concetto molto rudimentale alla sua base (il bene assoluto
contro il male assoluto) si sposa perfettamente con la poetica di Wood, che con
un bel tocco di classe esordisce con una didascalia magniloquente che riprenderà
poi alla fine aggiornandola a seguito degli eventi narrati. Non manca nemmeno
un pizzico di ironia, anche se così a memoria non saprei dire se c’era già
nella versione cinematografica.
Le tavole di Ricardo Villagran
sono al solito molto belle, può essere spiazzante vederlo alle prese con
astronavi e alieni piuttosto che con guerrieri dell’antichità (Mark era sì fantascienza ma “urbana”) ma lui o il suo studio se la cava bene anche
disegnando dettagli tecnici e distese siderali. La somiglianza con gli attori
mi sembra azzeccata, nonostante i principali interpreti fossero all’epoca pressoché
sconosciuti. Ovviamente le fattezze di Carrie Fisher sono un po’ addomesticate
per non rischiare (Enrique Lipsyzc docet)
che a voler caratterizzare troppo una donna la si finisca per abbruttire.

Come detto sopra, La Guerra de las Galaxias fu il primo
episodio di quella che seguendo il ritmo della trilogia filmica divenne inevitabilmente
una vera e propria serie (o miniserie, se vogliamo). Il seguito El Imperio contraataca vide la luce anch’esso
dopo un anno dall’uscita ufficiale del relativo film; a curare l’adattamento
stavolta furono Fred W. Seymour (cioè Alfredo Grassi) e Simon Gneiss (Eduardo
Barreto). Anche El Regreso del Jedi
conobbe una sua versione a fumetti su Fantasía
ma stavolta la politica della Columba cambiò drasticamente, forse perché George
Lucas trovò da ridire sulle versioni apocrife della sua gallina dalle uova
d’oro. Del terzo capitolo della trilogia venne infatti pubblicata la versione
ufficiale targata Marvel adattata in quattro comic book da Archie Goodman e Al Williamson.