sabato 16 novembre 2019

Intervista a Mirka Andolfo

Contronatura è stato un bel successo anche in U.S.A. se non sbaglio.

Sì, non so quante ristampe e quante variant cover hanno fatto finora!

C’è un po’ di mistero sul tuo nuovo progetto…

Non posso anticipare troppo, non vorrei fare spoiler… Posso dirti che il titolo, Mercy, non è il nome della protagonista, che è Lady Hellaine ed è un personaggio che ho in mente da tempo, è già tantissimo tempo che la disegnavo anche se ha subìto molte modifiche nel corso degli anni: per un certo periodo ad esempio la disegnavo con le orecchie a punta.
A questo si unisce anche la mia passione per l’horror.

A vedere le anteprime sembra che questo fumetto sarà ambientato nel passato.

Mi piace molto questa ambientazione! Adoro Penny Dreadful, l’epoca Vittoriana è un periodo che amo. Proprio a livello visivo: gli abiti, le architetture…

Tu lavori per vari editori internazionali ma questo sarà il tuo primo (o uno dei pochi) fumetto personale in cui non ci sono animali protagonisti.

Sì, è stata una bella sfida! Però all’interno della storia c’è un animaletto che ha un ruolo importante. Ma ancora una volta non voglio spoilerare nulla.

Mi pare di capire che Mercy sarà un volume singolo.

No, sarà una trilogia proprio come Contronatura. Non so perché ma quella dei tre volumi è la dimensione in cui mi trovo meglio!
Il secondo volume arriverà prestissimo, la Panini lo annuncerà a breve forse già nel corso di Lucca ma adesso [l’intervista è stata raccolta il 29 ottobre, ndr] è ancora presto per parlarne.

venerdì 15 novembre 2019

Intervista a Jeff Grubb

Lei è veramente un autore di lungo corso, se non ricordo male pubblicava su Dragon (all’epoca forse ancora The Dragon) sin dai primi anni ’80, e fece parte del pool di autori chiamati a realizzare Dragonlance nel 1982 – poi uscito nel 1984. Come è cambiato il mondo dei giochi di ruolo in tutti questi anni?

Spesso si dice, a ragione, che i giochi di ruolo siano facilissimi da giocare mentre è difficile spiegare di cosa si tratta a chi non lo sa già. Adesso è più facile imparare a giocare, ad esempio con i tutorial su Youtube.

Dragonlance fu un lavoro collettivo organizzato a tavolino dalla TSR a partire da alcune idee di Tracy Hickman, che aveva notato come in Dungeons & Dragons c’erano un sacco di dungeon ma ben pochi draghi. Mentre per Forgotten Realms lavorò fianco a fianco con Ed Greenwood che aveva ideato l’ambientazione ancora negli anni ’70, come è stato lavorare a quei progetti?

Di Dragonlance io fui il terzo designer coinvolto, quindi feci parte dello staff sin dall’inizio. Gli dèi di Krynn (Takhisis, Paladine, ecc.) sono farina del mio sacco, perché provenivano dalla campagna che giocavo all’epoca. Io sono un ingegnere civile e questo si riflette in un altro aspetto di Dragonlance che ho introdotto io, cioè i Tinker Gnomes, quegli gnomi che fanno delle invenzioni apparentemente geniali che però non funzionano quasi mai.
Per Forgotten Realms aiutavo il suo ideatore Ed Greenwood, un bibliotecario canadese che aveva ideato quell’ambientazione. All’epoca non c’erano internet e le mail, e non usavamo molto nemmeno i fax, ricordo che Ed mi spediva un sacco di materiale incellofanato e imbustato in strati e strati di pesantissima carta canadese, c’erano pagine e pagine di dattiloscritti e mappe disegnate a mano…

Fra cui immagino ci fossero quelle delle città in cui i “brothels” venivano convertiti dalla TSR in “festhalls”.

Esatto [ride, ndr]. Io dei Forgotten Realms sono stato un po’ una sorta di vigile che dirige il traffico: quella linea di prodotti aveva un sacco di diramazioni e collaboratori e io coordinavo i vari team che lavoravano alle varie zone geografiche.

Tra le tante opere che ha realizzato di quali è più orgoglioso, quali sono i progetti a cui ha collaborato con maggior interesse o che le hanno dato maggior soddisfazione?

Sicuramente i miei libri, i romanzi ambientati nei Forgotten Realms che scrivo insieme a mia moglie Karen Novak. Ma anche Il Manual of the Planes con l’introduzione della Grubbian Physics [concetto solitamente legato a Spelljammer, ndr], e sono molto orgoglioso del mio lavoro su Marvel Superheroes: parliamo della prima licenza che la Marvel abbia mai dato per produrre qualcosa al di fuori della casa madre. Ho un grande ricordo anche di Al-Qadim, per cui facemmo delle lunghe e interessantissime ricerche sulle Mille e Una Notte e la cultura araba. Poi Spelljammer e tutte le sue stranezze, e tra le cose recenti The Expanse, a riprova che i giovani che giocavano sono cresciuti e adesso sono diventati autori, e mi inorgoglisce vedere che usano meccaniche che avevo ideato io.

Mi sembra che lei sia sempre rimasto fedele alla TSR e alle sue varie incarnazioni, mentre molti altri designer hanno tentato la strada dell’autoproduzione o di diventare editori in prima persona.

Sì, per tutta la vita sono stato un “corporate creator” [designer interno a una casa editrice e non freelance, ndr]. Certo, non beneficio dei diritti d’autore (se non sui miei romanzi) ma ho la copertura sanitaria con una grossa compagnia, il che in America è molto importante.

Secondo me il suo marchio di fabbrica è una certa ironia sottotesto, o comunque una grande colloquialità nello scrivere sia avventure che manuali. Ricordo ad esempio che in Spelljammer i “terrestri” e i navigatori dello spazio difficilmente si capiscono perché «they lack a common ground», mentre nell’avventura per Ravenloft Neither Man nor Beast c’erano delle strizzatine d’occhio (molto utili peraltro) al master. Questo stile un po’ umoristico le ha mai dato problemi a farsi accettare del materiale in TSR?

Quando facevo i moduli li facevo come se mi trovassi al bar e spiegassi agli altri come si gioca: per questo c’è una grande colloquialità. Per questo l’interpellazione diretta e le strizzatine d’occhio ci sono anche in Neither Man Nor Beast. Steve Winter, editor di molti prodotti della TSR e master della campagna in cui giocavo, capiva perfettamente questo spirito e me lo lasciava fare.

Passando a cose più recenti, cosa può dirci in merito alle sue nuove mansioni di manager per Amazon Studios?

È ancora tutto in divenire, ci sono parecchie persone coinvolte, non posso dire nulla… preparatevi a grandi cose, comunque.

Domanda stupida: qual è la sua classe di personaggio preferita?

Il guerriero. Mi piace fare un personaggio forte e che sia di aiuto al gruppo. Siccome sono anche un po’ brontolone, faccio spesso il nano. Nella campagna di Steve Winter che stiamo facendo adesso ho anche fatto un guerriero mezzorco e uno draconico.

giovedì 14 novembre 2019

Il mangione

Il mangione si inserisce nel filone nato parecchi anni fa in Francia del connubio tra uno scrittore di successo e un disegnatore di fumetti altrettanto importante nel suo ambito. Da quello che ho letto finora, mi pare che Tonino Benacquista sia quello che meglio di altri ha saputo adattarsi alla transizione da un linguaggio all’altro. Di solito (Pennac con Tardi, Charyn con Frezzato e all’inizio con Boucq, Klotz/Cauvin con Cabanes) lo scrittore si abbandona a situazioni eccessive e a personaggi sopra le righe (“ehi, è un fumetto!”) oppure (Charyn con Loustal) non capisce che si tratta di un fumetto e realizza un racconto illustrato. In tutti gli esempi riportati la mira sarebbe stata corretta nei lavori successivi (Pennac con la Cestac, le ultime ottime produzioni Charyn-Boucq) ma Benacquista azzecca lo spirito giusto al primo colpo, sin dall’inizio della storia. Le tavole 3 e 4 da Il mangione, ad esempio, sono interamente mute.
Il protagonista di questo fumetto è un ispettore di polizia obeso con un discreto caratteraccio, a cui il medico ha predetto un anno o al massimo due di vita se non si deciderà a moderarsi nel mangiare. Richard Selena è però estremamente competente e il ritrovamento di un indizio del tutto sfuggito ai suoi sottoposti gli permette di trovare una plausibile pista da percorrere in un intricato caso di omicidio. Ma Selena non usa la sua intuizione per risolvere il caso quanto per costringere la sospettata a cenare con lui ogni sera dalle 21 alle 23. Un rito apparentemente insensato che funge da percorso di guarigione, anzi di redenzione, per l’ispettore. Rivelare di più sarebbe criminale, e forse ho già detto troppo. Certo, la soluzione del filone principale d’indagine si risolve molto presto, ma il vero snodo della vicenda (umana) è un altro. Un noir coinvolgente con risvolti psicologici originali e molto ben strutturato, in cui tout se tient, anche se il lettore dovrà fare un po’ di attenzione ad alcune sequenze, che per quanto apparentemente satellitari non sono affatto messe lì a caso.
Le tavole sono state ridotte[1] per adattarle al formato standard Q Press e sono state stampate in bianco e nero. E nemmeno stampate benissimo, ma chi se ne frega: ai disegni c’è Jacques Ferrandez. Ottimo acquarellista, egli stesso si rende conto della povertà delle sue tavole a fumetti e in almeno un’intervista (così a memoria BoDoï 42) ha dichiarato di voler cercare un metodo per renderle più accattivanti. In effetti non mi capacito del successo che evidentemente ha avuto in Francia e Belgio con il suo tratto scarno e monocorde, le sue fisionomie che ogni tanto cambiano di vignetta in vignetta, le sue inquadrature fisse e poco fantasiose e una tecnica di colorazione dei volti che si limita a due standard senza variazioni di nota.
Ma qui almeno abbiamo un’ottima storia, avvincente e originale e narrata con un ritmo perfetto.


[1] Una scuola di pensiero sostiene che ogni tavola stampata sia una riduzione dell’originale, ma è chiaro che i fumettisti lavorano pensando al formato di stampa in cui comparirà il loro lavoro.

mercoledì 13 novembre 2019

Intervista ad Alex Alice

Domanda obbligata: partiamo da quelle che sono state le sue influenze. A me sembra di vedere parecchio fumetto americano in alcuni suoi lavori, almeno agli inizi.

Sì, i comics mi hanno influenzato, ma come primi fumetti su cui mi sono formato ci sono i Disney italiani, oltre ovviamente i classici franco-belgi come Tintin, Asterix, ecc.
Quando avevo 15 anni ci fu però una rivoluzione: uscirono Watchmen, il Batman di Frank Miller e Akira. Fu un grande choc estetico.

Qual è il suo rapporto con gli sceneggiatori?

Il Castello delle Stelle l’ho fatto da solo, l’ho scritto e disegnato interamente io. Sono stato fortunato a esordire con Xavier Dorison che era molto organizzato e mi ha un po’ insegnato il mestiere. Tieni presente che Il Terzo Testamento lo abbiamo cosceneggiato insieme, è stata un’esperienza importante per capire come appropriarsi dei tempi della narrazione e come creare il giusto ritmo. Oggi farei molta fatica a disegnare senza dominare il ritmo. È stato importante per me avere qualcun altro con cui discutere degli aspetti della storia e del disegno, quando lavoro da solo mi manca un partner con cui confrontarmi.
A proposito di sceneggiatori, Il Castello delle Stelle avrà uno spin-off che si occuperà di Venere. Ci saranno una nuova epoca, una nuova ambientazione e… anche un nuovo sceneggiatore: Alain Ayroles[1].

E per quel che riguarda le tecniche di disegno, quali usa? Utilizza anche il computer?

Uso tecniche standard, disegno sulla carta e coloro con gli acquerelli. Secondo me per fare un libro di carta bisogna disegnare su carta. Il computer può tornare utile per la documentazione e la progettazione di alcuni particolari come il pianeta Marte e i veicoli spaziali e gli edifici del Castello delle Stelle. Nell’800 ci fu l’equivoco dei canali di Marte che diede origine alla leggenda dei marziani. Grazie al computer io ho potuto prendere delle illustrazioni d’epoca di quella che si credeva essere la geografia di Marte coi suoi “canali” e l’ho sovrapposta a quella corretta che conosciamo oggi e ne ho fatto un modello 3D che ho utilizzato in fase di disegno.
Il fumetto ti permette di fare tanto, dare tante emozioni con pochi mezzi. I fumettisti “barano”, hanno la vita facile perché non essendoci il suono né il movimento l’immaginazione ce la mette il lettore.

Certo che c’è un bello stacco tra il realismo e il dramma de Il Terzo Testamento e del suo spin-off Julius e Il Castello delle Stelle.

Il motivo è che io ho voluto realizzare un fumetto per ragazzi: nel 2009 sono stato al New York Comicon e ho visto che non c’erano bambini ma cosplayer trentenni obesi (di cui faccio parte anch’io, beninteso!), nonostante i supereroi siano indirizzati a un pubblico giovane. Mi sono reso conto che anche in Francia c’era questo rischio, perché all’epoca uscivano quasi solo albi raffinatissimi e costosi, che non potevano attirare un pubblico giovane. In America si sono “salvati” grazie ai film tratti dai supereroi che hanno portato molti lettori giovani, io ho modificato il progetto originario del Castello delle Stelle, senza banalizzarlo, per avvicinare lettori. In Francia il settore dei fumetti per ragazzi languiva: gli editori mi dicevano “Non c’è pubblico!” ma io rispondevo “Sì che c’è!”.

Però a me pare che fumetti jeunesse non manchino in Francia, tutt’altro… i primi che mi vengono in mente sono Les Sisters, o Cedric, poi c’è anche Titeuf… forse lei intende i fumetti d’avventura per ragazzi?

Sì, la mia ispirazione è Jules Verne: intendevo proprio la grande avventura per ragazzi. E con lo steampunk è più facile da fare.

Una domanda tecnica: lei ha detto di usare gli acquerelli per colorare le tavole, ma lo fa en couleur directe, direttamente sulle tavole originali, oppure come si usava una volta colora delle fotocopie su carta speciale?

Couleur directe, come un vero uomo! Eh, già, perché così non si può sbagliare… Ma confesso che se mi capita di rovinare una vignetta o un particolare non rifaccio tutta la tavola: mi limito a rifare quella vignetta e poi la metto nella tavola.


[1] Sceneggiatore tra gli altri di Garulfo, De Cape et de Crocs e del volume Nelle Indie perigliose presentato da Rizzoli Lizard proprio in occasione di Lucca 2019.

Generazione Asterix

Volume celebrativo del sessantennale di Asterix, raccoglie 60 omaggi realizzati da 64 fumettisti. La corrispondenza tra numero di omaggi e autori non è perfetta perché in alcuni casi sceneggiatore e disegnatore hanno collaborato per realizzare un unico omaggio. La struttura standard, ma non è una regola fissa, prevede la biografia e la bibliografia dell’autore sulla pagina di sinistra, quasi sempre accompagnate da un intervento scritto su come l’autore ha conosciuto Asterix, mentre sulla pagina di destra c’è il suo elaborato. Oltre a vignette singole e illustrazioni ci sono anche delle vere e proprie storie (brevi, ovviamente) a fumetti.
Il libro è quindi un omaggio ad Albert Uderzo e René Goscinny, ma è anche un catalogo di autori più o meno giovani e famosi senza distinzioni di nazionalità. Se non stupisce la presenza del celeberrimo Milo Manara (che tra l’altro ha realizzato un’illustrazione stupenda), né quella del naturalizzato francese Juanjo Guarnido (con una storia in due pagine!) desta un po’ di sorpresa vedere i lavori di autori operanti nei comics come Ian Churchill, Charlie Adlard, Terry Moore, Kaare Andrews e Frank Cho. Ma d’altra parte c’è persino un autore coreano, il Kim Jung Gi già conosciuto in Francia per i suoi lavori con Morvan.
La parata di stili e di tipologie di omaggio è molto variegata, tutto sommato assecondando la stessa varietà che si trova negli albi di Asterix. Frédéric Jannin ad esempio realizza una gustosa tavola sul politically correct, mentre la vignetta di Johan De Moor si lancia in un appello ecologista non molto integrato col resto.
Capita di vedere all’opera dei monumenti del fumetto franco-belga come Florence Cestac, François Boucq, Derib e persino Peyo, che pur essendo morto nel 1992 è presente con la sua firma e il suo stile grazie al lavoro del suo studio. È stato un piacere rivedere il bravissimo Al Coutelis, che qui adotta uno stile umoristico, un disegnatore che forse non ha avuto la fortuna che avrebbe meritato. Ed è anche interessante vedere come i due elementi della proverbiale coppia Dupuy-Berberian (non più coppia dal 2005) abbiano degli stili molto diversi. Accanto a delle sorprese, come il rigoroso Ralph Meyer che si dimostra arguto umorista, non mancano però alcune delusioni: Frank Margerin confeziona un’illustrazione elaborata ma inchiostrata molto pesantemente (e in cui non c’è traccia del suo umorismo), mentre Serge Clerc avrebbe potuto impegnarsi di più e realizzare qualcosa di meno banale e più curato. Delude anche il grande Dany, non per la qualità del suo crossover con Olivier Rameau ma perché è stampato veramente male, evidentemente ha scansionato la sua tavola a una risoluzione troppo bassa, o la nitidezza si è persa a causa della colorazione al computer.
L’omaggio più efficace per immediatezza e spontaneità è quello di Cosey – ma anche Bastien Vivès ha fatto un buon lavoro in tal senso. Tra i tanti giovani autori qui presenti trovo francamente difficile preferirne uno a un altro, intrisi come sono di ostentato minimalismo.
Generazione Asterix si segnala per l’assenza di redazionali (giusto qualche breve testo di raccordo illustrato con vignette di Uderzo) e soprattutto perché gli artisti non sono presentati in ordine alfabetico, e non c’è nemmeno un indice alla fine che permetta di risalire alla pagina in cui si trova il contributo del singolo autore. Per ritrovare il proprio autore preferito tocca quindi sfogliare nuovamente da capo tutto il volume oppure affidarsi alla memoria. A suo modo ricorda l’ultima Lucca: uno cerca André Juillard e non lo trova da nessuna parte.

martedì 12 novembre 2019

Ale & Cucca 7 e 8

Dopo il vertiginoso cliffhanger con cui si era concluso il numero 5 (il 6 era una raccolta di flashback) finalmente si riannodano i fili della saga. L’insano gesto di Ale ha ripercussioni sulle vite di tutti i personaggi che costituiscono questo mosaico sulla gioventù contemporanea, alcune situazioni torneranno apparentemente al punto di partenza mentre si svilupperanno rapporti inediti e matureranno (forse) amicizie impensabili. Il flashforward del capitolo 30 sviluppa certi elementi della vita di Ale e soprattutto ci permette di collocare temporalmente la storia.
Elisabetta Cifone è molto abile a far montare la tensione e a far appassionare il lettore. Come al solito i suoi protagonisti si esprimono con un misto di slang giovanile e frasi che sembrano prese da libri stampati, ma questa ormai è la sua cifra stilistica. E tutto sommato questo vezzo fa capire come abbia studiato la materia, sperando per lei che non abbia sperimentato in prima persona queste situazioni! Data l’aria pesante che aleggia su questi numeri non c’è lo spazio per siparietti umoristici, che effettivamente sarebbero sembrati fuori luogo.
Purtroppo il ritmo è quello dei manga, quindi ci sono parecchie divagazioni e l’approfondimento psicologico dei personaggi toglie spazio all’evoluzione della trama, ma Ale & Cucca è così: prendere o lasciare. Anche se ogni volta si resta con la voglia di sapere come andrà a finire la storia.

lunedì 11 novembre 2019

Storie da dimenticare

Il titolo di questo volume è ingannevole. Io, almeno, gli avevo attribuito tutt’altro senso: invece non si tratta di un eccesso di modestia da parte di Vittorio Giardino (o meglio di pudore nei confronti delle sue prime prove), ma del nome che aveva in origine la serie di fumetti brevi qui raccolti: storie “da dimenticare” in quanto testimonianze della barbarie umana, con al centro, cito testualmente dall’introduzione dello stesso autore, «il progetto […] di esplorare la Storia dell’Umanità dalle Origini ai Giorni Nostri attraverso il racconto dei Genocidi».
Seguendo quindi un criterio cronologico, sfilano le crudeltà che i Cartaginesi inflissero a una popolazione africana (Da territori sconosciuti), il risultato che la Pax Romana ebbe sulla popolazione dei Daci, l’incontro assai infelice di una nave di Mori con una di Crociati (Ritorno felice), la repressione degli ebrei testimoniata da Paolo Uccello (La predella di Urbino), la calcolata violenza dei Conquistadores (Encomiendero), il valore che la Compagnia delle Indie attribuiva agli schiavi neri (Un cattivo affare) e infine la vergognosa sorte dei nativi americani (Al circo). Quest’ultima storia è rimasta inedita per tutti questi anni, almeno in Italia, visto che il supplemento a fumetti de La Città Futura in cui sarebbe dovuta comparire era stato chiuso prima che potesse vedere la luce. Come ricorda lo stesso Giardino nell’interessante introduzione, proprio le dimensioni di quel supplemento (di sole 16 pagine) furono alla base delle dimensioni di questi fumetti, tra le 3 e le 5 tavole.
La struttura di base delle storie è molto simile, con un personaggio che ricorda o rievoca lo snodo portante dell’episodio. Un po’ di didascalismo è inevitabile, ma le storie sono lo stesso appassionanti e coinvolgenti, tanto più apprezzabili in quanto talvolta percorse da un amaro sarcasmo. Lo stile grafico di Giardino era molto diverso da quello di oggi, anche se già piuttosto maturo. Al posto della linea chiara per cui è conosciuto e apprezzato, qui utilizzava uno stile ricco di tratteggi e sfumature. Coraggioso, anche se non sempre riuscito, il ricorso al completamento amodale, ovvero il risalto dato a una figura non circoscritta dagli altri elementi che si trovano dietro o accanto a essa. Anche volendoli cercare per forza, non ci sono difetti marcati nelle anatomie, nelle espressioni e nella composizione delle tavole. Certo, è un Giardino molto diverso da quello di oggi, di cui si può ravvisare qualche seme al massimo in alcuni volti femminili.
Il volume (brossurato con alette) è stampato su carta povera, forse per rievocare la pubblicazione originaria delle storie. La qualità di stampa è perfetta, tanto che le “croste” di nero compatto risaltano lucide come se fossero stampate su patinata. Nell’introduzione Giardino lamenta il mancato reperimento delle tavole originali di Un cattivo affare, scusandosi indirettamente per la loro resa. Giustificazioni preventive (chiaramente l’introduzione è stata scritta prima dell’uscita del volume) assolutamente immotivate, perché la qualità della riproduzione di quella storia è perfetta. Tutt’al più sono le altre storie ad essere stampate troppo bene, per quanto paradossale possa sembrare: in Ritorno felice si intravede parte della balaustra sotto il balloon della seconda vignetta, mentre il titolo di Encomiendero è palesemente una pecetta per coprire quello sottostante. Nulla di fastidioso (anzi, sono dei piacevoli dietro le quinte) ma è chiaro che si tratta di elementi che non erano pensati per figurare in stampa. Resto però con la curiosità di sapere cos’erano quei simboli in basso a destra che si intravedono sotto le tavole, solo parzialmente visibili. Indicazioni per la prima pubblicazione? Rimasugli di firme di Giardino?
Il volume costa 18 euro (ma Mauro Paganelli allo stand me lo ha fatto a 15) per un totale di 56 pagine di cui solo 30 a fumetti. Chiaramente la spinta principale all’acquisto è vedere qualcosa di inedito di Giardino, ma vista la qualità dei fumetti posso suggerire di acquistarlo a prescindere dalla notorietà dell’autore.