Era da tanto che volevo leggerlo
e finalmente mi sono tolto lo sfizio. The
Originals è un’opera piuttosto particolare di Dave Gibbons, che non parla
di supereroi o altri argomenti popolari e mainstream
ma è basata sui suoi ricordi di mod,
quella sottocultura giovanile che si sviluppò nel Regno Unito sessant’anni or
sono e si contrapponeva (anche fisicamente) a quella dei rockers. Ebbe un suo momento di notorietà anche in Italia grazie a quel paraculo di Ricky Shayne che
invertì i termini della questione spacciando per “mod” l’estetica e la musica che
invece erano tipiche dei loro nemici naturali: in Italia nessun giovane avrebbe
ritenuto indice di ribellione un’acconciatura curata, vestirsi con ricercatezza
e guidare una Vespa (“mod” dovrebbe essere l’abbreviazione di modernist, mi pare).
L’ambientazione è un’Inghilterra
in cui un’atmosfera anni ’60 perfettamente evocata convive con elementi
fantascientifici. I mods qui sono gli
eponimi originals mentre i rockers («grease» li chiamava il giovane Gibbons) diventano i grits.L’ambientazione è un’Inghilterra
in cui un’atmosfera anni ’60 perfettamente evocata convive con elementi
fantascientifici. I mods qui sono gli
eponimi originals mentre i rockers («grease» li chiamava il giovane Gibbons) diventano i grits.
Lel e Bok sono degli aspiranti originals ma appena finita la scuola le
finanze per comprarsi una lambretta levitante sono quelle che sono. La grande
occasione si presenta quando, dopo aver “taggato” un muro con il logo dei loro
idoli, ne incontrano nientemeno che il capo con tutta la ciurma e li guidano
verso un covo di grit, partecipando
attivamente alla missione punitiva che vi avrà luogo. L’iniziazione è avvenuta,
adesso sono accettati nel branco e possono finalmente frequentare i locali
degli originals, ma devono ancora
procurarsi i loro “hover” (le
sbriluccicanti lambrette levitanti cromate). Lel, che con Bok già si dedicava
all’assunzione di droghe, comincia a spacciarne e il suo credito presso gli originals cresce sempre di più.
La vita procede a ritmi
indiavolati e alla banale quotidianità familiare Lel contrappone gli scontri
coi grit, le corse in Vespa (pardon,
hover), lo sfogo sulle piste da ballo, la gag ricorrente del rimbalzo dell’aspirante
original Warren, che alla fine
ottiene il suo posto nel branco in virtù delle finanze della zia e delle
amicizie giuste. In questo contesto Viv, la ragazza di Lel, è la voce
(inascoltata) della ragione e l’unica che capisce quanto infantile sia quella
vita. Comincia a vedersi qualche crepa ma la vera tragedia è dietro l’angolo.
Probabilmente ispirandosi ai
tafferugli di Brighton, Gibbons imbastisce nella Drinkwater Dome (una sua felice
invenzione di architettura ludica) uno scontro epocale tra bande che avrà degli
strascichi drammatici. Gli impermeabili degli originals con quei baveri che coprono tutto il viso sembravano
ridicoli, ma proprio per questo avranno un ruolo determinante nello sviluppo
della trama e tra uno scambio di persona e l’altro i protagonisti andranno
incontro al loro destino.
Forse da parte di Lel c’è una
minima presa di coscienza, come testimonierebbe l’ultima correzione che fa alle
scritte sul muro, ma nessuna redenzione: solo un finale amaro.
Si potrebbe dire che nonostante
il titolo non ci sia poi molto di originale in questo fumetto e, tra Rusty il selvaggio e I Guerrieri della Notte passando ovviamente
per Quadrophenia, certe situazioni e
certe ambientazioni siano già state sviscerate altrove. Gibbons però conduce il
gioco magistralmente, con le giuste dosi di pathos, azione e anche ironia. E
poi il materiale di partenza è quello, quasi un sottogenere a se stante, per
forza di cose certi topoi devono
riproporsi, anche se in questo caso nobilitati idealmente dalla testimonianza diretta
di un autore che prese parte attiva a quel mondo pur senza viverne gli aspetti
più esagerati – che poi pare che esagerati lo fossero davvero, ma dalla stampa
scandalistica inglese che campava ingigantendo o inventandosi di sana pianta i
fatti!
E forse si può vedere in
controluce anche una certa disincantata distanza da quelle mode spacciate per
ideali e magari Gibbons con le finte pubblicità che occasionalmente costellano
il fumetto voleva mostrare come le sottoculture giovanili siano in realtà solo
una maniera di arricchire le industrie della musica, della moda e dei motocicli
– oltre che i barbieri più avveduti.
Ecco, venendo alla parte grafica
è ovvio che Dave Gibbons è sempre Dave Gibbons e quindi è inutile aspettarsi
virtuosismi. Onore al merito, gli va comunque riconosciuta una certa attenzione
a personalizzare i vari attori in scena (col suo stile un po’ scarno non è
facile) e soprattutto una grande cura nel design di interni, edifici e
abbigliamento. The Originals è stato
realizzato a mezzatinta con qualche sano effetto analogico come gli
incasinatissimi decori Op Art e le luci granulose dei motoveicoli (aerografo o
pastelli?). L’attenzione è posta maggiormente sull’aspetto grafico che non su
quello estetico, una scelta tutto sommato positiva perché la qual cosa si
concretizza anche in una composizione funzionale delle tavole e in un alternarsi
avveduto di pagine canoniche e altre riempite in parte o del tutto di masse
nere, coi conseguenti effetti drammatici.
Forse The Originals non è un fumetto adatto a un pubblico molto vasto, ma
quelli che lo apprezzeranno probabilmente lo apprezzeranno veramente tanto.