martedì 3 novembre 2026

Intervista a Eduardo Risso

Una mia curiosità: la serie Grand Prix di Collins a un certo punto venne disegnata anche da tal «Rosso», non ricordo se già con Macagno o nella fase in cui passò a Caliva. Vista una certa comunanza di stile io ho immaginato che si trattasse in realtà di Risso riportato in maniera errata: era Lei?

No, non ero io. Non so chi sia Rosso.

El Angel si è concluso con un finale troppo aperto per non pensare che sia rimasto incompiuto, almeno nella versione che abbiamo visto in Italia. Forse in Argentina è stato continuato da un altro disegnatore?

No, El Angel è rimasto effettivamente incompiuto, non è stato continuato da altri. All’epoca avevo avuto dei problemi economici con la Columba e stavo già lavorando per l’italiana Eura. Visto che ormai i contatti erano stati stabiliti passai a lavorare direttamente e solo per l’Eura.

Con Azor se ben ricordo.

Sì, con Azor scritto da Ray Collins. Una specie di rilettura di Henga, che in Italia conoscete come Yor. Poi però ci furono problemi economici anche con l’Eura e da lì passai al mercato statunitense.

Immagino che sia difficile vedere in Italia i Suoi lavori argentini ancora inediti, come Julio César…

Veramente proprio Julio César lo ha presentato quest’anno qui a Lucca la 001!

Ah, buono a sapersi. Anni fa Carlos Trillo mi aveva parlato del vostro progetto comune che riguardava la storia del corpo di Evita Peron. Un altro vostro fumetto, Bolita, poi è uscito: ci sono speranza anche per questo?

Purtroppo quel progetto si è arenato. Ne ho realizzato 20 tavole di cui solo 18 sono state colorate (per farlo uso gli acquerelli).

Sempre parlando di Trillo, Simon de Carval era effettivamente concluso o ci sarebbe stato lo spazio per un seguito?

Il finale era quello, però in effetti era stato pensato come una serie più lunga. Il punto è che noi lo realizzavamo sia per l’Eura (nella versione in bianco e nero) che per la francese Glénat, che avrebbe dovuto pubblicarlo in volumi a colori. Però in quel periodo l’editore francese ebbe dei problemi, ci fu un po’ una crisi del settore in Francia e quindi la serie non continuò.

Ricordo che agli inizi Lei imitava, spesso in maniera perfetta, lo stile di altri disegnatori come Alfonso Font e Domingo Mandrafina: lo faceva spontaneamente per la stima che nutriva verso quegli artisti oppure era la Columba che Le imponeva certe scelte? Mi pare che con alcuni disegnatori lo facesse.

Non si trattò esattamente di un’imposizione da parte della Columba. Solo che quando cominciai a lavorare per loro in redazione mi dicevano “Sei bravo, solo che ancora ti manca uno stile”. E così mi suggerirono di ispirarmi a una rosa di 4 o 5 disegnatori che erano quelli che evidentemente rappresentavano le eccellenze della casa editrice. Potrei non ricordarmi correttamente ma credo ci fossero Lito Fernandez, Villagran, Garcia Seijas e appunto Mandrafina. Io decisi di ispirarmi a lui.

Beh, anche perché con tutto rispetto per gli altri riuscire a imitare Garcia Seijas non è cosa facile!

Sì, assolutamente! [allo stand è presente anche Juan, il figlio di Eduardo Risso, che a sua volta concorda con decisione, nda] Ma non era solo questa la ragione: Mandrafina è un maestro del chiaroscuro che è una cosa che mi interessava molto. Mi affascinava molto il suo uso del bianco e nero, i contrasti che creava nelle tavole.

…E mi sembra che la lezione sia stata assimilata alla perfezione.

lunedì 2 novembre 2026

Pinky 1973-1974

Raccolta delle prime due annate della serie che consacrò Massimo Mattioli, un’operazione resa possibile con questo livello qualitativo grazie al contributo della Rainbow, la casa di produzione fondata da Iginio Straffi, creatore delle Winx che io però conobbi come disegnatore ai tempi dei fumetti scritti da Dal Pra’ e colorati da Bracalente per Comic Art. Straffi firma l’introduzione, da cui si evince tutta la sua passione verso il lavoro di Mattioli, di cui ha raccolto e conservato molto materiale originale che è stato fondamentale per la riproduzione ottimale di Pinky.

Alberto Brambilla in un intervento più lungo compila una biografia dell’autore e soprattutto stila una documentata analisi della sua produzione accompagnandola da un ghiotto apparato iconografico per me inedito.

Sicuramente chi si avventura a queste latitudini internettiane non ha bisogno di farsi spiegare chi è Pinky e in quale contesto si muove, avendo forse conosciuto il coniglio rosa in tempo reale su Il Giornalino. Basti dire che il protagonista è un fotoreporter d’assalto sempre alla spasmodica ricerca di uno scoop per la testata La Notizia e per questo in amichevole (a volte neanche tanto) competizione col collega orso Giorgione. Completano il cast di questi episodi seminali la segretaria di redazione Petulia, l’irascibile direttore Perry Pachiderma e il reporter rivale Joe Cornacchia che dopo un esordio estemporaneo nel corso della saga diverrà una figura abbastanza ricorrente (ignoro se la stessa sorte avrà il Professor Gufo). Sul resto c’è ben poco da dire: Mattioli scardina tutte le certezze e le aspettative del lettore e inanella episodi in cui il canovaccio di partenza della bramosia di uno scoop, peraltro nemmeno sempre presente, diventa la scusa per le trovate più folli e inaspettate. Sfilano così rapimenti alieni, fertilizzanti miracolosi, viaggi in altre dimensioni, demoni delle camere oscure, fiocchi di neve senzienti… Va detto però che il fascino di questi fumetti non risiede solo nel sense of wonder o nella divertita pazzia di Mattioli, che giustamente Brambilla paragona a trip psichedelici. In più di un’occasione Mattioli imbastisce delle trame ben congegnate pur nello spazio limitato di cui disponeva: quattro o sei pagine, al massimo una decina. E poi citazioni a raffica: se l’episodio Pinky e il mostro di Fumettonia rivela sin dal titolo cosa aspetta il lettore, ci sono strizzatine d’occhio ad Alfred Hitchcock, Stanley Kubrick, Woody Allen. Se qualcuno volesse vedere in controluce una critica al consumismo sfrenato o alla violenza della polizia o alla “furbizia” degli imbroglioni qui non mancherebbero certo occasioni per farlo.

Poco importa, insomma, che elementi come la pellicola e lo sviluppo delle foto siano desueti: queste storie non sono invecchiate di un giorno e sono ancora esilaranti come cinquant’anni fa. E la vulcanica fantasia di Mattioli non si limitava ai testi: anche la grafica faceva il paio con la sua esplosiva fantasia contemplando laddove funzionale balloon invertiti, vignette verticali, onomatopee macroscopiche…

Credo di aver già letto almeno uno degli episodi riportati nel volume, ma la lettura organica si è rivelata ricca di sorprese. Al di là dello stile un po’ diverso che Mattioli sfoggiava all’inizio, più morbido e modulato e oggettivamente più bello, mi ha stupito vedere Petulia senza ancora forme femminili mentre Giorgione ingrassa solo verso il decimo episodio. E non sapevo che all’inizio lui e Pinky si contendevano le attenzioni di lei.

Ma ovviamente al lettore che già conosce Pinky non interesserà leggere cose che sa già e quindi passiamo alle cose importanti: com’è la resa del volume Nona Arte? Come accennavo sopra, l’accesso ai materiali originali ha permesso una qualità di riproduzione che, pur non avendo sotto mano le riviste dell’epoca, credo di poter definire praticamente perfetta. Anche il lettering è rimasto quello originale, senza quella fastidiosa abitudine di rifarlo al computer – a volte per i fumetti classici è un pugno in un occhio. Solo nel caso della storia Ma non si può più nemmeno scherzare? e nella prima parte de La banda del detersivo si avverte una resa minore, ma è una cosa che salta agli occhi proprio a causa della qualità del resto. E comunque anche in quei casi il livello è comunque accettabile.

In appendice viene presentata una breve ma molto interessante selezione di materiali d’epoca, utile soprattutto per vedere i metodi di colorazione di Mattioli.

Questo volume vorrebbe essere il primo di una ristampa integrale di Pinky organizzata per annate – se anche i prossimi verranno raccolti a coppie dovrebbero essere molto più corposi: nel 1973 ne vennero prodotti solo 8 episodi.

In definitiva il metodo migliore per conoscere o riscoprire il capolavoro di Mattioli.