sabato 25 aprile 2026

La Nuova Storia dell'Universo DC

Miniserie analoga a quella uscita qualche anno fa per la Marvel, solo che la DC Comics può vantare una primazia nel concept come ci ricorda Marv Wolfman nell’introduzione avendo pubblicato un’appendice a Crisis on Infinite Earths che appunto riassumeva la cosmologia, gli eventi e i personaggi della DC dell’epoca. Avrei potuto fare un semplice copia/incolla di quella recensione ma ho desistito, troppe modifiche da apportare e quindi faccio prima a scrivere qualcosa di nuovo. Anche perché non c’è quasi nulla da scrivere.

L’aggancio per la navigazione tra milioni (miliardi?) di anni di Storia intrecciata ai fatti dell’editore viene dato da Barry Allen che trascrive tutti gli eventi più importanti e li collega per cercare di raccapezzarcisi. Non viene quindi narrata una storia in senso narrativo ma ne esce un compendio con toni autocelebrativi verso la fine. Nel primo episodio/capitolo si va dall’alba dei tempi fino all’arrivo sulla Terra di Superman, il secondo va dalla Silver Age a Crisis on Infinite Earths, il terzo è una carrellata di crossover ed eventi dagli anni ’80 fino ai New 52 (se ho capito bene), il quarto parte dai New 52 e Flashpoint (se ho capito bene) per glorificare alla fine la vastità e la mutevolezza dell’Universo DC.

Chiaramente nel suo ruolo di semplice compilatore e non di narratore vero e proprio il pur bravo Mark Waid non può fare più di tanto. Forse si vede la sua zampata ironica nel sottolineare come il caso paradossale di Hawk/Monarch non è l’unico nella storia dei supereroi targati DC, o in alcune imbeccate sulle molteplici morti dello stesso Allen, ma anche ammesso che questi elementi abbiano un sottofondo sarcastico sono comunque ammiccamenti per intenditori. Non che manchino particolari divertenti perché ridicoli già di per sé; è esilarante vedere le capriole con cui si sono giustificate certe cose ex post: tra tutta la pletora di crisi ed eventi cosmici alla fine pare che il Dottor Manhattan sia stato la causa principale delle incongruenze e dei rilanci dell’universo. E alcuni personaggi patetici creati negli anni ’40 e ’50 diventano ancora più risibili a ogni tentativo di dare loro logica o dignità.

C’è poi un aspetto di cinico divertimento nel constatare come le prime apparizioni di alcuni personaggi seguano il momento dell’acquisizione da parte della DC ignorandone la storia precedente: ad esempio Billy Batson/Shazam esordisce nel post-Crisis (mentre pure io so che era un personaggio degli anni ’40) e i tamarri della Wildstorm compaiono nell’ultimo capitolo quando invece nacquero per la Image nei primi anni ’90.

Non mancano alcune (pochissime) curiosità interessanti: il primo supereroe della DC sarebbe stato il dottor Richard Occult e non Superman, perché in un’occasione (non mostrata, però) indossò un costume con tanto di mantello.

Ovviamente essendo così strutturato un lavoro del genere punta molto sulla parte grafica. A raffigurare le varie sequenze rievocate da Waid si alternano Todd Nauck (per fortuna meno caricaturale di come lo ricordavo), Jerry Ordway (sempre piacevole), Brad Walker, Michael Allred (che non mi pare tanto efficace come illustratore puro), Dan Jurgens inchiostrato da Norm Rapmund, Doug Mahnke (sempre più bravo), Howard Porter e Hayden Sherman (stilizzato oltre il lecito). Non ho sotto mano il volume doppio celebrativo con cui la mai abbastanza rimpianta Planeta DeAgostini pubblicò Crisis e derivati, ma oltre ad avere maggiore compattezza stilistica l’omologo dell’epoca disegnato da George Perez me lo ricordo più spettacolare, le immagini a piena pagina erano più curate e dettagliate oltre ovviamente a non avere il filtro del digitale che qui non viene utilizzato in maniera diversa da quello che si sarebbe fatto su un normale comic book. Anche la copertina di Chris Samnee sarà pure à la page ma è alquanto dimessa per un volume di questa portata.

Qualora il lettore volesse approfondire ulteriormente la storia dell’Universo DC o leggerla in maniera scrupolosamente cronologia, Dave Wielgosz ha compilato un’appendice di 58 pagine con il supporto di John Wells e dello stesso Waid.

Immancabile poi la consueta carrellata di variant cover. Tra le tante mi è piaciuta quella di Ryan Sook, ma le più spettacolari sono quelle doppie del meno dotato Scott Koblish, che ha disegnato mediamente 300 personaggi (in un’occasione quasi 400!) in ognuna, tanto che ne vengono fornite delle opportune legende.

giovedì 23 aprile 2026

Cosa saranno mai 40 anni

Questo è l’annuncio di un prossimo volume della Sergio Bonelli Editore in uscita a giugno 2026:

Questo è l’elenco delle novità previste dall’editore per il 1988, tratto da Fumo di China 3/30 datato ottobre 1987 (ma uscito chissà quando):


mercoledì 22 aprile 2026

Le serie di Robin Wood inedite in Italia: Harry White (1974)


Oggigiorno è facilissimo procurarsi almeno virtualmente il materiale della Columba, quindi questa ormai non più ipotetica ricognizione sulle serie inedite di Wood è un po’ inutile perché chiunque sia interessato può toccare con mano direttamente il prodotto. Abbiate pazienza, devo pur inventarmi qualcosa per mandare avanti il blog. Diciamo che questa iniziativa potrebbe essere utile a qualche appassionato per decidere se imbarcarsi in download molto pesanti o nella lettura di quelle migliaia di tavole che ha già scaricato.

Harry White

A vent’anni Harry White presta servizio a bordo dell’Enola Gay e assiste così da una posizione privilegiata agli effetti dello sgancio della bomba atomica su Hiroshima. Devastato dal rimorso, vaga per mesi ubriacandosi per il Giappone finché non viene introdotto a un monastero dove apprende il karate (o meglio il karate-do) e ritrova la pace.

I primi cinque episodi alternano due linee temporali: gli anni in cui Harry si allena nel monastero dove affina le arti marziali e il periodo del suo peregrinare dal 1945 fino a quando venne (r)accolto dal vecchio Mifune che lo introdusse al karate. La vita di Harry White è in continuo movimento, e così la sua serie: dopo dieci anni abbondanti di meditazione e allenamento, uno dei monaci intuisce che è ora per Harry di tornare nel mondo secolare e lo incarica di prestare soccorso all’amico scrittore Yin-Ho a Hong Kong: si tratta di una scusa per spingerlo oltre le mura protette del monastero. E il suo impatto col mondo esterno non è niente male visto che si trova a dover affrontare il Tong, la secolare mafia cinese, e la caotica situazione della città dopo la guerra di Corea, evocata efficacemente da Wood. Harry apre una scuola di karate e diventa conosciuto come “il Monaco”, cosa che effettivamente è.

A Hong Kong passano altri quattro anni, e non siamo arrivati nemmeno al quindicesimo episodio che lo scenario cambia ancora: un torneo di arti marziali dall’eco internazionale diventa l’occasione per il fratello minore di Harry di scoprire che è ancora vivo e quindi andare a prenderselo a Hong Kong. Dopo una sosta in Giamaica dove Charles White cerca di far dimenticare un lutto a Harry (sgominare una cellula di vecchi nazisti può essere un buon sistema per farlo) la scena si sposta negli Stati Uniti. Il ritorno alle consuetudini della vita oltreoceano non sarà facile visto che i dodici anni nel monastero e i tre come insegnante di karate (ma non erano rispettivamente 10 e 4? Oh, beh, la coerenza interna non è mai stato il primo pensiero di Wood) hanno creato un baratro incolmabile tra le abitudini di vita di Harry e quelle di suo padre Arthur. “Il Monaco” decide quindi di partire in moto, frutto di una delle sue buone azioni, verso il sud del continente dove si scontra con le situazioni tipiche di quella parte della nazione e di quell’epoca: Hell’s Angels, redneck, Ku Klux Klan, reduci del Vietnam… queste storie sono episodiche, ognuna racchiusa in sé, ma vi si percepisce il senso del viaggio e un percorso preciso verso una meta, per quanto indistinta. Quindi un minimo filo conduttore c’è, o almeno io ho voluto vedercelo. Poi subentra il Messico e la serie si sfilaccia: in un episodio Harry perde la memoria senza conseguenze a lungo termine, in un altro lo ritroviamo come lavoratore nelle selve messicane (anche qua, solo per quell’unica occasione), in un altro ancora è tuttofare in un albergo, ecc. C’è un tentativo di ricreare una struttura più coesa con l’introduzione della gitana Maria, ma la cosa si esaurisce tragicamente in un paio di episodi. Ogni tanto lo stesso protagonista finisce in secondo piano rispetto ad altri personaggi che incarnano le problematiche tipiche del Sudamerica: condizione dei nativi, sfruttamento delle risorse, brigantaggio, guerriglia, violenza della polizia, vecchi pazzi vestiti da vampiri, ecc.

Harry White termina nel 1978 inanellando 35 episodi. Verso la fine la serie rarefece le sue apparizioni su Fantasía e gli ultimi due episodi vennero pubblicati nove mesi dopo quello precedente. Il finale è quello tipico di molte, troppe, serie di Wood: è un episodio assolutamente normale, che non conclude nulla e potrebbe benissimo essere stato messo due o dieci o venti episodi prima. Certo, venti no perché non era ancora cominciata la fase messicana ma credo di aver reso l’idea. È probabile che in redazione avessero invertito l’ordine di pubblicazione degli episodi perché nel penultimo Harry sarebbe dovuto partire per il Nord Europa e non aveva più la moto, mentre in quello che venne pubblicato per ultimo è ancora in Sudamerica motorizzato. Ma non cambia poi molto: anche così la serie sarebbe rimasta sospesa e inconclusa.

Pur con la nota negativa di questo anticlimax, si tratta di una bella serie: ha un assunto di partenza originale, o che tale mi sembra (Wood riprese l’idea del pilota dell’Enola Gay nella storia di Un Giorno Un Secolo disegnata da Solano Lopez, non so se si era ispirato a qualche film o romanzo); ha un ottimo cast di comprimari; finché ce l’ha dispone di una continuity piuttosto stringente ma per nulla invasiva, che si apprezza con una lettura organica – poco importa che la Kate Joyce titolare di un episodio non sia evidentemente quella già citata in precedenza. Non mancano poi sequenze toccanti come l’episodio con il vecchio bandito Aurelio o quello del lottatore cieco che cerca Harry per ucciderlo in combattimento e vendicare così Hiroshima. Wood era inoltre cintura nera di karate e sapeva bene di cosa parlava. Ecco, forse un difetto potrebbe essere una certa pesantezza nelle didascalie in cui Wood sale in cattedra e si dilunga in particolari tecnici o storici, anche considerando che dato il tono della serie le didascalie di Harry White erano già pervase da una ieratica retorica. A differenza di altre serie di Wood, inoltre, non c’è molta ironia anche se quella poca presente è molto efficace, vedi il fraseggio fra la karateka cinese Mei-Ling e l’ereditiera Lisbeth Van Arden. Un fumetto, però, è anche costituito da disegni. Una volta, almeno, era così.

Oltre che scarni e approssimativi i disegni di David Mangiarotti sono decisamente anonimi, cosa rara per un autore argentino. È una specie di disegnatore di strip americane più rudimentale, diciamo un John Prentice meno curato. Inoltre fa anche ricorso a splash page e a vignette molto grandi dove rivela disinteresse per i dettagli e anche una conoscenza deficitaria dell’anatomia. Scelte quindi poco comprensibili ma ho una mia teoria al riguardo: gli sceneggiatori argentini (Wood, almeno) non scrivevano visualizzando le tavole ma descrivendo solo le singole vignette lasciando poi al disegnatore l’incombenza di organizzarle come meglio credeva: probabile che qualcuno volesse allungare un po’ il brodo producendo qualche tavola in più del necessario da farsi pagare dall’editore. Al di là di questo, in una serie sulle arti marziali le mani, i piedi e in generale tutto il corpo hanno un ruolo rilevante; Mangiarotti  non era proprio il disegnatore adatto. Penso a quello che avrebbero potuto fare il Lucho Olivera degli anni ’70 o Horacio Altuna, che qualche anno prima aveva disegnato vari unitarios di Wood a tema karate.

Oltretutto Mangiarotti avrebbe anche avuto le giustificazioni perfette per disegnare in maniera non calligrafica, visto che Wood ricorda spesso come la pratica del karate renda le nocche enormi e le dita della stessa lunghezza e quasi prive di unghie, ma il disegnatore non ne approfitta per prendersi qualche licenza che sarebbe stata giustificata. Disegna mani e piedi normali, solo che li disegna male. A volte manca addirittura la corrispondenza tra la descrizione dei personaggi e la loro raffigurazione: comprimari o antagonisti che dovrebbero essere brutti, giovani, grassi o bassi non vengono disegnati così, o perlomeno non con la stessa enfasi che dovrebbero avere basandosi sulle didascalie. Chi se ne frega poi se di una ragazza viene sottolineato il bell’abito provocante: Mangiarotti la disegna dal collo in su! In più di un’intervista Wood lamentò il fatto che non sempre (quasi mai) i disegnatori avevano reso giustizia ai suoi testi, arrivando a dire che gli avevano rovinato più di un fumetto. Credevo fosse un’esagerazione, ma poi ho visto Harry White. Non che Mangiarotti fosse sconosciuto in Italia, visto che aveva sostituito Garcia Lopez su Roland il Corsaro.

Robin Wood dà una dimostrazione di karate:
"Il karate è un'arte. Da quando l'ho imparato, combatto raramente con qualcuno."

La serie viene ripresa nel 1984, scritta inizialmente da Gustavo Amezaga (cioè Manuel Morini) per poi passare stabilmente nelle mani di Ricardo Ferrari che già era stato accreditato come collaboratore alla stesura di tre degli episodi di Wood. L’ipotetica imbeccata fornita da Wood in merito a una trasferta nordeuropea non venne minimamente considerata. Anche questa seconda fase dura circa 4 anni. Onore al merito, Mangiarotti migliorerà parecchio, ma non lo metterei comunque nell’Olimpo dei disegnatori argentini.

lunedì 20 aprile 2026

Satira 1: Altan

Pensavo che una serie di antologie sulla satira regalata da un quotidiano sarebbe stata una cosa abbastanza dimessa: dopotutto viene allegata di default, no? Spillatini di poche pagine in bianco e nero e l’omaggio è servito. Invece no: Satira si presenta bene, un brossurato formato quadrotto (più o meno) con un bel po’ di pagine a colori. Se anche Altan non fosse nelle corde dell’acquirente l’entusiasta introduzione di Filippo Ceccarelli (un po’ caotica proprio perché entusiasta) quanto meno lo incuriosirà.

Si parte dal 1982: le vignette non vengono accompagnate da note contestualizzanti ma certi nomi e certi riferimenti saranno sicuramente familiari anche a chi come me all’epoca era un bambino. Dopodiché dal 1986 si passa al 2000 e da lì in poi ovviamente i riferimenti saranno molto più chiari fino ad arrivare praticamente all’attualità. Che poi trattandosi di Altan il commento politico o il rimando alla notizia del giorno passa in secondo piano rispetto al cinico pessimismo sulla condizione umana che aleggia su tutte queste vignette. In totale sono 44 visto che alle 42 proposte all’interno se ne aggiungono le due in quarta di copertina che non sono espunte dal volumetto, a meno che non me ne sia sfuggita qualcuna. Curiosamente non ho avvertito il fenomeno che spesso accompagna questi “best of”, cioè l’impulso di andare ad approfondire altrove l’opera dell’autore. Potere dell’estemporaneità delle vignette, immagino, che esaurendosi in se stesse non lasciano a bocca asciutta.

giovedì 16 aprile 2026

Le serie di Robin Wood inedite in Italia: El Flaco Boedo (1998)


Oggigiorno è facilissimo procurarsi almeno virtualmente il materiale della Columba, quindi questa ormai non più ipotetica ricognizione sulle serie inedite di Wood è un po’ inutile perché chiunque sia interessato può toccare con mano direttamente il prodotto. Abbiate pazienza, devo pur inventarmi qualcosa per mandare avanti il blog. Diciamo che questa iniziativa potrebbe essere utile a qualche appassionato per decidere se imbarcarsi in download molto pesanti o nella lettura di quelle migliaia di tavole che ha già scaricato.

El Flaco Boedo

Oltre al Signor Lopez con le sue Puertitas in Argentina c’è un altro emulo di Fantozzi, solo che Boedo è tutt’altro che grasso: “flaco”, appunto, uno dei soprannomi di base argentini, quello che indica una persona magra (il chitarrista di Francesco Guccini è appunto Juan Carlos “Flaco” Biondini). Boedo detesta il suo lavoro e la sua vita: l’unica persona che non lo maltratta è una laida collega che gli dedica delle sgradite attenzioni. Una sera, dopo essersi attardato in ufficio per sbrigare le pratiche del figlio del capo, salva una fatina da un cane e la nasconde allo sguardo di quello che sembra essere un vampiro. Davinia, questo il nome della fata, gli propone di esprimere dei desideri e il giorno dopo questi si avverano!

La creaturina è in missione per salvare la sua sovrana Lavina dai vampiri che l’hanno rapita e, per quanto titubante, adesso che ha recuperato i capelli e la fiducia in sé stesso Boedo potrà aiutarla a trovare il magico Smeraldo della Vita con cui riscattare la regina delle fate. Inizia così questa originale storia umoristica con un po’ di satira di costume e tanto fantasy. E qui finisce, perché ne venne prodotto un solo episodio nonostante gli entusiasti proclami della Columba sul fatto che il secondo era già in lavorazione. D’altro canto si era nel 1998: di lì a poco l’editore avrebbe cessato le pubblicazioni e forse questo influì sulle aspettative di vita della serie o miniserie che fosse. Ma ho notato che Vogt sfoggiava una cura maggiore per i dettagli rispetto ai suoi altri lavori di qualche anno prima come Se busca una Secretaria e La Muchacha Sueca: forse El Flaco Boedo era un progetto abbandonato anni prima rimasto a lungo nel cassetto prima di essere pubblicato in mancanza di altro materiale. Un mistero destinato a rimanere irrisolto come la trama; ed è un peccato, perché questo soggetto prometteva di fare faville nelle mani della collaudatissima coppia Wood-Vogt.

lunedì 13 aprile 2026

Fumettisti d'invenzione! - 202

Mi permetto di integrare il divertente e interessantissimo volume di Alfredo Castelli con altri “fumettisti d’invenzione” e simili.

In grassetto le categorie in cui ho inserito la singola segnalazione e la pagina di riferimento del testo originale.

CARTOONIST COME PROTAGONISTA – SERIE (pag. 19)

ALEX

(Stati Uniti 1994, nel comic book omonimo, © Kalesniko, drammatico)

Mark Kalesniko

Alex Kalienka, disegnato col volto di un cane, sembrava aver raggiunto lo scopo della sua vita: lavorare per i Mickey Walt Studios. E invece adesso è un fumettista rabbioso in crisi d’ispirazione che si isola dal resto del mondo respingendo le altre persone e sprofondando nell’alcolismo. Il ricordo di un suo professore d’arte parrebbe ridargli un po’ di vitalità, ma nei fatti gli trasmetterà solo i suoi gatti/paranoie.

Ma forse alla fine ci sarà un po’ di speranza anche per lui.

CARTOONIST COME COPROTAGONISTA OCCASIONALE – FUMETTI SERIALI (pag. 28)

EX MACHINA (IDEM)

(Stati Uniti 2004, nel comic book omonimo, © Vaughan/Harris, supereroi)

Brian K. Vaughan (T), Tony Harris (D)

Dopo un passato di supereroe col nome di Grande Macchina (unico superuomo in questo universo narrativo) Mitchell Hundred deve affrontare la sua sfida più impegnativa: fare il sindaco di New York dopo l’attacco alle Torri Gemelle.

Ruthless in Ex Machina 40 (2009). Brian K. Vaughan e Garth Ennis (T), Tony Harris, Jim Lee e Richard Friend (D)

Gli stessi Vaughan e Harris hanno un colloquio con Hundred per realizzare un fumetto su di lui. In realtà non sono le prime scelte del sindaco e comunque non saranno loro a realizzare l’opera.

Pseudofumetto: il Ruthless del titolo, di cui vediamo un breve estratto, che non viene realizzato da Vaughan e Harris ma dal duo Ennis-Lee (con gli inchiostri di Friend).

Fuori tema: fumettisti non d’invenzione: citazioni, caricature, camei; fumetti biografici; metafumetti e autoreferenzialità; parodie

CITAZIONI, CARICATURE, CAMEI (pag. 61)

THE AVENGERS IN THE VERACITY TRAP! (GLI AVENGERS NELLA TRAPPOLA DELLA VERACITÀ!)

(Stati Uniti 2025, © Marvel Comics, supereroi)

Chip Kidd e Michael Cho (T), Michael Cho (D)

Gli Avengers finiscono nel mondo reale quando Loki fa scattare la trappola del titolo. E qui incontrano i loro stessi autori.

Fuori tema: fumettisti non d’invenzione: citazioni, caricature, camei; fumetti biografici; metafumetti e autoreferenzialità; parodie

PARODIE (pag. 67)

ECHOLANDS (IDEM)

(Stati Uniti 2022, nel comic book omonimo, © J H Williams III & W  Haden Blackman, fantascienza)

J. [James] H. Williams III, William Haden Blackman (T), J. [James] H. Williams III (D)

Hope ruba un preziosissimo gioiello al dittatore che controlla la Città e tutto il mondo,dandosi quindi alla fuga in un mondo che è un patchwork di universi narrativi diversi.

Pseudofumetto: le parti a fumetti di Echolands sono integrate da lacerti della rivista Echo che contemplano una lunga intervista, annunci pubblicitari e anche una striscia a fumetti: Here We Ego di Anton Veracruz, che vede protagonisti due robot, uno antropomorfo e l’altro sferico. Difficile dire se questa strisca, assai criptica, abbia una qualche relazione con il fumetto principale.