Oggigiorno è facilissimo
procurarsi almeno virtualmente il materiale della Columba, quindi questa ormai
non più ipotetica ricognizione sulle serie inedite di Wood è un po’ inutile
perché chiunque sia interessato può toccare con mano direttamente il prodotto.
Abbiate pazienza, devo pur inventarmi qualcosa per mandare avanti il blog.
Diciamo che questa iniziativa potrebbe essere utile a qualche appassionato per
decidere se imbarcarsi in download molto pesanti o nella lettura di quelle
migliaia di tavole che ha già scaricato.
Hjalmar-Sagrant-Harald
È un fatto acquisito che Robin
Wood oltre (o piuttosto) che sceneggiatore volesse diventare disegnatore di
fumetti, tanto da studiare in diverse scuole d’arte tra cui parrebbe anche la
mitica Escuela Panamericana de Arte: forse fu proprio lì che conobbe Luis
“Lucho” Olivera. L’aneddotica woodiana contempla di conseguenza anche
l’episodio secondo cui avrebbe presentato alla Columba un unitario di cui realizzò sia i testi che i disegni, ma il risultato
della parte grafica fu ritenuto di livello insufficiente per la pubblicazione.
Da qui in poi la storia presenta due sviluppi divergenti ma non mutualmente
esclusivi: un redattore importante della Columba potrebbe essersi tenute le
tavole come rarità da collezione, oppure potrebbe (lui o chi per lui) averle
trattenute per usarle come monito per Wood: occhio che se sgarri le
pubblichiamo e le facciamo vedere a tutti. Da quello che si sa, quel fumetto
avrebbe dovuto vertere su un vichingo, lo Hjalmar che tornerà con una certa frequenza
nell’universo di Wood (e che noi abbiamo visto ufficialmente solo in un ciclo
di Dago).
Ma alla Columba non si buttava via nulla e i testi vennero riciclati e fatti disegnare da Sergio Mulko. Ora, se Mulko
venne considerato migliore di quanto prodotto dal Wood disegnatore, tremo al
pensiero di come fossero le tavole della Leyenda.

La cosa più gentile che si può
dire di Mulko è che perlomeno non è Scozzari. Magra consolazione: i suoi
personaggi e i suoi sfondi sono abbozzati, storti, sproporzionati. Eppure nel
“libero” Kempet en el Desfiladero,
sempre scritto da Wood e pubblicato anch’esso nel 1969, aveva dimostrato una
maggiore abilità. È vero che i mostri
di bravura come Alberto Salinas ed Ernesto Garcia Seijas erano merce rara in
quegli anni alla Columba ma Lito Fernandez e Lucho Olivera, per limitarmi a due
casi, stavano già evolvendo verso l’eccellenza futura. Ma vediamo com’è questo Hjalmar.
Nonostante sia una figura
piuttosto ricorrente nei fumetti di Wood, magari con caratteristiche adattate
al contesto, l’eroe eponimo dalla
mano di ferro (che Mulko si dimentica puntualmente di disegnare come tale) non
è propriamente il protagonista quanto una figura incombente e un po’ il deus ex machina. Il motore della storia
è Juan de Montfornier che trova un sistema efficace per farsi nominare
tesoriere dal suo signore il barone di Arlac: individuati dei vichinghi già
spossati da un precedente combattimento, ha facile gioco nel farli sterminare
dalle sue truppe al grido «Dio lo vuole!» mentre i norreni invocano Wothan
(sic). Al massacro sopravvive il piccolo Harald che viene mandato alla corte di
Arlac come trofeo di guerra. Il guaio per i Franchi è che il bambino è figlio
nientemeno che di Hjalmar, uno dei capi dei vichinghi. La sua furia si scatena
quindi contro la terra dei Franchi (non che Harald venisse trattato male,
tutt’altro) che nel frattempo con la morte del barone è passata informalmente
nelle mani di Montfornier che ha già predisposto l’uccisione della figlia del
barone dopo che gli ha negato di sposarlo per ufficializzare il suo subentro al
potere. Ma Hjalmar la salva e sebbene si innamorino l’uno dell’altra dovranno
vivere ognuno nel proprio mondo d’appartenenza.
Non è proprio un romanzo Harmony
ma non è nemmeno quello che mi aspettavo da una storia di vichinghi. E come
anticipato Hjalmar è una figura quasi sussidiaria rispetto agli altri
personaggi che sono i veri protagonisti. È anche vero che le caratteristiche
del genere sarebbero state codificate qualche anno dopo, col boom delle serie
di vikingos sia alla Columba che alla
Record. Al di là di queste considerazioni, Wood non è comunque al suo top: le
didascalie non hanno il tono aulico ed epico che mi aspettavo (e che qui
sarebbe stato perfetto), inoltre la storia si muove con eccessiva frenesia e i
personaggi capiscono al volo quello che succede anche se non si sono mai visti prima.

La vicenda può dirsi conclusa con
questa nota finale sentimentalmente malinconica, ma dopo la sua pubblicazione
sul numero 212 di D’Artagnan ebbe un
seguito poche settimane dopo sul numero 215: in Sagrant uno Hjalmar invecchiato e stabilmente stanziato in Irlanda
si rende conto che le ribellioni locali finiranno per avere ragione degli
invasori vichinghi. Il provvidenziale arrivo del suo vecchio amico Olav con la
figlia Verien che stuzzica Harald gli fornisce il destro per l’ultima eroica
impresa, in cui resiste agli assalti dei ribelli trovando eroicamente la morte
in battaglia dopo aver ucciso il loro re Brian Boru – Sagrant è il nome della
spada di Hjalmar, cantata da bardi e che come ultimo gesto Hjalmar lancerà ad
Harald che si allontana. Sembra un finale aperto, foriero di ulteriori
sviluppi, e in effetti questa breve saga continuerà ancora, anche se il seguito
si farà attendere un bel po’ (ma in altri casi un seguito non si concretizzò mai): comparirà appena nel marzo del 1970 mentre Sagrant fu pubblicato a novembre del
1969.
Harald, il terzo e ultimo capitolo della saga, comincia dove finiva
Sagrant: il figlio di Hjalmar giunge
a Läag Griensen, in qualche parte del Nord Europa che non sono riuscito a
localizzare. Il letterista dovette essere un po’ confuso da questi nomi nordici
visto che rispetto a Sagrant la
dieresi si sposta sulla seconda A di «Laag», la spada diventa «Sargant» e Olav
«Olaf». Quest’ultimo è adesso il suocero di Harald che a quanto pare nel breve
lasso di tempo da un episodio all’altro ha sposato Verien. La ciurma viene
accolta con tutti gli onori dal vecchio Einar immaginando che si tratti di
Hjalmar, ma nonostante la tristezza nell’apprendere della sua morte rimane tutt’altro
che deluso dalla visita e spiega ad Harald la situazione nel Laäg Griensen: i
barbari finlandesi si sono alleati col re dello Jutland Erik Thor e sono sul
sentiero di guerra. Harald si propone quindi come capo di guerra e la cosa
suscita malumori alla corte di Einar, visto che altri giovani rampanti
vorrebbero avere quel posto. Altri vichinghi locali invece vedrebbero di buon
occhio l’idea di essere guidati da Harald, sebbene di logica lo abbiano appena
conosciuto – fino a quel momento era sempre vissuto in Irlanda, giusto? In ogni
caso Harald mostra il suo valore ma è con l’astuzia e la diplomazia che riesce
a farsi alleato Erik Thor e a ribaltare la situazione, invadendo la Finlandia e
conquistando il Nord in un processo che dura un anno e che Wood riassume in
maniera sbrigativa e senza particolare mordente. Alla morte di Einar sarà
Harald a essere nominato il nuovo re dei vichinghi locali. Ma non darà seguito
alla vita di invasioni e pirateria e getterà Sagrant (stavolta scritto
correttamente) in un braciere, o qualsiasi cosa sia quello che ha disegnato
Mulko. Col suo gesto pone fine simbolicamente all’era di saccheggio e violenza
dei vichinghi, una sequenza che avrebbe potuto essere molto suggestiva e che
invece a me è sembrata un anticlimax.

Si sarà già capito che per me
questa trilogia si è rivelata inferiore alle aspettative, che erano piuttosto
alte: se Wood volle disegnare in prima persona una sua storia di logica doveva
ritenerla di qualità superiore, no? Invece manca l’epico afflato lirico che
davo per scontato ci fosse nel Wood di quell’epoca, i personaggi sono un po’
fuori fuoco (è stato fuorviante intitolare a Hjalmar il primo episodio) e c’è
qualche melensaggine di troppo. Mulko, poi, è schematico, sbrigativo e confuso.
Hjalmar-Sagrant-Harald offriranno però l’occasione per un
interessante dietro le quinte sul lavoro di Wood e dei disegnatori della
Columba, o meglio una riflessione su quanto la “regia” di un fumetto possa
incidere sulla sua qualità e la sua comprensione: la storia dei due capi
vichinghi è perfettamente conclusa, ma conoscerà una seconda vita editoriale dodici
anni dopo[link da inserire].