mercoledì 22 aprile 2026

Le serie di Robin Wood inedite in Italia: Harry White (1974)


Oggigiorno è facilissimo procurarsi almeno virtualmente il materiale della Columba, quindi questa ormai non più ipotetica ricognizione sulle serie inedite di Wood è un po’ inutile perché chiunque sia interessato può toccare con mano direttamente il prodotto. Abbiate pazienza, devo pur inventarmi qualcosa per mandare avanti il blog. Diciamo che questa iniziativa potrebbe essere utile a qualche appassionato per decidere se imbarcarsi in download molto pesanti o nella lettura di quelle migliaia di tavole che ha già scaricato.

Harry white

A vent’anni Harry White presta servizio a bordo dell’Enola Gay e assiste così da una posizione privilegiata agli effetti dello sgancio della bomba atomica su Hiroshima. Devastato dal rimorso, vaga per mesi ubriacandosi per il Giappone finché non viene introdotto a un monastero dove apprende il karate (o meglio il karate-do) e ritrova la pace.

I primi cinque episodi alternano due linee temporali: gli anni in cui Harry si allena nel monastero dove affina le arti marziali e il periodo del suo peregrinare dal 1945 fino a quando venne (r)accolto dal vecchio Mifune che lo introdusse al karate. La vita di Harry White è in continuo movimento, e così la sua serie: dopo dieci anni abbondanti di meditazione e allenamento, uno dei monaci intuisce che è ora per Harry di tornare nel mondo secolare e lo incarica di prestare soccorso all’amico scrittore Yin-Ho a Hong Kong: si tratta di una scusa per spingerlo oltre le mura protette del monastero. E il suo impatto col mondo esterno non è niente male visto che si trova a dover affrontare il Tong, la secolare mafia cinese, e la caotica situazione della città dopo la guerra di Corea, evocata efficacemente da Wood. Harry apre una scuola di karate e diventa conosciuto come “il Monaco”, cosa che effettivamente è.

A Hong Kong passano altri quattro anni, e non siamo arrivati nemmeno al quindicesimo episodio che lo scenario cambia ancora: un torneo di arti marziali dall’eco internazionale diventa l’occasione per il fratello minore di Harry di scoprire che è ancora vivo e quindi andare a prenderselo a Hong Kong. Dopo una sosta in Giamaica dove Charles White cerca di far dimenticare un lutto a Harry (sgominare una cellula di vecchi nazisti può essere un buon sistema per farlo) la scena si sposta negli Stati Uniti. Il ritorno alle consuetudini della vita oltreoceano non sarà facile visto che i dodici anni nel monastero e i tre come insegnante di karate (ma non erano rispettivamente 10 e 4? Oh, beh, la coerenza interna non è mai stato il primo pensiero di Wood) hanno creato un baratro incolmabile tra le abitudini di vita di Harry e quelle di suo padre Arthur. “Il Monaco” decide quindi di partire in moto, frutto di una delle sue buone azioni, verso il sud del continente dove si scontra con le situazioni tipiche di quella parte della nazione e di quell’epoca: Hell’s Angels, redneck, Ku Klux Klan, reduci del Vietnam… queste storie sono episodiche, ognuna racchiusa in sé, ma vi si percepisce il senso del viaggio e un percorso preciso verso una meta, per quanto indistinta. Quindi un minimo filo conduttore c’è, o almeno io ho voluto vedercelo. Poi subentra il Messico e la serie si sfilaccia: in un episodio Harry perde la memoria senza conseguenze a lungo termine, in un altro lo ritroviamo come lavoratore nelle selve messicane (anche qua, solo per quell’unica occasione), in un altro ancora è tuttofare in un albergo, ecc. C’è un tentativo di ricreare una struttura più coesa con l’introduzione della gitana Maria, ma la cosa si esaurisce tragicamente in un paio di episodi. Ogni tanto lo stesso protagonista finisce in secondo piano rispetto ad altri personaggi che incarnano le problematiche tipiche del Sudamerica: condizione dei nativi, sfruttamento delle risorse, brigantaggio, guerriglia, violenza della polizia, vecchi pazzi vestiti da vampiri, ecc.

Harry White termina nel 1978 inanellando 35 episodi. Verso la fine la serie rarefece le sue apparizioni su Fantasía e gli ultimi due episodi vennero pubblicati nove mesi dopo quello precedente. Il finale è quello tipico di molte, troppe, serie di Wood: è un episodio assolutamente normale, che non conclude nulla e potrebbe benissimo essere stato messo due o dieci o venti episodi prima. Certo, venti no perché non era ancora cominciata la fase messicana ma credo di aver reso l’idea. È probabile che in redazione avessero invertito l’ordine di pubblicazione degli episodi perché nel penultimo Harry sarebbe dovuto partire per il Nord Europa e non aveva più la moto, mentre in quello che venne pubblicato per ultimo è ancora in Sudamerica motorizzato. Ma non cambia poi molto: anche così la serie sarebbe rimasta sospesa e inconclusa.

Pur con la nota negativa di questo anticlimax, si tratta di una bella serie: ha un assunto di partenza originale, o che tale mi sembra (Wood riprese l’idea del pilota dell’Enola Gay nella storia di Un Giorno Un Secolo disegnata da Solano Lopez, non so se si era ispirato a qualche film o romanzo); ha un ottimo cast di comprimari; finché ce l’ha dispone di una continuity piuttosto stringente ma per nulla invasiva, che si apprezza con una lettura organica – poco importa che la Kate Joyce titolare di un episodio non sia evidentemente quella già citata in precedenza. Non mancano poi sequenze toccanti come l’episodio con il vecchio bandito Aurelio o quello del lottatore cieco che cerca Harry per ucciderlo in combattimento e vendicare così Hiroshima. Wood era inoltre cintura nera di karate e sapeva bene di cosa parlava. Ecco, forse un difetto potrebbe essere una certa pesantezza nelle didascalie in cui Wood sale in cattedra e si dilunga in particolari tecnici o storici, anche considerando che dato il tono della serie le didascalie di Harry White erano già pervase da una ieratica retorica. A differenza di altre serie di Wood, inoltre, non c’è molta ironia anche se quella poca presente è molto efficace, vedi il fraseggio fra la karateka cinese Mei-Ling e l’ereditiera Lisbeth Van Arden. Un fumetto, però, è anche costituito da disegni. Una volta, almeno, era così.

Oltre che scarni e approssimativi i disegni di David Mangiarotti sono decisamente anonimi, cosa rara per un autore argentino. È una specie di disegnatore di strip americane più rudimentale, diciamo un John Prentice meno curato. Inoltre fa anche ricorso a splash page e a vignette molto grandi dove rivela disinteresse per i dettagli e anche una conoscenza deficitaria dell’anatomia. Scelte quindi poco comprensibili ma ho una mia teoria al riguardo: gli sceneggiatori argentini (Wood, almeno) non scrivevano visualizzando le tavole ma descrivendo solo le singole vignette lasciando poi al disegnatore l’incombenza di organizzarle come meglio credeva: probabile che qualcuno volesse allungare un po’ il brodo producendo qualche tavola in più del necessario da farsi pagare dall’editore. Al di là di questo, in una serie sulle arti marziali le mani, i piedi e in generale tutto il corpo hanno un ruolo rilevante; Mangiarotti  non era proprio il disegnatore adatto. Penso a quello che avrebbero potuto fare il Lucho Olivera degli anni ’70 o Horacio Altuna, che qualche anno prima aveva disegnato vari unitarios di Wood a tema karate.

Oltretutto Mangiarotti avrebbe anche avuto le giustificazioni perfette per disegnare in maniera non calligrafica, visto che Wood ricorda spesso come la pratica del karate renda le nocche enormi e le dita della stessa lunghezza e quasi prive di unghie, ma il disegnatore non ne approfitta per prendersi qualche licenza che sarebbe stata giustificata. Disegna mani e piedi normali, solo che li disegna male. A volte manca addirittura la corrispondenza tra la descrizione dei personaggi e la loro raffigurazione: comprimari o antagonisti che dovrebbero essere brutti, giovani, grassi o bassi non vengono disegnati così, o perlomeno non con la stessa enfasi che dovrebbero avere basandosi sulle didascalie. Chi se ne frega poi se di una ragazza viene sottolineato il bell’abito provocante: Mangiarotti la disegna dal collo in su! In più di un’intervista Wood lamentò il fatto che non sempre (quasi mai) i disegnatori avevano reso giustizia ai suoi testi, arrivando a dire che gli avevano rovinato più di un fumetto. Credevo fosse un’esagerazione, ma poi ho visto Harry White. Non che Mangiarotti fosse sconosciuto in Italia, visto che aveva sostituito Garcia Lopez su Roland il Corsaro.

Robin Wood dà una dimostrazione di karate:
"Il karate è un'arte. Da quando l'ho imparato, combatto raramente con qualcuno."

La serie viene ripresa nel 1984, scritta inizialmente da Gustavo Amezaga (cioè Manuel Morini) per poi passare stabilmente nelle mani di Ricardo Ferrari che già era stato accreditato come collaboratore alla stesura di tre degli episodi di Wood. L’ipotetica imbeccata fornita da Wood in merito a una trasferta nordeuropea non venne minimamente considerata. Anche questa seconda fase dura circa 4 anni. Onore al merito, Mangiarotti migliorerà parecchio, ma non lo metterei comunque nell’Olimpo dei disegnatori argentini.

lunedì 20 aprile 2026

Satira 1: Altan

Pensavo che una serie di antologie sulla satira regalata da un quotidiano sarebbe stata una cosa abbastanza dimessa: dopotutto viene allegata di default, no? Spillatini di poche pagine in bianco e nero e l’omaggio è servito. Invece no: Satira si presenta bene, un brossurato formato quadrotto (più o meno) con un bel po’ di pagine a colori. Se anche Altan non fosse nelle corde dell’acquirente l’entusiasta introduzione di Filippo Ceccarelli (un po’ caotica proprio perché entusiasta) quanto meno lo incuriosirà.

Si parte dal 1982: le vignette non vengono accompagnate da note contestualizzanti ma certi nomi e certi riferimenti saranno sicuramente familiari anche a chi come me all’epoca era un bambino. Dopodiché dal 1986 si passa al 2000 e da lì in poi ovviamente i riferimenti saranno molto più chiari fino ad arrivare praticamente all’attualità. Che poi trattandosi di Altan il commento politico o il rimando alla notizia del giorno passa in secondo piano rispetto al cinico pessimismo sulla condizione umana che aleggia su tutte queste vignette. In totale sono 44 visto che alle 42 proposte all’interno se ne aggiungono le due in quarta di copertina che non sono espunte dal volumetto, a meno che non me ne sia sfuggita qualcuna. Curiosamente non ho avvertito il fenomeno che spesso accompagna questi “best of”, cioè l’impulso di andare ad approfondire altrove l’opera dell’autore. Potere dell’estemporaneità delle vignette, immagino, che esaurendosi in se stesse non lasciano a bocca asciutta.

giovedì 16 aprile 2026

Le serie di Robin Wood inedite in Italia: El Flaco Boedo (1998)


Oggigiorno è facilissimo procurarsi almeno virtualmente il materiale della Columba, quindi questa ormai non più ipotetica ricognizione sulle serie inedite di Wood è un po’ inutile perché chiunque sia interessato può toccare con mano direttamente il prodotto. Abbiate pazienza, devo pur inventarmi qualcosa per mandare avanti il blog. Diciamo che questa iniziativa potrebbe essere utile a qualche appassionato per decidere se imbarcarsi in download molto pesanti o nella lettura di quelle migliaia di tavole che ha già scaricato.

El Flaco Boedo

Oltre al Signor Lopez con le sue Puertitas in Argentina c’è un altro emulo di Fantozzi, solo che Boedo è tutt’altro che grasso: “flaco”, appunto, uno dei soprannomi di base argentini, quello che indica una persona magra (il chitarrista di Francesco Guccini è appunto Juan Carlos “Flaco” Biondini). Boedo detesta il suo lavoro e la sua vita: l’unica persona che non lo maltratta è una laida collega che gli dedica delle sgradite attenzioni. Una sera, dopo essersi attardato in ufficio per sbrigare le pratiche del figlio del capo, salva una fatina da un cane e la nasconde allo sguardo di quello che sembra essere un vampiro. Davinia, questo il nome della fata, gli propone di esprimere dei desideri e il giorno dopo questi si avverano!

La creaturina è in missione per salvare la sua sovrana Lavina dai vampiri che l’hanno rapita e, per quanto titubante, adesso che ha recuperato i capelli e la fiducia in sé stesso Boedo potrà aiutarla a trovare il magico Smeraldo della Vita con cui riscattare la regina delle fate. Inizia così questa originale storia umoristica con un po’ di satira di costume e tanto fantasy. E qui finisce, perché ne venne prodotto un solo episodio nonostante gli entusiasti proclami della Columba sul fatto che il secondo era già in lavorazione. D’altro canto si era nel 1998: di lì a poco l’editore avrebbe cessato le pubblicazioni e forse questo influì sulle aspettative di vita della serie o miniserie che fosse. Ma ho notato che Vogt sfoggiava una cura maggiore per i dettagli rispetto ai suoi altri lavori di qualche anno prima come Se busca una Secretaria e La Muchacha Sueca: forse El Flaco Boedo era un progetto abbandonato anni prima rimasto a lungo nel cassetto prima di essere pubblicato in mancanza di altro materiale. Un mistero destinato a rimanere irrisolto come la trama; ed è un peccato, perché questo soggetto prometteva di fare faville nelle mani della collaudatissima coppia Wood-Vogt.

lunedì 13 aprile 2026

Fumettisti d'invenzione! - 202

Mi permetto di integrare il divertente e interessantissimo volume di Alfredo Castelli con altri “fumettisti d’invenzione” e simili.

In grassetto le categorie in cui ho inserito la singola segnalazione e la pagina di riferimento del testo originale.

CARTOONIST COME PROTAGONISTA – SERIE (pag. 19)

ALEX

(Stati Uniti 1994, nel comic book omonimo, © Kalesniko, drammatico)

Mark Kalesniko

Alex Kalienka, disegnato col volto di un cane, sembrava aver raggiunto lo scopo della sua vita: lavorare per i Mickey Walt Studios. E invece adesso è un fumettista rabbioso in crisi d’ispirazione che si isola dal resto del mondo respingendo le altre persone e sprofondando nell’alcolismo. Il ricordo di un suo professore d’arte parrebbe ridargli un po’ di vitalità, ma nei fatti gli trasmetterà solo i suoi gatti/paranoie.

Ma forse alla fine ci sarà un po’ di speranza anche per lui.

CARTOONIST COME COPROTAGONISTA OCCASIONALE – FUMETTI SERIALI (pag. 28)

EX MACHINA (IDEM)

(Stati Uniti 2004, nel comic book omonimo, © Vaughan/Harris, supereroi)

Brian K. Vaughan (T), Tony Harris (D)

Dopo un passato di supereroe col nome di Grande Macchina (unico superuomo in questo universo narrativo) Mitchell Hundred deve affrontare la sua sfida più impegnativa: fare il sindaco di New York dopo l’attacco alle Torri Gemelle.

Ruthless in Ex Machina 40 (2009). Brian K. Vaughan e Garth Ennis (T), Tony Harris, Jim Lee e Richard Friend (D)

Gli stessi Vaughan e Harris hanno un colloquio con Hundred per realizzare un fumetto su di lui. In realtà non sono le prime scelte del sindaco e comunque non saranno loro a realizzare l’opera.

Pseudofumetto: il Ruthless del titolo, di cui vediamo un breve estratto, che non viene realizzato da Vaughan e Harris ma dal duo Ennis-Lee (con gli inchiostri di Friend).

Fuori tema: fumettisti non d’invenzione: citazioni, caricature, camei; fumetti biografici; metafumetti e autoreferenzialità; parodie

CITAZIONI, CARICATURE, CAMEI (pag. 61)

THE AVENGERS IN THE VERACITY TRAP! (GLI AVENGERS NELLA TRAPPOLA DELLA VERACITÀ!)

(Stati Uniti 2025, © Marvel Comics, supereroi)

Chip Kidd e Michael Cho (T), Michael Cho (D)

Gli Avengers finiscono nel mondo reale quando Loki fa scattare la trappola del titolo. E qui incontrano i loro stessi autori.

Fuori tema: fumettisti non d’invenzione: citazioni, caricature, camei; fumetti biografici; metafumetti e autoreferenzialità; parodie

PARODIE (pag. 67)

ECHOLANDS (IDEM)

(Stati Uniti 2022, nel comic book omonimo, © J H Williams III & W  Haden Blackman, fantascienza)

J. [James] H. Williams III, William Haden Blackman (T), J. [James] H. Williams III (D)

Hope ruba un preziosissimo gioiello al dittatore che controlla la Città e tutto il mondo,dandosi quindi alla fuga in un mondo che è un patchwork di universi narrativi diversi.

Pseudofumetto: le parti a fumetti di Echolands sono integrate da lacerti della rivista Echo che contemplano una lunga intervista, annunci pubblicitari e anche una striscia a fumetti: Here We Ego di Anton Veracruz, che vede protagonisti due robot, uno antropomorfo e l’altro sferico. Difficile dire se questa strisca, assai criptica, abbia una qualche relazione con il fumetto principale.

venerdì 10 aprile 2026

Le serie di Robin Wood inedite in Italia: Todos los Trenes de Alemania (1991)


Oggigiorno è facilissimo procurarsi almeno virtualmente il materiale della Columba, quindi questa ormai non più ipotetica ricognizione sulle serie inedite di Wood è un po’ inutile perché chiunque sia interessato può toccare con mano direttamente il prodotto. Abbiate pazienza, devo pur inventarmi qualcosa per mandare avanti il blog. Diciamo che questa iniziativa potrebbe essere utile a qualche appassionato per decidere se imbarcarsi in download molto pesanti o nella lettura di quelle migliaia di tavole che ha già scaricato.

Todos los Trenes de Alemania

Il suo editore e i suoi collaboratori non si capacitano del perché il loro scrittore dalle uova d’oro (ne conosceremo solo il nome: Dennis) voglia sempre spostarsi in treno e passare tassativamente per la Germania. Anche adesso che dovrà presenziare a Cannes in occasione della presentazione di un film tratto da un suo racconto.

Parte il flashback: un giovane ma già di successo Dennis giunge in treno a Monaco ospite di Luisa che lo ama follemente. La loro relazione non verrà approfondita più di tanto, si sa che alla Columba erano dei bacchettoni. A casa di Luisa c’è anche Signe, rampolla di una ricchissima famiglia tedesca che ha abbandonato casa e porta costantemente gli occhiali da sole. Il rapporto tra i tre diventa teso e Luisa non riesce a sopportare la precarietà della vita di Dennis, incapace di star fermo in un posto e che infatti già progetta di partire per il Nepal. A questo si aggiunge il tarlo del sospetto di una tresca con Signe.

Leggere la prima parte di questa miniserie è stato terribile. Non perché sia brutta (tutt’altro) ma perché conoscendo un po’ della storia personale di Robin Wood, vedi i riferimenti all’avventura che visse con L(o)uisa in Turchia, ero terribilmente a disagio a leggere quella che evidentemente è una serie di ricordi romanzati, intessuti in quella che finisce per diventare un’autoanalisi anche molto critica verso se stesso. E paradossalmente il fatto che i personaggi stessi giudichino melodrammatiche certe uscite e certe frasi le rende ancora più realistiche (e dolorose). Perché c’è poco da fare: Dennis è Robin Wood, appena nascosto dietro il nome di uno dei suoi personaggi-simbolo che nelle sue avventure inedite in Italia (di Dennis Martin abbiamo visto solo la versione di Collins) incontrò personaggi simili a quelli in scena qui. Tanto che getta anche un gustoso easter egg a chi sa coglierlo: Signe, la gelida tedesca con gli occhiali da sole la cui stanza è un bugigattolo con quasi niente dentro, viene scambiata inizialmente per una Kirsten. Certo, Kirsten e non Katrin, così come Luisa e non Louisa ma chi ha orecchie per intendere avrà già abbondantemente inteso.

Fortunatamente a metà del secondo episodio (di tre) la storia prende una piega drammatica, forse ispirata alle gesta della Banda Baader-Meinhof: le cattive frequentazioni di Signe non si limitano più alle minacce e qui non vado oltre per non rovinare la sorpresa di un finale molto bello. Chissà se nella realtà andò a finire proprio così o se Wood ha voluto dopo anni mettere idealmente una bella pietra tombale su una sua vecchia storia d’amore. E chissà che non siano solo elucubrazioni mie prive di alcun fondamento.

I disegni sono affidati a Emiliano, che di cognome fa Parmiggiani ed era uso anche ad altri pseudonimi tra cui Etzien e un altro rivelatore del suo rapporto con Garcia Seijas. In Italia lo abbiamo visto tra le altre cose anche su un’altra serie di Wood, Raycon (disegnò inoltre il “pilota” de Il Pellegrino). L’ispirazione al lavoro del più grande fumettista del mondo è innegabile, e non è certo un difetto, anzi: un mondo in cui i disegnatori si ispirano a Garcia Seijas è la mia definizione stessa di paradiso. Solo che in Todos los Trenes de Alemania Emiliano non si è basato solo sul suo mentore/maestro/suocero (l’altro pseudonimo cui accennavo sopra era Yerno, “genero” in spagnolo) ma ha palesemente ricalcato alcune vignette di Alfonso Font. Non sono andato a controllare ma è evidente che certe figure sono state prese da Taxi e/o Clarke & Kubrick e/o Il Prigioniero delle Stelle. Giudicate un po’ voi:

Oltre a screditare il fumetto nel suo insieme, questo getta una fastidiosa luce di artificialità su una miniserie che invece era caratterizzata da quella che a me sembrava una sincerità estrema da parte di Wood nel condividere parte del suo vissuto.

mercoledì 8 aprile 2026

Kenya Integrale

Bell’integralone con cui ho potuto leggermi tutta la saga d’un fiato.

1947: nel Continente Nero alle falde del Kilimangiaro un safari organizzato da uno scrittore simil-Hemingway incappa in un mostro che sembra provenire dalla preistoria.

Qualche mese dopo giunge in loco una avvenente maestra che darà man forte al corpo insegnanti di Mombasa. La bella Kathy Austin è oggetto delle attenzioni di due suoi colleghi, un francese e un tedesco, che coi loro tentativi di corteggiamento danno vita a scene divertenti. Kenya è quindi una commedia romantica? Ovvio che no: Kathy è una spia inglese incaricata di far luce sulla sparizione dello scrittore e del suo entourage, visto che sembra intrecciarsi ad altri fenomeni inspiegabili circoscritti alla zona, dove compaiono mostruosità antidiluviane e dischi volanti dalle intenzioni poco chiare: vogliono preservare queste strane creature o vogliono distruggerle? Sempre ammesso che si tratti veramente di ufo.

Ricostituito a poco a poco ciò che resta della spedizione scomparsa, iniziano seriamente le indagini ma trovandosi in piena Guerra Fredda bisogna diffidare di tutti e prestare molta attenzione ai messaggi che la bibliotecaria della scuola, anch’essa un’agente inglese, fornisce tra le pagine dei libri in prestito.

A integrare il già nutrito e ben caratterizzato cast ci sono un pilota d’aereo privato e un nobile italiano che si è fatto costruire una vera reggia in pieno deserto. E le immancabili spie russe, la fazione più avanzata nelle ricerche e che soprattutto sa cosa cercare. La soluzione del mistero ruota infatti attorno a dei blocchi di metallo alieno da cui escono gli animali fantastici.

Rodolphe, che non ha solo scritto i dialoghi ma ha anche impostato gli storyboard, sa bene con che disegnatore lavora, e quindi inserisce varie scene di nudo. A tal proposito, Leo riesce a personalizzare abbastanza efficacemente ogni personaggio femminile.

Kenya è molto avvincente e anche grazie a delle sequenze più leggere e alla sovrabbondanza di piste che si intrecciano mantiene vivo l’interesse del lettore fino alla fine. Oltretutto, essendo una storia corale non serve che tutti i protagonisti sopravvivano e ciò garantisce più di un colpo di scena. Come sempre in questo tipo di storie, svelato il mistero il fascino della vicenda si sgonfia inevitabilmente ma è stato bello fare il viaggio per arrivare alla conclusione. In questo caso specifico, però, bisogna anche essere accondiscendenti coi due autori, che hanno optato per una soluzione da B-movie anni ’50 in cui la tecnologia aliena onnipotente risolve praticamente tutto sollevandoli dalla responsabilità di inventarsi qualsivoglia giustificazione che abbia una parvenza scientifica – gli alieni hanno pure un discreto senso dell’umorismo.

I disegni sono del Leo post-Aldebaran che integra le sue tavole di grasse pennellate, scelta che poi abbandonerà e che comunque non usò in Betelgeuse, contemporaneo a Kenya. Scelta non sempre efficace (i capelli mori sono un po’ “scarabocchiati”) ma comunque utile a dare volume ad alcuni elementi e a riempire un po’ le tavole anche perché purtroppo i colori di Scarlett Smulkowski non sono funzionali in tal senso. Se i cieli africani possono anche avere un loro fascino fauve risolti con due o tre colori buttati lì, gli elementi che Leo ha lasciato poco descritti come l’erba avrebbero meritato maggiore attenzione. In pratica la colorista butta giù badilate di colore digitale senza curarsi di sfumarlo se non con effettini che non arricchiscono ma rovinano ancora di più il tutto. E meno male che il volume è stampato su carta patinata, perché le tinte selezionate sono piatte e spesso tanto livide da risultare molto fredde. Ma è la stessa Smulkowski che colorava Blueberry? Mah. Da segnalare che c’è anche qualche fuori registro, ma niente di drammatico.

L’edizione italiana si segnala anche per un lettering (di Fabio D’Uva) un po’ confuso e una maniera assai originale di andare a capo. E ovviamente «Jaques» si chiama Jacques come evidente dalla sua lapide. E vabbè, tanto sono solo fumetti.