lunedì 9 marzo 2026

Medhelan: La favolosa storia di una terra

Mi ha fatto l’occhiolino dagli scaffali delle offerte della fumetteria e ho ceduto.

Sulle prime pensavo si trattasse di un volume con cui a suo tempo (2015) la Star volesse inserirsi nel filone del Romanzi a Fumetti della Bonelli ma non è così, o almeno non è solo così: si tratta di una uscita speciale promossa in occasione dell’Expo di Milano per raccontare la filosofia alla base del Parco Nord.

La cornice della storia è l’ennesima rivisitazione di 12 Angry Men (d’altra parte lo sceneggiatore Silvio Da Rù viene dal teatro): nel 1967 il consiglio comunale di Milano si riunisce per decidere del futuro dell’area dell’ex-Breda, preda del degrado di cui ci sono stati mostrati esempi nelle prime pagine (criminalità, discariche, residuati bellici). I 12 convenuti sono quasi all’unanimità concordi nell’autorizzare il piano regolatore che cementificherà la zona. Quel “quasi” è l’unico che si oppone, presentato semplicemente come l’Architetto, che l’introduzione di Giuseppe Di Bernardo spiega essere ispirato a Francesco Borella. Siccome la delibera sarà valida solo se decisa a maggioranza assoluta, ciò crea uno scompiglio di cui viene chiesta ragione all’Architetto. Per tutta risposta lui comincia a raccontare la storia di Milano dal IV secolo avanti Cristo fino alle alterne vicende dell’industria di Ernesto Breda, mescolando fatti storici con abbondanti iniezioni di miti, leggende e folklore in cui una costante sono gli animali parlanti raccolti attorno alla quercia Etherna. L’epilogo ci porta al 2015 con una comparsata di Tomaso Colombo, Responsabile Servizio Vita Parco che ha contribuito al soggetto.

La narrazione si affida spesso a sequenze interamente mute ma indulge anche inevitabilmente in parti prettamente didascaliche. Si tratta però di quel didascalismo che avvince e coinvolge perché i fatti narrati sono incalzanti e lo stile è asciutto e piacevole. Da pagina 111 la testimonianza del continuo avvicendarsi di nuovi governatori di Mediolanum/Langobardia Maior/Mediolani offre l’occasione per riflettere con amara ironia sulla ciclicità delle ambizioni umane che rimangono fondamentalmente sempre le stesse.

La parte grafica è affidata a Beniamino Delvecchio. Le sequenze coi consiglieri comunali sono realizzate al tratto e a mezzatinta digitale. Forse a causa della mole di lavoro (si tratta di ben 208 tavole) a volte l’anatomia è incerta ma nel complesso il lavoro è abbastanza dignitoso. Le altre parti di cui si compone il volume sono più che altro delle elaborazioni digitali, a colori o in bianco e nero. Purtroppo sono quelle più penalizzate dalla carta porosa che smorza i colori e appiattisce le sfumature, rendendo difficoltoso distinguere gli elementi più scuri.

La copertina (con quell’effetto per cui uno strato aggiuntivo di plastificazione lucida evidenzia alcuni dettagli) è stata realizzata da Gian Luca Elasti, vincitore del concorso indetto appunto per scegliere la copertina del volume.

venerdì 6 marzo 2026

Le serie di Robin Wood inedite in Italia: Dave y Rio (1967)

Oggigiorno è facilissimo procurarsi almeno virtualmente il materiale della Columba, quindi questa ipotetica ricognizione sulle serie inedite di Wood che comincia oggi è un po’ inutile perché chiunque sia interessato può toccare con mano direttamente il prodotto. Abbiate pazienza, devo pur inventarmi qualcosa per mandare avanti il blog. Diciamo che questa operazione potrebbe essere utile a qualche appassionato per decidere se imbarcarsi in download molto pesanti o nella lettura di quelle migliaia di tavole che ha già scaricato.

Dave y Rio

Se questa serie fosse stata presentata su Lanciostory o Skorpio con le stesse modalità con cui fu pubblicata su D’Artagnan sarebbe stata definita «criptoserie» visto che ufficialmente si tratta di “liberi” o unitarios. Che però, guarda caso, hanno sempre gli stessi protagonisti. Mi pare evidente che vi fosse una progettualità definita sin dall’inizio senza aspettare il verdetto dei lettori, visto che i singoli episodi venivano pubblicati a ritmo mensile, se non addirittura quattordicinale, ipotizzandone quindi una certa scorta. E c’era pure una blanda continuity: qualche tappa del girovagare dei protagonisti viene anticipata nell’episodio precedente e non mancano altri agganci per quanto labili o non sempre coerenti: la riscossione di una taglia che funge da motore per un episodio era apparentemente già avvenuta nell’episodio precedente. E c’è anche un episodio che svela le origini della coppia.

È vero che molte di quelle che poi sarebbero state sviluppate come serie in origine erano storie autoconclusive (vedi il caso esemplare di Historia para Lagash che darà il via alla saga di Nippur) ma in questo caso mi pare evidente che in redazione vollero nascondere il fatto che si trattava di storie collegate. Anche gli sceneggiatori cambiano di episodio in episodio e prima di stabilizzarsi con Robert O’Neill alcuni sono scritti da Roberto Monti – ovviamente si tratta sempre di Robin Wood. D’altra parte, da quello che ho potuto vedere, fino ai primi anni ’70 la Columba pubblicava pochissime serie dichiaratamente tali (tra cui strisce statunitensi che evidentemente erano già conosciute e apprezzate) e magari erano delle serie-ombrello in cui ogni episodio era a se stante: Años sin Ley, Idolos del Futbol, ecc. Forse all’epoca si pensava che dei personaggi fissi avrebbero allontanato un pubblico che si sarebbe sentito obbligato a non perdere un numero o, al contrario, a comprare solo quei numeri in cui compariva il personaggio preferito. Questa impostazione cambierà drasticamente nel corso degli anni ’70, con le serie che avrebbero preso nettamente il sopravvento sugli unitarios, reali o fittizi che fossero. Ma torniamo a Dave y Rio.

Johnny Rio e Dave Booth sono due compari che cercano di ritagliarsi un posto al sole nel mitico Ovest americano; sarebbero vaqueros ma esordiscono come guardie per le diligenze della Wells & Fargo. Sfilano quindi un po’ tutti gli stereotipi del genere western (il bandito messicano, il “piedidolci” che viene dall’Est, il gambler, addirittura un presagio della sfida all’OK Corral, ecc.). Nonostante la base della serie sia il buddy movie, che Wood frequentò egregiamente in altre occasioni, la distinzione tra i due personaggi non è poi molto marcata: Rio è texano, biondo e un po’ faceto mentre Dave (la voce narrante) è moro e più avveduto e viene dall’Alabama. Ciononostante, pur non potendo approfittare di un fraseggio tra due protagonisti agli antipodi, la serie ha un bel brio e presenta delle situazioni divertenti e originali, cosa non comune in un western – soprattutto di sessant’anni fa.

Da evidenze internettiane risulta che la serie si componga di 10 episodi, l’ultimo dei quali pubblicato a mesi di distanza dal nono. Non mi risultano riprese da parte di altri autori come invece avvenne per praticamente tutte o quasi le serie di Wood.

Le tavole sporche e abbozzate di Dalfiume possono generare fastidio o interesse a seconda dei gusti e dell’umore del singolo lettore.

Una curiosità: nell’elenco delle sue serie presentato su Fumo di China 26 Robin Wood segnalò una Dave y Booth, che con ogni evidenza era invece questa.

martedì 3 marzo 2026

Ricevo e diffondo

 

domenica 1 marzo 2026

DC Facsimile Edition: Justice League America 1

Nuovo tuffo tra i supereroi vintage, stavolta nella Silver Age e non nella Golden Age.

Flash scopre la presenza di alcuni alieni sulla Terra: hanno i capelli verdi, quindi per forza devono essere alieni. Si tratta di profughi di un lontano «mondo extradimensionale» che si sono rifugiati da noi per completare un’arma (anzi, anti-arma) con cui togliere l’energia ai macchinari del despota da cui sono sfuggiti, tal Despero che esordisce così nell’universo DC. Costui non solo giunge tranquillamente sul nostro pianeta ma agisce d’anticipo e cattura i membri della Lega della Giustizia dopo averli ipnotizzati. Flash si salva dai poteri del terzo occhio di Despero grazie all’esposizione alle radiazioni dell’astronave dei profughi e l’alieno crestato gli propone il gioco che campeggia in copertina: il Velocista Scarlatto muoverà su una scacchiera le pedine che rappresentano i suoi compagni e se sceglie una casella sfortunata (decisa dall’estrazione di una delle 64 carte di un mazzo) allora quel supereroe verrà teletrasportato in un altro mondo. Despero bara e fa uscire proprio i numeri sfortunati: evidentemente Flash è immune all’ipnosi ma non alle illusioni. Comunque deve rispettare i patti e si autoesilia con il trasportatore dimensionale di Despero, ma il furtivo Snapper Carr (mai coperto, doveva essere una specie di mascotte della Lega) si infila anche lui nel macchinario.

Cominciano quindi le ordalie dei vari personaggi: Wonder Woman è finita su un mondo primitivo pieno di dinosauri e, a sorpresa, anche Superman è finito lì; Aquaman e Lanterna Verde sono precipitati in un pianeta acquatico dove un’enorme lente sta facendo evaporare gli oceani e con loro la vita locale; Batman e Martian Manhunter (ma a sorpresa anche Flash) sono confinati in un pianeta evolutissimo dove un conto alla rovescia segna il tempo che manca prima che un missile faccia esplodere il sole di quella galassia. Insomma, Despero non si fa problemi a polverizzare interi pianeti pur di eliminare la Lega. Mentre i supereroi risolvono non senza qualche difficoltà le singole tribolazioni (Superman becca della kryptonite, Martian Manhunter affronta un avversario fatto di fuoco, la lente gigante è gialla e quindi l’anello di Lanterna Verde è inutile, ecc.) Snapper Carr sistema per bene Despero: dopotutto basta guardarla all’opera qualche secondo per capire come far funzionare una macchina assorbi-energia. E tutto è bene quel che finisce bene.

Più che il sense of wonder ho avvertito la paraculaggine di Gardner Fox nell’imbastire ostacoli e soluzioni in cui roboanti tecnologie indefinibili hanno praticamente il ruolo della magia: creano e sciolgono problemi senza fornire troppe spiegazioni. Resta comunque il fatto che la storia è abbastanza appassionante anche se si conclude forse un po’ troppo in fretta; d’altra parte l’albetto contava 32 pagine, nemmeno tutte a fumetti.

Immagino che i disegni siano nella media del periodo: Mike Sekowski, inchiostrato da Bernie Sachs, non si perde in dettagli o preziosismi e a volte incorre in qualche semplificazione o errore anatomico. La copertina realizzata da Murphy Anderson e Ira Schnapp si pone sullo stesso livello. Puro schematismo Pop Art senza troppe ambizioni, insomma – l’albo porta come data d’uscita il febbraio 1960, quindi immagino sia uscito a fine 1959.

Come già avevo riscontrato, gli elementi di contorno sono quasi più interessanti del fumetto in sé. I redazionali e le inserzioni sono un po’ schizofrenici: da una parte ci sono quiz scientifici educativi e pubblicità-progresso su come ci si comporti in pubblico, dall’altra l’invito a entrare nel business dei motti religiosi (!) e la vendita per corrispondenza di scherzi e burle che oggidì varrebbero una denuncia. La pagina della posta si apre con la lettera di un fan che, per quanto sia probabilmente molto giovane, è piuttosto preparato sulla storia della DC. Potrebbe averne fatta di strada, questo Roy Thomas, Jr. di Jackson, Mo.

La qualità di stampa non è pessima come nel fascicolo di Wonder Woman e anzi è abbastanza decente ma comunque i tratteggi più grossi di Sekowski & Sachs si impastano spesso in un nero compatto. La scelta della carta patinata non è proprio felicissima: la più rozza newsprint avrebbe restituito il sapore vintage, avrebbe dato l’impressione che l’albo fosse più corposo e soprattutto non avrebbe fatto “squillare” così tanto i colori. La resa delle pubblicità fa rimpiangere che anche le tavole non siano state riprodotte fotograficamente così com’erano, senza interventi correttivi digitali.

Comunque la semplice curiosità vale i 3,50 euro del prezzo.

mercoledì 25 febbraio 2026

Fumettisti d'invenzione! - 201

Mi permetto di integrare il divertente e interessantissimo volume di Alfredo Castelli con altri “fumettisti d’invenzione” e simili.

In grassetto le categorie in cui ho inserito la singola segnalazione e la pagina di riferimento del testo originale.

Puntata monografica, questa, data la portata e le dimensioni di questo racconto lungo (o romanzo breve) di Alan Moore.

[NARRATIVA] CARTOONIST COME PROTAGONISTA (pag. 71)

WHAT WE CAN KNOW ABOUT THUNDERMAN (Cosa sappiamo di Thunderman)


(Stati Uniti/Gran Bretagna 2022, racconto in Illuminations, Bloomsbury Publishing Plc, satira)

Alan Moore

Cavalcata nei momenti più importanti della storia dei fumetti statunitensi e delle vite dei protagonisti. Tendenzialmente, i personaggi principali sono gli sceneggiatori e/o supervisori Dan Wheems, Milton Finefinger, Jerry Binkle, Brandon Chuff e Worsley Porlock che entrarono professionalmente nell’ambiente nel periodo in cui furono gli appassionati di fumetti come loro a diventare i nuovi redattori e scrittori. Alcuni di loro riusciranno ad abbandonare questo mondo corrotto, magari a prezzo della vita o della sanità mentale, e uno ascenderà al suo paradiso personale. La caustica penna di Moore tratteggia comunque anche le vicende di molti altri fumettisti o persone legate all’ambiente, in cui è facile ravvisare delle somiglianze con figure realmente esistite (ed esistenti).

Condotto con una vastità di registri narrativi diversi (tra cui recensioni di film e trascrizioni di interviste) e narrato in maniera non lineare, Cosa sappiamo di Thunderman denuncia le tremende condizioni di lavoro nelle case editrici egemoni del mercato, oltre che le nevrosi dei suoi dipendenti, nonché i legami della “Massive”, cioè la Marvel, e la “American” (la DC/National) non solo con la mafia e la CIA ma forse anche con qualche forza sovrannaturale!

Si aprano le danze, quindi: gli autori più importanti, gli inventori del genere, furono Si(mon) Schuman e David “Dave” Kessler, creatori di Thunderman. David Kessler diverrà anche un fumettista d’invenzione all’interno di uno pseudofumetto in una delle tante riletture delle origini di Thunderman, in una sceneggiatura che cercherà di rendere giustizia al suo lavoro seminale rubato dai maneggioni della American. Tra questi si possono annoverare a vari livelli i dirigenti veri e propri Hymie Weiss e Legs Diamond e i supervisori Julius Merzenberg e Sol Stickman (il secondo faceva l’editor per i titoli di fantascienza mentre Hector Bass seguiva quelli a tema bellico). Ma un ruolo di rilievo lo ricopre l’inquietantissima Mimi Drucker.

Il successo della American si deve anche ad altri personaggi tra i quali primeggia King Bee. Il suo creatore accreditato è Richard Manning ma la realtà è diversa: Manning lo faceva scrivere da Ron Blackwell e disegnare da Edward Hannigan che ne inventarono praticamente tutto il contesto iniziale. Si sussurra che anche i quadri che Richard Manning dipinge siano in realtà realizzati da altri, e sembra anche che Manning sia un grandissimo amico di Sam Blatz, dietro cui si cela un’altra figura luciferina ben nota. A disegnare King Bee ci furono anche John Capellini, Robert Novak e Preston Williams, che se non ne furono disegnatori regolari ne diedero almeno la loro interpretazione alla prima e unica BeeCon. Il disegnatore Davis Burke ebbe invece un ruolo molto importante nella delineazione dell’universo di King Bee.

Altro autore importante di casa American fu Sherman Glad che dopo un passato da scrittore di racconti pulp fantascientifici creò la maggior parte dei supereroi di successo; nel 1965 venne licenziato dall’editore perché cercò di fondare una sorta di sindacato con altri autori. Approfittando della cosa gli subentrarono James Flaver ed Edward Hannigan a cui seguirono anche Ralph Roth e David Moskovitz. Altri sceneggiatori degli anni ’50 furono Artie Leibowitz e Heinz Messner.

Sempre presso la American ma come matitista lavorò negli anni ’50 Pete Mastroserio, che approdò alla American dalla Banner Comics per scomparire poi in un qualche mondo alieno. Nello stesso periodo anche una disegnatrice femmina faceva le matite alla American: Esme Martinez, matitista di origini sudamericane e unica donna in uno studio/lager di soli uomini; disegnò tra le altre cose le storie brevi in appendice a World’s Best Adventure creando (non accreditata) molti elementi fondamentali per la continuity.

Altro disegnatore che lavorò presso la American fu Lou Shapiro su Peggy Parks, uno dei molti spin-off di Thunderman.

Un certo rilievo viene dato anche alle coloriste: vengono citate Linda Bunsen che ebbe un figlio (non riconosciuto) da Brandon Chuff e Daisy Brenen che lavorava sui titoli di guerra e, rimasta a piedi senza pensione e senza assicurazione sanitaria, si uccise gettandosi dal grattacielo della American, una scelta niente affatto rara tra gli altri autori e gli impiegati della casa editrice.

Tra gli autori più recenti di casa American si segnalano il disegnatore Byron James e soprattutto il suo inchiostratore Arvo Cake, entrambi al lavoro sulla miniserie Union in perenne ritardo a causa della ricerca di un inchiostratore che sostituisca Cake finito in prigione dopo aver massacrato la fidanzata che gli impose di scegliere tra lei e la sua collezione di fumetti. Solitamente uno scandalo del genere sarebbe stato sfruttato dalla concorrenza ma in questo caso si preferì soprassedere perché il fattaccio avvenne più o meno in concomitanza con il tentativo di Todd Permian (colorista di Rottweiler della Massive) di adescare un ragazzino, e sia American che Massive preferirono insabbiare le nefandezze dei propri collaboratori invece che rinfacciarsele.

Dall’altra parte della barricata c’è la Massive, una casa editrice nata come Punctual e il cui direttore è “Satanic” Samuel Blatz che deve il posto al semplice fatto di essere il genero dell’editore. A seguito delle sollecitazioni e del supporto economico dei servizi segreti, la Goliath (uno dei nomi della Punctual) diventa nei primi anni ’60 la Massive e ottiene grande successo coi personaggi creati da Joe “Jolting” Gold di cui Blatz si finge autore. Tra le persone che la animarono si segnalano “Jittery” Jeff Stevenson e Wendy Dietrich, mentre uno degli editor-in-chief più recenti è Gene Pullman, anche autore di Best Guy. Un altro importante editor e sceneggiatore, Denny Wellworth, passò invece dalla Massive alla American perché la prima non gli avrebbe coperto i costi sanitari per il tumore di cui soffriva. Wellworth realizzò anche in incognito un anno e mezzo di sceneggiature per la striscia Operative Z, la cui gestione truffaldina verrà riportata più sotto.

Non vengono citati molti autori della Massive, anche perché tra le due grosse case editrici c’era inevitabilmente un certo interscambio di sceneggiatori e disegnatori. Mark Shane comunque scrisse Freak Force, ma (ricordato sopra il caso di Todd Permian) la figura più pittoresca della Punctual/Goliath/Massive fu Frank Giardino, un inchiostratore incompetente assunto solo a seguito del “suggerimento” dello zio mafioso Salvatore Giardino.

La Massive creò negli anni ’70 (o poco dopo) una linea di fumetti con contratti più vantaggiosi per gli autori, la Legend.

Non furono comunque né American né Punctual a creare il formato comic book: James Laws Senior fu il primo editore a pubblicarne uno: Funnies on Parade. Il figlio seguì le orme del padre ma sotto la sua direzione la Scientific Publications divenne Sensational Publications, mantenendo la sigla SP ma variando i contenuti da educativi (come The Life of Thomas Edison) a provocanti, con le testate horror Sarcophagus of Murder e Cemetery of Death e la satira di Nutcase.

In un settore contiguo, la casa editrice Shaw Magazines pubblicava le riviste (quindi non soggette a Comics Code) Disturbing e Inappropriate per cui disegnavano proprio vecchie glorie della SP come Jeff Pleasant e Slim Whittaker. Il principale scrittore di queste testate fu il già citato Denny Wellworth. La casa editrice prende la sua ragione sociale dal nome dell’editore Roy Shaw, uno dei meno peggio dell’ambiente.

In tempi recenti la rivista Bordello lancia una sua linea di fumetti porno, tra gli scrittori c’è Terry North e tra i disegnatori Byron James e Chris Pulaski. Il supervisore di queste collane è Dick Duckley, allevato in reclusione dai genitori bigotti e, una volta catapultato nel mondo reale, reso dipendente dalla cocaina che si procurerà producendo vari ammanchi nelle casse della casa editrice.

Un panorama insomma molto desolante, in cui non mancarono fumettisti alcolizzati: oltre ad altri già citati (Blackwell e Whittaker), tra le “spugne” vengono citati Sam Earl (autore di Silly-Putty Pete) e Bert McIntyre che creò Fishman.

E come anticipato nemmeno i protagonisti citati in apertura si salvano: Chuff muore proprio all’inizio del racconto in maniera spettacolare e ridicola mentre Wheems si uccide nel 2016 lasciando come parte di una lettera d’addio un fumetto in cui denunciava le ingiustizie commesse ai danni di Schuman e Kessler.

Pseudofumetti: la American ha basato il suo successo sulla trinità costituita da Thunderman, King Bee e Moon Queen ma nel corso dei decenni ha prodotto molti altri fumetti non specificatamente supereroistici come Conquerors of Mystery, Our Unshaven Army, Henny Youngman, Perry Mason, Tower of Frightening e Chamber of Dreadful. Tra i titoli di supereroi vengono citati World’s Best Adventure, Exploit Comics, Thunderboy, Thunderman’s Chum Teddy Baxter, Thunderman’s Girlfriend Peggy Parks, Manhunt Comics, Comic Clarion Presents, Omnipotent Pre-teen Militia, Blue Mean, United Supermen, Americans for Evil, Streak, Union ed Exciting Comics di cui un prezioso esemplare del numero 1 lasciato fuori dalla sua protezione di plastica venne rovinato durante una delle orge che si tenevano alla American.

Oltre alle serie regolari la American pubblica miniserie come Ocean’s Depths (cancellata dopo tre numeri) e crossover come Unending Brawl e Difficulty on About Nine Earths del 1987. Da segnalare anche le ristampe Greatest Deaths, due raccolte delle morti migliori di Thunderman.

Come ricordato, la Massive originariamente non si chiamava così ma passò attraverso alcuni cambi di nome da Punctual a Goliath fino appunto a Massive. I poteri forti non furono estranei a queste decisioni e al successo delle sue testate durante l’Era Atomica. Ai tempi della Seconda Guerra Mondiale Joe “Jolting” Gold realizzava The Boy Desperadoes. Negli anni ’40 la Punctual pubblicava Massive Men’s Adventures mentre negli anni successivi videro la luce Ellie the Escort, Alarming Adult Reverie, Captain Tantrum and his Subdued Seadogs, Sergeant Distant, Journey into Strange, Tales of Astonishing, Abnormal Tales, Tombstone Kid, Kid Derringer, Kid Cody e The Cactus Kid, fumetti di tutti i generi che verranno poi soppiantati dalle testate di supereroi The Unrealistic Five, Freak Force, The Brute, The Vindictives, Junior Vindictives, Rottweiler, The Alarming Beetle Boy (probabile evoluzione di Alarming Adult Reverie), Brute Force. La casa editrice produsse anche una sua versione di Dracula a cura di Ralph Roth e Paul Deeming.

Massive Milestones è una serie di ristampe della Massive pubblicata negli anni ’60.

Da segnalare che lo speciale Rottweiler: The Blooding venne fatto ritirare dal commercio per la sua efferatezza.

Gli anni ’50 videro all’opera anche altri editori: la Blinky Publishing con le testate che ruotavano attorno al loro personaggio di punta, il liceale Blinky afflitto da forte miopia: Blinky’s Blind Dates, Blinky’s Trips ’n’ Tumbles, Blinky’s Haunted Asylum; la Bullseye Comics con Obese Olivia, Stripe-Crazy Sue, Armed Combat Laughs with Gloomy Grunt e Aubrey Avarice the Tiniest Tycoon, ma specializzata soprattutto in storie di bambini fantasmi con Cardew the Spectral Child e Dead Stuff, the Tuff Little Zombie; la Banner Comics di cui vengono citati Fighting Men in Love, Space Vet, A-Bomb Squirrel.

Vi furono anche riviste satiriche come Saturday Evening Alert, Embittered Mechanic, Centrifugal American e Nutcase. Quest’ultima presentò anche una parodia di Thunderman: Blunderman.

Alla fine degli anni ’60 sia American che Massive pubblicarono materiale dal piglio psichedelico come Professor Abnormal, Solar Sailor e The Aeon.

Gli anni ’60 videro anche il proliferare di fumetti underground: Squack, Findmuck Funnies, Drugless Douglas e Yellow Zeppelin (quest’ultimo in formato tabloid).

Tra i fumetti porno realizzati da Bordello vengono citati Anal Robot e Orgasmics.

Alan Moore non dimentica le strisce quotidiane: Bitsy, Flatfoot Floyd (di Lester Gentle), Zoom Wilson anche noto come Operative Z e da cui sarà tratto negli anni ’30 un serial cinematografico. L’autore ufficiale che se ne prese tutto il merito era Andrew Donald ma 18 mesi di storie li scrisse Wellworth. Bill Terensen faceva le matite e Harvey Norse le chine, mentre Donald si prendeva tutto il merito, secondo un aneddoto ben noto nel mondo del fumetto sindacato.

Benché non tratti precipuamente di fumetti va citata anche Kulchur, rivista degli anni 2020 che si ispira all’estetica degli anni ’50 in cui Milton Finefinger non più impiegato nel mondo del fumetto scrive un articolo corrosivo sull’ambiente e sui fan.

Vengono citate anche riviste di critica di settore: Collector’s Fugue e Comics Contemplator.

Non mancano infine nemmeno le fanzine: grazie alle finanze del nuovo marito della madre Porlock confezionava Comiclasm mentre James Jonathan “Jimjon” Jackson Terzo faceva uscire Bee Attitude (ovviamente dedicata a King Bee), Finefinger What The - ? e Jerry Binkle Hooded Vigilante. Un’altra fanzine citata è Massive Collector mentre In Ohio Snit Whitley produceva Comics Addict. Al di là di questi prodotti velleitari fatti da adolescenti ce ne furono di molto più raffinate come Graphomania e margins realizzate da Whittaker con altri colleghi.