giovedì 14 maggio 2026

Romanzi a Fumetti N. 52 - La Divina Congrega 1: Nella Selva Oscura

Approda in edicola in un formato più adatto la serie fantasy con protagonisti eccellenti (sottogenere che probabilmente ha un nome specifico che io ignoro), precedentemente pubblicata in volumi di grandi dimensioni in cui la Bonelli si ostina a presentare le sue tre strisce/sei vignette per tavola – quando va bene.

La trama vede Dante Alighieri fuggire dall’inferno ritrovandosi 200 anni nel “futuro”, cioè in pieno Rinascimento. Ha scoperto che i gironi infernali sono strapieni di dannati che adesso stanno per “esondare” nel mondo terreno. Per fermarli crea una Lega degli Straordinari Gentlemen comprensiva di figure storiche e letterarie: Lorenzo il Magnifico, Leonardo Da Vinci, la Venere del Botticelli (!), l’Otello shakespeariano, la maga Circe, Cristoforo Colombo. La prima tappa da raggiungere sarà la Selva Oscura, che con un tocco di originalità si trova nelle profondità marine invece che sulla terraferma. Lì la Divina Congrega dovrà impossessarsi dell’Occhio di Lucifero. Ed in effetti ce la fa, chiudendo già col secondo Canto un primo ciclo della serie.

La storia di Mario Nucci e Giulio Antonio Gualtieri è ben congegnata pur nella sua immediatezza, e si fa apprezzare soprattutto per i dialoghi brillanti e per aver puntato i riflettori su alcuni elementi tipici del folklore italiano. Il ritmo è incalzante e le citazioni letterarie non stonano affatto ma contribuiscono a creare il giusto ritmo. Anche i periodici usi di una parlata desueta non danno l’impressione di una forzatura ma contribuiscono al fascino dell’insieme. Nel complesso La Divina Congrega si legge con piacere e anche molto rapidamente, tutta d’un fiato. La versione da edicola che raccoglie due episodi in formato ridotto è quindi l’ideale per poter leggere la serie, tanto più che graficamente non è così elaborata come teoricamente dovrebbe essere un albo alla francese (come lo erano anni fa, almeno). Anzi, i disegni del primo Canto sono veramente grossolani, e non è che il secondo sia tanto meglio nonostante un inizio dai fortissimi contrasti chiaroscurali che mi aveva fatto sperare bene. Nelle gerenze la parte grafica viene attribuita a Giorgio Spalletta e Matteo Spirito, non so se uno abbia inchiostrato l’altro o si siano avvicendati nella realizzazione. Anche per la colorazione vengono indicati due autori diversi: Francesco Segala e Claudia Cangini. Non viene specificato dove sia intervenuto uno e dove l’altra ma il loro lavoro è comunque ottimo.

martedì 12 maggio 2026

Michel Vaillant Leggende 4: La Corsa del Secolo

Nuovo spin-off della serie storica di Michel Vaillant dopo quello dedicato al capostipite Henri. Inizialmente pensavo che si trattasse di cronache di corse famose con Michel a fare da commentatore ma a quanto ho visto si tratta invece di riletture di episodi classici della saga inseriti con maggiore fedeltà storica negli eventi che fecero da cornice.

Alessandro/Cosmo è partito chissà perché direttamente dal quarto volume che riguarda la 24 Ore di Le Mans del 1967. Si vede che fu così importante da meritarsi il soprannome del titolo. Dopo gli scontri che in precedenza hanno visto primeggiare Ford e Ferrari, Henri Vaillant vuole fare il salto di qualità e gareggiare anche lui contro i colossi del settore. La prima ventina di pagine (su 52) serve a riassumere la situazione delle corse e la preparazione della Vaillant anche con la gara Nascar di Daytona, dopodiché ci sono pagine su pagine di prove, preparazioni, guasti e incidenti. Grazie al cielo verso la fine Denis Lapière introduce il sospetto di un sabotaggio ai danni della scuderia che mette un po’ di pepe a una storia che, da quanto ho capito, ha come scopo principale quello di rielaborare alcuni episodi classici, magari citandoli solo nei dialoghi. Nel finale abbiamo la rivelazione dell’identità del nemico nell’ombra, un villain classico della serie.

Il testo potrebbe interessare gli appassionati di corse automobilistiche o di Michel Vaillant, non fosse che i disegni di Vincent Dutreuil non sono per niente adatti a questo fumetto. Rispetto alle sue altre prove sulla serie moderna è irriconoscibile. Il suo tratto si è fatto pastoso e a volte diventa proprio grezzo, soprattutto quando cerca di dare corpo ai disegni con dei tratteggi che però sono confusi e pasticciati. Non che il resto sia tanto meglio. È evidente (tanto più che è dichiarato anche nelle gerenze come piccolo quiz per il lettore) che sia partito da immagini tratte dai vecchi volumi di Michel Vaillant. Purtroppo le sue interpretazioni sono inquinate da pennellate grasse e imprecise che rendono “sbagliati” soprattutto i primi piani. Evidentemente ha copiato certi disegni senza ricalcarli, così in una vignetta Michel o Jean-Pierre o Steve Warson sembrano più grassi che in quella precedente, o hanno un naso differente, o una smorfia sbagliata sul volto, o un mento sproporzionato. Le espressioni sono del tutto assenti o peggio ancora incongruenti: c’è chi sorride davanti a un evento drammatico, chi rimane impassibile dopo una notizia importante e così via. I personaggi di contorno, poi, cambiano volto di vignetta in vignetta, e a volte il loro aspetto è già ridicolo in partenza. Non mi pronuncio sulle automobili, ma anche lì le pennellate di Dutreuil si staccano nettamente dalla meccanica eleganza degli assistenti che le disegnavano, né sfondi e dettagli sono poi molto elaborati. La colorista Isabelle Charly non può fare praticamente nulla per metterci una pezza.

Forse questo è il vero stile di Dutreuil ed è stato costretto ad adattarlo a quello sottile ed elegante di Graton (che fa anche una comparsata nella storia) ma possibile che nessuno alla Dupuis si sia accorto del pastrocchio che stava venendo fuori? D’altra parte se in patria questa serie è arrivata al quarto episodio evidentemente un minimo di successo lo avrà avuto. I non rari refusi rendono la lettura ancora meno gradevole.

domenica 10 maggio 2026

Assorted Crisis Events 1

Un fumetto decisamente originale. Non si tratta di una serie nel senso che oggigiorno viene dato solitamente al termine ma di una antologia in cui ogni episodio è a se stante, almeno finora. Il sottotesto è che il mondo è sconvolto da anomalie temporali che trasportano persone in epoche diverse dalla loro e possono generare rallentamenti o accelerazioni nel flusso temporale, ma anche spostare fisicamente da un mondo all’altro versioni diverse di una stessa persona. La vaghezza di questo assunto di base serve evidentemente a Deniz Camp per togliersi ogni incombenza di spiegare le cose troppo in dettaglio e anche come scusa per parlare di tutt’altro.

Nella prima storia la protagonista è Ashley, una cameriera rimasta orfana dopo che i suoi genitori sono spariti a causa dei succitati fenomeni. Un detective li avrebbe pure individuati in un’altra epoca ma le ha fatto capire che era meglio non sapere cosa era successo loro. La gag ricorrente è che lei porta un vecchio orologio ad aggiustare dai pochi orologiai ancora esistenti, degli eccentrici interessati a una bella storia più che ai soldi, e che per questo non la assecondano mai. Ma non mancano altri spunti umoristici: in primis il fatto che il suo quartiere viene utilizzato come set per film catastrofici a basso budget. E poi ci sono le occasionali scenette sullo sfondo a testimonianza del diverso scorrere del tempo. Ma quando viene picchiata dalla polizia dall’umorismo si va forse nella satira sociale.

Nella seconda storia si ride di meno. Molto di meno. Il protagonista è Jesus che a causa dei fenomeni temporali viaggia con la memoria avanti e indietro nella sua storia di immigrato clandestino che non ha trovato negli Stati Uniti quel paradiso in cui speravano i suoi genitori. Questo fenomeno gli crea dei problemi sul lavoro al mattatoio, descritto da Deniz Camp con un dettagliato e crudo realismo degno di Nestore l’ultima corsa.

La terza storia è un apologo sull’immigrazione e sulla paura del diverso, per quanto si tratti di un “diverso” paradossale: due versioni della medesima città si trovano in universi differenti, solo che in uno la catastrofe climatica è molto più vicina che nell’altro e quindi gli abitanti emigrano nella versione ancora non condannata. Giunti nel mondo più vivibile, vengono inizialmente accolti dalle loro versioni ancora sane per poi subire quello che la cronaca degli ultimi anni ci ha fatto vedere. Oltre che per l’amarissimo sarcasmo (e per gli ammiccamenti alle varie “Terre” dell’universo DC e anche Marvel) questa storia si segnala per l’uso avveduto dell’organizzazione delle tavole, in cui vengono contrapposti i due mondi e dunque i due relativi sguardi: un effetto che si può ottenere solo col fumetto, alla facciaccia di quanti (ancora troppi) lo vorrebbero ancella del cinema, della letteratura o del teatro.

Il protagonista della quarta storia è un “naufrago del tempo” vittima di un fenomeno che lo fa avanzare di mesi o anni saltando parti intere della sua vita di cui non ha memoria. Reso con una selezione limitata di colori, questo capitolo può essere angosciante o divertente (di un umorismo nerissimo, beninteso) a seconda di come lo si guardi.

Anche Anna nel quinto capitolo soffre di una di queste cronopatologie: nel suo caso si ritrova periodicamente imprigionata in “loop” di breve durata che a lei sembrano infiniti perché continua a rivivere certe situazioni senza poter fare nulla per modificarle – cosa che offre il destro per un omaggio, tra gli altri, al Giorno della Marmotta. La sua vicenda fa un po’ da connettore alle altre visto che Anna si mette alla ricerca di altre vittime dei fenomeni e del misterioso barbone futuribile che compare qua e là nelle altre storie, forse potenziale causa del tutto. È una storia drammatica, ma con un finale più o meno positivo e che apre nuovi spiragli alla serie.

Le tavole di Eric Zawadzki fanno la loro porca figura. A ben vedere, come disegnatore ha le sue pecche: non sempre le sue anatomie sono precise, a volte inchiostra in maniera troppo pesante e a volte tira anche un po’ via. Però ha quella disinvoltura e quella scioltezza che ho ravvisato anche in Zoe Thorogood, i suoi personaggi sono molto espressivi e quando l’occasione lo prevede ha delle ottime trovate per organizzare le tavole, che d’altro canto come ho accennato sopra spesso presentano dei virtuosismi possibili solo con il fumetto. Da segnalare anche il buon lavoro del colorista Jordie Bellaire.

venerdì 8 maggio 2026

Dylan Dog Color Fest 57: Destinazione: Terrore!

A parte il lettering di Omar Tuis, Marco Galli ha confezionato questo episodio interamente da solo: testi, disegni, colori e copertina. Destinazione: Terrore! parte da uno spunto decisamente originale: Dylan Dog viene ingaggiato per sorvegliare in incognito una diva della lirica che terrà un concerto in maschera su un treno come esclusiva rentrée dopo un lungo periodo di pausa in cui ha sofferto di un problema di salute non meglio specificato.

La variegata fauna di critici, produttori e personalità varie che affolla il treno dona un tocco felliniano che però sfuma presto in atmosfere alla Agatha Christie: come temuto, sul treno si verifica un efferato omicidio (più di uno, vista la quantità di pezzi dei cadaveri) e come se non bastasse il macchinista è sparito e con lui tutte le possibilità di comunicare con l’esterno!

Inizia quindi un’avventura concitata e appassionante in cui i passeggeri devono vedersela con il misterioso killer e anche con la prospettiva di un disastro ferroviario pur se il treno corre su un binario dismesso. Non mancano dosi di splatter e anche un bel po’ di ironia: tra le altre cose Galli fa della satira sull’industria musicale e sui social network.

Questo episodio è strettamente collegato al numero 476 della serie regolare, ma non è indispensabile leggere anche quello per apprezzare questo – il personaggio che fa da trait d’union tra i due episodi è il perno attorno cui ruota la soluzione del mistero ma viene presentato in maniera esaustiva senza bisogno di ulteriori approfondimenti.

La soluzione apparente del caso è quasi geniale nella sua semplicità e per questo mette in ombra la vera soluzione, che chiama in causa la scienza sovrannaturale. Un bell’episodio, quindi? Certo, ma non riuscito al 100%. A confronto con le sue altre prove, graficamente questa per me è la meno riuscita di Galli. Il suo «tratto affilato come un rasoio» (così lo definisce Barbara Baraldi nell’introduzione) a volte mi pare un po’ tirato via e non capisco perché lasciare bianca la faccia dei personaggi, come se recitassero su un palcoscenico cosparsi di biacca. Tra le altre deroghe anatomiche e prospettiche, il Dylan Dog di fronte con le narici appena accennate assomiglia un po’ troppo a un teschio. Ottima invece la resa del treno e dei paesaggi che attraversa.

giovedì 7 maggio 2026

Spider-man: Linea di Sangue

Inizia col botto questa miniserie che inaspettatamente non riguarda l’Uomo Ragno. Non quell’Uomo Ragno. Peter Parker è infatti rimasto mutilato dopo uno scontro con un cattivo di proporzioni titaniche a me sconosciuto. Dodici anni dopo suo figlio Ben ormai adolescente sperimenta le stesse vicissitudini che conobbe lui, con la zia May che è l’unico adulto che gli è rimasto accanto visto che Mary Jane è morta (o così pare) e Peter è sempre in giro per lavoro.

A rallegrare la sua esistenza c’è una nuova compagna di classe writer e attivista che lo ammira dopo che con la sua superforza appena manifestata ha dato una lezione a un bullo. In questa linea temporale, non so se ufficiale o meno, i supereroi sono tutti periti e quindi Ben si assume il compito di diventare il nuovo Uomo Ragno, tanto più che la minaccia di quel vecchio villain è tornata a manifestarsi, sempre alla ricerca di una misteriosa “chiave”. Questa miniserie (o arco narrativo?) risale al 2009 ma non c’è decompressione, anzi le situazioni corrono veloci come un treno e Ben non cincischia troppo con la sua bella nel rivelargli la sua identità segreta.

J. J. ed Henry Abrams sanno come si scrivono delle belle scene e dei bei dialoghi. Il ritmo che infondono alla storia è incalzante ma riescono comunque a metterci dentro un bel po’ di sostanza. Ci si diverte e ci si appassiona. Anzi, a metà della storia il ritmo accelera un po’ troppo: è pur sempre un fumetto di supereroi e guai a non metterci le mazzate. E sempre a proposito di queste bambinate, è esilarante vedere come i soggetti degli esperimenti vengano tenuti in celle criogeniche con indumenti strategici quando non mancano derive splatter che non mi aspettavo. Lodevole poi, se a qualcuno interessano queste cose, il lavoro di archeologia fumettistica che hanno fatto i due sceneggiatori nel ripescare dei dettagli della storia di Iron-man per creare il loro supercattivo. A meno che non si tratti di una retcon.

Quello che invece mi ha deluso sono i disegni di Sara Pichelli, che non ricordavo così sketchy e stilizzata nemmeno ai suoi esordi. E si è pure fatta assistere da Elisabetta D’Amico! Le copertine, invece, le ha disegnate con tutti i crismi o quasi, la furbacchiona. Anche i colori di Dave Stewart sembrano essere stati buttati giù in tutta fretta senza troppa attenzione, ma dovendo scegliere tra dare corpo a quelle figure evanescenti in maniera invasiva oppure seguire l’andazzo della semplificazione generale ha preferito giustamente la seconda opzione.

martedì 5 maggio 2026

Fumettisti d'invenzione! - 203

Mi permetto di integrare il divertente e interessantissimo volume di Alfredo Castelli con altri “fumettisti d’invenzione” e simili.

In grassetto le categorie in cui ho inserito la singola segnalazione e la pagina di riferimento del testo originale.

CARTOONIST COME COPROTAGONISTA OCCASIONALE – FUMETTI SERIALI (pag. 28)

PICCOLO DENTE

(Italia 1977, in Il Giornalino, © Nizzi, western umoristico)

Claudio Nizzi (T), Lino Landolfi (D)

Apparso già nel 1970 come antagonista nella serie del colonnello Caster’Bum (una parodia del generale Custer che cerca inutilmente di battere gli indiani), il giovane Piccolo Dente figlio del capotribù Caldaia Fredda è diventato poi titolare di una propria serie e uno dei personaggi più popolari de Il Giornalino. Strutturate anche come storie di media lunghezza, le sue apparizioni sono concentrate più che altro in one pager umoristiche.

Autofumetto ne Il Giornalino 43 (1983). Claudio Nizzi (T), Lino Landolfi (D)

Piccolo Dente azzarda la realizzazione in proprio di una sua tavola a fumetti, con esiti discutibili.

[TELEVISIONE] CARTOONIST COME COPROTAGONISTA OCCASIONALE (pag. 119)

CHERIF (idem)

(Francia 2013-2019, 6 stagioni, 60 episodi)

Poliziesco, France 2, creato da Lionel Olenga, Laurent Scalese e Stéphane Drouet. Con Abdelhafid Metalsi, Aurore Erguy.

“Sceriffo” di nome e quasi di fatto, Kader Cherif è capitano della Squadra Anticrimine di Lione e indaga con metodi poco ortodossi e una grande passione per le serie televisive.

Episodio Festival Mortel (2019)

Scritto da Lionel Olenga, Laurent Scalese e Stéphane Drouet

Sulle tracce della sua persecutrice Christelle Laurent, leitmotiv della sesta e ultima stagione, Cherif prende parte “discretamente” coi colleghi al Lione Fan Festival, una convention di fumetti e più in generale cultura pop. Ma il lavoro raggiunge lui e la sua squadra anche lì: il disegnatore David Costa viene infatti assassinato in maniera spettacolare. Le indagini si concentrano anche sulla sceneggiatrice ed ex-moglie di Costa, Nathalie Rignol.

Pseudofumetto: Bob Hamilton, una serie di grandissimo successo con protagonista un detective privato. Il suo ultimo volume è La mort de Bob Hamilton ma la sceneggiatrice ha già pronto un seguito con la sua rinascita, che l’ex-marito disegnatore rifiuta di realizzare – e il loro contratto prevede che la serie possa essere ripresa da altri autori solo col consenso di entrambi.

Fuori tema: fumettisti non d’invenzione: citazioni, caricature, camei; fumetti biografici; metafumetti e autoreferenzialità; parodie

CITAZIONI, CARICATURE, CAMEI (pag. 61)

PSYCHOVERSE

(Stati Uniti 2022, © Humanoids, fantascienza)

Mark Russell (T), Yanick Paquette (D)

Rilettura delle origini della saga dell’Incal.

Tra gli improduttivi che la società destina all’eliminazione fisica ci sono anche un “paleo-fumettista” e un tizio che sta lavorando a un “picto-romanzo”. Una caricatura degli autori?


Fuori tema: fumettisti non d’invenzione: citazioni, caricature, camei; fumetti biografici; metafumetti e autoreferenzialità; parodie

METAFUMETTI E AUTOREFERENZIALITA’ (pag. 64)

GRILLO ARNOLDO

(Italia 1970, in Alem, © Pubbligamar, umorismo)

Mario Pinzi (T), Leone Cimpellin (D)

In risposta ai paperi e ai topi disneyani Pinzi (o Remo Pizzardi?) e Cimpellin crearono un universo di insetti antropomorfi, in cui comunque convivono con gli umani – d’altra parte la rivista antologica Alem in cui esordirono prima di vedersi dedicata una testata propria era a sua volta una risposta italica ad Asterix. Anche in questo mondo, Megagrillopolis, i personaggi sono legati da rapporti di parentela ma le storie ruotano principalmente attorno alla rivalità tra gli editori Arnoldo e Rizzo, memore di quella reale tra Mondadori e Rizzoli.

Il giornaletto vincente in Alem 27 (1972). Mario Pinzi (T), Giancarlo Mangini (D)

L’Associazione Mondiale Lettori e Affini deve dare il suo oscar annuale alla testata coi migliori servizi di attualità e i candidati sono la Grillo Arnoldo Editore e Rizzo Editore. I due scommettono su chi vincerà e a spuntarla sarà Arnoldo che otterrà nientemeno che i diritti di Alem direttamente dalla Publigamar (con una sola “b”).

Pseudofumetto: dal canto suo Rizzo azzarda la pubblicazione di Picciolrizzo.