Seconda raccolta piuttosto variegata e frammentaria, questa della JLA di Joe Kelly, tanto che si comincia con un fill-in nemmeno suo. È infatti Rick Veitch a scrivere una storia in cui i membri della combriccola devono vedersela con un artefatto senziente che ruba selettivamente la memoria. Uno spunto originale, direi. I disegni di Darryl Banks inchiostrato da Wayne Faucher sono un gradino al di sopra delle porcherie post-Image dell’epoca (primi anni 2000) ma nulla di memorabile.
Via alle danze, quindi: si comincia con un brevissimo ciclo in cui la JLA mette il naso in un conflitto galattico in un settore lontanissimo dell’universo visto che la volontà di pacificare quella porzione dell’universo da parte di un collettivo di pianeti si manifesta con la violenza.
Segue un ciclo invece molto terrestre: marito e moglie metaumani hanno tirato su un rifugio per giovani ma vengono visti come un pericolo dall’esercito e la JLA dovrà intromettersi, producendo involontariamente un disastro che a pensarci oggi sembra aver “ispirato” Mark Millar per la Civil War Marvel. Il soggetto sarebbe anche intrigante (chiaramente il massacro causato dalla JLA era una montatura) ma alla fine tutto si riduce alle mazzate con un nuovo gruppo di supercattivi suprematisti e l’introduzione di un altro gruppo di villain. Duncan Rouleau inchiostrato da Aaron Sowd disegna pupazzetti veramente ignobili.
Altro fill-in, che nonostante la brevità dà il titolo al volume: la simulazione di una ipotesi in cui il Presidente degli Stati Uniti, ovvero Lex Luthor (!), vuole mandare la JLA ad assassinare il dittatore del Qurac come attacco preventivo offre il destro per l’ennesima disquisizione sugli ideali di Superman. Nemmeno Chris Cross sfugge al pupazzettismo, ma non è il peggio che si sia visto in questa sede.
Si torna a un ciclo stavolta più corposo e decisamente originale: qualcosa o qualcuno sta facendo pentire a morte tutti i criminali del mondo delle loro colpe e anche nazioni belligeranti stanno stendendo trattati di pace. Solo che il succitato Presidente Luthor, che la coscienza deve avercela bella sporca, è finito in coma a causa di questo che sembra un attacco telepatico. La soluzione del mistero è legata al passato remoto dell’universo DC (creato per l’occasione, immagino) e l’identità dell’attaccante mi pare originale e conclude una delle sottotrame che si stavano sviluppando dall’inizio.
Terminata la portata principale (ben sei capitoli) Kelly si concede un fill-in che vede il ritorno alle matite di Chris Cross: un episodio di tutto riposo in cui semplicemente inanella una sequenza di possibili esiti della relazione tra Wonder Woman e Batman.
In chiusura un trittico scritto dal redivivo Dennis O’Neil e disegnato da Tan Eng Huat. La differenza si nota nell’uso più classico delle didascalie e di dialoghi sin troppo esplicativi ma non nella frenesia dell’azione. La trama e lo sviluppo sono decisamente buoni (un alieno che vigilava sull’evoluzione delle specie vuole aiutare gli umani a estinguersi visto che l’umanità si sta già muovendo in quel senso), ma i disegni sono alquanto strambi.
A creare un minimo di collegamento tra episodi dai toni e dalle ambientazioni anche molto diversi ci sono alcuni elementi ricorrenti, non solo le sottotrame citate prima ma anche Faith che deve vedersela con l’organizzazione di cui faceva parte e i tentativi di Corvo di Manitù e sua moglie di adattarsi al mondo moderno.
Joe Kelly ha il gusto per il drammatico, per le entrate in scena spettacolari e i cliffhanger, poco importa che poi incidano quasi nulla sulla trama. I suoi tentativi di intavolare qualche riflessione politica o sociale rimangono appunto solo tentativi, giusto il tempo di far vedere che almeno un minimo è engagé, ma è anche vero che offrono spunti per le trame quindi non sono sprecati.
Il precedente volumone mi sembrava più coeso, qua si salta di palo in frasca e, a parte rari casi, si ha l’impressione che i supereroi siano sotto amfetamine e risolvano le cose a velocità supersonica. Che comunque non è una brutta sensazione (probabilmente una lettura serializzata come in origine avrebbe trasmesso un’altra sensazione).
Mahnke è migliorato rispetto alle prove precedenti, anche se non ha ancora preso bene le misure dei personaggi femminili. Comunque credo che certe morbidezze pupazzettose dei disegni siano da attribuire all’inchiostratore Tom Nguyen che ha dato le chine anche ai disegni di Chris Cross.





