lunedì 14 settembre 2026

Le serie di Robin Wood inedite in Italia: Hjalmar-Sagrant-Harald (1969)

Oggigiorno è facilissimo procurarsi almeno virtualmente il materiale della Columba, quindi questa ormai non più ipotetica ricognizione sulle serie inedite di Wood è un po’ inutile perché chiunque sia interessato può toccare con mano direttamente il prodotto. Abbiate pazienza, devo pur inventarmi qualcosa per mandare avanti il blog. Diciamo che questa iniziativa potrebbe essere utile a qualche appassionato per decidere se imbarcarsi in download molto pesanti o nella lettura di quelle migliaia di tavole che ha già scaricato.

Hjalmar-Sagrant-Harald

È un fatto acquisito che Robin Wood oltre (o piuttosto) che sceneggiatore volesse diventare disegnatore di fumetti, tanto da studiare in diverse scuole d’arte tra cui parrebbe anche la mitica Escuela Panamericana de Arte: forse fu proprio lì che conobbe Luis “Lucho” Olivera. L’aneddotica woodiana contempla di conseguenza anche l’episodio secondo cui avrebbe presentato alla Columba un unitario di cui realizzò sia i testi che i disegni, ma il risultato della parte grafica fu ritenuto di livello insufficiente per la pubblicazione. Da qui in poi la storia presenta due sviluppi divergenti ma non mutualmente esclusivi: un redattore importante della Columba potrebbe essersi tenute le tavole come rarità da collezione, oppure potrebbe (lui o chi per lui) averle trattenute per usarle come monito per Wood: occhio che se sgarri le pubblichiamo e le facciamo vedere a tutti. Da quello che si sa, quel fumetto avrebbe dovuto vertere su un vichingo, lo Hjalmar che tornerà con una certa frequenza nell’universo di Wood (e che noi abbiamo visto ufficialmente solo in un ciclo di Dago). Ma alla Columba non si buttava via nulla e i testi vennero riciclati e fatti disegnare da Sergio Mulko. Ora, se Mulko venne considerato migliore di quanto prodotto dal Wood disegnatore, tremo al pensiero di come fossero le tavole della Leyenda.

La cosa più gentile che si può dire di Mulko è che perlomeno non è Scozzari. Magra consolazione: i suoi personaggi e i suoi sfondi sono abbozzati, storti, sproporzionati. Eppure nel “libero” Kempet en el Desfiladero, sempre scritto da Wood e pubblicato anch’esso nel 1969, aveva dimostrato una maggiore abilità. È vero che i mostri di bravura come Alberto Salinas ed Ernesto Garcia Seijas erano merce rara in quegli anni alla Columba ma Lito Fernandez e Lucho Olivera, per limitarmi a due casi, stavano già evolvendo verso l’eccellenza futura. Ma vediamo com’è questo Hjalmar.

Nonostante sia una figura piuttosto ricorrente nei fumetti di Wood, magari con caratteristiche adattate al contesto, l’eroe eponimo dalla mano di ferro (che Mulko si dimentica puntualmente di disegnare come tale) non è propriamente il protagonista quanto una figura incombente e un po’ il deus ex machina. Il motore della storia è Juan de Montfornier che trova un sistema efficace per farsi nominare tesoriere dal suo signore il barone di Arlac: individuati dei vichinghi già spossati da un precedente combattimento, ha facile gioco nel farli sterminare dalle sue truppe al grido «Dio lo vuole!» mentre i norreni invocano Wothan (sic). Al massacro sopravvive il piccolo Harald che viene mandato alla corte di Arlac come trofeo di guerra. Il guaio per i Franchi è che il bambino è figlio nientemeno che di Hjalmar, uno dei capi dei vichinghi. La sua furia si scatena quindi contro la terra dei Franchi (non che Harald venisse trattato male, tutt’altro) che nel frattempo con la morte del barone è passata informalmente nelle mani di Montfornier che ha già predisposto l’uccisione della figlia del barone dopo che gli ha negato di sposarlo per ufficializzare il suo subentro al potere. Ma Hjalmar la salva e sebbene si innamorino l’uno dell’altra dovranno vivere ognuno nel proprio mondo d’appartenenza.

Non è proprio un romanzo Harmony ma non è nemmeno quello che mi aspettavo da una storia di vichinghi. E come anticipato Hjalmar è una figura quasi sussidiaria rispetto agli altri personaggi che sono i veri protagonisti. È anche vero che le caratteristiche del genere sarebbero state codificate qualche anno dopo, col boom delle serie di vikingos sia alla Columba che alla Record. Al di là di queste considerazioni, Wood non è comunque al suo top: le didascalie non hanno il tono aulico ed epico che mi aspettavo (e che qui sarebbe stato perfetto), inoltre la storia si muove con eccessiva frenesia e i personaggi capiscono al volo quello che succede anche se non si sono mai visti prima.

La vicenda può dirsi conclusa con questa nota finale sentimentalmente malinconica, ma dopo la sua pubblicazione sul numero 212 di D’Artagnan ebbe un seguito poche settimane dopo sul numero 215: in Sagrant uno Hjalmar invecchiato e stabilmente stanziato in Irlanda si rende conto che le ribellioni locali finiranno per avere ragione degli invasori vichinghi. Il provvidenziale arrivo del suo vecchio amico Olav con la figlia Verien che stuzzica Harald gli fornisce il destro per l’ultima eroica impresa, in cui resiste agli assalti dei ribelli trovando eroicamente la morte in battaglia dopo aver ucciso il loro re Brian Boru – Sagrant è il nome della spada di Hjalmar, cantata da bardi e che come ultimo gesto Hjalmar lancerà ad Harald che si allontana. Sembra un finale aperto, foriero di ulteriori sviluppi, e in effetti questa breve saga continuerà ancora, anche se il seguito si farà attendere un bel po’ (ma in altri casi un seguito non si concretizzò mai): comparirà appena nel marzo del 1970 mentre Sagrant fu pubblicato a novembre del 1969.

Harald, il terzo e ultimo capitolo della saga, comincia dove finiva Sagrant: il figlio di Hjalmar giunge a Läag Griensen, in qualche parte del Nord Europa che non sono riuscito a localizzare. Il letterista dovette essere un po’ confuso da questi nomi nordici visto che rispetto a Sagrant la dieresi si sposta sulla seconda A di «Laag», la spada diventa «Sargant» e Olav «Olaf». Quest’ultimo è adesso il suocero di Harald che a quanto pare nel breve lasso di tempo da un episodio all’altro ha sposato Verien. La ciurma viene accolta con tutti gli onori dal vecchio Einar immaginando che si tratti di Hjalmar, ma nonostante la tristezza nell’apprendere della sua morte rimane tutt’altro che deluso dalla visita e spiega ad Harald la situazione nel Laäg Griensen: i barbari finlandesi si sono alleati col re dello Jutland Erik Thor e sono sul sentiero di guerra. Harald si propone quindi come capo di guerra e la cosa suscita malumori alla corte di Einar, visto che altri giovani rampanti vorrebbero avere quel posto. Altri vichinghi locali invece vedrebbero di buon occhio l’idea di essere guidati da Harald, sebbene di logica lo abbiano appena conosciuto – fino a quel momento era sempre vissuto in Irlanda, giusto? In ogni caso Harald mostra il suo valore ma è con l’astuzia e la diplomazia che riesce a farsi alleato Erik Thor e a ribaltare la situazione, invadendo la Finlandia e conquistando il Nord in un processo che dura un anno e che Wood riassume in maniera sbrigativa e senza particolare mordente. Alla morte di Einar sarà Harald a essere nominato il nuovo re dei vichinghi locali. Ma non darà seguito alla vita di invasioni e pirateria e getterà Sagrant (stavolta scritto correttamente) in un braciere, o qualsiasi cosa sia quello che ha disegnato Mulko. Col suo gesto pone fine simbolicamente all’era di saccheggio e violenza dei vichinghi, una sequenza che avrebbe potuto essere molto suggestiva e che invece a me è sembrata un anticlimax.

Si sarà già capito che per me questa trilogia si è rivelata inferiore alle aspettative, che erano piuttosto alte: se Wood volle disegnare in prima persona una sua storia di logica doveva ritenerla di qualità superiore, no? Invece manca l’epico afflato lirico che davo per scontato ci fosse nel Wood di quell’epoca, i personaggi sono un po’ fuori fuoco (è stato fuorviante intitolare a Hjalmar il primo episodio) e c’è qualche melensaggine di troppo. Mulko, poi, è schematico, sbrigativo e confuso.

Hjalmar-Sagrant-Harald offriranno però l’occasione per un interessante dietro le quinte sul lavoro di Wood e dei disegnatori della Columba, o meglio una riflessione su quanto la “regia” di un fumetto possa incidere sulla sua qualità e la sua comprensione: la storia dei due capi vichinghi è perfettamente conclusa, ma conoscerà una seconda vita editoriale dodici anni dopo[link da inserire].

domenica 13 settembre 2026

Sospesi nel tempo

 

Da qualche giorno Blogger non aggiorna il blogroll che è fermo a quattro giorni fa. Da quanto ho potuto vedere è una cosa generalizzata, non riguarda solo il mio profilo o i device da cui accedo. Poco male, riscopro il gusto della ricerca per vedere se ci sono novità.

venerdì 11 settembre 2026

1776: Uniti per l'Indipendenza

Avventura celebrativa per il 250° anniversario della Dichiarazione d’Indipendenza Americana. La strega arturiana Morgana Le Fay è tornata indietro nel tempo per far vincere gli Inglesi, cosa che metterebbe a repentaglio la nascita degli Stati Uniti e quindi la sicurezza del mondo intero. Eh, già: questo è il tono. Con l’aiuto mistico di Cagliostro (immagino una sua versione Marvel già vista altrove) Benjamin Franklin viaggia nel tempo per avvertire il Dottor Strange della minaccia e così lo Stregone Supremo raggruppa il proverbiale manipolo di eroi. Bruce Banner e Tony Stark avanzano i dubbi sui viaggi nel tempo che ogni lettore si sarà già posto, ovvero l’impossibilità di modificare veramente il passato, ma Strange spiega che Morgana è immortale e ciò comporta che bla bla bla. Giustamente Banner avanza anche l’ipotesi che forse una Guerra d’Indipendenza vinta dagli Inglesi possa non essere una cosa negativa ma il piano della villain prevede la frammentazione dei potenziali Stati Uniti in una dozzina di nazioni come quelle europee: quindi gente in perenne competizione che ogni tanto si fa la guerra. Sembra che Straczynski si diverta a rendersi ridicolo.

Capitan America, l’Uomo Ragno, Hulk, Iron Man e la maga Clea vanno quindi nel passato ma almeno non si limitano a tirare mazzate a destra e a manca, infatti 1776 è più che altro una lunga lezione di Storia che racconta anche fatti poco conosciuti come l’ambizione del generale Gates che voleva fare le scarpe a Washington. Ma forse sarebbe stato meglio abbondare con le mazzate, perché tra citazioni letterali e altre dichiarazioni roboanti la narrazione si inceppa e si frammenta. Per fortuna Straczynski non lesina sull’umorismo, che all’inizio pare fuori luogo ma alla lunga è una panacea – o almeno fornisce un minimo di sollievo.

I disegni sono assai schizofrenici. Le matite sono di Sean Damien Hill e Ron Lim: il primo dovrebbe essere quello realistico mentre l’altro è più cartoonesco e i loro stili non si integrano bene. A peggiorare le cose c’è la caterva di inchiostratori che ha lavorato sulle tavole: Jay Leisten, Roberto Poggi, Oren Junior e Scott Hanna. Il disegnatore realistico, che sia o meno Hill, a volte viene inchiostrato con grande cura e raffinatezza e i molti tratteggi non appesantiscono affatto i disegni, ma più spesso il ripasso è impreciso, quasi goffo, fino ad arrivare a delle vere distorsioni anatomiche. E queste differenze nella resa si vedono addirittura in una stessa tavola.

L’impressione è che la Marvel abbia voluto fare non tanto una miniserie celebrativa quanto una lezione di Storia indirizzata ai lettori più giovani con il viatico dei supereroi come esca, e infatti nonostante alcune sequenze vagamente realistiche e drammatiche (l’Uomo Ragno si becca una pallottola, ma è per spirito patriottico e quindi va bene) i combattimenti rimangono sullo sfondo e coinvolgono più che altro le fantasiose orde di mostri evocate da Morgana. In ogni caso l’uso di tutte quelle persone nel comparto grafico mi fa pensare a una certa improvvisazione o a una corsa disperata per arrivare in tempo alla data d’uscita. L’impressione che sia una miniserie raffazzonata mi viene in parte confermata dal fatto che Pete Woods abbia ritratto nelle prime copertine dei cinque comic book originali dei supereroi che poi nella storia non ci sono!

lunedì 7 settembre 2026

Le serie di Robin Wood inedite in Italia: El Gordo y el Flaco (1971)

Oggigiorno è facilissimo procurarsi almeno virtualmente il materiale della Columba, quindi questa ormai non più ipotetica ricognizione sulle serie inedite di Wood è un po’ inutile perché chiunque sia interessato può toccare con mano direttamente il prodotto. Abbiate pazienza, devo pur inventarmi qualcosa per mandare avanti il blog. Diciamo che questa iniziativa potrebbe essere utile a qualche appassionato per decidere se imbarcarsi in download molto pesanti o nella lettura di quelle migliaia di tavole che ha già scaricato.

El Gordo y el Flaco

Praticamente nessuna delle prime serie di Wood era pensata per essere tale ma Nippur, Dennis Martin, Billy Grant, Big Norman, Jackaroe e anche Tino e Poppy di Lei e Io erano semplicemente i protagonisti di “liberi”. Anche il Pepe Sanchez cui sarà dedicata una serie nel 1975 esordì già nel 1969. Curiosamente, personaggi che invece erano pensati per essere ricorrenti venivano spacciati per protagonisti di unitarios oppure non fecero in tempo che a fare un’unica rapida apparizione.

Tra gli ultimi anni ’60 e i primissimi ’70 le riviste della Columba erano dei calderoni germinativi rigurgitanti di personaggi che evidentemente si speravano abbastanza graditi ai lettori da imbastirci una serie di successo. Ovviamente le storie scritte da Wood che terminavano con la morte del protagonista (come El Filibustero disegnato da Garcia Lopez nel 1968) o con il suo ravvedimento forzato (lo spassoso Billy Wood disegnato da Haupt nel 1972) non erano adatte alla bisogna, ma con ogni probabilità El Gordo y el Flaco rientra nella categoria delle serie “potenziali”, per quanto Wood non lo citi nel famoso elenco presentato su Fumo di China 26 – ma d’altra parte non citava nemmeno il trittico Hjalmar-Sagrant-Harald Jack Robin, che una serie lo era veramente.

In questo fumetto Wood riprende la formula del buddy movie che frequenterà con maestria in futuro e che aveva già dato dimostrazione di gestire bene, prendendo però ispirazione anche da una celeberrima coppia comica cinematografica: in un commissariato argentino lavorano infatti Hurt e Martinez, il primo soprannominato “Gordo”, cioè grasso, mentre il secondo è magro come Boedo. Probabilmente è opportuno specificare che «gordo» e «flaco» sono due dei soprannomi di base argentini, ma sono anche i nomignoli con cui sono conosciuti nei Paesi ispanofoni Stan Laurel e Oliver Hardy.

Alla coppia viene affidata una missione importante: è stato scoperto che un importatore giapponese di orologi in realtà traffica in eroina e così i due dovranno scortarlo fino a Tokio con l’ordine di proteggerlo come fosse loro figlio, visto che sicuramente ha informazioni importantissime sull’organizzazione di cui fa parte che potrebbe volerlo liberare come eliminarlo fisicamente. E infatti già in California cominciano gli attentati.

El Gordo y el Flaco è un misto di umorismo e poliziesco: ci sono personaggi pittoreschi, battute, tormentoni (al “Grasso” non piace ovviamente essere chiamato così) ma Wood non lesina sui morti ammazzati, tra cui uno che si becca un proiettile in fronte in bella vista. La storia si sviluppa in maniera sin troppo rapida e benché sia perfettamente conclusa si avverte il rimpianto per aver sprecato due protagonisti che, sebbene meno originali di un guerriero sumero filosofeggiante o di un agente segreto ridanciano che lancia coltelli, avrebbero potuto dar vita a un bel filone di storie. Ma evidentemente il gusto del pubblico o altri motivi editoriali non fecero concretizzare questa opzione.

Dignitoso il lavoro di Vogt, anche se più schematico di quanto fosse solitamente all’epoca.

Da notare che la riedizione a colori del 1985 venne rimontata (cosa non inedita ma comunque rara in Columba) con qualche dialogo aggiornato e una presentazione differente dei personaggi, come se fossero appunto protagonisti di una serie: venne persino introdotta come sottotitolo una citazione da Stanlio e Ollio, quasi fosse il titolo di quel presunto primo episodio. Ma ovviamente (a maggior ragione a distanza di quasi quindici anni) non ci fu alcun seguito.

venerdì 4 settembre 2026

Ancora gatti, ancora Giappone, ancora intelligenza artificiale

https://www.youtube.com/@GingerDailyMeow

https://www.youtube.com/@GingerKittenStory-NBmedia

https://www.youtube.com/@CatBros3D

https://www.youtube.com/@mccatcooking1

https://www.youtube.com/@AICatLife888

https://www.youtube.com/@Catslifestyle98

https://www.youtube.com/@aiaidoga

È incredibile la quantità e la qualità di questi video. Qui sopra ho messo solo una minima parte di quanto si trova su YouTube. L’intelligenza artificiale non solo permette di creare video molto buoni, ma anche di produrli a una rapidità incredibile. Ruberà il “lavoro” agli youtuber “veri”? Almeno i gatti non supplicano di iscriversi-mettereunbellike-attivarelacampanellina.