sabato 19 settembre 2026

Le serie di Robin Wood inedite in Italia: Pipa Sanchez (1980)

Oggigiorno è facilissimo procurarsi almeno virtualmente il materiale della Columba, quindi questa ormai non più ipotetica ricognizione sulle serie inedite di Wood è un po’ inutile perché chiunque sia interessato può toccare con mano direttamente il prodotto. Abbiate pazienza, devo pur inventarmi qualcosa per mandare avanti il blog. Diciamo che questa iniziativa potrebbe essere utile a qualche appassionato per decidere se imbarcarsi in download molto pesanti o nella lettura di quelle migliaia di tavole che ha già scaricato.

Pipa Sanchez

Ecco, questa è la seconda serie non creata da Wood cui accennavo parlando di Ted Marlow.

A quanto pare, a cavallo tra anni ’70 e ’80 la Columba era un po’ in ambasce, preoccupata che con l’ennesima partenza del suo sceneggiatore di punta verso mete lontane ci sarebbe stata una carenza di sue nuove storie. A Carlos Vogt toccò quindi l’incombenza di scrivere i soggetti per Pepe Sanchez oltre che disegnarlo. Questo almeno formalmente e comunque limitatamente ad alcuni episodi: Hector Bellagamba riporta infatti che molti di quegli episodi li scrisse lui; l’editore cominciò a segnalare anche il suo nome solo quando la collaborazione divenne ufficiale visto che inizialmente gli aspetti retributivi venivano regolati privatamente tra Vogt e lo sceneggiatore in incognito (noto in Italia per Sumatra che però stando alla testimonianza di Luis Garcia Duran fu molto rimaneggiata).

Bellagamba non si limitò a scrivere le avventure della spia argentina ma ne espanse l’universo con la storia La Hermana de Pepe Sánchez in cui introdusse la prima delle femmine degli otto fratelli Sanchez – Wood ne aggiunse poi altre due: Reina e Chuchi. Concettualmente si tratta di un unitario (il nome di Pipa manco compare nel titolo) perché nonostante il protagonista sia Pepe la Columba non inserì la storia nel corpus della sua serie, ovvero nella prima tavola non c’è nessuna pecetta con il codice “E” seguito dal numero d’archiviazione. Ma come una dozzina di anni prima accadde con Nippur, Dennis Martin, Jackaroe e compagnia, anche Pipa si vide dedicata una serie, per quanto assai effimera.

La trama vede Pepe, tornato nella sua casa argentina, partire al salvataggio della sorella rapita da un gruppo di femministe. In realtà è una trappola e Pipa è sana e salva, ma le femministe a loro volta sono state ingannate da un gruppo di spie rivali che vuole eliminare Pepe Sanchez tramite loro con la promessa che se lo abbatteranno potranno entrare nell’inesistente Associazione Femminista Mondiale. Pipa si accorge della situazione e quindi è lei ad andare a salvare il fratello, rivelandosi un’abile scalatrice e una spericolata pilota di motorini, aeroplani, alianti improvvisati e quant’altro.

Wood riprese il personaggio rispettandone in sostanza l’impostazione data da Bellagamba. Nelle sue storie c’è dell’avventura (Pipa se la vede con la tratta delle bianche e con dei falsari) ma anche della satira di costume, indirizzando i suoi strali non all’estremismo di certo femminismo militante quanto all’ossessione per l’aspetto fisico. Questa scelta è però un po’ fuori fuoco perché prevede che Pipa sia bruttina, cosa poco evidente dal tratto delicato di Vogt.

L’umorismo è quello slapstick un po’ sciocchino della serie-madre (o sarebbe meglio dire serial-fratello?), con qualche tormentone e scene da cartone animato della Warner. Vogt è quello espressivo e dinamico dei suoi anni migliori e si gusta con piacere. Io preferisco di gran lunga Lei e io a Pepe Sanchez ma gli amanti di quest’ultimo non saranno affatto delusi dalla lettura di questa sua estemporanea appendice.

mercoledì 16 settembre 2026

Relatos del Nuevo Mundo 16: Cabeza de Vaca - El Mago Blanco

Come dicevo, la lettura di Primera Fundacion de Buenos Aires mi ha invogliato a provare anche altri volumi della collana «Relatos del Nuevo Mundo». Parto quindi dal mio amato Paul Gillon, il meno franco-belga dei fumettisti franco-belgi.

La storia viene narrata dal protagonista in persona che da anziano padre priore nella Siviglia del 1559 la racconta a un giovane frate che lo accompagna a un processo della Santa Inquisizione. Lo stesso Alvaro Nuñez detto Cabeza de Vaca subì a suo tempo la condanna del tribunale per aver perorato la causa degli indios.

Molti anni prima aveva fatto naufragio con altri uomini su un’isola. Qui non trovarono come sperato tracce di altri spagnoli ma un villaggio di nativi. Temendo reazioni aggressive li convinsero a collaborare con le proverbiali perline colorate. Gli indios avrebbero persino organizzato un viaggio per i naufraghi per ricongiungerli con gli altri bianchi di Lope de Oviedo, ma Cabeza de Vaca preferì rimanere al villaggio a causa di una ferita per cui sarebbe stato d’intralcio agli altri. Gli indios si rivelarono però sempre meno amichevoli e Cabeza de Vaca fuggì appena ne ebbe l’occasione.

Aggirandosi in quelle zone poco ospitali per ben sei anni, capisce come funzionano i rapporti tra le varie tribù: perennemente in guerra tra di loro, non hanno stabilito alcuna forma di commercio perciò ne approfitta per farlo lui e (se ho ben capito) facendo anche un po’ da sensale tra una tribù e l’altra. Alla fine, dopo alcune traversie passate insieme a Lope de Oviedo, si ricongiunge coi suoi vecchi compagni di naufragio e insieme decidono di andarsene da quelle terre. Cosa tutt’altro che facile visto che pur essendo marinai non sanno nuotare e la zona è punteggiata da fiumi e calette. La svolta della loro vita avviene quando grazie a un’invocazione a Dio Cabeza de Vaca riesce a curare degli indigeni malati – non che si capisca quale sia la loro afflizione. Da lì l’origine del suo soprannome che dà il sottotitolo al volume e la sua nuova vita come “santone” che riusciva a curare gli ammalati senza avere la minima consapevolezza di come ci riusciva, attribuendo quasi tutte le guarigioni a miracoli divini (ovviamente l’estrazione della punta di una freccia è invece dovuta alle sue doti manuali). Persino un uomo già morto sarebbe tornato in vita dopo il suo intervento disperato. Ma le sue tribolazioni non sono ancora finite: con un metodo ingegnoso per ripararsi dal freddo della notte per poco non arde vivo!

Il finale non contempla come facilmente prevedibile la sua morte: dopo dieci anni complessivi di peregrinazioni in America e un lungo periodo di esilio a Orano inflittogli dall’Inquisizione, Alvaro Nuñez nel 1559 è ancora vivo benché un po’ rintronato dall’età e dalle vicissitudini patite.

A sfogliarlo questo volume non prometteva affatto bene. Il disegno di Gillon (che io comunque adoro) è già di suo sintetico e nonostante gli ottimi colori certe tavole con anche solo quattro vignette finivano inevitabilmente per sembrare un po’ vuote. Inoltre lo sceneggiatore Miguel Angel Nieto (il nome non mi è nuovo ma non ricordo nulla di suo) ha saggiamente preferito che a “parlare” fossero i disegni, lasciando molte sequenze mute. Quindi mi aspettavo una lettura molto veloce e con poca sostanza. Veloce in effetti lo è, eppure nello spazio delle canoniche 46 tavole c’è una grande densità di contenuti e non si avverte affatto la frammentarietà che poteva manifestarsi dovendo saltare fisiologicamente da un episodio saliente all’altro. Tutto è ben amalgamato e il flusso della storia scorre molto naturale e soprattutto molto appassionante. Inoltre Nieto ricorre anche a dei bei dialoghi (forse citazioni storiche?) e introduce discretamente il dubbio che le storie di Cabeza de Vaca siano solo fole grazie ai commenti di alcuni passanti che lo vedono raccontare per l’ennesima volta la sua vita avventurosa al giovane frate.

I disegni di Gillon non deludono affatto. Impermeabile alla Linea Chiara, alla scuola dei gros nez, alla tradizione inaugurata da Jijé e agli esempi di altri “cani sciolti” come Cuvelier o Hubinon o Peelaert o Poïvet si mantiene sempre fedele alla sua linea sinuosa ed elegante che dona eccezionale espressività e dinamismo ai suoi personaggi. E i colori sono ottimi.

Introduzione e approfondimento storico del volume sono opera di Felipe del Pino.

lunedì 14 settembre 2026

Le serie di Robin Wood inedite in Italia: Hjalmar-Sagrant-Harald (1969)

Oggigiorno è facilissimo procurarsi almeno virtualmente il materiale della Columba, quindi questa ormai non più ipotetica ricognizione sulle serie inedite di Wood è un po’ inutile perché chiunque sia interessato può toccare con mano direttamente il prodotto. Abbiate pazienza, devo pur inventarmi qualcosa per mandare avanti il blog. Diciamo che questa iniziativa potrebbe essere utile a qualche appassionato per decidere se imbarcarsi in download molto pesanti o nella lettura di quelle migliaia di tavole che ha già scaricato.

Hjalmar-Sagrant-Harald

È un fatto acquisito che Robin Wood oltre (o piuttosto) che sceneggiatore volesse diventare disegnatore di fumetti, tanto da studiare in diverse scuole d’arte tra cui parrebbe anche la mitica Escuela Panamericana de Arte: forse fu proprio lì che conobbe Luis “Lucho” Olivera. L’aneddotica woodiana contempla di conseguenza anche l’episodio secondo cui avrebbe presentato alla Columba un unitario di cui realizzò sia i testi che i disegni, ma il risultato della parte grafica fu ritenuto di livello insufficiente per la pubblicazione. Da qui in poi la storia presenta due sviluppi divergenti ma non mutualmente esclusivi: un redattore importante della Columba potrebbe essersi tenute le tavole come rarità da collezione, oppure potrebbe (lui o chi per lui) averle trattenute per usarle come monito per Wood: occhio che se sgarri le pubblichiamo e le facciamo vedere a tutti. Da quello che si sa, quel fumetto avrebbe dovuto vertere su un vichingo, lo Hjalmar che tornerà con una certa frequenza nell’universo di Wood (e che noi abbiamo visto ufficialmente solo in un ciclo di Dago). Ma alla Columba non si buttava via nulla e i testi vennero riciclati e fatti disegnare da Sergio Mulko. Ora, se Mulko venne considerato migliore di quanto prodotto dal Wood disegnatore, tremo al pensiero di come fossero le tavole della Leyenda.

La cosa più gentile che si può dire di Mulko è che perlomeno non è Scozzari. Magra consolazione: i suoi personaggi e i suoi sfondi sono abbozzati, storti, sproporzionati. Eppure nel “libero” Kempet en el Desfiladero, sempre scritto da Wood e pubblicato anch’esso nel 1969, aveva dimostrato una maggiore abilità. È vero che i mostri di bravura come Alberto Salinas ed Ernesto Garcia Seijas erano merce rara in quegli anni alla Columba ma Lito Fernandez e Lucho Olivera, per limitarmi a due casi, stavano già evolvendo verso l’eccellenza futura. Ma vediamo com’è questo Hjalmar.

Nonostante sia una figura piuttosto ricorrente nei fumetti di Wood, magari con caratteristiche adattate al contesto, l’eroe eponimo dalla mano di ferro (che Mulko si dimentica puntualmente di disegnare come tale) non è propriamente il protagonista quanto una figura incombente e un po’ il deus ex machina. Il motore della storia è Juan de Montfornier che trova un sistema efficace per farsi nominare tesoriere dal suo signore il barone di Arlac: individuati dei vichinghi già spossati da un precedente combattimento, ha facile gioco nel farli sterminare dalle sue truppe al grido «Dio lo vuole!» mentre i norreni invocano Wothan (sic). Al massacro sopravvive il piccolo Harald che viene mandato alla corte di Arlac come trofeo di guerra. Il guaio per i Franchi è che il bambino è figlio nientemeno che di Hjalmar, uno dei capi dei vichinghi. La sua furia si scatena quindi contro la terra dei Franchi (non che Harald venisse trattato male, tutt’altro) che nel frattempo con la morte del barone è passata informalmente nelle mani di Montfornier che ha già predisposto l’uccisione della figlia del barone dopo che gli ha negato di sposarlo per ufficializzare il suo subentro al potere. Ma Hjalmar la salva e sebbene si innamorino l’uno dell’altra dovranno vivere ognuno nel proprio mondo d’appartenenza.

Non è proprio un romanzo Harmony ma non è nemmeno quello che mi aspettavo da una storia di vichinghi. E come anticipato Hjalmar è una figura quasi sussidiaria rispetto agli altri personaggi che sono i veri protagonisti. È anche vero che le caratteristiche del genere sarebbero state codificate qualche anno dopo, col boom delle serie di vikingos sia alla Columba che alla Record. Al di là di queste considerazioni, Wood non è comunque al suo top: le didascalie non hanno il tono aulico ed epico che mi aspettavo (e che qui sarebbe stato perfetto), inoltre la storia si muove con eccessiva frenesia e i personaggi capiscono al volo quello che succede anche se non si sono mai visti prima.

La vicenda può dirsi conclusa con questa nota finale sentimentalmente malinconica, ma dopo la sua pubblicazione sul numero 212 di D’Artagnan ebbe un seguito poche settimane dopo sul numero 215: in Sagrant uno Hjalmar invecchiato e stabilmente stanziato in Irlanda si rende conto che le ribellioni locali finiranno per avere ragione degli invasori vichinghi. Il provvidenziale arrivo del suo vecchio amico Olav con la figlia Verien che stuzzica Harald gli fornisce il destro per l’ultima eroica impresa, in cui resiste agli assalti dei ribelli trovando eroicamente la morte in battaglia dopo aver ucciso il loro re Brian Boru – Sagrant è il nome della spada di Hjalmar, cantata da bardi e che come ultimo gesto Hjalmar lancerà ad Harald che si allontana. Sembra un finale aperto, foriero di ulteriori sviluppi, e in effetti questa breve saga continuerà ancora, anche se il seguito si farà attendere un bel po’ (ma in altri casi un seguito non si concretizzò mai): comparirà appena nel marzo del 1970 mentre Sagrant fu pubblicato a novembre del 1969.

Harald, il terzo e ultimo capitolo della saga, comincia dove finiva Sagrant: il figlio di Hjalmar giunge a Läag Griensen, in qualche parte del Nord Europa che non sono riuscito a localizzare. Il letterista dovette essere un po’ confuso da questi nomi nordici visto che rispetto a Sagrant la dieresi si sposta sulla seconda A di «Laag», la spada diventa «Sargant» e Olav «Olaf». Quest’ultimo è adesso il suocero di Harald che a quanto pare nel breve lasso di tempo da un episodio all’altro ha sposato Verien. La ciurma viene accolta con tutti gli onori dal vecchio Einar immaginando che si tratti di Hjalmar, ma nonostante la tristezza nell’apprendere della sua morte rimane tutt’altro che deluso dalla visita e spiega ad Harald la situazione nel Laäg Griensen: i barbari finlandesi si sono alleati col re dello Jutland Erik Thor e sono sul sentiero di guerra. Harald si propone quindi come capo di guerra e la cosa suscita malumori alla corte di Einar, visto che altri giovani rampanti vorrebbero avere quel posto. Altri vichinghi locali invece vedrebbero di buon occhio l’idea di essere guidati da Harald, sebbene di logica lo abbiano appena conosciuto – fino a quel momento era sempre vissuto in Irlanda, giusto? In ogni caso Harald mostra il suo valore ma è con l’astuzia e la diplomazia che riesce a farsi alleato Erik Thor e a ribaltare la situazione, invadendo la Finlandia e conquistando il Nord in un processo che dura un anno e che Wood riassume in maniera sbrigativa e senza particolare mordente. Alla morte di Einar sarà Harald a essere nominato il nuovo re dei vichinghi locali. Ma non darà seguito alla vita di invasioni e pirateria e getterà Sagrant (stavolta scritto correttamente) in un braciere, o qualsiasi cosa sia quello che ha disegnato Mulko. Col suo gesto pone fine simbolicamente all’era di saccheggio e violenza dei vichinghi, una sequenza che avrebbe potuto essere molto suggestiva e che invece a me è sembrata un anticlimax.

Si sarà già capito che per me questa trilogia si è rivelata inferiore alle aspettative, che erano piuttosto alte: se Wood volle disegnare in prima persona una sua storia di logica doveva ritenerla di qualità superiore, no? Invece manca l’epico afflato lirico che davo per scontato ci fosse nel Wood di quell’epoca, i personaggi sono un po’ fuori fuoco (è stato fuorviante intitolare a Hjalmar il primo episodio) e c’è qualche melensaggine di troppo. Mulko, poi, è schematico, sbrigativo e confuso.

Hjalmar-Sagrant-Harald offriranno però l’occasione per un interessante dietro le quinte sul lavoro di Wood e dei disegnatori della Columba, o meglio una riflessione su quanto la “regia” di un fumetto possa incidere sulla sua qualità e la sua comprensione: la storia dei due capi vichinghi è perfettamente conclusa, ma conoscerà una seconda vita editoriale dodici anni dopo[link da inserire].

domenica 13 settembre 2026

Sospesi nel tempo

 

Da qualche giorno Blogger non aggiorna il blogroll che è fermo a quattro giorni fa. Da quanto ho potuto vedere è una cosa generalizzata, non riguarda solo il mio profilo o i device da cui accedo. Poco male, riscopro il gusto della ricerca per vedere se ci sono novità.

venerdì 11 settembre 2026

1776: Uniti per l'Indipendenza

Avventura celebrativa per il 250° anniversario della Dichiarazione d’Indipendenza Americana. La strega arturiana Morgana Le Fay è tornata indietro nel tempo per far vincere gli Inglesi, cosa che metterebbe a repentaglio la nascita degli Stati Uniti e quindi la sicurezza del mondo intero. Eh, già: questo è il tono. Con l’aiuto mistico di Cagliostro (immagino una sua versione Marvel già vista altrove) Benjamin Franklin viaggia nel tempo per avvertire il Dottor Strange della minaccia e così lo Stregone Supremo raggruppa il proverbiale manipolo di eroi. Bruce Banner e Tony Stark avanzano i dubbi sui viaggi nel tempo che ogni lettore si sarà già posto, ovvero l’impossibilità di modificare veramente il passato, ma Strange spiega che Morgana è immortale e ciò comporta che bla bla bla. Giustamente Banner avanza anche l’ipotesi che forse una Guerra d’Indipendenza vinta dagli Inglesi possa non essere una cosa negativa ma il piano della villain prevede la frammentazione dei potenziali Stati Uniti in una dozzina di nazioni come quelle europee: quindi gente in perenne competizione che ogni tanto si fa la guerra. Sembra che Straczynski si diverta a rendersi ridicolo.

Capitan America, l’Uomo Ragno, Hulk, Iron Man e la maga Clea vanno quindi nel passato ma almeno non si limitano a tirare mazzate a destra e a manca, infatti 1776 è più che altro una lunga lezione di Storia che racconta anche fatti poco conosciuti come l’ambizione del generale Gates che voleva fare le scarpe a Washington. Ma forse sarebbe stato meglio abbondare con le mazzate, perché tra citazioni letterali e altre dichiarazioni roboanti la narrazione si inceppa e si frammenta. Per fortuna Straczynski non lesina sull’umorismo, che all’inizio pare fuori luogo ma alla lunga è una panacea – o almeno fornisce un minimo di sollievo.

I disegni sono assai schizofrenici. Le matite sono di Sean Damien Hill e Ron Lim: il primo dovrebbe essere quello realistico mentre l’altro è più cartoonesco e i loro stili non si integrano bene. A peggiorare le cose c’è la caterva di inchiostratori che ha lavorato sulle tavole: Jay Leisten, Roberto Poggi, Oren Junior e Scott Hanna. Il disegnatore realistico, che sia o meno Hill, a volte viene inchiostrato con grande cura e raffinatezza e i molti tratteggi non appesantiscono affatto i disegni, ma più spesso il ripasso è impreciso, quasi goffo, fino ad arrivare a delle vere distorsioni anatomiche. E queste differenze nella resa si vedono addirittura in una stessa tavola.

L’impressione è che la Marvel abbia voluto fare non tanto una miniserie celebrativa quanto una lezione di Storia indirizzata ai lettori più giovani con il viatico dei supereroi come esca, e infatti nonostante alcune sequenze vagamente realistiche e drammatiche (l’Uomo Ragno si becca una pallottola, ma è per spirito patriottico e quindi va bene) i combattimenti rimangono sullo sfondo e coinvolgono più che altro le fantasiose orde di mostri evocate da Morgana. In ogni caso l’uso di tutte quelle persone nel comparto grafico mi fa pensare a una certa improvvisazione o a una corsa disperata per arrivare in tempo alla data d’uscita. L’impressione che sia una miniserie raffazzonata mi viene in parte confermata dal fatto che Pete Woods abbia ritratto nelle prime copertine dei cinque comic book originali dei supereroi che poi nella storia non ci sono!