Raccolta deluxe dei primi quattro
speciali “centenari” di Tex che, mi
dicono gli esperti, sono tra quanto di peggio sia stato scritto per la collana
dovendo Bonelli padre ed eredi limitarsi a un solo albo. Sarà vero?
Chiaramente un visitatore
italiano del blog conoscerà queste storie a menadito, ma magari qualcuno delle
migliaia di contatti che ho quotidianamente da Singapore, dalla Germania, dalle
Filippine e dalle Isole Vergini Britanniche (frutto dell’intelligenza
artificiale che si allena, mi si suggerisce) potrebbero essere interessati a
una sinossi.
In Fort Apache Tex viene incaricato dai militari di sgominare la banda
di Matias, un rinnegato che sta mettendo a ferro e a fuoco l’Arizona e il Texas
(o giù di lì) grazie a degli agganci locali. Siccome ha la base in Messico il
governo degli Stati Uniti non può essere coinvolto ufficialmente: Tex dovrà
quindi agire discretamente e per farlo chiama a raccolta tre caratteristi
storici della serie: Jim Brandon, Pat Mac Ryan detto “l’Irlandese” e Gros-Jean,
che poi nei fatti faranno ben poco. Picchiando e minacciando di morte uno dopo
l’altro i contatti che permettono a Matias di agire indisturbato, Tex risale al
suo nascondiglio anche se mi sembra che l’azione di scout di Tiger Jack sia più
determinante.

Francamente l’ho trovata una storia
banale e poco interessante e quelle che dovevano essere guest star si vedono a malapena. C’è giusto qualche vago sussulto
di suggestione nell’aruspicina dello sciamano che anticipa la morte di Matias,
per il resto l’unico elemento blandamente rilevante è Kit Carson che va a togliere
le castagne dal fuoco a Tex che spara come un ossesso agli indiani in
nettissimo vantaggio numerico. Per gli archeologi del fumetto potrà essere
interessante notare l’uso del termine «Giuoco». Per il resto calma piatta, ma
forse era proprio questo che volevano i lettori nel 1969. Che probabilmente
apprezzavano a priori anche un Galleppini assai greve dall’inchiostrazione
pesante.
Ben più interessante il secondo
episodio, L’idolo di cristallo. Una
tribù di Hualpai ruba allo sciamano Hatuan l’artefatto del titolo. Ma il
famiglio dello sciamano (un corvo) fa in tempo a raggiungere, con ancora una
freccia in corpo, la tribù dei navajos dove Tex capisce subito la situazione e
parte alla caccia dei ladri. I selvaggi Hualpai, quasi primitivi, sono d’altro
canto in ambasce per conto proprio visto che l’idolo, schermato dalla bambola
rituale kacinah, fa gola al nipote del loro sciamano che di fronte alla sua luminescenza
gli chiede di diventare il nuovo sciamano per poi cadere a terra e morire con
delle piaghe sul corpo! Evidentemente era sottinteso che la luminescenza
dell’idolo fosse dovuta a una forma di radiazione, ma la cosa non viene detta
esplicitamente – forse lo fu in un’altra storia? Tex e pards raggiungono gli
Hualpai e impediscono loro di officiare il rito con cui volevano sacrificare
una squaw: una volta recuperato l’idolo l’azione si fa frenetica. Nutro pochi
dubbi sul fatto che il motore della storia non sia frutto di documentazione ma
della fantasia di Gianluigi Bonelli, ma la suggestione che ne deriva non ne
viene sminuita.
Qui Galep ha un tratto molto più
sciolto, dinamico, espressivo e direi quasi cesellato nel dare corpo alle
muscolature, ai dettagli delle capanne, alla matericità degli ambienti naturali.
Poi è meglio soprassedere sulle sue donne, ma questa prova è nettamente
superiore alla precedente.
Credo che questa storia fosse
ancora più gradita ai lettori abituali di Tex visto che (se ho ben capito)
presenta molti riferimenti a storie precedenti, espunti però in questa edizione
– se mai ci sono stati davvero.
Ancora meglio il numero 300, La lancia di fuoco. Anche questo episodio ruota attorno a un artefatto. Un gruppo di
sbandati organizza il furto al museo indiano di Phoenix di un’antica lancia
grossa quanto un pilastro, poiché hanno intuito che contiene dell’oro e un
rubino. Nel mentre Tex e compari sono stati inviati a indagare su alcuni non
specificati problemi che ci sarebbero in zona con delle guide indiane.
Costretti a riparare a Phoenix per scampare al fortunale che si è scatenato, al
mattino apprendono la notizia del furto e dell’omicidio del custode del museo.
Si lanciano quindi all’inseguimento, supportati dal fatto che i ladri sono
perseguitati da una certa scalogna. Ad anticipare il finale un lungo scontro a
fuoco nell’ambiente molto suggestivo di una foresta pietrificata. Anche qui si
«giuoca» – ed eravamo nel 1985!
Le tavole di Galep stavolta sono
pensate proprio come delle tavole e non come l’incolonnamento di tre strisce: le
vignette hanno delle altezze diverse e possono anche incastrarsi e sbordare in
quelle soprastanti o sottostanti. Alcune sono addirittura tonde per
sottolineare certi particolari, ma non mancano vignettone più grandi e dunque
più ariose. Il risultato è che le tavole sono molto più dinamiche e hanno
maggiore profondità. In questa maniera anche i primi piani opportunamente
isolati o evidenziati sono molto più drammatici. Ma in generale ho notato una
maggiore cura per i dettagli e le inquadrature, forse la storia era stata
pensata per un altro formato più grande.
La quarta storia, La voce nella tempesta, è appannaggio di
Claudio Nizzi e vede il ritorno di Pat l’Irlandese, che ha invocato i pards in
soccorso a Fort Bridger facendo seguire loro una strada molto specifica. Ma
perché ha segnalato proprio quel percorso e perché si è firmato appunto come
Pat l’Irlandese e non con il suo cognome?

Salta fuori che il buon Pat ha
dovuto acconsentire ad arruolarsi nell’esercito come risarcimento dopo aver
distrutto uno degli edifici del forte per punire dei soldati bari. La sequenza
della rissa è sicuramente un classico di Tex
ma il riassunto del suo svolgimento mi ha fatto ridere di gusto: «Siccome i
tavoli e le sedie erano finiti, cominciai a staccare qualche trave dalla parete...».
Contro ogni previsione Pat diventa un soldato modello, gli viene quindi
affidata una missione con cui i suoi debiti saranno del tutto saldati e lui
congedato, solo che nel corso del dovere incappa in quelle che sembrano disperate
urla femminili, ben udibili anche con la pioggia battente. Qualcuno lo
tramortisce ma il rinvenimento al suo risveglio di una spilla da donna gli fa
capire che non si è immaginato tutto. La situazione però è più complessa di
quel che sembra: quand’era svenuto qualcuno ha scambiato il dispaccio che trasportava
con un altro, così i militari a cui era destinato sono corsi a proteggere una
banca mentre la rapina si svolgeva in un’altra. Ritenutolo quindi un disertore
in combutta con la banda di Ned Kimbaugh, ecco che ha chiesto l’aiuto di Tex.
Per il sagace ranger non è difficile ricostruire una congiura che riguarda
anche gli alti gradi dell’esercito, e che coinvolge tra gli altri la sorella di
Kimbaugh, alla faccia di chi dice che in Tex non ci sono donne. Peccato che a
disegnarle sia un Galep al crepuscolo della sua carriera.
Non male la resistenza finale
contro la banda di Kimbaugh al gran completo, in cui Tex e Kit Carson
asserragliati sembrano quasi non farcela. È ovvio che sarebbero sopravvissuti,
ma Nizzi ha azzeccato il tempismo giusto per far comparire il resto del cast, che
avrebbe dovuto essere altrove ma è intervenuto con una buona motivazione. Tex svela
poi il traditore gallonato con un sistema ben congegnato e divertente. Ecco,
direi che “divertente” è l’aggettivo che meglio descrive questa storia (che
però presenta parecchi spunti interessanti e tantissima azione), a maggior
ragione con la reazione finale di Pat ormai scagionato davanti alla proposta di
diventare caporale.
Anche stavolta Galep disegna in
piena libertà, ma gli anni passati dall’episodio precedente si fanno
drammaticamente sentire.
In definitiva, almeno per quel
che conosco io Tex, credo che questo volume possa essere un buon biglietto da
visita per la serie a chi voglia avvicinarvisi: anche se le storie si svolgono
praticamente tutte al confine col Messico non ci sono solo gli stereotipi del
western ma anche trovate molto originali che danno una panoramica dalla varietà
della serie: complotti articolati, indagini, elementi forse soprannaturali, un
pizzico di umorismo. Al di là di questo è una lettura gradevole visto che le
storie vanno in crescendo. Che poi Tex sia anche altro è pacifico, ma qui ce
n’è un’ottima infarinatura. Sulla colorazione digitale soprassiedo (perché
Gros-Jean è marrone?!), come hanno fatto anche i redattori che non hanno
indicato da chi sia stata fatta.
La selezione offre inoltre una
panoramica sull’evoluzione dello stile di Galep nel corso di 25 anni, tra alti
e bassi. Certo, bisogna comunque apprezzare il suo stile.
Ulteriore motivo d’interesse, la
prefazione di Graziano Frediani sulla storia della colorazione degli albi
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