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sabato 6 giugno 2015

Cosmo Color 21 - Colorado 3: Big Black Banjo



...e come spesso accade uno non fa in tempo a lamentarsi che qualcosa è in ritardo, che quel qualcosa finalmente esce.
Come si evince dal titolo, il terzo episodio di Colorado mette sotto i riflettori la storia del musicista di colore della compagnia di Navaja ma è anche un importante punto di svolta nella serie visto che viene rivelato come i protagonisti sono venuti a conoscenza della montagna d’oro che li starebbe aspettando e che finalmente si mettono a cercarla, riannodando alcuni fili rimasti in sospeso in precedenza.
Fossi un appassionato di western questo volume mi avrebbe probabilmente entusiasmato. Non amo particolarmente il genere e sono rimasto un po’ perplesso. È giusto e sacrosanto che i generi consolidati vadano avanti grazie a stereotipi e che il lettore non si impunti sulla verosimiglianza delle situazioni più avventurose, ma questo benedetto Big Black Banjo va avanti solo a forza di botte di culo, e lui è il primo a sottolinearlo nel resoconto della sua vicenda a Wong Lee e Miss Mauren, infarcita appunto di quelli che lui chiama «miracoli». Può darsi che l’intenzione di Mitton fosse proprio quella di fare dell’ironia sui luoghi comuni del western, ma il dubbio se si prenda sul serio o no persiste. Non mancano comunque delle scene divertenti o comunque ben costruite.
Per quel che riguarda il reparto grafico c’è la gradevole sorpresa del ritorno di Jocelyne Charrance che stavolta non ha usato il computer ma si è affidata (mi par di capire) a matite e acquerelli, ottenendo delle piacevoli tonalità pastello. Purtroppo il lavoro di Ramaïoli non merita tanto sforzo visto che il disegnatore incappa spesso in imprecisioni anatomiche, soprattutto nei volti e nelle mani, e in generale sembra essersi dedicato con scarso interesse al lavoro, forse pressato da altre consegne. Non che abbia mai brillato per la piacevolezza del suo segno, ma nel primo episodio aveva dimostrato che con un maggiore impegno sa ottenere dei risultati molto buoni.
Arrivato a questo punto credo che per l’acquisto dei prossimi episodi seguirò l’estro del momento. I protagonisti degli ultimi volumi sembrano essere i più interessanti (o meno stereotipati), ed è innegabile che la proposta della Cosmo sia convenientissima, però il tentativo di fare un western più originale del solito non mi sembra riuscito e non vorrei soprattutto constatare che la spirale discendente di Ramaïoli proseguisse.

PS: non sono andato a controllare, ma mi è sembrato che alcuni versi delle canzoni siano stati trascritti in un inglese maccheronico (o meglio argot), cosa che mi ha ricordato con affetto il buon vecchio Dick Drago.

sabato 28 febbraio 2015

Cosmo Color 18 - Colorado 1: Navajos

Che palle, un altro western. Questo, però, cerca di essere originale. Sembra anzi ostentare la sua originalità come se fosse un motivo sufficiente a decretarne la qualità e a giustificarne l’acquisto. In Colorado i protagonisti non sono i classici eroi del genere (non tutti, almeno) ma un giovane indiano navajo, un rapinatore messicano, un suonatore di colore, un ex-minatore cinese e la sua compagna irlandese. Tanto basti per il momento visto che la trama portante viene appena accennata: da una scena iniziale si evince che Uintah Mapaï (l’indiano) ha convocato gli altri sull’inaccessibile cresta del Colorado con la lusinga del recupero di un tesoro. Dalla quindicesima tavola parte un flashback che occupa praticamente tutto il resto del volume, in cui viene sviscerata la storia di Uintah Mapaï, in cerca di vendetta per lo sterminio della sua tribù, e viene introdotto il personaggio di Chaparro, il messicano.
Può darsi che, anticipando Lost, Jean-Yves Mitton abbia voluto impostare la saga dedicando ogni episodio alla storia di un singolo personaggio mentre porta avanti la vicenda principale.
È ancora presto per giudicare questa serie che dovrebbe durare cinque episodi, il mix di luoghi comuni e di elementi inediti non mi ha catturato (è pur sempre l’ennesimo western) ma un minimo di curiosità ha saputo sollevarla quindi non escludo di continuare a seguirla.
Ai disegni Georges Ramaïoli (altresì noto come Simon Rocca) si dimostra inizialmente un valido epigone di Jean Giraud come Christian Rossi e Michel Rouge ma stempera presto le sue velleità in uno stile meno curato ma comunque valido. Purtroppo i colori di Jocelyne Charrance affossano un po’ la qualità del tratto visto che sono stati realizzati al computer in un’epoca (questo primo volume risale al 2003) in cui le possibilità del mezzo non erano consolidate come oggi nè esisteva forse una familiarità generalizzata col mezzo. Come effetto collaterale della lavorazione al pc, la qualità di stampa risulta non ottimale.
In merito alle copertine non riprese da quelle originali ma affidate a Elia Bonetti: da quel poco che ho visto di suo, io adoro Bonetti ma “quel poco” è il mitico gioco di ruolo Sine Requie quindi sicuramente il mio giudizio sul suo lavoro non è imparziale. Detto questo, per quanto siano innegabili il suo talento e la sua perizia tecnica (in particolare nella copertina del prossimo volume che campeggia in quarta di copertina) mi sembra che i risultati siano un po’ freddi oltre che poco pertinenti al contenuto. D’altro canto un mio amico ha malignato sul fatto che forse la Cosmo ha affidato le copertine a lui perché quelle originali erano scadenti...