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mercoledì 16 giugno 2021

L'anatomista eretico

Questo fumetto ha avuto una genesi molto complessa, ancora antecedente al tentativo di crowdfunding a cui avevo partecipato pure io (per 30 euro o giù di lì c’era in ballo una variant cover di Claudio Villa, se ben ricordo). Finalmente dopo cinque anni L’anatomista eretico giunge nelle librerie, anche se dalle parole del disegnatore nella nota introduttiva intuiamo con poca gratificazione economica ma almeno con la soddisfazione di vederlo finalmente stampato.

Il protagonista, realmente esistito, è Matteo Realdo Colombus (detto anche Colombo), un medico che nella Padova di metà XVI secolo studia il funzionamento del clitoride. Deve farlo in maniera clandestina, perché l’idea di una parte anatomica intima femminile preposta al solo piacere e non alla procreazione è sufficiente per rischiare di finire sul rogo.

Colombo si serve anche di cadaveri freschi, ma la sua indagine viene condotta con scrupolo principalmente a partire da donne vive: materia prima non gli manca visti suoi ottimi rapporti con Angelica, tenutaria di un bordello, ma presto anche delle nobildonne accetteranno di buon grado di diventare oggetto di studio, e nel mentre l’anatomista porta avanti una tresca pericolosissima con la moglie del decano della sua Università. Tutti elementi atti a inanellare una serie di coiti di vario genere conditi da battute salaci. In sostanza L’anatomista eretico è un pornetto di lusso, e d’altronde lo stesso Burattini nella postfazione dice che l’intento era fare un fumetto erotico. Questo almeno per tre quarti del volume: verso la fine la vicenda di Colombo si fa veramente drammatica e monta la suspense, ma forte del suo mestiere Burattini riesce a sciogliere tutti i nodi in maniera perfettamente logica e congruente, pur dichiarando di essersi inventato molti particolari. Credo che questi macguffin finali siano stati i motivi per cui L’anatomista eretico ha avuto problemi ad accasarsi presso un editore nonostante il nome di Burattini ai testi: anche se le situazioni che ha mostrato sono realistiche, non ci si aspetta da lui che vescovi e aspiranti papi siano dipinti come fa Jodorowsky.

Al di là di questo, il fumetto è molto documentato e il volume vanta prefazioni e introduzioni di Claudio Dell’Orso e del chirurgo Massimo Perachino, oltre che il redazionale finale in cui Burattini stesso ricostruisce la vicenda del vero Colombo, inevitabilmente sfuggente a causa dei punti oscuri che ancora persistono sulla sua vita – non si conosce nemmeno il suo anno di nascita esatto.

Più che alla Linea Chiara di matrice francese invocata da Claudio Dell’Orso per descrivere lo stile di Perconti, mi sembra che questo sia più apparentabile al lavoro di certi disegnatori come Balzano Birago o Dino Leonetti, di cui riprende il freddo schematismo anche se arricchendolo parecchio. Graficamente le sue anatomie sono credibili e anche gli sfondi piuttosto curati, quello che gli fa difetto è l’espressività: le scene di sesso hanno una certa fissità statuaria, ma il limite più evidente è nella recitazione dei personaggi, soprattutto del protagonista che ha la stessa espressione sia che abbia un orgasmo sia che venga portato via dall’Inquisizione. E così la storia si conclude con un anticlimax involontario visto che nell’ultima vignetta Colombo dovrebbe far trasparire la sua soddisfazione ma dice la sua battuta con lo sguardo di uno a cui è appena morto il cane – un cane di cui non gli fregava poi molto, tra l’altro. Anche se amo di più lo stile realistico, e sicuramente Perconti lo sa padroneggiare (e poi riesce a personalizzare ogni donna, cosa per nulla facile), secondo me nel caso specifico di questo fumetto sarebbe stato meglio affidare la sceneggiatura a un disegnatore dallo stile più vivace e meno rigoroso, fosse stato pure caricaturale o umoristico. Anche i colori digitali realizzati da Filippo Rizzu, a volte lividi, concorrono un po’ ad accentuare la freddezza della parte grafica.

venerdì 2 febbraio 2018

Historica 64 - Roma 2: Cesare deve morire!

Secondo volume dedicato alla saga di Roma. Stavolta le tre storie sono ambientate rispettivamente all’epoca di Giulio Cesare, Caligola e Costantino e i primi due sono protagonisti insieme agli eredi di Leonidas e Aquilon, che anzi qui hanno un ruolo secondario anche se indispensabile alle trame.
Riassumendo rapidamente, la serie parte dal presupposto che la storia della Città Eterna sia stata influenzata nell’ombra dal Palladio, la statua in cui venne imprigionata la dea Ker che esigeva le aspersioni delle vestali appositamente addestrate per non scatenare l’apocalisse su Roma.
In A morte Cesare (credo sia la prima volta che il titolo di un volume di Historica non è lo stesso di uno degli episodi che lo compongono) Cesare minaccia di trasferire il Palladio in Egitto come pegno di lealtà alla sua amata Cleopatra, scatenando la furia del vendicativo spirito sovrannaturale.
Ne Il sangue del mio sangue si scopre che nientemeno che l’imperatore Caligola è il padre della nuova vestale di Ker, e la storia è un’efficace discesa nel baratro della pazzia, in cui la tripletta di sceneggiatori non lesina sul grottesco e sul viscerale.
La paura o l’illusione vede per la prima volta le due famiglie contrapposte, anche se solo come incipit: gli Aquilia sono rimasti fedeli a Roma e alle sue tradizioni pagane mentre i Leonio hanno abbracciato la fede cristiana. Questo terzo episodio qui raccolto ha un taglio investigativo (chi sta ammazzando i nemici dei cristiani bruciandone i corpi?) ma sempre con l’elemento sovrannaturale in primo piano. Buono il colpo di scena sulla rivelazione del colpevole, anche se Convard-Adam-Boissierie avrebbero potuto dare qualche indizio in più al lettore.
La qualità della parte grafica è piuttosto variegata ma si mantiene sempre su livelli quantomeno dignitosi: Annabel mi è sembrata la meno efficace, con un tratto un po’ incerto, poco modulato e a volte un po’ sproporzionato. I colori di Filippo Rizzu, per quanto validi, non hanno migliorato la resa finale, e oltretutto nella prima storia i balloon a volte sono messi un po’ a caso.
Christian Gine mi ha piacevolmente sorpreso: il suo stile scarno e a volte sbilenco si è adattato alla perfezione all’atmosfera folle e morbosa dell’episodio su Caligola e, benché non si sia profuso negli stessi dettagli di Annabel, si è rivelato ancora una volta bravissimo a raccontare per immagini. Gli si perdona facilmente l’uso di un qualche programma con cui ha copia/incollato certi elementi nelle scene di massa, utilizzo limitato comunque a solo un paio di frangenti. Ottimi anche i colori di Antoine Quaresma, che non satura le tavole con Photoshop et similia ma accompagna il tratto di Gine colorandolo come si usava una volta, pur facendolo col computer.
Infine, ottimi i disegni di Régis Penet, che hanno modo di risaltare grazie alla tavolozza tenue di Nicolas Bastide.
Roma si sta rivelando una saga avvincente e molto ben condotta, pur con un assunto di base fantastico che inizialmente poteva sembrare ridicolo (ma chiaramente, e nei primi due episodi di questo volume è ancora più evidente, è solo il pretesto per approfondire certe vicende storiche).
Sono curioso di vedere cosa si inventeranno Convard & co. per tramandare il Palladio adesso che l’impero romano è vicinissimo alla fine.