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mercoledì 28 maggio 2025

Batman in Nove Vite

Cartonatino dal curioso formato orizzontale, i francesi direbbero “all’italiana”. Non viene indicato con precisione il periodo in cui si svolge la storia ma dal modello di un’automobile si intuisce che non ci troviamo prima del 1938. Dick Grayson, ex-poliziotto ed ex-acrobata, è un detective che si trova invischiato in una brutta storia, penalizzato oltretutto dal fatto che il commissario Gordon non lo vede di buon occhio visto che sua figlia Barbara lavora come segretaria per lui – e gli presta sconsideratamente l’auto che le ha regalato per il diploma.

Il cadavere di Selina Kyle viene ritrovato nelle fogne di Gotham e Bruce Wayne è uno dei sospettati. È stato proprio lui ad averlo rinvenuto nei panni di Batman dopo una furibonda lotta coi coccodrilli che popolano le fogne. Ma più probabilmente gli è stato fatto trovare apposta da chi lo ha stordito. Va specificato che in questo universo alternativo Batman è noto per essere il tirapiedi di Bruce Wayne.

La morte di Selina scoperchia il proverbiale vaso di Pandora visto che aveva dei rapporti praticamente con tutta la brutta gente di Gotham (e molta di quella “bella”) e ricattava tutti con foto e documenti compromettenti. Ma dove sono finite le chiavi della sua cassetta di sicurezza? Visto che Dick Grayson era stato fino a poco prima la sua guardia del corpo (e amante, uno dei tanti) anche lui finisce tra i sospettati. Nel mentre incombe il piano per una gigantesca rapina in cui sono coinvolti praticamente tutti i personaggi del fumetto, perlomeno quelli che arriveranno vivi al fatidico momento.

I testi di Dean Motter sono la quintessenza del noir: detective picchiati a sangue che tornano in pista imperterriti, cattivi pittoreschi, dialoghi taglienti e tanti personaggi e sottotrame buttati lì per intorbidire le acque, quando invece la soluzione del caso è tanto semplice da risultare beffarda! Al di là della lettura piacevole in sé, è molto divertente vedere la vasta rogues gallery di Batman reinterpretata in maniera gangsteristica e non come i supercriminali spesso ridicoli che sono di solito.

Le tavole di Michael Lark sono molto belle senza essere rutilanti. È elegante, espressivo e usa oculatamente il chiaroscuro. Inoltre è in grado di caratterizzare ogni personaggio con pochi tratti, dote non comune.

I colori di Matt Hollingsworth sono sicuramente azzeccati, ma forse Nove Vite avrebbe funzionato meglio in bianco e nero o con toni di grigio.

Ah, le «nove vite» del titolo non fanno riferimento alla natura gattesca di Selina Kyle ma ai giochi di parole dei titoli dei nove capitoli in cui è divisa la storia.

sabato 31 gennaio 2015

Secret Avengers: Salvare il mondo



Preso d’impulso, mi è piaciuto più di Moon Knight, che comunque allo stesso prezzo si presenta in una confezione cartonata.
Mi sembra che qui Warren Ellis abbia saputo trovare maggiori margini di originalità senza eccessivi riferimenti ad altre sue opere precedenti, così come mi sembra che questi sei episodi siano maggiormente connessi all’universo Marvel e quindi più rispettosi della materia trattata.
Da quello che ho capito (il volume raccoglie sei episodi di una serie già in corso) Capitan America ha dismesso il costume e insieme a un gruppetto mutevole ed eterogeneo di altri eroi mette in atto delle operazioni che devono rimanere segrete. Dietro alle missioni in cui si trovano coinvolti i Secret Avengers pare ci sia sempre, o almeno molto spesso, un qui non meglio approfondito “Consiglio Ombra”. Le premesse e alcuni spunti ricordano molto Planetary con questo Consiglio Ombra al posto dei Quattro, ma le analogie in realtà sono poche e le storie di questo volume hanno un taglio molto più supereroistico.
Sparando idee a raffica laddove altri sceneggiatori avrebbero stiracchiato il soggetto di un solo episodio per dodici numeri, Ellis offre tra le altre cose una divertente e originale storia sui viaggi nel tempo, il concetto di continuum accidentato, un’incredibile interpretazione sulla produzione di droga (beh, un po’ intravista in Planetary 21) e un inaspettato omaggio a Modesty Blaise. Il tutto condito da battute spettacolari e da una perfetta caratterizzazione dei personaggi. Forse il solo Capitan America rimane un pochino anonimo e poco approfondito, e al suo posto avrebbe potuto benissimo esserci Nick Fury o un altro personaggio.
Purtroppo a livello grafico Ellis non ha potuto contare su artisti alla sua stessa altezza. Per fortuna gli abissi di Kev Walker (non solo esteticamente soprassedibile ma purtroppo anche pessimo narratore) non sono eguagliati dagli altri, ma sia Alex Maleev che (mi costa dirlo) Stuart Immonen si sono espressi ben al di sotto delle loro prove abituali, così come Jamie McKelvie e Michael Lark mi sono sembrati fuori posto (troppo pulitino, a tratti cartoonesco, il primo; troppo espressionista e non leggibilissimo il secondo). Alla fine (anche questo mi costa dirlo) il migliore forse è stato l’artsy David Aja, rigoroso e molto efficace anche se mi vien voglia di prenderlo a sberle dal suo autocompiacimento nel voler dimostrarsi cool.