Ultimo volume della
Jeunesse di Thorgal, e immagino di tutti
i suoi Mondi (in Francia hanno infatti cominciato a produrre delle
versioni “vu par”).
Visto che gli episodi raccolti stavolta sono tre invece di due la Panini ha
aumentato il prezzo in maniera alquanto sproporzionata: ben 24 euro contro i
consueti 14. Ma non ha senso lamentarsi, anzi meno male che hanno concluso la
serie nel formato “integralino” che ormai è stato abbandonato – come, mi pare,
quasi tutto il fumetto franco-belga per Panini.
La prima storia, quella che dà il
titolo al volume, vede l’eterogeneo gruppo di Thorgal in fuga per mare da
Harald Dente Blu
approdare nientemeno che sull’Isola dei Morti di Böcklin!
Dubito che il pittore svizzero si fosse ispirato a un aldilà norreno per il suo
quadro ma questa idea mi ha reso un po’ più tollerabile la citazione forzata –
qui l’isola si chiama Bóhk Lhynn. Nessuna scappatoia, invece, per sopportare lo
stridore dell’“omaggio” ad Arleston/Arlesthön tra i rematori…
Superati questi momenti di
perplessità, la storia si rivela una bella trama d’avventura come non se ne
fanno più: l’isola parrebbe essere il portale da cui si accede al regno di Hel,
la dea dell’aldilà (oltre a una necropoli c’è persino una gigantesca valchiria
a presidiare un simbolico ponte) ma come scoprirà il giovane Thorgal in realtà
si tratta del rifugio di una comunità di donne che hanno preferito l’isolamento
alla violenza dei maschi, approfittando delle superstizioni e delle difese
naturali dell’isola per proteggersi. Contemporaneamente (anzi, proprio
all’inizio dell’episodio) viene svelato il retaggio di Sveynn che avrà un ruolo
molto importante nella storia quando arriverà il momento dello scontro finale
contro Harald. Peccato che dopo due anni dall’uscita dell’ultimo volume
io manco ricordassi che esistesse questo Sveynn.
A voler cercare delle ispirazioni
per alcuni degli elementi di Le Lacrime
di Hel le si troverebbero sicuramente, ma più che l’originalità assoluta
degli ingredienti quello che importa è il riuscito utilizzo che ne fa Yann,
scrivendo una storia appassionante con qualche colpo di scena abbastanza
riuscito e anche delle morti eccellenti. Probabilmente avrebbe tratto beneficio
da qualche pagina in più, o meglio da una diversa gestione delle tavole (basate
su tre strisce, talvolta per un totale di solo sei vignette), per svilupparsi
in maniera ancora più compiuta e soddisfacente.
Il secondo episodio, Sidönia, è quasi solo un lungo flashback
per ricostruire com’è morto Thorgal (!). Infatti Sveynn non è affatto ben
accetto in patria, dove la diabolica bambina del titolo, figlia di Harald e
altrettanto crudele e amante della violenza, prende il potere grazie all’aiuto
di un’entità sovrannaturale che risiede nella pelle dell’orso bianco ucciso
qualche numero fa e che già consigliava il vecchio re. Si scatena quindi una
feroce guerra ad Haithabu in cui Sveynn coinvolge altre popolazioni vicine: ne
esce un episodio che paradossalmente consta di più tavole delle canoniche 46
nonostante sia molto più lineare degli altri, che seguivano due o più trame che
si intrecciavano.
Il gran finale arriva con Grym, in cui da una parte Thorgal
intraprende il cammino mistico che lo porterà fuori dal regno dei morti e
dall’altra Aaricia si strugge nell’attesa di rivedere l’amato nel villaggio che
l’ha accolta. Purtroppo la prima trama è maledettamente simile a quella di Al di là delle ombre, forse l’episodio
più bello di tutta la saga principale, e anche il meccanismo con cui Thorgal
torna in vita è praticamente lo stesso. Che sia un omaggio voluto piuttosto che
mancanza di ispirazione da parte di Yann non cambia nulla. Molto meglio la
parte relativa ad Aaricia, che presenta la trovata originale della popolazione
di reietti che, ancor prima di abitare le grotte, sono diventati daltonici ma
hanno sviluppato la capacità di vedere al buio. Sarà proprio durante la
permanenza di Aaricia nel villaggio che il popolo troglodita lo assalterà per
vendicarsi, portando a una guerra che presenterà più di un momento di alto
lirismo drammatico. Come nel caso di Le
Lacrime di Hel, anche qui però ho avvertito la necessità di sviluppare un
po’ di più la storia, con qualche pagina in più o un’organizzazione diversa
delle tavole, anche se immagino che non si sia voluto spremere troppo il già
provato Surzhenko.
Il suo disegno è quello un po’
esausto delle ultime prove. Qualche volto e qualche posa sono belli ed
evocativi (ispirati probabilmente a fotografie) ma inevitabilmente ha dovuto
sacrificare la cura certosina delle sue prime prove
sull’altare della frenesia commerciale. Il passaggio del testimone dei colori a
Elvire De Cock non è affatto traumatico, anzi piuttosto rispettoso di quelli
dello stesso Surzhenko, anche se la loro natura digitale è più evidente. A inframmezzare
gli episodi ci sono le copertine originali di Grzegorz Rosinski, che nel caso
della prima e della terza dimostrano la sua età – quella di Grym l’avrà davvero dipinta lui? Sembra
fatta col computer.
Nel complesso questa serie, così
come gli altri Mondi di Thorgal, si è rivelata una lettura piacevole pur non
potendo ambire al titolo di capolavoro. È anche vero che in questa epoca di autofiction, graphic journalism e graphic
novel una bella storia d’avventura è una boccata d’aria fresca, e vista la
rarità del genere mancano termini di paragone con cui fare confronti.
Una nota negativa di questa
edizione è rappresentata dalla traduzione: certi passaggi mi sono sembrati
forzati o poco comprensibili ma sulle prime ho pensato che fossi io a non aver
capito bene il contesto… finché sono incappato in vari «donjon» che sono
rimasti inspiegabilmente in originale! Una cosa incredibile visto che della
traduzione si è occupato un nome illustre come Pier Luigi Gaspa.