martedì 11 maggio 2021

The biologic show

Raccolta dei lavori giovanili di Al Columbia: se ho ben capito si tratta del materiale realizzato dall’autore per la sua rivista autoprodotta (che dà il titolo alla raccolta e che durò due numeri) più altri sporadici lavori ripresi da altre fonti. A livello grafico la prova è decisamente riuscita; per quel che riguarda i testi, invece, il discorso è diverso.

All’inizio le storielline mute senza senso basate su scene splatter sono anche divertenti, anche perché servite con l’accompagnamento di disegni molto buoni, e tutto sommato anche quelle con dialoghi e didascalie si fanno leggere anche se sono piuttosto verbose. Ma il gioco stufa presto e il girare a vuoto dei soggetti più articolati, anche se qualche senso o morale lo si può trovare, diventa stucchevole anche a causa dell’ostentata volontà di épater la bourgeoisie, o meglio épater les garçons qui lisent lex X-Men.

Per fortuna Columbia crea anche un abbozzo di serie all’interno di queste storie: Pim e Franciee. L’approccio è il medesimo del resto, con argomenti scabrosi, sequenze disturbanti e dialoghi (e azioni…) taglienti, ma qui c’è almeno la volontà di creare qualcosa di meno estemporaneo e di più articolato, omaggiando magari certi classici del fumetto. Ironia della sorte, Pim e Franciee finisce con un «continua» che non avrà seguito, anche se poi i personaggi tornano con un’altra storia breve che non è il proseguimento della precedente. Poco male, anzi quasi meglio visto che così la serie diventa ancora più surreale.

Il tratto di Columbia è deciso e corposo, di solito pieno di dettagli anche se si modifica a seconda delle circostanze e delle necessità e può incanalarsi in forme più sintetiche o al contrario integrarsi di retini e altri effetti. Virato prevedibilmente sul grottesco, tradisce però una buona conoscenza dell’anatomia, della prospettiva e della regia. E i suoi personaggi, che siano dettagliatissimi o risolti con pochi tratti, sono molto espressivi. Una cura particolare viene dedicata al lettering realizzato a mano e a volta assai arzigogolato. Non deve essere stato così banale trovare i font giusti per la Hollow Press, e di ricostruire l’impatto originale ovviamente non se ne parla. Tanto artefatto ed elaborato era il lettering di Columbia che a pagina 21 uno «shut up» è sfuggito ai revisori dell’edizione italiana da quanto è ben mimetizzato. E non escludo che ci siano altre parole meno evidenti sparse in giro, come ad esempio a pagina 33.

Pur presentando qualche situazione interessante o anche blandamente divertente, The biologic show si apprezza di più per l’aspetto grafico che per i testi. Certo, per 16 euro la Hollow Press offre un solido cartonato la cui copertina ha anche un effetto in rilievo, la stampa è fatta come si deve (tranne che per un paio di tavole di Castigian) e il volume conta più di 80 pagine (anche se verso la fine vengono riproposte delle già vignette viste in una storia precedente), ma alla fine sono rimasto comunque perplesso, quasi un po’ incazzato, nel vedere tanto talento buttato via per assecondare dei soggetti balzani che vorrebbero essere shockanti e (forse) densi di significato ma finiscono per risultare pretenziosi e ridicoli.

domenica 9 maggio 2021

Marchiato dal Diavolo

Secondo episodio delle avventure della giubba rossa Kenneth Keller, e probabilmente anche ultimo a causa della prematura scomparsa del disegnatore Sergio Tisselli, che aveva già completato dodici tavole di quello che avrebbe dovuto essere il terzo.

La trama intreccia due indagini: da una parte il quartier generale delle giubbe rosse ha emanato un ordina di cattura nei confronti di un ribelle seguace di Louis Riel che, con i suoi metodi da predicatore invasato, sta insanguinando il Grande Nord coi suoi accoliti; dall’altra lo Scozzese, amico di Kenneth, gli chiede di ritrovare la figlia Cholena che non dà notizie da giorni dopo essersi unita a un gruppo di métis. Ritrovata Cholena, Kenneth segue insieme a lei la pista che lo condurrà al covo degli assassini invasati, che saranno sconfitti con molta difficoltà e qualche sacrificio.

Come prevedibile, la sceneggiatura di François Corteggiani si sviluppa tra molti stereotipi, qualche frase fatta e didascalie anacronistiche. C’è anche una dose massiccia di brutalità, ma non escludo che il soggetto sia derivato da una storia realmente accaduta. Fino all’ultimo temevo insomma di trovarmi di fronte al solito fumetto preconfezionato di Corteggiani, ma poi nell’ultima pagina la spiegazione scientifica di tutto quello che è successo ha risollevato nettamente l’insieme. Peccato che il tentativo di umorismo nelle ultime due vignette abbia ricondotto la storia nella più banale desuetudine.

I testi comunque contano fino a un certo punto (essendo un western gli stereotipi sono inevitabili): la parte del leone la fanno gli splendidi acquerelli di Tisselli, che forse si è espresso meglio nella rappresentazione della natura e degli ambienti che non in quella delle figure umane. La spontanea naturalezza dei suoi colori rende però traumatico lo stacco con lo onomatopee digitali. Anche i balloon fatti col computer stonano un po’ col resto e in alcuni casi ho anche avuto difficoltà a seguire certe sequenze a causa del loro posizionamento.

Nonostante la scomparsa di Tisselli, Nicola Pesce Editore ha mantenuto l’annuncio della prossima pubblicazione de L’Uomo della Schioppa d’Argento, fumetto di cui probabilmente esiste già molto materiale completo, come d’altra parte si evince anche dalla bella prefazione di Gabriele Bernabei, per nulla retorica ma molto interessante visto che parla del metodo di lavoro di Tisselli e ne traccia il percorso artistico.

Da segnalare un fenomeno strabiliante (raramente già visto nel panorama italiano, ma insperabile di questi tempi): pur avendo la stessa foliazione, Marchiato dal Diavolo costa 3 euro di meno del precedente Sul Sentiero del Tramonto uscito tre anni fa!

giovedì 6 maggio 2021

A.M.A.R.E.

I prodotti alternativi, se non li si ama “a prescindere”, sono sempre un azzardo. Per un Padovaland (ma anche un Via di qui) che convince e appassiona, anzi entusiasma, ci sono tanti altri prodotti chiusi nel loro autocompiacimento e sbandieranti orgogliosi la loro limitatezza tecnica come scelta di campo.

A.M.A.R.E. deve il suo titolo (diverso da quello con cui fu originariamente presentato) alle iniziali dei nomi delle cinque autrici. Le antologie tutte al femminile che ho letto non mi hanno deluso o si sono addirittura rivelate buone, la fiducia verso la Canicola di Padovaland ha fatto il resto. Ma purtroppo stavolta non mi è andata bene.

La prima storia, Un passo indietro di Marina Sarritzu, è il resoconto del rapporto di amicizia tra due ragazzine dai primi anni delle medie fino ai diciotto anni. Ho riscontrato molti parallelismi con l’ultimo romanzo di Silvia Avallone, ma immagino che dato l’argomento sia inevitabile.

Più che narrate, le scene vengono evocate dalla voice over: la “storia” racconta l’avvicendarsi degli alti e bassi nel loro rapporto in cui la ragazza più remissiva e ingenua prende via via il sopravvento su quella che apparentemente era la più esperta. Il tratto della Sarritzu è volutamente sgraziato e i personaggi sfoggiano dei “mascheroni” grotteschi anche se non proprio mostruosi, mentre le anatomie vengono risolte così come viene. C’è però anche una grande cura per i dettagli.

Torta di vermi fatta in casa è molto originale, ambientata in un mondo di hobbit, vampiri e fantasmi. Il riferimento all’identità di genere promesso dalla quarta di copertina è mantenuto solo con il personaggio di una troll che si veste come un maschio, per il resto confesso che la trama non mi è sembrata affatto chiara e mi ha dato l’impressione che questa storia sia stata espunta da un fumetto più lungo. I disegni sarebbero anche belli (a volte molto belli) se Amanda Vähämäki li avesse curati un po’ di più o almeno li avesse inchiostrati.

Beccaccia, un animale strano di Roberta Scomparsa è il fumetto che mi ha convinto di più a livello grafico: un underground caricaturale dai neri molto profondi dove serve e con dei personaggi espressivi e riconoscibili anche se i volti sono disegnati in maniera molto semplice. La storia, invece… Semplicemente vengono evocati (anche qui con l’artificio del resoconto della protagonista) i vari incontri che Robinia ha con la punkabbestia Beccaccia, con alcune situazioni divertenti ma senza alcuna direzione chiara verso cui tendere.

La salamandra è invece il fumetto secondo me disegnato peggio. Non è solo una questione di estetica: se i volti e i corpi sono delle masse uniformi e quindi confuse come dobbiamo interpretare il fatto che la protagonista viene definita bella: è un commento sincero o è ironico? Per fortuna lo si capisce alla fine dal contesto, ma lo stile minimalista dell’autrice non è adatto a una storia realistica. Perlomeno Eliana Albertini ci agevola disegnando le tre protagoniste con dettagli con aiutano a identificarle: laddove Elena è “neutra”, Gabriella è bionda e Claudia porta un cerchietto nei capelli. La storia racconta, tramite il resoconto via mail a un amico, di quando Claudia è stata invitata a una festa. Gabriella non la sopporta, mentre Elena le è veramente amica. Alla festa Claudia potrebbe tranquillamente concedersi a Franz, che le altre dicono di disprezzare ma in realtà chissà. Si gira un po’ a vuoto, ma almeno c’è il tentativo di creare qualcosa che sia più di uno “slice of life”.

Per concludere, il caotico Ti odio tantissimo di Alice Socal: uno spaccato delle relazioni all’interno di un gruppo di giovani, non sempre facile da seguire a causa della resa animalesca di alcuni personaggi e delle metafore grafiche adottate. I disegni molto stilizzati vengono integrati da passaggi di matita o mezzatinta che finiscono per sporcare l’insieme, quasi a testimoniare la genuina artigianalità della storia.

In sostanza questa antologia ha, sparse per i vari fumetti di è composta, tutte le caratteristiche che si richiedono al moderno graphic novel così come viene percepito comunemente: disegni molto semplici quando non proprio brutti (o comunque svogliati), narrazione diaristica affidata alle didascalie e non ai disegni (e allora che fumetto è?), richiamo a situazioni pruriginose (ragazzine che scoprono il sesso, ma in realtà è uno specchietto per le allodole).

Non ho dubbi che nel loro genere questi fumetti siano molto apprezzabili (o perlomeno Vähämäki e Socal sono professioniste con anni di lavoro alle spalle, persino io le conosco di fama), ma non è proprio il mio genere.

lunedì 3 maggio 2021

Il Morto 47: Lama Rosy

Solito pistolotto sulla stretta continuity degli episodi recenti de Il Morto: con un ritmo di pubblicazione così dilazionato, ancor più rarefatto a causa del Coronavirus, non è facile seguire lo sviluppo della storia…

Stavolta Peg si trova ospite di altri due reduci della “Clinica delle menti perdute”, con rimandi addirittura al numero 2. Non trova la soluzione alla ricerca della sua identità, ma come da prassi consolidata trova una nuova pista che potrebbe fornirgliela. In questo episodio i riflettori sono però puntati principalmente sulla Rosy del titolo, la sicaria di Zaxan che è finita in galera. Anche qui riuscirà a rendersi utile al malfattore, che con le sue conoscenze massoniche non la farà restare in cella per molto. La rete dei mercanti d’armi subisce un duro colpo, ma la fine della storia si preannuncia ancora lontana.

Lama Rosy si concentra principalmente sulla vita nel carcere femminile, descritta con efficacia da Ruvo Giovacca, ma c’è anche un divertente assalto alla villa del Marchini da parte di malintenzionati capitanati dalla moglie di Piergiorgio Stella, che pensano bene di travestirsi con lo stesso costume del Morto (idea che si ritorcerà loro contro)! Niente male come tocco di ironia anche il mazzo di fiori con biglietto che Peg fa recapitare a Rosy alla fine dell’episodio.

Graficamente il livello è molto buono, Piero Conforti viene supportato alle matite da Vasco Gioachini che ha curato anche l’inchiostrazione, con ottimi risultati: vedi l’espressività dei personaggi da pagina 38 a 41.

In appendice la storia breve Colui che sta nell’ombra: i disegni di Dario Tuis sono a livello molto dilettantistico, i testi di Gianluca Javitt Vici T. non li ho capiti o forse questa è solo la prima parte della storia (o forse Tuis non ha saputo rendere bene quello che succede nella vignetta finale).

domenica 2 maggio 2021

Lord Shark

La cosa che più mi ha colpito di questo fumetto del 1975 è che non si tratta di una serie a episodi strutturata come si usava all’epoca, con delle puntate autoconclusive o al massimo sviluppate in due o tre parti (come nel caso del coevo Il Maestro), ma di una storia organica con gli episodi in stretta continuity. Infatti il vero titolo non è il generico nome del protagonista ma L’Avventura di Lord Shark, a sottintendere un unico enorme arco narrativo; e a confermare l’impressione che Mino Milani l’avesse progettato come un tutt’uno coerente (magari riducendo un progetto di romanzo?) c’è il fatto che di Lord Shark non c’è traccia fino al sesto capitolo!

Nel 1880 il rampollo Philip Prescott raggiunge un distaccamento militare inglese in India, in un territorio di confine (il Sikkim) tormentato dalle scorrerie del ribelle Shiraz Nashri. Prescott nasconde un passato misterioso che ovviamente riaffiorerà nel corso della storia, e l’imbecillità dei militari (per cui Milani non sembra nutrire molto amore, almeno per quelli inglesi) lo porterà a passare per disertore. Ormai condannato a morte, fugge e assume l’identità di colui che vince in battaglia, il ribelle Shark (non credo ci siano molti squali negli altipiani del nord-orientali dell’India, ma forse è un nome comune). Visto che è pur sempre un nobile inglese decide di farsi chiamare Lord Shark. Giunti a questo punto, a della metà serie, Prescott diventa un incrocio tra Sandokan e Lawrence d’Arabia e, facendo buon viso a cattivo gioco, vive delle avventure esotiche pur sognando di tornare in patria con il suo grande amore.

Le radici di Lord Shark affondano insomma nel grande romanzo d’avventura per ragazzi, ma la serie si segnala per l’ambientazione abbastanza originale (manco sapevo che esistesse il Sikkim prima di leggere il fumetto) e per alcune belle trovate narrative che Milani si è inventato – o ha saputo rielaborare da quelle stesse fonti a cui si è ispirato. Per il resto, la serie paga ovviamente pegno alla sua destinazione originaria, cioè una rivista “per ragazzi”: la storia d’amore con Ortensia Osborne è talmente arzigogolata da sfiorare il ridicolo e Lord Shark, nonostante sia formalmente un bandito, non uccide né ruba mai. Tanto siamo in India, i templi nascosti e i fortini abbandonati rigurgitano di gemme e ori.

I disegni di Alessandrini sono stupendi, almeno fino a metà della serie. A 25 anni era riuscito a elaborare uno stile ricco, espressivo ed evocativo in cui mi è parso che abbia saputo fare proprie le lezioni di Jean Giraud, Milton Caniff e persino di maestri italiani come Toppi e Battaglia in alcuni particolari come le onomatopee. Nel corso della serie, però, il disegnatore si lascia andare a una progressiva semplificazione del tratto e a grandi campiture e pennellate: d’altra parte lui stesso aveva dichiarato su Fumo di China 20 (il vero numero 20, quello del 1984) che a un certo punto si era stufato della serie.

La riproduzione delle tavole è stata fatta evidentemente a partire dalle pagine delle riviste che le ospitarono. Vengono quindi mantenuti certi dettagli come le intestazioni originali e il lettering (con tanto di errori: a pagina 124 il primo «ma…» avrebbe dovuto essere un balloon, non una didascalia), ma la qualità della stampa è quella che è e i tratteggi ne escono spesso rosicchiati o impastati o scompaiono proprio. Per fortuna con l’inevitabile deterioramento della vista certe cose le noto di meno.

L’introduzione è firmata da un accorato Davide Barzi che, forse perché è uno sceneggiatore (e anche bravo), si fa prendere la mano sfoderando uno stile che vorrebbe essere coinvolgente ed evocativo ma risulta compiaciuto e confuso.

Il volume Nona Arte non è certo economico visto che per quasi 30 euro presenta meno di 200 pagine di fumetto in bianco e nero. Non penso inoltre che il protagonista abbia lo stesso appeal del mitico Horror, che ne giustificava il costo – oltre al fatto che aveva più pagine, inserti a colori e un sacco di redazionali. Lord Shark è comunque una lettura piacevole e soprattutto ci si può gustare il giovane e bravissimo Alessandrini. Certo, basandomi sulla qualità di stampa di questo primo volume non mi viene molta voglia di acquistare anche il seguito (se lo pubblicheranno) a opera del grande Enric Sió.

venerdì 30 aprile 2021

Incubi Incatenati

Raccolta di storie brevi originate dall’attività onirica di Francesca Paolucci, moglie di Enrico Teodorani che poi li ha elaborati come fumetti. Che la loro origine sia veramente questa o meno, è fondamentale leggere l’introduzione della stessa ispiratrice per capire certe sfumature date dal traumatico sviluppo del suo corpo prorompente a contatto con il rigidissimo ambiente religioso in cui fu istruita e con un universo maschile aggressivo e famelico.

Senza rivelare troppo, gli spunti attorno a cui si sviluppano le storie sono molto classici, né potrebbe essere diversamente vista la loro brevità, e si basano quasi tutti su un colpo di scena finale che gioca coi ruoli di vittima e carnefice. Tra gli altri spicca Francescthulhu, cross-over della Paolucci nientemeno che con il grande Cthulhu! Quest’ultimo episodio è superiore agli altri anche perché le tavole sono state realizzate a mezzatinta e l’effetto non è male.

Graficamente Bruno Farinelli, già intravisto su Talutah, ha un segno piuttosto grezzo e pesante, e si prende qualche scorciatoia anatomica. Può essere una cosa voluta per ricordare i pornetti anni ’70 e ’80 (molti dei quali, come si può vedere qui, spesso erano disegnati peggio).

Verrebbe da consigliare Incubi Incatenati ai fan di Teodorani, ma con l’avvertenza che in queste storie mancano i suoi tocchi di humour nero e la follia weird di Djustine.

giovedì 29 aprile 2021

Love - Il Cane

Quinto volume della serie, stavolta ambientato in Australia. Un mastino rimane “orfano” del suo padrone durante una battuta di caccia e intraprende quindi una lunga traversata dell’outback per ritornare a casa. Come al solito il tragitto del protagonista è anche un pretesto per mostrare con dovizia di particolari la ricchezza faunistica degli habitat attraversati e così, mentre il cane è seguito da una muta di dingo, compaiono gufi, serpenti, canguri, emù, koala, vombati, ornitorinchi, parrocchetti, ecc.

Federico Bertolucci è sempre bravissimo a rendere espressivi e dinamici i suoi animali, ma in questo volume si è concesso qualche deriva un po’ più caricaturale. Questo fumetto esce d’altra parte dopo la breve saga di Brindille e si vede anche dall’uso che il disegnatore fa del computer, un po’ più invasivo che in precedenza (in particolare le nuvole e le “raffiche” di fiori danno un’impressione artificiale).

In compenso a livello di storia siamo probabilmente di fronte al volume migliore della serie, con delle sequenze molto appassionanti e soprattutto una costruzione ben architettata della trama per cui episodi apparentemente satellitari del viaggio del cane alla fine formeranno un unico quadro coerente – assai paraculi, gli ornitorinchi.

L’edizione saldaPress è più piccola dei volumi pubblicati a suo tempo da Edizioni BD, ma non si nota molto. Di sicuro si nota invece l’aumento del prezzo: 19,90 euro contro i 14 de I Dinosauri. D’altra parte sono passati cinque anni dall’uscita dell’ultimo volume del precedente editore. Come al solito, in appendice c’è un’ampia sezione di studi, prove, sketch, ecc. senza i quali non avrei capito che quel piccolo marsupiale era un vombato e che i canidi che inseguono il protagonista sono dingo.

sabato 24 aprile 2021

Sandman Library 13: Cacciatori di Sogni

Siamo dalle parti delle versioni a fumetti di Coraline e di American Gods: P. Craig Russell (che da una rapida ricerca scopro chiamarsi Philip e non Paul come l’ho sempre chiamato io) traduce le versioni originali in prosa con eccessiva fedeltà lasciando moltissimo testo scritto. E sì che inizialmente Cacciatori di Sogni prometteva di essere più “fumettistico” visto che era molto dialogato.

La storia, dilatata all’inverosimile, è ambientata in Giappone e narra dall’amore tra una volpe e un monaco dopo un’introduzione che sembrava orientata verso l’umorismo. Un maggiorente divinatore di Kyoto apprende che per levarsi il senso di paura che lo attanaglia dovrà uccidere il monaco, da lontano e senza violenza. E qui ovviamente entrano in scena i sogni e il Morfeo giapponese, e la storia diventa un racconto di vendetta, dilatato all’inverosimile. Neil Gaiman si dimostra un buon conoscitore dei riti, della religione e del folklore nipponico – o è stato bravo a inventarsi di sana pianta tutti i riferimenti.

Dello sceneggiatore/scrittore c’è un po’ della sua ironia e l’efficacia nel ritrarre Sandman come un grandissimo stronzo ma è evidente che l’opera è stata pensata per un altro medium. Non conosco il romanzo illustrato che è servito da base, ma la versione a fumetti è verbosa e ridondante, con i disegni che si limitano quasi sempre a illustrare un testo pienamente comprensibile anche senza di loro. Peccato, perché P. Craig Russell (che d’ora in avanti indicherò così nelle Etichette) è un signor disegnatore ma avrebbe dovuto “addomesticare” meglio la versione scritta.

mercoledì 21 aprile 2021

domenica 18 aprile 2021

Planeta nostalgia

 ...pensare che fino a pochi anni fa uscivano volumi come questi:

E questi erano i prezzi:


giovedì 15 aprile 2021

Fantastici Quattro: Antitesi

Storiella esilissima che gioca la carta della nostalgia situandosi in un’epoca in cui l’ultimogenita Valeria era nata da poco e riesumando il vecchio leone Neal Adams ai disegni.

Si aprono vari squarci dalla Zona Negativa: è l’antipasto di una avventura in cui i Fantastici Quattro dovranno aiutare Galactus contro la sua controparte (appunto Antitesi) che invece di succhiare la vita dai mondi che visita li riempie di energia negativa (o una roba del genere) con risultati non meno catastrofici. Reed Richards è preoccupato perché la sua mente sta un po’ scantinando e questo porta a un colpo di scena finale che scuote un pochino la trama. A tal proposito, scopro con questa miniserie che Galactus ha una controparte umana a cui è possibile farlo regredire, tal Galan che è evidentemente un omaggio a un ex Presidente della Regione Veneto.

Mark Waid fa quello che può con personaggi granitici e immutabili, costretto oltretutto a lavorare nella dimensione della ventina di tavole per numero che devono concludersi con un cliffhanger e che devono ospitare abbondanti splash page per sfruttare il nome del disegnatore.

Dal canto suo, Neal Adams non delude pur se disegna la Cosa con tratti scimmieschi. Non lo conosco poi così bene ma penso che non sia proprio al top della sua forma, e neanche l’inchiostratore Mark Farmer può mettere più di tanto una pezza se qualche occhio si trova posizionato in maniera un po’ eclettica su un viso. Ma nel complesso il suo lavoro è decisamente buono.

lunedì 12 aprile 2021

Alesteir & Adolf

Storia non molto originale ma ben condotta che racconta della guerra segreta tra “maghi” che si combatté a fianco di quella ben reale della Seconda Guerra Mondiale. La vicenda inizia nel 1995 quando un giovane grafico o webmaster o quello che è assiste a un fenomeno curioso: un logo non vuole saperne di rimanere fermo dov’è e si sposta autonomamente sul monitor. Nonostante la scadenza per la consegna del lavoro sia vicinissima, vuole risolvere il mistero e si rivolge a un bizzarro archivista che lo rimanda al fondatore della ditta a cui appartiene quel logo, in fin di vita e ancora più bizzarro, il signor Roberts, che gli rivela una storia incredibile.

Durante la Seconda Guerra Mondiale il generale Patton, ossessionato dalla simbologia della spada, organizza insieme a Ian Fleming, creatore di 007, il reclutamento di Aleister Crowley in modo di far fronte ai crescenti deliri esoterici di Adolf Hitler. Che le loro teorie mistiche abbiano o no dei fondamenti, Crowley potrà comunque fornire al Führer dei dati astrologici sbagliati con cui condizionarne i movimenti in favore degli Alleati. Roberts viene appunto incaricato di infiltrarsi nella loggia di Crowley spacciandosi per un semplice fotografo (ruolo che effettivamente ricopre nell’esercito) mentre una volta che avrà subito l’iniziazione lo spingerà a lavorare a sua insaputa per l’esercito britannico. Non è un caso se è stato scelto proprio lui: benché dichiari di non credere a nessuna di quelle sciocchezze, è cresciuto in una famiglia dallo spiccato misticismo (o forse solo molto superstiziosa) che proprio per questo lo ha portato a “non credere” più dopo le tragiche scelte di sua madre. Ma una volta coinvolto nella vicenda e affascinato dall’assistente di Crowley (stavo per scrivere “bella assistente di Crowley”, ma con Avon Oeming ai disegni come si fa a dirlo?) si fa prendere la mano e anche lui, contro il parere di Crowley, si concentra sulla sottrazione della Lancia Sacra a Hitler, che per il mago è solo un falso privo di valore.

La sceneggiatura di Rushkoff spiega la creazione dei “sigilli” a cui la fede degli uomini dona potere: da una parte la svastica di Hitler basata sulla morte, dall’altra il “V for Victory” che sarebbe stata ideata da Crowley e che si oppone al Thanatos della svastica con l’Eros della simbologia che sottende (ma oltre alla vagina rimanda anche alla tradizione degli arcieri inglesi, sulla cui nascita fornisce una versione differente rispetto a quella data da Warren Ellis in Crecy). C’è anche spazio per un altro simbolo, il pollice alzato, che Crowley vorrebbe potenziare come sigillo, suggestione che verrà sviluppata in maniera più ragionata e intelligente nell’Apocalisse di Castelli e Roi.

La vicenda si sviluppa poi ben oltre la fine della guerra, rivelando cosa successe realmente nel corso dell’iniziazione di Roberts (niente che non fosse già evidente) e parlando di un omicidio alla cui base c’è la creazione della Viceroy e del suo logo birichino, chiudendo così il cerchio. Effettivamente la conclusione non è delle più entusiasmanti, dopo una storia che nonostante il misticismo soffuso si è fatta leggere con piacere e a maggior ragione dopo un inizio molto promettente. Ma comunque il testo è piacevole, anche perché in fondo è anche un racconto spionistico con colpi di scena e cambi di campo.

Per quel che riguarda i disegni, invece, la scelta di Avon Oeming è stata pessima. I suoi pupazzetti storti rendono ridicole anche le parti più drammatiche ma chissà, forse è stato scelto proprio per smussare certi angoli e non rendere troppo disturbanti certe immagini. In Aleister & Adolf ci sono infatti incredibilmente parecchi nudi (oltre a più rare testimonianze di “esperimenti” nazisti), ma resi come fa Avon Oeming sono ridicoli, pupazzettistici.

venerdì 9 aprile 2021

Sandman Ouverture

Neil Gaiman riprende in maniera iperbolica il personaggio che gli ha dato la fama. L’universo sta finendo e Sandman (due delle sue molteplici incarnazioni, presto ridotte a una sola) prova a fermare il processo chiedendo consiglio alle alte sfere. Ma né le stelle, né suo padre Tempo e né sua madre Notte vogliono intervenire. Quindi in qualche maniera dovrà trovare un sistema per bloccare la metastasi che sta portando una stella impazzita a diffondere un virus di malvagità in tutti i mondi, anche se all’inizio avrà almeno l’aiuto del suo se stesso felino e di una ragazzina sopravvissuta al disastro che sta coinvolgendo l’universo.

Essendo un fumetto celebrativo vengono riproposti, approfondendoli o rileggendoli, molti dei personaggi e delle situazioni della saga originale. Non avendola letta tutta né essendone un grande appassionato mi sono sicuramente perso qualcosa. Hettie la pazza me la ricordavo, ma credo che molte altre sfumature mi siano precluse. Nulla di drammatico, comunque, anche se il finale che si ricollega all’inizio della saga necessita di ricordarsela almeno un po’: ma d’altra parte la forza iconica del Sandman anni ’80 con quel suo casco assurdo è difficile da dimenticare.

Gli albi originali sono strutturati quasi interamente con doppie (e addirittura quadruple) tavole, che non rendono la lettura agevole in volume. Fortunatamente la lettura si svolge quasi sempre come di consueto: prima si legge la tavola a sinistra e poi quella di destra. Al di là dei voli pindarici di Gaiman, Sandman Ouverture è godibile per la grandeur degli eventi che ha imbastito e anche per la soffusa ironia che fa affiorare qua e là.

Ma il grande punto di forza del fumetto sono gli splendidi disegni di J. H. Williams III: in grado di padroneggiare molteplici stili, sfodera anche delle tavole che potrebbero essere state disegnate da Jean Giraud (come succedeva all’inizio dei Seven Soldiers di Morrison, d’altra parte). E l’obbligo di lavorare su tavole doppie non ne castra la creatività ma anzi la stimola a trovare sempre soluzioni nuove e originali – per quanto ovviamente dettate soprattutto da quanto scritto da Gaiman. Certo, non è molto bravo a disegnare i gatti ma magari è una scelta stilistica ragionata, anche se dai miei ricordi dell’episodio (o era un intero ciclo?) del Sogno dei Mille Gatti mi pare che lo stile con cui erano raffigurati era molto realistico.

Un fumetto per gli appassionati di Sandman ma non solo.

domenica 4 aprile 2021

Il gioco di ruolo di Jeremiah che non è Jeremiah.

Eh, già: fanno giochi di ruolo a partire da qualsiasi cosa. Anche da Jeremiah, per dire, ma non dalla serie a fumetti bensì dal serial televisivo che ne fu tratto! Ero in dubbio se si trattasse proprio di quello, ma la descrizione non lascia adito a dubbi. Del creatore Hermann non viene fatta menzione, mentre viene sottolineato il ruolo di J. Michael Straczynski che ne ha curato la versione televisiva ed è ben noto negli Stati Uniti...

giovedì 1 aprile 2021

lunedì 29 marzo 2021

Clean Room

Non è facile riassumere questa serie di 18 numeri uscita qualche anno fa sotto l’etichetta Vertigo. Non che sia molto complessa, ma trattandosi di una storia basata su misteri e colpi di scena c’è il rischio di svelare troppo. Inoltre se la trama di per sé non è arzigogolata la struttura è invece molto sincopata, con flashback che trovano spiegazione solo molti numeri dopo quello in cui sono stati introdotti e più sequenze che scorrono parallele.

In estrema sintesi, Chloe Pierce è una giornalista che vuole svelare quelle che ritiene essere le sordide intenzioni di Astrid Mueller, guru dell’auto-aiuto a capo di una azienda/setta, la Honest World Foundation, forse ispirata vagamente a Scientology et similia (anche Astrid come Ron Hubbard ha scritto un romanzo, che nel suo caso si dice porti alla pazzia o all’illuminazione). Chloe ha dei buoni motivi per detestarla: il suo fidanzato si è sparato in testa dopo aver superato una delle fasi verso la coscienza finale prescritte dalla setta di Astrid, di cui era un affiliato. Nonostante venga inizialmente respinta per le sue palesi intenzioni bellicose, Chloe si trova invischiata nel vero scopo della Honest World Foundation: la lotta contro dei parassiti forse alieni o forse demoniaci che infestano l’umanità (con uno scopo ben preciso svelato alla fine) e che solo le persone che sono state sul punto di morire possono vedere. La “stanza pulita” del titolo è uno spazio all’interno dell’edificio della fondazione da cui chi dispone di alcuni poteri come Astrid può far rivivere a un ospite l’evento più traumatico della sua vita.

Lo spunto di per sé non è molto originale, ma Gail Simone riesce a rendere la lettura avvincente grazie a personaggi sopra le righe, a dialoghi molto efficaci, a una volgarità spigliata e liberatoria e al ribaltamento di alcuni stereotipi: c’è l’asiatica piccola e micidiale già vista da tante altre parti, ma ci sono anche tre fratelli redneck in un ruolo positivo. Come in ogni storia del mistero che si rispetti, la tensione viene inevitabilmente meno quando si scopre la natura dei mostri cattivi, e per questo la sceneggiatrice tira la corda fino all’ultimo inserendo nuovi personaggi e nuovi ostacoli sulla strada verso la salvezza della Terra. In effetti alcuni elementi sembrano essere stati inseriti per allungare un po’ il brodo e soprattutto alla fine si avverte una certa perdita di direzione, con tanto di episodio (l’unico, per fortuna, disegnato da Sanya Anwar) avulso dal flusso della storia fino a quel momento. Peccato, perché Clean Room si è mantenuta su livelli molto alti per oltre metà della sua durata. E comunque il finale è ben congegnato.

I disegni dei primi dodici numeri sono opera del bravissimo Jon Davis-Hunt, già visto sulla nuova Wildstorm. Non essendoci supereroi di mezzo (anche se spesso i personaggi indossano delle tute) qui fa una figura ancora migliore. Dal tredicesimo numero, però, la palla passa a Walter Geovani, con l’eccezione che ho indicato sopra: non è Davis-Hunt, ma le sue tavole sono comunque belle ed eleganti. Molto suggestivi i colori di Quinton Winter, mentre Jenny Frison, autrice delle copertine, non aveva evidentemente ben chiara l’etnia della protagonista visto che la disegna come se fosse una caucasica solo un po’ scura di pelle.

mercoledì 24 marzo 2021

The Sheriff of Babylon

I protagonisti di questa serie di dodici comic book sono sostanzialmente tre: Christopher è un ex poliziotto che adesso addestra quella che sarà la nuova forza di polizia irachena; Sofia/Saffiya è la sua ragazza di origine irachena che funge da intermediaria tra le varie forze in gioco nella Bagdad liberata del 2004; Nassir è un ex poliziotto di Saddam Hussein dai trascorsi poco limpidi.

Uno degli uomini che Christopher sta addestrando viene trovato morto e questo innesca un’indagine che coinvolge a catena tutti e tre i personaggi. Nassir dal canto suo deve anche rispondere dell’omicidio di tre soldati statunitensi colpevoli (apparentemente) di avere trucidato le sue figlie. E i suoi contatti col terrorista Abu Rahim, mandante dell’omicidio della recluta di Christopher, attraggono ancora più attenzioni su di lui da parte delle forze di liberazione americane.

Non si tratta insomma del solito fumetto di supereroi, ed è già qualcosa, ma non si può certo dire che The Sheriff of Babylon sia un capolavoro. Letto tutto d’un fiato si finisce per pensare «Beh, tutto qua?» ma d’altra parte a leggerlo mensilmente nelle dodici uscite originali sarà sembrato che non finisse mai e si sarebbe potuto perdere il filo della trama, per quanto esile. Per il pubblico statunitense l’ambientazione e l’argomento avranno sicuramente un forte impatto, ma al di là di questo la trama si sviluppa in maniera sin troppo lineare con pochissimi colpi di scena (tra cui un trascorso comune tra Nassir e Sofia) e un sacco di dialoghi che vorrebbero essere profondi o almeno cool senza riuscirci sempre. Curiosamente i personaggi smettono di blaterare quando invece avrebbe potuto essere necessario: cioè alla fine, quando la storia si sposta in avanti di qualche mese verso un finale moraleggiante che svela, o forse no, chi siano i veri responsabili. Essendo molto “parlato” immagino che The Sheriff of Babylon fosse in origine un progetto per il cinema; forse Tom King viene da quel medium (o forse è la trasposizione di un romanzo, dove i dialoghi lunghissimi e le occasionali elucubrazioni filosofiche avrebbero trovato la loro dimensione ideale), anche se gli va riconosciuto di essersi sforzato di elaborare una soluzione abbastanza originale per le tavole dove ci sono sparatorie, che diventano spesso delle specie di scacchiere in cui le onomatopee sono contenute in vignette interamente nere.

Passando alla parte grafica, anche il disegnatore Mitch Gerads produce qualcosa di diverso rispetto a quello che si vede di solito nei comic book, ma nemmeno lui realizza qualcosa di innovativo o memorabile. Parte evidentemente da fotografie, o comunque si rifà a della documentazione precisa, ma ciò non gli impedisce di limitarsi ad abbozzare alcuni dettagli e imbastire sfondi e interni che a volte sono solo schizzati rapidamente. Troppo computer, comunque, soprattutto alla fine quando forse Gerads si era trovato con i tempi più stretti: vedere gli stessi identici sfondi può anche starci, ma personaggi che parlano e sono immobili senza differenza di vignetta in vignetta danno un senso di staticità poco adatto a questa storia. Nemmeno le sue linee cinematiche bianche mi convincono molto: stonano con l’ostentato realismo del resto. Gerads si occupa infatti personalmente anche dei colori, indugiando troppo spesso in effetti incongruenti che fanno sembrare le tavole delle vecchie pagine rovinate o scolorite in alcuni punti.

giovedì 18 marzo 2021

Batman: L'Oscuro Principe Azzurro

Ecco perché Enrico Marini non realizzava da un po’ episodi de Le Aquile di Roma. Se ho ben capito, questi in origine erano due comic book extralarge realizzati però con i crismi del fumetto franco-belga, quindi con una cura che ha impegnato l’autore per circa un anno cadauno, in modo da essere rivendibili anche sul mercato in cui opera di solito (se ho ben capito la Dargaud è parzialmente responsabile del progetto insieme ovviamente alla DC Comics).

Due cornici narrative racchiudono la storia: Batman fa perdere la refurtiva di un ricchissimo colpo del Joker, che tra le altre cose aveva arraffato anche una collana di perle costosissima che pensava di regalare ad Harley Quinn per il suo compleanno. Incazzato nero (anche perché la stessa Harley Quinn è furiosa per il mancato regalo) Joker architetta un piano per impossessarsi di un gioiello ancora più prezioso: stando ai notiziari, Bruce Wayne avrebbe avuto una figlia da una cameriera che, otto anni dopo il concepimento, è andata da lui a batter cassa. Joker la fa rapire e in cambio chiede al miliardario di aggiudicarsi all’asta un gioiello valutato 50 milioni di dollari. Ma anche Catwoman si mette in mezzo. Marini gioca con le aspettative del lettore: Alfred dice che l’esito dell’analisi del dna del sangue della madre «non piacerà» a Bruce Wayne, ma ovviamente il lettore accorto sa già che non vuol dire che è veramente lui il padre e che dovrà aspettarsi un colpo di scena. Colpo di scena che però purtroppo è assai prevedibile.

Ovviamente il motivo principale per approcciarsi a questo volume sono gli stupendi disegni e colori di Enrico Marini ma, pur se non dice quasi nulla di veramente innovativo o ispirato, anche i suoi testi non sono male. Oltretutto ho ravvisato un maggiore tasso di violenza e molteplici riferimenti alla droga e al suicidio, non sempre trattati con ironia: una cosa piuttosto rara nel mercato supereroistico. La storia non è priva di qualche buchetto logico (la madre di Alina sembra convinta veramente che il padre sia Bruce Wayne), comunque facilmente giustificabile.

Non è Gypsy o Lo Scorpione o Le Aquile di Roma, ma si vede che Marini ha dedicato una grandissima cura a questo progetto. Forse anche troppa: chissà se a un pubblico assuefatto ai cascami Image e alla colorazione digitale saranno veramente piaciuti i suoi splendidi acquerelli. E in fondo la storia poteva benissimo svilupparsi in meno pagine – certo, poi però non sarebbe stato possibile realizzare i volumi francesi della classica sessantina di pagine l’uno. Non so quanto ci sia di rispettoso della continuity (nella versione di Marini Catwoman sa che Bruce Wayne è Batman) ma è la cosa che mi interessa di meno.

E adesso, sotto con Le Aquile di Roma!

lunedì 15 marzo 2021

...e chi lo vede più?

Il 12 marzo sarebbe dovuto uscire questo albo:

Cioè, non ho dubbi che sia uscito, solo che in nessuna delle edicole del mio comune l’ho trovato. E adesso siamo in zona rossa, quindi non posso andare in altri comuni, di sicuro non per prendere fumetti in edicola! Peccato, non mi aspettavo certo un capolavoro (lo fosse stato, sarebbe già stato ristampato varie volte) ma avevo una certa curiosità. Sì, potrei ordinarlo online ma i tempi di consegna non garantirebbero di stare “sul pezzo” (già oggi sarebbe troppo tardi) e quindi una recensione sarebbe inutile. Perlomeno con questa lamentela riesco a rispettare la consegna di fare almeno un post ogni tre giorni.

venerdì 12 marzo 2021

Fumettisti d'invenzione! - 161

Mi permetto di integrare il divertente e interessantissimo volume di Alfredo Castelli con altri “fumettisti d’invenzione” e simili.

In grassetto le categorie in cui ho inserito la singola segnalazione e la pagina di riferimento del testo originale.

 

CINEMA  (pag. 81)

 


LA BELLE ÉPOQUE
(idem)

(Francia 2019, commedia fantastica)

Regia e sceneggiatura: Nicolas Bedos, con Daniel Auteil (Victor Drumond), Fanny [Marguerite Judith] Ardant (Marianne Drumond), Guillaume Canet (Antoine)

 

Victor è un fumettista in crisi, che si trova spaesato nel mondo contemporaneo; anche il rapporto con la moglie Marianne si è deteriorato. Trova una curiosa via di fuga grazie a una ditta che permette di immergere i suoi clienti nel periodo storico preferito, oppure nei momenti migliori della loro vita come sceglie di fare Victor: il suo viaggio nel tempo lo riporterà negli anni ’70, quando incontrò Marianne – e quando anche in Francia i fumetti sembravano essere più popolari.

Catturato dalla ricostruzione storica, Victor avrà delle difficoltà a distinguere tra realtà e finzione.

 

Fuori tema: fumettisti non d’invenzione: citazioni, caricature, camei; fumetti biografici; metafumetti e autoreferenzialità; parodie

CITAZIONI, CARICATURE, CAMEI (pag. 61)

 

DIZIONARIO DEI FILM BRUTTI A FUMETTI

(Italia 2016, © La Rosa/Di Nicola, umorismo)

Davide La Rosa (T), Davide La Rosa e Fabrizio “Pluc” Di Nicola (D)

 

Antologia di film brutti in cui i due autori si alternano a riassumere a fumetti questi capolavori del trash. Il volume inizia con un serrato dialogo tra La Rosa e Di Nicola: il primo ha ideato un siero con trasformerà Vincenzo Mollica, noto per parlare sempre bene di qualsiasi cosa, in un Evil Mollica che sparerà a zero su alcune delle pellicole prese in esame

Il volume ha avuto un seguito nel 2019, con relativo ritorno sulla scena degli autori come presentatori.

 

Fuori tema: fumettisti non d’invenzione: citazioni, caricature, camei; fumetti biografici; metafumetti e autoreferenzialità; parodie

PARODIE (pag. 67)

 

BRAWL IN THE FAMILY (RISSA IN FAMIGLIA)

(Stati Uniti 1972, in Spoof, © Marvel Comics Group, parodia)

Stu [Stuart] Schwartzberg (T), Henry Scarpelli (D)

 

Parodia della popolare sitcom All in the Family, nota in Italia come Arcibaldo (dopo un primo passaggio come Tutti a Casa). Artie Bunkum e la sua famiglia ricevono la sgradita visita di alcuni hippy e per distrarsi il padrone di casa si tuffa nella pagina dei fumetti del giornale, immaginando se stesso come spalla dei protagonisti od oggetto delle vignette satiriche.


Un colpo al cerchio e uno alla botte, gli ideali dei figli dei fiori vengono stigmatizzati ma gli hippy e altri elementi della controcultura (tra cui riferimenti al fumetto underground) sono messi bene in evidenza sulla copertina del numero 2 di Spoof per attirare qualche lettore in più.

 

Fuori tema: fumettisti non d’invenzione: citazioni, caricature, camei; fumetti biografici; metafumetti e autoreferenzialità; parodie

METAFUMETTI E AUTOREFERENZIALITA’ (pag. 64)

 

DIZZY DOG

(Stati Uniti 1950, in Animal Antics, © DC Comics, umorismo)

Sheldon Mayer

 

Le vicende di un cagnolino un po’ irascibile che cerca sempre di farsi bello ma viene ridimensionato dagli altri personaggi, in particolare (nelle prime storie) dal criceto Amster.

 

Senza titolo in Funny Stuff 61 (1951). Sheldon Mayer.

Dizzy Dog legge di gusto i fumetti umoristici pubblicati dalla DC Comics e si accorge che il meccanismo alla base della comicità è creare una coppia di cui un personaggio sia uno stupido sfruttato dall’altro, il più furbo. Quando legge una delle sue stesse avventure in cui fa l’ennesima pessima figura si decide ad assumere una spalla rivolgendosi a una rivista di fumetti (curiosamente il personale della casa editrice è tutto umano nonostante il tipo di rivista su cui viene pubblicata la storia, dedicata ai funny animals). Ma a rispondergli sono proprio i “furbastri” delle altre serie di Funny Stuff e così Dizzy Dog si rassegna a cercare un impiego come spalla scema.

Questo episodio fu ovviamente anche un’occasione per fare un po’ di pubblicità alle altre proposte della casa editrice, che condividevano i personaggi tra le varie testate.

sabato 6 marzo 2021

...il "comico belga Hergé"?

Sì, è risaputo quanto Wikipedia sia inattendibile, ma questo è veramente incredibile, tanto più che non è nemmeno giustificato da una ipotetica traduzione automatica visto che le versioni inglese e francese non dicono le stesse cose.

giovedì 4 marzo 2021

Mah!



Pensare che ieri era praticamente primavera. Vabbeh, le foto le ho fatte stamattina, adesso è già tornato il sole.

domenica 28 febbraio 2021

Fumettisti d'invenzione! - 160

Mi permetto di integrare il divertente e interessantissimo volume di Alfredo Castelli con altri “fumettisti d’invenzione” e simili.

In grassetto le categorie in cui ho inserito la singola segnalazione e la pagina di riferimento del testo originale.

 

CARTOONIST COME PROTAGONISTA – GRAPHIC NOVELS E ONE SHOTS (pag. 24)


ΤΣΙΓΓΑΝΙΚΗ ΟΡΧΗΣΤΡΑ
(ORCHESTRA ZIGANA)

(Grecia 1984, in Babel, © Ianni Kalaitzi, satira)

Ianni Kalaitzi

 

Il fumettista Costa Fanargis, che realizza una striscia per un quotidiano, vive alcune buffe situazioni ad Atene. Prima e durante un appuntamento con Efi, impiegata allo stesso giornale per cui lavora, avrà modo di vedere le contraddizioni e le brutture della società greca degli anni ’80, finendo coinvolto anche in situazioni pericolose.

Orchestra Zigana venne pubblicato solo parzialmente su Babel, la rivista di riferimento del fumetto d’Autore greco, in quanto l’autore preferiva che ne venisse tratto direttamente un volume. Infatti anche Alfredo Castelli ammise, nello stesso numero di Eureka in cui comparvero le prime tavole del fumetto, che la pubblicazione italiana non era autorizzata a causa di fraintendimenti con l’autore, ma fu giocoforza procedere con la pubblicazione per non mandare al macero tutta la tiratura di quel numero

Fuori tema: fumettisti non d’invenzione: citazioni, caricature, camei; fumetti biografici; metafumetti e autoreferenzialità; parodie

FUMETTI BIOGRAFICI (pag. 63)

THE DICK AYERS STORY

(Stati Uniti 2005, © Ayers/Mecca Comics, autobiografia)

Dick Ayers [Richard Bache Ayers]

 

Opera in tre volumi in cui Dick Ayers racconta a fumetti le sue vicissitudini nel campo del fumetto, non sempre edificanti. Ayers (1924-2014) è noto principalmente per essere stato uno degli inchiostratori di Jack Kirby, ma ha realizzato anche le matite di diverse altre serie Marvel ed è stato attivo come cartoonist fino agli ultimi giorni della sua vita.

Pseudofumetto: Chic ’n Chu, una striscia giornaliera forse parzialmente realizzata ma comunque mai pubblicata.

 

Fuori tema: fumettisti non d’invenzione: citazioni, caricature, camei; fumetti biografici; metafumetti e autoreferenzialità; parodie

METAFUMETTI E AUTOREFERENZIALITA’ (pag. 64)


COLONEL PORTERHOUSE

(Stati Uniti 1942, in Whiz Comics, © Fawcett Publications, Inc., umorismo)

Autore non identificato (T), George Storm (D)

 

Il Colonnello (ma lo sarà veramente?) Porterhouse è un fanfarone che legge con due ragazzini lo stesso numero di Whiz Comics in cui è ospitato, facendo da contrappunto a uno degli episodi degli altri personaggi pubblicati sulla rivista, ovvero i supereroi Captain Marvel e Spy Smasher, il cowboy Golden Arrow, l’avventuriero Lance O’Casey e il mago Ibis the Invincible. Racconta quindi di aver vissuto un’avventura molto simile a quella dell’altro personaggio (o che addirittura funse da ispirazione per quella!), esagerando le sue presunte imprese; viene regolarmente ridimensionato alla fine del fumetto – spesso dalla dispotica moglie.

La serie durò poco, solo cinque episodi, e dal numero 40 di Whiz Comics il Colonnello venne sostituito da altri fumetti umoristici effimeri di cui solo il vecchio lupo di mare Skipper McGee riprendeva in parte il meccanismo: un fanfarone esagera nel raccontare storie a due bambini, ma stavolta senza riferimenti metanarrativi.

 

Fuori tema: fumettisti non d’invenzione: citazioni, caricature, camei; fumetti biografici; metafumetti e autoreferenzialità; parodie

PARODIE (pag. 67)

INGRID THE BITCH (INGRID LA SCOSTUMATA)

(Stati Uniti 1971, in Mom’s Homemade Comics, © Kitchen Sink, parodia)

Denis Kitchen

Ingrid è una bambina decisamente precoce. Esibizionista e zoofila, a cinque anni se ne va di casa per scoprire il mondo e nel suo peregrinare incontra molti personaggi dei fumetti, che però non sapranno soddisfarla come il suo amato cane Pooch.

giovedì 25 febbraio 2021

Tex Stella d'Oro 32: L'ultima missione

Il protagonista di questo volume è Joe Beauregard (omaggio a Il mio nome è Nessuno?), un ranger del Texas che in gioventù aveva salvato insieme a Tex e Kit Carson un gruppo di prigionieri dagli indiani Comanche, trovando tra di loro la sua consorte.

L’impostazione de L’ultima missione, chiara sin dal titolo, è quella del western crepuscolare, con un eroe vedovo e stanco che azzarda un ultimo gesto con cui porre fine alla sua carriera e forse alla sua esistenza. In questo caso si tratta di oltrepassare il Rio Grande insieme a Tex e Kit per sgominare la banda di El Morado, o almeno riportare sulla retta via Jonah, fratello dell’amata moglie che è diventato anch’egli bandito. Mentre Tex e Kit cercheranno di cogliere di sorpresa i malviventi, Joe approfitterà della sua precedente militanza sotto copertura nella banda di El Morado per infiltrarvisi e salvare il cognato, ma Giorgio Giusfredi mette sul piatto anche il dubbio che Joe non sia poi così sincero e voglia in realtà fregare i suoi due commilitoni.

Prima di arrivare a questo punto, però, ci sono vari flashback per delineare meglio il protagonista o per magnificare ancora una volta le doti sovrumane di Tex, come in una lunga sequenza in cui insieme a Kit sgominò da assediato un’intera banda di indiani.

Finalmente il maggior formato viene sfruttato a dovere, né ci sono didascalie a spiegare l’ovvio. Però l’ampio spazio dedicato a sparatorie, agguati et similia si mangia quello dedicato alla narrazione, e forse il destino di Jonah tradisce una certa artificiosità da cui un fumetto di Tex non può sfuggire, dovendo concludersi senza lasciare elementi (anche morali) aperti.

I disegni di Alfonso Font, motivo principale del mio interesse per questo volume, dimostrano una grandissima qualità anche oggi che l’autore si avvicina agli 80 anni. Mi stupisce che, da quanto leggo nell’introduzione e nella biografia finale, sia un disegnatore molto presente su Tex, visto che la maniera con cui lo disegna non mi sembra molto canonica. Una nota di merito al colorista Matteo Vattani che, pur con “effetti speciali” a volte esornativi, ha proposto uno stile abbastanza simile a quello che usava Font stesso quando si colorava da solo. Certo, queste tavole si gustano un po’ a denti stretti ripensando che la conclusione de Il Prigioniero delle Stelle non la vedremo mai.

martedì 23 febbraio 2021

La Tomba di Batman volume 2

Visto che la prima metà di questa miniserie di dodici mi era piaciucchiata senza entusiasmarmi non mi sono proprio precipitato a leggerne la conclusione. Ma in definitiva devo dire che ne è valsa la pena.

Warren Ellis ha architettato un’indagine basata su una serie di scatole cinese. Aveva sicuramente un’idea ben chiara di dove andare a parare, inanellando però nel cammino vari tasselli del mosaico, personaggi ed elementi che porteranno alla conclusione senza avere la grande incidenza che avrebbero potuto avere (altri sceneggiatori o lo stesso Ellis ci avrebbero potuto costruire intere miniserie sopra). In sostanza quello che dovrà fare Batman è affrontare un suo doppio speculare, un caso clinico (ma non lo è anche Bruce Wayne?) che a seguito di un trauma vuole distruggere ogni concetto di legge a Gotham, e che è alla base dell’Esercito del Disprezzo.

La scrittura di Ellis si muove tra decostruzione del mito di Batman e sua celebrazione, con inserti ironici efficaci perché ben calibrati e non invasivi. Alla fine la tomba del titolo assume una rilevanza non solo simbolica, in un finale ad effetto che forse sancisce il fatto che questa miniserie si è svolta in un universo alternativo: in effetti questa Gotham e le risorse di Bruce Wayne mi sembravano un po’ troppo hi-tech, anche se non conosco lo stato attuale della serie regolare e forse i bat-segugi esistevano già.

Questi ultimi sei capitoli sono stati disegnati in toto da Bryan Hitch che si è inchiostrato da solo. Le sue tavole sono spettacolari, pur con le ipertrofie che gli sono proprie e il ricorso a inquadrature già sperimentate altrove. Però alcuni dettagli degli sfondi o la resa di certi elementi lasciano un po’ perplessi… la gestione delle tavole è ottima e il lettore sa sempre dove guardare anche nelle scene più esplosive e affollate (né c’è il rischio di perdere di vista i personaggi principali), però certe anatomie di secondo piano sembrano un po’ tirate via, così come i palazzi o i costumi non sempre trasmettono il senso del materiale di cui sono fatti. Considerando la dedizione e la perizia di Hitch, oltre che il desolante panorama dei disegnatori contemporanei di comic book, mi rendo conto che è ridicolo lamentarsi di queste quisquilie, che però in altri suoi lavori non si notavano.

Probabilmente La Tomba di Batman non sarà ricordato come uno dei lavori migliori di Ellis o Hitch, ma è sicuramente un prodotto valido.