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mercoledì 22 luglio 2015

Ringo 2: Il Giuramento di Gettysburg



Poco entusiasta della prima uscita, ho aspettato senza fretta di avere un momento libero per leggere il secondo e conclusivo volume di Ringo. Non è stata una rivelazione, ma comunque il meglio della serie lo hanno messo qui.
La prima storia breve, La Città della Paura, vede la consueta trama in cui l’agente della Wells Fargo deve indagare sul proverbiale furto ai danni di una consegna d’oro e offre alcuni margini di originalità grazie all’atmosfera di tensione che sa evocare. La brevità della storia scritta da Jacques Acar, sole 16 tavole, giova al ritmo. Carina la cornice della storia, ovviamente meglio apprezzabile in questa versione in volume.
Il pezzo forte comunque è la storia lunga che dà il titolo al volume, anche questa scritta da Acar: durante la Guerra Civile il nordista Ringo strinse un’amicizia “d’emergenza” con un ufficiale sudista, con la promessa di ritrovarsi dopo la carneficina. Ma passata la guerra il Sud è in uno stato penoso, percorso dalla miseria e oggetto delle attenzioni rapaci dei faccendieri senza scrupoli del Nord. È in questo contesto che Ringo (in missione per conto della Wells Fargo, ça va sans dire) incontra nuovamente un irriconoscibile George Morton convertitosi al banditismo. Ma i veri “cattivi” sono altri.
Nonostante uno stile narrativo un po’ datato (e i disegni belli ma un po’ statici di Vance non aiutano) e la necessità, anch’essa retaggio di un’epoca che fu, di giustificare le azioni dei protagonisti che devono essere dei fulgidi esempio per i giovani lettori, Il Giuramento di Gettysburg è una lettura interessante e non banale.
A integrare il volume ci sono due storie brevi scritte da Yves Duval che costituiscono un unico episodio per un totale di 14 tavole, che avrebbero potuto essere di più se la storia fosse continuata come lascia intuire il finale sospeso. È spiazzante notare come nell’arco di pochi anni (dal 1966 al 1970) lo stile di Vance sia molto cambiato, privilegiando il tratteggio alle pennellate corpose e percorrendo altre strade per le inquadrature e le anatomie.
L’Oro dei Disertori-Lo Zampino del Diavolo rientra in canoni più classici, per non dire banali, e privilegia l’azione e i colpi di scena che si susseguono frenetici – ho fatto una certa fatica a stare dietro alla sarabanda di agguati, tradimenti, sorprese, controsorprese e personaggi nuovi che appaiono dal nulla. La storia è l’ennesima variazione sul tema della rapina alla diligenza e del recupero del bottino ma qui compare una coppia di malviventi che permette a Vance delle inedite derive caricaturali.

giovedì 9 luglio 2015

Ringo 1: La Pista di Santa Fe



Visto che ho chi riesce a procurarmelo, così come mi ha procurato Mac Coy, ho deciso di provare già che c’ero anche Ringo: in fondo sono solo due numeri e poi è pur sempre William Vance. Tutto vero, ma da questa prima uscita mi sembra di poter dire che questo fumetto ha molto risentito del passaggio del tempo, e che probabilmente nemmeno all’epoca della sua prima pubblicazione fosse tra le teste di serie.
Il primo episodio, La Pista di Santa Fe, è interamente opera di Vance e non sarebbe nemmeno male: il protagonista viene ingaggiato per scortare una carovana Wells Fargo con un ghiotto carico d’oro che fa gola sia ai banditi locali che agli indiani coyotero. La svolta abbastanza originale è che i due gruppi collaborano per appropriarsi del bottino e la storia viene movimentata un po’ anche dalla suspence di vedere dei personaggi ricorrenti minacciare il protagonista.
Purtroppo, inevitabili stereotipi del genere a parte, La Pista di Santa Fe soffre di un ritmo sincopato che alla lunga mi ha sfibrato. Costretto nel formato obbligato delle due tavole per numero di Tintin, Vance crea delle situazioni di forte tensione o sospensione nelle pagine pari per poi sgonfiarle inesorabilmente nella prima vignetta delle pagine dispari. Alla fine questo saliscendi finisce per vanificare il pathos che vorrebbe creare anche se immagino che a leggerlo su rivista il risultato fosse diverso e più efficace.
Il primo episodio risale al 1965 e in effetti lo stile di disegno di William Vance non è ancora quello con cui sarebbe diventato famoso in seguito. Il tratto non è acerbo, se non in certi dettagli minori (gli occhietti piccolini e posizionati un po’ troppo vicini tra di loro), più che altro si notano certe scelte che poi Vance avrebbe abbandonato per strada, come le potenti campiture a pennello secco. Molto belli i paesaggi, buoni (ottimi per l’epoca) i colori. Mi è sembrato di cogliere qua e là qualche rimando all’iconografia classica del genere, in particolare il protagonista mi sembra ispirato a Henry Fonda.
A seguire, l’episodio Tre Bastardi nella Neve di cui Vance ha sceneggiato solo il primo dei cinque capitoli di cui è composto, affidando gli altri nientemeno che ad André-Paul Duchâteau. Nell’introduzione Fabio Licari sostiene che la differenza di sceneggiatore si vede ma sinceramente a me questo episodio è sembrato soffrire degli stessi difetti del precedente pur essendo stato realizzato dieci anni dopo – e inserito in questo primo volume per volontà dell’autore. L’idea di partenza è anche in questo caso carina: un irriconoscibile Ringo (Vance lo disegna in maniera diversa rispetto al primo episodio) viene incaricato dalla Wells Fargo di recuperare una diligenza che oltre al proverbiale carico d’oro trasportava anche la figlia di un senatore, ma i tre bastardi del titolo (messicani ritratti con fattezze lombrosiane) vengono fortuitamente a conoscenza del bottino e si lanciano anche loro all’inseguimento.
Il tutto calato in un contesto invernale con una tormenta di neve che ostacola l’avanzata dei vari personaggi e ne confonde le tracce. Ignoro se abbia mai nevicato in qualche stato confinante col Messico, ma la suggestione funziona a meraviglia. Quello che non funziona è il ritmo della storia, che nonostante le premesse non ha saputo coinvolgermi. Le didascalie in prima persona singolare con i pensieri di Ringo non bastano a rendere più appassionante la vicenda. Forse perché frutto del rimontaggio da un altro formato (ben visibile in alcune vignette), Tre Bastardi nella Neve ha un andamento frammentario e in alcuni casi sembra che lo sceneggiatore abbia voluto allungare il brodo. A tal proposito, è un vero peccato che la scena potenzialmente splendida, e sicuramente originale, dell’intervento finale della donna del capo dei banditi sia risolta come se fosse un battibecco tra Sandra Mondaini e Raimondo Vianello.
A proposito di donne, Licari segnala giustamente anche l’abilità di Vance nel disegnarle ma purtroppo in questi due volumi (per la precisione solo nel secondo visto che nel primo non compare una donna che sia una) il disegnatore non sembra affatto a suo agio con profili e altre inquadrature muliebri.
Nel complesso, quindi, nulla di irrinunciabile – e d’altra parte se Ringo in patria ha avuto una vita così effimera ci sarà un perché. Da consigliarsi agli amanti del western e di Vance, anche se per i secondi sarà più un’occasione di vedere come è evoluto il suo stile piuttosto che di godere della sua arte qui non al top.
Cionondimeno io il prossimo volume lo prenderò per completezza, e magari qualcuna delle storie brevi annunciate sarà pure simpatica.

venerdì 8 maggio 2015

Historica 31 - Bruce J. Hawker 2: Al servizio di Sua Maestà



Prosegue e si conclude con questo secondo volume la saga di Bruce J. Hawker, con André-Paul Duchâteau al timone dei testi insieme a Vance.
Le prime due storie, Il puzzle e Tutto o niente, sono un distillato di avventura pura, un’unica storia in cui il protagonista dovrà recuperare i piani dell’arma segreta che furono causa della sua rovina. Stereotipi e luoghi comuni come se piovesse (il protagonista è l’unico a non finire falcidiato dalle fucilate limitandosi a correre a zig zag, una donna violentata non sembra accusare il trauma dell’esperienza vissuta, ecc.): ma sono il sale dell’avventura e stando al gioco ci si gode una bella storia appassionante e oltretutto ben documentata, in cui comunque ci sono alcuni margini di originalità.
Ancora più interessante il distico conclusivo I giustizieri della notte-Il regno delle tenebre (organizzato quest’ultimo su 4 strisce invece di 3 e forse per questo della durata di sole 30 tavole), in cui il patrigno di Bruce viene rapito da una delle gang che si muovono nel sottobosco criminale di una Londra mai così opprimente e minacciosa. Il gruppo, appunto i «giustizieri della notte», complotta nell’ombra e agisce al riparo di cappucci viola, ma una vecchia e affascinante conoscenza di Bruce lo aiuterà a venire a capo del mistero. Un bell’intrigo, una trama originale, un’ambientazione stupenda e una protagonista femminile più accattivante di quella dei due episodi precedenti fanno di quest’ultima apparizione di Bruce J. Hawker il migliore dei commiati, anche se di materiale per ulteriori episodi non ne sarebbe mancato se prima gli altri impegni e poi la malattia di Vance non lo avessero allontanato dal fumetto.
Dal punto di vista grafico siamo purtroppo nella fase di piena maturità del disegnatore, che aveva abbandonato lo stile più sporco ed espressivo per cui mi ero appassionato al primo volume (e che riaffiora in una storia breve risalente al 1980 proposta in appendice) in favore della freddezza e della rigidità che hanno caratterizzato la saga di XIII. Ogni tanto qualche volto risulta espressivo e qualche scena d’azione è abbastanza movimentata, ma nel complesso il tutto è troppo ingessato per i miei gusti. Il primo episodio soffre oltretutto di una qualità di stampa non all’altezza ma per fortuna i problemi di resa si limitano solo a quello.
Dato il periodo di tempo molto lungo in cui si sono concretizzati questi episodi (Il puzzle e Tutto o niente tra 1985 e 1987, gli altri due episodi sono rispettivamente del 1990 e del 1995) possiamo ammirare l’evoluzione dello stile della colorista Petra, che con fatica si è scrollata di dosso convenzioni e abitudini degli anni ’70, non riuscendo però del tutto a rinunciare a una stesura piatta e uniforme dei colori delle figure in primo piano, nonostante alcuni tentativi promettenti sul primo episodio.
Questo è uno dei volumi di Historica che ho letto con più gusto, tanto più che contiene pure una inattesa aggiunta per i Fumettisti d’invenzione. In questo integrale (privo per una volta di balloon invertiti ma con un errore in quarta di copertina) sarebbero state bene alcune copertine e illustrazioni a colori in più, quelle riprodotte sono talmente belle da mozzare il fiato.

giovedì 5 febbraio 2015

Historica 28 - Bruce J. Hawker 1: Rotta su Gibilterra



Passata l’ubriacatura dell’entusiasmo per XIII William Vance mi si rivelò nella sua natura di miracolato, di fumettista che (fatte salve le sue eccellenti doti di illustratore) non avrebbe raggiunto le vette di popolarità e successo che ha ottenuto solo in virtù delle sue figure statiche, dei suoi volti inespressivi, delle sue 2 o 3 inquadrature buone per tutte le situazioni. Mi sono quindi accostato a questo Bruce J. Hawker con una certa riluttanza anche se in alcune interviste William Vance aveva dichiarato, o comunque aveva fatto capire, che il personaggio e l’ambientazione erano quelli a lui più congeniali.
In effetti questo integrale di Historica è stata una piacevolissima sorpresa, e secondo me si vede che Vance è appassionato della materia, tanto più che ha anche scritto i testi – comprensivi di spiegazioni dettagliate sull’uso dei cannoni, sui metodi di arruolamento, ecc. I disegni dei primi due episodi sono spettacolari, molto più sporchi e vivaci di quanto visto su XIII e Marshal Blueberry, e anche i colori di Petra contribuiscono alla suggestione dell’insieme – cosa ancora più lodevole se pensiamo agli anni in cui è stato realizzato il primo episodio, metà dei ’70.

Il protagonista è un giovanissimo (ma già canuto… un po’ un marchio di fabbrica degli eroi di Vance e della bédé in generale) capitano di Marina che nel 1800 si trova invischiato in un complotto che ne rovinerà la carriera. Arrembaggi, azione, vendetta, personaggi tagliati con l’accetta (ma con un certo margine di originalità), scrupolo documentaristico e illustrazioni mozzafiato sono gli ingredienti di questo appetitoso Bruce J. Hawker, e francamente chi se ne importa se c’è poco di storico e tutto di avventuroso in questa serie forse più adatta ad altri lidi piuttosto che alla rigorosa Historica.
I tre episodi qui raccolti sono stati realizzati nell’arco di quasi dieci anni e questo volume offre quindi l’occasione per ammirare l’evoluzione di Vance e per estensione anche dell’editoria a fumetti franco-belga, con ritmi e stili differenti a seconda delle mode e delle esigenze editoriali.
"I lettori non se ne accorgeranno mai!"
Rotta su Gibilterra è denso, lento, didascalico e occasionalmente ripetitivo: serializzato come striscia su una rivista femminile doveva chiarire ogni passaggio e occasionalmente riallacciare i fili del discorso. Integrato dalle tavole e mezze tavole della versione in volume è una lettura solida e spettacolare.
Per motivi che ignoro la Mondadori ha avuto un attacco di “eurismo” nel pubblicare Rotta su Gibilterra: la data di realizzazione è stata cancellata dalle tavole.
(en passant, nella biografia di Vance viene ricordato anche il misconosciuto XHG C3, unica incursione del disegnatore nel genere fantascientifico, pubblicato anch’esso su Femmes d’aujourd’hui, che molti tra cui lo stesso Vance ritengono la sua opera migliore perché realizzata in tempi strettissimi e quindi più espressiva e dinamica del solito – mi ha sempre incuriosito questo fumetto ma è improbabile che lo vedremo vista anche la sua durata ridotta).
L’Orgia dei Dannati venne serializzato su una rivista per ragazzi e Vance, libero di gestirsi il formato della tavole come meglio credeva, optò per una struttura di massimo tre strisce con frequenti splash pages. Me lo sono divorato nei 15 minuti di tragitto in autobus per andare al lavoro.

Con Reclutamento forzato entriamo nella fase della piena maturità di Vance, quando in contemporanea stava disegnando il primo episodio di XIII. Ormai il fumetto era stato abbondantemente sdoganato come letteratura tout-court e passatempo adulto, e anche in Bruce J. Hawker le situazioni diventano appunto più adulte e drammatiche. Stilisticamente si nota un netto stacco tra le tavole del 1983/84 e quelle riciclate dalle storie brevi di qualche anno prima. Per fortuna i dettagli delle divise e dei décors riescono a ravvivare queste tavole.
Reclutamento forzato è anche l’episodio stampato meglio visto che i primi due, sicuramente a causa dei materiali originali di stampa, soffrono di qualche problema di resa.
A integrazione del fumetto vero e proprio vengono proposti alcuni scritti e storie brevi che arricchivano le edizioni originali.

APPENDICE: “AMARE” NEL SENSO DI COSE NON DOLCI, NON DEL VERBO

Non per fare lo stronzo, ma Sergio Brancato sembra aver voluto lanciare una provocazione con alcune sue considerazioni all’inizio dell’introduzione. Se così non fosse, è per me un piacere prendere in castagna uno studioso della sua levatura, così come Guccini si compiacque di poter fare le pulci a Umberto Eco (per cui Guccini era il cantautore che aveva fatto rimare “amare” con “Schopenhauer”, fraintendendo però il significato di “amare”).
Dunque: non essendoci poi molto da dire sull’ambientazione storica, visto che lo stesso fumetto di Vance non la approfondisce, Brancato prende tempo e parla di come venivano presentati i fumetti su rivista dagli anni ’60 fino ai primi ’80: «i fumetti di successo nascevano sulle volatili pagine dei quotidiani, delle riviste popolari o dei rotocalchi, apparendo a puntate composte da poche tavole, magari confuse tra un articolo e una réclame [...] tutti nati senza particolare clamori su riviste che li proponevano nello spazio di poche pagine»
Il punto è che fa gli esempi peggiori per suffragare questa sua tesi: Corto Maltese, Petra Chérie, Max Fridman.
Corto Maltese veniva pubblicato su Sgt. Kirk, con pochi articoli e nessuna pubblicità a inframmezzare le almeno dieci tavole che venivano pubblicate di volta in volta (ok, con un salto di due numeri), e anche pensando alla sua di poco successiva pubblicazione sul Corriere dei Piccoli la situazione non cambia affatto.
Petra Chérie, il cui fascino devo peraltro ancora capire, forse veniva pubblicata «tra un articolo e una réclame», ma comunque si trattava di episodi completi e conclusi, senza alcuna frammentazione.
Max Fridman, poi, fu pubblicato in soli 4 numeri di Orient Express a blocchi di 20 (venti) tavole al colpo, per l’epoca una manna tanto che in una delle prime interviste a Giardino di Fumo di China si avanzava ironicamente l’ipotesi che Luigi Bernardi avesse varato la rivista proprio per pubblicare Rapsodia Ungherese. La situazione non cambia poi molto se Brancato si fosse confuso e avesse voluto scrivere Sam Pezzo invece che Max Fridman: varrebbe lo stesso discorso fatto per Petra Chérie, con ancora meno pubblicità in mezzo a Il Mago.