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martedì 16 settembre 2025

Il Dylan Dog di Tiziano Sclavi n. 32 - I Racconti di Domani 5: Ammazzando il tempo

Più che altrove ho notato in queste storie una maggiore articolazione e una tendenza più marcata al colpo di scena, quindi nascondo le parti più sensibili e chi vuole leggerle lo faccia a suo rischio e pericolo.

Il meraviglioso futuro che non c’è mai stato: uno scienziato di fine ’800 psicanalizza l’androide che ha costruito e favoleggia sul futuro radioso che un suo sogno preannuncia all’umanità. Originale e pervaso da un pessimismo che ne esalta l’amarezza.

Edizione straordinaria: una partita di calcio viene interrotta da una breaking news proprio nel momento cruciale di un rigore, per documentare la frenetica attesa per l’uscita del nuovo libro di Murakami. Ma è solo uno scherzo (amaro e rassegnato: interrompere il calcio per la cultura? Giammai!) dell’ormai familiare giornalista Eliza Kazan.

Doppelgänger: variazione sul tema del doppio, solo che qui di doppi ce ne sono troppi! Simpatico.

Il cadavere ingombrante: apparentemente sembrerebbe ispirarsi a Il Cuore Rivelatore di Poe, ma in realtà è una storia virata di più sul surreale e l’onirico. Molto carina.

La piccola Sally e la giustizia: la ragazza a cui è intitolata la storia è contemporaneamente un fulgido esempio di bontà e la vittima di un mondo crudele che richiede sforzi immani per procurarsi le cure per i parenti malati. Una notte sente dei passi che la inseguono: inutile tentare di fuggire, capisce che è predestinata. La morale della storia ce la dice il mostro che la ucciderà.

Variazione sulla macchina del tempo: il titolo dice tutto. Interessante però come in sole quattro pagine partendo da basi scientifiche e attraversando un disagio esistenziale si finisca con dello humour nerissimo che mi ha strappato una bella risata.

Scendendo: un giovane impiegato incappa nella collega di cui è innamorato e coglie l’occasione offerta dall’ascensore occupato per scendere le scale con lei. Solo che queste benedette scale non finiscono mai e sembrano scendere all’infinito, mentre in sottofondo si sente ogni tanto un rumore metallico e le porte d’accesso ai piani spariscono nel nulla. Tornare sui propri passi non serve che a ingarbugliare ulteriormente la matassa. La vicenda è molto intrigante ma purtroppo quando alla fine i due arriveranno nell’enorme stanza in cui si muovono gli ingranaggi (del palazzo o di tutto l’universo?) la storia rimarrà sospesa come la loro decisione se rimettere o no a posto il perno che facendo uscire dalla sua sede un ingranaggio ha causato questa situazione. Stavolta niente battuta fulminante risolutiva, quindi, ma forse una disquisizione sul libero arbitrio (servita però all’interno di un contesto molto suggestivo).

L’apparenza: fulminante boutade interamente muta in cui, se ho capito bene, non è presente tanto una critica all’urgenza borghese di ostentare che tutto va bene quanto un puro orrore sovrannaturale.

Così d’istinto direi che questo è il miglior numero della serie letto finora, oltretutto reso splendidamente dalle eccezionali tavole di Davide Furnò, che per i colori ha avuto il supporto di Giulia Brusco.

martedì 5 marzo 2019

Tex Stella d'Oro 29: L'Uomo dalle Pistole d'Oro

Un gruppo di criminali sta eliminando uno dopo l’altro (e con grande profusione di violenza) degli uomini maturi che dopo aver militato nei Texas ranger si sono rifatti una vita intraprendendo altre attività. Tex e Kit Carson arrivano tardi per salvare uno di loro, Leo McKiney, ma uno dei superstiti all’ultimo massacro rivela chi c’è dietro questa serie di carneficine: si tratta di Juan Gonzales, che vent’anni prima combatteva contro l’esercito nordamericano e già era noto come “Golden Guns” per la particolarità di usare due pistole d’oro. Uno dei Texas ranger che all’epoca riuscirono a catturare Gonzales era proprio un giovane Kit Carson.
Fatta la conta dei sopravvissuti del vecchio nucleo di Texas ranger, dopo una sommaria indagine Tex e Kit riescono ad anticipare le mosse di Gonzales che però non si fa prendere facilmente – per quanto sia a sua volta ansioso di poter finalmente regolare i conti anche con Kit Carson. Ma alla fine anche lui andrà incontro al suo destino, nonostante la trappola che ha architettato.
L’Uomo dalle Pistole d’Oro promette in quarta di copertina «agguati, galoppate e sparatorie», ma non si riduce a questo. Gli accenni storici, per quanto poco più che accennati, contribuiscono a dipingere uno scenario realistico ed evocativo, mentre quei pochi elementi di detection (che si limitano quasi solo a un bambino che per caso ha colto un dettaglio) sono sufficienti a intrigare il lettore. Inoltre il confronto tra la spietatezza degli uomini di Gonzales e i non meno spietati Texas ranger che in un flashback gli impiccano i fratelli davanti agli occhi è decisamente suggestivo, e pur nella sussidiarietà della sequenza, potrebbe costituire un commento di Ruju sul fatto che una guerra corrompe chiunque vi partecipi, e che a volerle cercare chiunque può trovare delle motivazioni per le sue azioni.
I disegni di Guéra sono ottimi, la sua ligne lourde (forse un po’ memore del lavoro di Victor de la Fuente?) è sia molto bella che espressiva e dinamica, estremamente funzionale al racconto. Non a caso le sequenze chiave della storia sono interamente mute, cosa che credo sia rara in Bonelli e su Tex in particolare. I protagonisti possono leggermente cambiare fisionomia di vignetta in vignetta, ma a me va benissimo così visto che la cosa è giustificata da esigenze espressive (agli integralisti texiani non so quanto piacerà). Come nel caso di De Vita, anche a Guéra sono stati affidati molti paesaggi, ma a differenza di quell’occasione stavolta il racconto non ne è venuto fuori più asciutto di quello che avrebbe potuto essere, anche se un paio di snodi della trama sono stati riassunti rapidamente nei dialoghi. La dimensione del cartonato alla francese non è forse ancora sfruttata al massimo delle sue possibilità, ma qui ci andiamo abbastanza vicino.
Unica nota un po’ stonata di questo albo (oltre alla sillabazione «gentil-uomo» invece del corretto «genti-luomo» a pagina 20) sono i colori di Giulia Brusco, lividi e piuttosto coprenti oltre che basati su grandi campiture non sfumate, forse per assecondare lo stile di moda negli Stati Uniti.