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martedì 4 giugno 2024

Il Morto 60: I Penitenti di Capo Irto

Questo sessantesimo numero de Il Morto riserva una gradevolissima sorpresa: al comparto grafico si sono aggiunti Ivan Parisi e Alessandro Romagnoli con la collaborazione di Angelo Montana, che hanno portato una bella ventata d’aria fresca. Non che la testata fosse carente a livello di disegni (se non nei primi tempi) ma il lavoro delle new entry è veramente valido, molto dettagliato e personale pur se il consueto intervento di Paolo Telloli e del suo Studio garantisce il mantenimento dell’impronta stilistica della serie. È vero che le loro suore sono un po’ troppo sexy ma a me va benissimo così. E anche i testi sono molto buoni.

Sempre alla ricerca di un suo ex commilitone e quindi di chiarimenti sul suo passato, Peg stavolta arriva in Sicilia. Qui però non riesce a trovare alcuna traccia del vecchio Totò, perché anni addietro si unì alla confraternita dei Penitenti di Capo Irto, monaci intransigenti che amministravano la giustizia parallelamente allo Stato, rinchiudendo nelle loro celle malversatori vari fintantoché non avessero scontato la pena ritenuta commisurata al loro crimine. L’idea è molto suggestiva, non so se Ruvo Giovacca si sia ispirato a qualche leggenda locale oppure a qualche romanzo o film.

I Penitenti sono tuttora operativi ma ben nascosti, e intervengono quando ricevono delle richieste d’aiuto in luoghi deputati secondo modalità specifiche. La vicenda di Peg si intreccia con quella di un ex-assessore corrotto appena liberato dopo sedici anni di clausura forzata (e quindi un po’ fuori di testa) e dunque con quella dei Penitenti stessi. La storia è molto movimentata e non priva in alcuni punti di una gradevole ironia. Ha inoltre il pregio di essere quasi una parentesi leggibile a sé senza fastidiosi cliffhanger o riassunti iniziali per ricordarsi cos’era successo nell’episodio precedente.

La consulenza per il dialetto (che Giovacca ha usato con eccessiva generosità, anche coi “sottotitoli” la lettura risulta un po’ rallentata) è stata fornita da Alfio Scalisi.

Anche la storia d’appendice, Evoluzione, è di livello molto buono: Gianluca Vici T. confeziona una storiellina che temevo avrebbe avuto risvolti moralisti mentre invece si risolve con feroce sarcasmo, Giuliano Bulgarelli la disegna molto bene.

lunedì 3 maggio 2021

Il Morto 47: Lama Rosy

Solito pistolotto sulla stretta continuity degli episodi recenti de Il Morto: con un ritmo di pubblicazione così dilazionato, ancor più rarefatto a causa del Coronavirus, non è facile seguire lo sviluppo della storia…

Stavolta Peg si trova ospite di altri due reduci della “Clinica delle menti perdute”, con rimandi addirittura al numero 2. Non trova la soluzione alla ricerca della sua identità, ma come da prassi consolidata trova una nuova pista che potrebbe fornirgliela. In questo episodio i riflettori sono però puntati principalmente sulla Rosy del titolo, la sicaria di Zaxan che è finita in galera. Anche qui riuscirà a rendersi utile al malfattore, che con le sue conoscenze massoniche non la farà restare in cella per molto. La rete dei mercanti d’armi subisce un duro colpo, ma la fine della storia si preannuncia ancora lontana.

Lama Rosy si concentra principalmente sulla vita nel carcere femminile, descritta con efficacia da Ruvo Giovacca, ma c’è anche un divertente assalto alla villa del Marchini da parte di malintenzionati capitanati dalla moglie di Piergiorgio Stella, che pensano bene di travestirsi con lo stesso costume del Morto (idea che si ritorcerà loro contro)! Niente male come tocco di ironia anche il mazzo di fiori con biglietto che Peg fa recapitare a Rosy alla fine dell’episodio.

Graficamente il livello è molto buono, Piero Conforti viene supportato alle matite da Vasco Gioachini che ha curato anche l’inchiostrazione, con ottimi risultati: vedi l’espressività dei personaggi da pagina 38 a 41.

In appendice la storia breve Colui che sta nell’ombra: i disegni di Dario Tuis sono a livello molto dilettantistico, i testi di Gianluca Javitt Vici T. non li ho capiti o forse questa è solo la prima parte della storia (o forse Tuis non ha saputo rendere bene quello che succede nella vignetta finale).

martedì 23 luglio 2019

Il Morto 38: Un segreto da custodire

Forse nella mia edicola di riferimento lo avevano nascosto particolarmente bene, forse la Menhir ha indicato il mese d’uscita sbagliato, sta di fatto che l’ultimo numero de Il Morto datato maggio 2019 io l’ho trovato solo la scorsa domenica. Visto che l’elenco delle fiere in terza di copertina è aggiornato a quelle estive immagino che il motivo della discrepanza sia il secondo, e che il mese viene indicato tanto per dare la parvenza di rispettare la dichiarata bimestralità. Comunque l’importante è che l’ho trovato.
Contrariamente a quanto lasciava intendere il mezzo cliffhanger con cui si era concluso lo scorso numero, Un segreto da custodire è una storia a se stante. Peg si unisce a una comitiva diretta alla volta di Prato e dintorni su un furgoncino della FIT che effettua un servizio a chiamata. L’autista del mezzo ha bisogno di lavorare e si fa mettere a posto alla meno peggio un guasto che potrebbe compromettere il viaggio. E infatti, come da copione, il furgoncino si rompe proprio nei pressi di Buria, una località tagliata fuori dal circuito stradale e che per questo è ormai praticamente deserta. Unici abitanti rimasti: una ragazza che gestisce un albergo, suo cugino e suo padre, un vecchio che non si vede mai ma che si sente quando batte i muri.
Giovacca imbastisce insomma un nuovo omaggio alle atmosfere del primo Pupi Avati, con una particolare attenzione alla provincia italiana (consulenza per il dialetto di Roberto Lari), una sapiente creazione della suspense e l’inevitabile rivelazione macabra. C’è anche spazio per l’umorismo grazie all’eterogenea comitiva di viaggiatori con cui si trova Peg; alla vecchina rompiballe io ho preferito il fiscalissimo impiegato dell’Agenzia delle Entrate, peraltro più funzionale alla risoluzione della vicenda.
Il Morto si fa vivo sul finale come da ormai consolidata abitudine, e anche stavolta resta l’impressione che la storia si chiuda un po’ troppo in fretta, per quanto sia stata una lettura piacevole.
I disegni di Piero Conforti sono buoni come sempre, la new entry Christian Urgese alle chine valorizza ancora di più la parte grafica. Forse mi sono lasciato suggestionare dal fatto che c’è un nuovo inchiostratore, ma mi sembra che certi dettagli, in particolare le mani, siano più curati che in precedenza.
In appendice la storia breve Darvin Awards: il soggetto di Gianluca “Javitt” Vici T. sarebbe anche simpatico (la sceneggiatura è invece un po’ confusa) ma i disegni di Dario Tuis sono veramente dilettanteschi. Immagino che si tratti di un fumetto di qualche anno fa ristampato in questa sede dopo un primo passaggio su rivista.