Visualizzazione post con etichetta Gigi Simeoni. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Gigi Simeoni. Mostra tutti i post

martedì 10 febbraio 2026

Dylan Dog Color Fest 56: Dissolvenze al Nero

Antologia di due episodi rispettivamente di 56 e 40 tavole.

Territorio Nemico è una storia kafkiana che inizia col botto: Dylan Dog si risveglia in un avamposto di confine dell’MI5 – che però mi pare si occupi di security interna e non sia nemmeno parte dell’esercito. Non ha memoria di come sia finito lì, gli viene solo ricordato che aveva mandato una pec in cui dava la sua disponibilità ad aiutare i militari (!), che in effetti di aiuto ne hanno dannatamente bisogno perché un nemico misterioso sta falcidiando i soldati mandati in avanscoperta nei boschetti circostanti lasciando solo dei cadaveri che sembrano morsicati da denti umani.

Lo svelamento del mistero è alquanto scontato (forse Gigi Simeoni contava proprio sulle aspettative di una soluzione rivoluzionaria per poi stupire il lettore con una totalmente prevedibile?) ma la narrazione è serrata e avvincente. Curioso il meccanismo, non so quanto volontario, per cui le battute più divertenti sono quelle che vengono fatte dagli altri in reazione a quelle di Groucho.

I disegni di Giuseppe Matteoni (ottimamente colorati da Sergio Algozzino) sono molto validi, magari non sempre azzecca la fisionomia giusta al 100% ma rispetto all’altra storia dell’albo fa un figurone.

Frequenza Zero è infatti realizzata in toto da Officina Infernale, autore (o collettivo) che dati i risultati ne ha ben donde di nascondersi dietro uno pseudonimo. Questo stile geometrico e ostentatamente sgraziato alla Ted McKeever o (orrore!) Gary Panter non lo digerivo quand’era di moda qualche decennio fa, figuriamoci oggi. Anche il ricorso al collage, stile tipico di Officina Infernale per quanto lo conosco, è poco funzionale a rendere l’invasività dei suoni come vorrebbe la trama.

Dylan Dog si sveglia infatti con un micidiale mal di testa che gli rende insopportabile anche il minimo rumore. A ciò si aggiunge che uno sconosciuto con impianti biomeccanici gli viene a morire proprio sulla soglia di casa dopo aver invano chiesto aiuto. La sorella del morto prontamente sopraggiunta gli rivela che si trattava di un seguace del musicista/mistico Isseo Isegawa morto in circostanze misteriose nel 1993 forse a seguito dei suoi esperimenti di modificazione corporea. Il tutto è una trappola per l’Indagatore dell’Incubo e lo spunto, piuttosto suggestivo, risulta un po’ sprecato per una storia breve – anche se lo stile giovanilistico dei dialoghi nella prima parte non invogliava alla lettura. Il salvataggio di Groucho è comunque geniale nella sua beffarda semplicità.

Il titolo del Color Fest è Dissolvenze al Nero e nell’editoriale Barbara Baraldi cerca di spiegarne l’attinenza con le storie senza convincermi molto. Ma si sa, il nero sta bene con tutto.

giovedì 20 novembre 2025

Dylan Dog Color Fest 55: Cosa conosce la Notte

È uscito oltre una settimana fa, ma ovviamente la frenesia lucchese lo ha fatto passare in cavalleria. Come si evince dall’editoriale di Barbara Baraldi è un numero un po’ speciale visto che presenta molti esordi.

Si comincia già dal soggetto della prima storia breve, ideato da Graziano Caminiti e sviluppato dal veterano Gigi Simeoni. Ne Il Club di Mezzanotte Dylan Dog si intrufola in una specie di gruppo di alcolisti anonimi che si riunisce a mezzanotte in una scuola abbandonata. Dalle loro testimonianze risulta che non hanno poi tutta questa voglia di abbandonare le vecchie abitudini e ciò da cui erano dipendenti. A uno a uno vengono fatti fuori da un mostro aracnoide mentre Dylan cerca di salvarli. Il finale che mi aspettavo non si è concretizzato (pensavo fossero dei drogati di paura) ma comunque la risoluzione della storia non entusiasma, per quanto suggestiva. Buoni i disegni di Francesca Ciregia colorata da Barbara Nosenzo, anche se non sempre azzecca il volto di Dylan Dog.

Piuttosto interessante Pioggia di Novembre di Giancarlo Manzano e Francesco Lo Manto: un vedovo che amava a tal punto la moglie da metterle una telecamera anche nella bara si è accorto proprio per questo che il suo cadavere si sta “risvegliando” e ingaggia Dylan Dog per fargli da assistente quando immagina che la defunta moglie tornerà definitivamente in vita, cioè in occasione del loro anniversario di matrimonio. In realtà dietro alla vicenda c’è una storia più complessa, ma Marzano utilizza le tematiche del controllo e della violenza di genere non come pura concessione ai temi caldi del momento ma come meccanismo funzionale alla risoluzione della trama. Per quel che riguarda i disegni, non amo molto gli schematismi alla Cavenago, però sia come segno che come colore Lo Manto è dannatamente efficace.

Si finisce con Dolcetto o Morsetto di Francesco Pelosi e Stefano Cardoselli, in cui viene ribaltata la prospettiva di Halloween: a Dead Rock sono i morti a vestirsi come i vivi per andare a “spaventare” i vicini ottenendo delizie quali frattaglie varie. L’idea è simpatica ma viene trascinata un po’ per le lunghe, Dylan Dog sembra essere stato infilato a forza nella trama e il comparto grafico è tremendo anche per un fumetto che essendo umoristico non si preoccupa del realismo.

giovedì 3 dicembre 2015

Color Tex 8

Siccome pareva brutto star lì a cincischiare ancora con l’albo in mano per verificare se la copertina l’avesse fatta veramente Liberatore (e sarebbe bastato togliere il pollice dall’angolo in basso a sinistra) alla fine l’ho comprato.
Sì, la copertina è proprio di Tanino Liberatore, che a mio avviso ha dato una prova migliore qui che non sulla copertina di un precedente Dylan Dog Color Fest, ma visto che non l’ho strappata per conservarla buttando via il resto ecco qualche considerazione sui contenuti:

Minaccia nelle Tenebre di Boselli e Franzella: la prima storia mi ha lasciato basito. Tex e Kit Carson hanno il compito di vegliare su un senatore che da qualche tempo sta ricevendo delle minacce di morte dalla sua stessa ombra trasformata progressivamente in un’entità demoniaca! In effetti si tratta di magia nera, in un mix di horror e western che comunque non è la cosa che mi ha perplesso di più.
Il punto è che Boselli ha impostato i dialoghi in modo da non lasciare nessuno spiraglio all’immaginazione e alla capacità critica del lettore, ma proprio nemmeno la minima ombra: Tex e Carson escono con inusitata facilità dalla fumeria d’oppio per i motivi che Tex snocciola con tanta sicurezza e precisione anticipando la scena della fuga; i pensieri di Eusebio sottolineano e confermano quello che il lettore dovrebbe avere intuito in autonomia durante l’incontro tra Sangston ed El Morisco (ed esprime pure dei dubbi che il lettore dovrebbe farsi!); lo stesso El Morisco ha una pazienza invidiabile nello spiegare alla fine quello che veramente è successo eliminando gli eventuali sospetti di incoerenza avanzati da Carson (ai quali trattandosi di una storia soprannaturale nessuno avrebbe badato più di tanto).
Probabilmente è un indice della professionalità e dello scrupolo di Boselli, eppure questo metodo di sceneggiare una storia mi ha lasciato di stucco.
Franzella è un bravissimo disegnatore, ma non mi è sembrato il più adatto per Tex, che disegna spesso con un volto troppo duro e un fisico a volte un po’ corpulento.
Il sospetto che sarebbe stato meglio spendere quei 5,50 euro in figurine dell’album di Tex ha cominciato a farsi prepotentemente largo nella mia mente ma per fortuna le altre storie sono nettamente migliori.

Sfida alla vecchia missione di Ruju e Tisselli: variazione sul tema della donna rapita dagli indiani, giustamente piena di luoghi comuni e di facili schematismi su quanto i nativi americani siano buoni e i militari dei pezzi di merda. È comunque una variazione sul tema e si riscatta con un finale non così scontato, probabilmente giocando proprio con le aspettative del lettore assuefatto ad altre storie analoghe.
Stupenda la parte grafica affidata a un redivivo Sergio Tisselli che ho trovato molto maturato dal Pignata realizzato con Magnus (non ci sono ritratti di Pippo Baudo tra le comparse, per capirci): i suoi acquerelli diafani creano un’atmosfera sospesa perfetta per le sequenze iniziali, anche se in effetti possono richiedere un minimo sforzo per contestualizzare alcune vignette.

La Banda Hogan di Simeoni: secondo me il pezzo forte dell’albo. Dei criminali appartenenti alla banda del titolo assaltano un corriere che invece di trasportare le paghe dei minatori portava un dispaccio con la sua nomina a vice-sceriffo della città di Bodie. Cogliendo l’occasione uno dei banditi si spaccia per lui in modo da infiltrarsi nella cittadina e liberare il capo della banda Hogan.
Oltre al soggetto non banale ho molto apprezzato in questa storia il fatto che super-Tex alla fine capisce l’imbroglio grazie alla sua capacità di analisi e a un po’ di fortuna. E chi se ne frega se Simeoni a volte lo disegna come se fosse un ragazzino.

Chindi di Mignacco e Vannini: Tex e Tiger Jack giungono sul luogo di un barbaro delitto in cui una famiglia di indiani Hopi è stata massacrata brutalmente per farsi rivelare dove si nasconde il mitico pueblo che la leggenda vuole traboccante di manufatti in oro. Tiger Jack riceve in sogno il compito di salvare la figlia dell’indiano torturato e ucciso, rapita dai criminali.
Forse come nel caso della storia di Ruju anche qui Mignacco ha voluto giocare con il lettore, impostando un ben congegnato colpo di scena finale in cui solo apparentemente ha contraddetto quanto fatto vedere nei disegni (se si rileggono i dialoghi precedenti alla rivelazione ci si accorge che tout se tient). Per fortuna, senza ricorrere a una “lettura guidata” come nel caso della prima storia.
Per quel che riguarda Luca Vannini rimando a questo esaustivo post di Ned. Io l’ho trovato molto buono, anche se forse le proporzioni e la posizione del cappello di Tex gli sono sfuggite di mano in qualche vignetta.