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domenica 15 febbraio 2026

Babs

Questo fumetto è esattamente quello che ci si aspetterebbe conoscendo lo sceneggiatore: una parodia del genere fantasy filtrata attraverso la sua volgarità infantile. E sì: checché ne dica Torunn Grønbekk nell’introduzione, Babs è semplicemente una parodia. Non proprio delle migliori.

La protagonista è una guerriera con una spada parlante e un cavallo più intelligente di quello che sembra. E, in sostanza, vede gente e fa cose trovandosi invischiata in situazioni più o meno tipiche del genere opportunamente rilette: scoiattoli infilzati nel culo di un orso, un esercito di scheletri guidati dai corrispettivi di Sandra e Raimondo Vianello, elfi che fanno orge (ma guai a mostrare anche solo mezza tetta), Barry la spada che non solo parla ma gesticola coi margini della guardia facendo anche il dito medio. Oh, che ridere, ma com’è sovversivo questo Ennis.

Praticamente un film dei Vanzina: il tizio a cui è stato incastrato un boccale in bocca se ne ritrova un altro nel culo per bilanciare la cosa. Solo che i Vanzina non avevano paura di mostrare una tetta.

In effetti c’è anche una parvenza di trama che si sviluppa: gli sfigati che Babs ha pestato per bene si alleano a un ordine di cavalieri xenofobi e populisti per ottenere vendetta mentre lei si imbarca alla ricerca del tesoro dei nani che però sono stati sfrattati dalle miniere (i cavalieri sono appunto xenofobi) e quindi parte alla riscossa dell’amica Izzy finendo pure lei schiava nella miniera dove il cattivone fa scavare i “mostri” opportunamente allontanati dalla civiltà.

Come spesso capita con Ennis c’è quindi il tentativo di nobilitare le sue minchiate di grana grossa con accenni di critica sociale, in questo caso lo sberleffo del maschilismo, del patriarcato, delle politiche razziste e delle teorie del complotto in generale. Purtroppo ciò si concretizza in discorsi che parodizzano quelli reali, così lunghi che alla fine diventano noiosi e inefficaci. Meglio gli riesce la critica a internet (sempre che non me la sia immaginata io), che come i villains della storia raccoglie solo informazioni anche contraddittorie senza approfondirle, trasmettendo la smania di dare voti – o stelle o cuori o pollici alzati…

A voler essere proprio buoni, le uniche cose che vagamente si salvano sono la gag ricorrente del nazgul un po’ sfigato che incrocia Babs e la trovata di pronunciare la formula di un incantesimo mescolandola alla confessione che viene estorta.

Jacen Burrows, colorato da Andy Troy e Lee Loughridge, non è male come disegnatore ma le sue immagini mi sembrano comunque un po’ vuote nonostante l’impegno che evidentemente ci mette per renderle espressive. Penso sia un problema di inchiostrazione: a volte i personaggi (la protagonista in primis) cambiano volto di vignetta in vignetta, e in generale le figure poco dettagliate sono veramente poco dettagliate.

Un fumetto trascurabilissimo, posso immaginare Garth Ennis che sghignazza al pensiero che le sue puttanate verranno prese seriamente e che magari qualcuno creda che ci sia un deuxième degré che eleva e giustifica battute e situazioni la cui destinazione ideale sarebbero le commediacce di Mariano Laurenti. Ma finché vende fa benissimo a farlo e non si può che invidiarlo.

lunedì 19 giugno 2017

Providence 3

Si conclude l’opera-monstre di Moore dedicata a Lovecraft. Un bellissimo fumetto, ma non il capolavoro che avrei voluto mettere nel Meglio del 2017 (che per la cronaca al momento contempla solo tre titoli risicati).
La vicenda di Robert Black termina nel decimo numero della saga, con una validissima spiegazione degli eventi in cui tout se tiens, che dimostra per l’ennesima volta l’abilità di architetto dello sceneggiatore, ma in cui forse il pathos è un po’ mancato e tutto sfiorisce più che concludersi. Ottima la trovata per cui l’elzeviro di Black diventa un McGuffin fondamentale per la parte successiva, ma la sorte del protagonista è stato un anticlimax micidiale e forse un po’ ingiustificato per quanto anticipato dalle sue ultime annotazioni.
L’undicesimo capitolo è quasi un corollario a tutto quanto letto in precedenza, un po’ come Dance of the Gull-Catchers lo fu per From Hell. È qui che il destino di Black si compie definitivamente, anche se il bandolo della matassa era già stato sciolto nell’episodio precedente. Il paragone con From Hell non regge poi molto perché qui Moore ha preferito uno stile frammentario piuttosto che narrativo, ma in fondo anche qui ha voluto esplicitare la sua poetica. A tal riguardo, segnalo che nella carrellata di influssi sulla cultura e sulla società Moore è stato un po’ avaro di segnalazioni di giochi di ruolo e videogame, per fortuna a suo tempo ci pensò Matteo Poropat.
Benché il dodicesimo capitolo sia formalmente la conclusione di Providence, in realtà lo è ancor di più del precedente Neonomicon, che a sua volta prendeva le mosse da Il Cortile, opera in prosa di Moore ridotta a fumetti da Andrew Johnston. Se il lettore non conosce queste due opere precedenti è probabile che rimanga perplesso davanti al finale, in cui agiscono dei personaggi che non sono mai apparsi prima in Providence, e in cui la storia si trasforma in una sorta di action movie lisergico (con assai poca azione, a dir la verità) dalla raffinata esercitazione letteraria che era fino al decimo capitolo.
In definitiva, Providence è stato una lunga dichiarazione d’amore per l’opera di Lovecraft, in cui  Moore ha fatto sfoggio di una documentazione sterminata e in cui lo stesso Lovecraft ha avuto un ruolo pienamente giustificato dalle stesse ricerche fatte. Come nelle migliori cose scritte da Moore, anche in questo caso la soluzione era evidente e gli elementi per decifrare la storia erano stati posizionati con maestria ed eleganza nei capitoli precedenti (a saperli cogliere, ovviamente). Anche le molteplici variazioni dei nomi lovecraftiani sono giustificate dal principale twist della saga, in cui vengono rivelate le identità dell’Araldo e del Redentore.
Moore è stato inoltre bravo come al solito a collegare le molteplici sottotrame, ma stavolta alcune (tante) cose che sembravano importanti non hanno poi avuto seguito: che ruolo ha avuto il massone Albert Pike che si vede nell’ottavo episodio? Che rito fanno le donne che si vedono all’inizio e alla fine del decimo episodio? La donna deforme che compare all’inizio dell’undicesimo capitolo è la madre di Carcosa vista ne Il Cortile? Qual’era la tavola anticipata all’inizio del quarto episodio? I riferimenti al nazismo non vanno poi oltre agli accenni nel terzo capitolo – e io che mi ero fatto tutta una teoria sull’“Araldo”…
E poi ci sarebbero altri aspetti del fumetto che a me personalmente sono sembrati quanto meno esornativi ma dalla sostanza incerta. La metanarratività estrema con i personaggi che sono consapevoli di far parte di una storia e si interrogano sul loro ruolo in essa è diventata un po’ stucchevole. Il birignao che Moore si inventa per i suoi personaggi più strambi (e qui sono tanti) dopo un po’ è insopportabile. L’armata Brancaleone che chiude la storia francamente mi è sembrata propendere troppo verso il brillante, se non proprio verso il parodistico e il comico tout-court ma, Cthulhu non voglia, spero che fosse proprio questo l’intento di Moore.
Le parti più dense, illuminanti e piacevoli risultano alla fine quelle in prosa: bellissimo il lavoro antropologico sull’origine dei miti delle popolazioni (e le ipotesi sulle possibili origini dei Miti di Cthulhu mi sono sembrate assai credibili), così come è rivelatore il discorso sull’effetto magico della letteratura, concetto che aveva avanzato scherzosamente anche Amelie Nothomb – ma forse alla luce delle considerazioni di Black/Moore era seria quando diceva di bandire i testi sacri.
Ma anche le parti in prosa non scritte da Moore sono interessanti. La postfazione di Rosanas, a dire il vero, sembra più che altro voler nobilitare la saga con rimandi ad Aristotele e Hegel, ma il pezzo di Leonardo Rizzi sulla difficoltà nella traduzione di Moore (e di Providence in particolare) è una lettura illuminante.
I disegni di Jacen Burrows si mantengono ai soliti buoni livelli, ma mi è sembrato che stavolta le sue posture fossero occasionalmente più rigide e meno espressive. Cosa più che giustificata, e che comunque non toglie nulla al lavoro complessivo: Burrows si è imbarcato nella tremenda ordalia di rappresentare nelle stesse tavole gli stessi sfondi con elementi diversi di vignetta in vignetta, una prova massacrante che solo il fatto di lavorare con Moore poteva giustificare.
Ripeto: Providence non è un capolavoro, ma è senz’altro un ottimo fumetto. E a furia di ripeterlo magari riuscirò a convincermene.

martedì 30 maggio 2017

Un pinailleur de Alan Moore !

In previsione della lettura del prossimo volume conclusivo di Providence mi sto rileggendo tutti gli episodi precedenti, e ho notato un errorino di Burrows:
Il villico Wheatley perde la medaglia che campeggia sul "rever" destro dell'accappatoio da una pagina all'altra. Un errore ancora più evidente (così evidente che me sono accorto solo alla seconda lettura...) visto che le tavole in questione sono stampate una di fronte all'altra.
Ma trattandosi di Alan Moore chissà che la cosa non abbia un significato particolare.

martedì 20 settembre 2016

Jacen/Jason Burrows

Scartabellando la collezione di giochi di ruolo ho notato che il supplemento Children of the Night: Vampires era stato illustrato da tal Jason Burrows. Trovo che sia molto simile come stile a quello di Jacen Burrows, il disegnatore di Providence ma non ho la certezza che sia proprio lui, anche perché io Jacen me lo immagino giovane (e le foto che ho trovato in internet confermerebbero questa mia impressione) e quel supplemento per Ravenloft era del 1997.
Wikipedia, comunque di suo non molto affidabile, non ha chiarito la cosa e non riporta nemmeno la data di nascita di Jacen Burrows ma per me è proprio lui visto che lo stile è abbastanza simile:

domenica 10 luglio 2016

Providence 2

Il viaggio alla ricerca dell’America sotterranea arriva a un punto fondamentale e rende progressivamente Robert Black confuso, affranto e sconvolto. E con lui il lettore.
Providence manifesta in tutta la sua austerità la propria natura di opera complessa e sofisticata, la cui lettura è diventata ormai piuttosto ostica. Non mi riferisco tanto alle molteplici citazioni o alla sovrabbondanza di solo testo scritto (che comunque in questi episodi ha sfiorato le venti pagine per capitolo) quanto agli argomenti e agli espedienti introdotti da Alan Moore. Nel primo episodio ci troviamo forse in un sogno dentro a un sogno dentro a un sogno, e in quello stesso capitolo il tessuto del tempo diventa malleabile e inaffidabile, facendo perdere al protagonista e al lettore il senso dell’orientamento. Lo so che alla fine Alan Moore riuscirà a tirare le somme di tutto, ma per il momento riuscire a raccapezzarci è una bella sfida.
Assolutamente indispensabile leggere le parti scritte (in cui troviamo finalmente una prima parte del famoso romanzo che Black dovrebbe scrivere!), così da capire ad esempio cosa abbia fatto il protagonista prima di incontrare Elspeth e soprattutto come sia arrivato a Boston, oltre ovviamente ad avere dei dettagli aggiuntivi sui pensieri e le motivazioni del protagonista. Per il resto, anche le parti a fumetti sono piene di doppi sensi e allegorie testuali quindi non sono meno ostiche delle pagine solamente scritte; e continua il giochetto di Moore col lettore… c’erano veramente i buchi e i fogli di giornale per riempirli nella casa di Goffs Falls? Dove ha lasciato Black il suo soprabito? In alcuni casi bisogna pure riprendere in mano il primo volume se si vuole controllare.
Tanta austerità e pretese letterarie non escludono comunque un lato umoristico (credo ad esempio che Moore abbia voluto giocare sull’equivoco che si genera coi suoi ospiti iniziali in quanto reanimators e non omosessuali) e una vena romantica (il ghoul che spiega a Black l’utilità di ogni vita, anche della più desolata).
Ci stiamo comunque avvicinando al bandolo della matassa e il rassicurante ultimo capitolo che mette in prospettiva quanto letto in precedenza (ma chi ci crede…) assomiglia tanto alla quiete, peraltro assai relativa, prima della tempesta.
Burrows si mantiene sugli stessi livelli precedenti, senza alcun guizzo che lo faccia emergere ma privilegiando uno stile misurato che a volte arriva anche a essere piuttosto elegante. Si conferma molto bravo a disegnare le scene di massa. Ma tutto sommato i disegni sono la cosa meno importante di Providence e il bardo di Northampton sembra sottolinearlo dando molto più spazio alla parte puramente letteraria dell’opera. Sperando che, nonostante i vari indizi disseminati da Moore, Providence non si concluda alla stessa maniera di Neonomicon, possibilità paventata anche da Antonio Solinas nella sua illuminante e approfondita appendice.
Se nel volume precedente mi era venuto il dubbio che la Panini avesse tagliato l’ultima parte del diario di Black, qui viene riportato per due volte lo stesso testo come citazione conclusiva ai primi due capitoli. Ma anche in questo caso probabilmente non è un errore perché i due episodi si svolgono nella stessa località e tutto sommato la ripetizione ha un effetto ipnotico che ben si adatta all’atmosfera straniante di quei capitoli.

mercoledì 25 novembre 2015

Providence 1

Non è che crossed +100 non mi sia piaciuto, ma gli ho preferito di gran lunga questo Providence. Così a occhio mi pare che Alan Moore abbia voluto riprendere lo schema di Watchmen per applicarlo al corpus delle opere di H. P. Lovecraft e nel suo pezzo conclusivo La Strada per Providence Antonio Solinas è dello stesso parere. Anche qui c’è una parte a fumetti (dannatamente piena di rimandi e strutturata in maniera complessa e niente affatto lineare) integrata alla fine di ogni capitolo da parti scritte la cui lettura è obbligatoria per cogliere tutte le sfumature della storia e capire certi collegamenti e particolari non enunciati espressamente nella parte a fumetti. E ricordo oltretutto di aver letto da qualche parte che Providence si comporrà in totale di 12 episodi, altra analogia con Watchmen.
Robert Black è un giornalista dell’Herald che lavora nella New York distopica del 1919, in cui tra le altre cose sono attivi dei sistemi per il suicidio assistito come in Futurama (ma fanno molto meno ridere, soprattutto dopo aver riletto il primo episodio e aver capito chi è il personaggio che ne usufruisce). La sua carriera di giornalista si avvia comunque alla fine visto che, alla ricerca di argomenti per riempire una mezza pagina e affascinato dal mistero che pervade il libro Sous le Monde, finisce invischiato nella ricerca delle fonti originali del libro maledetto e dei suoi sottoprodotti per farne un romanzo, addentrandosi di capitolo in capitolo sempre più in profondità nel New England descritto da Lovecraft alla ricerca di una fantomatica «America sotterranea».
Moore è stato grandioso nell’associare e rielaborare alcuni elementi di questo quest fondendoli in un unico immaginario che rimanda a qualcosa di spaventoso che si sarebbe concretizzato in Europa qualche anno dopo gli avvenimenti di questa storia.
Providence è un’opera monumentale sin dai primi 4 episodi qui raccolti: le parti a fumetto sono molto dense e ovviamente ricche di citazioni, e la “zibaldone” d’appendice in cui Robert annota i suoi appunti e archivia documenti trovati nel percorso è ancora più ricco di informazioni e di suggestioni. C’è in effetti anche la sensazione che Moore giochi con il lettore (era veramente presente un vaso di colla sul tavolo di Willard Wheatley? Robert aveva o non aveva il cappello quando è entrato in casa di Suydam?) anche a livello metaletterario, soprattutto quando Willard fa riferimento all’appartenenza del protagonista a «n’altra storia». Nonostante questo, per quanto si tratti di una lettura molto impegnativa, Providence è molto appassionante grazie anche alla sua struttura per cui progressivamente il protagonista arriva sempre più vicino alla fonte del mistero. Inoltre le parti scritte, per quanto piuttosto ponderose  (anche una ventina di pagine per capitolo…) offrono occasionalmente qualche inaspettato spunto umoristico come ad esempio gli esiti degli interessi sentimentali del protagonista – Robert Black è omosessuale, ma a quanto trapela da alcune scene è solo una delle cose che dovrà tenere nascoste ai puritani americani di inizio secolo.
Certo, sarà un supplizio aspettare la prossima uscita, anche al pensiero che le parti scritte fanno talvolta da ponte tra un episodio e l’altro, introducendo particolari che il lettore accorto saprà ritrovare nel capitolo a fumetti immediatamente successivo, con la speranza che l’ultima annotazione del 18 agosto finisse veramente così e non sia stata tagliata dalla Panini. Ma per quando uscirà il secondo numero chi se li ricorderà più i vari indizi disseminati. E chissà quando capiremo i riferimenti all’enigmatica prima tavola del quarto capitolo.
Ai disegni Jacen Burrows ha fatto un buon lavoro, trovo che sia molto cresciuto rispetto agli altri suoi lavori che conosco – cioè, così a memoria, solo Cicatrici scritto da Warren Ellis. La sua rappresentazione del protagonista nella sequenza della fuga nel lago sotterraneo del secondo capitolo mi ha ricordato a tratti addirittura l’eleganza di Vittorio Giardino. Purtroppo il colorista Juan Rodriguez interpreta praticamente sempre le cavità orali delle bocche anche appena socchiuse come fossero denti, ma dopo un po’ non ci si fa quasi caso.
L’edizione cartonata italiana mi è sembrata molto valida, ben stampata e tradotta con la cura che necessita il diabolico Moore sempre prono all’invenzione di birignao (la citazione di cui sopra è corretta: «n’altra storia» e non «un’altra storia») e amante dei calembour. Ad arricchirla c’è anche un’appendice con il florilegio di variant cover realizzate da Burrows. Quasi del tutto assenti i refusi, Suydam diventa Suydman nel diario del secondo capitolo ma magari è stata una trovata per vedere se il lettore stava attento. Questa versione italiana, «per la prima volta al mondo in volume», è arricchita da un’introduzione e una postfazione di Antonio Solinas, in cui si dice anche (quelle finesse!) che Alan Moore scrisse il precedente Neonomicon spinto da necessità economiche.