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venerdì 15 dicembre 2023

The Ambassadors 1

Dopo alcuni tentativi andati storti e tanta propaganda, gli Stati Uniti hanno perso la corsa al supereroe. A vincerla è la Corea del Sud: Choon-He si è creata un corpo sintetico potentissimo per vendicarsi dell’ex-marito Jin-Sung che l’ha denunciata e fatta finire in prigione a causa della visione differente che avevano dei superpoteri: lui voleva venderli al miglior offerente, lei in una conferenza mondiale dichiara che li darà ai rappresentanti più degni e altruisti del proprio Stato d’appartenenza. Basta mandare la propria nomination e se si è ritenuti meritevoli si entra in questo team di pronto intervento e si viene forniti di un bracciale che permette di connettersi al database dei superpoteri per sceglierne un massimo di tre per volta.

Gli Ambassadors si occupano di problemi di poco conto come di calamità naturali, ma alla fine dovranno vedersela anche con l’elite di spietati miliardari capitanati da Jin-Sung, che a loro volta hanno i superpoteri. Occasionalmente fa capolino una figura misteriosa che giustifica almeno un po’ il prologo eccessivamente lungo e sarà fondamentale nel massacro finale con cui (sempre di supereroi si tratta) si conclude il volume. Piccola nota di merito per Millar: il traditore tra le file dei “buoni” è una figura insospettabile ma molto logica.

Come spesso avviene nei fumetti di Millar, più che una storia di supereroi è una satira. E come altrettanto spesso avviene, l’umorismo nerissimo di Millar sfiora il grossolano e sfocia nello splatter  senza che ce ne sia alcun motivo, solo per il gusto di épater la bourgeoisie abituata ai più blandi fumetti DC e Marvel.

Purtroppo la carrellata di disegnatori diversi è straniante. Dopo Frank Quitely c’è l’eccessivamente schematico Karl Kerschl (i colori di Michele Assarasakorn assecondano il suo rachitismo), poi il freddo e dettagliatissimo realismo di Travis Charest, un efficace Olivier Coipel sospeso tra espressività e naturalismo, il più canonico ma anch’egli espressivo Matteo Buffagni e per finire lo stilizzato ma elegante Matteo Scalera.

Ognuno è quantomeno passabile in sé, con molte punte di eccellenza, ma vedere tutti questi stili diversi in un’unica soluzione è stordente, né c’è stata una supervisione attenta a mantenere la coerenza grafica dei protagonisti: al di là di Scalera che non si è ricordato del piercing al naso dell’Ambassador brasiliana, soprattutto Jin-Sung è butterato, grasso e occhialuto o qualsiasi combinazione di queste caratteristiche a seconda dell’estro del singolo disegnatore.

Completano il novero dei coloristi Dave Stewart, Giovanna Niro e Lee Loughridge (e poi ci sarebbe Vincent MG Deighan che ha aiutato Quitely).

A differenza di altre raccolte in volume di fumetti più o meno seriali, questo primo volume ha il pregio di essere perfettamente concluso – e si chiude con una bella battuta urticante.

domenica 15 marzo 2015

Cosmo Color USA 12 - Le Armi del Meta-Barone 1 (?): Senza-Nome



Solo io l’ho trovato con una settimana di ritardo? Comunque:
Le Armi del Meta-Barone è il seguito de La Casta dei Meta-Baroni e immagino che il progetto originario fosse quello di dare inizio a una nuova serie che però si è arenata qui. Il fumetto è esattamente quello che mi aspettavo da Jodorowsky e Charest, anzi addirittura meglio.
Sopravvissuto all’iniziazione rituale dei Meta-Baroni, Senza-Nome è impegnato in una cerca per conto degli Intra-Dormienti che risiedono al centro dell’onfale, il cuore del suo universo a forma ottagonale, e che riescono a pacificare le menti degli abitanti della galassia coi loro influssi onirici. Una razza di «vampiri psichici dalla potenza formidabile», gli HulzGemelli, minaccia di «alterare le leggi dell’universo», e per questo è necessario che Senza-Nome trovi 4 armi (ehm, io però ne ho contate solo 3...) in grado di fermarli, da qui il titolo del volume. Un’ennesima declinazione del viaggio iniziatico da parte dell’autore dell’Incal, ulteriormente arricchita da elementi freudiani non banali, rimandi esoterici e trovate originali: l’omnigraal, una delle armi che il Meta-Barone deve recuperare, fa perdere la memoria e quindi chi lo possiede deve avere qualcuno che gli ricordi chi è e cosa sta facendo.
I disegni di Travis Charest sono spettacolari e poco importa se si è servito massicciamente del computer (e se lo dico io...). Il lavoro di cesello è impressionante e anche se la narrazione dovesse latitare (e non dico che lo fa ma si sa che davanti a disegni troppo belli c’è sempre qualche anima semplice che li accusa di leziosità) c’è l’immane suggestione di vignette e tavole doppie incredibilmente evocative.
Il passaggio del testimone a Zoran Janjetov avviene in maniera inevitabilmente traumatica. Il collaboratore storico di Jodorowsky offre una prova comunque dignitosa ma ben distante dalla esaltante grandeur di Charest. Ho riscontrato inoltre in Janjetov una declinazione eccessivamente caricaturale di alcuni elementi: quando mai il Meta-Barone ha avuto quelle sopracciglia?
Le Armi del Meta-Barone resta purtroppo una gemma isolata e da antefatto della saga che avrebbe potuto generare (si intuisce che ognuno degli otto angoli dell’universo avrebbe dovuto costituire materiale per altrettanti volumi) è finito per diventare uno one shot isolato. Potrebbe anche darsi che il volume sia il risultato del rimaneggiamento e dell’integrazione di un altro progetto ancora, visto che alla storia portante è stata aggiunta un’introduzione realizzata da Janjetov e che il corpus delle tavole di Charest è stato letterato in maniera molto diversa dal resto – o forse solo questa versione della Cosmo ha le nuvolette ellittiche con un piccolo parallelepipedo nero in cima?