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mercoledì 5 novembre 2025

La Fine del Mondo 0

[ignoro se possa interessare a qualcuno, comunque la messa online di questa recensione era prevista per ieri sera, solo che un micidiale febbrone post-Lucca mi ha impedito di rimetterci mano. Confido di recuperare il ritmo di pubblicazione delle novità lucchesi già da oggi

All’epoca delle riviste di fumetto d’Autore pare che alcuni lettori avessero l’abitudine di aspettare la conclusione delle storie a puntate per leggerle tutte di seguito. Su Fumo di China 20 Magnus confessò addirittura di non aver letto La Fiera degli Immortali di Bilal che compariva su Alter perché divisa in più parti. Se in passato la frammentazione dei fumetti era sgradita, figuriamoci quanto possa esserlo nel frenetico presente con tutti gli stimoli e gli aggeggi e i social network a distogliere l’attenzione dalla lettura e a ridurre le facoltà mnemoniche dei lettori. Azzardare una testata mensile (eh, sì: mensile) con delle storie a puntate richiede un grande atto di fede, riposta forse di più nel nome di richiamo di molti autori e sul basso costo (4 euro) piuttosto che su un ritorno della passione per i fumetti nel grande pubblico.

La Fine del Mondo è uno spillato di grandi dimensioni a colori stampato su carta assai povera, anche il cartoncino della copertina non è di altissima grammatura. Le pagine sono 72 e sono quasi interamente occupate dai fumetti. La loro declinazione ne contempla praticamente ogni possibile tipologia. Ci sono vignette e one-pager, “liberi” autoconclusivi, storie a puntate (cioè espunte da una narrazione più lunga) e storie a episodi (con un inizio e una fine determinati ma facenti parte di un complesso più vasto).

A parte le pagine pubblicitarie gli unici redazionali sono gli editoriali all’inizio della rivista e le biografie degli autori alla fine. Nel presentare il progetto Maicol & Mirco ne parla anche come di una «palestra» per questa generazioni di fumettisti, una definizione che stride con la conclamata affermazione di quasi tutti gli autori coinvolti e con l’età non proprio verde di nessuno di loro. Anche Andrea Fabozzi introduce la testata ma non ho ritenuto irrinunciabile la lettura del suo pezzo dopo che all’inizio cita Friedrich EnGLes. Curiosamente l’unico altro refuso che ho trovato è stato «coNpagno» invece di compagno nella storia di Alice Socal – entrambi gli errori in una rivista allegata a Il Manifesto.

Ad aprire le danze è Dio della guerra (o MOAB?) di Gipi, in cui dei soldati combattono contro mostri cthulhoidi mentre vengono ripresi o comunque seguiti sui social. Impossibile farsene un’idea da queste sette tavole che si concludono sul più bello, potrebbe benissimo essere l’ennesima declinazione di uno dei soggetti più sfruttati.

Shintaro Kago propone la storia breve World Hygiene Expo, una grottesca parabola sull’ossessione per l’igiene che sfocia nell’horror. Non proprio chiarissima ma molto godibile anche per la bella realizzazione grafica.

Zerocalcare scrive e disegna (mentre Alberto Madrigal colora) Che pasticcio signor Gattini! su un faccendiere suicida colluso con la politica, in un universo di animali antropomorfi. La storia è coinvolgente e presenta molte trovate divertenti, se continuerò a comprare La Fine del Mondo sarà principalmente per questa storia – che è a episodi e quindi pur essendo inserita in una narrazione più ampia offre un punto fermo alla fine di ogni capitolo.

Sulla cassa del morto di Lise e Talami è una specie di rilettura de L’Isola del Tesoro in chiave geriatrica (non che ci si capisca molto in queste quattro pagine). Il potenziale interesse per il soggetto viene stroncato dalla parte grafica.

Potrebbe andare peggio è il resoconto del doloroso naufragio del matrimonio di Alice Socal. L’estetica lascia quasi del tutto lo spazio alla composizione grafica visto che lo scopo dell’autrice è quello di sfogarsi piuttosto che raccontare una storia.

Non va peggio ma va anzi nettamente meglio grazie a Kalina Muhova che in Art School fa a sua volta dell’autobiografismo (o presunto tale) ma filtrato dall’ironia e disegnato con maggiore cura, anche se comunque non si grida al miracolo. Purtroppo sono solo quattro pagine interrotte sul più bello.

Credo di aver intuito vagamente di cosa parla La locanda di Zuzu, ma le tavole respingenti non mi hanno indotto ad approfondire.

Eliana Albertini con Il lavoro dei sogni racconta la sua attività infantile di ingenua venditrice di sassi. Ho gradito molto di più questo lavoro rispetto a quanto avevo già letto di lei. La vicenda è teneramente divertente e l’autrice usa con abilità il linguaggio del fumetto. Ma è solo un primo blocco e già si intravedono sviluppi che vedremo solo nel prossimo numero. Se la storia fosse finita una pagina prima sarebbe stata una godibilissima short story.

Martina Sarritzu torna a raccontare una storia di amicizia femminile adolescenziale frammista ai primi approcci con l’altro sesso. L’ipertrofia dei testi e il gran numero di vignette per tavola portano alla semplificazione del suo tratto e al frequente ricorso a primi piani e dettagli. La storia è carina ma non ho capito se finisce qui come il sottotitolo Guastafeste. lascerebbe intendere (e quindi la conclusione è un po’ amara) o se la stessa trama continuerà come First loves I failed, con una possibilità di sviluppi futuri riparatori.

Ken il Corriere è opera del Dottor Pira e quindi la parte grafica fa volontariamente e ostentatamente schifo. Confesso però che ho riso di gusto con questa interpretazione di Kenshiro in versione motociclista per consegne espresse.

Anche i disegni di Maicol & Mirco mostrano la corda nella dimensione della storia lunga, laddove nelle vignette singole hanno un loro perché. Il mio amico Satana, in cui una bambina invoca il diavolo per risolvere i problemi del mondo, è sicuramente simpatico e originale (né mancano battute divertenti) ma queste otto tavole sono solo un antipasto.

Prima del finale sfilano I Disumani di Bruno Bozzetto, vignette o brevissimi sketch di poche battute dal retrogusto pessimista se non proprio catastrofista.

Il finale è affidato a Blu, che nell’unica immagine a tutta pagina Ultima spiaggia riesce a raccontare più di quanto abbiano fatto molti degli autori presenti in questo numero.

La nascita di una nuova rivista a fumetti non può che farmi piacere, anche se La Fine del Mondo è programmaticamente ben distante da Il Grifo o L’Eternauta. I nomi eccellenti coinvolti dovrebbero garantire se non altro una buona visibilità, ma proprio in quanto tali immagino che abbiano dei cachet che potrebbero rendere difficoltoso mantenere il prezzo a soli 4 euro. Spero inoltre che questo numero 0 venga distribuito anche in edicola visto che altrimenti gli acquirenti dell’1 (in uscita appena a gennaio) si troverebbero con delle storie già iniziate.

martedì 7 novembre 2023

Good Girl - Paracity - Wanona e i cani blu

Maledizione, MalEdizioni, ma le edizioni della collana Finestrini non potete distribuirle tutte insieme invece di centellinarle nel corso del tempo?

Come ho già avuto modo di scrivere, la Self Area è sicuramente una delle proposte più interessanti della Lucca di oggi, pur se all’aumento della qualità (intrinseca e cartotecnica) dei prodotti indipendenti ha corrisposto anche un incremento del loro costo. È bello setacciare il bancone che accoglie i visitatori nella stanza dove vengono fatte le conferenze alla ricerca di gioiellini e così ho rinvenuto altri bei “Finestrini” che sicuramente se negli anni scorsi mi sono sfuggiti è a causa della loro mancata presentazione in fiera e non perché non li avessi degnati della giusta considerazione – il più vecchio risale addirittura a tre anni fa!

Good Girl di Eliana Albertini (datato maggio 2020) è una raccolta di storie brevi in cui l’autrice rievoca principalmente episodi legati alla sua passione infantile per i peluche. Si tratta di aneddoti divertenti in cui molti potranno rivedere la propria ingenuità (ma anche la propria paraculaggine) di bambini. Lo stile della Albertini, che non mi aveva per nulla convinto in A.M.A.R.E. qui è sicuramente adattissimo per evocare la levità di uno sguardo innocente, e le sue tavole sono integrate da fotografie e disegnini e (pezzi di) temi dell’epoca, quasi a sancirne una Denominazione d’Origine Controllata.

Paracity (gennaio 2021) è un racconto muto che parte dalla città omonima, dove ognuno si porta appresso un’ombra scura (la paranoia che evocherebbe il nome della città?). Molti altri elementi grafici, a partire da manifesti e telegiornali ma pure segnali stradali e insegne dei negozi, ripropongono il tema dell’oppressivo cerchio nero, e nemmeno la gitarella che il protagonista farà al mare liberandosi della propria “ombra” gli darà la pace visto che a casa ce n’è già un’altra che lo aspetta.

Se lo stimolo di partenza potrebbe essere identificato con il disagio dovuto al COVID, non sono riuscito a capire il livello fatico del fumetto: Laura Micieli vuole dirci che le nostre ansie sono programmatiche e dovute a un governo, a una pubblicità e a mezzi di comunicazione oppressivi (ma che colpa ne hanno una pallina di gelato o il caffè in una tazzina?) oppure che nella società moderna per sfuggire alla depressione bisogna abbandonare i centri urbani (è nel boschetto a ridosso del mare che l’ombra del protagonista si ricongiunge con altre ombre) o ancora che le paure e le frustrazioni sono in fondo qualcosa di positivo che possono anche aiutarci a vivere (quando il protagonista lascia la propria, una lacrima gli solca il viso)? Difficile dirlo, a rileggere le ipotesi mi pare che non si escludano a vicenda; in fondo anche questo mistero contribuisce al fascino del fumetto. Molto bella la parte grafica, con un tratto stilizzato elegante e un po’ xilografico e pochi colori dati sapientemente.

Wanona e i cani blu (aprile 2022) di Chiara Abastanotti è il lavoro più canonico dei tre e racconta di una spedizione rituale intrapresa da tre ragazzu (in questo mondo il sesso lo si sceglie dopo questa iniziazione, perciò alcuni vocaboli non sono declinati ma terminano in –u). Il loro scopo è piantare dei semi miracolosi che maturano quasi istantaneamente, in modo da fermare l’avanzata del deserto. Wanona viene però distrattu da un cane blu che le/gli fa perdere la pista portandola/o a contatto con un’altra popolazione.

Inizialmente mi era parso uno spreco che delle idee tanto interessanti si esaurissero in 24 tavole (e d’altro canto in quarta di copertina si cita un’altra opera di cui questa sarebbe un tassello) ma il geniale colpo di scena finale giustifica pienamente le dimensioni dell’opera. I disegni sono molto belli e il colore è usato in modo molto espressivo ma anche ragionato, vedi la chioma invadente di Wanona.

giovedì 6 maggio 2021

A.M.A.R.E.

I prodotti alternativi, se non li si ama “a prescindere”, sono sempre un azzardo. Per un Padovaland (ma anche un Via di qui) che convince e appassiona, anzi entusiasma, ci sono tanti altri prodotti chiusi nel loro autocompiacimento e sbandieranti orgogliosi la loro limitatezza tecnica come scelta di campo.

A.M.A.R.E. deve il suo titolo (diverso da quello con cui fu originariamente presentato) alle iniziali dei nomi delle cinque autrici. Le antologie tutte al femminile che ho letto non mi hanno deluso o si sono addirittura rivelate buone, la fiducia verso la Canicola di Padovaland ha fatto il resto. Ma purtroppo stavolta non mi è andata bene.

La prima storia, Un passo indietro di Marina Sarritzu, è il resoconto del rapporto di amicizia tra due ragazzine dai primi anni delle medie fino ai diciotto anni. Ho riscontrato molti parallelismi con l’ultimo romanzo di Silvia Avallone, ma immagino che dato l’argomento sia inevitabile.

Più che narrate, le scene vengono evocate dalla voice over: la “storia” racconta l’avvicendarsi degli alti e bassi nel loro rapporto in cui la ragazza più remissiva e ingenua prende via via il sopravvento su quella che apparentemente era la più esperta. Il tratto della Sarritzu è volutamente sgraziato e i personaggi sfoggiano dei “mascheroni” grotteschi anche se non proprio mostruosi, mentre le anatomie vengono risolte così come viene. C’è però anche una grande cura per i dettagli.

Torta di vermi fatta in casa è molto originale, ambientata in un mondo di hobbit, vampiri e fantasmi. Il riferimento all’identità di genere promesso dalla quarta di copertina è mantenuto solo con il personaggio di una troll che si veste come un maschio, per il resto confesso che la trama non mi è sembrata affatto chiara e mi ha dato l’impressione che questa storia sia stata espunta da un fumetto più lungo. I disegni sarebbero anche belli (a volte molto belli) se Amanda Vähämäki li avesse curati un po’ di più o almeno li avesse inchiostrati.

Beccaccia, un animale strano di Roberta Scomparsa è il fumetto che mi ha convinto di più a livello grafico: un underground caricaturale dai neri molto profondi dove serve e con dei personaggi espressivi e riconoscibili anche se i volti sono disegnati in maniera molto semplice. La storia, invece… Semplicemente vengono evocati (anche qui con l’artificio del resoconto della protagonista) i vari incontri che Robinia ha con la punkabbestia Beccaccia, con alcune situazioni divertenti ma senza alcuna direzione chiara verso cui tendere.

La salamandra è invece il fumetto secondo me disegnato peggio. Non è solo una questione di estetica: se i volti e i corpi sono delle masse uniformi e quindi confuse come dobbiamo interpretare il fatto che la protagonista viene definita bella: è un commento sincero o è ironico? Per fortuna lo si capisce alla fine dal contesto, ma lo stile minimalista dell’autrice non è adatto a una storia realistica. Perlomeno Eliana Albertini ci agevola disegnando le tre protagoniste con dettagli con aiutano a identificarle: laddove Elena è “neutra”, Gabriella è bionda e Claudia porta un cerchietto nei capelli. La storia racconta, tramite il resoconto via mail a un amico, di quando Claudia è stata invitata a una festa. Gabriella non la sopporta, mentre Elena le è veramente amica. Alla festa Claudia potrebbe tranquillamente concedersi a Franz, che le altre dicono di disprezzare ma in realtà chissà. Si gira un po’ a vuoto, ma almeno c’è il tentativo di creare qualcosa che sia più di uno “slice of life”.

Per concludere, il caotico Ti odio tantissimo di Alice Socal: uno spaccato delle relazioni all’interno di un gruppo di giovani, non sempre facile da seguire a causa della resa animalesca di alcuni personaggi e delle metafore grafiche adottate. I disegni molto stilizzati vengono integrati da passaggi di matita o mezzatinta che finiscono per sporcare l’insieme, quasi a testimoniare la genuina artigianalità della storia.

In sostanza questa antologia ha, sparse per i vari fumetti di è composta, tutte le caratteristiche che si richiedono al moderno graphic novel così come viene percepito comunemente: disegni molto semplici quando non proprio brutti (o comunque svogliati), narrazione diaristica affidata alle didascalie e non ai disegni (e allora che fumetto è?), richiamo a situazioni pruriginose (ragazzine che scoprono il sesso, ma in realtà è uno specchietto per le allodole).

Non ho dubbi che nel loro genere questi fumetti siano molto apprezzabili (o perlomeno Vähämäki e Socal sono professioniste con anni di lavoro alle spalle, persino io le conosco di fama), ma non è proprio il mio genere.