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sabato 21 marzo 2026

Dimwood

Ultima opera di Richard Corben, completata dalla figlia Beth e dal colorista e rifinitore José Villarrubia. Non mi pare che sia stata ancora pubblicata in Italia. Pur riconoscendo l’importanza che Richard Corben ha avuto nel panorama del fumetto mondiale, poche delle sue opere mi hanno convinto del tutto a livello grafico. Il secondo volume di Den, Bloodstar, il primo Mondo Mutante, poco altro. Fatti vedere i muscoli con delle tavole splendide si è appiattito su uno stile che dietro l’apparente scelta di voler abbracciare il grottesco celava forse il disinteresse per lavorare di cesello. Tanto si era già costruito un seguito fedele. Basta confrontare le sue tavole a fumetti con le sue meravigliose copertine, in cui invece non si risparmiava e si ricordava ancora le proporzioni anatomiche. Questa sua ultima opera non poteva ovviamente ribaltare la deriva imboccata da decenni, tanto meno se elaborata al computer.

Xera Dim ritorna nella magione di famiglia in occasione del funerale della madre, ma poco prima di mettervi piede ha uno strano incidente che le impedisce di proseguire con l’automobile. Ad accoglierla dopo un’inquietante traversata nel bosco circostante è il fratello Noah, con cui ha condiviso un’infanzia traumatica segnata dalla violenza del padre adottivo. Ma dopo la notte passata nella decadente villa di famiglia Xera scopre che Noah lo ha visto solo lei e che il ragazzo (o uomo, impossibile dare un’età ai volti deformi di Corben) non dà notizie di sé da molti anni. Ben reale è invece la presenza della piccola Karen Murston, i cui vaneggiamenti anticipano il ritorno del Demone di Dimwood. Anni fa si erano infatti verificate nel paese attorno alla tenuta dei Dim delle efferate uccisioni e la cagione era un mostro che evidentemente si è ridestato.

Unendo Poe e Lovecraft Richard Corben ha imbastito una storia piuttosto ricca in cui convivono fantasmi ed esperimenti disgraziati. L’identità del mostro (e con essa la soluzione del mistero) si manifesta a metà del volume, un’ottima scelta per evitare di creare nel lettore l’aspettativa di una rivelazione che poi magari avrebbe potuto deluderlo. E poi così si dà via libera all’azione, di cui Dimwood è piuttosto generoso.

La narrazione è un po’ frammentaria e alcuni cambi di scena sono repentini e inaspettati o programmaticamente “sleali” (incubi dentro altri incubi): più che confondere, questo approccio appassiona e rinfocola l’interesse del lettore, che difficilmente si annoierà. Le didascalie abbondano, e nemmeno questo è un male: essendo una storia horror un narratore esterno contribuisce a creare la giusta atmosfera. E alla fine, con rara eleganza, Corben risolve in bellezza la storia ricollegandola a un dettaglio dell’inizio – o forse è merito di Beth Corben Reed che sul «plot» del padre ha fatto lo «script» delle ultime 15 pagine?

E veniamo alla parte grafica. È principalmente grazie all’ambientazione statunitense anni ’20 o ’30 del secolo scorso che si capisce che i personaggi sono esseri umani: per come li ha disegnati Corben, taluni scimmieschi talaltri insettoidi, alcuni avrebbero potuto benissimo essere alieni o mostri. Tanto più che le proporzioni cambiano di vignetta in vignetta e che sono ulteriormente deformate da inquadrature fish eye o da specchio deformante. Una scelta voluta, visto che l’autore ha pure confezionato delle statuine per meglio riprodurli, ma qualcuno riesce a commuoversi o a spaventarsi per la sorte di questi sgorbietti sproporzionati? Beato lui, io non ce l’ho fatta e spesso il ridicolo ha preso il sopravvento, e non so se era quello il proposito di Corben. Gli sfondi, quando ci sono, sarebbero anche dettagliati, ma purtroppo sono inchiostrati con pennellate pesanti e imprecise. E poi ci sono le tette, un po’ il marchio di fabbrica di Corben, buttate lì con finta nonchalance e reale difficoltà nel dare loro una coerenza anatomica. Quasi nulla da eccepire sulla colorazione, se non che l’uso del computer non sempre riesce a evitare un retrogusto artificiale. Purtroppo è inevitabile dare un grande peso all’aspetto grafico del fumetto vista la sovrabbondanza di tavole doppie che vi ha profuso Corben.

Il volume vanta un’introduzione di Joe R. Lansdale (chi l’avrebbe mai detto che voleva fare il fumettista?) e un breve saggio di José Villarrubia su come si colora Corben, che in realtà è un commosso ricordo della sua figura artistica e soprattutto umana.

Nel complesso, pur riscontrandovi tutte le debolezze grafiche che hanno caratterizzato la maggior parte della produzione di Corben (e che per molti lettori evidentemente sono invece dei pregi), mi sembra che con questa sua ultima opera l’autore abbia saputo uscire di scena con classe.

mercoledì 14 agosto 2024

Batman/Deathblow

Da quanto apprendo da internet, Deathblow sarebbe stato un tentativo da parte del già tamarrissimo Jim Lee di nobilitare la sua opera con influssi di… Frank Miller! Roba da scriverci monologhi comici per Zelig, ma hai visto mai che Azzarello riesce a salvare pure una roba del genere? Con Batman di mezzo, poi, potrebbe non essere tanto difficile. E infatti ce la fa.

Due linee temporali si intrecciano. Dieci anni prima della storia portante Deathblow, un soldato gigantesco impegnato in operazioni governative segrete, è a caccia di un uomo nella Chinatown di Gotham City. Nel presente Bruce Wayne perde un amico a causa di una combustione inspiegabile: la vittima è lo stesso agente che anni prima coordinava il Deathblow, titolo che identifica un agente preposto a operazioni speciali. Nel mentre viene rinvenuta una mano mozzata e affiora anche un “biglietto da visita” che identifica proprio Deathblow.

Anche se c’è di mezzo un pirocineta, bersaglio ma a sua volta anche cacciatore, questa miniserie ha poco di supereroistico. Azzarello scava negli affari sporchi delle agenzie di spionaggio e controspionaggio tra finte piste, doppi giochi e pedine usate e gettate via senza troppe cerimonie. L’alternanza dei piani temporali rende incalzante il ritmo e il fatto che Deathblow sia ufficialmente morto dona un bel tocco di originalità a questo cross-over in cui i protagonisti titolari non si incontrano mai (cosa che però fece anche Warren Ellis con Authority e Planetary). Un paio di colpi di scena ben assestati sul finale rendono la storia ancora più originale e riuscita. Ottimi i dialoghi, anche se Azzarello ha giustamente preferito ogni tanto lasciar “parlare” i disegni, con tavole mute dove Bermejo ha potuto esprimersi al top. Mi resta un dubbio: se effettivamente Deathblow è morto e Batman ne assume il ruolo alla fine, da dove era spuntato il suo “biglietto da visita” all’inizio?

Forse una conoscenza meno superficiale della mia degli universi DC e WildStorm avrebbe reso la fruizione ancora più piacevole, ma già così la storia è una bella lettura.

Com’era lecito aspettarsi, i disegni di Lee Bermejo sono molto buoni. Occhio, però: molto buoni e non ottimi perché tende a disegnare i personaggi con dei mascelloni, in particolare proprio Bruce Wayne, e contorni e dettagli hanno sempre una certa impronta squadrata, quasi geometrica. Ma forse parte della responsabilità ce l’hanno i vari inchiostratori che lo hanno supportato: Tim Bradstreet, Peter Guzman, Richard Friend e Mick Gray. In ogni caso i panorami urbani, le scene di massa, i particolari di mezzi ed edifici rimangono spettacolari.

Molto buono anche il lavoro del colorista Grant Goleash, a sua volta aiutato da José Villarubia, che restituisce una coerente atmosfera noir pur se anche lui a volte usa delle campiture geometriche.

giovedì 27 febbraio 2020

Infedele

Infedele non è proprio il solito fumetto americano. Con la scusa dell’horror cerca di affrontare il tema del razzismo e della paranoia.
Aisha è una giovane donna musulmana che frequenta Tom, un cattolico (o quant’altro, non viene specificato) che ha una figlia dalla precedente relazione e una madre che forse non tollera molto gli islamici, anche se sta facendo di tutto per avvicinarsi ad Aisha dopo qualche incomprensione. L’appartamento dove vivono è stato teatro tempo addietro di un’esplosione accidentale di materiale accumulato da un inquilino che successivamente si è scoperto aver fatto qualche ricerca su internet in merito all’ISIS. Il palazzo (costruito in cemento prima della guerra, per questo ancora in piedi) potrebbe quindi ospitare le anime delle sei vittime, e forse sono loro che si manifestano ad Aisha, ma non solo a lei, spingendola a compiere involontariamente un gesto inconsulto che avrà gravi ripercussioni sulla vita dei suoi familiari e dei suoi amici. O la causa delle sue allucinazioni sono solo i medicinali di cui fa uso?
Più che un horror è un thriller, perché l’aspetto sovrannaturale non è poi così preponderante e l’attenzione è posta maggiormente sulle indagini con qualche colpo di scena. Pichetshote inserisce vari riferimenti pop forse per sdrammatizzare o calare la storia in un contesto subito riconoscibile al lettore, ma un po’ stonano. Anche qualche occasionale frase a effetto mi è risultata un pochino stonata, ma per fortuna sono pochissime.
Il finale è soddisfacente, ma la chiave di volta del tutto non è proprio chiarissima, chiamando in causa contemporaneamente entità cthulhoidi e fantasmi. Ma ovviamente si tratta solo di una scusa per introdurre un discorso sulla paura del diverso, sul razzismo, ecc.
I disegni di Aaron Campbell sono piuttosto buoni, l’uso massiccio di fotografie come base è funzionale anche se occasionalmente certi dettagli (come i baffetti di un personaggio) sembrano improvvisati sul momento. L’“inchiostrazione” è un po’ strana, integrata da puntini granulosi ovviamente digitali che forse vorrebbero fingere di essere tracce di grafite. Molto meglio lo stile sketchy con cui ha disegnato qualche flashback. Ma mille volte meglio delle ipertrofie supereroistiche, comunque. Un po’ meno convincenti i colori di José Villarubia, professionista di lungo corso che qui ha fatto anche da editor: sono generalmente piuttosto piatti pur con qualche rara deriva psichedelica per movimentarli un po’. Ma anche qui, nulla di cui lamentarsi.
Sicuramente avrebbe reso meglio in un film, e chissà che anche questa come il Lovecraft disegnato da Enrique Breccia non sia una sceneggiatura cinematografica riciclata. Anche il finale che lascia aperta la possibilità di un seguito mi fa sostenere questa ipotesi.
Non malaccio come lettura, ma assolutamente non così irrinunciabile da meritarsi l’esborso di 22 euro.

domenica 3 dicembre 2017

Betty & Veronica

Piuttosto smilzo il volume che raccoglie la miniserie dedicata alle due reginette di Riverdale, di cui l’anno scorso a Lucca davano un assaggio gratis. In effetti la serie conta solo tre episodi, per quanto i primi due siano di 23 pagine! Forse la superstar Adam Hughes è troppo costosa, o forse è talmente lento da sconsigliare un suo coinvolgimento sul lungo termine, o più probabilmente è l’esilità della trama che non consentiva di svilupparla più di tanto.
Dunque: a Riverdale una catena di caffetterie sta per eliminare il locale di Pop’s (dai dialoghi sembra che sia una situazione di partenza tipica dei fumetti di Archie), e l’energica Betty organizza una petizione per raccogliere il denaro necessario a coprire il mutuo con la banca. Sia la banca che la catena di caffetterie sono però di proprietà di Hiram Lodge, il padre di Veronica, e tra le due scoppia una guerra che si estende a tutta Riverdale, citando direttamente la Civil War di marvelliana memoria.
Lo scioglimento del nodo della trama è smaccatamente naif e, senza anticipare troppo, lo metterei al secondo posto in una ipotetica classifica dei finali-imbroglio dopo quello in cui si scopre che “era tutto un sogno”.
Betty & Veronica si fa comunque leggere con piacere: Hughes sembra aver studiato con attenzione la materia di partenza e ha infarcito la trama di citazioni delle situazioni e dei personaggi dell’universo di Archie. I suoi dialoghi sono brillanti e pop, con frequenti derive metanarrative (la storia viene narrata da Hot Dog, il cane di Jughead) e la densità di scrittura è notevole. Ma in fondo chi se ne frega dei testi, o per meglio dire sono solo la ciliegina sulla vera e più appetitosa torta che sono gli splendidi disegni. Hughes è veramente bravissimo e mi sembra che abbia trovato in José Villarrubia un colorista adeguato a metterne in evidenza le doti, anche se resta il dubbio su come sarebbero risultati certi volti se Villarrubia non avesse schiarito le linee dei nasi e delle bocche.
Come dicevo, le pagine di fumetto sono poche, in totale solo 66, per cui le Edizioni BD (che tra l’altro hanno usato una traduzione nuova e non quella dell’albetto gratis col primo capitolo) hanno infarcito il volume di variant cover. Nonostante il risultato finale sia in linea con la foliazione dei volumi della stessa categoria merceologica, il prezzo è relativamente basso: solo 10 euro.