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lunedì 27 novembre 2023

Collana Reprint 216: Gil 1

Quando alle medie ci fecero vedere il film Il Cavaliere Elettrico rimasi un po’ deluso. Non era un film di fantascienza e men che meno un fantasy, ma un misto di dramma, commedia ed ecologismo su un “cowboy” contemporaneo che cercava di salvare sé stesso e il suo cavallo dallo show business. Ma appunto rimasi deluso solo un po’, perché il film non era niente male e ancora oggi a distanza di decenni ne ricordo alcune parti. A quanto pare, non era un caso isolato ma parte di un filone minore del cinema hollywoodiano, in cui Gianni Bono nell’introduzione di questo albo inserisce a forza persino Un uomo da marciapiede, che di “western contemporaneo” aveva solo il cappellaccio indossato, e neanche sempre, da Jon Voight!

Può darsi che Ennio Missaglia si fosse ispirato a questo sottogenere per confezionare le storie del protagonista che è un po’ Tex e un po’ Ken Parker alle prese con le insidie della metropoli tentacolare. Gil Moran è un reduce del Vietnam; figlio di un allevatore fallito, percorre gli Stati Uniti col suo cavallo privo di nome e dalla grande pazienza vista la frequenza con cui lo “parcheggia” nei posti più insoliti.

Il primo episodio eponimo si dilunga inevitabilmente a presentare il protagonista e la sua filosofia, innescando però nel contempo quella catena di eventi che costituiranno l’ossatura della trama. In cerca di uno di quei lavori occasionali che gli permettono di campare da vagabondo, Gil finisce per essere coinvolto in un omicidio involontario di cui crede che la polizia potrebbe accusarlo. Il padre straricco del vero colpevole e lo stesso rampollo si mettono quindi sulle sue tracce, il primo con l’intento pacifico di verificare se effettivamente possa riconoscere e accusare il figlio. Tra gli inevitabili stereotipi (Gil picchia come Tex, tutti ce l’hanno con lui, la divisione tra buoni e cattivi è spesso nettissima – questi ultimi apostrofati anche come «ciccioni», cosa che oggi solleverebbe un putiferio) la storia presenta una vaga originalità e un’ambientazione che immagino insolita per i Bonelli anni ’80, ma manca di mordente e non si capisce neanche bene in che direzione voglia andare. Non male comunque il finale dal tono molto più leggero.

Vladimiro Missaglia sfoggia un ruspante stile popolare in cui non lesina sui tratteggi e le pennellate. In alcuni punti mi ha ricordato Franco Bignotti.

Il secondo episodio, I “Cani” della notte, è molto più riuscito. L’azione si sposta dalla cittadina di Jerome (esisterà veramente?) a Phoenix, dove scopriamo che Gil ha sia un amico sfasciacarrozze che una frequentazione femminile. Questo serve sicuramente a inquadrare meglio il personaggio, ma il punto forte dell’episodio è un altro: Gil e il suo amico assistono involontariamente a uno scontro tra bande di motociclisti per impossessarsi di un camion con della refurtiva preziosissima (di cui non verrà svelata la natura). Dietro i “Cani Arrabbiati” ci sono due gangster locali e Gil dovrà anche proteggere la sua amica. Il ritmo è travolgente e la storia si legge tutta d’un fiato, oltretutto è anche ben costruita e alla fine a salvare Gil saranno quei poliziotti che tanto disprezza.

I disegni di Ivo Pavone sono molto migliori rispetto a quello che mi sarei aspettato ricordando le sue ultime apparizioni su Lanciostory e Skorpio. Sullo stesso solco di Vladimiro Missaglia, ha un tratto più incisivo e le sue tavole sono più ricche.

Gil fu un insuccesso e, come ricordato da Gianni Bono, durò solo 11 numeri. Aveva una certa originalità e magari si volle azzardare qualche strizzatina d’occhio cameratesca ai lettori più reazionari disgustati dai Kiss e dalle altre mode musicali che però già all’epoca, nel 1982, erano sorpassate (ma davvero nelle discoteche mettevano Ted Nugent?!), ma erano gli spietati anni pre-Dylan Dog e persino Sergio Bonelli doveva chiudere i rami improduttivi con la crisi che si profilava.

Oggi alcune situazioni stereotipate e il linguaggio desueto possono far sorridere, ma un po’ del fascino del fumetto risiede anche in questo.

La qualità di stampa è perfetta. I due numeri originali ci stanno giusti giusti nella foliazione di 192 pagine quindi non c’è spazio per redazionali, ma in seconda di copertina c’è la presentazione della serie a cura di Gianni Bono e in terza di copertina la riproduzione delle copertine originali a opera di Vincenzo Monti.

A proposito di copertine, veramente molto bella quella di Michele Benevento che reinterpreta la prima di Monti.

giovedì 29 giugno 2017

Collana Reprint n. 172 - Kinowa 1: Il Segno del Serpente

La meritoria opera di recupero dei classici italiani ad opera delle Edizioni If si è arricchita di un nuovo titolo: quel Kinowa di cui l’enciclopedia La Grande Avventura dei Fumetti della DeAgostini magnificava l’originalità e la violenza in anticipo sui tempi, suscitando la mia curiosità.
A differenza di altri prodotti dell’epoca, il protagonista Sam Boyle non è un ragazzino ma un uomo maturo e apparentemente ben poco eroico: è stato scalpato e si profonde in risatine che lette oggi lo fanno sembrare un pazzo o un pervertito (chissà che emozioni voleva evocare originariamente lo sceneggiatore Andrea Lavezzolo/A. Lawson con quella sequela di «Ih! Ih! Ih!»). A seguito dell’assassinio della moglie e del figlioletto perpetrato da perfidi indiani, Boyle diventa uno spietato cacciatore di indiani, a sua volta collezionista compulsivo di scalpi. Sullo sfondo di questa trama di partenza si staglia la figura di Kinowa, un temuto sterminatore di indiani che sia i bianchi che i pellirosse ritengono una creatura fantastica.
La storia è però più complessa, e il figlio di Boyle non è morto durante l’eccidio iniziale ma è stato accolto da un capo indiano nonostante le titubanze di un altro, e si è fatto uomo in seno alla sua nuova tribù col nome di Penna Rossa, e come tale arriva quasi a far scoppiare una nuova guerra indiana.
Ricordata come una serie molto cruda, in realtà Kinowa ha ben poco di drammatico e proprio nulla di splatter, non solo per gli standard attuali. Gli scotennamenti e le morti violente vengono evocati dai testi e le inquadrature si concentrano sapientemente sulle gambe delle vittime o approfittano di elementi in primo piano per coprire i dettagli.
Più che altro, Kinowa è una rilettura western del romanzo d’appendice, in cui parenti lontani e divisi portano avanti un balletto di inconsapevole avvicinamento fintantoché l’interesse del pubblico non scema. Una cosa che ho apprezzato molto della serie è che il titolare compare solo in una manciata di occasioni, è più che altro una presenza incombente (e nemmeno poi tanto), e i veri protagonisti sono altri. Insieme alla tensione verso la scoperta della sua vera identità, questo particolare dà la piacevole sensazione che ci fosse una progettualità ben precisa a monte e non solo l’accumulo di situazioni diverse per mandare avanti la collana – e in effetti nei nove albetti originali qui raccolti c’è una continuity abbastanza serrata.
Dopo anni di revisionismo, ho apprezzato anche l’interpretazione che viene data degli indiani, che qui in teoria sarebbero ancora i “cattivi”, ma che in realtà vengono rappresentati come fieri guerrieri che devono peraltro dedicarsi a equilibrismi politici per mettere d’accordo le varie tribù.
La parte in basso a sinistra è rifatta?
Anche se Lavezzolo cerca di mantenere il segreto (o finge di farlo) per tutto questo primo albo, è chiaro che Kinowa altri non è che lo stesso Sam Boyle, se non altro perché lascia come simbolo delle sue uccisioni il monogramma “S”, che gli indiani interpretano come un serpente stilizzato. E siccome nella storia non ci sono altri personaggi il cui nome cominci con quella lettera, anche agli sprovveduti ragazzini degli anni ’50 sarà parso evidente chi si celava sotto la sua maschera. Maschera che viene comunemente raffigurata di colore verde, nonostante i testi ricordino in più di un’occasione che è bianca.
Lavezzolo scrive in maniera forbita e, cosa comunque comune ai fumetti di quell’epoca, dedica molto spazio alle descrizioni di quello che succede, per quanto i disegni siano già sufficienti a capire le situazioni. In particolare, ho notato certi afflati di lirismo che letti oggi danno uno strano retrogusto tra il surreale e il marinettiano: a pagina 17 un indiano segnala la posizione muovendo le braccia come se fosse un semaforo (ma che razza di semafori avevano negli anni ’50?) mentre a pagina 22 leggiamo del «fremito retrospettivo» di un cavallo che salta un burrone.
La scelta dei nomi non è molto azzeccata e oggi suona francamente ridicola: Wild City (chi diavolo vorrebbe vivere in un posto che si chiama “Città Selvaggia”?), Fort Caution (“Forte Cautela”!) e il cavallo di Boyle si chiama Bingo, come la tombola americana…
Anche se ero portato a credere che refusi ed errori vari fossero tipici della nostra era contemporanea, più automatizzata e facilona, ne ho riscontrati anche qui, così come ne ho trovati in altri fumetti della stessa epoca o anche precedenti. In particolare, ho notato che imperversa un viziaccio (vero e proprio errore da matita rossa) che io ritenevo essere tipico di questa epoca: la virgola tra soggetto e verbo. Gli educatori avevano ragione a dire che i fumetti traviavano la gioventù, altroché.
I disegni dello studio EsseGesse, pienamente calati nella ruspante temperie dell’epoca, sono decisamente validi: pur con alcune comprensibili semplificazioni anatomiche dovute agli stretti tempi di consegna, si segnalano soprattutto per la cura e la ricchezza degli sfondi e dei dettagli (come ad esempio gli abiti). Evidentemente si trattava di una prima elaborazione dello stile del trio, prima di privilegiare il dinamismo che ho riscontrato nel successivo Il Grande Blek.
La qualità di stampa a volte tende a impastare i tratteggi, e i neri non sono sempre compatti, ma nel complesso la resa è più che dignitosa. E comunque il costo è molto conveniente: solo 2,90 euro.
Non mi sarebbe dispiaciuto leggere qualche nota sulla serie e la sua produzione, ma in seconda di copertina Gianni Bono si limita a pubblicizzare le Edizioni If e la Guida al Fumetto Italiano. In terza di copertina vengono comunque riprodotte le copertine dei nove fascicoli raccolti in questo primo numero, con l’indicazione della data d’uscita. La copertina è affidata a Michele Benevento: da quello che ho potuto vedere quelle originali erano molto suggestive e ben colorate, ma non possono certo reggere il confronto con la perizia tecnica di un disegnatore contemporaneo.