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domenica 12 febbraio 2023

Vertigo Pop! Tokyo

I nuovi Cothias-Juillard non si vedono ancora, per l’ultimo de I Figli di El Topo è presto, la ristampa di Nick Carter me la mettono da parte in edicola (e comunque il secondo numero è uscito relativamente poco tempo fa), certi volumi che dovrebbero essere già usciti proprio non vogliono arrivare, le novità non mi entusiasmano… insomma, visto che in fumetteria arriva poco o nulla di mio interesse sono tornato a bazzicare il settore del “tutto a 3 euro”, cedendo a un volume di 15 anni or sono che avevo già adocchiato a suo tempo ma non avevo preso a causa della scriteriata scelta grafica del disegnatore.

Vertigo Pop! Tokyo segue le vicende di tre protagonisti: Riuji è un fresco affiliato della yakuza un po’ tontolone, a cui viene sconsideratamente affidata una missione importante, Steve è un geek statunitense che si mantiene a Tokyo spedendo via fax traduzioni di argomento farmaceutico e Maki, sorella di Riuji, vuole diventare una rockstar come il suo idolo Hine visto che ha fallito quel micidiale test che fanno i bambini giapponesi per capire se potranno andare all’università.

A farli incontrare è proprio Hine, che non vuole pagare la protezione alla yakuza e forse (non mi pare venga chiarito) gestisce un traffico di prostituzione con cui fa concorrenza a questi “criminali istituzionali” giapponesi.

La trama, se così la si può chiamare, è meno di un pretesto per illustrare le stranezze e le curiosità del Giappone, di cui evidentemente anche i lettori statunitensi sono avidi cultori dopo anni di lavaggio del cervello a base di anime e manga. Non sempre è chiaro perché i personaggi (in particolare Maki) facciano quello che fanno, e gli spostamenti da un punto all’altro di Tokyo avvengono con una rapidità incredibile: tutte scuse per far vedere scorci pittoreschi della città o sbattere in faccia al lettore scenette che rappresentino le curiosità giapponesi. Oltre alle cose più o meno risapute come le portiere dei taxi che si aprono da sole, le frustrazioni dei lavoratori annegate nell’alcol e il sussiego estremo delle conversazioni, scopro l’abitudine diffusa degli uomini di pisciare all’aperto, il pregiudizio dei poliziotti giapponesi per cui le carte telefoniche degli stranieri sono (beh, erano) tutte contraffatte, lo sciopero dei criminali della yakuza che vogliono un trattamento più umano anche se sono dichiaratamente criminali.

Se i testi di Jonathan Vankin sono programmaticamente evanescenti in quanto solo un pretesto per fare da filo conduttore a quella che nei fatti è una guida di Tokyo, i disegni sono addirittura peggio. A me Seth Fisher piaceva moltissimo, ma per questa miniserie adottò uno stile scellerato. I panorami, gli interni, gli sfondi e anche i corpi sono molto realistici e dettagliatissimi quando serve, ma i volti dei personaggi sono praticamente degli emoji ante litteram, cioè dei tondi con due puntini per gli occhi e due salsicce come bocca, senza alcun naso e con i soli capelli a differenziare un personaggio da un altro. Sì, qualche testa ha una forma un po’ diversa o è puntellata di efelidi (o quello che sono) ma il risultato non cambia: in personaggi sono assolutamente inespressivi e indistinguibili l’uno dall’altro, se non appunto per i capelli. Che poi se si volevano accalappiare gli appassionati di manga non era meglio disegnare degli occhioni? Per come la vedo io i disegni di Seth Fisher potevano rendere tollerabile anche la storia più stupida, ma qui invece contribuiscono notevolmente ad affossarla. Non aiuta poi il lettering poco funzionale adottato dalla compianta Planeta DeAgostini, che comunque ha fatto ben di peggio anche su queste stesse pagine: il glossario finale non sempre è congruente con i termini usati e soprattutto la qualità di stampa è piuttosto scadente. Per fortuna c’è un elemento che mi tornerà utile per i Fumettisti d’Invenzione. Almeno questa consolazione.

In conclusione non ho difficoltà a capire perché questo volumetto, che comunque non costava tantissimo nemmeno all’epoca della sua uscita (8,95 euro), sia finito nel purgatorio dei 3 euro.

sabato 19 novembre 2022

Lanterna Verde: WillWorld

Hal Jordan, con tanto di mascherina verde, si aggira in una distorsione surreale del Far West, del tutto immemore di chi sia e di come sia finito lì. Per sua fortuna incontra (o meglio si scontra con) un abitante di questo mondo che lo prende in simpatia anche perché si sente in colpa per avergli azzoppato la cavalcatura.

La città in cui viene condotto ha degli elementi da varie fonti (religioni, archetipi, generi letterari…), tutte stravolte in maniera grottesca: c’è il western ma anche la mitologia indiana, Little Nemo in Slumberland, i gangster italoamericani, Alice nel Paese delle Meraviglie, l’iconografia giapponese, l’architettura liberty, il circo e un sacco di altre cose. Non mancano pericoli o situazioni imbarazzanti ma l’attivazione involontaria dell’anello del potere risolve tutto. Hal riacquista pian pianino la memoria anche grazie all’aiuto del suo nuovo amico, di una barista con sei braccia e di un “angelo”. Questa progressiva consapevolezza (in cui Hal ricorda vagamente di dover salvare tal Mairwand) si accompagna alla visione di altre lanterne verdi prigioniere nel cielo, ma il lettore attento ai dettagli avrà già notato riferimenti all’universo DC: una donna vestita da Wonder Woman là, una carta con il Joker lì…

Alla fine il mistero di dove si trova e cosa deve fare viene risolto in maniera abbastanza originale: nessun piano del cattivo di turno e nessun delirio dovuto a una botta in testa (avevo pensato pure a quello).

Ovviamente il motivo principale per comprare WillWorld sono i disegni del compianto Seth Fisher: dettagliati, ricchissimi, fantasiosi ma sempre rispettosi di anatomie e leggibilità. Un po’ Geoff Darrow, un po’ Dalì, un po’ Jacovitti, un po’ Moebius. Il colorista Christopher Chuckry fa un buon lavoro sposandosi alla perfezione con lo stile certosino del disegnatore. Però, pur dovendo solo fornire un pretesto per lasciare la briglia sciolta a Fisher, va riconosciuto a John Marc DeMatteis di non essersi adagiato su soluzioni prevedibili (come dicevo, né la trappola di un supercattivo né un semplice incubo) e di essersi inventato una giustificazione interessante al delirio. Che poi magari è una cosa già vista e stravista nella serie di Lanterna Verde e sono io che non la conoscevo. Anche alcuni dialoghi sono piuttosto carini e il misticismo buddista (sempre che non ce l’abbia visto solo io) viene trattato con leggerezza ed è ben amalgamato al tessuto narrativo.