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sabato 4 aprile 2026

Echolands 1

Mi era sfuggito del tutto al momento della sua uscita italiana tre anni or sono, forse il prezzo (35 euro) avrà contribuito a rendermelo invisibile. Lo recupero quindi dal purgatorio del -50%.

Hope ruba una gemma triangolare al mago Teros Demond, il dittatore della Città, che dovrebbe essere una versione alternativa di San Francisco se ho capito bene. A quanto pare quell’ammennicolo è preziosissimo e quindi il tiranno le sguinzaglia contro la sua letale “figlia” costituita da magia pura. Così Hope e la sua banda devono fuggire. Hope è una maga, o una cosa simile, e dovrebbe essere una versione di Cappuccetto Rosso. Il suo potere si manifesta in maniera devastante all’inizio, ben oltre le sue stesse previsioni. Tra i componenti di questo variegato gruppo si segnalano tra gli altri una vampira, un androide transgender e una specie di gangster della Chicago anni ’30. Ci sarebbe pure qualcuno di nome Caniff ma muore subito. Ognuno è disegnato con uno stile diverso (o almeno un po’ diverso).

Attraverso la loro fuga il lettore viene edotto sulla natura ibrida e combinatoria di questo universo, un patchwork di mondi letterari e folkloristici e fumettistici e cinematografici che convivono uno accanto all’altro. E infatti un membro del gruppo finisce nelle Echolands propriamente dette, un mondo robotico. Nel mentre Hope e compagnia incappano nella tana della veggente che cura i “prossimamente” dei singoli comic book e tra le altre cose offre alla combriccola un razzo per scappare altrove; viene svelato che la gemma è una chiave per aprire qualcosa mentre Hope pianifica di metter su un esercito con cui sconfiggere Teros Demond. Arrivano quindi nella terra dei mostri Horror Hill dove il fratello usurpatore della corona di Rosa (la vampira) gliela consegna senza storie proclamandola regina. Fine della prima parte.

Ovviamente la trama è quello che interessa di meno a J. H. Williams III (supportato da W. Haden Blackman ai testi e da Dave Stewart ai colori): l’importante per lui era dare sfogo alla sua voglia di disegnare con stili diversi e lanciarsi in virtuosismi più o meno arditi. Per l’occasione il formato è molto particolare: sono tutte delle tavole doppie orizzontali, quindi delle enormi strisce 17x52. Questa scelta pregiudica un po’ la maneggevolezza del volume e nelle costruzioni più ardite rende difficile capire quale sia il senso di lettura. Inoltre (sarà solo un’impressione dovuta alla frenesia dell’azione?) la storia si legge molto rapidamente. Ad integrare il fumetto ci sono le succitate “previsioni” della veggente, cioè le anticipazioni dei prossimi numeri, e brani tratti dalla rivista immaginaria Echo: un’intervista nientemeno che a Teros Demond (che avrà esiti inaspettati), alcuni annunci pubblicitari e una striscia a fumetti. Anche con questi bonus la lettura sarà sembrata un po’ breve a Williams III o a chi ha confezionato il volume, che lo ha perciò riempito con variant cover (di Alison Sampson, Michael Avon Oeming & Taki Soma, Gabriel Rodriguez, Langdon Foss e Francesco Francavilla), con le playlist dell’autore mentre disegnava e con una selezione di tavole private dei balloon e quasi sempre dei colori per goderne al meglio.

Il pastiche di universi letterari e proprietà intellettuali diverse è già stato fatto con esiti più o meno riusciti. Anche l’idea di caratterizzare ogni personaggio con uno stile grafico diverso non è proprio questa trovata così originale. Ma, appunto, penso che Williams III non volesse creare nulla di rivoluzionario od originale quanto divertirsi a disegnare con stili differenti. E così Gli Eterni di Kirby convivono con i robottoni giapponesi, L’Isola del Tesoro di Stevenson, i film horror della Hammer (o forse i fumetti della EC) e tanti altri elementi della cultura popolare – in alcuni scorci ho voluto vedere dei riferimenti a Blueberry.

Nell’introduzione Kurt Busiek parla di «tour de force» in riferimento a Echolands, ma se lo è stato per il demiurgo/disegnatore non lo è certo per il lettore che ne fruisce molto rapidamente. È più un’opera da guardare che da leggere, anche perché i sei episodi qui raccolti sono dichiaratamente solo l’incipit di una trama che dopo quattro anni dalla pubblicazione originale non ha ancora avuto seguito.

lunedì 16 settembre 2024

Risenfall

Nessun arrivo in fumetteria (come, ahimè, nemmeno in edicola), quindi mi sono rituffato nel mondo delle offertone facendomi irretire da una parte grafica apparentemente molto più elaborata di quello che poi si è rivelata.

Risenfall è una distopia vittoriana in cui la polizia ha anche un dipartimento che si occupa di casi soprannaturali, il tutto calato nel contesto delle tradizioni celtiche. La dinamica alla base è quella della “strana coppia” con due protagonisti male assortiti: da una parte il vanesio, raffinato e ironico Fray Graymist e dall’altra il tormentato e ben più prosaico Rein Risenfall, che tormentato lo è letteralmente, sia da un passato sanguinoso (ha visto ammazzare sua madre da bambino) che da incubi ricorrenti.

Il dovere li porta all’isolato villaggio di Middfay, dove si sono verificati dei suicidi sospetti. Qui incontreranno la piacente Miss Heartly (e il suo famiglio felino), accusata di essere una strega e di aver causato la morte dei giovani: è stata ritrovata accanto ai corpi degli impiccati coperta di sangue, senza memoria di com’era finita lì. Da quel momento su di lei sembra gravare una maledizione. La necessità di introdurre protagonisti e ambientazione porta l’autrice a mostrare le sue carte appena a pagina 39 – il fumetto arriva fino a pagina 58. Quando la situazione precipita Graymist e Risenfall vengono condotti dalla Heartly in una magione sul piano astrale che potrebbe permettere di raccogliere indizi sulla faccenda e sbrogliare i tormenti di Risenfall, ma il seguito è rimandato a un secondo volume che non mi risulta sia uscito.

Liana Recchione si è molto documentata sulla mitologia di riferimento e la sua passione traspare anche dalle note poste subito dopo il fumetto. Io sapevo che i Fomori o Fomoriani erano dei giganti e non dei mostri generici, ma sicuramente l’autrice ne sa più di me. La storia è abbastanza interessante ma purtroppo è solo un assaggio. I dialoghi sono spesso piacevoli ma la volontà di renderli simpatici a tutti i costi ha portato a calcare la mano fino a farli risultare ogni tanto forzati – la punteggiatura eclettica non aiuta.

Il primo impatto coi disegni è senz’altro notevole accomunando Risenfall a un volume alla francese; pur non essendo cartonato, il formato è comunque grande. Anche l’autrice, classe 1979, è però vittima della colonizzazione culturale ed estetica nipponica e la cosa si nota con evidenza a mano a mano che si procede con la lettura. Inoltre dopo un primo colpo d’occhio quasi entusiasta i particolari di alcune vignette si rivelano alquanto sintetici o proprio abbozzati. In ogni caso niente che rovini il piacere della lettura, e i colori sono buoni.

Dai ringraziamenti in ultima pagina evinco che questo volume è frutto, parzialmente o del tutto, di crowdfunding e in appendice ci sono anche delle illustrazioni-omaggio realizzate dai fan. Probabilmente come altre serie della defunta Shockdom si tratta di un fumetto transitato prima sul web dove ha ottenuto una sua fanbase. Forse anche per questo il volume, 64 pagine di grande formato a colori su carta patinata con bandelle, costava solo 8 euro anche all’epoca della sua prima uscita nel 2015.

martedì 27 febbraio 2024

Examen: Dio perdona

Nessuna novità in fumetteria, quindi un nuovo socio si è aggiunto al club del -50%.

Uscito nel 2019, questo volume celebrava il venticinquennale dell’uscita della miniserie originale e un po’ tutta l’operazione che ci stava dietro, cioè la costituzione di un universo supereroistico italiano interconnesso. Ricordo ancora le pubblicità degli albi, che però non vidi mai. Probabilmente venivano venduti solo alle fiere, anche se il prezzo dell’epoca (1.800 lire) non era certo proibitivo, per quanto fossero smilzi e in bianco e nero i fascicoletti originali.

Examen narra le vicende di Paolo Catena (omaggio a Paul Chain?) nella Nova Roma del XXII secolo. Il contesto viene svelato gradualmente nel corso dei quattro capitoli (più un breve inserto firmato Giuseppe Palumbo) che compongono la miniserie: il governo ha finanziato un progetto per creare dei supereroi da opporre a criminali e terroristi, ma l’esperimento è sfuggito di mano e gli “eroi” hanno sviluppato un lato perverso che li porta ad agire con eccessivo zelo provocando delle carneficine peggiori di quelle che avrebbero causato i “cattivi”. Examen è a sua volta uno di questi superumani, ma si è dato il compito di frenare l’irruenza degli altri mutati a cui dà la caccia. Per capire se ci sia una possibilità di redenzione nell’animo dei degenerati utilizza un aggeggio che ne rivela l’essenza: l’examen del titolo. Purtroppo per frenare i suoi istinti omicidi e addormentare i suoi poteri deve ricorrere a delle iniezioni di eroina. Ma forse ancor più drammatica è la sua vita “in borghese”, dove svolge il lavoro di impiegato agli Archivi di Stato perennemente in ritardo e sottopagato e quindi con la costante spada di Damocle dello sfratto. Dopo aver sconfitto un mutato pedofilo e tal Protos l’arcinemico di Examen sarà Il Genio, che rapirà nientemeno che il papa.

Al di là del divertimento nell’elaborare un universo così originale e iconoclasta, credo che Daniele Brolli avesse voluto giocare con il lettore instillandogli il dubbio se quello che leggeva fosse realmente un tentativo di capitalizzare su un genere che era la moda del momento (l’onda lunga della Image si riflette nei superpoteri dei personaggi che passano in secondo piano rispetto alle armature e ai pistoloni) oppure se volesse esserne la parodia, con tanto di volti digrignanti, pose ipertrofiche e dialoghi ostentatamente scemi durante gli scontri. Il risultato è comunque divertente e l’ambientazione caratterizzata molto bene – chissà se questa edizione presenta degli ammodernamenti nei testi, scritti quando internet e molte tecnologie contemporanee non erano diffuse. Nonostante il progetto si mostrasse suscettibile di ulteriori sviluppi (Protos viene rigenerato e Il Genio fugge pregustando la vendetta), la miniserie di Examen è perfettamente fruibile anche così. Più che altro, credo che vi fossero dei rimandi alle altre serie dell’universo di Italia XXII Secolo, altrimenti non mi spiego ad esempio il particolare piuttosto marcato del personaggio che fugge in metropolitana all’inizio. E probabilmente la ragazza che seduce Paolo Catena è membro di qualche supergruppo, così come le motivazioni del perché la squadra “papale” non possa intervenire saranno state l’oggetto di un episodio di un’altra serie. Ma magari sono solo impressione prive di fondamento.

I disegni sono di un giovane ma già bravissimo Carmine Di Giandomenico, che per compensare le fisiologiche incertezze anatomiche degli esordi (che però già ne fanno intravedere lo stile) riempie le tavole fino all’orlo di dettagli e personaggi.

Questa edizione Star Comics è piuttosto lussuosa: vanta un’introduzione di Roberto Recchioni, carta patinata, ottimi colori realizzati da Chiara Di Francia di Arancia Studio. È un cartonato con sovraccoperta stampata su entrambi i lati in modo da permettere all’acquirente di mantenere l’illustrazione di copertina originale o preferirgli quella realizzata da Davide Fabbri. Poche ma interessanti le pagine di contenuti extra: la riproduzione di una copertina dell’epoca realizzata da Fabbri, la cronologia illustrata della serie e un’interessante curiosità sugli schizzi preliminari di Di Giandomenico.

Un fumetto molto interessante, che con ogni probabilità qui ha beneficiato di una confezione migliore rispetto a quella con cui vide la luce.

giovedì 12 maggio 2022

Fantastica 12 - Il Protocollo Pellicano 1: L'Esperimento

Nuovo tuffo nel settore -50% visto che nessuna novità è arrivata in fumetteria. Il volume risale al 2015, quando ancora esisteva la divisione Mondadori Comics che oltre a Historica pubblicava altre collane di minore reperibilità nelle edicole, almeno in quelle che frequento io.

Ne Il Protocollo Pellicano undici persone molto diverse per sesso, età, carattere e provenienza geografica vengono sequestrate e portate in un complesso carcerario dove vengono periodicamente sottoposte a degli interrogatori dalla natura poco chiara. Tra i reclusi spicca la spagnola Isabel, altresì chiamata Unità n. 4, che tenta ripetutamente la fuga per tornare ad abbracciare il fratello giovane ma già nella spirale della droga. Nel complesso denominato Pellicano B le guardie non si chiamano così ma vige l’obbligo di chiamarli «Compagni», mentre gli scienziati che conducono le ricerche sono i «Confidenti». Il primo episodio (questo volume ne raccoglie due) è puramente introduttivo e sconta lo scarso appeal che spesso hanno le tecniche di narrazione televisiva applicate al fumetto, dove l’occhio non è aiutato dal sonoro e dai movimenti a capire quali sono le informazioni importanti. E ci sono un bel po’ di personaggi a cui stare dietro, con tanto di introduzione iniziale di tre pagine apparentemente avulsa dal resto ma che immagino avrà un senso solo al termine della serie. Il colpo di scena finale è piuttosto scontato e già visto al cinema, in televisione e nei fumetti (cito solo il primo Morbus Gravis) e oltretutto può essere anticipato dalla quarta di copertina.

Con il secondo episodio non è che la trama si sviluppi poi molto. Mentre nel mondo esterno la vita continua e qualche conoscente degli scomparsi cerca di capire che fine abbiano fatto, i sequestrati continuano nella loro routine di interrogatori e occasionali “ore d’aria”. Come nel primo episodio la scansione temporale sembra sbagliata, con eventi che dovrebbero svolgersi mesi e non settimane dopo altri, ma avrò capito male io. I test e le sessioni di domande a cui sono sottoposti gli undici continuano a sfuggire alla logica: nonostante qualche vago accenno sospeso tra fantascienza e sovrannaturale sembra che il tutto possa essere solo un enorme esperimento psicologico di cui anche Compagni e Confidenti fanno parte. Anche perché vengono citati dei precedenti e delle teorie al riguardo, con profusione di dettagli non proprio scorrevoli da leggere. Forse il computer quantico A.D.A.M. ha un suo ruolo in tutto questo, ma è presto per dirlo. Ecco però che la situazione cambia inaspettatamente: le celle sono aperte, le Unità libere (e quindi possono esprimere la loro vera personalità) e il personale è sparito. Come intuibile, si tratta solo di una liberazione illusoria e la vera svolta dell’episodio è il colpo di scena finale con la reclusione di una dodicesima insospettabile Unità.

Richard Marazano ha voluto evidentemente imbastire un fumetto che si fruisse come una serie televisiva moderna piena di misteri che tenga incollato il lettore alla pagina, ma coi ritmi di uscita dei volumi franco-belgi questa strategia può risultare un po’ frustrante, tanto più che la sovrabbondanza di protagonisti rende difficile interessarsi a loro. Anche perché il glaciale lavoro del disegnatore Jean-Michel Ponzio aumenta il distacco dalla storia.

In effetti lo storyboard viene anch’esso attribuito a Marazano, per cui immagino che Ponzio abbia solo “messo in bella” le indicazioni dello sceneggiatore. Per farlo ha fatto massicciamente ricorso a fotografie e a volte sembra che non le abbia solo usate come riferimento, ma le abbia semplicemente modificate digitalmente per metterle nelle tavole. Io credo che lo “storytelling” sia solo una scusa per giustificare chi non sa disegnare, e il ricorso a documentazione fotografica è assolutamente lecito; qui però si è esagerato, l’impressione è che Ponzio abbia fatto posare degli amici poco avvezzi alla recitazione, che una volta trasposti su carta hanno perso la poca naturalezza che avrebbero dovuto avere e sono risultati rigidi e artefatti. Inoltre, soprattutto all’inizio, certe scelte tra il materiale a disposizione risultano stridenti: la giornalista che viene invitata a sedersi in realtà non si accomoda mai, e il colpo d’occhio del passaggio da pagina 27 a pagina 29 è caratterizzato da due vignette pressoché identiche poste in basso a destra.

In conclusione mi verrebbe da dire che se questo volume è finito nelle offerte stracciate un motivo ci sarà. La storia è troppo ostentatamente misteriosa (e pretenziosa) per catturarmi, e la parte grafica non aiuta certo ad affezionarsi. Noto con sorpresa che Il Protocollo Pellicano ha invece raccolto dei buoni consensi in Francia, almeno a giudicare dai voti su Bedeteque. Il secondo e ultimo volume è anch’esso disponibile scontato in fumetteria ma francamente non sento l’urgenza di scoprire la soluzione del mistero. Magari lo prenderò se un giorno andrà in porto il progetto di mettere a 3 euro la roba invendibile.

sabato 9 aprile 2022

Ciacci: Professione Studente

Nuovi arrivi ancora latitanti, sicché ho visitato di nuovo il reparto del metà prezzo, che dato lo stato pietoso del volume (non so se si vede dalle foto) è stato ulteriormente decurtato finendo dai 10 euro originari a soli 3.

Ciacci era una serie di un certo successo su Linus negli anni ’80 che erroneamente, a causa dell’oblio in cui credevo fosse finito, pensavo avesse compiuto una traiettoria limitata a quel decennio. In realtà riferimenti a euro, telefonia mobile, Massimo Giletti e quant’altro fanno capire che la serie si è spinta almeno fino ai primi anni del terzo millennio.

Il personaggio titolare, uno studente basso ma sin troppo convinto del suo charme, è in realtà un pretesto per mostrare una variegata fauna di liceali, bidelli e professori variamente ingenui, intrallazzoni, arroganti, furbetti o ipocondriaci. Addirittura nella prima storia qui raccolta Ciacci nemmeno c’è, ma i protagonisti sono Ciccio & Ciccia: innamoratissimo lui, ben disposta alle avance di un altro lei.

L’umorismo di Cascioli & D’Alfonso è lieve e garbato, e anche negli episodi più recenti trasmette un elegante contegno d’altri tempi, con riferimenti atemporali a lavori ministeriali in polverosi sotterranei, gite al mare ed esotismo da cartolina, equivoci da pochade, talvolta con una piacevole deriva surreale come la facoltà universitaria di Scienze delle Investigazioni. I pochissimi riferimenti a personaggi reali con le comparsate di Andreotti e Vittorio Cecchi Gori non diventano mai satira politica o di costume. Non è che ci si sganasci come lascerebbe intendere l’introduzione di Dino Aloi, ma qualche sorriso ci scappa di sicuro. D’altro canto Ciacci si sviluppa su storie brevi (o relativamente tali: a volte sono anche piuttosto lunghe) e il flusso della narrazione non può essere rallentato da raffiche di battute, anche se freddure e calembour non mancano.

la mia copia malandata
Lo stile di disegno di Bruno D’Alfonso è morbido e corposo e anch’esso caratterizzato da un contegno elegante che evita esagerazioni grafiche, sia nelle espressioni dei personaggi che nell’organizzazione delle tavole. Occasionalmente si nota la variazione del tratto dovuta all’inevitabile passare degli anni (l’unica data riportata nelle firme è il 1986) e al probabile avvicendarsi delle riviste dai formati diversi su cui Ciacci fu pubblicato. Il parallelo con Jacovitti che azzarda Aloi nell’introduzione pare blasfemo, ma qualche rara “panoramica” di D’Alfonso lo rende abbastanza giustificabile. Peccato che l’assenza di colore, retini o tratteggi richieda spesso un certo sforzo per capire a quali elementi delle tavole bisogna prestare maggiore attenzione.

Il volumetto, risalente al 2006, è stampato su ottima carta patinata e i sedicesimi sono cuciti e rilegati sul dorso. Peccato per il formato poco superiore a quello di un tascabile, che non rende pienamente giustizia ai disegni. Secondo me ci sarebbe stato bene anche qualche dato più approfondito sulla storia editoriale di Ciacci, o almeno l’indicazione dell’anno di prima pubblicazione delle 14 storie qui ristampate nel sommario finale.

lunedì 28 marzo 2022

Hammer 1: Doppia Fuga

Nessuna novità in fumetteria, quindi ho ceduto al richiamo del club del -50%. Solo 2,25 euro quindi, che sarà mai…

A suo tempo (metà anni ’90) non seguii Hammer, di cui amici mi dicevano mirabilie. D’altro canto avevo già le mie soddisfazioni con Lanciostory, Skorpio, L’Eternauta, Comic Art, ecc. Come molte altre, la serie nasceva sull’onda lunga del successo di Dylan Dog che non solo aveva salvato il fumetto italiano ma lo aveva rilanciato, permettendo ad altri progetti di nascere come nel caso di Nathan Never sulla cui scia fantascientifica si inserì appunto Hammer. Gli autori appartenevano alla cosiddetta Scuola Bresciana e praticamente tutti si sarebbero inseriti nel mondo del fumetto, non solo italiano, ad altissimi livelli – anche se confesso che di Borsoni e Febbrari non avevo mai sentito parlare. Ricordo da varie interviste e articoli che la Scuola Bresciana lo era di nome e di fatto, perché i ragazzi si formarono ai corsi tenuti da Ruben Sosa, un disegnatore argentino praticamente sconosciuto in Italia, anche perché le storie su Alter le firmava con uno pseudonimo. Da quello che ho visto di Sosa in cataloghi e mostre direi che apparteneva alla corrente brecciana della Escuela Panamericana de Arte in cui mi pare che abbia anche insegnato (José Muñoz ricorda che esistevano due correnti principali in quell’istituto: chi si rifaceva allo stile di Hugo Pratt e chi invece seguiva Alberto Breccia). Dato il periodo e il mercato in cui si trovarono ad agire, quei giovani autori non divennero dei bresciani brecciani, ma abbracciarono il rigoroso stile realistico e robusto di marca bonelliana.

Questa ristampa aggiornata del 2014 si apre con la storia breve Tradita, che se non erro era un numero 0 distribuito alle fiere, cosa che però non viene detta da nessuna parte. I disegni di Giancarlo Olivares sono spettacolari. I retini digitali si amalgamano molto bene con i disegni. Non so a che anno risalga la storia, forse il prequel è di qualche anno successivo all’esordio della serie, comunque credo che già all’epoca fosse possibile elaborare digitalmente le tavole. D’altra parte se ben ricordo in un’intervista i componenti del “Gruppo Hammer” sottolinearono che furono tra i primi a usare il lettering digitale (manco fosse una cosa di cui vantarsi), quindi anche altri interventi potrebbero essere stati possibili a metà anni ’90. Nulla di male se Olivares ci avesse messo le mani sopra per questa edizione, visto che anche Majo integrerà la storia portante con una tavola doppia.

I testi di Riccardo Borsoni sono altrettanto interessanti, giocati sul contrappunto ironico tra i ricordi e come si sono svolti realmente i fatti. Tra le suggestioni dell’episodio, oltre ai mecha giapponesi, mi pare evidente il Dark Knight returns di Frank Miller con la sua sovrabbondanza di “opinionisti” (qui testimoni) che dicono la loro in piccole vignette. E magari uno di questi non si chiama Sergente Kirk per caso.

Il piatto forte, cioè il primo episodio della serie, è un gradino sotto a questo fumetto introduttivo. I disegni di Majo, al secolo Mario Rossi, sono sicuramente validi ma l’inchiostrazione è molto pesante (e non penso sia la stampa ad aver ingrossato il tratto) e a volte, ma raramente, ancora un pochino rozzi e quasi confusi. Ma per una serie che non era targata Bonelli fu sicuramente un ottimo biglietto da visita, che giustamente gli aprirà anche le porte dell’altro editore.

La trama vede la hacker Helena reclusa su Lazareth, un satellite-prigione dove dovrà scontare vent’anni di reclusione. I detenuti devono lavorare e sono lasciati a loro stessi, se qualcuno sgarra o semplicemente si fa notare, un robot guardiano lo uccide seduta stante. Helena fa amicizia col pilota (ma più che altro ladro e ricettatore) Swan che possiede un aggeggio indispensabile al criminale di lungo corso John Colter, che sta progettando nientemeno che la fuga da Lazareth. Questa avverrà con un piano curatissimo con cui oltretutto Marco Febbrari fa sfoggio delle sue competenze in progettazione tecnica. Buona parte di Doppia Fuga è occupata dall’evasione, con sequenze frenetiche ma anche un’ottima resa del cyberspazio.

Come probabilmente tutti sanno (è un fumetto di trenta anni fa) alla fine si scopre che il penitenziario altro non è che una simulazione virtuale, colpo di scena che a suo tempo suscitò l’ammirazione di molti tra cui gli amici che ho citato in apertura – che non leggevano Lanciostory o L’Eternauta.

Hammer aveva un taglio dinamico e moderno che si fa apprezzare ancora oggi. La costruzione delle tavole era liberissima, ma ad allontanarlo di più dai canoni bonelliani credo fosse una certa arditezza con cui introduceva riferimenti a lesbismo e sodomia (Swan ha modo di ammirare cosa gli infileranno nel caso non farà il bravo). Probabilmente fu questo lato piuttosto innovativo a non far decollare la serie a suo tempo, che (vado a memoria) venne chiusa dopo otto numeri per poi tornare a furor di popolo per cinque ulteriori episodi.

La nuova confezione Mondadori non sarebbe affatto male. Il formato (lo stesso “423” del deludente Empire USA) è più grande di un bonellide, la carta non è male, la stampa buona, in appendice ci sono gli studi preliminari e il prezzo era onesto anche otto anni fa. Eppure questa stessa edizione celebrativa con bonus, schizzi, ecc. mi è sembrata al contempo anche un po’ dimessa, senza riferimenti alle pubblicazioni originali e con un’introduzione (di Alessandro Di Nocera) assai sbrigativa e che cita tutta la fantascienza possibile tranne quella più pertinente al fumetto. Ma immagino che si sia trattato solo di un antipasto e da qualche parte doveva pur cominciare.

Hammer è stato un bel tuffo nel passato, testimonianza di un’epoca florida per il fumetto italiano (tanto da avere dei margini di manovra per sperimentare anche nel settore popolare) con un’opera che è ancora godibile ed è invecchiata pochissimo.

Ma oltre che a quello di ventotto anni, Hammer permette anche un salto di una decina di anni, con relativo rimpianto, quando ancora esisteva la divisione Mondadori Comics.

martedì 11 gennaio 2022

Quantum & Woody!: I Peggiori del Mondo

Ancora nessuna novità in fumetteria per il nuovo anno quindi mi sono messo a cercare tra il -50% finché ho trovato qualcosa, che già in origine non costava tanto.

Questo Quantum & Woody! del 2015 è una miniserie che rilancia la serie quasi omonima (non aveva il punto esclamativo) pubblicata negli anni ’90 dalla Valiant. In sostanza si tratta di un buddy movie supereroistico con una “strana coppia” di protagonisti insieme per forza. La struttura in quattro episodi fa in effetti pensare a un adattamento di un progetto per il cinema, ma forse è solo un caso.

I protagonisti sono due fratelli: il nero Eric è il figlio naturale dello scienziato Derek Henderson, il bianco Woody è suo fratello adottivo. Probabile concessione al politically correct, Eric è bravo e coscienzioso (anche se…) mentre Woody sin da giovanissimo dimostra quelle attitudini ribelli e truffaldine che faranno di lui il mezzo criminale che è adesso. Alla morte del padre, del cui omicidio finiscono incriminati, si ritrovano al suo funerale e scoprono dei misteri sulla sua attività di scienziato alla industrie Quantum, fino a venire travolti dalla misteriosa energia a cui stava lavorando ottenendo quindi dei superpoteri (opportunamente lasciati nel vago per risolvere le situazioni a seconda dell’occorrenza), con cui inizialmente faranno più danni che altro.

Alla fine dovranno venire ai ferri corti con una società segreta di supergeni che tutto sommato è meno banale di tante altre già viste.

James Asmus scrive con un taglio moderno inframmezzando la narrazione portante di flashback che alla fine chiariranno alcuni punti del passato dei protagonisti e del loro rapporto. L’ironia pervade sia le situazioni che i dialoghi e moltissime battute vanno a segno con successo. Il materiale di partenza non è poi originalissimo ma lo sceneggiatore riesce a nobilitarlo proprio con il suo sarcasmo, anche se deve sottostare alle regole del genere e a un certo buonismo di fondo. Né per un adulto è molto piacevole leggere le parolacce censurate.

Quantum & Woody! sarebbe quindi un buon fumetto se non fosse che i disegni di Tom Fowler sono troppo caricaturali anche per un contesto così ridanciano. Inoltre non sempre è riuscito a interpretare bene la sceneggiatura: ad esempio nel corso dello scontro con i due fratelli cinesi nel secondo episodio non si capisce come abbia fatto Eric/Quantum a liberarsi di Johnny-1 per andare ad aiutare Woody con Johnny-2. Belle, invece, le copertine di Ryan Sook.

In appendice ci sono alcune tavole autoconclusive tratte dalla campagna promozionale online della Valiant per lanciare la serie. I disegni sono nettamente migliori di quelli di Fowler, ma non ne viene indicato l’autore (o gli autori).

domenica 12 settembre 2021

Il mio caro vecchio West 1

Nessun nuovo arrivo in fumetteria, quindi ho accolto un nuovo membro nel club del -50%.

Il volume è composto di vignette a tutta pagina (le più grandi ne occupano due) a tema western, giocando con il mito e canzonando luoghi comuni con dei calembour o dando interpretazioni originali di nomi e stereotipi della retorica della frontiera.

Il meccanismo che usa Moreno Chiacchiera è quindi quello di trasformare Toro Seduto in un Toro Sudato o Jesse James in un Gessi James, ma più spesso di fornire le sue interpretazioni sulle situazioni quotidiane che potevano capitare a Nasi Forati e Piedi Neri. Qualche altra rara deriva si ha ad esempio nell’Emulazione con cui alcuni animaletti imitano una squaw che porta in spalla il suo papoose, ma fondamentalmente l’umorismo si basa sui giochi di parole o sull’interpretazione iconoclasta.

Il lato comico ovviamente è importante, ma ben di più lo è quello grafico visto che Chiacchiera ha uno stile molto piacevole e gustoso, dalla ricca inchiostrazione modulata e generoso di dettagli. Anche i colori digitali sono molto buoni e arricchiscono il disegno (beh, non in Ghost Town e I Fratelli DALTONici, ovviamente); il volume è giustamente stampato su carta patinata.

Mi chiedo però se l’immaginario evocato nell’introduzione sia effettivamente condiviso anche dai più giovani, in cui il volume potrebbe trovare il suo bacino d’utenza ideale. Credo che il Far West abbia perso il suo mordente già da parecchie generazioni, e infatti non mi risulta che dopo questo numero 1 sia uscito un 2.

Prefazione del regista western (e attore, e scrittore…) Stefano Jacurti.

martedì 13 luglio 2021

Succubi 3

Con lo sconto del 50% come facevo a resistergli?

Delle due storie originali raccolte in questo volume la prima, Nayeli, è strutturata con un’ardita mise-en-abyme che contempla due cornici narrative: nella più esterna delle consorelle dell’Ordine di Lilith parlano del ramo centroamericano della setta, evocando quindi la figura di Doña Ines (protettrice delle donne indigene a ridosso della conquista europea) a cui la giovane india Saasil racconta la storia di un libro di magia rievocando così la vicenda di Eek, Nayeli e Bibiki. Secondo questa versione fantastica della Storia americana, la caduta di Montezuma fu dovuta anche all’apporto delle streghe maya che si vendicarono delle stragi e dei soprusi perpetrati dagli aztechi. Tra scrupolo documentaristico e rimandi alla tradizione magica maya, Nayeli si legge con un certo piacere anche perché la necessità di far stare tutto il materiale nelle canoniche 46 pagine ha spinto Thomas Mosdi a sviluppare una narrazione frenetica e coinvolgente.

Belli i disegni di Gianluca Pagliarani, che rispetto ad Aetheric Mechanics e Djustine è più espressivo. Fa sorridere però vedere delle indigene ritratte come pin-up dalle forme esuberanti, dalla depilazione strategica e dalle pose evidentemente ricalcate da qualche rivista o manifesto. I colori sono stati realizzati da Giulio Zeloni e per essere digitali non sono nemmeno malaccio.

La seconda storia, Xue Dan, è una specie di buddy movie ambientato a Macao agli albori del XVIII secolo con protagoniste la spadaccina Figlia di Lilith Cidália de Oliveira Ortigão e la Xue Dan del titolo (altresì nota come Neve Rossa a causa dei drammatici eventi che ne forgiarono la giovinezza). La trama ruota attorno a un traffico di bambini e al tradimento di un’altra Figlia di Lilith: tanta azione, ragionamenti anacronistici per l’epoca, colpi di scena e qualche battutina scema rendono questo episodio godibile se preso con lo spirito giusto.

I disegni di Marco Dominici, che ha anche colorato le sue tavole, sono sicuramente validi, ma il suo stile leggero e quasi diafano (pulitissimo, sì, ma anche poco espressivo) sarebbe più indicato per un fumetto per ragazzi che non per una storia di questo genere. La sua tendenza a disegnare i volti delle donne sempre con lo stesso ovale e spesso anche con gli occhi a mandorla (anche quando non sono orientali) può creare in alcuni passaggi un po’ di confusione.

Come nel caso del primo volume anche in questo c’è qualche refuso, comunque troppo pochi per lamentarsene nel 2017 quando il volume costava 11 euro, figuriamoci oggi che l’ho pagato 5,50 euro.

mercoledì 19 febbraio 2020

Frigidaire

Ah, quanto adoro la sana abitudine del -50%!
Questo tomo è uscito per BUR dieci anni fa ed è un memoir più che una antologia di fumetti, anche se in effetti qualche storia a fumetti (o presunti tali) c’è. Introducendolo, Vincenzo Sparagna parla di «trailer» alla lettura di Frigidaire, con quel suo piglio un po’ fumoso che caratterizzava i redazionali di Frigidaire e le introduzioni degli albi, che non si capiva mai se fosse frutto di un reale e profondo ragionamento o una boutade estemporanea. Ma questa impressione balena solo nelle primissime pagine del volume.
Che Sparagna fosse una persona colta lo si capiva già da quei redazionali e quelle introduzioni, ma col tempo il suo stile di scrittura si è molto asciugato e perfezionato, lasciando da parte certi voli pindarici e qualche raro bizantinismo che mi lasciavano un po’ perplesso. La lettura di Frigidaire è veramente un piacere, anche al di là degli argomenti trattati. Sparagna scrive meravigliosamente e, per quanto non abbia ancora capito come si manda a capo la lettera S (ma la BUR non ha un correttore di bozze?), esprime dei concetti molto interessanti in una forma sempre avvincente ed evocativa, ma mai retorica, che spinge a divorare il volume.
A questo si aggiunge l’onestà intellettuale con cui Sparagna ammette di non poter fornire altro che la sua visione personale sugli episodi ricordati, e di aver volontariamente omesso qualcosa, sia per una questione di salvaguardia da eventuali denunce (situazioni che conosce sin troppo bene) sia per non soffermarsi su episodi dolorosi a volte già sviscerati in altre sedi.
Frigidaire parla della rivista omonima, certo, ma in maniera centrifuga: svelando (ma forse ricostruendo a posteriori) come fosse un progetto molto più vasto di cui il mensile era solo l’epifenomeno che aggregava intelligenze ed esperienze diverse in campi anche molto distanti tra di loro. La narrazione, perché tutto sommato il testo è avvincente come un romanzo (con tanto di costanti riferimenti alle traversie di Sparagna per trovare fondi e alla girandola di compagne che ha avuto), segue un filo scrupolosamente cronologico e comincia dai tardi anni ’70 con le vicende di Cannibale e Il Male per arrivare alla fondazione di Frigolandia. Le pagine sono generosamente illustrate da riproduzioni di copertine, tavole a fumetti, fotografie che ai cultori (ma anche solo ai frequentatori occasionali) delle varie riviste della Primo Carnera risulteranno piacevolmente familiari.
Non mancano sorprese e rivelazioni, come l’inaspettato odio di Sparagna per i manga o il fatto che i semi di canapa allegati a un numero della rivista non fossero esattamente quello che era stato lasciato intendere (e io scemo a piantarli nel cotone). E ovviamente ci sono alcune curiosità: nei primi anni ’80 si stava per concretizzare la realizzazione di un film su Ranxerox ma a girarlo avrebbe dovuto essere Salvatore Piscicelli! Francamente, non ce lo vedo proprio a girare un film di fantascienza (in Italia e 40 anni fa, poi), ma chissà che non si sia mancato un capolavoro.
Ovviamente tra le parti più emozionanti ci sono i ricordi di quanti, incrociata la propria esistenza con quella di Frigidaire anche solo per poco, non arrivarono fino alla fine della corsa. Curiosamente i ricordi che mi hanno colpito di più non sono quelli relativi a Tamburini e Pazienza, ma quelli del bravissimo pittore Franz Ecke e del giornalista Enzo Russo. Oltretutto il giusto spazio viene anche dedicato a segretarie e segretari di redazione, figure indispensabili quanto spesso misconosciute.
Se avessi saputo che era un così bel volume non avrei aspettato i saldi per prenderlo.

martedì 21 gennaio 2020

Le Straordinarie Opere di Alan Moore

Anche questo adocchiato da anni, anche questo finalmente preso grazie allo scontone del 50%. Le Straordinarie Opere di Alan Moore è un monumentale libro-intervista i cui capitoli sono inframmezzati da alcune rarità dell’autore e soprattutto da contributi e omaggi, principalmente grafici, di amici e collaboratori storici di Alan Moore – più una prefazione e una postfazione curate rispettivamente dalle sue figlie Leah e Amber, entrambe molto divertenti. Edito da Black Velvet quasi dieci anni fa, non era esattamente economico (35 euro).
Il volume nasce come omaggio a Moore per il suo cinquantesimo compleanno ed è uscito originariamente nel 2003; George Khoury ha organizzato l’intervista-fiume (circa 250 pagine in grande formato) in nove capitoli tematici che seguono un ordine cronologico, l’ultimo del quali aggiunto per la seconda edizione del 2008. Leggere la prosa di Moore e le sue argute metafore è sempre piacevole e spesso divertentissimo, soprattutto nelle prime e nelle ultime parti. Anche le didascalie del reparto iconografico sono trattate con humour. Una buona percentuale del materiale mi sembra di averla già letta altrove, ma in questi dieci anni chissà quanti altri testi e siti internet avranno citato il lavoro di Khoury, anche se bene o male certe informazioni sugli argomenti più famosi bene o male sono sempre quelli e risaputi. O forse mi sono rimaste impresse certe parti dopo averle lette di straforo come feci col libro di Morrison. Rimane comunque un discreto margine per informazioni di cui non ero al corrente, come ad esempio la bassissima opinione che Alan Moore ha degli eroi/criminali anglosassoni come Robin Hood e Dick Turpin (o almeno questa è la sfumatura che ho colto dalla traduzione italiana) e soprattutto che scrisse anche degli episodi dei fumetti di Star Wars per la Marvel UK – e che l’editore gliene pubblicò alcuni incompleti perché si perse le ultime pagine delle sceneggiature!
Un difetto del volume è che avrebbe forse necessitato di una revisione in più, perché in occasioni diverse (l’intervista è stata realizzata nell’arco di mesi) vengono ripetute le medesime informazioni magari con piccole differenze che portano a pensare che Moore sia un po’ rincoglionito, inoltre il ricorso occasionale a certe formule del parlato per rendere più fluido il dialogo finisce invece per renderlo un po’ innaturale.
Il parterre de rois degli omaggi è notevole e comprende Hilary Barta, Neil Gaiman, Mark Buckingham, Rick Veitch, David Lloyd, John Totleben, Dave Gibbons, Brian Bolland, Michael T. Gilbert, Chris Sprouse, Todd Klein, Kevin O’Neill e Katie Cook. Alex Ross è molto presente ma senza contributi realizzati appositamente. Da notare come tutti, anche disegnatori che non apprezzo molto, abbiano prodotto delle storielline brevi di ottima fattura, e non penso che sia il grande formato o la perfetta resa di stampa ad avermi dato questa impressione. Gli esempi di fumetti rari non mi hanno invece entusiasmato: la storiella con Mr. Monster disegnata da Gilbert è solo vagamente carina, la canzone I vecchi gangster non muoiono mai resa graficamente da Lloyd Thatcher mal si adatta a una trasposizione a “fumetti” (e poi credo di avere una versione ben migliore realizzata da Juan José Ryp) e Lussuria disegnata da Mike Matthews è una di quelle classiche storie di Moore in cui usa dei doppi sensi per contraddire coi disegni quello che dicono i testi. Per un paio di pagine può far ridere, ma otto tavole da quattro/cinque strisce l’una sono troppe.
Tra gli extra offerti ci sono anche degli esempi delle famose (o famigerate per la loro lunghezza e il livello di dettaglio) sceneggiature di Alan Moore. Confesso che non condivido minimamente l’entusiasmo compiaciuto di alcuni per la prolissità del Bardo di Northampton, visto che si tratta di materiale non pensato per essere pubblicato in questo formato, anche se il suo arguto umorismo fa capolino anche qui.
In appendice c’è una vastissima bibliografia (e discografia, e videografia) integrata per l’Italia da Stefano Marchesini e Smoky Man, da cui si apprendono cose interessanti, ad esempio che almeno uno degli episodi degli WildC.A.T.s coinvolti in un cross-over non erano veramente opera di Moore.
L’edizione italiana è arricchita da una postilla conclusiva sullo stato dei lavori dello sceneggiatore al maggio 2011 redatta da Smoky Man.

martedì 14 gennaio 2020

Filiberta Contessa di Challant Ultima erede Madruzzo

Occhieggiava in fumetteria da un bel po’ e i disegni di Carlos Gomez erano molto invitanti, però 16 euro mi sembravano tantini per 20 pagine di fumetto e poi sfogliandolo mi era sembrato stampato male – in realtà non lo è, chissà cosa ricordavo. Visto che per decongestionare il magazzino anche questo è entrato nel club del -50% ho colto la palla al balzo.
Filiberta racconta la storia della contessa di Challant, che nei suoi possedimenti di Issogne incontra un trovatore di nobile lignaggio di cui si innamora. Ma lo zio principe vescovo di Trento vuole destinarla al matrimonio con il fratello della propria amante, in modo da mantenere il potere della casata su quelle terre. Infatti il principe vescovo Carlo Emanuele Madruzzo è diventato tale su imposizione della famiglia e vorrebbe che il suo legame con Claudia Particella venisse legittimato dalla Chiesa per poter mantenere il dominio tramite una vera dinastia (ma la dispensa papale non arriverà mai). Quando Filiberta incontra nuovamente a Trento, dove praticamente è prigioniera, l’amato Renato de la Chambre la situazione precipita e viene fatta chiudere in convento. Qui finirà i suoi giorni, forse avvelenata.
La storia è una rielaborazione di un racconto ottocentesco di Agostino Perini a cura di Romano Oss, e nonostante una certa prevedibilità e un forte afflato romantico è godibile e anche abbastanza articolata. Le tavole a fumetti sono solo 21, il resto delle 48 pagine del volume sono dedicate alla presentazione dei personaggi storici principali, al riassunto della vicenda, a qualche cenno aneddotico (un giovane Benito Mussolini fece propria una leggenda creata da Scheffel e Feuerbach ispirata ai fatti di Filiberta per i propri fini politici) e alle biografie degli autori. Tra questi figura anche Umberto Rigotti che ha curato la grafica.
Il volume (un cartonato di grande formato stampato su carta patinata) è stato edito a fine 2011 da Archivio Studio d’Arte Andromeda, cosa che mi fa pensare che forse in origine fosse pensato come materiale collaterale per promuovere un evento, un territorio o una mostra.
Non si tratta certo di un capolavoro o di un’opera che vuole rivoluzionare il linguaggio del fumetto ma è comunque una lettura interessante soprattutto per i disegni di Carlos Gomez.

lunedì 10 giugno 2019

L'importanza di chiamarlo fumetto

Tutto arriva a chi sa attendere. Adocchiato già da qualche tempo per i fumettisti d’invenzione, non mi decidevo a prenderlo a causa della sua apparente pochezza grafica e del timore che fosse una di quelle trovate con cui Vivès riempie pagine su pagine al risparmio. Adesso che è entrato nel club del -50% ho soddisfatto la mia curiosità.
L’importanza di chiamarlo fumetto è la versione italiana del sesto (addirittura!) volumetto di una collana dedicata in Francia a Vivès da Delcourt. Si tratta, o almeno ne ha tutto l’aspetto, della raccolta delle brevi storielle originariamente transitate sul suo blog, raccolte a seconda del tema. In realtà sul lavoro di fumettista non è che Vivès dica molto. Qui sfilano le avventure di Flashman, le sue fantasticherie su Penelope Cruz, qualche cenno di semiologia dell’umorismo, l’abiura de Il Gusto del Cloro, qualche cattiveria sui colleghi e sull’ambiente del fumetto francese e altre scenette che non c’entrano nulla col mondo della BéDé ma che condividono la stessa malignità di molte altre sequenze qui raccolte.
Pur se l’eleganza dell’autore emerge anche da queste figurette sommariamente disegnate, la parte grafica è scarna e poco espressiva, inoltre la riproposta degli stessi disegni per pagine e pagine diventa sfibrante e non ha certo lo stesso effetto che può avere su un monitor dove si fanno scorrere verticalmente. Qualche rara volta si ride, ma a denti stretti e con l’impressione che certe gag siano nate per sfogare qualche frustrazione o vendicarsi idealmente di qualche torto. Il formato tascabile e la rapidità di lettura fanno sembrare poco giustificabile il prezzo originale di quasi 10 euro, anche se non escludo che gli altri libretti della collana fossero più riusciti. Ma di questo in particolare non mi stupisco che sia rimasto invenduto in fumetteria per 5 anni.

sabato 25 novembre 2017

Detective Smullo: Mi sa che ho ucciso l'Uomo Ragno

Nuovo socio del club del 50% di sconto. Il Detective Smullo è un omino che indaga su casi surreali, anche se spesso con più di un aggancio con la realtà, e alla fine conclude le sue storie mettendosi sempre al fresco da solo a causa di qualche capriola semantica: ad esempio disprezza la merce di uno spacciatore di cocaina, e poiché chi disprezza compra si autoaccusa di detenere quintalate di droga.
Lo stile è quello consueto di Davide La Rosa, un nonsense in cui affiorano inaspettate citazioni colte e qualche strale di satira sociale o di costume. Il suo umorismo pervade anche i titoli dei singoli episodi oltre che le citazioni in esergo e le biografie stesse degli autori. Le storie si articolano sulla lunghezza di 4 o 6 tavole, con due uniche eccezioni più lunghe tra cui il crossover finale tra le due versioni di Detective Smullo. In appendice ci sono una manciata di pagine con giochi enigmistici virati ovviamente sul comico.
Al di là delle situazioni esilaranti, quello che colpisce di Detective Smullo sono gli splendidi disegni di Fabrizio Di Nicola, a cui credo che siano dovuti i riferimenti al cinema italiano anni ’70 e ’80 sparsi per le tavole. In particolare, il suo stile di inchiostrazione è fantastico; inoltre i molti personaggi di cui ha fatto la caricatura sono perfettamente riconoscibili, cosa niente affatto scontata. Questo volume è uscito tre anni fa, spero che nel frattempo Di Nicola abbia trovato uno spazio nel panorama fumettistico italiano adeguato alle sue capacità.
Unica nota leggermente negativa, questa edizione di Nicola Pesce Editore (che pure ha pubblicato anche volumi curatissimi) sembra un po’ dimessa, con una grafica minima, una numerazione ondivaga (forse le ultime sei pagine sono state aggiunte alla fine e non erano previste?) e una copertina ruvida particolarmente suscettibile a rovinarsi, almeno nel caso della copia che ho preso io. Per 6 euro è comunque un affarone – anzi, peccato non aver notato prima questo volumetto che avrei pagato volentieri anche a prezzo pieno.

domenica 5 febbraio 2017

Il Fotografo primo volume

Il dodicesimo Don Camillo non vuole proprio saperne di arrivare, quindi mi tocca dedicarmi a spulciare le offerte della fumetteria per compensare.
Il Fotografo pubblicato in Italia dalla Lizard non mi ha mai interessato, anzi l’ho sempre guardato con un certo sospetto, ma lo mettevano al 50% di sconto e alla fine sono capitolato.
Questo genere di fumetto non mi interessa, il graphic journalism o qualunque sia la categoria in cui rientra Il Fotografo è una semplice esposizione di fatti (talvolta narcisistica) che proprio in virtù della sua natura di reportage può permettersi, anzi si sente quasi in dovere di fare, di essere disegnato approssimativamente – e con Guibert mi è pure andata bene. Senz’altro un volume da lasciare sbadatamente sul tavolino del soggiorno, oppure in bella vista nella libreria, per fare colpo su una certa categoria di ospiti, ma fumettisticamente parlando siamo al Neolitico. La mia impressione è stata confermata, ma tutto sommato poteva andarmi peggio.
Nel 1986 Didier Lefèvre accompagna come fotografo una missione di Medici Senza Frontiere diretta a Badakhshan in Afghanistan, fotografa praticamente tutto («Mi chiedo cosa ci faccio qui. E, come sempre, mi rispondo scattando delle foto» è la sua spiazzante filosofia di vita) e il fumettista Emmanuel Guibert compone i ricordi di Lefèvre come una sceneggiatura integrandoli con dei disegni per imbastire un fumetto, o qualsiasi cosa sia Il Fotografo. L’apporto più importante viene da Frederic Lemercier, colorista e “montatore” dell’opera che le dà il suo aspetto compiuto e quindi la parvenza di BéDé. Per quanto il ricorso a enormi didascalie che incorniciano le foto e le vignette cristallizzi l’opera e la renda più simile a un libro illustrato, soprattutto all’inizio.
Come prevedibile, ci sono appunto un sacco di didascalie a riassumere e descrivere quello che i disegni, scarni e spesso privi dei benché minimi sfondi, non possono lasciar trapelare (e Guibert ha pure un tratto molto piacevole e maturo, con cui potrebbe realizzare opere “classiche” di sicura qualità). Di conseguenza sono spesso i dialoghi le parti migliori, quelle in cui le nozioni passano con maggiore efficacia grazie alla verve degli interlocutori e in cui alcuni scambi di battute riportano Il Fotografo su un piano più narrativo che meramente descrittivo. Il viaggio si snoda con una certa piacevole indolenza da studio entomologico soffermandosi anche sulle diversità antropologiche delle popolazioni incontrate, cosa che offre però il destro a commenti talvolta un po’ infelici.
Alla fine un certo interesse viene suscitato (e considerato l’argomento mi sembra inevitabile) e non mancano neppure bei momenti come l’episodio dei 15 minuti di black-out in Pakistan, ma il fascino di quella sequenza e il suo ritmo si devono al lavoro del colorista Lemercier. Paradossalmente, in più di un’occasione mi sono trovato a pensare che Il Fotografo avrebbe funzionato meglio proprio senza le foto che spezzano quel poco di ritmo che ha. Anche perché alcune sono state riprodotte in formato molto piccolo oppure inspiegabilmente storte, costringendo il lettore a uno sforzo per decifrarle e quindi estraniandolo ancora di più dal tessuto della narrazione.
Il lettering, che sicuramente Nadège Vaïnas avrà elaborato a partire da quello originale di Guibert, non è molto bello e rende un po’ ostica la lettura (i punti sembrano delle virgole), e questa prima edizione della Lizard datata 2004 non è nemmeno scevra da refusi.
Il valore di documentazione di quest’opera è innegabile (tecnicismi a parte, la sequenza dell’operazione del tumore al piede è veramente toccante) ma dal punto di vista del fumetto è meglio stendere un velo pietoso.

mercoledì 10 agosto 2016

La Banda di Monica

Nuovo membro del club del 50% di sconto. Edito nel 2011, quando aveva già suscitato la mia curiosità, La Banda di Monica è stato probabilmente un tentativo da parte della Panini di verificare l’interesse che questo best seller brasiliano poteva suscitare in Italia. Da quello che so a questo primo volume non ne ha fatto seguito nessun altro.
A spingermi all’acquisto è stato l’interesse di carattere storico verso il fumetto, la curiosità per un prodotto di enorme successo in patria e quindi la possibilità di riempire un tassello fondamentale nel mosaico del fumetto mondiale. Per il resto, La Banda di Monica è un prodotto destinato nettamente ai bambini.
Purtroppo la parte che potenzialmente avrebbe potuto interessarmi di più non si è rivelata all’altezza delle mie speranze: i redazionali, che comunque non sono pochi, si dilungano in sperticate lodi a Mauricio de Sousa e all’impero editoriale che ha costruito in Brasile, segnalando curiosità come le attività umanitarie dell’autore/editore e il recente corso teen della serie, ma senza approfondire nessuno degli aspetti più generali. I dati tecnici e anche quelli storiografici più basilari vengono ignorati totalmente: non sono specificati modalità e formati delle pubblicazioni originali (sono settimanali o mensili? Pocket o comic book?) e nemmeno l’anno di nascita del fumetto. Forse è stato scelto di non appesantire con dati tecnici una pubblicazione idealmente destinata ai lettori più giovani, ma anche sulla selezione delle storie ci sarebbe da ridire.
È chiaro che con una mole sterminata di pagine tra cui scegliere la Panini avrà avuto delle difficoltà a selezionare quelle più rappresentative, ma forse si sarebbe potuto fare meglio. Dopo una paginetta introduttiva il fulcro del volume è costituito da una lunga versione di Romeo e Giulietta interpretata dai protagonisti del fumetto. Non si tratta quindi di una “vera” storia di Monica & co. ma di un fumetto in cui i personaggi interpretano altri personaggi e in cui quindi il lettore che ancora non ha confidenza con i protagonisti deve desumerne le caratteristiche principali per conto proprio. La storia in sé non è nemmeno male, se consideriamo il pubblico di riferimento a cui è indirizzata, e riesce a strappare più di un sorriso – anzi, il capitolo del balcone è esilarante.
Nel resto del volume di Monica c’è ben poco visto che si è optato per offrire una panoramica sugli altri personaggi di de Sousa, che mi hanno ricordato molto le proposte nostrane degli albetti Alpe e Bianconi. Di Blu (cagnolino che, se ho ben capito, ha rappresentato l’esordio di de Sousa) viene presentata una storia semplice, abbastanza simpatica e metanarrativa – finirà tra i Fumettisti d’Invenzione se riuscirò a reperirne gli estremi esatti. Segue la storia di un cavernicolo, Piteco, che partendo nientemeno che dal mito della caverna di Platone traccia un quadro dell’alienazione moderna. Fantasmino e Frank condividono un universo comune: del primo viene presentata una storiellina abbastanza simpatica (forse pubblicata in un formato originale molto più piccolo perché qui i contorni delle figure risultano stampati male) mentre il secondo, una trasposizione del mostro di Frankenstein, è protagonista di una vicenda meno canonica e a tratti malinconica. Ronaldihno Gaucho compare in due storie brevi di una tavola ognuna e quindi non ci si capisce molto se non il lato buonista ed educational anticipato anche dall’articoletto che ne parla.
Conclude la foliazione una breve introduzione in bianco e nero alla versione teen di Monica.
Di certo una proposta più filologica, presentando ad esempio una storia di Monica per ogni decennio, sarebbe stata più utile per farsi un’idea del fumetto ma, oltre al fatto che forse la Panini ha dovuto sottostare ad accordi specifici per selezionare le storie, una cosa del genere avrebbe interessato gli appassionati di fumetti e non i bambini a cui La Banda di Monica era probabilmente indirizzato. Ma ormai i fumetti li leggono solo gli appassionati, non certo i bambini. A tal proposito, forse 12 euro non sono nemmeno pochi per un volumetto a colori di 96 pagine, pur stampato su bella carta patinata, e anche questo può aver allontanato un potenziale acquirente (dubito che il volume abbia avuto una diffusione in edicola).

domenica 7 agosto 2016

Confusione Mostruosa

Accanto al club del 25% ne ho scoperto un altro, quello del 50%! Primo acquisto in tal senso è un volume pubblicato 15 anni or sono dalle Edizioni BD, la cui vendita è giustificata a metà prezzo anche in virtù delle condizioni non proprio ottimali in cui era ridotto (niente di che, comunque: giusto qualche bozzo).
La storia è ambientata tra le mura di casa Trondheim, dove la mamma e il papà artisti sono attorniati da due bambini, Jeanne e Pierre, che a loro volta amano disegnare. Inavvertitamente, parte della polvere con cui i disegni dei genitori prendono vita finisce anche su uno dei mostriciattoli disegnati dai figli e così la casa si trova infestata dal pestifero Oko.
Di lasciare l’appartamento non se ne parla perché Jeanne e Pierre non vogliono abbandonare i loro giocattoli, così il papà ha l’idea di creare un altro mostro che dia la caccia al primo, che si chiamerà Giangiacomo come si conviene ai mostri buoni. Ovviamente si tratta del preludio a disastri sempre maggiori e a situazioni esilaranti fino al simpatico finale.
Più che un fumetto vero e proprio si tratta di un racconto illustrato, ma nel 2001 si era in piena ebbrezza da Association e la BD avrà visto delle potenzialità anche in una proposta così particolare. Confusione Mostruosa è divertente e piacevole, con alcune gag che potranno essere apprezzate anche e più dagli adulti. Di certo il prezzo originario, 22.000 lire, si adatta di più a quello che effettivamente è il volume, cioè un raffinato libro cartonato per bambini da 32 pagine, piuttosto che a un fumetto. Da segnalare che il lettering era ancora fatto a mano. Quando l’ho realizzato stavo per piangere dalla commozione.