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martedì 4 dicembre 2018

Intervista a (rullo di tamburi) Piero Alligo

Luca Lorenzon (LL): È veramente un onore conoscere finalmente uno dei miei fumettisti preferiti. Certo, non hai realizzato poi molti fumetti, purtroppo.

Piero Alligo (PA): Mi ero reso conto che avevo i miei limiti col disegno.

LL: Dici sul serio?!

PA: Sì, in realtà lo stile di disegno che mi viene più naturale è futurista. Le fotografie da cui partivo per realizzare le mie tavole erano un’intercapedine, un qualcosa di più che si trovava tra la realtà e il fumetto.

LL: Posso chiederti cosa hai fatto dopo il fumettista?

Piero Alligo è anche editore
PA: Negli anni successivi al fumetto ho fatto il mago comico. Nel senso di prestigiatore: il mago comico è una specializzazione della magia come il mentalismo, la levitazione, ecc.
Prendevo 50.000 lire a serata, finché vinsi il primo premio di magia comica a Saint-Vincent nel 1984, e allora il mio cachet lievitò: per una serata chiedevo 800.000, o anche un milione. Il mio nome d’arte era Mago Rex, con Chiambretti mi esibivo sulla navi russe.
Ho anche vinto il 3° premio al Festival di Cabaret di Loano, infatti sono amico di Raul Cremona che quest’anno ha scritto un fumetto di Martin Mystère insieme ad Alfredo Castelli, con protagonista proprio un mago.
Antonio Ricci mi voleva in Drive In ma poi non se ne fece nulla: poco male, perché nella stagione 1987-1988 partecipai al Raffaella Carrà Show.

LL: Esistono dei siti specializzati in cui si possono vedere le tue performance?

PA: Non ho trovato niente, nemmeno su Youtube [e in effetti neanch’io ho trovato nulla, ndr].
Con i soldi che feci negli anni ’80 diedi seguito alla mia altra passione, cioè i fumetti, e cominciai a collezionare tavole originali.

LL: Quanti pezzi hai?

PA: Difficile dirlo con precisione, credo siano tra le 30.000 e le 40.000.

LL: Immagino che sia difficile fare una classifica tra tutti i tesori che possiedi e dirmi quali sono le tue tavole preferite.

PA: Esatto. In generale posso dirti che prediligo Pinter, Moëbius, Eleuteri Serpieri, Pratt, Toppi, Magnus, il Dino Battaglia più gotico, quello di Poe e Lovecraft. Tra le altre, ho tutte le tavole dell’Ispettore Coke di Dino Battaglia, compresa l’ultima storia rimasta incompiuta che sarà terminata da Corrado Roi. Le tavole saranno in mostra a Città di Castello.

LL: Tu hai anche scritto fumetti per Playboy o mi confondo con l’altro Alligo?

PA: Sì, li ho scritti io: Santo Alligo è il mio fratello scultore, che ha anche realizzato quei bei volumi intitolati Pittori di Carta, un’opera in quattro tomi.

LL: Le tue tavole erano veramente curatissime, hai avuto una formazione accademica classica?

PA: No, nessuna formazione artistica. Figurati che a 13 anni facevo il panettiere, ma avevo sia la passione per i fumetti che per la magia. Solo che ci mettevo così tanto a fare una tavola… [e si vedeva, ndr]
Non ho avuto una formazione artistica, anche perché ho avuto una certa insofferenza verso la scuola dovuta a una brutta esperienza: ho ripetuto la prima media perché un giorno una professoressa volle interrogarmi su un passo dell’Iliade e vedevo che ci godeva a umiliare uno studente giovane. Mi sono chiesto che razza di scuola fosse questa e che razza di insegnamenti potesse dare…

LL: Le tue prime esperienze come fumettista?

PA: A 21 anni, dopo il servizio militare, cercai lavoro nel settore dei fumetti e collaborai sia con Eureka che con Il Corriere dei Ragazzi che all’epoca era già diventato Corrier Boy. Per quest’ultimo mi firmavo “Janus”. Feci solo un paio di fumetti per il Corriere Boy, erano quelle cose del tipo Hitchcock che racconta una storia, mi ricordo l’aneddoto di una sceneggiatura che mi era stata data in cui il protagonista doveva avere il naso a patata, le lentiggini e i capelli a spazzola ma una volta che portai le tavole vennero rifiutate proprio per questo motivo! Eppure c’era scritto sulla sceneggiatura che il protagonista dovesse avere quelle caratteristiche. Mi rifecero fare le vignette (l’eroe deve sempre essere bello) e la storia fu pubblicata con le pecette.
Erano tempi di transizione per la testata, il nuovo direttore D’Argenzio mi spiegava che per disegnare le donne avrei dovuto disegnarle nude e poi vestirle, così sarebbero state più sexy. Alfredo Castelli mi consigliò di provare anche con Eureka, e così feci.
Da Eureka fui costretto a trovare lavoro a Il Mago proprio quando stavano per offrirmi la realizzazione di una serie a puntate, perché una volta parlando con Luciano Secchi mi scappò di dirgli che io apprezzavo di più i fumetti di Linus, che lui odiava: mi disse che non avrei più collaborato con lui! Poco male: Il Mago mi pagava 35.000 lire a tavola contro le 15.000 che mi dava Secchi.

LL: Hai anche pubblicato sul Sgt. Kirk di Ivaldi.

PA: Sì, ma pubblicai solo una storia. C’è però un altro fumetto, intitolato L’Impasto Assurdo, che mi venne pagato ma non fu mai pubblicato. È l’unica volta che mi è successo.

LL: Hai mai pensato di tornare a fare fumetti?

PA: Come ti dicevo, in realtà il mio vero stile, quello che mi viene spontaneo, sarebbe diverso da quello con cui ho disegnato i fumetti negli anni ’70. Non penso proprio che tornerò a disegnare fumetti.

LL: Già, sarebbe come sperare che Danilo Masciangelo tornasse a fare fumetti: impossibile!

lunedì 3 dicembre 2018

Intervista a James O'Barr e Chiara Bautista

Claudio Zuddas (CZ): Lei quest’anno è presente, seppure indirettamente, anche con il nuovo progetto del Corvo made in Italy.

James O’Barr (JO): È un progetto che è nato grazie al tramite di Micol Beltramini, ci siamo conosciuti in una precedente edizione di Lucca.

CZ: Certo che fa uno strano effetto vedere Il Corvo a colori, ripensando alla vecchia versione in bianco e nero.

JO: Il risultato è buono, molto espressivo. Io immagino in bianco e nero i miei fumetti anche per l’influenza che hanno avuto su di me i vari media in bianco e nero di cui ho fruito, soprattutto i film. I vecchi noir, per capirci.

CZ: Non sarebbe male fare un remake del Corvo, intendo il film, in bianco e nero.

Chiara Bautista (CB): Sarebbe fantastico!

JO: Questo in parte è già stato fatto: nel film originale le scene d’amore sono filmate a colori secondo un metodo normale di ripresa, mentre quelle violente sono sgranate. Ma chissà che non si riesca a fare una nuova versione.

CZ: Il fulcro attorno il quale ruota Il Corvo è il concetto di vendetta…

JO: Quello è solo il punto di partenza, e nel corso degli anni ho rimaneggiato varie volte il fumetto. C’è sicuramente la vendetta come tema forte, ma c’è uno spazio molto importante anche per la redenzione. E ovviamente anche per l’amore.

CZ: Di certo Il Corvo è un fumetto diverso da quelli che escono negli Stati Uniti. Il protagonista ha dei poteri soprannaturali, ma non è certo un supereroe classico.

JO: I supereroi non mi interessano, sono un genere molto standardizzato. Io cerco di fare più che posso per migliorare la scena dei comics americani.

CZ: Sente la forza iconica de Il Corvo?

JO: Intendi se ho avuto successo e ho fatto i soldi? Ma no, sono lo stesso di vent’anni fa, ho ancora una Honda Civic… Se ti riferisci all’impatto che ha avuto sul pubblico, sono rimasto commosso nel vedere l’accoglienza che ho avuto a Lucca e che abbia dato vita al progetto Memento Mori.

CZ: Chiara Bautista, lei è appena alla sua terza apparizione in pubblico, e la fa oltretutto fuori dai confini statunitensi: come si è trovata in questa sua prima uscita italiana?

CB: Sono entusiasta, è tutto molto bello, meraviglioso… tanto più che James mi ha comprato un anello l’altro giorno qui a Lucca e mi ha chiesto di sposarlo!

CZ: Lei è l’autrice di Bunny Girl, un fumetto molto particolare che a sua volta è diverso dalle proposte tipiche del mercato statunitense: quanto c’è di messicano in Bunny Girl?

CB: È un fumetto molto legato alla cultura messicana, si basa su una leggenda messicana secondo cui il Sole e la Luna sono entità umanizzate.

CZ: Com’è la scena del fumetto in Messico?

CB: Non ci sono molti fumetti di supereroi in Messico, se non quelli importati dagli Stati Uniti, è una scena più simile a quella europea. Ci sono fumetti basati su cose più ispirate alla nostra realtà, come potrebbero essere le telenovelas.

CZ: Ci sono fumetti sui Luchadores?

CB: Sono rimasta sorpresa nel vedere Quebrada [fumetto scritto da Matteo Casali per vari disegnatori, ndr], non sapevo che i luchadores fossero famosi fuori dai confini messicani. Mentre da noi non ci sono fumetti sull’argomento, almeno non che io sappia.

JO: Ormai è un mondo globalizzato.

venerdì 30 novembre 2018

Intervista a José Muñoz

Luca Lorenzon (LL): Alejandro Aguado de La Duendes mi diceva che è in corso una crisi in Argentina, anche loro hanno rarefatto la pubblicazione di volumi cartacei a causa delle condizioni economiche poco favorevoli del Paese.

José Muñoz (JM): Adesso c’è un’altra di quelle cicliche e umilianti manomissioni della popolazione argentina che ha votato per questo governo: è la prima volta che votano direttamente per i finanzieri, i bancari e gli speculatori che li uccideranno. La democrazia è problematica (certo, meglio la democrazia che la dittatura) perché non tutti sono all’altezza di votare per i propri interessi, votano per l’interesse del boia. È triste come fenomeno.

LL: Lei il fumetto lo ha messo in un angolino…

JM: No! Continuo con il fumetto, è uno dei miei amori principali. Direi che io sono un disegnatore con tendenze narrative e con dei problemi artistici… il fumetto è un campo nel quale io ho tentato di esprimermi, di realizzarmi, di crescere con altri andando oltre me stesso e il mio egocentrismo.
Approfittare di questa pulsione è stata anche un’occasione per sublimare le ferite che la Storia ti infligge vivendo. Si è trattato di sublimare l’ingiustizia e lavorare nella forma, omaggiare le forme attraverso la denuncia, come con Sampayo abbiamo fatto con le brutture che vedevamo, non soltanto nel mondo esterno ma anche nel nostro mondo interiore. Una catarsi sublimata in maniera di poter continuare a respirare. E offrire una consolazione anche estetica e narrativa a quelli che ci scelgono come partner del loro panorama di intrattenimento.

LL: Mi viene in mente Sudor Sudaca, in cui molti esuli si sarebbero potuti identificare.

JM: Sì, era il 1981/82 quando abbiamo incominciato quel fumetto con Carlitos. Ci siamo sentiti capaci di affrontare la nostra circostanza reale all’epoca delle Malvine, ci è scoppiato un desiderio argentinoide di metterci dentro la pelle della nostra gente, ritornando un po’ alla nostra infanzia. Carlos continua il suo lavoro di scrittore, continua a raccontare storie che si svolgono alla fine degli anni ’40 e agli inizi degli anni ’50 a Buenos Aires. Quella Buenos Aires che è stata la nostra infanzia e adolescenza.
In quel particolare momento storico io e Sampayo siamo stati spinti da questi dolori interni argentini (ma più in generale sudamericani se vogliamo) a dare il nostro contributo con il nostro mestiere.

LL: Se non sbaglio lei in un’intervista aveva detto che il suo primo passaggio in Europa, in Spagna, con Carlos Sampayo fu il periodo più buio della sua esistenza ma che poi le ha dato la forza di elaborare tutto questo in forma narrativa. [l’intervista è su Fumetti d’Italia 17 dell’autunno 1995 ma Muñoz si riferiva anche alla cupezza della Spagna all’epoca ancora franchista, ndr]

JM: Ci ricolleghiamo a quello che dicevo prima, cercare di realizzarmi come disegnatore espressivo: esprimere le mie gioie e il mio dolore attraverso il disegno collegato con il momento della Storia che stavamo vivendo.
In quel momento con Sampayo ci siamo trovati in un momento di rottura della sua e della mia vita, l’Argentina che si incupiva dietro di noi, uccidendo i suoi figli. Noi siamo scappati per un pelo, nel senso che non eravamo attivisti politici ma prima o poi ci avrebbero fatto fuori. È stato l’ultimo tentativo organizzato delle forze repressive argentine che possiedono il Paese di eliminare qualsiasi tipo di inquietudine critica. Noi grazie al fumetto, grazie all’Historieta [termine che in Argentina designa il fumetto, ndr] ci siamo salvati dalla Historia.

LL: Era lei che aveva detto che l’Historia vi ha deluso e quindi è meglio l’Historieta?

JM: Esatto, quello che voglio dire è che fondamentalmente quello che succede nei lavori con Carlos Sampayo è che arriva a volte una pioggia di angoscia sublimata e catartica, che esige una sopportazione vitale che non è soltanto intrattenimento, anche se “intrattenimento” è una parola che si usa male: l’intrattenimento può essere alto, basso, altissimo, bassissimo. Ossia noi siamo stati un altro tipo di intrattenitori sublimando le angosce della Storia, le nostre paure, le nostre miserie, pur senza esagerare: non siamo stati autobiografici, il nostro linguaggio si è sviluppato a partire anche dal contributo degli autori underground nordamericani e tutto lo straordinario apporto che hanno dato.
Noi della scuola di Buenos Aires, io come autore della scuola di Buenos Aires e Carlos come mio scrittore e compagno d’avventure, ci siamo piazzati come uno dei frutti della scuola di pensiero e di spessore narrativo a cui io ho avuto la fortuna di partecipare negli ultimi momenti, quando nell’imbrunire sono arrivato io con il mio pennellino e ho visto Pratt che se ne tornava in Europa, Breccia che si rifugiava nel silenzio… però noi siamo riusciti a essere formati da quelle Eccellenze.

LL: Alla Escuela Panamericana de Arte lei era brecciano? [nella scuola la differenza principale era tra chi seguiva lo stile di Pratt e chi quello di Alberto Breccia, ndr]

JM: Sono stato allievo di Breccia, ma io ero prattiano, ero un prattiano sfrenato. Però Breccia mi piaceva perché ci sono piaceri nascosti nel nostro mestiere, per esempio l’inchiostratura per me è uno dei piaceri supremi. Io vedevo questa energia che montava nel lavoro di Breccia, le cose che faceva con l’inchiostratura, i lavori con le lamette, con tutto quello che trovava: lui intingeva qualsiasi cosa nella china e la metteva sulla pagina.

LL: C’è il famoso episodio della ruota di bicicletta.

JM: Tutto quello che c’era in giro! Però io ero prattiano. Quando ho avuto, come adesso con Miraggi di Memoria, l’opportunità di avvicinare le mie linee in omaggio ai disegni del Maestro ho provato un estremo piacere, perché è un’occasione per ringraziare attraverso il mio disegno le finestre verso la meraviglia che il disegno di Pratt mi ha procurato.

mercoledì 28 novembre 2018

Intervista a Dave McKean

Claudio Zuddas (CZ): Con quali novità è presente a Lucca?

Dave McKean (DM): Le Edizioni Inkiostro hanno pubblicato un artbook, è una raccolta di materiale eterogeneo, quasi casuale, ma è una cosa voluta: il titolo è Apophenia, che in greco si può tradurre come “illusione di significato”. A seconda dell’ordine in cui le immagini sono presentate possono creare un significato piuttosto che un altro. Si tratta di cose poco viste, soprattutto in Italia.

CZ: Lei farà parte del progetto Sandman Universe?

DM: No. [il tono secco della risposta fa ridere gli astanti, ndr]
Però sto facendo delle copertine nuove più simili a quelle dei comic book normali, per riportare Sandman all’epoca in cui fu pubblicato.

CZ: L’arrivo di Sandman rivoluzionò il settore dei comic book americani, e il suo influsso si fa sentire ancora oggi.

DM: Sì, certo, erano poche le opere realizzate in quel modo all’epoca: non erano numerose ma piantarono dei semi, che adesso sono ormai cresciuti rigogliosi. Moltissimi fumetti non ci sarebbero stati senza Sandman.

CZ: Karen Berger viene ancora ricordata per il suo coraggio e il suo intuito nel lanciare la linea Vertigo.

DM: Certo, dette un’impostazione molto originale alla DC Comics e incoraggiò molti nuovi autori (anche lei “piantava semi” tornando al discorso di prima), ma non ci ho avuto molto a che fare perché era una script editor, si occupa delle sceneggiature.
Agli inizi degli anni ’90 gli editor acquisirono più potere dicendo la loro anche sulla parte grafica… e così me ne sono andato.

CZ: Cosa pensa del fumetto contemporaneo?

DM: Attualmente il fumetto sta vivendo un’Età dell’Oro, anche grazie al lavoro che facemmo noi a suo tempo, tanto per tornare al discorso dei semi che sono maturati. Mi piacciono i fumetti molto curati dal lato visuale ma che abbiano anche un buono script e storie che parlano di vita vera, di quello attraverso cui passiamo tutti.
Mi piacciono le graphic novel che parlano di scienza, della natura, di politica, di “come sono le cose”, libri scritti da scienziati che spiegano come funzionano le cose.
Attualmente in Inghilterra ci sono degli editori indipendenti straordinari.

CZ: Quali sono i suoi strumenti preferiti? So che lei usa molto il computer.

DM: No, in realtà i miei strumenti sono la matita, la carta e la gomma: il computer lo uso, ma solo per controllare l’immagine e rifinire qualche dettaglio. Un’immagine digitale mi trasmette una sensazione di “plastica”.

CZ: Tornerà a girare film o videoclip?

DM: Mi sono divertito a farlo, ma l’ho anche trovato frustrante. Con una graphic novel penso a una cosa e la metto subito su carta, il cinema richiede molto più tempo e lavoro senza avere necessariamente il controllo su tutte le fasi della realizzazione. No, dei film non mi interessa più molto. E poi il tipo di storie che vorrei fare richiedono un certo budget che non sarebbe facile da trovare per finanziare un film.

CZ: Cosa pensa della Brexit, se può dircelo?

DM: Stavo lavorando a Calegaro, la mia ultima graphic novel; ero proprio nel mezzo della storia e non sapevo come sarebbe finita: avevo previsto due finali, uno più positivo e l’altro negativo. Proprio in quel momento è capitata questa Brexit e alla fine ho scelto il finale che mi piaceva di meno, perché si adattava bene a quel momento. Trovo che la Brexit sia una cosa stupida, dovuta all’egoismo e alla paura.

martedì 27 novembre 2018

Intervista a Tito Faraci

Luca Lorenzon (LL): Con quali novità sei a Lucca quest’anno?

Tito Faraci (TF): Quest’anno sono presente soprattutto come curatore di Feltrinelli Comics, la nuova linea di fumetti della casa editrice Feltrinelli. Certo, “nuova” relativamente, perché è già un anno che è stata avviata, ma siamo ancora giovani rispetto ad altre realtà.
E poi sono presente anche come autore, chiaramente, perché proprio all’interno di questa collana c’è un libro che abbiamo fatto insieme io e Sio, per la precisione è il nostro secondo libro: Il Pesce di Lana e altre storie (il titolo completo è lunghissimo e non potreste mai ricordarlo!).
Per me quindi questa è una Lucca molto impegnativa visto che sono impegnato su due fronti, quello dell’autore e quello del curatore qui al nuovissimo stand di Feltrinelli Comics che inauguriamo proprio in quest’occasione.

LL: Ti ritrovi di più nelle vesti di autore, di curatore o in entrambe?

TF: Soprattutto come autore, anche se devo dire che questa esperienza di curatore è bellissima, totalizzante e non è che sia poi molto lontana dall’altra: è sempre la stessa partita ma giocata da due lati diversi del tavolo, diversi ma non contrapposti.

LL: L’esperimento Feltrinelli Comics ha avuto un buon riscontro di pubblico?

TF: Sì, sta andando bene, siamo tutti molto soddisfatti. I nostri libri stanno andando bene, i librai sono contenti, soprattutto il pubblico è soddisfatto, gli autori sono contenti: insomma si è rivelata davvero una bella esperienza. Siamo entrati nel mercato come una vera casa editrice di fumetti, producendo in prima persona titoli e non limitandoci a importarli, e questo è un impegno molto grosso che dimostra un grande coraggio e una grande fiducia da parte dell’editore.

LL: Certo, produrre direttamente fumetti ha sicuramente un costo molto più elevato che pubblicarli su licenza.

TF: Non è solo una questione di costi: c’è tutto l’impegno che c’è dietro alla realizzazione di un titolo, ed è una scommessa, perché non sai se il libro piacerà o no. Devi essere tu per primo convinto che piacerà. Questa è forse la nostra principale fonte d’orgoglio.

LL: Puoi darci qualche anticipazione su alcuni dei prossimi titoli che saranno pubblicati da Feltrinelli Comics? La collana è molto variegata, ospita fumetti di tipi e stili molto diversi.

TF: Come ho già detto stamattina in conferenza [l’intervista è stata raccolta il 1 novembre, ndr], ci sono delle cose gigantesche in arrivo: Manara verrà ospitato con un nuovo art book intitolato Red Light che lo riporta al disegno erotico, e all’inizio dell’anno prossimo uscirà la prima graphic novel firmata da Tiziano Sclavi. Non sarà un progetto legato a Dylan Dog ma una cosa più personale e autonoma. Poter pubblicare questi due grandissimi Maestri del fumetto internazionale è fonte di grandissimo orgoglio per noi.

LL: E i tuoi progetti futuri come autore?

TF: In questo momento sono molto concentrato sull’ipotesi di cominciare un nuovo romanzo, però devo appunto cominciare a scriverlo! Questo non c’entra niente col fumetto però ti assicuro che è abbastanza impegnativo.

sabato 24 novembre 2018

Intervista a Dan Panosian

Luca Lorenzon (LL): Sei piuttosto espressivo in confronto ad altri disegnatori che lavorano per il mercato statunitense. Come sviluppi un personaggio?

Dan Panosian (DP): Penso per prima cosa alla sua personalità e alle espressioni del volto. Ho avuto qualche esperienza nell’animazione, quindi mi concentro molto sull’espressività e il movimento dei personaggi: è la parte più difficile, ma anche la più divertente.
Figurati che quando disegno mi viene spontaneo fare le boccacce dei miei personaggi. Quando passa mia moglie e mi vede pensa che sono matto!

LL: Il tuo passato di boxeur può aver influito sulla ricerca dell’espressività?

DP: Ma no, non c’entra niente; se proprio devo trovare un modello per l’espressività più che altro mi viene dalla passione per i film Disney, che con poche linee raccontano molto e fanno capire subito lo stato d’animo dei personaggi.

LL: Anche tu hai fatto animazione…

DP: In realtà ho fatto poco in animazione, in quel settore c’è un lavoro di tipo più collettivo che non me lo ha fatto sentire “mio”. Ho lavorato per Kung Fu Panda ma ero solo un ingranaggio del meccanismo. Una curiosità: Kung Fu Panda in origine era un videogame bruttissimo (credo si chiamasse Tai Fu), poi Spielberg lo vide e dopo dieci anni volle farne il film che ebbe un grandissimo successo.

LL: Ci sono degli artisti in particolare che ti hanno ispirato? Mi sembra di vedere influssi europei nei tuoi disegni.

DP: Più che altro sono stato influenzato da mio padre. Era un pubblicitario, amava i comic book e volevo essere come lui (tra l’altro anche lui era pugile). C’era sempre tanta arte in casa nostra ed era inevitabile che mi sentissi ispirato da quell’ambiente.

LL: E hai avuto una formazione specifica?

DP: No, non ho frequentato nessuna scuola d’arte e ancora oggi lo rimpiango. Possiamo dire che sto ancora imparando. Oggi con Facebook e Instagram puoi imparare molto confrontandoti con gli altri.

LL: Arrivano fumetti italiani in USA?

DP: Non molti… Tex, Diabolik, Dylan Dog e Ken Parker che amo molto.

LL: Però tanti italiani lavorano in America…

DP: Certo, e sono molto bravi. Si vede che hanno delle basi differenti e più solide.

giovedì 22 novembre 2018

Intervista a C. B. Cebulski

Claudio Zuddas (CZ): Quest’anno stanno facendo un sacco di portfolio review qui a Lucca, ne hai fatti anche tu?

C. B. Cebulski (CBC): Figurati che al mio incontro delle 11 di stamattina [l’incontro è avvenuto il 2 novembre, ndr] c’erano addirittura 110 persone con il portfolio da farmi vedere! Ovviamente visto che il tempo era limitato ho potuto dare un’occhiata solo alla metà circa, e alcuni li ho più intravisti che visti. Posso dirti però che 14 di loro lavoreranno per la Marvel.

CZ: Mi sembra un ottimo risultato. Tra le tue molte “scoperte” quale ti ha dato più soddisfazione?

CBC: È difficile dire quale sia la “scoperta” preferita, sarebbe come dire qual è il tuo figlio preferito! Ti confesso però che ho una certa preferenza per Sara Pichelli. Non solo perché è brava, ma anche perché si può dire che siamo cresciuti insieme visto che siamo entrati in Marvel più o meno nello stesso periodo. E poi lei svolge anche un ruolo molto importante perché oltre che disegnare fa anche da mentore per altri artisti e a sua volta li aiuta a crescere.

CZ: Quale stile bisogna avere per lavorare in Marvel? Ci sono dei modelli di riferimento, magari di qualche autore famoso?

CBC: L’importante è lo storytelling, non imitare uno stile. Devi essere leggibile e sapere raccontare bene.

CZ: I film e i telefilm con protagonisti i personaggi Marvel sono stati utili a migliorare le vendite dei fumetti?

CBC: Certo, le vendite hanno sicuramente beneficiato del traino di film e serie tv.

CZ: Non so se puoi parlarne, ma ho letto che la serie di Visione in America è stata cancellata prima ancora di partire…

CBC: Ma è una cosa che capita tutti i giorni, avevamo altri nuovi progetti per Visione e la figlia Viv, non è detto che non torni. Pensiamo al caso di World War Hulk: avrebbe dovuto uscire nel periodo della Civil War di Mark Millar, ma una guerra bastava! WW Hulk venne pubblicata due anni dopo, ma alla fine vide la luce. Posso anticipare che da febbraio ci saranno novità su Visione.

CZ: Tu sei sempre in giro per convention a fare scouting…

CBC: Sono abituato a fare il globetrotter, mia madre è svedese e da ragazzino passavo le estati in Europa, ho passato molto tempo anche in Giappone. Questo mi ha permesso di lanciare uno sguardo globale al fumetto mondiale ed europeo.
Stan Lee mostrava nei suoi fumetti il mondo “fuori dalla finestra”, ma era la finestra del suo ufficio di New York. Adesso con questo [indica lo smartphone, ndr] il tuo ufficio è dovunque e la finestra dà sul mondo intero.

CZ: Puoi parlare della tua esperienza in Giappone?

CBC: Ci vado abbastanza regolarmente. Poi per due anni ho lavorato a Marvel Asia in Cina per esportare la Marvel in Oriente e creare una base di fan là. Ci siamo ispirati ai sistemi produttivi e distributivi dei manga per penetrare quel mercato, e tutto sommato non è che ci siano solo differenze tra comics e manga, ci sono anche molte somiglianze, come l’attenzione per i personaggi: in fondo Peter Parker “entra” nella maschera di Spider-man così come Shinji entra nel suo E.V.A. E poi molti creatori asiatici vogliono lavorare per la Marvel.

mercoledì 21 novembre 2018

Intervista a Umberto Pignatelli

Luca Lorenzon (LL):  Puoi presentarti brevemente?

Umberto Pignatelli (UP): Ciao, sono Umberto Pignatelli e collaboro con GG Studio, ora Space Orange. Scrivo libri-gioco ma anche molti giochi di ruolo. Faccio questo lavoro dal 2008, scrivo prevalentemente in inglese, per editori esteri.

LL: Qui a Lucca presenti qualcosa in particolare?

UP: Presento il terzo librogame della serie di Kata Kumbas: La Magia della Baldera. È appunto il terzo e chiude una trilogia, ma non si sa ancora se sarà l’ultimo o no. Si capirà entro l’anno prossimo se continuare o no con la saga. In questo episodio il protagonista Ugger, il Cavaliere della Porta, se ne torna per un’altra volta su Laìtia [ambientazione del gioco di ruolo Kata Kumbas: è un’Italia medievale trasfigurata, ndr], questa volta non tanto per salvare il ducato di Torviero quanto per salvare il suo mentore, il mago Maugrigio.

LL: Nel mondo di Kata Kumbas tutte le città e le regioni sono anagrammi di quelli veri, più o meno corretti: Torviero è Orvieto, giusto?

UP: Esatto. La storia ruota attorno alla Baldera, ovvero alla persona fittizia di Francesca Baerald che è l’illustratrice della serie di Kata Kumbas, sia dei librogame che del materiale per giochi di ruolo [quelli editi per il sistema di gioco Savage Worlds, ndr], ma è anche un personaggio del libro: lei è la cartografa dell’imperatore di Maro.

LL: E Maro in Kata Kumbas è Roma.

UP: Sì. Lei è la persona che fornisce i magici disegni al mago Maugrigio che sono gli stessi disegni che si trovano nei libri. In questo terzo volume si scopre che tutti i disegni precedenti che lei ha dato al mago in realtà non glieli ha mai dati di sua volontà, ma sono sempre stati rubati dal mago.

LL: Hai fatto un bello spoiler!

UP: Nessun problema: il libro comincia proprio così. Lui quindi va a cercare di rubare questo nuovo set di disegni per il terzo libro (cioè per la terza chiamata di Ugger in questo mondo) ma scopre che questa volta c’è una trappola e finisce lui stesso all’interno del disegno. Il disegno però non è stato ancora chinato e incomincia a decomporsi lentamente. Quindi i due altri soci di Ugger in questo storia, ovvero la principessa Fiordalisa e il capo delle guardie Imperius, lo chiamano nuovamente su Laìtia in modo che trovi la Baldera e la convinca a fare uscire il mago dal libro. Solo che la storia da questo punto in poi si complica in maniera enorme e si scopre che in realtà la trappola era stata messa per un altro personaggio.
Anche in questo libro c’è il meccanismo delle immagini-enigma che abbiamo introdotto sin dall’inizio della serie.

LL: Spieghiamolo per chi non avesse familiarità col genere: nei libri ci sono delle illustrazioni a tutta pagina (ma anche non necessariamente a tutta pagina) in cui sono nascosti dei numeri e i numeri corrispondono al paragrafo a cui il lettore/giocatore può accedere utilizzando appunto quel numero.

UP: Sì, oppure sono anche degli enigmi sempre su base numerica, che si basano su altre operazioni come contare degli oggetti.
Ora, la cosa che si aggiunge in questo terzo libro sono i vari travestimenti, ovverosia in più punti il nostro Ugger ha la possibilità di trovare questi travestimenti e di usarli nel corso del gioco andando a fare delle cose specifiche.
Un altro fattore diverso sono le storie parallele, ovvero il fatto che c’è sia la storia principale che le storie di altri personaggi che vanno a incrociarsi in più punti della narrazione. Ognuno di questi incontri (o scontri) va a cambiare la storia di Ugger, ma anche di questi personaggi secondari e ci sono un paio di queste storie che, se mai faremo un quarto libro, a seconda di come sono state risolte in questo andranno a cambiare la relazione dei personaggi col protagonista: i personaggi saranno trovati nuovamente con un ruolo che cambia a seconda di cosa hai fatto tu nel libro precedente.
Un’altra cosa ancora: questa storia è in buona parte una storia di mare. C’è una parte abbastanza consistente del libro in cui si va ad esplorare un arcipelago di isole italiane. Ugger ha un equipaggio da gestire, ha una piccola nave da far muovere e c’è un meccanismo abbastanza semplice con cui gestire la nave e l’equipaggio. Il tutto sempre senza dadi.

LL: A livello stilistico ti ispiri ad alcuni autori di librogame in particolare?

UP: Assolutamente a H. B. Brennan. L’intera serie si ispira al suo stile, soprattutto per un fattore: la cosa che io ho sempre trovato che andasse ad appiattire il librogame come forma narrativa (se lo paragoni con il romanzo normale) è che hai sempre un solo personaggio, ovvero te stesso, e il libro è scritto sempre alla seconda persona singolare. Spesso, proprio per come sono fatti questi librogame, ci sono pochissimi dialoghi perché l’eroe è quasi sempre da solo, a parte nei momenti in cui interagisce con altri personaggi. Con la forma di Brennan invece c’è sempre una seconda voce narrante che ti fa da contraltare e tu stesso vai a dialogare col libro stesso e si crea quindi una struttura più vivace e più ritmata. Questo spiega anche come mai solitamente un librogame del Cavaliere della Porta è più lungo di un librogame normale: perché sotto alcuni punti di vista è più simile a un romanzo.
Questo libro ha 25 paragrafi in più rispetto al precedente, sono 525. Quindi questo significa che ora complessivamente per tutta la saga di Ugger abbiamo creato 1525 paragrafi, 48 immagini di dimensioni grosse, innumerevoli di dimensioni piccole, 4 mappe, le schede del personaggio… insomma è già diventato un lavoro notevole.

LL: Se siete arrivati al terzo libro immagino che sia un lavoro che vi ha ripagato a livello di vendite. Più in generale, secondo te c’è una rinascita del librogame oppure siete stati fortunati (o molto bravi) voi?

UP: Ovviamente io passo parlarti dal nostro punto di vista e di quello che vediamo noi come autori e casa editrice. I primi librogame “contemporanei” sono stati fatti proprio da noi e sono stati i tre scritti da Mauro Longo tra il 2015 e il 2016: la trilogia di Ultima Forsan. E quelli secondo me hanno dato un po’ il “la” a una serie di altre iniziative che sono partite più o meno in parallelo.
C’è comunque da considerare che altre case editrici hanno sempre continuato a pubblicare titoli storici, in particolare la Raven ha continuato a proporre la saga di Lupo Solitario e questo vuol dire che in realtà il librogame non è mai “morto”.
Sicuramente in questi ultimi anni c’è stata una spinta sempre più forte: in questa edizione di Lucca Comics & Games i nuovi librogame dovrebbero essere tra i 15 e i 18! Da piccole produzioni a produzioni più grandi, passando per le riedizioni; insomma tra tutti ce ne sono veramente tanti. Ci sono anche case editrici di un certo peso che si sono lanciate nel settore.

LL: Ad esempio?

UP: La Salani, l’Armenia, la stessa Mondadori. Secondo me qualcosa si sta muovendo. Se sia una cosa destinata a durare non lo so dire. Quello che posso dire è che con questo terzo episodio il Cavaliere si ferma per un anno ma non si fermano i nostri librogame, perché a partire da gennaio io e Francesca inizieremo a lavorare a un’altra serie di librogame (anche se è prematuro parlare di “un’altra serie”… per il momento uscirà il primo libro, poi vedremo!) che si baserà sempre sullo stesso format del Cavaliere, quindi con le immagini-enigma e con una versione leggermente diversa del Venture System. Sarà uno sviluppo e un miglioramento di quanto abbiamo fatto finora e uscirà direttamente in inglese. Stavolta sarà una storia di space romance che si ispira abbastanza vagamente ai romanzi della serie del Pianeta Tshai di Vance.

LL: Quindi nei progetti futuri non ci sono nuovi manuali di Kata Kumbas

UP: Il lavoro sul gioco di ruolo di Kata Kumbas è una cosa che va affrontata sempre con molta calma.

LL: Me ne sono accorto.

UP: Perché è un lavoro in cui devi sempre fare molta attenzione alle fonti che hai e a come le usi, in quanto si basa su un mondo preesistente e che richiede molta attenzione e cura del dettaglio. Quindi più di un lavoro all’anno nel mondo di Kata Kumbas non ci sentiamo di fare.

martedì 20 novembre 2018

Intervista a Marco Galli

Luca Lorenzon (LL): Prima di presentarci il progetto Materia Degenere posso chiederti come stai adesso?

Marco Galli (MG): Piuttosto bene. Sto recuperando, pian piano mi sto rimettendo in forma.

LL: Certo, Lucca non è il contesto migliore per passare la convalescenza.

MG: Sì, a detta di tutti è la fiera in cui ci si stanca di più, ma le vendite sono sempre alte e quindi è giusto esserci.

LL: Puoi parlarci del progetto di cui tu sei stato l’ispiratore e il supervisore?

MG: Materia Degenere è edito dalla Diabolo Edizioni, una casa editrice di Torino abbastanza giovane ma molto dinamica. Il libro è una raccolta di racconti realizzati da cinque ragazze poco più che ventenni e quasi tutte alla prima pubblicazione (o meglio, quando le ho contattate erano tutte semisconosciute). Si tratta di cinque racconti di genere scritti e disegnati da loro stesse, in cui giocano con il singolo genere destrutturandolo.

LL: Ti dirò, dopo aver letto il volume alcuni dei generi di riferimento non mi sono molto chiari… o meglio, il noir è evidente, anche la fantascienza è evidente ma altri ho avuto difficoltà a individuarli.

MG: Dei cinque racconti due sono di fantascienza: uno più esplicito che è quello di Fumettibrutti mentre l’altro è quello di Elena Pagliani, anche se è una fantascienza un po’ particolare. Un critico lo ha definito body horror, cioè una sorta di horror psicologico e fantascientifico dove la mutazione del corpo è il “leitmotiv” della storia.
Oltre al noir ci sono poi due fumetti che fondamentalmente sono assimilabili al western.

LL: Anche la seconda storia è un po’ fantascientifica visto che è ambientata in un prossimo futuro. Non basta a catalogarla come fantascienza?

MG: Fai riferimento al racconto della Bellomi, quello ambientato nella Bologna che lei conosce bene, divisa fra napoletani e cinesi. Sì, è una storia ambientata in un futuro distopico ma molto vicino a noi, per cui l’impronta più evidente non è quella fantascientifica.
Questo è il bello del progetto: io come traccia avevo dato questi generi molto generali e ho lasciato loro quasi totale libertà d’interpretazione, anche nella scrittura. Per questo possono esserci delle derive in altri generi. Io ho fatto da curatore ma sono stato più che altro un “curatore-ombra” che non stava col fiato sul collo alle ragazze. Certo, visto che erano ancora un po’ inesperte professionalmente, ho dato i miei suggerimenti per correggere qua e là, però il mio intento era proprio quello di farle esprimere con la massima libertà: se avessero “sbagliato” qualcosa lo avrebbero fatto in piena autonomia.

LL: Volevi responsabilizzarle.

MG: Esatto.

LL: Parlando della dimensione del racconto breve… ogni storia ha trenta tavole e quindi alla fine tanto brevi non sono. Intendo dire che anche se le smontiamo e poi le rimontiamo in una griglia come quelle dei fumetti che comparivano su Lanciostory, sull’Intrepido o sul Corrier Boy, alla fine ne verrebbero fuori ben più di 10 o 12 pagine, quindi le autrici non potevano risolverle solo con l’eventuale effetto sorpresa finale (anche se nella prima storia è presente questo meccanismo narrativo) e dall’altra parte non avevano nemmeno le 46 pagine canoniche per sviluppare interamente una storia come avrebbe potuto essere su un volume franco-belga.
Eri consapevole di questi rischi e hai voluto approfittarne o semplicemente si tratta di una questione di foliazione, come avviene spesso in questi casi? Se fai un volume di 160 pagine il tipografo te lo fa pagare un tanto a copia sennò, che sia più breve o più lungo, deve fartelo pagare di più…

MG: Questa in verità è stata un’esigenza dell’editore, probabilmente anche per le ragioni che hai detto tu. Alla base, probabilmente è una scelta fatta in seguito a considerazioni tecniche. Credo che si sia deciso giustamente che cinque racconti avrebbero già costituito un volume abbastanza corposo, quindi era meglio limitare le pagine di ognuno per non farne un tomo pesante e poco maneggevole, che sarebbe oltretutto costato di più e quindi sarebbe stato più difficile da vendere.
Quello che le ragazze continuano a ripetere nelle presentazioni è che una delle difficoltà grosse è stata proprio questa misura così precisa: trenta tavole, non una di più o una di meno. Ma col senno di poi anche questo è servito molto per farle crescere come fumettiste, perché la lunghezza obbligata delle storie ha fatto emergere le differenti personalità di una rispetto all’altra. E sicuramente sono riuscite a evitare di limitarsi a fare la storiellina facile con l’effetto sorpresa finale, ma hanno costruito delle storie con un loro respiro, anche se corto. Sono state molto brave a gestire questa situazione.

LL: Effettivamente è bello vedere come ognuna di loro ha interpretato a modo suo queste restrizioni: nella prima storia tutto tende verso la rivelazione finale, mentre già la seconda è un vulcano di azione, situazioni e di personaggi che si accavallano, per cui veramente si coglie la differente personalità di ognuna di loro.
Il volume tra l’altro è stampato sia in bianco e nero che a colori. È stato possibile grazie alle nuove possibilità della stampa digitale?

MG: Mi stai facendo una domanda tecnica su cui io so poco, dovresti chiedere all’editore. In verità quattro racconti sono stampati a colori e ce n’è solo uno in bianco e nero, che è quello della Bellomi.

LL: Ma anche quello a matita è in bianco e nero, no?

GM: Certo, quello di Monica Rossi effettivamente è disegnato a matita e inizialmente si pensava di stamparlo in bianco e nero, ma poi Monica ha dato questo virato violaceo con Photoshop [di cui confesso di non essermi accorto, ndr] e si è voluto mantenerlo, perché aveva un effetto gradevole. Quindi alla fine è stato stampato a colori anche quello e l’unico totalmente in bianco e nero è il secondo.

LL: Progetti futuri?

MG: Con Diabolo al momento non ho progetti in corso, questo volume è stata una collaborazione auto conclusiva. A Napoli per Coconino uscirà il mio nuovo libro, il primo che ho fatto dopo la malattia per cui possiamo dire che si tratta del primo libro della mia nuova vita. Poi ci sono vari progetti con Stigma per i prossimi anni e più che altro sto scrivendo. Per la precisione, devo scrivere una sceneggiatura per un film; ma è ancora tutto in fase embrionale, per cui non posso anticipare molto.

LL: Un film in Italia o all’estero?

MG: Un film in Italia.

LL: Ahia!

LL: [ride] Sì, è un film per l’Italia, ma prodotto da Mad Entertainment, la casa di produzione napoletana con cui avevo collaborato al character design di Gatta Cenerentola, il cartoon. Il produttore mi ha chiesto una collaborazione per un film che stavolta sarà live e adesso devo cominciare a scriverlo.

sabato 17 novembre 2018

Miraggi di memoria

Raccolta di sei racconti che ruotano attorno a Corto Maltese, Miraggi di memoria riesce veramente a evocare lo spirito del personaggio e lo stile del suo creatore. Sarebbe un po’ sterile soffermarsi in dettaglio su ognuno dei sei “miraggi”, tanto più che ognuno presenta un groviglio di citazioni e riferimenti (anche esterni all’opera di Pratt) in cui avrei difficoltà a districarmi. Mi concedo solo il vezzo di segnalare che il racconto del Ruffiano Malinconico di Arlt citato in Volver è stato adattato a fumetti dallo stesso José Muñoz, cosa di cui sicuramente Steiner era consapevole creando un simpatico cortocircuito metanarrativo.
Nel loro insieme, i sei racconti danno una piacevole sensazione di progressiva rarefazione. Il primo, Un mare di note perdute, è narrato in terza persona e Corto Maltese è il protagonista e ha un ruolo chiave nell’aiutare un personaggio che si è rivolto a lui. Lo stile di Steiner è diretto e molto evocativo (ma quante virgole tra soggetto e verbo… la Nuages non poteva permettersi un correttore di bozze?) e già dalle prime righe io ho visto le prime strisce del Corto Maltese “ripescato” da Pif dopo la Ballata del Mare Salato. Lo scrupolo delle ricostruzioni storiche, la conseguente curiosità verso i dettagli e gli episodi meno conosciuti, il gemmare spontaneo di vicende parallele, la complessità e l’originalità dei personaggi e l’ironia di Corto Maltese sono quanto di più prattiano si possa immaginare. E questa impostazione verrà rispettata anche in seguito, pur se Steiner cambierà le carte in tavola sin da subito.
Il secondo racconto, infatti, è narrato in prima persona da Corto Maltese stesso, che è solo un testimone a cui viene raccontata (tra le altre) la vicenda di Morgan Jones. Isole nere e Robart Kee daranno la parola ad altri due narratori, che ricostruiranno parte della giovinezza di Corto Maltese senza farlo emergere come protagonista. Ancora più drastico sarà il distacco da Corto Maltese negli ultimi due racconti, ambientati in epoca contemporanea o comunque più vicina temporalmente a noi (è un bello choc quando Tristam Bantam cita i Velvet Underground in Mare Verde): qui di Corto Maltese non resta che il ricordo, o persino solo la mitologia familiare ne La Ruota delle Cose, a guidare i due protagonisti.
José Muñoz ha illustrato da par suo i racconti e un’appendice di 16 pagine raccoglie vari schizzi e disegni (c’è anche una sequenza di Tango ridisegnata) in cui sono presenti anche reinterpretazioni del Sergente Kirk e del meno famoso Ray Kitt.