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lunedì 8 aprile 2019
martedì 4 dicembre 2018
Intervista a (rullo di tamburi) Piero Alligo
Luca Lorenzon (LL): È veramente un onore conoscere
finalmente uno dei miei fumettisti preferiti.
Certo, non hai realizzato poi molti fumetti, purtroppo.
PA: Negli anni successivi al fumetto ho
fatto il mago comico. Nel senso di prestigiatore: il mago comico è una
specializzazione della magia come il mentalismo, la levitazione, ecc.
Piero Alligo (PA):
Mi ero reso conto che avevo i miei limiti col disegno.
LL: Dici sul
serio?!
PA: Sì, in realtà
lo stile di disegno che mi viene più naturale è futurista. Le fotografie da cui
partivo per realizzare le mie tavole erano un’intercapedine, un qualcosa di più
che si trovava tra la realtà e il fumetto.
LL: Posso
chiederti cosa hai fatto dopo il fumettista?
![]() |
| Piero Alligo è anche editore |
Prendevo 50.000 lire a serata, finché vinsi il primo premio
di magia comica a Saint-Vincent nel 1984, e allora il mio cachet lievitò: per
una serata chiedevo 800.000, o anche un milione. Il mio nome d’arte era Mago
Rex, con Chiambretti mi esibivo sulla navi russe.
Ho anche vinto il 3° premio al Festival di Cabaret di Loano,
infatti sono amico di Raul Cremona che quest’anno ha scritto un fumetto di
Martin Mystère insieme ad Alfredo Castelli, con protagonista proprio un mago.
Antonio Ricci mi voleva in Drive In ma poi non se ne fece nulla: poco male, perché nella
stagione 1987-1988 partecipai al Raffaella
Carrà Show.
LL: Esistono dei
siti specializzati in cui si possono vedere le tue performance?
PA: Non ho
trovato niente, nemmeno su Youtube [e
in effetti neanch’io ho trovato nulla, ndr].
Con i soldi che feci negli anni ’80 diedi seguito alla mia
altra passione, cioè i fumetti, e cominciai a collezionare tavole originali.
LL: Quanti pezzi hai?
PA: Difficile dirlo con precisione, credo
siano tra le 30.000 e le 40.000.
LL: Immagino che
sia difficile fare una classifica tra tutti i tesori che possiedi e dirmi quali
sono le tue tavole preferite.
PA: Esatto. In
generale posso dirti che prediligo Pinter, Moëbius, Eleuteri Serpieri, Pratt,
Toppi, Magnus, il Dino Battaglia più gotico, quello di Poe e Lovecraft. Tra le
altre, ho tutte le tavole dell’Ispettore Coke di Dino Battaglia, compresa
l’ultima storia rimasta incompiuta che sarà terminata da Corrado Roi. Le tavole
saranno in mostra a Città di Castello.
PA: Sì, li ho scritti io: Santo Alligo è
il mio fratello scultore, che ha anche realizzato quei bei volumi intitolati Pittori di Carta, un’opera in quattro
tomi.
LL: Le tue tavole erano veramente curatissime,
hai avuto una formazione accademica classica?
PA: No, nessuna
formazione artistica. Figurati che a
13 anni facevo il panettiere, ma avevo sia la passione per i fumetti che per la
magia. Solo che ci mettevo così tanto a fare una tavola… [e si vedeva, ndr]
Non ho avuto una formazione artistica, anche perché ho avuto
una certa insofferenza verso la scuola dovuta a una brutta esperienza: ho
ripetuto la prima media perché un giorno una professoressa volle interrogarmi
su un passo dell’Iliade e vedevo che
ci godeva a umiliare uno studente giovane. Mi sono chiesto che razza di scuola
fosse questa e che razza di insegnamenti potesse dare…
LL: Le tue prime
esperienze come fumettista?
PA: A 21 anni, dopo il servizio militare,
cercai lavoro nel settore dei fumetti e collaborai sia con Eureka che con Il Corriere
dei Ragazzi che all’epoca era già diventato Corrier Boy. Per quest’ultimo mi firmavo “Janus”. Feci solo un paio
di fumetti per il Corriere Boy, erano
quelle cose del tipo Hitchcock che racconta una storia, mi ricordo l’aneddoto
di una sceneggiatura che mi era stata data in cui il protagonista doveva avere
il naso a patata, le lentiggini e i capelli a spazzola ma una volta che portai
le tavole vennero rifiutate proprio per questo motivo! Eppure c’era scritto
sulla sceneggiatura che il protagonista dovesse avere quelle caratteristiche.
Mi rifecero fare le vignette (l’eroe deve sempre essere bello) e la storia fu
pubblicata con le pecette.
Erano tempi di transizione per la testata, il nuovo
direttore D’Argenzio mi spiegava che per disegnare le donne avrei dovuto
disegnarle nude e poi vestirle, così sarebbero state più sexy. Alfredo Castelli
mi consigliò di provare anche con Eureka,
e così feci.
Da Eureka fui
costretto a trovare lavoro a Il Mago proprio
quando stavano per offrirmi la realizzazione di una serie a puntate, perché una
volta parlando con Luciano Secchi mi scappò di dirgli che io apprezzavo di più
i fumetti di Linus, che lui odiava:
mi disse che non avrei più collaborato con lui! Poco male: Il Mago mi pagava 35.000 lire a tavola contro le 15.000 che mi dava
Secchi.
LL: Hai anche
pubblicato sul Sgt. Kirk di Ivaldi.
PA: Sì, ma pubblicai
solo una storia. C’è però un altro fumetto,
intitolato L’Impasto Assurdo, che mi
venne pagato ma non fu mai pubblicato. È l’unica volta che mi è successo.
LL: Hai mai pensato di tornare a fare
fumetti?
PA: Come ti
dicevo, in realtà il mio vero stile, quello che mi viene spontaneo, sarebbe
diverso da quello con cui ho disegnato i fumetti negli anni ’70. Non penso
proprio che tornerò a disegnare fumetti.
LL: Già, sarebbe come sperare che Danilo Masciangelo
tornasse a fare fumetti: impossibile!
lunedì 3 dicembre 2018
Intervista a James O'Barr e Chiara Bautista
Claudio Zuddas (CZ):
Lei quest’anno è presente, seppure indirettamente, anche con il nuovo progetto
del Corvo made in Italy.
JO: Quello è solo
il punto di partenza, e nel corso degli anni ho rimaneggiato varie volte il
fumetto. C’è sicuramente la vendetta
come tema forte, ma c’è uno spazio molto importante anche per la redenzione. E
ovviamente anche per l’amore.
James O’Barr (JO):
È un progetto che è nato grazie al tramite di Micol Beltramini, ci siamo
conosciuti in una precedente edizione di Lucca.
CZ: Certo che fa uno
strano effetto vedere Il Corvo a
colori, ripensando alla vecchia versione in bianco e nero.
JO: Il risultato
è buono, molto espressivo. Io immagino in bianco e nero i miei fumetti anche
per l’influenza che hanno avuto su di me i vari media in bianco e nero di cui
ho fruito, soprattutto i film. I vecchi noir, per capirci.
CZ: Non sarebbe
male fare un remake del Corvo,
intendo il film, in bianco e nero.
Chiara Bautista (CB):
Sarebbe fantastico!
JO: Questo in
parte è già stato fatto: nel film originale le scene d’amore sono filmate a
colori secondo un metodo normale di ripresa, mentre quelle violente sono
sgranate. Ma chissà che non si riesca a fare una nuova versione.
CZ: Il fulcro
attorno il quale ruota Il Corvo è il
concetto di vendetta…
CZ: Di certo Il Corvo è un fumetto diverso da quelli
che escono negli Stati Uniti. Il protagonista ha dei poteri soprannaturali, ma
non è certo un supereroe classico.
JO: I supereroi
non mi interessano, sono un genere molto standardizzato. Io cerco di fare più
che posso per migliorare la scena dei comics
americani.
CZ: Sente la
forza iconica de Il Corvo?
JO: Intendi se ho
avuto successo e ho fatto i soldi? Ma no, sono lo stesso di vent’anni fa, ho
ancora una Honda Civic… Se ti riferisci all’impatto che ha avuto sul pubblico,
sono rimasto commosso nel vedere l’accoglienza che ho avuto a Lucca e che abbia
dato vita al progetto Memento Mori.
CZ: Chiara
Bautista, lei è appena alla sua terza apparizione in pubblico, e la fa
oltretutto fuori dai confini statunitensi:
come si è trovata in questa sua prima uscita italiana?
CB: Sono entusiasta, è tutto molto bello,
meraviglioso… tanto più che James mi ha comprato un anello l’altro giorno qui a
Lucca e mi ha chiesto di sposarlo!
CZ: Lei è
l’autrice di Bunny Girl, un fumetto
molto particolare che a sua volta è diverso dalle proposte tipiche del mercato
statunitense: quanto c’è di messicano in Bunny
Girl?
CB: È un fumetto
molto legato alla cultura messicana, si
basa su una leggenda messicana secondo cui il Sole e la Luna sono entità umanizzate.
CZ: Com’è la scena del fumetto in Messico?
CB: Non ci sono
molti fumetti di supereroi in Messico, se non quelli importati dagli Stati
Uniti, è una scena più simile a quella europea. Ci sono fumetti basati su cose
più ispirate alla nostra realtà, come potrebbero essere le telenovelas.
CZ: Ci sono fumetti sui Luchadores?
CB: Sono rimasta sorpresa nel vedere Quebrada [fumetto scritto da Matteo
Casali per vari disegnatori, ndr], non sapevo che i luchadores fossero famosi
fuori dai confini messicani. Mentre da noi non ci sono fumetti sull’argomento,
almeno non che io sappia.
JO: Ormai è un
mondo globalizzato.
venerdì 30 novembre 2018
Intervista a José Muñoz
Luca Lorenzon (LL):
Alejandro Aguado de La Duendes
mi diceva che è in corso una crisi in Argentina, anche loro hanno rarefatto la
pubblicazione di volumi cartacei a causa delle condizioni economiche poco
favorevoli del Paese.
José Muñoz (JM):
Adesso c’è un’altra di quelle cicliche e umilianti manomissioni della
popolazione argentina che ha votato per questo governo: è la prima volta che
votano direttamente per i finanzieri, i bancari e gli speculatori che li
uccideranno. La democrazia è problematica (certo, meglio la democrazia che la
dittatura) perché non tutti sono all’altezza di votare per i propri interessi,
votano per l’interesse del boia. È triste come fenomeno.
LL: Lei il
fumetto lo ha messo in un angolino…
JM: No! Continuo
con il fumetto, è uno dei miei amori principali. Direi che io sono un
disegnatore con tendenze narrative e con
dei problemi artistici… il fumetto è
un campo nel quale io ho tentato di esprimermi, di realizzarmi, di crescere con
altri andando oltre me stesso e il mio egocentrismo.
Approfittare di questa pulsione è stata anche un’occasione per
sublimare le ferite che la Storia ti infligge vivendo. Si è trattato di
sublimare l’ingiustizia e lavorare nella forma, omaggiare le forme attraverso
la denuncia, come con Sampayo abbiamo fatto con le brutture che vedevamo, non soltanto
nel mondo esterno ma anche nel nostro mondo interiore. Una catarsi sublimata in
maniera di poter continuare a respirare. E offrire una consolazione anche
estetica e narrativa a quelli che ci scelgono come partner del loro panorama di
intrattenimento.
LL: Mi viene in
mente Sudor Sudaca, in cui molti
esuli si sarebbero potuti identificare.
JM: Sì, era il
1981/82 quando abbiamo incominciato quel fumetto con Carlitos. Ci siamo sentiti
capaci di affrontare la nostra circostanza reale all’epoca delle Malvine, ci è
scoppiato un desiderio argentinoide di metterci dentro la pelle della nostra
gente, ritornando un po’ alla nostra infanzia. Carlos continua il suo lavoro di
scrittore, continua a raccontare storie che si svolgono alla fine degli anni
’40 e agli inizi degli anni ’50 a Buenos Aires. Quella Buenos Aires che è stata
la nostra infanzia e adolescenza.
In quel particolare momento storico io e Sampayo siamo stati
spinti da questi dolori interni argentini (ma più in generale sudamericani se
vogliamo) a dare il nostro contributo con il nostro mestiere.
LL: Se non
sbaglio lei in un’intervista aveva detto che il suo primo passaggio in Europa,
in Spagna, con Carlos Sampayo fu il periodo più buio della sua esistenza ma che
poi le ha dato la forza di elaborare tutto questo in forma narrativa. [l’intervista
è su Fumetti d’Italia 17 dell’autunno
1995 ma Muñoz si riferiva anche alla cupezza della Spagna all’epoca ancora franchista,
ndr]
JM: Ci
ricolleghiamo a quello che dicevo prima, cercare di realizzarmi come disegnatore
espressivo: esprimere le mie gioie e il mio dolore attraverso il disegno
collegato con il momento della Storia che stavamo vivendo.
In quel momento con Sampayo ci siamo trovati in un momento
di rottura della sua e della mia vita, l’Argentina che si incupiva dietro di
noi, uccidendo i suoi figli. Noi siamo scappati per un pelo, nel senso che non
eravamo attivisti politici ma prima o poi ci avrebbero fatto fuori. È stato
l’ultimo tentativo organizzato delle forze repressive argentine che possiedono
il Paese di eliminare qualsiasi tipo di inquietudine critica. Noi grazie al
fumetto, grazie all’Historieta [termine che in Argentina designa il fumetto, ndr]
ci siamo salvati dalla Historia.
LL: Era lei che
aveva detto che l’Historia vi ha deluso e quindi è meglio l’Historieta?
JM: Esatto,
quello che voglio dire è che fondamentalmente quello che succede nei lavori con
Carlos Sampayo è che arriva a volte una pioggia di angoscia sublimata e
catartica, che esige una sopportazione vitale che non è soltanto
intrattenimento, anche se “intrattenimento” è una parola che si usa male:
l’intrattenimento può essere alto, basso, altissimo, bassissimo. Ossia noi
siamo stati un altro tipo di intrattenitori sublimando le angosce della Storia,
le nostre paure, le nostre miserie, pur senza esagerare: non siamo stati autobiografici,
il nostro linguaggio si è sviluppato a partire anche dal contributo degli
autori underground nordamericani e
tutto lo straordinario apporto che hanno dato.
Noi della scuola di Buenos Aires, io come autore della
scuola di Buenos Aires e Carlos come mio scrittore e compagno d’avventure, ci
siamo piazzati come uno dei frutti della scuola di pensiero e di spessore
narrativo a cui io ho avuto la fortuna di partecipare negli ultimi momenti,
quando nell’imbrunire sono arrivato io con il mio pennellino e ho visto Pratt che
se ne tornava in Europa, Breccia che si rifugiava nel silenzio… però noi siamo riusciti
a essere formati da quelle Eccellenze.
LL: Alla Escuela
Panamericana de Arte lei era brecciano? [nella scuola la differenza principale
era tra chi seguiva lo stile di Pratt e chi quello di Alberto Breccia, ndr]
JM: Sono stato
allievo di Breccia, ma io ero prattiano, ero un prattiano sfrenato. Però
Breccia mi piaceva perché ci sono piaceri nascosti nel nostro mestiere, per
esempio l’inchiostratura per me è uno dei piaceri supremi. Io vedevo questa
energia che montava nel lavoro di Breccia, le cose che faceva con l’inchiostratura,
i lavori con le lamette, con tutto quello che trovava: lui intingeva qualsiasi
cosa nella china e la metteva sulla pagina.
LL: C’è il famoso
episodio della ruota di bicicletta.
JM: Tutto quello
che c’era in giro! Però io ero prattiano. Quando ho avuto, come adesso con Miraggi di Memoria, l’opportunità di
avvicinare le mie linee in omaggio ai disegni del Maestro ho provato un estremo
piacere, perché è un’occasione per ringraziare attraverso il mio disegno le
finestre verso la meraviglia che il disegno di Pratt mi ha procurato.
mercoledì 28 novembre 2018
Intervista a Dave McKean
Claudio Zuddas (CZ):
Con quali novità è presente a Lucca?
CZ: Karen Berger viene ancora ricordata
per il suo coraggio e il suo intuito nel lanciare la linea Vertigo.
DM: No, in realtà
i miei strumenti sono la matita, la carta e la gomma: il computer lo uso, ma
solo per controllare l’immagine e rifinire qualche dettaglio. Un’immagine digitale
mi trasmette una sensazione di “plastica”.
Dave McKean (DM): Le Edizioni Inkiostro hanno pubblicato
un artbook, è una raccolta di materiale eterogeneo, quasi casuale, ma è una
cosa voluta: il titolo è Apophenia,
che in greco si può tradurre come “illusione di significato”. A seconda
dell’ordine in cui le immagini sono presentate possono creare un significato
piuttosto che un altro. Si tratta di cose poco viste, soprattutto in Italia.
CZ: Lei farà parte del progetto Sandman Universe?
DM: No. [il tono
secco della risposta fa ridere gli astanti, ndr]
Però sto facendo delle copertine nuove più simili a quelle
dei comic book normali, per riportare Sandman all’epoca in cui fu pubblicato.
CZ: L’arrivo di Sandman rivoluzionò il settore dei comic
book americani, e il suo influsso si fa sentire ancora oggi.
DM: Sì, certo,
erano poche le opere realizzate in quel modo all’epoca: non erano numerose ma
piantarono dei semi, che adesso sono ormai cresciuti rigogliosi. Moltissimi
fumetti non ci sarebbero stati senza Sandman.
DM: Certo, dette
un’impostazione molto originale alla
DC Comics e incoraggiò molti nuovi autori (anche lei “piantava semi” tornando
al discorso di prima), ma non ci ho avuto molto a che fare perché era una
script editor, si occupa delle sceneggiature.
Agli inizi degli anni ’90 gli editor acquisirono più potere dicendo
la loro anche sulla parte grafica… e così me ne sono andato.
CZ: Cosa pensa
del fumetto contemporaneo?
DM: Attualmente il fumetto sta vivendo
un’Età dell’Oro, anche grazie al lavoro che facemmo noi a suo tempo, tanto per
tornare al discorso dei semi che sono maturati. Mi piacciono i fumetti molto
curati dal lato visuale ma che abbiano anche un buono script e storie che
parlano di vita vera, di quello attraverso cui passiamo tutti.
Mi piacciono le graphic novel che parlano di scienza, della
natura, di politica, di “come sono le cose”, libri scritti da scienziati che
spiegano come funzionano le cose.
Attualmente in Inghilterra ci sono degli editori
indipendenti straordinari.
CZ: Quali sono i
suoi strumenti preferiti? So che lei usa molto il computer.
DM: No, in realtà
i miei strumenti sono la matita, la carta e la gomma: il computer lo uso, ma
solo per controllare l’immagine e rifinire qualche dettaglio. Un’immagine digitale
mi trasmette una sensazione di “plastica”.
CZ: Tornerà a girare film o videoclip?
DM: Mi sono
divertito a farlo, ma l’ho anche trovato frustrante. Con una graphic novel
penso a una cosa e la metto subito su carta, il cinema richiede molto più tempo
e lavoro senza avere necessariamente il controllo su tutte le fasi della
realizzazione. No, dei film non mi interessa più molto. E poi il tipo di storie
che vorrei fare richiedono un certo budget che non sarebbe facile da trovare
per finanziare un film.
CZ: Cosa pensa
della Brexit, se può dircelo?
DM: Stavo
lavorando a Calegaro, la mia ultima
graphic novel; ero proprio nel mezzo della storia e non sapevo come sarebbe
finita: avevo previsto due finali, uno più positivo e l’altro negativo. Proprio
in quel momento è capitata questa Brexit e alla fine ho scelto il finale che mi
piaceva di meno, perché si adattava bene a quel momento. Trovo che la Brexit sia
una cosa stupida, dovuta all’egoismo e alla paura.
martedì 27 novembre 2018
Intervista a Tito Faraci
Luca Lorenzon (LL):
Con quali novità sei a Lucca quest’anno?
TF: Come ho già
detto stamattina in conferenza [l’intervista è stata raccolta il 1 novembre,
ndr], ci sono delle cose gigantesche in arrivo: Manara verrà ospitato con un
nuovo art book intitolato Red Light
che lo riporta al disegno erotico, e all’inizio dell’anno prossimo uscirà la
prima graphic novel firmata da Tiziano Sclavi. Non sarà un progetto legato a Dylan
Dog ma una cosa più personale e autonoma. Poter pubblicare questi due
grandissimi Maestri del fumetto internazionale è fonte di grandissimo orgoglio per
noi.
Tito Faraci (TF):
Quest’anno sono presente soprattutto come curatore di Feltrinelli Comics, la
nuova linea di fumetti della casa editrice Feltrinelli. Certo, “nuova”
relativamente, perché è già un anno che è stata avviata, ma siamo ancora
giovani rispetto ad altre realtà.
E poi sono presente anche come autore, chiaramente, perché
proprio all’interno di questa collana c’è un libro che abbiamo fatto insieme io
e Sio, per la precisione è il nostro secondo libro: Il Pesce di Lana e altre storie
(il titolo completo è lunghissimo e non potreste mai ricordarlo!).
Per me quindi questa è una Lucca molto impegnativa visto che
sono impegnato su due fronti, quello dell’autore e quello del curatore qui al
nuovissimo stand di Feltrinelli Comics che inauguriamo proprio in
quest’occasione.
LL: Ti ritrovi di
più nelle vesti di autore, di curatore o in entrambe?
TF: Soprattutto come
autore, anche se devo dire che questa esperienza di curatore è bellissima,
totalizzante e non è che sia poi molto lontana dall’altra: è sempre la stessa
partita ma giocata da due lati diversi del tavolo, diversi ma non contrapposti.
LL: L’esperimento
Feltrinelli Comics ha avuto un buon riscontro di pubblico?
TF: Sì, sta
andando bene, siamo tutti molto soddisfatti. I nostri libri stanno andando
bene, i librai sono contenti, soprattutto il pubblico è soddisfatto, gli autori
sono contenti: insomma si è rivelata davvero una bella esperienza. Siamo
entrati nel mercato come una vera casa editrice di fumetti, producendo in prima
persona titoli e non limitandoci a importarli, e questo è un impegno molto
grosso che dimostra un grande coraggio e una grande fiducia da parte
dell’editore.
LL: Certo,
produrre direttamente fumetti ha sicuramente un costo molto più elevato che
pubblicarli su licenza.
TF: Non è solo
una questione di costi: c’è tutto l’impegno che c’è dietro alla realizzazione
di un titolo, ed è una scommessa, perché non sai se il libro piacerà o no. Devi
essere tu per primo convinto che piacerà. Questa è forse la nostra principale
fonte d’orgoglio.
LL: Puoi darci
qualche anticipazione su alcuni dei prossimi titoli che saranno pubblicati da
Feltrinelli Comics? La collana è molto variegata, ospita fumetti di tipi e
stili molto diversi.
TF: Come ho già
detto stamattina in conferenza [l’intervista è stata raccolta il 1 novembre,
ndr], ci sono delle cose gigantesche in arrivo: Manara verrà ospitato con un
nuovo art book intitolato Red Light
che lo riporta al disegno erotico, e all’inizio dell’anno prossimo uscirà la
prima graphic novel firmata da Tiziano Sclavi. Non sarà un progetto legato a Dylan
Dog ma una cosa più personale e autonoma. Poter pubblicare questi due
grandissimi Maestri del fumetto internazionale è fonte di grandissimo orgoglio per
noi.
LL: E i tuoi
progetti futuri come autore?
TF: In questo
momento sono molto concentrato sull’ipotesi di cominciare un nuovo romanzo,
però devo appunto cominciare a scriverlo! Questo non c’entra niente col fumetto
però ti assicuro che è abbastanza impegnativo.
sabato 24 novembre 2018
Intervista a Dan Panosian
Luca Lorenzon (LL):
Sei piuttosto espressivo in confronto ad altri disegnatori che lavorano per il
mercato statunitense. Come sviluppi un personaggio?
Dan Panosian (DP): Penso per prima cosa alla sua
personalità e alle espressioni del volto. Ho avuto qualche esperienza
nell’animazione, quindi mi concentro molto sull’espressività e il movimento dei
personaggi: è la parte più difficile, ma anche la più divertente.
Figurati che quando disegno mi viene spontaneo fare le
boccacce dei miei personaggi. Quando passa mia moglie e mi vede pensa che sono
matto!
LL: Il tuo passato
di boxeur può aver influito sulla ricerca dell’espressività?
DP: Ma no, non c’entra niente; se proprio
devo trovare un modello per l’espressività più che altro mi viene dalla
passione per i film Disney, che con poche linee raccontano molto e fanno capire
subito lo stato d’animo dei personaggi.
LL: Anche tu hai fatto animazione…
DP: In realtà ho fatto poco in animazione,
in quel settore c’è un lavoro di tipo più collettivo che non me lo ha fatto
sentire “mio”. Ho lavorato per Kung Fu
Panda ma ero solo un ingranaggio del meccanismo. Una curiosità: Kung Fu Panda in origine era un
videogame bruttissimo (credo si chiamasse Tai
Fu), poi Spielberg lo vide e dopo dieci anni volle farne il film che ebbe
un grandissimo successo.
LL: Ci sono degli
artisti in particolare che ti hanno ispirato? Mi sembra di vedere influssi
europei nei tuoi disegni.
DP: Più che altro
sono stato influenzato da mio padre. Era
un pubblicitario, amava i comic book e volevo essere come lui (tra l’altro anche
lui era pugile). C’era sempre tanta arte in casa nostra ed era inevitabile che
mi sentissi ispirato da quell’ambiente.
LL: E hai avuto
una formazione specifica?
DP: No, non ho
frequentato nessuna scuola d’arte e ancora oggi lo rimpiango. Possiamo dire che
sto ancora imparando. Oggi con Facebook e Instagram puoi imparare molto
confrontandoti con gli altri.
LL: Arrivano
fumetti italiani in USA?
DP: Non molti…
Tex, Diabolik, Dylan Dog e Ken Parker che amo molto.
LL: Però tanti italiani lavorano in
America…
DP: Certo, e sono
molto bravi. Si vede che hanno delle basi differenti e più solide.
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Lucca 2018
giovedì 22 novembre 2018
Intervista a C. B. Cebulski
Claudio Zuddas (CZ):
Quest’anno stanno facendo un sacco di portfolio review qui a Lucca, ne hai
fatti anche tu?
C. B. Cebulski (CBC): Figurati che al mio incontro delle 11
di stamattina [l’incontro è avvenuto il 2 novembre, ndr] c’erano addirittura 110
persone con il portfolio da farmi vedere! Ovviamente visto che il tempo era
limitato ho potuto dare un’occhiata solo alla metà circa, e alcuni li ho più
intravisti che visti. Posso dirti però che 14 di loro lavoreranno per la
Marvel.
CZ: Mi sembra un
ottimo risultato. Tra le tue molte “scoperte” quale ti ha dato più
soddisfazione?
CBC: È difficile dire quale sia la
“scoperta” preferita, sarebbe come dire qual è il tuo figlio preferito! Ti
confesso però che ho una certa preferenza per Sara Pichelli. Non solo perché è
brava, ma anche perché si può dire che siamo cresciuti insieme visto che siamo
entrati in Marvel più o meno nello stesso periodo. E poi lei svolge anche un
ruolo molto importante perché oltre che disegnare fa anche da mentore per altri
artisti e a sua volta li aiuta a crescere.
CZ: Quale stile
bisogna avere per lavorare in Marvel? Ci sono dei modelli di riferimento,
magari di qualche autore famoso?
CBC: L’importante è lo storytelling, non
imitare uno stile. Devi essere leggibile e sapere raccontare bene.
CZ: I film e i
telefilm con protagonisti i personaggi Marvel sono stati utili a migliorare le
vendite dei fumetti?
CBC: Certo, le vendite hanno sicuramente
beneficiato del traino di film e serie tv.
CZ: Non so se
puoi parlarne, ma ho letto che la serie di Visione
in America è stata cancellata prima ancora di partire…
CBC: Ma è una
cosa che capita tutti i giorni, avevamo altri nuovi progetti per Visione e la
figlia Viv, non è detto che non torni. Pensiamo al caso di World War Hulk: avrebbe
dovuto uscire nel periodo della Civil War di Mark Millar, ma una guerra
bastava! WW Hulk venne pubblicata due anni dopo, ma alla fine vide la luce.
Posso anticipare che da febbraio ci saranno novità su Visione.
CZ: Tu sei sempre
in giro per convention a fare scouting…
CBC: Sono abituato a fare il globetrotter,
mia madre è svedese e da ragazzino passavo le estati in Europa, ho passato
molto tempo anche in Giappone. Questo mi ha permesso di lanciare uno sguardo
globale al fumetto mondiale ed europeo.
Stan Lee mostrava nei suoi fumetti il mondo “fuori dalla
finestra”, ma era la finestra del suo ufficio di New York. Adesso con questo
[indica lo smartphone, ndr] il tuo ufficio è dovunque e la finestra dà sul
mondo intero.
CZ: Puoi parlare
della tua esperienza in Giappone?
CBC: Ci vado abbastanza regolarmente. Poi per due anni ho lavorato a Marvel Asia in Cina per
esportare la Marvel in Oriente e creare una base di fan là. Ci siamo ispirati
ai sistemi produttivi e distributivi dei manga per penetrare quel mercato, e
tutto sommato non è che ci siano solo differenze tra comics e manga, ci sono
anche molte somiglianze, come l’attenzione per i personaggi: in fondo Peter
Parker “entra” nella maschera di Spider-man così come Shinji entra nel suo
E.V.A. E poi molti creatori asiatici vogliono lavorare per la Marvel.
mercoledì 21 novembre 2018
Intervista a Umberto Pignatelli
Luca Lorenzon (LL):
Puoi presentarti brevemente?
LL: Spieghiamolo
per chi non avesse familiarità col genere: nei libri ci sono delle
illustrazioni a tutta pagina (ma anche non necessariamente a tutta pagina) in
cui sono nascosti dei numeri e i numeri corrispondono al paragrafo a cui il
lettore/giocatore può accedere utilizzando appunto quel numero.
Umberto Pignatelli
(UP): Ciao, sono Umberto Pignatelli e collaboro con GG Studio, ora Space
Orange. Scrivo libri-gioco ma anche molti giochi di ruolo. Faccio questo lavoro
dal 2008, scrivo prevalentemente in inglese, per editori esteri.
LL: Qui a Lucca
presenti qualcosa in particolare?
UP: Presento il
terzo librogame della serie di Kata Kumbas: La
Magia della Baldera. È appunto il terzo e chiude una trilogia, ma non si sa
ancora se sarà l’ultimo o no. Si capirà entro l’anno prossimo se continuare o
no con la saga. In questo episodio il protagonista Ugger, il Cavaliere della
Porta, se ne torna per un’altra volta su Laìtia [ambientazione del gioco di
ruolo Kata Kumbas: è un’Italia
medievale trasfigurata, ndr], questa volta non tanto per salvare il ducato di
Torviero quanto per salvare il suo mentore, il mago Maugrigio.
LL: Nel mondo di
Kata Kumbas tutte le città e le regioni sono anagrammi di quelli veri, più o
meno corretti: Torviero è Orvieto, giusto?
UP: Esatto. La
storia ruota attorno alla Baldera, ovvero alla persona fittizia di Francesca
Baerald che è l’illustratrice della serie di Kata Kumbas, sia dei librogame che
del materiale per giochi di ruolo [quelli editi per il sistema di gioco Savage
Worlds, ndr], ma è anche un personaggio del libro: lei è la cartografa
dell’imperatore di Maro.
LL: E Maro in
Kata Kumbas è Roma.
UP: Sì. Lei è la
persona che fornisce i magici disegni al mago Maugrigio che sono gli stessi
disegni che si trovano nei libri. In questo terzo volume si scopre che tutti i
disegni precedenti che lei ha dato al mago in realtà non glieli ha mai dati di
sua volontà, ma sono sempre stati rubati dal mago.
LL: Hai fatto un
bello spoiler!
UP: Nessun
problema: il libro comincia proprio così. Lui quindi va a cercare di rubare
questo nuovo set di disegni per il terzo libro (cioè per la terza chiamata di
Ugger in questo mondo) ma scopre che questa volta c’è una trappola e finisce
lui stesso all’interno del disegno. Il disegno però non è stato ancora chinato
e incomincia a decomporsi lentamente. Quindi i due altri soci di Ugger in
questo storia, ovvero la principessa Fiordalisa e il capo delle guardie
Imperius, lo chiamano nuovamente su Laìtia in modo che trovi la Baldera e la
convinca a fare uscire il mago dal libro. Solo che la storia da questo punto in
poi si complica in maniera enorme e si scopre che in realtà la trappola era
stata messa per un altro personaggio.
Anche in questo
libro c’è il meccanismo delle immagini-enigma che abbiamo introdotto sin
dall’inizio della serie.
LL: Spieghiamolo
per chi non avesse familiarità col genere: nei libri ci sono delle
illustrazioni a tutta pagina (ma anche non necessariamente a tutta pagina) in
cui sono nascosti dei numeri e i numeri corrispondono al paragrafo a cui il
lettore/giocatore può accedere utilizzando appunto quel numero.
UP: Sì, oppure
sono anche degli enigmi sempre su base numerica, che si basano su altre
operazioni come contare degli oggetti.
Ora, la cosa che si aggiunge in questo terzo libro sono i
vari travestimenti, ovverosia in più punti il nostro Ugger ha la possibilità di
trovare questi travestimenti e di usarli nel corso del gioco andando a fare
delle cose specifiche.
Un altro fattore diverso sono le storie parallele, ovvero il
fatto che c’è sia la storia principale che le storie di altri personaggi che
vanno a incrociarsi in più punti della narrazione. Ognuno di questi incontri (o
scontri) va a cambiare la storia di Ugger, ma anche di questi personaggi
secondari e ci sono un paio di queste storie che, se mai faremo un quarto libro,
a seconda di come sono state risolte in questo andranno a cambiare la relazione
dei personaggi col protagonista: i personaggi saranno trovati nuovamente con un
ruolo che cambia a seconda di cosa hai fatto tu nel libro precedente.
Un’altra cosa ancora: questa storia è in buona parte una
storia di mare. C’è una parte abbastanza consistente del libro in cui si va ad
esplorare un arcipelago di isole italiane. Ugger ha un equipaggio da gestire,
ha una piccola nave da far muovere e c’è un meccanismo abbastanza semplice con
cui gestire la nave e l’equipaggio. Il tutto sempre senza dadi.
LL: A livello
stilistico ti ispiri ad alcuni autori di librogame in particolare?
UP: Assolutamente
a H. B. Brennan. L’intera serie si ispira al suo stile, soprattutto per un
fattore: la cosa che io ho sempre trovato che andasse ad appiattire il
librogame come forma narrativa (se lo paragoni con il romanzo normale) è che
hai sempre un solo personaggio, ovvero te stesso, e il libro è scritto sempre
alla seconda persona singolare. Spesso, proprio per come sono fatti questi
librogame, ci sono pochissimi dialoghi perché l’eroe è quasi sempre da solo, a
parte nei momenti in cui interagisce con altri personaggi. Con la forma di
Brennan invece c’è sempre una seconda voce narrante che ti fa da contraltare e
tu stesso vai a dialogare col libro stesso e si crea quindi una struttura più
vivace e più ritmata. Questo spiega anche come mai solitamente un librogame del
Cavaliere della Porta è più lungo di un librogame normale: perché sotto alcuni
punti di vista è più simile a un romanzo.
Questo libro ha 25 paragrafi in più rispetto al precedente,
sono 525. Quindi questo significa che ora complessivamente per tutta la saga di
Ugger abbiamo creato 1525 paragrafi, 48 immagini di dimensioni grosse,
innumerevoli di dimensioni piccole, 4 mappe, le schede del personaggio… insomma
è già diventato un lavoro notevole.
LL: Se siete
arrivati al terzo libro immagino che sia un lavoro che vi ha ripagato a livello
di vendite. Più in generale, secondo te c’è una rinascita del librogame oppure
siete stati fortunati (o molto bravi) voi?
UP: Ovviamente io
passo parlarti dal nostro punto di vista e di quello che vediamo noi come
autori e casa editrice. I primi librogame “contemporanei” sono stati fatti proprio
da noi e sono stati i tre scritti da Mauro Longo tra il 2015 e il 2016: la
trilogia di Ultima Forsan. E quelli
secondo me hanno dato un po’ il “la” a una serie di altre iniziative che sono
partite più o meno in parallelo.
C’è comunque da considerare che altre case editrici hanno
sempre continuato a pubblicare titoli storici, in particolare la Raven ha
continuato a proporre la saga di Lupo Solitario e questo vuol dire che in
realtà il librogame non è mai “morto”.
Sicuramente in questi ultimi anni c’è stata una spinta
sempre più forte: in questa edizione di Lucca Comics & Games i nuovi
librogame dovrebbero essere tra i 15 e i 18! Da piccole produzioni a produzioni
più grandi, passando per le riedizioni; insomma tra tutti ce ne sono veramente
tanti. Ci sono anche case editrici di un certo peso che si sono lanciate nel
settore.
LL: Ad esempio?
UP: La Salani,
l’Armenia, la stessa Mondadori. Secondo me qualcosa si sta muovendo. Se sia una
cosa destinata a durare non lo so dire. Quello che posso dire è che con questo
terzo episodio il Cavaliere si ferma per un anno ma non si fermano i nostri
librogame, perché a partire da gennaio io e Francesca inizieremo a lavorare a
un’altra serie di librogame (anche se è prematuro parlare di “un’altra serie”…
per il momento uscirà il primo libro, poi vedremo!) che si baserà sempre sullo
stesso format del Cavaliere, quindi con le immagini-enigma e con una versione
leggermente diversa del Venture System. Sarà uno sviluppo e un miglioramento di
quanto abbiamo fatto finora e uscirà direttamente in inglese. Stavolta sarà una
storia di space romance che si ispira
abbastanza vagamente ai romanzi della serie del Pianeta Tshai di Vance.
LL: Quindi nei
progetti futuri non ci sono nuovi manuali di Kata Kumbas…
UP: Il lavoro sul
gioco di ruolo di Kata Kumbas è una
cosa che va affrontata sempre con molta calma.
LL: Me ne sono
accorto.
UP: Perché è un
lavoro in cui devi sempre fare molta attenzione alle fonti che hai e a come le
usi, in quanto si basa su un mondo preesistente e che richiede molta attenzione
e cura del dettaglio. Quindi più di un lavoro all’anno nel mondo di Kata Kumbas
non ci sentiamo di fare.
martedì 20 novembre 2018
Intervista a Marco Galli
Luca
Lorenzon (LL): Prima di presentarci il progetto Materia Degenere
posso chiederti come stai adesso?
Marco
Galli (MG): Piuttosto bene. Sto recuperando, pian piano mi sto rimettendo
in forma.
LL:
Certo, Lucca non è il contesto migliore per passare la convalescenza.
MG:
Sì, a detta di tutti è la fiera in cui ci si stanca di più, ma le vendite sono
sempre alte e quindi è giusto esserci.
MG:
Materia Degenere è edito dalla Diabolo Edizioni, una casa editrice di
Torino abbastanza giovane ma molto dinamica. Il libro è una raccolta di
racconti realizzati da cinque ragazze poco più che ventenni e quasi tutte alla
prima pubblicazione (o meglio, quando le ho contattate erano tutte
semisconosciute). Si tratta di cinque racconti di genere scritti e disegnati da
loro stesse, in cui giocano con il singolo genere destrutturandolo.
LL:
Ti dirò, dopo aver letto il volume alcuni dei generi di riferimento non mi sono
molto chiari… o meglio, il noir è evidente, anche la fantascienza è evidente ma
altri ho avuto difficoltà a individuarli.
MG:
Dei cinque racconti due sono di fantascienza: uno più esplicito che è quello di
Fumettibrutti mentre l’altro è quello di Elena Pagliani, anche se è una
fantascienza un po’ particolare. Un critico lo ha definito body horror,
cioè una sorta di horror psicologico e fantascientifico dove la mutazione del
corpo è il “leitmotiv” della storia.
Oltre al
noir ci sono poi due fumetti che fondamentalmente sono assimilabili al western.
LL:
Anche la seconda storia è un po’ fantascientifica visto che è ambientata in un
prossimo futuro. Non basta a catalogarla come fantascienza?
MG:
Fai riferimento al racconto della Bellomi, quello ambientato nella Bologna che
lei conosce bene, divisa fra napoletani e cinesi. Sì, è una storia ambientata
in un futuro distopico ma molto vicino a noi, per cui l’impronta più evidente
non è quella fantascientifica.
Questo è
il bello del progetto: io come traccia avevo dato questi generi molto generali
e ho lasciato loro quasi totale libertà d’interpretazione, anche nella
scrittura. Per questo possono esserci delle derive in altri generi. Io ho fatto
da curatore ma sono stato più che altro un “curatore-ombra” che non stava col
fiato sul collo alle ragazze. Certo, visto che erano ancora un po’ inesperte
professionalmente, ho dato i miei suggerimenti per correggere qua e là, però il
mio intento era proprio quello di farle esprimere con la massima libertà: se
avessero “sbagliato” qualcosa lo avrebbero fatto in piena autonomia.
LL:
Volevi responsabilizzarle.
MG:
Esatto.
LL:
Parlando della dimensione del racconto breve… ogni storia ha trenta tavole e
quindi alla fine tanto brevi non sono. Intendo dire che anche se le smontiamo e
poi le rimontiamo in una griglia come quelle dei fumetti che comparivano su Lanciostory,
sull’Intrepido o sul Corrier Boy, alla fine ne verrebbero fuori
ben più di 10 o 12 pagine, quindi le autrici non potevano risolverle solo con
l’eventuale effetto sorpresa finale (anche se nella prima storia è presente
questo meccanismo narrativo) e dall’altra parte non avevano nemmeno le 46
pagine canoniche per sviluppare interamente una storia come avrebbe potuto
essere su un volume franco-belga.
Eri
consapevole di questi rischi e hai voluto approfittarne o semplicemente si
tratta di una questione di foliazione, come avviene spesso in questi casi? Se
fai un volume di 160 pagine il tipografo te lo fa pagare un tanto a copia sennò,
che sia più breve o più lungo, deve fartelo pagare di più…
MG:
Questa in verità è stata un’esigenza dell’editore, probabilmente anche per le
ragioni che hai detto tu. Alla base, probabilmente è una scelta fatta in seguito
a considerazioni tecniche. Credo che si sia deciso giustamente che cinque
racconti avrebbero già costituito un volume abbastanza corposo, quindi era
meglio limitare le pagine di ognuno per non farne un tomo pesante e poco
maneggevole, che sarebbe oltretutto costato di più e quindi sarebbe stato più
difficile da vendere.
Quello
che le ragazze continuano a ripetere nelle presentazioni è che una delle
difficoltà grosse è stata proprio questa misura così precisa: trenta tavole,
non una di più o una di meno. Ma col senno di poi anche questo è servito molto
per farle crescere come fumettiste, perché la lunghezza obbligata delle storie
ha fatto emergere le differenti personalità di una rispetto all’altra. E
sicuramente sono riuscite a evitare di limitarsi a fare la storiellina facile
con l’effetto sorpresa finale, ma hanno costruito delle storie con un loro
respiro, anche se corto. Sono state molto brave a gestire questa situazione.
LL:
Effettivamente è bello vedere come ognuna di loro ha interpretato a modo suo
queste restrizioni: nella prima storia tutto tende verso la rivelazione finale,
mentre già la seconda è un vulcano di azione, situazioni e di personaggi che si
accavallano, per cui veramente si coglie la differente personalità di ognuna di
loro.
Il volume
tra l’altro è stampato sia in bianco e nero che a colori. È stato possibile
grazie alle nuove possibilità della stampa digitale?
MG:
Mi stai facendo una domanda tecnica su cui io so poco, dovresti chiedere
all’editore. In verità quattro racconti sono stampati a colori e ce n’è solo
uno in bianco e nero, che è quello della Bellomi.
LL:
Ma anche quello a matita è in bianco e nero, no?
GM:
Certo, quello di Monica Rossi effettivamente è disegnato a matita e
inizialmente si pensava di stamparlo in bianco e nero, ma poi Monica ha dato
questo virato violaceo con Photoshop [di cui confesso di non essermi accorto,
ndr] e si è voluto mantenerlo, perché aveva un effetto gradevole. Quindi alla
fine è stato stampato a colori anche quello e l’unico totalmente in bianco e
nero è il secondo.
LL:
Progetti futuri?
MG:
Con Diabolo al momento non ho progetti in corso, questo volume è stata una
collaborazione auto conclusiva. A Napoli per Coconino uscirà il mio nuovo
libro, il primo che ho fatto dopo la malattia per cui possiamo dire che si
tratta del primo libro della mia nuova vita. Poi ci sono vari progetti con Stigma
per i prossimi anni e più che altro sto scrivendo. Per la precisione, devo
scrivere una sceneggiatura per un film; ma è ancora tutto in fase embrionale,
per cui non posso anticipare molto.
LL:
Un film in Italia o all’estero?
MG:
Un film in Italia.
LL:
Ahia!
LL:
[ride] Sì, è un film per l’Italia, ma prodotto da Mad Entertainment, la casa di
produzione napoletana con cui avevo collaborato al character design di Gatta
Cenerentola, il cartoon. Il produttore mi ha chiesto una collaborazione per
un film che stavolta sarà live e adesso devo cominciare a scriverlo.
lunedì 19 novembre 2018
sabato 17 novembre 2018
Miraggi di memoria
Raccolta di sei racconti che
ruotano attorno a Corto Maltese, Miraggi
di memoria riesce veramente a evocare lo spirito del personaggio e lo stile
del suo creatore. Sarebbe un po’ sterile soffermarsi in dettaglio su ognuno dei
sei “miraggi”, tanto più che ognuno presenta un groviglio di citazioni e
riferimenti (anche esterni all’opera di Pratt) in cui avrei difficoltà a
districarmi. Mi concedo solo il vezzo di segnalare che il racconto del Ruffiano
Malinconico di Arlt citato in Volver
è stato adattato a fumetti dallo stesso José Muñoz, cosa di cui sicuramente
Steiner era consapevole creando un simpatico cortocircuito metanarrativo.
Nel loro insieme, i sei racconti
danno una piacevole sensazione di progressiva rarefazione. Il primo, Un mare di note perdute, è narrato in
terza persona e Corto Maltese è il protagonista e ha un ruolo chiave
nell’aiutare un personaggio che si è rivolto a lui. Lo stile di Steiner è
diretto e molto evocativo (ma quante virgole tra soggetto e verbo… la Nuages
non poteva permettersi un correttore di bozze?) e già dalle prime righe io ho visto le prime strisce del Corto Maltese
“ripescato” da Pif dopo la Ballata
del Mare Salato. Lo scrupolo delle ricostruzioni storiche, la conseguente
curiosità verso i dettagli e gli episodi meno conosciuti, il gemmare spontaneo
di vicende parallele, la complessità e l’originalità dei personaggi e l’ironia
di Corto Maltese sono quanto di più prattiano si possa immaginare. E questa
impostazione verrà rispettata anche in seguito, pur se Steiner cambierà le
carte in tavola sin da subito.
Il secondo racconto, infatti, è
narrato in prima persona da Corto Maltese stesso, che è solo un testimone a cui
viene raccontata (tra le altre) la vicenda di Morgan Jones. Isole nere e Robart Kee daranno la parola ad altri due narratori, che ricostruiranno
parte della giovinezza di Corto Maltese senza farlo emergere come protagonista.
Ancora più drastico sarà il distacco da Corto Maltese negli ultimi due
racconti, ambientati in epoca contemporanea o comunque più vicina temporalmente
a noi (è un bello choc quando Tristam Bantam cita i Velvet Underground in Mare Verde): qui di Corto Maltese non
resta che il ricordo, o persino solo la mitologia familiare ne La Ruota delle Cose, a guidare i due
protagonisti.
José Muñoz ha illustrato da par
suo i racconti e un’appendice di 16 pagine raccoglie vari schizzi e disegni (c’è
anche una sequenza di Tango
ridisegnata) in cui sono presenti anche reinterpretazioni del Sergente Kirk e
del meno famoso Ray Kitt.
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