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sabato 21 marzo 2026

Dimwood

Ultima opera di Richard Corben, completata dalla figlia Beth e dal colorista e rifinitore José Villarrubia. Non mi pare che sia stata ancora pubblicata in Italia. Pur riconoscendo l’importanza che Richard Corben ha avuto nel panorama del fumetto mondiale, poche delle sue opere mi hanno convinto del tutto a livello grafico. Il secondo volume di Den, Bloodstar, il primo Mondo Mutante, poco altro. Fatti vedere i muscoli con delle tavole splendide si è appiattito su uno stile che dietro l’apparente scelta di voler abbracciare il grottesco celava forse il disinteresse per lavorare di cesello. Tanto si era già costruito un seguito fedele. Basta confrontare le sue tavole a fumetti con le sue meravigliose copertine, in cui invece non si risparmiava e si ricordava ancora le proporzioni anatomiche. Questa sua ultima opera non poteva ovviamente ribaltare la deriva imboccata da decenni, tanto meno se elaborata al computer.

Xera Dim ritorna nella magione di famiglia in occasione del funerale della madre, ma poco prima di mettervi piede ha uno strano incidente che le impedisce di proseguire con l’automobile. Ad accoglierla dopo un’inquietante traversata nel bosco circostante è il fratello Noah, con cui ha condiviso un’infanzia traumatica segnata dalla violenza del padre adottivo. Ma dopo la notte passata nella decadente villa di famiglia Xera scopre che Noah lo ha visto solo lei e che il ragazzo (o uomo, impossibile dare un’età ai volti deformi di Corben) non dà notizie di sé da molti anni. Ben reale è invece la presenza della piccola Karen Murston, i cui vaneggiamenti anticipano il ritorno del Demone di Dimwood. Anni fa si erano infatti verificate nel paese attorno alla tenuta dei Dim delle efferate uccisioni e la cagione era un mostro che evidentemente si è ridestato.

Unendo Poe e Lovecraft Richard Corben ha imbastito una storia piuttosto ricca in cui convivono fantasmi ed esperimenti disgraziati. L’identità del mostro (e con essa la soluzione del mistero) si manifesta a metà del volume, un’ottima scelta per evitare di creare nel lettore l’aspettativa di una rivelazione che poi magari avrebbe potuto deluderlo. E poi così si dà via libera all’azione, di cui Dimwood è piuttosto generoso.

La narrazione è un po’ frammentaria e alcuni cambi di scena sono repentini e inaspettati o programmaticamente “sleali” (incubi dentro altri incubi): più che confondere, questo approccio appassiona e rinfocola l’interesse del lettore, che difficilmente si annoierà. Le didascalie abbondano, e nemmeno questo è un male: essendo una storia horror un narratore esterno contribuisce a creare la giusta atmosfera. E alla fine, con rara eleganza, Corben risolve in bellezza la storia ricollegandola a un dettaglio dell’inizio – o forse è merito di Beth Corben Reed che sul «plot» del padre ha fatto lo «script» delle ultime 15 pagine?

E veniamo alla parte grafica. È principalmente grazie all’ambientazione statunitense anni ’20 o ’30 del secolo scorso che si capisce che i personaggi sono esseri umani: per come li ha disegnati Corben, taluni scimmieschi talaltri insettoidi, alcuni avrebbero potuto benissimo essere alieni o mostri. Tanto più che le proporzioni cambiano di vignetta in vignetta e che sono ulteriormente deformate da inquadrature fish eye o da specchio deformante. Una scelta voluta, visto che l’autore ha pure confezionato delle statuine per meglio riprodurli, ma qualcuno riesce a commuoversi o a spaventarsi per la sorte di questi sgorbietti sproporzionati? Beato lui, io non ce l’ho fatta e spesso il ridicolo ha preso il sopravvento, e non so se era quello il proposito di Corben. Gli sfondi, quando ci sono, sarebbero anche dettagliati, ma purtroppo sono inchiostrati con pennellate pesanti e imprecise. E poi ci sono le tette, un po’ il marchio di fabbrica di Corben, buttate lì con finta nonchalance e reale difficoltà nel dare loro una coerenza anatomica. Quasi nulla da eccepire sulla colorazione, se non che l’uso del computer non sempre riesce a evitare un retrogusto artificiale. Purtroppo è inevitabile dare un grande peso all’aspetto grafico del fumetto vista la sovrabbondanza di tavole doppie che vi ha profuso Corben.

Il volume vanta un’introduzione di Joe R. Lansdale (chi l’avrebbe mai detto che voleva fare il fumettista?) e un breve saggio di José Villarrubia su come si colora Corben, che in realtà è un commosso ricordo della sua figura artistica e soprattutto umana.

Nel complesso, pur riscontrandovi tutte le debolezze grafiche che hanno caratterizzato la maggior parte della produzione di Corben (e che per molti lettori evidentemente sono invece dei pregi), mi sembra che con questa sua ultima opera l’autore abbia saputo uscire di scena con classe.

venerdì 18 aprile 2025

Marvel Giants 20 - Hulk: Banner!

Una miniserie del 2001 di Azzarello e Corben ottiene lo stesso trattamento di quella su Wolverine di George Pratt. Anche la delusione è più o meno la stessa.

Hulk causa il consueto disastro, stavolta mostrato con una certa dovizia di particolari, ma Doc Samson insabbia la faccenda fingendo che sia stato un tornado a devastare la città: in realtà si tratta di un suo piano per testare una nuova arma con cui eliminare definitivamente Hulk. So a malapena chi è Doc Samson, da quanto avevo letto di lui sui Thunderbolts di Ellis lo ricordavo molto meno stronzo. Ma, ulteriore colpo di scena, alla fine Bruce Banner avanza una sua interpretazione sulla nascita di Hulk e sul ruolo che vi avrebbe avuto l’esercito, non so se originale o già ipotizzata da qualche altro sceneggiatore.

Forse a suo tempo Azzarello volle scrivere qualcosa di più maturo del solito ma il risultato è patetico, le battute non sempre sono felici e soprattutto il perno su cui si basa questa miniserie è lo shock value che possono avere certe scene (il primo episodio si chiude con Bruce Banner che si spara in bocca). Azzardare un po’ di violenza in più per superare i limiti del fumetto supereroistico non fa altro che sottolinearli, quei limiti. Pur di far tornare in scena Hulk, poi, Il terzo episodio si apre con una scena che sembra quella di Una Pallottola Spuntata con O. J. Simpson.

Un Richard Corben ormai votato al grottesco più spinto contribuisce al patetismo dell’insieme. Ne avevo già ravvisato le derive secoli fa ma veramente non capisco come possa essergli stato affidato un lavoro del genere quando il suo stile sarebbe stato adatto per ben altro. Come si fanno a prendere sul serio quei muppets coi testoni e le manone sui corpicini cicciotti? E i colori effettati dello Studio F aggiungono ridicolo al ridicolo. Se non altro si può dire che la parte grafica è congruente con quella testuale.

Come accennavo sopra, il finale sarebbe pure interessante se non fosse che viene lasciato all’interpretazione del lettore – che però può andare solo in una direzione se vuole rimanere in continuity.

Un fumetto che non meritava per niente il formato extralarge con cui è stato ristampato: si legge in pochi minuti e non lascia certo la voglia di ammirare delle tavole inchiostrate così pesantemente.

mercoledì 22 gennaio 2014

The world’s first comic art novel!

Questa pubblicità comparve sul numero 6 di Metal Hurlant, datato luglio 1976. Il/la primo/a graphic novel ufficiale, A Contract with God di Will Eisner, sarebbe uscito/a solo nel 1978.
Sempre del 1978, o almeno nel gennaio del 1978 comparve su Metal Hurlant 25, è questa pubblicità della rivista (A SUIVRE), che segnala appunto come «oggidì il romanzo si scrive anche a fumetti».

giovedì 11 aprile 2013

Per qualche millimetro in più.



Prima che la formula delle “rivista libro” (un volume completo direttamente su rivista, non spezzettato in più episodi) prendesse definitivamente piede, l’iter per la pubblicazione italiana di molte opere argentine, franco-belghe e persino statunitensi era la serializzazione su Alter, Comic Art, Corto Maltese, ecc. e poi la raccolta in un volume integrale a opera dello stesso editore o di un altro che all’epoca non aveva una rivista propria o non l’avrebbe mai avuta, come Alessandro Editore.
Vic & Blood, ad esempio, venne prima prepubblicato in quattro numeri de L’Eternauta gestione Comic Art e poi raccolto in volume dagli Editori del Grifo.
Questa è una tavola tratta dalla rivista:

Questa invece è la stessa tavola tratta dal volume:


Può passare inosservata, ma oltre all’intestazione mancante dell’episodio c’è anche un’altra differenza: nella versione de L’Eternauta manca un pezzo della parte superiore della tavola.
Una volta che ci si accorge della cosa le altre “limature” risultano palesi, e arrivano addirittura a cambiare, se non il senso, l’equilibrio e la prospettiva di alcune vignette. Ecco quindi che quello che appare come un ghigno sarcastico era in origine un semplice sorriso:



Un cecchino che sembra dondolarsi dall’alto in realtà si trova su una struttura solida:



Dettagli importanti per definire il movimento e l’equilibrio degli elementi nelle vignette vengono eliminati o mutilati:







Corpi in figura intera vengono tagliati:





Questi aggiustamenti elaborati dalla Comic Art saranno nati perchè il formato originale di Vic & Blood aveva evidentemente una diagonale diversa rispetto a quella delle sue riviste, ma non è comunque così spiegabile che li abbiano fatti visto che il volume del Grifo ha praticamente le stesse dimensioni de L’Eternauta e mantiene i millimetri tagliati. Inoltre le didascalie che occasionalmente debordano in maniera poco elegante dalla tavola stanno ad indicare che di spazio ce n’era (sennò non ci sarebbe stato spazio nemmeno i balloon e le didascalie “fuori tavola”, no?):


Ma forse la cosa non era così semplice visto che in alcuni casi la Comic Art si “mangia” un’onomatopea o rimonta una didascalia:





A onor del vero, la Comic Art propone anche una splash page riassuntiva non presente nella versione in volume, ma parliamo di un’opera tra le peggiori di Richard Corben e la sua assenza (oltre a essere giustificata, per non spezzare il ritmo della storia) non si fa affatto rimpiangere.


Ah, e verso la fine (alla quarta e ultima puntata su L’Eternauta) il grafico della Comic Art si accorse che forse togliere un centimetro buono in alto o in basso poteva comportare i problemi di cui sopra, quindi salomonicamente decise di distribuire i tagli sia nella parte alta che in quella bassa delle tavole. Di molte, almeno.

 
Trattandosi di un Corben svogliato e poco ispirato non è che alla fine ci abbiamo perso molto... però a questo punto mi viene il sospetto che altri fumetti abbiano subito rimontaggi e adattamenti del genere.

lunedì 29 novembre 2010

Richard Corben (originariamente presentato su Fucine Mute 20)

Lo straordinario mondo di Richard Corben

Quando si pensa al fumetto underground (quel fenomeno nato in California in piena era psichedelica, che vedeva il sesso, la droga, il misticismo e certi virtuosismi da pittori naif entrare nel mondo della letteratura disegnata) possono venire alla mente molti nomi, tanto seguita e variegata fu questa corrente contestataria: Gilbert Shelton, Robert Crumb, Spain Rodriguez, Rand Holmes, Vaughn Bodè…Alcuni ebbero il loro effimero momento di gloria, altri sono stati assorbiti dal fumetto mainstream, altri ancora sono morti. Ben pochi sono riusciti ad imporre il loro stile e a farlo sopravvivere fino a diventare icone viventi di quella stagione ed esempi per le generazioni future di disegnatori. Il più valido esponente di questa tendenza, uno dei rarissimi disegnatori che hanno continuato a produrre ottimo materiale senza dover scendere a (troppi) compromessi è senza dubbio Richard Corben.
Nato nel 1940 nel Missouri, si forma professionalmente come animatore presso le Kalvin Productions di Kansas City e solo successivamente volge il suo interesse al mondo dei fumetti. L’occasione gli si presenta intorno al 1968, quando realizza un film animato che riscuote un buon successo e anche alcuni premi alle convention, di cui decide di realizzare una riduzione a fumetti (http://www.youtube.com/watch?v=j4H0HhSlMm8). Il protagonista è un culturista calvo che vive bizzarre avventure in mondi lontani: sono insomma le premesse per il futuro personaggio di Den, cui sarà indissolubilmente legato il nome di Corben. Arrivando al fumetto in età piuttosto matura, Corben ha modo di inserire in questo medium tutte le esperienze precedenti e quindi di costruirsi in breve una solida fama di innovatore e sperimentatore. Abbraccia tutta la gamma delle possibilità editoriali statunitensi esterne al mercato dei supereroi: fanzine, riviste underground, le ribelli ed anticonformiste pubblicazioni della Warren.
Lo stile di Richard Corben è molto caricaturale e, quando richiesto dalla storia, estremamente enfatico: i suoi personaggi sono solitamente degli statuari ammassi di muscoli e le figure femminili che compaiono nelle sue opere hanno sempre delle silhouette da dee della fertilità. Universalmente associato all’uso dell’aerografo, in cui in effetti eccelle (si tratta di una sorta di penna ad aria che spruzza il colore sulla carta ottenendo bellissimi effetti sfumati), ha realizzato anche molti fumetti al tratto con pennino e pennello, si è servito dei retini tipografici e, in anni recenti, ha impiegato massicciamente la computer grafica nella creazione dei suoi disegni.
Molto quotato anche come illustratore e copertinista (in particolar modo di dischi), ha disegnato inizialmente le storie di alcuni tra i migliori sceneggiatori americani degli anni ’70 (quali Bruce Jones e Doug Moench) per poi limitare le collaborazioni ai testi quasi ai soli Simon Revelstroke, Jan Strnad e Richard Margopoulos.
In Italia è stato pubblicato (tralasciando una clandestina apparizione su Cannibale) dalla Milano Libri, dalle Edizioni Il Momento, dalla Nuova Frontiera e soprattutto dall’Eternauta in entrambe le sue versioni, Edizioni Produzioni Cartoons e Comic Art.

Richard Corben è una figura ormai tristemente simile ad altri Autori quali [in origine comparivano i nomi di due autori oggi deceduti e di un altro che non merita di essere menzionato]. Come questi suoi colleghi europei, ha avuto una carriera ricca di successi e soddisfazioni, ha rappresentato un tipo di fumetto decisamente innovativo e impegnato e, al lento morire dell’interesse per il fumetto d’autore, si è ripiegato su altre attività o su progetti assolutamente slegati dalla sua personalità. Questa situazione piuttosto statica ci permette però almeno di guardare all’opera dell’Autore nel suo complesso, come qualcosa di irripetibile e concluso.
Il Corben più autentico (quello che “esplode” con Den dopo la collaborazione con la Warren) realizza delle storie decisamente lineari in cui anche voltafaccia e colpi di scena seguono dei precisi, semplici, criteri: ciò che riveste il ruolo più importante nei suoi fumetti è il “sense of wonder”, supportato e messo in risalto dai suoi ammalianti virtuosismi grafici. Indipendentemente dal loro autore (sia lo stesso Corben, Simon Revelstroke o scrittori “cannibalizzati” come Poe e Howard), i testi assumono un’importanza decisamente minore rispetto al goliardico sostrato “radical” che permea le vicende narrate e sfocia in un edonistico quanto ironico culto del bello esasperato.
Corben non è un naturista ma le sue parate di corpi nudi e perfettamente armoniosi, pur nella loro deformata rotondità, nascono comunque da una filosofia di vita. Le fattezze di Den, in particolare il fatto che è calvo, nascono con l’intento di creare un personaggio “neutro” in cui chiunque possa vedere proiettata l’immagine ideale di sé indipendentemente dall’appartenenza etnica. La bellezza che assurge quasi a ideale nasce senz’altro da un contesto molto “disinibito” di Controcultura ma anche dal mondo classico. Non a caso i muscoli degli eroi e le forme delle eroine suscitano una forte impressione di vitalità e sono decisamente ben proporzionati nella loro esagerazione. Un seno, un bicipite o un polpaccio non sono in Corben degli elementi fissi nel loro statuario ma sono sempre sodi e tesi. D’altronde se Corben non avesse veramente amato il suo lavoro e non avesse voluto farne un manifesto della propria visione ideale della vita e della bellezza non si spiegherebbe l’accuratissimo sistema di disegno impiegato, che rasenta la follia.
Corben si serve inizialmente di modelli in carne ed ossa (in seguito anche di fotografie) da cui trae spunti e soluzioni per molte pose, ma al momento di dare corpo ai suoi disegni realizza quattro copie diverse, una per ogni colore tipografico, delle tavole da stampare. Il processo di stampa a colori richiede infatti la scomposizione dell’immagine disegnata in quattro “calchi” (il nero più i colori primari cioè giallo, cianino e magenta) che una volta sovrapposti si mescoleranno nella percezione ottica fino ad ottenere ogni sfumatura possibile. Realizzare in partenza una copia di ogni colore permette di risparmiare tempo e di ottenere un effetto molto vivo e brillante (come ben sapevano Michael English, Rick Griffin e gli altri artisti dell’era psichedelica).
E’ quindi accompagnato da questa strabiliante tecnica che Corben esce allo scoperto in tutto il suo splendore prendendo saldamente in mano le redini dei testi e firmandosi definitivamente come Richard, o al massimo Rich, Corben (prima alcuni suoi lavori venivano siglati con pseudonimi quali “Harvey Sea” o “Gore”): da Den  in poi e per quasi tutti gli anni ’80 l’autore del Missouri diventerà un vero e proprio maestro e uno di quegli artisti che saranno più determinanti per lo stimolo alla nascita del fumetto d’autore (non a caso sarà Metal Hurlant ad ospitare le sue spettacolari tavole).
Den è una serie dalla gestazione piuttosto lunga e anche un po’ difficoltosa. Le novantasei pagine (centoquattro con l’epilogo) del suo primo ciclo di storie, Viaggio nel paese di Giammai, hanno richiesto quasi cinque anni per essere realizzate compiutamente ed il primo episodio era ancora fortemente legato agli stilemi deformati dell’underground e privo della profondità quasi tridimensionale degli episodi successivi. Forse alcune immagini sono anche dovute alla collaborazione di un assistente; un episodio presenta infatti come firma «Arnold & Corben». Nel secondo ciclo di storie dedicate al culturista calvo, Muvovum, i disegni avrebbero subito un’ulteriore e decisiva impennata.

Den è servito da modello, se non per la trama almeno per l’atmosfera generale, per molti altri lavori, alcuni dei quali in collaborazione con altri sceneggiatori: Bloodstar, Pilgor, Jeremy Brood, Mutant World, ecc. Riducendo all’osso i contenuti di queste opere si nota come alcuni temi siano delle vere e proprie costanti della poetica corbeniana: il mondo alieno e ostile, in cui spesso convivono elementi fantascientifici e altri mutuati dal genere fantasy, il protagonista “diverso” e deriso (perché straniero, ingenuo o semplicemente invidiato), la donna come figura fondamentale nello sviluppo e talvolta nella risoluzione della vicenda, quando non ne è addirittura il motore. Ognuno di questi elementi viene dosato e miscelato a seconda delle necessità, abbondando da una parte in rimandi fantascientifici, premendo dall’altra sulle situazioni umoristiche e così via.
Ciò che affascina maggiormente del lavoro di Corben è comunque l’eccezionale forza evocativa che pulsa dai suoi disegni, un vero inno alla fisicità che trova la sua espressione migliore più nei densi impasti delle tempere che non nelle brillanti trasparenze dell’aerografo (che è comunque un elemento basilare del suo stile).
Come ebbero modo di rilevare vari critici, è sovente lo sfondo ambientale a costituire l’aspetto più coinvolgente delle storie di Corben. Cioè quello che più calamita l’attenzione del lettore e fa volare la sua fantasia sono le brughiere riarse, le foreste carnose, le ancestrali rovine, le cupe cittadine e l’eterogenea fauna semi-umana che si aggira in questi luoghi. Forse l’incanto è destinato a svanire subito dopo la lettura ma la forza d’attrazione che esercitano quelle immagini è irresistibile.
Richard Corben è ancora oggi presente sulla scena fumettistica mondiale ma ormai i meravigliosi disegni con cui è entrato nella storia del fumetto hanno trovato dimora stabile solo su copertine ed illustrazioni, che realizza peraltro sempre con minor frequenza e incisività. La “svolta” verso la semplificazione dello stile a colori si è avuta alla fine degli anni ’80 e lo spartiacque di questa sua produzione è senz’altro la ripresa di Den realizzata in collaborazione con Simon Revelstroke. Abbandonata la folle tecnica di disegno che lo impegnava su quattro versioni della stessa tavola contemporaneamente, i suoi personaggi sono ora dei classici contorni neri riempiti di colore. Questo ritorno ai fondamentali non è privo di un suo fascino e bisogna ammettere che alcune soluzioni cromatiche sono particolarmente felici (soprattutto quelle che riguardano la lucentezza dei volti) ma siamo ben lontani dalle figure tridimensionali che costellavano i primi lavori. In questo nuovo Den ci sono delle immagini riprese più o meno fedelmente dal primo episodio e da un confronto tra i due il secondo risulta schematico, affrettato e… censurato! Nonostante  Den venga comunemente citato come “fumetto in cui tutti i personaggi sono nudi”, in realtà non è così e basta dare una scorsa a Viaggio nel Paese di Giammai per rendersene conto: la nudità non costituiva certo un problema per Corben, ma neppure una regola fissa irrinunciabile. Nel riprendere alcune sequenze della storia delle origini, Corben ha annerito o coperto le parti anatomiche più “pericolose” e per un appassionato questo costituisce un brutto colpo basso… Molto indicativo del “nuovo corso” di Corben è il fatto che la copertina del nuovo Den sia stata realizzata quasi interamente con il solo aerografo. Lo stanco e grasso protagonista di queste nuove storie diventa quasi una impietosa parodia del suo Autore.

Ci vorrà un po’ di tempo prima che Corben ritorni ad affascinare come agli esordi, il tempo necessario alla computer grafica di raggiungere una resa artistica soddisfacente. I migliori tra i suoi ultimi lavori sono infatti senza dubbio quelli in cui si serve abbondantemente del computer per ottenere maggior realismo ed “effetti speciali”, ma bisognerà comunque aspettare qualche anno e molti tentativi dalla dubbia riuscita prima di poter gustarsi qualche rara tavola a fumetti degna del glorioso passato.
Richard Corben è rintracciabile ancora oggi su alcune pubblicazioni americane che, tradotte o semplicemente importate, sono arrivate o arriveranno anche nei nostri comic shop. Si tratta ormai di collaborazioni con le sole case editrici Dark Horse e D. C. comics che, per quanta qualità possano garantire, non raggiungono certo l’eccellenza e la forza dirompente dei lavori indipendenti degli anni ’70 e ’80 [la situazione è radicalmente cambiata in dieci anni e ora Corben realizza fumetti principalmente per la Marvel]. Basta sentire quello che dice lo stesso disegnatore in un’intervista alla rivista Heavy Metal del novembre 1997: “Ti viene richiesto di fare le cose molto più velocemente. Credo di considerarlo un affare più oggi che in passato. […] Quando ho cominciato a fare fumetti, li facevo perché lo volevo e se ci guadagnavo qualcosa tanto meglio. Se non ne ricavavo nulla, beh, li facevo lo stesso. Oggigiorno mi sembra di essere costretto a raggiungere una quota finanziaria.”
Se quindi qualcuno è interessato ad avvicinarsi allo “straordinario mondo” di Richard Corben il meglio che può fare è dedicarsi alla ricerca delle sue vecchie opere nei negozi specializzati. Per agevolare almeno un po’ il compito ecco qualche breve appunto:

Nota bibliografica & collezionistica

In Italia di Corben sono state pubblicate migliaia di tavole, principalmente sulle riviste Alterlinus e L’Eternauta, ed anche i volumi interamente dedicati alla sua opera sono una discreta quantità.
Le Edizioni Il Momento hanno pubblicato (e ripubblicato: fu un buon successo) Mondo Mutante nella collana “I Protagonisti del Fumetto Mondiale”; non dovrebbe essere impossibile trovarlo nei negozi specializzati, anche ad un prezzo accettabile.
La Rizzoli - Milano Libri ha dedicato tre libri  della sua bellissima serie di cartonati neri ad alcuni lavori fondamentali di Corben: Den - Viaggio nel Paese di Giammai, Den 2 - Muvovum e Bloodstar.
Le Edizioni Nuova Frontiera hanno presentato cinque volumi dedicati a Corben: nella “Collana Umanoidi” sono apparsi Le Mille e Una Notte, Il Mondo Straordinario di Richard Corben e Notti Bianche; la “Collana Nera” ha ospitato invece La Trilogia del Tempo e Sudori Freddi. Solo nel primo di questi libri si trova una serie lunga, gli altri si limitano ad antologizzare miniserie e storie autoconclusive alcune delle quali già apparse su rivista (desta un certo interesse vedere in Sudori Freddi la versione integra di Mangle Distruttore di Robots, precedentemente censurata su Alterlinus come ebbe modo di dimostrare Stefano Tamburini su Cannibale).

Anche la Casa Editrice Comic Art ha dedicato alcuni volumi alle storie di Corben, nella collana “Best Comics” (albi brossurati dal costo contenuto). Si tratta di Jeremy Brood - Relatività, Figli di un Mondo Mutante, Den, Den: Elementi e Den: Figli del Fuoco (questi ultimi tre non sono ristampe del primo Den ma fanno parte del “nuovo corso” dell’eroe).
Infine, Gli Editori del Grifo hanno pubblicato Vic & Blood nella collana “Nuova Mongolfiera”. La storia, tratta dall’opera di Harlan Ellison, era stata presentata a puntate sull’Eternauta ma un buon mezzo centimetro della parte inferiore della tavole era stato tagliato.
Il progetto degli Editori del Grifo di una monografia dedicata a Corben nella collana “L’Autore e il Fumetto” è rimasto, appunto, solo un progetto.