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lunedì 7 settembre 2026

Le serie di Robin Wood inedite in Italia: El Gordo y el Flaco (1971)

Oggigiorno è facilissimo procurarsi almeno virtualmente il materiale della Columba, quindi questa ormai non più ipotetica ricognizione sulle serie inedite di Wood è un po’ inutile perché chiunque sia interessato può toccare con mano direttamente il prodotto. Abbiate pazienza, devo pur inventarmi qualcosa per mandare avanti il blog. Diciamo che questa iniziativa potrebbe essere utile a qualche appassionato per decidere se imbarcarsi in download molto pesanti o nella lettura di quelle migliaia di tavole che ha già scaricato.

El Gordo y el Flaco

Praticamente nessuna delle prime serie di Wood era pensata per essere tale ma Nippur, Dennis Martin, Billy Grant, Big Norman, Jackaroe e anche Tino e Poppy di Lei e Io erano semplicemente i protagonisti di “liberi”. Anche il Pepe Sanchez cui sarà dedicata una serie nel 1975 esordì già nel 1969. Curiosamente, personaggi che invece erano pensati per essere ricorrenti venivano spacciati per protagonisti di unitarios oppure non fecero in tempo che a fare un’unica rapida apparizione.

Tra gli ultimi anni ’60 e i primissimi ’70 le riviste della Columba erano dei calderoni germinativi rigurgitanti di personaggi che evidentemente si speravano abbastanza graditi ai lettori da imbastirci una serie di successo. Ovviamente le storie scritte da Wood che terminavano con la morte del protagonista (come El Filibustero disegnato da Garcia Lopez nel 1968) o con il suo ravvedimento forzato (lo spassoso Billy Wood disegnato da Haupt nel 1972) non erano adatte alla bisogna, ma con ogni probabilità El Gordo y el Flaco rientra nella categoria delle serie “potenziali”, per quanto Wood non lo citi nel famoso elenco presentato su Fumo di China 26 – ma d’altra parte non citava nemmeno il trittico Hjalmar-Sagrant-Harald Jack Robin, che una serie lo era veramente.

In questo fumetto Wood riprende la formula del buddy movie che frequenterà con maestria in futuro e che aveva già dato dimostrazione di gestire bene, prendendo però ispirazione anche da una celeberrima coppia comica cinematografica: in un commissariato argentino lavorano infatti Hurt e Martinez, il primo soprannominato “Gordo”, cioè grasso, mentre il secondo è magro come Boedo. Probabilmente è opportuno specificare che «gordo» e «flaco» sono due dei soprannomi di base argentini, ma sono anche i nomignoli con cui sono conosciuti nei Paesi ispanofoni Stan Laurel e Oliver Hardy.

Alla coppia viene affidata una missione importante: è stato scoperto che un importatore giapponese di orologi in realtà traffica in eroina e così i due dovranno scortarlo fino a Tokio con l’ordine di proteggerlo come fosse loro figlio, visto che sicuramente ha informazioni importantissime sull’organizzazione di cui fa parte che potrebbe volerlo liberare come eliminarlo fisicamente. E infatti già in California cominciano gli attentati.

El Gordo y el Flaco è un misto di umorismo e poliziesco: ci sono personaggi pittoreschi, battute, tormentoni (al “Grasso” non piace ovviamente essere chiamato così) ma Wood non lesina sui morti ammazzati, tra cui uno che si becca un proiettile in fronte in bella vista. La storia si sviluppa in maniera sin troppo rapida e benché sia perfettamente conclusa si avverte il rimpianto per aver sprecato due protagonisti che, sebbene meno originali di un guerriero sumero filosofeggiante o di un agente segreto ridanciano che lancia coltelli, avrebbero potuto dar vita a un bel filone di storie. Ma evidentemente il gusto del pubblico o altri motivi editoriali non fecero concretizzare questa opzione.

Dignitoso il lavoro di Vogt, anche se più schematico di quanto fosse solitamente all’epoca.

Da notare che la riedizione a colori del 1985 venne rimontata (cosa non inedita ma comunque rara in Columba) con qualche dialogo aggiornato e una presentazione differente dei personaggi, come se fossero appunto protagonisti di una serie: venne persino introdotta come sottotitolo una citazione da Stanlio e Ollio, quasi fosse il titolo di quel presunto primo episodio. Ma ovviamente (a maggior ragione a distanza di quasi quindici anni) non ci fu alcun seguito.

mercoledì 2 settembre 2026

Le serie di Robin Wood inedite in Italia: Primera Fundacion de Buenos Aires (1992)

Niente tiritera sulla Columba e la reperibilità dei suoi fumetti online, stavolta: qui si parla di un volume di altra provenienza e di facile reperibilità materiale.

Nel 1992 ricorreva il cinquecentenario della Scoperta dell’America e la meritevole casa editrice spagnola Planeta-De Agostini pubblicò una collana per celebrare la ricorrenza. Ricordate quando la Planeta-De Agostini pubblicava fumetti anche in Italia? Bei tempi, quelli. Di questi «Relatos del Nuevo Mundo» fino a pochissimi anni fa nel Belpaese si è visto solo il Caboto di Zentner e Mattotti ma recentemente Nicola Pesce Editore ha annunciato anche il volume di Breccia padre dopo aver pubblicato quello di Micheluzzi. I volumi della collana vertevano ovviamente su personalità legate alla scoperta, all’esplorazione e alla conquista delle Americhe ed erano costituiti (oltre che da un’introduzione) da un fumetto dalla classica durata di 46 tavole e da un ricchissimo apparato redazionale. Per raccontare un episodio inerente quella che diventerà l’Argentina l’editore pensò bene di ingaggiare degli autori che lavoravano per quel mercato.

Per insaporire la storia Wood ricorre a un po’ di realismo magico, scelta non inedita ma poco comune nei suoi fumetti: a introdurre la storia sono degli scheletri in armatura, i fantasmi di quanti parteciparono all’avventura che compaiono in sogno a Domingo Irala, teoricamente il protagonista del fumetto. “Teoricamente” perché Primera Fundacion de Buenos Aires è una storia corale e Domingo è uno dei tanti personaggi attirati da una nuova spedizione verso le “Indie” organizzata con faraonica profusione di mezzi da Pedro de Mendoza, già gravemente malato. Il sottotitolo del volume non a caso è La Spedición Maldita: una volta giunti a terra gli avventurieri speranzosi fondano la città (ma credo sia meglio dire l’avamposto) di Nuestra Señora de los Buenos Aires però la situazione non è delle migliori. La zona è inospitale e scarseggiano sia animali che piante commestibili, cosa drammatica per loro che dalla Spagna non hanno portato né bestiame né sementi. Per fortuna trovano degli indigeni che, per quanto in ristrettezze pure loro, possono fornire un minimo di carne e pesce in cambio delle proverbiali perline colorate. Ma la situazione precipita e alcuni guasti diplomatici con gli indios portano a una battaglia sanguinosissima e poi a un assedio ancora più falcidiante. Sarebbe la fine se non fosse che la donna india unitasi a Domingo spiega ai potenziali conquistadores (tra cui molti tedeschi) come trovare e mangiare radici e suggerisce di andare a cercare cibo e aiuto presso altre tribù.

Passano gli anni e da Buenos Aires il contingente si spinge all’interno alla ricerca delle favoleggiate città d’oro, ovviamente senza risultati. E nel 1556 anche Domingo Irala troverà la morte, ma sarà una morte serena a differenza di quella degli altri, dopo vent’anni da governatore di Nuestra Señora de la Asunción e guardando disincantato la marea di illusi che continua a riversarsi nelle Americhe alla ricerca dell’El Dorado, della Città del Re Bianco, della Città del Sole.

Pur essendo un lavoro su commissione Wood non rinuncia alla sua personalità e non mancano i suoi marchi di fabbrica come le didascalie auliche e (per quanto limitata dalle circostanze) un po’ di ironia. Il gusto per l’aneddotica non rallenta la narrazione ma la arricchisce: si veda in particolare l’episodio della ragazza imbarcatasi in incognito per seguire l’amato la cui scandalosa unione fuori dal matrimonio viene risolta dalla provvidenziale presenza di un prete nella ciurma. Come già diede prova di saper fare in altri contesti, Wood riesce a inserire moltissime informazioni in uno spazio tutto sommato limitato, senza però dare l’impressione di fare dell’infodumping forzato.

Lo stile adottato da Lito Fernandez (cioè dal suo studio dell’epoca, ovviamente) non è tra quelli che preferisco. I contorni delle figure non sono molto marcati e i tratteggi caotici contribuiscono a rendere poco incisivi i soggetti raffigurati: sono adatti per rappresentare le venature del legno, decisamente meno per le barbe o i vestiti. Va detto che anche la disposizione delle vignette non è sempre efficace e a volte il senso di lettura viene meno. Una colorazione molto vivace facilita la leggibilità e, appunto, vivacizza tutto l’insieme.

La «referencia historica» in appendice è affidata a Manuel Lucena.

domenica 23 agosto 2026

Le serie di Robin Wood inedite in Italia: Andrea Ney (1989)

Oggigiorno è facilissimo procurarsi almeno virtualmente il materiale della Columba, quindi questa ormai non più ipotetica ricognizione sulle serie inedite di Wood è un po’ inutile perché chiunque sia interessato può toccare con mano direttamente il prodotto. Abbiate pazienza, devo pur inventarmi qualcosa per mandare avanti il blog. Diciamo che questa iniziativa potrebbe essere utile a qualche appassionato per decidere se imbarcarsi in download molto pesanti o nella lettura di quelle migliaia di tavole che ha già scaricato.

Andrea Ney

In questo excursus si sono avvicendate situazioni di tutti i tipi: personaggi che sono diventati titolari di serie praticamente per caso, serie vere e proprie che venivano fatte passare per unitarios, potenziali saghe che si sono fermate dopo pochi episodi o addirittura uno solo, serie surrettizie ideate a tavolino per smaltire materiale altrimenti non pubblicabile. Stavolta la situazione è ancora differente e probabilmente determinata solo da un errore redazionale. Nella prima tavola di questo fumetto campeggia la sigla «E-1» con cui la Columba indicava il primo episodio di una serie, ma la storia in sé sembra perfettamente conclusa senza necessità di ulteriori sviluppi.

Nello specifico, Andrea Ney è una storia edificante con elementi un po’ bizzarri. La protagonista non è tanto la scrittrice cui è dedicato il titolo quanto la giornalista Danielle cui viene affidato l’incarico di intervistarla. Un onore mica da poco: la Ney vive infatti da reclusa da quando un incidente stradale la privò di una gamba distruggendo la sua carriera di sciatrice olimpica e persino la sua vita sentimentale, che però fu lei stessa a sabotare. Anche dopo una lunga ed estenuante riabilitazione per imparare a usare una protesi Andrea Ney rifiuta di farsi vedere in pubblico.

Dettaglio un po’ surreale, a travolgerla fu un criminale (Reno Dargaud, tanto per omaggiare un attore e un editore francesi) che perse così il bottino e finì in carcere e da allora ritiene che la Ney lo abbia maledetto visto che è pure malato terminale. Decide così di vendicarsi e seguendo Danielle va ad ammazzare la scrittrice menagrama, illudendosi che la sua morte possa guarirlo – al pari dei lettori perplessi anche i suoi complici lo ritengono matto e lo abbandonano.

Storia edificante sull’accettazione di sé, dicevo. Il cattivo muore ma almeno lascia una lezione: inutile incolpare gli altri di quello che si è diventati e chiudersi in se stessi rifiutando il mondo e il rischio di essere feriti ancora. Oh, che profondità.

Ora, è vero che alla fine Andrea Ney dichiara di voler cominciare una nuova vita ma mi sembra più che altro la constatazione di aver superato il blocco che la tratteneva e non una dichiarazione di intenti sul fatto che avrebbe vissuto nuovi episodi, nonostante l’«E-1» in prima pagina. E se anche il progetto fosse stato davvero di farne una serie, comunque non si è concretizzato.

L’atroce Ascanio disegna come lo ricordavo in Clochard, cioè male. Quelle poche inquadrature e anatomie che imbrocca sono vanificate dall’imprecisione e la faciloneria con cui disegna tutto il resto.

lunedì 10 agosto 2026

Le serie di Robin Wood inedite in Italia: Facundo (1973)

Oggigiorno è facilissimo procurarsi almeno virtualmente il materiale della Columba, quindi questa ormai non più ipotetica ricognizione sulle serie inedite di Wood è un po’ inutile perché chiunque sia interessato può toccare con mano direttamente il prodotto. Abbiate pazienza, devo pur inventarmi qualcosa per mandare avanti il blog. Diciamo che questa iniziativa potrebbe essere utile a qualche appassionato per decidere se imbarcarsi in download molto pesanti o nella lettura di quelle migliaia di tavole che ha già scaricato.

Facundo

Nel famoso (ma forse sarebbe meglio dire famigerato) elenco che Wood sottopose a Fumo di China 26 compariva un certo «Facundo» che per anni non mi è stato possibile identificare. Grazie ai benemeriti Columberos ho svelato l’arcano: nel 1973 Wood realizzò una biografia in due parti di Juan Facundo Quiroga, un militare e politico (in Sudamerica le due figure spesso vanno a braccetto) che se ho ben capito dovrebbe essere un po’ un eroe nazionale argentino: anche José Massaroli gli ha dedicato un fumetto. Queste due parti non recano però nelle prime tavole alcuna intestazione condivisa che le identifichi come elementi di una narrazione comune ma sono inequivocabilmente un’unica storia: vennero oltretutto pubblicate su due numeri consecutivi della rivista D’Artagnan. I due unitarios fittizi El Tigre de los Llanos e Muerte en Barranca Yaco costituiscono quindi una miniserie in due capitoli, quella a cui si riferì Wood.

Figlio di un «capitán de milicias», il giovane Facundo gode di una posizione privilegiata che gli permette di compiere gli studi a San Juan, dove già dimostra il suo carattere irruento e poco tollerante verso le ingiustizie. Molto meglio la vita all’aria aperta nei llanos sconfinati, dove lavorando per i commerci del padre si distingue per la sua capacità, ma anche per il vizio del gioco che gli fa perdere un grosso carico: a vent’anni parte così all’avventura lavorando in svariate estancias dove si fa apprezzare per la sua personalità e la sua forza fisica. Ma dopo aver ucciso la persona sbagliata a seguito di una provocazione deve scappare nelle vaste pianure dove si racconta si aggiri una tigre: sarà questa a dargli il suo soprannome dopo che l’avrà uccisa con l’aiuto di alcuni compañeros proclamandosi così l’unico tigre dei llanos – il fatto che il felino non abbia strisce ma macchie di leopardo potrebbe sottintendere che gli autori, Haupt almeno, ritenessero questo aneddoto solo una leggenda. In neanche quattro tavole (e la prima è una splash page) viene presentato il protagonista e impostata l’ambientazione, quindi da lì in poi la miniserie sarebbe libera di seguire un flusso narrativo dinamico e poco didascalico, e invece si incarta in testi chilometrici e salti temporali con conseguente frammentazione della trama.

Dopo il matrimonio avviene il battesimo militare e politico di Facundo, che si unisce a un ribelle provinciale contro il potere centrale di Buenos Aires, o almeno così ho capito. Questa miniserie diventa infatti una panoramica sulla tormentata storia dell’Argentina del primo ’800, con una raffica di aneddoti, nomi, alleanze, battaglie, tradimenti e citazioni che finiscono per stordire il lettore digiuno delle nozioni di base. Con tutta la carne sul fuoco che qui è stata solamente riassunta si sarebbero potuti realizzare decine di episodi più avvincenti rimanendo fedeli ai fatti storici. Forse Muerte en Barranca Yaco è più coeso concentrandosi sugli ultimi anni di vita del protagonista, ma nei fatti non scorre affatto meglio.

È vero che non manca qualche punta di ironia (“Questo è un oltraggio!”, “No, è un carcere.” risponde il secondino che fa la guardia a Facundo) e la retorica magniloquente era un po’ un marchio di fabbrica di Wood, ma da lui mi sarei aspettato qualcosa di diverso e più appassionante, tanto più che nel 1973 aveva già abbondantemente rodato il suo stile.

Chissà che José Quiroga di Los Amigos non debba il suo cognome a Facundo.

I disegni sono opera di Daniel Haupt, conosciuto in Italia principalmente per Big Norman e per il Larrigan di Collins, un disegnatore per cui ammetto di avere sempre avuto un debole. Mi rendo conto che non sia esattamente quello che ci si aspetterebbe da un historietista argentino: evidentemente i suoi riferimenti sono gli autori delle strisce sindacate statunitensi, e non è che le sue tavole siano particolarmente vivaci o espressive: vedi anche il Cayena comparso brevemente su Sgt. Kirk. Ogni tanto pure lui tirava via o riproponeva gli stessi volti e le stesse fisionomie, ma a me non è mai dispiaciuto.

In questo contesto (e anche in altri lavori coevi: vedi il libero Billy Wood) ricorre a un’inchiostrazione particolare, fatta di tratteggi sottili e nervosi. Ciò rende le sue vignette più dinamiche del solito, di quell’abbozzato che rende i personaggi più espressivi e dona alle tavole un certo retrogusto da incisione ottocentesca che si sposa alla perfezione con l’ambientazione storica.

domenica 2 agosto 2026

Le serie di Robin Wood inedite in Italia: El Joven Nippur (1997)

Oggigiorno è facilissimo procurarsi almeno virtualmente il materiale della Columba, quindi questa ormai non più ipotetica ricognizione sulle serie inedite di Wood è un po’ inutile perché chiunque sia interessato può toccare con mano direttamente il prodotto. Abbiate pazienza, devo pur inventarmi qualcosa per mandare avanti il blog. Diciamo che questa iniziativa potrebbe essere utile a qualche appassionato per decidere se imbarcarsi in download molto pesanti o nella lettura di quelle migliaia di tavole che ha già scaricato.

 El Joven Nippur

Nel 1997 ricorreva il trentennale della Historia para Lagash che fece la fortuna di Wood (e contribuì a quella della Columba) dando i natali a Nippur. Pur con il sentore ormai molto concreto della crisi che l’avrebbe portata a chiudere i battenti di lì a pochi anni, la casa editrice argentina azzardò tre iniziative celebrative. Due di esse confluirono poi in una sola (che per alcuni lettori argentini oltre a essere una sola fu anche una sòla), la terza vide la luce nei tempi stabiliti ma non ebbe comunque molta fortuna. Quella della Columba fu una mossa un po’ avventata, poiché la produzione delle storie di Nippur di Lagash era passata da alcuni anni in carico all’italiana Eura e quindi da semplice licenziataria adesso sarebbe tornata ad essere produttrice in prima battuta, ma evidentemente senza più la solvibilità di un tempo e quindi nemmeno la fedeltà degli autori. Gli unici due episodi di El Joven Nippur comparvero a distanza di un anno l’uno dall’altro, oltretutto su due testate diverse.

Come intuibile dal titolo, si tratta di un prequel di Nippur di Lagash dedicato alla sua fase giovanile. Se il genere jeunesse de è piuttosto florido in Francia, in Argentina non è affatto comune. Certo, c’è la versione Patoruzito di Patoruzú ma a parte quello a me viene in mente solo la miniserie di Collins e Trigo pubblicata su Lanciostory come Sergente a New York che in realtà raccontava i primi anni di attività di Zero Galvan/Larry Mannino.

Nonostante sia figlio di un generale, il Nippur adolescente è un gagliardo birbantello che non ama la disciplina e le lezioni e non esita a fare scherzi anche pesanti ai suoi precettori o a chi è chiamato a rimetterlo in riga. Si prende anche qualche libertà con le fanciulle, che a differenza di maestri e sacerdoti sono ben contente delle sue attenzioni. Le sue avventure iniziano sempre nella stessa maniera: dopo l’ennesima sfuriata del padre o di chi per esso se ne va per i fatti suoi e incontra i personaggi che saranno alla base di quell’episodio. In sostanza El Joven Nippur è un sunto della poetica (e quindi dei pregi) di Wood: un protagonista simpaticamente ribelle ma intelligente e di buon cuore, una sana dose di ironia, ottimi dialoghi e delle situazioni che si manifestano praticamente per caso ma sono risolte con molta eleganza e sono anche originali: a differenza degli sciacalli inglesi, in Mesopotamia le aquile erano veramente diffuse. Confesso che non ho approfondito l’effettiva aderenza di questa serie con il canone nippuriano della serie madre, ma credo che lo stesso Wood non si pose il problema come non fece con altre serie, per quanto qui abbozzi anche le origini di Sumur.

El Joven Nippur sarebbe una lettura piacevole, non fosse per i disegni di Gabriel Rearte. Come avvenne con Taborda e poi con Goiriz e l’ultimo Meriggi, i suoi personaggi sono ipertrofici e sfoggiano pose irrealistiche o comunque poco adatte alle situazioni in cui si trovano. Oltre allo stile di disegno, va segnalato che a volte costruisce le sue tavole in maniera un po’ confusa non rendendo chiaro quale sia il senso di lettura corretto. I pochi sfondi trasmettono poi uno spiacevole senso di artificialità, ma non di quell’artificialità tipica del digitale: gli edifici sembrano planimetrie prese dal catasto. I danni fatti dalla Image erano insomma ancora tangibili (d’altra parte la casa editrice di Liefeld e Lee era nata appena cinque anni prima) ma la colpa non era tutta dei disegnatori, visto che pare fosse lo stesso Wood a incentivare il ricorso ad anatomie esagerate e bislacche.

Oltre ai disegni molto lontani dai canoni argentini, una pubblicazione così diradata non fu certo un incentivo ad apprezzare la serie ma ovviamente non possiamo sapere come sarebbe andata in un contesto ideale – di lì a pochi anni gli argentini avrebbero avuto difficoltà a comprare il cibo, figurarsi i fumetti.

Ironia della sorte, Nippur ritornerà davvero nel corso del 1998 ma non nella sua versione «joven» né in quell’altra annunciata e poi realizzata dalla Columba: sarà proprio la versione classica ma, dopo una prima apparizione su Nippur Magnum, a presentarne la maggior parte degli episodi (comunque pochi) sarà la rinata Skorpio, edita dalla Record concorrente storica della Columba. Un’epoca stava per finire.

venerdì 17 luglio 2026

Le serie di Robin Wood inedite in Italia: Perú Rimá (1979)


Oggigiorno è facilissimo procurarsi almeno virtualmente il materiale della Columba, quindi questa ormai non più ipotetica ricognizione sulle serie inedite di Wood è un po’ inutile perché chiunque sia interessato può toccare con mano direttamente il prodotto. Abbiate pazienza, devo pur inventarmi qualcosa per mandare avanti il blog. Diciamo che questa iniziativa potrebbe essere utile a qualche appassionato per decidere se imbarcarsi in download molto pesanti o nella lettura di quelle migliaia di tavole che ha già scaricato.

Perú Rimá

Tra le serie di Robin Wood questa è una delle più sfuggenti essendo stata pubblicata quasi esclusivamente nel natio Paraguay sulla rivista a grande diffusione Ñandé, che significa “Noi” in lingua guaranì, di cui in rete non si trova praticamente nulla. Alla faccia di chi sostiene che «su internet c’è tutto». Nonostante non abbia conosciuto la stessa popolarità di Nippur, è evidente che Wood ne avesse un’alta considerazione visto che campeggiava in bella mostra nei poster promozionali che firmava alle manifestazioni.

Robin Wood a Lucca 2012: in basso a destra si vede il poster di cui parlo.

Fortunatamente se ne hanno tracce, per quanto miserrime, anche in Argentina, dove un episodio (il primo?) transitò sull’effimera rivista Gunga Din della Record, rivale storica della Columba.

Il protagonista non è un’invenzione di Wood ma è una figura tratta dal folklore paraguayano. Dalla documentazione che ho raccolto mi par di capire che gli stessi paraguayani si siano rassegnati all’idea che non sia possibile determinare se si trattasse di una persona realmente esistita di cui vennero ingigantite le gesta (Perú è una deformazione locale del nome Pedro) o se è la declinazione locale di un archetipo che si può trovare praticamente in tutte le culture: il burlone Perú ama tirare scherzi anche pesanti ai danni di quelli che vengono percepiti come oppressori se non proprio invasori dalla popolazione locale, dai burocrati europei ai missionari che vogliono convertire i nativi. Una specie di Till Eulenspiegel con un minimo di coscienza politica o un Pulcinella più dinamico. Si tratta comunque di una figura molto conosciuta in patria, a cui sono stati dedicati romanzi, saggi, opere teatrali; persino un’orchestra di successo porta il suo nome.

Nell’interpretazione di Wood Perú Rimá è un popolano con qualche ascendenza india, felicemente dedito al latrocinio ma dotato di gran cuore e molto sensibile al fascino femminile. Anni e anni di lavoro per la cattolicissima e compiacente Columba si manifestano inoltre nel differente rapporto che il birbante di Wood ha con i religiosi e le forze dell’ordine rispetto a quello della tradizione: preti e poliziotti non sono bersagli ma alleati, per quanto talvolta involontari. La tradizione vorrebbe poi che Perú abbia anche un gemello, Vyro, assente nel fumetto – o almeno in questo episodio. Episodio che si svolge nel villaggio di Caacupé in subbuglio per l’arrivo di un pezzo grosso che aprirà una grande segheria con cui darà lavoro ai paesani festanti. La realtà però è diversa e Perú scopre le vere mire del Señor Fonseca e del suo entourage. Pur nella sua linearità la storia è architettata molto bene: i veri cattivi non sono esattamente quelli che sembrano esserlo (non solo loro, almeno) e come nella migliore tradizione di Wood Perú sconfigge i suoi avversari col ridicolo e la furbizia piuttosto che con la violenza. E non mancano battute e sequenze veramente esilaranti.

I disegni di Gomez Sierra/Enrique Villagran sono esattamente quelli che ci si aspetterebbe da lui: senza tanti fronzoli (ma non mancano retini, forse testimonianze di una precedente pubblicazione a colori) confeziona delle tavole dinamiche ed espressive.

Da quel poco che ho potuto leggerne, Perú Rimá potrebbe inserirsi tra le migliori serie di Robin Wood, al suo enorme bagaglio di “mestiere” si unisce il palese divertimento nello scrivere quello che evidentemente lo appassiona. Resta la triste certezza che potrebbero esisterne altri dieci, venti o cento episodi ma questo sarà l’unico che leggerò mai in vita mia.

venerdì 10 luglio 2026

Le serie di Robin Wood inedite in Italia: Ted Marlow (1967)


Oggigiorno è facilissimo procurarsi almeno virtualmente il materiale della Columba, quindi questa ormai non più ipotetica ricognizione sulle serie inedite di Wood è un po’ inutile perché chiunque sia interessato può toccare con mano direttamente il prodotto. Abbiate pazienza, devo pur inventarmi qualcosa per mandare avanti il blog. Diciamo che questa iniziativa potrebbe essere utile a qualche appassionato per decidere se imbarcarsi in download molto pesanti o nella lettura di quelle migliaia di tavole che ha già scaricato.

Ted Marlow

Tra i fumetti scritti da Robin Wood questo rappresenta un caso così raro da risultare quasi unico (io sono al corrente di una sola altra eccezione inedita in Italia). A differenza di quanto sarebbe successo nel resto della sua carriera, non si tratta di un personaggio ideato dalla Leyenda ma creato da un altro sceneggiatore che Wood ha semplicemente ripreso.

Repetto
Ted Marlow esordisce infatti su Fantasía 57 del gennaio 1967 su testi di tal Franco Luis Di Luca, che altri non era che Alfredo Grassi. Nonostante nel primo episodio il protagonista compaia solo a metà della storia è palese che fosse stato pensato sin dall’inizio come una serie visto che l’episodio successivo uscirà già dopo un mese. Ma a differenza di Dave y Rio non si finse che si trattasse di liberi autonomi: il nome del protagonista campeggiava sempre, distinto da quello del singolo episodio. Il primo disegnatore fu Miguel Angel Repetto, dalla ingessata e quasi geometrica eleganza e dai sapienti chiaroscuri.

Reler
Ted Marlow è un marshall, ovvero un agente di quello che era l’embrione della polizia giudiziaria federale statunitense, i cui agenti (caso unico al mondo) si chiamano in realtà «marshal» con una sola L. Poco male: in alcuni episodi invarrà anche questa dicitura, probabilmente per distrazione del letterista. La coppia “Di Luca”/Repetto fece in tempo a realizzare almeno tre avventure del marshal(l), e da maggio 1968 (forse prima) il team creativo cambiò e ai testi subentrò Robin Wood. Prima di addentrarmi nell’analisi, vale la pena ricordare che nel corso degli anni a scrivere Ted Marlow furono diversi autori, tra cui nientemeno che Carlos Albiac e Guillermo Saccomanno. Con tutto rispetto per gli altri sceneggiatori, ma sicuramente questi due sono più noti in Italia rispetto ai pur validi Armando Fernandez, José Luis Arevalo e Jorge Morhain. La ripresa a cavallo tra anni ’80 e ’90 sarà realizzata da Daniel Horn (cioè Daniel Sinopoli) con qualche intervento di Pablo Gelabert (Marcelo Ciccone). L’elenco degli sceneggiatori, che contempla anche il disegnatore Juan Dalfiume, è destinato ad aumentare esponenzialmente se consideriamo anche gli pseudonimi che assunsero: lo stesso Wood ricorse a Noel Mc Leod e un buontempone si firmò addirittura Jim Morrison. Anche ai disegni vi fu un certo avvicendamento e a Repetto fecero seguito Reler, Ruben Furlino, Gustavo Trigo e Mario Morhain celato inizialmente dietro lo pseudonimo Suarez forse per evitare confusione col suo fratello sceneggiatore Jorge. Data questa moltitudine di autori, mi tocca usare l’Etichetta “Troppi nomi ecc.” visti i limiti dei caratteri di Blogger.

Furlino
Prima di trattare l’approccio di Wood al personaggio è doveroso parlare di come Grassi impostò il protagonista e le trame. All’epoca in Columba si usavano ancora didascalie chilometriche, che a volte sostituivano del tutto una vignetta disegnata, e anche “Di Luca” seguì questo andazzo pur senza la prolissità di altri autori. Inoltre aveva il pallino per i nomi ridicoli, o comunque inadatti per un western. In una manciata di episodi sfilano Check Zalgom, Nit Flames, Rett Altrich, Timy Basamo, Sutd Melgar (questo è il mio preferito), Tom Lhena, John Zicor, Duingo Brull (anche questo non scherza), Lexer Grov, Nen Bassi, Nat Mirriol…

Ciò detto, Ted Marlow era un western, sì, ma niente affatto scontato. Come anticipato, già nella prima storia Grassi introduce il protagonista con calcolato ritardo per fargli fare una bella entrata in scena. Lo sceneggiatore sembra quasi voler giocare con gli stereotipi e le aspettative del lettore: le storie cominciano impostando una situazione che non sarà affatto quella portante. Ted appare quasi per caso adempiendo agli obblighi del genere (solitamente un duello) e una volta “timbrato il cartellino” può cominciare la vera trama, ovvero un’indagine – peraltro sempre articolata e originale.

Morhain "Suarez"
La caratterizzazione che Grassi fa del protagonista è presto detta: Ted Marlow è laconico, impavido e astuto – per non dire paraculo: per “aiutare” la Legge arriva a fingere il ritrovamento di prove inesistenti. Wood e gli altri sceneggiatori la rispetteranno ma fondamentalmente le caratteristiche precipue del protagonista sono altre tre: i baffi, lo stetson e l’abito elegante (poi sostituito da una giacca di montone).

Non era decisamente il fumetto western che mi aspettavo di leggere considerando la natura di ruspante narratore popolare di Grassi, che crea invece una serie intelligente e originale; stupisce dirlo (e anche un po’ dispiace) ma l’arrivo di Wood banalizzerà un po’ Ted Marlow, che diverrà un western molto più classico senza derive investigative – non così articolate, in ogni caso. Magra consolazione, nel corso della sua lunga gestione Wood approfondirà la storia del protagonista e ci rivelerà che “Ted” sta per Teodoro, che aveva lottato per l’indipendenza del Messico e che Marlow ha 40 anni di cui 20 passati come agente degli Stati Uniti, inizialmente come ranger. Da buon marshal(l) il Ted Marlow di Wood si occupa di riacciuffare criminali, di scortare prigionieri o pionieri, di indagare su traffici d’armi, ecc. Talvolta viene rapito o preso in ostaggio e si trova in situazioni apparentemente senza via d’uscita (addirittura sepolto vivo) ma se la cava sempre. A mano a mano che la serie procede si affastellano elementi del suo passato ma non c’è alcuna continuity: vecchi commilitoni e criminali che hanno appena scontato la pena (e vogliono vendicarsi di lui o al contrario ringraziarlo) compaiono dal nulla senza che ve ne fosse traccia negli episodi precedenti. Una continuity molto stretta può essere controproducente per godersi una serie, ma vedersi spuntare dal nulla tutta questa massa di personaggi “usa e getta” può dare l’impressione che lo sceneggiatore navighi a vista e scriva senza alcuna pianificazione. Cosa che non è necessariamente un male, ma una serie lunga come Ted Marlow avrebbe tratto beneficio da qualche punto fermo e personaggio ricorrente come quelli che Wood già all’epoca metteva in Dennis Martin e Nippur de Lagash. I disegni di questi episodi vennero affidati a Reler, qualche rara volta indicato come «J. Reler», un clone di Carlos Casalla che adottava delle semplificazioni anatomiche più indicate per una mostra di Cubismo Analitico piuttosto che per le pagine di una testata di fumetti popolare – non è un complimento, se qualcuno se lo chiedesse.

Trigo
Cercare dei segnali di stile che identifichino un autore può essere un esercizio di ermeneutica divertente ma decisamente velleitario nel caso di una serie “ereditata” da un altro e in effetti qui non emerge molto la poetica della Leyenda. È quasi doveroso però segnalare quei pochi episodi in cui è presente un po’ dell’ironia tipica di Wood o che sono dichiaratamente umoristici: Chico y el marshall, El Marshall asiste a la boda e Madres, flores y un Marshall; si tratta comunque di gocce nel mare delle decine e decine di episodi che la coppia Wood-Reler realizzò per la rivista Fantasía sino al 1972, quando Ted Marlow divenne la back-up feature del comic book di Nippur. Anche il marshal(l) conobbe infatti due percorsi paralleli come Dennis Martin, El Cabo Savino e lo stesso Nippur: su rivista continuava la sua serie in bianco e nero con episodi di 10 tavole (realizzati da nuovi autori), nel comic book venivano presentati episodi a colori di 15 pagine disegnati da Gustavo Trigo. Forse è in questa sede, tra l’avvicendarsi di molti altri sceneggiatori, che Wood dimostra maggiore personalità. Io almeno vi ho ravvisato più azione, più violenza e soprattutto un po’ di ironia. Ma forse azione e violenza c’erano già su Fantasía, solo che bisognava decifrare i disegni di Reler per coglierle. Ammesso che questa evoluzione ci sia effettivamente stata, è impossibile dire se fosse dovuta alla volontà di Wood o alle indicazioni della Columba che voleva qualcosa di più dinamico per i suoi comic book, che alcune fonti riportano essere stati ideati per estendere il mercato dell’editore in altri Paesi del Sudamerica e altre dicono invece fossero stati concepiti per contrastare prodotti analoghi che venivano importati dal Messico.

Morhain
In merito alle tavole di Trigo (molto valide) va notata una curiosità: teoricamente erano state realizzate sotto lo pseudonimo Marcos Adan con cui già aveva tenuto a battesimo Jackaroe e, a differenza di quello che fece in un’occasione con Barreto/Gneiss, la Columba segnalò regolarmente questo pseudonimo. Solo che Gustavo Trigo firmò alcune tavole anche col suo vero nome, non solo come «Marcos Adan y Gustavo Trigo» ma proprio come Trigo e basta, occasionalmente in accoppiata con Vitacca che evidentemente era Roque Vitacca che gli fece da assistente. In un altro frangente avrebbe potuto trattarsi di una semplice dimenticanza ma mi risulta che all’epoca Trigo fosse sulla lista nera dell’editore a causa della sua attività politica (poco importa che la junta di Videla si sarebbe insediata di lì a qualche anno: la situazione politica in Argentina non era allegra nemmeno nel 1973 per un attivista): la sua fu semplice distrazione o una provocazione consapevole? Di certo lasciare la firma col vero nome fu un atto di coraggio o incoscienza da parte della Columba.

Nel complesso Ted Marlow è una serie quantomeno dignitosa da consigliarsi però principalmente agli appassionati di western. Che non siano troppo schizzinosi riguardo ai disegni di Reler, però. Gli episodi di Grassi e Repetto valgono sicuramente la lettura.

Oltre a disegnare come disegnava, Reler copiava pure:
l'episodio di Ted Marlow è del 1972 quello di Alamo Jim del 1969

mercoledì 1 luglio 2026

Le serie di Robin Wood inedite in Italia: Leyendas Vikings (1976)


Oggigiorno è facilissimo procurarsi almeno virtualmente il materiale della Columba, quindi questa ormai non più ipotetica ricognizione sulle serie inedite di Wood è un po’ inutile perché chiunque sia interessato può toccare con mano direttamente il prodotto. Abbiate pazienza, devo pur inventarmi qualcosa per mandare avanti il blog. Diciamo che questa iniziativa potrebbe essere utile a qualche appassionato per decidere se imbarcarsi in download molto pesanti o nella lettura di quelle migliaia di tavole che ha già scaricato.

Leyendas Vikings

Toh, Robin Wood ha contribuito alla serie Vikings e non ne sapevo niente. Che strano. Questo episodio apparve sul numero 384 di El Tony nel novembre del 1976 quindi siamo nella fase delle storie autoconclusive scritte da Grassi dopo il ciclo sul pastore/vichingo Corval di Oesterheld. Sulla copertina mi sembra che campeggi proprio il volto di Corval, ma tant’è. Però questo fumetto non è stato archiviato secondo l’ordine della serie, mantenuto anche se ora presentava episodi slegati: non vedo cioè nessuna «E» più un numerino vicino. Oh, è proprio strano. E poi in questa fase Vikings la disegnava ancora Saichann, magari con il supporto di Uzal. Sempre più strano. Ah, ecco: checché sia indicato in copertina, questa serie non è Vikings propriamente detta ma Leyendas Vikings (il che spiega l’errore nel titolo: in castigliano si dovrebbe dire leyendas vikingAs, giusto?). Mai coperta. Poi magari ne salteranno fuori decine di altri episodi, ma ne dubito. Strano, stranissimo. Ma vediamo com’è questa storia, che giustamente essendo inserita all’interno di una serie antologica ha un titolo proprio: La Muerte de Boroj.

Il Boroj del titolo è un appestato. Non che il suo aspetto tradisca questo fatto, ma fidiamoci dei dialoghi. Osvaldo Cataldo non si lascia irretire da facili stereotipi e non disegna i vichinghi come vuole la tradizione (falsa) cioè con gli elmi cornuti. Bravo – almeno in questo. A dirla tutta non è che i personaggi sembrino proprio vichinghi, elmi cornuti o meno, hanno quasi l’aspetto di uomini primitivi.

Sia come sia, Boroj viene osteggiato da un po’ tutti nel suo villaggio, e qualcuno ricorre anche alle maniere forti per farlo allontanare. Solo la sua amata Lena gli sta ancora accanto (ma perché serra i pugni come se fosse incazzata quando lui le dice che la ama?) e al rifiuto di partire insieme gli suggerisce di andare a visitare il vecchio saggio della montagna che magari gli darà qualche consiglio utile. Dopo giorni di cammino l’unica informazione che ottiene dal vecchio, oltre a vaghi accenni su mondi lontani, è che la sua vita è legata a quella del “Re Orso”, finché vivrà il mostro anche Boroj vivrà benché appunto appestato. Tornato al villaggio dei… uhm… vichinghi, scopre che Lena è stata rapita e probabilmente uccisa (non la rivedremo più) proprio dal Re Orso. Per vendicarla Boroj ammazza il mostro, che più che un plantigrado a me sembra uno scimmione o meglio ancora un baram, e così teoricamente pone fine anche alla sua vita, anche se alla fine lo vediamo allontanarsi solitario dal villaggio.

Le tavole di Cataldo mi trasmettono una sensazione di déjà vu: Boroj viene sfidato da un trio di altri “vichinghi”… il vecchio gli propone il trucco del pezzo di stoffa da spezzare… lo stesso stregone gli mostra la visione di misteriose città… e come dicevo l’orso non mi pare affatto un orso. Dov’è che ho già visto tutto questo? Ah, sì: qui.


Insomma: è palese che La Muerte de Boroj altro non è che il primo episodio di Or-Grund con le tavole mescolate e i dialoghi reinventati per essere pubblicato a se stante probabilmente vista la scarsa performance di Cataldo (che pure ricordo come abile imitatore di Mandrafina, ma chissà in che anni). La Columba non volle sprecare il materiale anche a rischio di ritorsioni legali da parte di Victor De La Fuente da cui mi pare che il disegnatore abbia copiato parecchie vignette. Per farlo pensò di fingere che si trattasse di un episodio non tanto di Vikings, di cui sarebbe stato indegno, quanto di un suo spin-off creato alla bisogna da utilizzare come tappeto sotto cui nascondere questa prova nemmeno comparabile con il lavoro di Alberto Saichann dell’epoca, di cui rimarrà (salvo l’emergere di evidenze contrarie) l’unico episodio.

La Columba dovette essere molto motivata nel coprire questo passo falso: anche se Boroj è comunque condannato dalla peste, anche se la sua fine ha qualcosa di rituale, anche se la simbologia evocata dal mago può rimandare alla promessa di un aldilà, la storia si conclude comunque con quello che tecnicamente è un suicidio, e si sa quanto la cattolicissima Columba fosse sensibile sull’argomento.

Per la cronaca, due anni dopo Cataldo si prenderà veramente carico della serie Vikings e disegnerà altri liberi a tema vichingo per la Record. E in quelle occasioni disegnerà decisamente meglio.

mercoledì 17 giugno 2026

Le serie di Robin Wood inedite in Italia: Los Salvajes Niños de la Memoria (1993)


Oggigiorno è facilissimo procurarsi almeno virtualmente il materiale della Columba, quindi questa ormai non più ipotetica ricognizione sulle serie inedite di Wood è un po’ inutile perché chiunque sia interessato può toccare con mano direttamente il prodotto. Abbiate pazienza, devo pur inventarmi qualcosa per mandare avanti il blog. Diciamo che questa iniziativa potrebbe essere utile a qualche appassionato per decidere se imbarcarsi in download molto pesanti o nella lettura di quelle migliaia di tavole che ha già scaricato.

Los Salvajes Niños de la Memoria

Miniserie in quattro episodi in ognuno dei quali lo stesso Wood, in un impeto di culto della personalità o per esigenze di impaginazione della Columba, invita il lettore a sedersi con lui e ad ascoltare la storia che sta per raccontare.

Maurizio Marinelli sta morendo e da vecchio imprenditore di successo ha un codazzo di speranzosi eredi che attendono la sua morte. I soldi non interessano invece a César, il suo nipote prediletto che venne allontanato dalla famiglia otto anni prima per un evento delittuoso di cui non fu provata la sua colpevolezza ma che comunque sollevò uno scandalo in paese: venne visto accanto al cadavere di un uomo appena ucciso. César vorrebbe solo salutare per l’ultima volta lo zio, informato della sua impellente dipartita dalla cugina Marina. I “figli selvaggi” del titolo sono in effetti César e Marina che sin da bambini amavano nascondersi nel bosco vicino casa e condividevano un rapporto speciale da cui gli altri familiari erano esclusi. Tra questi Enzo, il fratello di César che va su tutte le furie quando scopre che l’eredità (e con essa la ditta a cui ha dedicato la sua vita) andrà tutta a César. Che dal canto suo rischia di non godersela: per poco non viene ucciso da un proiettile che gli viene sparato proprio mentre si trova nel bosco che tanto ama. La polizia trova l’arma del delitto: è una pistola regolarmente registrata a nome di Enzo.

Il cast dei personaggi è ben nutrito e comprende Adriana, la giovane infermiera che si prese cura di Maurizio Marinelli fino alla sua morte, l’avvocato di famiglia Claudio, Antonella moglie di Enzo ed Elisa giovane vedova di Maurizio. Da citarsi anche il commissario Vitale che segue il caso e uno di quei medici di famiglia cinici e ubriaconi tipici di Wood. Il finale quindi la soluzione del mistero (e del mistero nel mistero, cioè quello che successe otto anni prima) è tutt’altro che scontata, anzi decisamente ben architettata. Si perdona facilmente a Wood di non averci fornito gli indizi per sospettare del vero colpevole, che giunge del tutto inaspettato. Lo stile dei dialoghi presenta l’enfasi tipica dello sceneggiatore, ma i personaggi che si accusano a vicenda di essere melodrammatici smontano ogni possibile critica che possa muovere il lettore in merito.

Con scrupolo encomiabile la Columba indicava sia Percy Ochoa che Oscar Martutaitis come autori dei disegni, nonostante a firmare fosse solo il primo, insieme a tal “Evelyn”. Curiosamente dal connubio tra Ochoa (collaboratore di Gerardo Canelo) e Martutaitis (assistente di Lito Fernandez) nasce un disegno del tutto simile a quello di Alfredo Falugi, coi suoi pregi e i suoi difetti: tanta espressività e derive caricaturali.

domenica 7 giugno 2026

Le serie di Robin Wood inedite in Italia: Wolf (1980)


Oggigiorno è facilissimo procurarsi almeno virtualmente il materiale della Columba, quindi questa ormai non più ipotetica ricognizione sulle serie inedite di Wood è un po’ inutile perché chiunque sia interessato può toccare con mano direttamente il prodotto. Abbiate pazienza, devo pur inventarmi qualcosa per mandare avanti il blog. Diciamo che questa iniziativa potrebbe essere utile a qualche appassionato per decidere se imbarcarsi in download molto pesanti o nella lettura di quelle migliaia di tavole che ha già scaricato.

Wolf

Notte di tempesta nel bosco di Magenham. Uno sciacallo (l’unico mai avvistato in Inghilterra) si contende la scena con una lupa mentre un druido osserva insieme alla sua accolita quello che sta succedendo: dei vichinghi danesi stanno dando la caccia a una donna incinta e al guerriero che l’accompagna. Il nascituro è figlio di re Marlin del Wessex, testé assassinato, e una profezia vuole che se diverrà adulto farà suonare la campana a morte per i Danesi. Motivo più che sufficiente perché i vichinghi vincano le loro paure e si inoltrino nel bosco che si dice stregato. Ma uccidere la donna non sarà affatto facile: avrà pure rinunciato ai suoi poteri di “donzella del bosco” per congiungersi con un umano, ma la sua guardia del corpo Alfred è un fine stratega che conosce bene la zona. E anche gli elementi naturali intervengono per salvare il bambino, con folgori ben piazzate – o sono proprio il druido Rorgan e la sua assistente Fiona a evocarle? La donna riesce così a partorire in un luogo consacrato, morendo nel dare alla luce un bambino che come intuibile dal titolo sarà allevato dalla lupa di cui sopra insieme al druido e alla sua accolita.

Torna quindi il topos per eccellenza di Robin Wood: il giovane spossessato in cerca di vendetta, ma stavolta con una variante molto originale: passati dieci anni il ragazzo-lupo non vuole affatto vendicarsi o riscattare il suo regno, ma disprezza tanto i Danesi quanto i consanguinei Sassoni, non comprendendo perché gli uomini si scannino per quelle che a lui (che si sente un lupo) appaiono come idiozie. Un bel distacco dagli stereotipi del genere avventuroso, che invece saranno ancora alla base del Dago che esordirà l’anno successivo.

Wolf è una serie di stampo avventuroso, con punte epiche e anche sequenze molto drammatiche. Quella pochissima ironia che affiora col contagocce è comunque efficacissima, uno degli esempi migliori di Wood. C’è una continuity, ma come nelle migliori serie di Wood è una continuity “rilassata”: la lotta contro l’usurpatore vichingo Ragnar e il rapporto amoroso con sua figlia Mette sono sempre presenti, ma al momento opportuno finiscono sullo sfondo perché Wood preferisce accantonarli in favore di soggetti più interessanti. Magari inserisce anche qualche imbeccata sugli sviluppi futuri, come il rinvenimento del tempio in cui si trovano le armi e i fondi con cui ribellarsi in futuro agli oppressori, ma sempre senza fretta e senza impegno.

È incredibile come da argomenti tutto sommato già abbondantemente sfruttati Wood sia riuscito a imbastire storie interessanti trovando soggetti sempre nuovi e originali, bilanciando perfettamente Storia e fantasia – anche se la seconda ha un ruolo molto più incisivo. Oltre a scrivere una saga avvincente e originale, Robin Wood è riuscito a gestire bene l’equilibrio tra gli elementi reali e quelli fantastici: in sostanza l’eventuale intervento di questo ultimi è lasciato all’interpretazione del lettore e il druido Rorgan potrebbe benissimo generare certi fenomeni come semplicemente esserne solo testimone. Certo, si intravedono folletti e gnomi (pure un hobbit!) ma non interagiscono mai con gli umani e compaiono solo in quelle che potremmo considerare semisoggettive, quindi potrebbero essere “visti” solo da coloro che ci credono. Questa conturbante ambiguità è facile da mantenere in una storia breve, ma farlo per due dozzine di episodi lo è molto di meno e riesce solo ai grandi professionisti come Wood.

Tornando a Wolf, lo vediamo diventare adulto sempre con la mamma lupa al suo fianco. Da quanto apprendo, un lupo in natura non sopravvive solitamente oltre i 10 anni, quindi evidentemente lei gode di eccellente salute. Ma per quanto il protagonista voglia sempre stare al margine delle lotte tra gli uomini, non può sfuggire al suo destino: gli invasori cessano di litigare tra di loro e sotto la guida di Harald Sigurdsson (che dovrebbe essere Harald III di Norvegia) stanno per soggiogare definitivamente l’Inghilterra. Ragnar, l’arcinemico di Wolf, non vuole sottomettersi a un potere superiore al suo e ciò offre il destro per ulteriori sottotrame. Ma non serve a molto: il mondo di Wolf sembra destinato a sparire sotto l’impeto dei vichinghi uniti da Harald e il valente protagonista, che almeno è riuscito a tranciargli una mano, viene esiliato nello Jutland. Alcuni personaggi importanti vengono uccisi, le varie sottotrame si intrecciano, la saga ingrana la quinta e si prospettano sviluppi interessantissimi con una piratessa scandinava. E Wood abbandona la serie.

Passando ai disegni, Jorge Zaffino era già uscito dall’ala protettrice della studio dei Villagran esordendo da solo qualche anno prima su Nippur di Lagash per poi realizzare la prima decina di episodi di Kayan. Agli albori degli anni ’80 non è ancora il maestro del chiaroscuro e dei fitti tratteggi che diverrà in seguito né persiste nelle ipertrofie anatomiche che avevano caratterizzato i succitati fumetti, ma (quando si ricorda di disegnare i piedi) produce già delle ottime cose con uno stile ricco di dettagli ma molto leggibile e dinamico. D’accordo, Zaffino non è il colmo della precisione storica: i vichinghi indossano gli elmi con le corna che in realtà non portarono mai (anche sulle armature ci sarebbe da ridire) e i castelli inglesi sembrano usciti da un libro di favole piuttosto che da una guida turistica del Wessex. E in un paio di occasioni Rorgan e Fiona sono abbigliati in maniera veramente ridicola. Poco importa: sono comunque disegnati bene.

Occasionalmente Zaffino viene sostituito da Eduardo Barreto che ogni tanto si firma Simon Gneiss. O almeno vorrebbe farlo: curiosamente questa sua scelta non viene sempre rispettata dalla Columba che lo segnala col suo vero nome nella prima pagina mentre lui firma le tavole con lo pseudonimo. Barreto o Gneiss che sia, comunque, la differenza rispetto a Zaffino si nota, eccome se si nota. Pur senza mai toccare livelli stratosferici, saprà rifarsi in seguito ma qui è ancora rudimentale e non lo aiuta il fatto di aver usato foto (soprattutto di donne) come base, visto che risultano fuori contesto; d’altro canto la Columba avrà pur avuto bisogno di un “velocista” che mettesse una toppa laddove Zaffino non poteva consegnare in tempo, anche se dalle date di alcune firme intuiamo che gli episodi di Wolf venissero realizzati con largo anticipo. Curiosamente, in una delle occasioni in cui si firma col suo cognome Barreto vi aggiunge anche «Ferreyra»: dubito si trattasse di un assistente e men che meno dello sceneggiatore Luis, semplicemente il nome completo di Barreto è Luis Eduardo Barreto Ferreyra. Zaffino dal canto suo in un’occasione firmerà insieme a tal “Lilian”, forse appartenente alla casistica delle compagne/collaboratrici dei disegnatori.

Come detto, Wood abbandona la serie sul più bello, per la precisione col 23° capitolo – che comunque ha l’aria di essere un riempitivo, tanto più che fu disegnato da Barreto sette mesi prima della pubblicazione. Se non erro, all’epoca era ancora sposato con la danese Anne-Mette e scrivere un fumetto in cui i suoi connazionali erano i cattivi avrebbe potuto turbare la quiete domestica. Scherzi a parte, la serie continuò ancora per altri 10 anni e un centinaio di episodi a testimonianza del gradimento di cui godeva – meritatissimo, se non si fosse capito. I testi passarono al semper fi Armando Fernandez, che già aveva scritto il decimo episodio, in incognito dietro alcuni dei suoi vari pseudonimi (e con qualche rara sostituzione alla fine della serie da parte di Daniel Sinopoli). “Ned Patton”/“Gonzalo Bravo”/“Denny Robson” risolse l’incombenza con grandissima professionalità, dando seguito e conclusione al ciclo che aveva impostato Wood e sviluppando nuove idee e nuovi scenari, talvolta anche ricollegandosi a elementi dei primi episodi. A mio gusto, un difetto di Fernandez è che elimina l’ambiguità sugli elementi sovrannaturali della serie, avvalorando la loro effettiva esistenza (in alcuni casi è impossibile darne una giustificazione razionale). Ma lo perdono volentieri visto che, udite udite!, darà alla saga un finale degno di questo nome, peraltro molto bello.

Alla sua ottima prova si accompagna uno Zaffino che sviluppa sempre di più il suo stile fino a diventare il Maestro che sarà riconosciuto in seguito. Le sue masse nere e il suo tratto graffiato e materico daranno vita a figure granitiche ma al contempo dinamiche ed espressive. Anche lui però dovette passare la mano e a sostituirlo in maniera abbastanza stabile fu un giovane ma già molto bravo Ruben Meriggi, che in alcune occasioni si farà assistere da Walter Alarcon. Ho scritto «abbastanza stabile» perché anche nel caso di Meriggi non mancheranno dei disegnatori-ospiti, oltre all’occasionale ritorno di Zaffino, che produrranno a loro volta delle tavole molto valide: Fabian Slongo (che firma insieme a «Estela Marisa») e Victor Toppi (anche quest’ultimo veniva dalla fucina di talenti che fu lo studio dei Villagran). L’ultima ventina di episodi fu invece realizzata da un Sergio Ibañez ancora piuttosto acerbo e confuso.

Tra le serie di Wood inedite in Italia Wolf è probabilmente la migliore, e più in generale la metterei nel novero dei suoi capolavori tout court. Anche a livello grafico si mantiene su buoni livelli pur con le defaillance di Barreto e Ibañez. Peccato che non sia mai stata pubblicata da noi, avrebbe fatto un figurone su Lanciostory o Skorpio. Probabilmente ha pesato il cambio di sceneggiatore, che a parte rari casi era un tabù per l’Eura.

domenica 17 maggio 2026

Le serie di Robin Wood inedite in Italia: Brío (1989)

Oggigiorno è facilissimo procurarsi almeno virtualmente il materiale della Columba, quindi questa ormai non più ipotetica ricognizione sulle serie inedite di Wood è un po’ inutile perché chiunque sia interessato può toccare con mano direttamente il prodotto. Abbiate pazienza, devo pur inventarmi qualcosa per mandare avanti il blog. Diciamo che questa iniziativa potrebbe essere utile a qualche appassionato per decidere se imbarcarsi in download molto pesanti o nella lettura di quelle migliaia di tavole che ha già scaricato.

Brío

Puerto Vasallo è un postaccio dei Caraibi dove un damerino del tutto fuori contesto ingaggia l’indebitato capitano Brío per un appetitoso incarico: in fuga dalla Russia zarista con tutti i suoi ori, un conte fece naufragio in zona e solo quattro persone sopravvissero, tra cui sua moglie la contessa Ana Marsikova. A Brío viene affidato il compito di recuperare il relitto con il suo favoleggiato tesoro sotto la supervisione di tre dei sopravvissuti (la contessa, il damerino e la segretaria inglese) a cui si aggiunge anche un gigantesco cosacco. Ben prima di sapere i dettagli Brío ingaggia la sua eterogenea ciurma: l’attaccabrighe mingherlino Morton, il cinese Ching dalle pessime doti culinarie ma dal fine intelletto, il «pobre negro» Ebenezer padre di talmente tanti figli da confondere lo stesso Wood (nel primo episodio viene infatti presentato come Salomon: Ebenezer è il nome di uno dei bambini); a loro si unisce anche il manesco taverniere Ambrosio.

Il viaggio non è ancora iniziato che Brío viene aggredito dal colossale monco uncinato Blackjack, il quarto sopravvissuto al naufragio che si getta a sua volta alla caccia del tesoro. Ma la storia del naufragio sarà poi vera, e i tre sopravvissuti  sono veramente chi dicono di essere?

Brío è una serie avventurosa di altissimo livello, con personaggi splendidamente caratterizzati, trovate molto originali, colpi di scena e sequenze ben costruite. Wood gioca ancora una volta con il ribaltamento degli stereotipi, per cui ad esempio un personaggio apparentemente innocuo si dimostra invece sin troppo capace di difendersi da solo. Praticamente in ogni pagina c’è almeno una battuta o una sequenza divertente. E non intendo che i personaggi si mettono a fare i pagliacci o Wood ricorre a situazioni assurde come in Pepe Sanchez: semplicemente protagonisti e comprimari agiscono in piena coerenza con la loro natura ben definita e piazzano battute con una naturalezza che le rende ancora più gustose, soprattutto nei contesti drammatici. Siamo insomma dalle parti del Francis Didier di Qui la Legione che appena liberato dai beduini chiede se qualcuno ha una sigaretta, o di Nippur che fa da controcanto a Gilgamesh che si presenta come signore di Uruk proclamandosi signore dei suoi sandali.

Gomez Sierra/Enrique Villagran butta giù pennellate sinuose a volte un po’ pesanti, senza troppi fronzoli ma con buon dinamismo ed espressività. Le derive anche solo un po’ umoristiche si sposano perfettamente con questo contesto.

Brío si legge insomma con grandissimo piacere ma ha un unico gigantesco difetto: è rimasta incompiuta. Dopo tre episodi venne abbandonata per motivi che ignoro e non sapremo mai come avrebbe dovuto concludersi la ricerca del tesoro. Non è certo la prima volta che succede, ma resta un vero peccato.

Non lo sapremo mai, Brío

sabato 2 maggio 2026

Le serie di Robin Wood inedite in Italia: El Esclavo (1969)


Oggigiorno è facilissimo procurarsi almeno virtualmente il materiale della Columba, quindi questa ormai non più ipotetica ricognizione sulle serie inedite di Wood è un po’ inutile perché chiunque sia interessato può toccare con mano direttamente il prodotto. Abbiate pazienza, devo pur inventarmi qualcosa per mandare avanti il blog. Diciamo che questa iniziativa potrebbe essere utile a qualche appassionato per decidere se imbarcarsi in download molto pesanti o nella lettura di quelle migliaia di tavole che ha già scaricato.

El Esclavo

Nel famigerato elenco di serie che Robin Wood sottopose a Fumo di China 26 figurava anche tale El Esclavo. In quel frangente Wood parlò proprio di serie e non di personaggi, quindi in teoria non si può giustificare la citazione di Hawk come deuteragonista di Mark o Dave y Booth»] distinto da Rio.

Ma torniamo a El Esclavo: un fumetto con questo titolo venne realizzato da Wood coi disegni di Lucho Olivera. Visto quello che dichiarò a Fumo di China evidentemente gli autori volevano ritentare il colpaccio e farne un nuovo successo sulla scia di Nippur, ma invece non ebbe seguito. Il fatto che nella prima tavola manchi l’indicazione «E-1» con cui la Columba segnalava i primi episodi di una serie non è indicativo: nei tardi anni ’60 non lo faceva ancora, e comunque come abbiamo visto e come vedremo ancora non era neppure una garanzia di programmata continuità.

La storia si svolge nella Micene di Agamennone e come intuibile ha per protagonista uno schiavo, un barbaro che proviene da un lontano paese caratterizzato da montagne innevate, grandi foreste e asce bipenni. È una di quelle storie in cui Wood si abbandona a un accorato lirismo con interpellazioni dirette al lettore, fortunatamente limitate all’inizio e alla fine. A differenza del padre anche lui schiavo che morirà «di vecchiaia e orgoglio», il giovane protagonista ha però una possibilità di riscatto, per quanto improbabile. La corte micenea ha organizzato infatti dei giochi per i giovani aristocratici a cui possono partecipare anche gli schiavi che hanno compiuto vent’anni, che saranno liberati in caso di vittoria: i partecipanti devono correre ad afferrare delle armi con cui sconfiggere gli altri. Solo che i nobili useranno bighe e cavalli mentre gli schiavi dovranno farcela a piedi. A questo spettacolo assistono protagonisti dell’epica omerica e non solo: Achille, Ulisse, Menelao, Nestore, Paride, Teseo, Patroclo, Aiace, Oreste, ecc. Una scelta bizzarra (teoricamente alcuni non avrebbero potuto incontrarsi nella stessa epoca) che trasporta la vicenda nell’ambito della mitologia piuttosto che della Storia.

Lo schiavo, dall’improbabile nome di Aifos (ma ricordiamoci dell’Aneleh di Nippur: un omaggio dello sceneggiatore a una certa Sofia?), userà il cervello e riuscirà a vincere conquistando la libertà. E per lui Ulisse e Nestore prevedono un glorioso futuro in cui sarà un temibile guerriero. Ma se questa fosse l’imbeccata per successivi episodi, come in effetti ha tutta l’aria di essere, la serie El Esclavo invece si conclude qui. Non esistono nemmeno evidenze di altre opere di Wood intitolate ad Aifos, immaginando che volesse usare il suo nome ora che tecnicamente non era più uno schiavo.

I disegni di Lucho Olivera, per quanto non del tutto maturi, sono decisamente riusciti. Se consideriamo come disegnava Nippur solo due anni prima o se ricordiamo alcuni suoi liberi anni ’60 visti anche su Lanciostory è innegabile che avesse intrapreso il cammino giusto che lo avrebbe poi portato all’eccellenza di metà anni ’70. C’è ancora qualche imprecisione ma fanno capolino anche quelle decalcomanie e quelle retinature creative presaghe dell’esplosione creativa a venire.

Nonostante El Esclavo dimostri tutti i suoi anni è comunque un fumetto affascinante, o forse è affascinante proprio perché dimostra tutti i suoi anni.