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venerdì 7 novembre 2025

Fumo di China 1 (348): Confini

A vederne la copertina “regular” e a sfogliarla sommariamente sarebbe potuta sembrare la definitiva capitolazione all’invasione dei manga. Non è così. La vecchia Fumo di China è cambiata, il formato è grande ma non è più quello extralarge con cui risaltare prepotente nelle edicole: nelle edicole forse non ci arriverà più, ma verrà sicuramente distribuita in fumetteria e soprattutto negli eventi legati al fumetto (e limitrofi?) per cui fornirà materiale di approfondimento e fungerà da catalogo per eventi e partner. Anche la foliazione è cambiata, quadruplicando la quarantina di pagine che ha caratterizzato l’ultima fase della storica testata, e adesso le pagine sono patinate a sottolineare, se non bastassero l’elegante grafica e impaginazione post-Bauhaus, la sua riscoperta natura di rivista-saggio.

Al timone di questa nuova formula ci sono due nomi collaudati, Davide Barzi e Loris Cantarelli. Il menu è ricchissimo e anche a voler mettere nel calderone gli argomenti più o meno correlati (animazione, cosplayer, ecc.) il Giappone non occupa che meno di un quarto delle proposte di questo primo/trecentoquarantottesimo numero. In un paio di casi si intravede la legittima opportunità di promuovere dei partner (una tipografia e un’edicola diventata libreria), per il resto è impossibile che un lettore anche occasionale non trovi almeno tre o quattro articoli di suo interesse. Io ho trovato interessantissimo il servizio di Gianluca De Angelis sul fumetto indiano, di cui ignoravo l’esistenza (ma il supereroe indiano è Batul o BaNtul?). Del fumetto si parla d’altra parte sia trattando la storia di una fumetteria di Londra sia presentando un albo speciale di Diabolik realizzato a più mani per conto del Ministero degli Esteri. E ovviamente abbondano le interviste ad autori e operatori del settore, non solo al divo Tetsuo Hara.

Molta attenzione viene dedicata alle mostre: Pratt a Siena, Toppi prossimamente negli Stati Uniti ma anche i manoscritti dei letterati a Firenze e il museo virtuale delle Ferrovie Nord.

E l’eterogeneità degli argomenti non si ferma qui: Nicoletta Gomboli firma un pezzo teorico in cui analizza le possibilità della “rottura” delle gabbie a fumetti.

Le lunghe recensioni con tanto di voto che, da quanto ricordo, hanno accompagnato da sempre la testata, lasciano il posto ai più brevi «consigli di lettura». Se non altro, con le illuminazioni di Gianni Brunoro spariscono anche i voli pindarici di Mario A. Rumor. Ovviamente con la programmata rarefazione delle uscite e col ruolo ormai privilegiato che vi ha assunto il web, le anticipazioni e le news sono del tutto assenti.

Ciliegina sulla torta, quella che una volta sarebbe stata la terza di copertina viene ancora affidata a Luca Salvagno, non più col suo Pinocchio Maltese ma con una recensione a fumetti, dedicata in questo numero a Walter Leoni.

Se la confrontiamo con la sua ultima incarnazione è chiaro che già dal punto di vista economico l’acquisto è conveniente, visto che per il doppio del prezzo di copertina offre il quadruplo dei contenuti, pur con una grafica più invasiva. E soprattutto la consistenza dei contenuti stessi è molto più densa e variegata: da sommario abbiamo una trentina tra interviste, reportage e approfondimenti. Immagino che anche questa stessa opulenza (e la conseguente tempistica nel raccogliere materiale a sufficienza) abbia reso difficile definire una periodicità chiara nel colofon.

lunedì 25 novembre 2024

La fine di un'epoca (forse, ma penso proprio di sì)

Per un abitudinario come me è difficile rinunciare ai piccoli riti quotidiani. O settimanali, o mensili, o (come in questo caso) quando riescono a farla uscire. Era da tempo che mi chiedevo perché mai continuavo a comprare Fumo di China. Sarebbero 32 pagine, ma è un autocopertinato e quindi quelle effettive sono 28 – fatte salve le occasionali presenze della posta e delle strisce in seconda e terza di copertina. Per incentivarmi a desistere ho contato gli spazi pubblicitari, che si pappano anche sette pagine per numero. E poi ci sono le 4-pagine-4 del mangagiornale, di cui non può fregarmene di meno e che oltretutto è quasi sempre scritto nella sua interezza dal terribile Mario A. Rumor.

Anticipazioni e segnalazioni varie non hanno più molto senso in un mondo iperconnesso in cui si è bombardati da news in tempo reale. Le recensioni si occupano principalmente di prodotti di difficile reperibilità (e questo è un bene se si tratta di materiale interessante) ma per il resto quasi solo manga, manga e ancora manga, dove Mario A. Rumor continua a deliziarci con le sue supercazzole.

I reportage dai festival dei cartoni animati, quando ci sono, per me sono carta sprecata.

Le interviste di Enrico Zoi a vip vari possono anche essere interessanti (qualche volta), ma dovrebbero essere il contorno di un piatto ben più consistente. E qui purtroppo arriviamo al maggiore punctum dolens. Ancora oggi mi rileggo le ricchissime interviste degli anni ’80 e ’90 e primi 2000 a Silver, Giardino, Cavazzano, Magnus, Juillard, Darrow, agli autori argentini… Degli ultimi anni ricordo solo che è stata fatta un’intervista a Taymans. E d’altra parte se prendo un numero a caso degli ultimi vent’anni mi sembra che Fumo di China testimoniasse un mondo alternativo dove autori arrembanti avrebbero dovuto conquistare il settore. Ma nel nostro, di mondo, chissà che fine hanno fatto. Ancora oggi per me molti dei fumettisti presentati sono degli illustri sconosciuti, il che andrebbe benissimo a livello di divulgazione per avvicinarmi a opere che altrimenti non avrei conosciuto, solo che a vedere le loro prove grafiche e a leggere i loro soggetti non mi viene affatto voglia di approfondirne la conoscenza.

Chiaramente Fumo di China non ha colpa di questa situazione: registra semplicemente quello che offre oggigiorno il mercato.

Ma lasciamo da parte le questioni contenutistiche: esistono anche delle complicazioni di ordine pratico. Cioè se infilo ancora qualche numero mi scoppia l’armadio:

Ecco, da anni mi ripetevo tutto questo e poi puntualmente compravo l’ultimo numero. A quanto pare gli eventi hanno preso il sopravvento e deciso per me. L’unica edicola in cui la trovavo chiude (l’articolo è di ieri).

Venendo dal quotidiano Il Piccolo altresì noto in zona come «il bugiardello» ci sono passato stamattina per sincerarmene ed è vero. Quindi da ora in poi non scherzerò più col buon Daniele sul fatto che metteva Fumo di China sullo scaffale più alto per impedirmi di prenderla. Ordinarla in fumetteria? Sì, e poi come succede in quel di Certaldo (così mi dicono) le copie arrivano al ritmo di due per volta rendendo ancora più obsoleto il numero più vecchio. Abbonamenti postali? Sto ancora aspettando il premio per aver risolto il concorsino su Black/Blake & Mortimer, e lo Speciale Argentina che avevo regolarmente bonificato ho dovuto richiederlo un paio di volte perché si perdeva sempre per strada!

Unico ripianto: le strisce del grande Luca Salvagno, ma chissà che non vengano raccolte da qualche altra parte.

domenica 24 settembre 2023

Don Camillo a fumetti: Giallissimo

Trovo paradossale che gli albi speciali editi da Cartoon Club mi arrivino tempestivamente mentre sto ancora aspettando l’ultimo parto della ReNoir, annunciato mesi fa, cioè il secondo volume del Corrierino delle Famiglie. Boh, forse vorranno presentarlo prima a Lucca.

Questo sesto speciale, comunque: la storia vede la sparizione di un bel pacco di soldi nascosti in una vecchia stufa che è stata regalata a Don Camillo da una contadina pitocca che nicchiava sul frumento da dargli per i bambini dell’asilo. I sospetti si concentrano quindi sul parroco e su Peppone, a cui era stato affidato il compito di rimettere in sesto la stufa. Senza alcuno scossone o colpo di scena, e dopo un’indagine non ufficiale assai sbrigativa, si arriverà alla frettolosa soluzione del caso. Forse la versione letteraria era più suggestiva, ma comunque Giovannino Guareschi non ha intessuto chissà quale trama e il fumetto si apprezza più che altro come testimonianza del clima sociale e della mentalità dell’epoca.

I disegni di Alessandro Gazzaneo sono sicuramente dignitosi anche se non ancora del tutto maturi. Solito discorso che da qualche anno riguarda la collana-madre e le sue propaggini: la ReNoir ha un buon occhio per trovare talenti, ma appena questi spiccano il volo vengono cooptati da altre realtà editoriali più grosse e allora tocca cercarne di nuovi per Don Camillo (forse è anche per questo che c’è stato un rallentamento nelle uscite, se non me lo sono solo immaginato). Provenendo da tutt’altro genere di fumetti Gazzaneo non ha sempre centrato le fattezze dei protagonisti come canonizzate dalla saga, mentre ha fatto un ottimo lavoro col Bradoni/Marlon Brandon.

Altra new entry (ma relativa: in precedenza aveva curato il lettering) è Luca Giorgi che ha realizzato la copertina.

Tutt’altro che un esordiente è invece il grande Luca Salvagno che ha realizzato una tavola “panoramica” interna e la quarta di copertina nel segno del Maestro Jacovitti.

Com’è consuetudine di questa collana di albetti pocket, la parte redazionale è molto ricca: Ivan Pelizzari scrive un interessantissimo pezzo su traduzioni, adattamenti e plagi di Don Camillo (anche Frate Indovino fece il furbo!), argomento che meriterebbe di essere ulteriormente sviscerato.

Silvia Riccò parla invece approfonditamente del noir padano, inframmezzando la sua disamina con brani di un’intervista a Carlo Lucarelli. E sì: ancora una volta viene incensato La Casa dalle Finestre che ridono; solo io penso che quel film sia sopravvalutato e che Pupi Avati renda molto di più nelle commedie?

Come di consueto, sono presentate anche interviste ai disegnatori.

venerdì 10 dicembre 2021

Quelli che a Livorno

Non fosse stato per un articolo su Fumo di China chissà se avrei mai saputo dell’uscita di questo fumetto disegnato dal grande Luca Salvagno. Edito da Kellermann, finora non è stato nemmeno proposto su Anteprima.

Visto l’argomento (i risultati del Convegno del XVII Congresso Nazionale Socialista con la nascita del Partito Comunista d’Italia) uno si sarebbe potuto aspettare qualcosa di estremamente barboso e poco fumettistico, invece Silvano Mezzavilla, che conoscevo solo come curatore di alcuni cataloghi, è riuscito a rendere avvincente un argomento per nulla avventuroso – anche se i colpi di scena non mancano.

Come protagonista viene scelto Luigi Repossi, popolarmente conosciuto come El Gin de Porta Cicca, che insieme ad altri “rivoluzionari” avvalora la necessità di andare oltre quanto fatto fino ad allora dal Partito Socialista e aderire alle 21 condizioni imposte da Lenin nella III Internazionale per fondare quindi un Partito Comunista Italiano. Quella che emerge da queste pagine è un’Italia incredibilmente speranzosa e protesa verso il futuro nonostante il clima politico (la storia è ambientata nel 1921), in cui alcuni progressi sociali erano già stati fatti – a tal riguardo è interessantissima l’introduzione di Michele Serra, quasi parte costitutiva dell’opera per capire come si fosse arrivati a quel punto.

Le riunioni al Teatro Goldoni sono qualcosa di accalorato e quasi violento (in un caso si arriva a un passo dal delitto), sembrano quelle trasmissioni-rissa che si vedono (o si vedevano?) in televisione, ma d’altra parte l’argomento è molto caldo e i sostenitori di una fazione e dell’altra sono mossi da posizioni nettissime. Il nocciolo della questione è: vale davvero la pena costituire un nuovo partito di matrice rivoluzionaria che tolga linfa al Partito Socialista, dividendo così le masse? I vari oratori sfilano dicendo la loro e nonostante i dialoghi siano quasi sicuramente trascrizioni degli interventi reali non si sente affatto l’ingessatura del comizio. Magia del fumetto. Anche quando Salvagno opta per delle tavole che ospitano il ritratto intero (o poco più) del singolo oratore, non ci si annoia ma anzi è piacevole perdersi nei mille rivoli di quelle idee e delle loro molteplici interpretazioni.

Arrivati alla fine, che ovviamente dovrebbe essere ben nota ai lettori, resta la voglia di leggerne ancora ma su un totale di 96 pagine il fumetto ne conta solo 58. In realtà anche le biografie illustrate poste in calce costituiscono parte della narrazione, con un ultimo lapidario intervento scritto che effettivamente chiude la storia e la chiama in causa la Storia.

I disegni di Salvagno sono ottimi, né mi aspettavo di meno. Credo che la tecnica impiegata sia quella della matita acquerellata. Il necessario ricorso a documentazione fotografica per ricostruire le fisionomie dei protagonisti e gli scorci di Torino e Livorno non imbrigliano il disegnatore che segue il suo estro disegnando i personaggi anche con braccia lunghissime o da prospettive esasperate, ricordando in alcuni frangenti il Mastantuono umoristico. Ma è soltanto una delle similitudini che si possono cogliere nel suo stile variegato ma sempre coerente e riconoscibile: la rissa di pagina 49 diventa forse una citazione di Cacio Galilla, originale personaggio di Salvagno, e qua e là sbocciano riferimenti al Corriere dei Piccoli e al Futurismo. Ma sono solo le prime suggestioni che ho colto delle molte che sicuramente Salvagno ha riversato nelle sue tavole, che per essere godute appieno avrebbero meritato un formato più generoso del canonico 17x24. Anche la qualità della carta non aiuta ad apprezzarle come meriterebbero, tanto più che essendo realizzate a matita il tratto risulta di per sé meno inciso che se fosse stato inchiostrato. In definitiva 20 euro potrebbero non sembrare pochi per un volume con queste caratteristiche, ma in Italia è già un miracolo che qualcuno lo abbia pubblicato!

In appendice, oltre a una ricca bibliografia, vengono mostrati sketch, prove e studi preparatori delle tavole, con una dichiarazione programmatica dello stesso disegnatore.

lunedì 18 dicembre 2017

Intervista a Luca Salvagno

Luca Salvagno è stato gentilissimo e mi ha fornito una documentazione iconografica vastissima, che solo in minima parte sono riuscito a inserire nell’intervista.
Colgo quindi l’occasione per presentare qui sul blog una selezione del materiale che mi ha inviato: