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domenica 29 giugno 2025

Superman: Identità Segreta

Molto simpatica l’idea che ha avuto Kurt Busiek. Nel mondo reale, in un paesino del Kansas, i coniugi Kent hanno deciso di chiamare il loro figlio Clark in omaggio all’identità segreta del Superman dei fumetti, condizionandone così la vita tra costanti ammiccamenti se non vere e proprie prese in giro che sfociano nel bullismo, a cui ormai da adolescente ha quasi fatto il callo passando dal fastidio a un tentativo di indifferenza.

Ora, non è che mi aspettassi un Boyhood o un White Oleander a fumetti, ma il realismo della storia evapora dopo una decina di pagine quando Clark scopre di avere effettivamente i poteri di Superman – o giù di lì. Comunque Busiek riesce a mantenere una parvenza di verosimiglianza anche in questo contesto fantastico: la vista a raggi-x, ad esempio, funziona anche per vedere le compagne di classe nude.

Per fare del bene alla comunità ma soprattutto per impressionare la ragazza di cui è infatuato Clark decide di rivelare i suoi poteri alla locale fiera di Halloween ma desiste quando si accorge di essere stato manipolato da una giornalista in cerca di scoop (altra trovata molto buona di Busiek). Poco importa: continuerà a fare le cose che fa di solito Superman e continuerà a farle vestito proprio come lui, tanto se il sopravvissuto a un deragliamento o a un tornado dirà di essere stato salvato da un tizio in calzamaglia blu nessuno gli crederà. La doppia vita di Clark Kent procede quindi placida e abbastanza felice a New York dove trova anche l’amore oltre che un lavoro. Proprio come il suo omonimo fa il giornalista ma alla sua caposervizio, che lo rimprovera per la mancanza di sentimento nei suoi pezzi, rivela ingenuamente che il suo vero obiettivo è scrivere libri; ci riuscirà e i suoi saggi otterranno un grande successo.

Unica nota stonata nella sua vita, la costante presenza di agenti governativi che vogliono catturarlo e studiarlo. E in un’occasione ci riescono pure (quel furbastro di Busiek fa usare loro delle armi che lanciano scariche elettriche, in modo che il costume da Superman non si rovini troppo come sarebbe logico). E così Clark scoprirà l’esistenza di un esperimento o forse di qualche fenomeno alieno o paranormale di cui gli “uomini in nero” sono a conoscenza o forse sono proprio la causa scatenante. L’origine dei suoi poteri non viene mai esplicitata del tutto anche se ci sono degli indizi, e mi pare un’ottima idea. Alla fine Clark impone un compromesso per cui interverrà in caso di necessità purché la sua privacy non venga violata.

In Identità Segreta non ci sono scontri con mostri o villain, non ci sono catastrofi o apocalissi imminenti e la trama procede lineare senza colpi di scena o rivelazioni o tradimenti o conflitti, o perlomeno nulla che non fosse intuibile o modifichi lo status quo. Per dirla alla Seymour Chatman, Busiek sembra prediligere il «discorso» alla «storia» tanto più che la narrazione è affidata principalmente alle didascalie che sono il diario che Clark tiene sin da bambino. Eppure la lettura scorre molto veloce e piacevole, anche grazie ai bei personaggi che entrano in scena e alle battute divertenti che fioccano qua e là. Sì, immagino che ci siano anche molte citazioni alla cosmologia di Superman, ma anche se non le ho colte mi sono divertito lo stesso. Sarebbe bello che Busiek avesse avuto la primazia dei fumetti di supereroi “abbastanza realistici” ma Straczynski lo ha anticipato con Rising Stars e Supreme Power che, per quanto siano attendibili le informazioni che si trovano in rete, risalgono rispettivamente al 1999 e al 2003 mentre Identità Segreta è del 2004.

Stuart Immonen (che fine ha fatto, a proposito?) non soddisfa invece le mie aspettative, almeno non del tutto. È sempre bravo, non si discute, ma da quello che posso vedere ha scansionato le matite senza inchiostrarle, rendendo le immagini poco incise, a volte quasi eteree. Ha poi optato spesso per una specie di non finito michelangiolesco che non porta a un completamente amodale in cui i dettagli vengono evidenziati ma al contrario si perdono. I colori digitali dati dallo stesso Immonen in maniera geometricamente contrastata contribuiscono alla nebulosità del tutto, e non è un problema delle limitazioni tecniche dell’epoca perché da quel che ho visto di Immonen il suo stile di colorazione è proprio questo, solo che qui è esageratamente schematico. Inoltre ha fatto massicciamente ricorso a fotografie e non sempre ha trovato le espressioni e le pose giuste. Tra l’altro la storia si sviluppa in un arco di parecchi anni (direi una quarantina) ma Immonen non fa invecchiare i protagonisti, quelli principali almeno, anche se questi fanno battute al riguardo. A leggere tutte queste osservazioni può sembrare che Immonen non abbia fatto un buon lavoro, invece è anche qui piacevole da vedere e funzionale alla narrazione, solo che un altro approccio avrebbe reso Identità Segreta ancora migliore.

Ah, ovviamente lo so che anche Robin Wood aveva chiamato Clark Kent uno dei personaggi di una storia di Martin Hel.

mercoledì 11 novembre 2015

Hellcat - Questa ragazza potresti essere tu!

Difficile stabilire l’impulso che mi ha spinto a ordinare questo volume, ma quasi sicuramente saranno stati i disegni di Immonen. Il punto è che quei paraculi della Panini hanno sottolineato a dovere il fatto che a disegnare queste storie fosse lui, sorvolando sul fatto che in realtà la maggior parte del volume è opera di David Lafuente. E se queste storie sono rimaste nel cassetto per quasi dieci anni (la prima risale al 2007) viene il sospetto che un motivo ci sarà pur stato. E in effetti…
Nonostante in copertina campeggino esclusivamente i nomi dei coniugi Immonen, i due hanno realizzato solo la prima, chiamiamola così, “mini-miniserie”, cioè una storia divisa in 4 parti da 8 tavole l’una pubblicata originariamente a puntate in un antologico. La successiva storia Effetto Palla di Neve è invece opera della Immonen e di Lafuente ed è una miniserie propriamente detta di cinque episodi; Stuart Immonen tornerà solo in una risibile storiellina in appendice, oltretutto nemmeno colorata benissimo.
Non avevo un buon ricordo di Kathryn Immonen e la lettura di questo volume ha confermato lo scarso gradimento. Non che la conosca poi così bene, ma il suo Pixie colpisce ancora! mi aveva lasciato assai perplesso, e ogni tanto mi dico di rileggermi Moving Pictures per vedere se stavolta riesco a capire cosa diavolo succede in quel fumetto.
Questa ragazza potresti essere tu! racconta della frantumazione delle personalità della protagonista a opera di un incantesimo, così che le sue varie incarnazioni (il personaggio ebbe una vita editoriale lunga e travagliata riassunta nell’introduzione di Marco Rizzo) si manifestano fisicamente nel momento meno opportuno, cioè durante un appuntamento romantico. È poco più di una barzelletta, certo, ma uno sceneggiatore con un certo mestiere avrebbe potuto renderla almeno interessante. Purtroppo Kathryn Immonen si diverte a complicare quello che dovrebbe essere semplice, quasi a voler dare una patina di ricercatezza a un soggetto che di suo può essere divertente e basta, e a livello di dialoghi non è che tutte le battute risultino poi così divertenti come vorrebbero essere.
Effetto Palla di Neve è una storia stupidotta e abbastanza confusa in cui Iron Man (all’epoca si era nel post-Civil War in piena Iniziativa dei 50 Stati) manda Hellcat a pattugliare l’Alaska. Qui la protagonista avrà a che fare con sciamane, orsi-cervi, spiriti totemici, ragazzine rapite, calendari aztechi parlanti, yeti… lo stile della Immonen vorrebbe essere leggero e scanzonato ma anche originale e cool, col risultato di essere poco comprensibile e a volte irritante nel suo continuo strizzare l’occhio al lettore. Credo inoltre che se a scrivere Effetto Palla di Neve fosse stato un uomo sarebbe stato bollato di misoginia e maschilismo. Unico elemento che emerge in questi cinque capitoli è la figlia della strega e il suo rapporto col presunto rapitore, ma nulla di originale per chi ha letto la saga di Roxana di Dago – e il personaggio ricorda moltissimo, anche fisicamente, la Gertrude Yorkes dei Runaways.
Cotanti testi sono oltretutto illustrati dal caricaturale David Lafuente, i cui difetti maggiori secondo me si concentrano nei volti. Perché diavolo deve mettere gli occhi così vicini alla fronte? Certo, nemmeno Stuart Immonen è un disegnatore realistico: anche lui si prende qualche licenza (vedi i culi quadrati e le gambe sottilissime) ma oltre a essere molto espressivo e dinamico è anche estremamente elegante nel suo essere occasionalmente deformed. Cosa che purtroppo Lafuente non è.
Con ogni probabilità il volume non nasce per portare alla luce dei capolavori dimenticati ma come instant book da abbinare alla presenza lucchese dei coniugi Immonen. Non che meriti di figurare tra il Peggio del 2015, ma è comunque parecchio deludente. Almeno ci fosse stato sempre Stuart Immonen a illustrare i deliri di sua moglie…

sabato 31 gennaio 2015

Secret Avengers: Salvare il mondo



Preso d’impulso, mi è piaciuto più di Moon Knight, che comunque allo stesso prezzo si presenta in una confezione cartonata.
Mi sembra che qui Warren Ellis abbia saputo trovare maggiori margini di originalità senza eccessivi riferimenti ad altre sue opere precedenti, così come mi sembra che questi sei episodi siano maggiormente connessi all’universo Marvel e quindi più rispettosi della materia trattata.
Da quello che ho capito (il volume raccoglie sei episodi di una serie già in corso) Capitan America ha dismesso il costume e insieme a un gruppetto mutevole ed eterogeneo di altri eroi mette in atto delle operazioni che devono rimanere segrete. Dietro alle missioni in cui si trovano coinvolti i Secret Avengers pare ci sia sempre, o almeno molto spesso, un qui non meglio approfondito “Consiglio Ombra”. Le premesse e alcuni spunti ricordano molto Planetary con questo Consiglio Ombra al posto dei Quattro, ma le analogie in realtà sono poche e le storie di questo volume hanno un taglio molto più supereroistico.
Sparando idee a raffica laddove altri sceneggiatori avrebbero stiracchiato il soggetto di un solo episodio per dodici numeri, Ellis offre tra le altre cose una divertente e originale storia sui viaggi nel tempo, il concetto di continuum accidentato, un’incredibile interpretazione sulla produzione di droga (beh, un po’ intravista in Planetary 21) e un inaspettato omaggio a Modesty Blaise. Il tutto condito da battute spettacolari e da una perfetta caratterizzazione dei personaggi. Forse il solo Capitan America rimane un pochino anonimo e poco approfondito, e al suo posto avrebbe potuto benissimo esserci Nick Fury o un altro personaggio.
Purtroppo a livello grafico Ellis non ha potuto contare su artisti alla sua stessa altezza. Per fortuna gli abissi di Kev Walker (non solo esteticamente soprassedibile ma purtroppo anche pessimo narratore) non sono eguagliati dagli altri, ma sia Alex Maleev che (mi costa dirlo) Stuart Immonen si sono espressi ben al di sotto delle loro prove abituali, così come Jamie McKelvie e Michael Lark mi sono sembrati fuori posto (troppo pulitino, a tratti cartoonesco, il primo; troppo espressionista e non leggibilissimo il secondo). Alla fine (anche questo mi costa dirlo) il migliore forse è stato l’artsy David Aja, rigoroso e molto efficace anche se mi vien voglia di prenderlo a sberle dal suo autocompiacimento nel voler dimostrarsi cool.