Visualizzazione post con etichetta Mark Millar. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Mark Millar. Mostra tutti i post

venerdì 14 giugno 2024

Big Game

Se nel fumetto si cerca cafonaggine Mark Millar è sempre una certezza. E poi è così tranquillizzante la sua adesione totale al paradigma supereroistico per cui al polverone sollevato per gli incombenti cambiamenti epocali fa sempre seguito un totale rientro all’ordine.

Big Game è un progetto ambizioso con cui Millar riallaccia i nodi di tutta o quasi la sua produzione: un crossover ipertrofico dove ognuna delle sue serie fin dai tempi di Kick-Ass e Wanted viene inserita in un unico universo condiviso. Quei pochi lavori che per la loro natura non possono far parte di questo canone vengono comunque citati come opere di fiction: è il caso di Jupiter’s Legacy e probabilmente di qualcos’altro che non ho identificato perché non lo conosco.

Dopo la comparsa di Kick-Ass e Hit-Girl i supereroi si sono moltiplicati fino a contemplare dei veri superumani come gli Ambassadors e il Night Club. La cosa non sta bene alla fratellanza di supercattivi che da sempre controlla il mondo in incognito e che nel 1986 eliminò tutti i supereroi cancellandone persino il ricordo. Wesley Gibson, il protagonista di Wanted che adesso è a capo di questa cabala, ingaggia quindi Nemesis e inizia così lo sterminio di Huck, Superior, i Crononauti e i protagonisti delle altre serie e miniserie di cui ne conoscerò se va bene un terzo. A causa della loro natura, al Secret Service e al Magic Order vengono riservati dei ruoli più defilati. Non ho visto i Super-Crooks ma probabilmente non sono stato attento. Quell’altra serie sui soldati con i superpoteri potrebbe essere assente giustificata perché mi pare che non sia mai stata conclusa.

Come detto, non conosco alcuni degli elementi in gioco ma l’esuberanza omicida di Millar strappa la mia ammirazione: che coraggio a eliminare delle creazioni che potrebbero ancora fruttargli dei bei dollaroni! Quando però la sua furia sterminatrice tocca il parossismo (accompagnata dal suo proverbiale cattivo gusto) mi sorge un dubbio. Sarà anche possibile che voglia fare tabula rasa del suo universo ma alcune serie avevano delle trame in sospeso e forse chiudere delle testate potrebbe inficiarne la versione televisiva o cinematografica dove si fanno i soldi veri. Stai a vedere che c’è la fregatura. E ovviamente la fregatura c’è. Non dico di più per non rovinare la “sorpresa” a nessuno. Aggiungo solo che il meccanismo semantico con cui il Magic Order viene fatto intervenire è imbarazzante da quanto è stupido – nessuno spoiler: è una cosa marginale e non c’entra con lo snodo risolutivo che coinvolge anche le serie fantascientifiche di Millar. Comunque alla fine il paradigma per cui tutto cambi affinché nulla cambi porta con sé anche quel minimo irrisorio di variazione allo status quo che rassicura i lettori sul fatto che non abbiano proprio buttato via soldi e tempo a leggere l’ennesima cagata che si risolve a mazzate e battute “cool”.

Che Millar abbia voluto con Big Game parodiare proprio l’infantile ciclicità tipica del genere supereroistico? Oh, andiamo: è dai tempi dei Mondo Movies di Gualtiero Jacopetti che si usa la scusa di stigmatizzare certi fenomeni proprio per ostentarli e approfittare della loro attrattiva.

Se non altro i disegni di Pepe Larraz sono validi, oltretutto valorizzati dai colori di Giovanna Niro.

venerdì 12 gennaio 2024

NIght Club 1


Mark Millar tocca una nuova vetta di buon gusto: unire i vampiri ai supereroi.

Danny e i suoi amici Amy e Sam sono degli adolescenti un po’ sfigati, che cercano la popolarità come youtuber: un tentativo azzardato di fare parkour (con una bicicletta?!) manda all’ospedale Danny in gravi condizioni. Non ci resta tanto a lungo, perché un poliziotto vampiro lo trasforma in una creatura della notte in previsione di uno scontro con una minaccia misteriosa per cui sta costituendo un esercito scegliendo i suoi vassalli vampiri tra i disperati che tanto hanno poche aspettative di vita, appunto proprio come Danny.

Dotato del campionario di poteri attribuiti ai vampiri, il giovanotto decide di approfittarne e vampirizza anche i suoi due amici, mettendo su così un gruppetto di supereroi locali (la storia si svolge a Philadelphia) che lavorano mascherati da luchadores recuperando dietro pagamento la refurtiva dei furti o addirittura impedendo attentati dinamitardi.

Dal quarto capitolo compaiono i villain che dovranno affrontare i nostri eroi, il classico campionario di freak con cui Millar vuole fare della satira (sui social media) o impressionare il lettore (con una vampira incinta), e la storia diventa ancor di più un susseguirsi di azione e colpi di scena non disprezzabile, fino alla conclusione in cui si anticipano i prossimi sviluppi della serie.

Millar gestisce l’elemento vampiresco con la paraculaggine che gli è propria, ricordandosi di poteri e debolezze dei protagonisti a seconda della convenienza e facendo un potpourri da varie fonti (davvero basta coprire interamente il corpo per evitare l’effetto dei raggi del sole?): quando serve alla trama, ecco che si ricorda che i vampiri non possono entrare in un luogo senza essere invitati. I suoi vampiri possono ipnotizzare la gente e provocare amnesie mirate ma ovviamente Millar preferisce ricorrere a soluzioni più spettacolari (o meglio fracassone) per far procedere la storia, vedi la fuga in ambulanza. Sarebbero poi allontanati dalle croci, ma la rastrelliera (si chiama così?) da cui Danny prende un peso da allenamento ha proprio quella forma ma non gli causa problemi!

Con tutto il parterre di collaboratori tra cui può pescare Millar mi ha stupito la scelta dello sconosciuto (a me, almeno) Juanan Ramírez come disegnatore. Non che sia scadente, ma non ha nemmeno delle doti che lo elevino dalla media statunitense.

venerdì 15 dicembre 2023

The Ambassadors 1

Dopo alcuni tentativi andati storti e tanta propaganda, gli Stati Uniti hanno perso la corsa al supereroe. A vincerla è la Corea del Sud: Choon-He si è creata un corpo sintetico potentissimo per vendicarsi dell’ex-marito Jin-Sung che l’ha denunciata e fatta finire in prigione a causa della visione differente che avevano dei superpoteri: lui voleva venderli al miglior offerente, lei in una conferenza mondiale dichiara che li darà ai rappresentanti più degni e altruisti del proprio Stato d’appartenenza. Basta mandare la propria nomination e se si è ritenuti meritevoli si entra in questo team di pronto intervento e si viene forniti di un bracciale che permette di connettersi al database dei superpoteri per sceglierne un massimo di tre per volta.

Gli Ambassadors si occupano di problemi di poco conto come di calamità naturali, ma alla fine dovranno vedersela anche con l’elite di spietati miliardari capitanati da Jin-Sung, che a loro volta hanno i superpoteri. Occasionalmente fa capolino una figura misteriosa che giustifica almeno un po’ il prologo eccessivamente lungo e sarà fondamentale nel massacro finale con cui (sempre di supereroi si tratta) si conclude il volume. Piccola nota di merito per Millar: il traditore tra le file dei “buoni” è una figura insospettabile ma molto logica.

Come spesso avviene nei fumetti di Millar, più che una storia di supereroi è una satira. E come altrettanto spesso avviene, l’umorismo nerissimo di Millar sfiora il grossolano e sfocia nello splatter  senza che ce ne sia alcun motivo, solo per il gusto di épater la bourgeoisie abituata ai più blandi fumetti DC e Marvel.

Purtroppo la carrellata di disegnatori diversi è straniante. Dopo Frank Quitely c’è l’eccessivamente schematico Karl Kerschl (i colori di Michele Assarasakorn assecondano il suo rachitismo), poi il freddo e dettagliatissimo realismo di Travis Charest, un efficace Olivier Coipel sospeso tra espressività e naturalismo, il più canonico ma anch’egli espressivo Matteo Buffagni e per finire lo stilizzato ma elegante Matteo Scalera.

Ognuno è quantomeno passabile in sé, con molte punte di eccellenza, ma vedere tutti questi stili diversi in un’unica soluzione è stordente, né c’è stata una supervisione attenta a mantenere la coerenza grafica dei protagonisti: al di là di Scalera che non si è ricordato del piercing al naso dell’Ambassador brasiliana, soprattutto Jin-Sung è butterato, grasso e occhialuto o qualsiasi combinazione di queste caratteristiche a seconda dell’estro del singolo disegnatore.

Completano il novero dei coloristi Dave Stewart, Giovanna Niro e Lee Loughridge (e poi ci sarebbe Vincent MG Deighan che ha aiutato Quitely).

A differenza di altre raccolte in volume di fumetti più o meno seriali, questo primo volume ha il pregio di essere perfettamente concluso – e si chiude con una bella battuta urticante.

giovedì 30 novembre 2023

Legends of the Dark Knight 12

Memore di alcuni acquisti delle Leggende di Batman della compianta Planeta DeAgostini ho voluto vedere com’erano queste “Legends” di tre autori britannici – il concept della collana era di focalizzarsi sulle avventure che Batman avrebbe vissuto a inizio carriera, se ben ricordo.

Apre le danze una storia in due parti di Warren Ellis, Infetto. Batman incappa per caso nella scena di un massacro perpetrato da quelli che si riveleranno essere due militari usati come cavie per un virus che li trasforma in armi biologiche da guerra. La cosa si complica quando quello sopravvissuto rischia di spargere il virus in giro. Storia banalotta, non del tutto salvata dalla sottotrama del sergente stronzo e dai dialoghi brillanti di Ellis. Per quanto si impegni (ma praticamente solo nel primo dei due episodi), John McCrea è sempre John McCrea: ridicolo e sproporzionato, non si possono prendere sul serio i suoi scarabocchi e questo toglie pathos a una vicenda che avrebbe dovuto invece essere bella drammatica se non addirittura horror.

Garth Ennis scrive una storia in tre parti che si apre come un poliziesco, con Batman che incontra due detective privati dalla mano assai pesante, mentre a Gotham la criminalità è all’erta per una questione di droga. Tra divertenti sequenze violente e battute sarcastiche Lo Sballo promette assai bene, ma poi entra in scena un villain strafatto che sembra essere messo lì solo per far ostentare a Ennis la sua proverbiale vena provocatoria, con Batman sotto LSD e truculenze varie – in realtà il primo aspetto è stato probabilmente molto ridimensionato rispetto alle intenzioni originali. Will Simpson è certamente lodevole per la cura che mette nelle sue tavole: conosce l’anatomia e non lesina certo sui dettagli. Solo che a volte gli viene fuori una bocca storta, o un occhio non è esattamente dove dovrebbe essere, o un profilo non è proprio corretto, o una postura è decisamente innaturale… a quel punto, i difetti dell’intelaiatura di base risaltano di più proprio a causa della sua scrupolosa inchiostrazione.

La storia di Millar vede un Batman furioso cercare tra la fauna di criminali chi ha rubato una cosa preziosissima per Bruce Wayne, mentre una banda di giovani criminali imita il Joker e un’altra si ispira ai pezzi degli scacchi e deruba i riccastri di Gotham. Dialoghi anche abbastanza simpatici, ma è una storia natalizia e alla fine si scade inevitabilmente nel patetico. Non male, comunque, anche se probabilmente avrebbe meritato di essere sviluppata su più numeri invece che su uno solo: così le buone idee che ci sono finiscono per essere un po’ sprecate, e la storia è troppo frenetica (ma sempre meglio così che allungare il brodo). Sorprendenti i disegni di Steve Yeowell, che io ricordavo terribilmente scarno e legnoso. Alla fine niente di eccezionale, ma si vede che l’intervento alle chine del veterano Dick Giordano ha dato buoni frutti.

Nel complesso, quindi, nessuna storia è memorabile ma nemmeno troppo deludente – a parte quella di Ellis e McCrea.

lunedì 8 giugno 2020

Canon Fodder

Questo è il miglior fumetto di Mark Millar che abbia mai letto. Bella forza, direte voi, con le banalità o le infami minchiate che lo sceneggiatore ci ha propinato in tutti questi anni. Ma al di là dei paragoni con le altre sue opere, Canon Fodder è un fumetto divertente e ben costruito di suo.
Da quel poco che conosco Judge Dredd, immagino che questa sia una sua versione in salsa religiosa. Nel primo ciclo qui raccolto il protagonista non è esattamente sotto i riflettori (forse la saga precede l’intervento di Millar?) ma condivide la scena con il dottor Watson, che lo coinvolge nella sua ricerca dell’anima di Sherlock Holmes e del suo nemico Moriarty, suicidatisi insieme (sottintendendo forse anche una relazione omosessuale?) per andare in paradiso ad ammazzare Dio! Ai due si unisce anche Mycroft Holmes, fratello di Sherlock che viene reso come un Joker all’ennesima potenza.
Nel mentre le anime e i corpi dei defunti tornano dalla tomba a causa dell’Apocalisse: la sceneggiatura è zeppa di prolessi e analessi e quindi non ho capito se questa Fine dei Giorni è causata dall’assassinio di Dio (Sherlock Holmes e Moriarty non sono le uniche forze in gioco…) o se invece ne è la causa, o ancora se non c’entri niente. Ma chi se ne frega: la storia è spassosa e piacevolmente iconoclasta. Le uniche due critiche che potrei muovere alla storia in realtà non reggono: la lettura in volume si conclude abbastanza in fretta, ma posso immaginare quanto sia stato appagante per i lettori di 2000 A.D. vederla finire in sole sette puntate; non ha senso poi lamentarsi dell’uso del deus ex machina finale, perché è esattamente quello che doveva succedere per risolvere la situazione.
Forse con una certa tendenza a strafare, Millar esce trionfante dal banco di prova in cui si vede la stoffa di una sceneggiatore, ovvero le storie di sei pagine (altro che decompressione!) inoltre i disegni (e i colori) di Chris Weston sono stupendi, anche nel suo caso il meglio che ricordo di avergli visto produrre. D’altra parte all’epoca i due autori erano a inizio carriera o poco più, quindi è logico che ci tenessero a fare la più bella figura possibile. Nel volume non viene indicata nessuna data di pubblicazione originale, ma Weston ha datato la copertina ’92 quindi era sicuramente uno dei loro primi lavori.
Il secondo ciclo qui raccolto non è scritto da Millar ma da tal Kek-W. Non ho colto però differenze di sorta nello stile e nello spirito generale. Stavolta (anche a seguito degli eventi della puntata precedente) il curato Fodder è colto da dubbi di fede che si inaspriscono quando “inavvertitamente” causa l’eccidio di alcune suore tenute in ostaggio. Viene pertanto sottoposto alle cure poco ortodosse del redivivo (l’Apocalisse, ricordate?) Sigmund Freud, mentre dal suo passato torna uno dei quattro appartenenti alla Pattugli dei Preti, il Diacono Blue. Il terzetto si imbarca in una missione all’interno dell’inconscio collettivo dell’umanità, devastato dagli accadimenti del XX secolo, ma non tutto è come sembra e dopo la metà di questo ciclo di otto episodi Fodder si trova a dover far parte di una task force insieme ad Einstein, Tesla e Wilhelm Reich per distruggere la materia oscura che ha invaso le coscienze umane. A quanto pare sarà una missione suicida per lui.
In estrema sintesi questo è quello che succede nella seconda metà dell’albo, che però è un florilegio di trovate e situazioni pazze e strampalate. Anche qui come nel caso di Millar ci sono (o credo che ci siano) dei riferimenti alla cultura popolare britannica che non ho colto, abbondantemente controbilanciati da altri corrosivi siparietti comici (come l’invidia di Freud verso Jung) accessibili a chiunque. La parte grafica asseconda l’esplosione creativa di quella testuale e Weston, dettagliatissimo ed espressivo, realizza delle tavole oniriche e spettacolari. Mi è sembrato che questo secondo ciclo sia stampato un po’ peggio rispetto al primo, e d’altra parte il passaggio dal formato rivista a un incongruo comic book si nota, con quegli spazi bianchi in alto e in basso. Niente di drammatico, comunque.
Canon Fodder non è certo un fumetto epocale, né sicuramente ambiva a esserlo: vuole solo divertire senza prendersi troppo sul serio (magari sbeffeggiando un po’ religione e autorità), e ci riesce alla perfezione. E i disegni sono meravigliosi.

mercoledì 22 aprile 2020

Jupiter's Circle

Mah, alla fine è meglio lo spin off della serie-madre, almeno della sua seconda (forse conclusiva) parte. Secondo uno schema già visto e stravisto negli ultimi anni, Jupiter’s Circle si concentra sulla Golden Age di questo universo supereroistico, sugli anni in cui sono avvenute alcune cose eventualmente solo accennate nella serie portante. Mark Millar ha diviso gli archi narrativi della prima miniserie in tre blocchi da due e si è concentrato su argomenti scomodi come l’omosessualità e l’adulterio per mettere alla berlina il mondo bigotto dell’America anni ’50.
Il gioco funziona bene, perché Millar tesse delle belle trame in cui la risoluzione dei rovelli in cui si trovano coinvolti i protagonisti sono importanti tanto e più degli argomenti “sensibili”. I personaggi sono molto ben caratterizzati e le battute piacevolmente pungenti senza scadere nella facile provocazione caratteristica dello sceneggiatore scozzese («Lo sanno tutti che Liberace è un dongiovanni!»).
I disegni sono lontani dallo standard di Quitely, più stilisticamente che a livello qualitativo: laddove Quitely è modernissimo, Wilfredo Torres disegna con quello stile tipico di Darwyn Cooke e degli altri disegnatori che si rifanno ai comic book anni ’50 e ’60 (ma veramente i fumetti si disegnavano così in quegli anni?). Non lo conosco e non so se sia il suo stile abituale, sicuramente è stata una scelta redazionale per catturare l’atmosfera desiderata, insomma viste certe forzature anatomiche penso che sia stato costretto a farlo. Così come il suo sostituto (ma quasi titolare: su sei numeri ne ha disegnati due e mezzo!) Davide Gianfelice, che ha prodotto delle tavole molto scarne e abbozzate dopo aver fatto un figurone sul numero 3, dove i suoi inserti si staccavano nettamente per qualità dalle parti di Torres. Ma è probabile che ci siano state di mezzo delle scadenze impellenti e quindi la necessità di consegnare le tavole (impossibilitato Torres a farlo) nel minor tempo possibile.
Il secondo arco di storie di Jupiter’s Circle è un po’ più canonico, incentrato maggiormente sui protagonisti di questo affresco supereroistico che non sulla società che li circonda (ma comunque ci sono molteplici riferimenti alla seconda metà degli anni ’60, con svariate comparsate di persone realmente esistite, tra cui un Rockfeller che vorrebbe Utopian come padre surrogato). La scrittura è densa e coinvolgente, i personaggi molto approfonditi e alcuni elementi della trama di Jupiter’s Legacy[link] abbondantemente sviscerati in modo da far capire che tout se tient. Tutto sommato una buona prova da parte di Millar, per quanto navighi (ottimamente) su acque già battute e non scriva nulla di rivoluzionario: ma va benissimo così, e magari tutti i suoi fumetti fossero come questo.
I disegni rimangono il punto debole di Jupiter’s Legacy anche nel volume 2 (uscito due mesi dopo il primo: che senso ha avuto distinguere due “stagioni”?): non che siano “brutti”, ma mi pare che i vari disegnatori siano stati costretti ad adottare forzatamente quello stile vintage, e soprattutto anche stavolta c’è stato un avvicendamento frenetico nel comparto grafico che lascia intendere una scarsa avvedutezza produttiva, o forse poca serietà da parte dei disegnatori titolari che hanno abbandonato il progetto per lidi più remunerativi o hanno demandato la realizzazione finale ai loro collaboratori. Wilfredo Torres riesce a disegnare da solo tutto il primo numero ma ecco che già dal secondo gli tocca farsi aiutare dal “solito” Gianfelice e da Rick Burchett; l’arrivo dell’elegante Chris Sprouse alle matite con numero 3 lascerebbe sperare in una certa stabilità (oltre che nel prestigio del suo nome) ma non è affatto così: oltre tre quarti dell’albo sono solo abbozzati da lui e rifiniti da Walden Wong che fraintende le sue matite e sottolinea esageratamente il mento di tutti i personaggi! Questo andazzo si protrae per qualche numero e il 5 deve finirlo Ty Templeton, a conti fatti il disegnatore che mi è piaciuto di più, mentre il figliol prodigo Wilfredo Torres torna per il finale! Un discreto casino che fa pensare a una certa improvvisazione da parte della Image Comics (o di chi per essa) e di cui forse i disegnatori non hanno responsabilità.
Anche le copertine di Bill Sienkewicz (nel primo arco di sei erano di Quitely) mi sono sembrate a volte un po’ generiche e poco rappresentative dei contenuti, per quanto belle.

venerdì 17 aprile 2020

Sharkey The Bounty Hunter

Stavolta niente supereroi ma fantascienza, che d’altra parte è uno dei filoni su cui mi sembra che recentemente Mark Millar abbia deciso di concentrarsi. Come si evince dal titolo, il protagonista è tal Sharkey che fa il cacciatore di taglie in giro per l’universo. Il primo capitolo promette piuttosto bene, con un protagonista male in arnese e quindi abbastanza simpatico, una vaga atmosfera on the road di certi film anni ’70 (che Sharkey sia un po’ ispirato a Burt Reynolds?), certe trovate simpatiche come la ragazza che vuole diventare un mezzo meccanico di sorveglianza e una trama che si preannuncia movimentata. Sharkey accetta l’incarico della vita con cui potrebbe finalmente sistemarsi: catturare la terrorista Edra Deering; ma deve anche riportare a casa un ragazzino alieno di cui ha appena fatto arrestare lo zio.
Le promesse però non vengono mantenute e il fumetto si incanala in una serie di situazioni prevedibili o comunque poco appassionanti. Alcuni concorrenti di Sharkey gli mettono i bastoni tra le ruote con le loro astronavi iperaccessoriate (mentre lui guida un vecchio furgoncino dei gelati…) e ricompare la sua ex-moglie Juda con cui ha prestato servizio nell’esercito. Si scopre inoltre che la preda non è veramente una terrorista ma una rivoluzionaria che ha ucciso solo dittatori, e per questo è stata messa una taglia stratosferica sulla sua testa dall’organizzazione dei Pianeti Uniti che è retta in realtà da una masnada di criminali che si mascherano con degli ologrammi…
Non si tratta proprio di una minchiata, ma oltre allo scarso appeal c’è anche qualche problema di ritmo: i soliti cliffhanger esasperati di Millar che poi vengono sgonfiati all’inizio dell’episodio successivo, azione a non finire a coprire la pochezza di idee e un ultimo episodio che si trascina troppo a lungo. Aleggia inoltre, anzi è proprio reso manifesto, il classico moralismo dello sceneggiatore che porta il protagonista apparentemente cinico e stronzo ad abbracciare le cause giuste.
Il sottotesto vagamente critico verso la politica capitalista è poi troppo vago e “fumettistico” per avere un minimo di valore, anche se la destinazione finale di Edra Deering è una bella sorpresa.
La lettura scorre rapida senza sorprese e per lo meno non è irritante, ma Sharkey the Bounty Hunter si fa apprezzare molto di più per i disegni di Simone Bianchi (occasionalmente supportato ai colori da Simone Peruzzi e Matteo Vattani) che per i testi.

lunedì 23 marzo 2020

Jupiter's Legacy Volume 2

Ecco, io gli avevo dato fiducia e Mark Millar mi ripaga così. Il seguito di Jupiter’s Legacy è solo un lunghissimo scontro tra supereroi. Millar si perde in battutine cool, o che tali vorrebbero essere, ma soprattutto ricicla il suo repertorio (la realtà illusoria già vista in Authority e nei suoi Fantastici Quattro, il personaggio miniaturizzato che salva la situazione come in Ultimates, i cattivi che diventano buoni come in Supercrooks…), butta i personaggi sulla scena senza logica a seconda della necessità e contravviene alle regole che lui stesso ha stabilito: nel primo arco narrativo Hutch attiva chiaramente la sua torcia (o quello che è) del teletrasporto anche se in quel momento ce l’ha un altro personaggio, e poi pure a distanza, quindi avrebbe potuto usarla anche qui quando gli viene sottratta per un momento. E francamente il suo funzionamento è assurdo anche per un fumetto di supereroi… solo un McGuffin per risolvere situazioni altrimenti troppo complesse da sciogliere in maniera ragionevole o per offrire il destro alle ennesime battutine sceme. Millar ha pure sbagliato l’attacco della storia, che in precedenza ripartiva dal 2022 mentre qui è ambientata nel 2020! Che cagata.
Uno pensa che almeno a livello grafico il fumetto sia dignitoso, e in effetti Frank Quitely si mantiene sullo standard del volume precedente con le stesse piccole criticità dovute alla scelta di non inchiostrarsi: solo che stavolta è colorato da Sunny Gho che copre i suoi disegni con effettini adatti per le bozze di un progetto di urbanistica e non per un fumetto.
Pare che questa minchiata (in cui i supereroi vengono solo fintamente criticati per confermarne invece il fascino infantile) dovrebbe avere un seguito. Ma ci vorrà ben più di un Coronavirus per farmelo leggere.

domenica 15 marzo 2020

Jupiter's Legacy

Ho aspettato un bel po’ prima di leggere questo fumetto, essendo scritto da un Mark Millar che all’epoca dell’uscita aveva già rivelato il suo vero volto, quello della ripetitività e del facile shock value a coprire una pochezza di contenuti che probabilmente ne caratterizza la produzione sin dagli esordi. Ma invece Jupiter’s Legacy non è affatto male.
L’ambientazione è quella canonica dei supereroi, appena appena mescolata con un po’ di fantascienza e un vago retrogusto da romanzetto pulp anni ’30. I supereroi sono il frutto di un incontro con della tecnologia aliena che a ridosso della Grande Depressione contattò delle menti elette (tecnicamente una sola, che però formò un gruppo di altri soggetti meritevoli) per fornire loro dei superpoteri con cui salvarono l’America e divennero degli esempi per la gente comune, degli ideali a cui tendere. Non credo di essermi immaginato il feroce sarcasmo sottinteso a questo spunto di partenza e ai dialoghi del primo episodio.
Arrivati ai giorni nostri (ovvero al 2013) le alte aspirazioni che mossero il nucleo centrale del primo supergruppo sono un po’ appannate, se non proprio disilluse: la progenie dei primi supereroi è una masnada di debosciati dediti ai party, alle droghe e alla vacuità da celebrità (concetto già talmente sviscerato da risultare banale) mentre quanti ancora combattono contro minacce superumane sono prossimi a uno scisma: i metodi di Utopian sono ormai considerati desueti e inefficaci dal suo intelligentissimo fratello, che vorrebbe incidere molto di più sulla società americana con metodi concreti, mettendo in atto un suo elaborato piano economico. Proprio quando sta per avvenire la “deposizione” di Utopian per mano di suo figlio, il supercriminale Hutch fugge con l’altra sua figlia Chloe, una buddista vegetariana che non disdegna le droghe (è appena finita in overdose) e che aspetta un figlio da lui.
Dopo un salto temporale tra il terzo e il quarto capitolo arriviamo nel 2022 che all’epoca doveva sembrare ancora così lontano, e vediamo la realizzazione della società ideale immaginata dal fratello di Utopian: la terra è una dittatura in cui delle corazzate volanti pattugliano i cieli alla ricerca dei superumani rimasti e non ancora piegati alla nuova “utopia”. Chloe e Hutch vivono in Australia e il loro figlio Jason ha già sviluppato poteri che probabilmente sono superiori ai loro (Hutch non ne ha ma usa una bacchetta per teletrasportarsi, quelli di Chloe e degli altri sono volutamente lasciati nel vago per permetter loro di fare quello che serve nelle singole scene senza che i neuroni di Millar si affatichino troppo) e deve nascondersi fingendo di essere un ragazzino normale, anzi piuttosto mediocre. In realtà, all’oscuro degli stessi genitori, ha un suo piano. Ma la loro copertura non può durare in eterno, se non altro per ragioni narrative, e nel quinto e ultimo episodio avviene il redde rationem.
Pur lavorando con materiale di partenza trito e ritrito Mark Millar è riuscito a renderlo piacevolmente suggestivo con quel sottotesto sarcastico che ricordavo sopra; inoltre molte sequenze sono veramente ben scritte e in più di un’occasione ha saputo creare la giusta tensione nel lettore con lunghi dialoghi molto ben “recitati” che fanno da contraltare alle sue tipiche scene di violenza esagerata (qui virate anche sullo splatter).
Pur non amando Frank Quitely, non posso certo esimermi dal rilevare l’ottimo lavoro che ha svolto: è molto dinamico ed espressivo e non si tira certo indietro quando deve disegnare delle tavole affollate di persone o dei panorami dettagliati. Purtroppo non si è inchiostrato le matite ma evidentemente è andato in stampa direttamente con quelle, opportunamente “inchiostrate” digitalmente: questa scelta rende un po’ imprecisi o solo abbozzati certi particolari, ma tutto sommato è adatta per assecondare il tono parodistico di Jupiter’s Legacy.
Certo: trattandosi di Millar ci si aspetta la fregatura, che anche stavolta puntualmente arriva. La prima miniserie di cinque episodi è appunto solo la prima parte di una storia più ampia che dovrebbe concludersi con un altro volume (e vedo che Millar ne ha anche tratto degli spin off). Poco male: leggerò pure quella, visto che non devo andare da nessuna parte…

lunedì 23 gennaio 2017

Marvel Knights Spider-man 1: Nel regno dei morti

In fumetteria non era arrivato niente (il dodicesimo di Don Camillo si fa attendere, anche se mi pare che a Lucca ci fosse), quindi mi sono dedicato di nuovo alla ricerca di qualcosa di interessante tra le proposte scontate del 25%.
Ovviamente quando ho visto che le storie di Marvel Knights Spider-man erano scritte da Mark Millar sapevo di dovermi aspettare qualche smargiassata ingenuamente provocatoria, oltretutto applicata al personaggio Marvel che mi piace di meno, ma i disegni non sembravano male e quindi l’ho preso, tanto più che già in origine il prezzo non era alto: 12 euro per un volumetto di 144 pagine.
In realtà le storie concepite da Millar non sono affatto male e la sua carica iconoclasta è stata indirizzata qui in maniera abbastanza sobria e puntuale, introducendo degli elementi originali nella vicenda e architettando situazioni per nulla banali – la breve sequenza con cui inizia la storia in sordina è ottima, ma anche certi dettagli “realistici” come la dipendenza di Peter Parker dagli antidolorifici non sono male. D’altra parte non penso che la Marvel conceda tanta libertà nel trattare il suo personaggio-simbolo, per quanto in un progetto a se stante come questo, e inoltre queste storie sono datate 2004, quando ancora Millar non aveva cominciato a stuprare la gallina dalle uova d’oro hollywoodiana e ci teneva evidentemente ancora a mostrare il suo valore.
La trama ruota attorno a un arcinemico dell’Uomo Ragno che scopre la sua identità segreta e se ne serve per colpirlo sul vivo, rapendo zia May. Seguono giorni concitati e parossistici in cui un malandato Peter Parker prossimo all’esaurimento nervoso deve fare i conti con le sue preoccupazioni e ovviamente con la consueta galleria di villains, tra cui l’accoppiata Electro-Avvoltoio secondo me resa molto bene. E viene pure preso a pesci in faccia dai Vendicatori.
Ai disegni Terry Dodson è bravino (non si risparmia certo quando deve disegnare dettagli), ma troppo caricaturale per i miei gusti. Graficamente la parte del leone la fa Frank Cho, che però disegna solo uno dei sei episodi qui raccolti.
Una lettura piacevole che mi ha stupito per l’intuito che ho avuto nell’imbroccare il volume giusto, e infatti tanta fortuna era decisamente troppa: il volume si conclude a metà del secondo ciclo narrativo senza sciogliere i nodi della trama, e per il momento non saprò chi c’era dietro il rapimento della zia May!

lunedì 7 dicembre 2015

Zenith Fase Quattro

Termina col botto, e in technicolor, la saga di Zenith. Questo ciclo comincia in media res con il diario/saggio di Michael Peyne che riassume gli eventi che hanno portato all’apocalisse in cui è ambientato. Peyne, progettista dei superuomini, è stato risparmiato alle conseguenze della presa di potere delle nuove entità che governano il mondo e gli è stata offerta l’occasione inusitata di ringiovanire invece che invecchiare, unico umano sopravvissuto alla mattanza definitiva.
Mentre Zenith discute col suo manager del look da adottare per sfruttare al meglio i vari revival che periodicamente investono la moda, si compie la fase finale del Progetto Horus e una nuova umanità soppianta quella precedente. Meglio non entrare troppo nel dettaglio: aggiungo solo che tornano i Lloigor e tornano anche i supereroi visti in precedenza.
La storia procede in maniera elegante, razionale, coinvolgente e persino divertente, e alla fine si conclude con un mcguffin molto azzeccato. Peccato che i riferimenti satirici all’Inghilterra dell’epoca non siano del tutto alla portata del lettore italiano, e che la vicinanza temporale (si era nel 1992) renda certi elementi di contorno come i nomi delle band meno mitici dei riferimenti precedenti per chi li ha vissuti, ma probabilmente sono solo impressioni mie. Alla fine credo di poter dire che Zenith è proceduto in crescendo e questo ultimo volume è stato proprio un piacere da leggere, tanto che persino i disegni di Steve Yeowell mi sono sembrati quasi accettabili. In occasione del gran finale tutti i capitoli che compongono questo ultimo ciclo sono stati colorati da Gina Hart, cosa che ha portato notevole beneficio a Yeowell ma che però ha reso la qualità di stampa meno buona. Non che me ne lamenti, è pur sempre Yeowell.
Dove Yeowell ha dimostrato di essere ben più che accettabile e anzi decisamente maturato è in Zzzzenith.com, una storia breve del 2000. Purtroppo in questo frangente è stato Morrison a deludere un po’ le aspettative imbastendo una satira poco chiara che in alcuni frangenti mi ha fatto venire il dubbio che la Panini avesse invertito l’ordine di pubblicazione di alcune tavole.
In appendice, oltre alla consueta gallery, ci sono un racconto di Mark Millar illustrato da Simon Coleby (molto simpatico, anche se traspare quanto Millar all’epoca della stesura, 1990, fosse ancora un po’ acerbo) e una lettura critica della saga a opera di Antonio Solinas. Quest’ultima, illuminante e azzeccatissima sotto molti aspetti, non mi trova d’accordo su altri: secondo me Grant Morrison fece di necessità virtù e adottò molto bene una scansione su cui non aveva facoltà  imposta dalla redazione di 2000 A.D., altro che imporre un suo ritmo basato sulla musica punk. E i dialoghi e le situazioni divertenti non mancano nemmeno in questo ultimo volume.
Zenith in definitiva è stato una bellissima (ri)scoperta tanto che non rimpiango di averlo pagato a prezzo pieno senza aderire alla promozione della Panini.

venerdì 19 ottobre 2012

Il finale di Kick-Ass 2



Fine della corsa per Kick-Ass 2. In sintesi, la storia più convincente di Millar degli ultimi tempi e una delle sue migliori in assoluto.
Nessuna delusione per un finale raffazzonato, consolatorio o fastidiosamente beffardo come ne ha scritti fin troppi ultimamente, anzi l’ultimo blocco si legge con piacere e la conclusione è veramente originale e inaspettata. Il tanto sbandierato scontro tra Hit-Girl e Madre Russia, poi, si risolve tutto sommato in poche pagine (come in fondo sarebbe realistico data la concitazione di quei momenti) e di carne al fuoco qui ce n’è molta di più.
Quello che ho apprezzato di più oltre al bel finale sono i dettagli, le pennellate di realismo (e stavo per metterci le virgolette a realismo ma poi riflettendoci non è stato il caso) che costellano la storia. Nonostante i pupazzetti di Romita Jr. tanti dialoghi e tante reazioni dei personaggi sono più veri che i cosplayer che campeggiano in alcune delle variant cover.
Un ottimo fumetto, che per l’occasione sfoggia anche dei redazionali interessanti e approfonditi e non più autoassolutori come negli altri numeri. Questa volta Millar non è proprio riuscito a deludermi, magari si rifarà con l’annunciato terzo capitolo delle avventure di Kick-Ass.

domenica 7 ottobre 2012

Kick-Ass 2 - il musical



Mark Millar, che vanta un pedigree da sindacalista, rappresenta per il fumetto l’esempio perfetto di capitalismo selvaggio. È in grado di creare un clamore intorno alle sue nuove produzioni notevole persino per gli standard statunitensi e persegue con determinazione il mandato secondo cui le sue storie devono programmaticamente essere incomplete, insoddisfacenti, in modo da generare delusione nel pubblico e spingerlo a ritentare la sorte con il suo prossimo fumetto, creando un circolo virtuoso di cui beneficiano i suoi editori e il suo portafoglio.
La critica che più spesso viene mossa a Millar nell’ultimo periodo, oltre al poco impegno, è che le sue storie a fumetti ricordano un po’ troppo delle sceneggiature cinematografiche già pronte per l’uso, probabilmente perchè nelle sue intenzioni sono solo il viatico per nuove e più redditizie produzioni hollywoodiane dopo Wanted. In effetti questo è particolarmente evidente in opere come 1985, Superior e persino nel primo Kick-Ass, ma lo stesso si può dire anche di Old Man Logan che oltre alla struttura degli script hollywoodiani si basa pure su un argomento forte e immediato come l’exploitation. Non so dove finisca la causa e dove cominci l’effetto, ignoro cioè se la struttura delle miniserie (organizzate molto razionalmente in 6 o 8 episodi di durata pressochè identica) abbia fornito l’occasione per mettere in pratica con naturalezza il più classico schema cinematografico oppure se questo tipo di struttura fosse già nelle intenzioni di Millar e il formato delle miniserie l’abbia semplicemente resa più evidente. Sta di fatto che una divisione in 6, 7 o 8 episodi (o anche nei 4 di Nemesis, ma lì è meno evidente) si presta molto bene a un’organizzazione della storia secondo lo schema “introduzione-ace-in-the-hole-risoluzione”, addirittura pedissequo in 1985.
Con Kick-Ass 2 questo stato di cose è radicalmente cambiato. La miniserie originale non mi era dispiaciuta (parlando sempre e solo dei testi di Millar, chè i disegni di Romita Jr. erano inguardabili addirittura più del solito). Si inseriva però in un solco tutto sommato classico, in cui l’unico elemento originale era l’ambientazione tra nerd persi che si travestivano da supereroi. E anche quello in realtà non era poi così originale. Balls to the wall, questo il sottotitolo di Kick-Ass 2, inizia con un flash-forward come da più banale tradizione dell’ultima wave hollywoodiana ma a volerli cogliere ci sono segnali di rinnovamento sin dalla fine del primo numero (intendo quello italiano, che raccoglie i numeri 1 e 2 dell’edizione originale). Bisogna però attendere la seconda uscita per avere conferma che la violenza gettata lì quasi con noncuranza o forse tanto per far ridere nell’episodio precedente era il primo segnale di una svolta decisa che dall’esecuzione di Sal Bertolini in poi si svilupperà tramite una spirale centrifuga aumentando sempre di più la sua portata e rilanciando con ammirevole coerenza quello che scopriamo essere l’assunto della storia.
È anche vero che al ritmato procedere di questo meccanismo corrisponde una progressiva perdita di realismo e la bella sequenza coi real life superheroes che fanno volontariato, le considerazioni di Dave Lizewski sulla necessità di confondersi con la massa piuttosto che emergere e le sue patetiche ma commoventi paturnie adolescenziali lasciano il posto a situazioni che mettono a dura prova la sospensione dell’incredulità del lettore.
Sarà per questo che Marco Ricompensa nella rubrica «ass kicked» in appendice agli ultimi albetti si premura di ripetere che ormai non è più realistico, è tutto finto, ecc.? No, probabilmente è per prendere le distanze dalla violenza dell’opera, ora che è presentata in versione popolare di più facile consultabilità ai lettori più giovani, stesso motivo (immagino) per cui il Mother Fucker è rimasto appunto il Mother Fucker senza che il nome venisse tradotto.
Sappiamo già come finirà la storia. Ci è stato detto sin dall’inizio (e ripetuto negli editoriali, e comunque lo avremmo intuito comunque) che ci sarà uno spettacolare evento finale, la battaglia di Times Square verso cui è spostato il baricentro della storia. A chiudere Kick-Ass 2 non sarà quindi una semplice risoluzione degli eventi, o almeno non solo quella, ma una trovata spettacolare che costituisce il nocciolo della vicenda e a cui la vicenda stessa tende freneticamente. E pare che ci saranno due primedonne a condurre le danze, Madre Russia e Hit-Girl. Il tasso di realismo della storia si fa sempre più labile a mano a mano che questa procede, in un susseguirsi di trovate flamboyant che servono solo ad avvicinarci verso il finale pirotecnico anticipandone il pathos.
Insomma, questo secondo capitolo delle avventure del nerd supereroe è a tutti gli effetti un musical.
Come nei musical, infatti, il principale motivo d’interesse è l’esibizione finale, e come nei musical la situazione di partenza è solo un pretesto, un modo per dare una parvenza di background coerente con quello che si vuole raggiungere. Il risultato mi sembra notevole, pur se all’altare dell’evento finale vengono sacrificate le belle e suggestive pennellate di “realismo” che Millar ha saputo regalarci fino a tre quarti del secondo comic book originale. Un po’ dispiace perchè anche solo grazie a quelle questo sequel mi era parso migliore del modello di partenza, ma evidentemente il dito indicava la luna e io mi son fermato ad ammirare il dito. A questo punto non so nemmeno se prendere l’ultimo dei quattro volumetti Panini, tanto è il piacere di avere assistito a un progetto così originale nel panorama USA e soprattutto nella produzione stessa di Millar. E francamente non so se prenderlo anche per il timore che il buon Millar riesca a deludere anche lì pur con tutto questo bell’impianto che già di per sè è una goduria.
Mi resta un dubbio: ma i mafiosi da operetta che compaiono in Kick-Ass sono un’esasperazione voluta di un modello stereotipato (già grottesco di suo) o la cronaca nera newyorkese registra veramente le malefatte di fenomeni da baraccone come questi?