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mercoledì 2 dicembre 2015

Warren Ellis presenta: Two-Step / Reload

Dopo Tokyo Storm Warning/Mek ecco una nuova proposta RW Lion che raccoglie due miniserie di Warren Ellis.
La prima, Reload, è un thriller fantapolitico. Christopher Royal, a capo della sicurezza del Presidente degli Stati Uniti d’America, se lo vede ammazzare sotto gli occhi e lavorando per conto proprio con l’aiuto della collega informatica Anna (visto che misteriosamente dalle stanze del potere sembra che vogliano depistare le indagini) scopre un incredibile complotto e la vera natura del potere dietro la Casa Bianca. Il tutto ritmato dagli splendidi dialoghi di Warren Ellis. Forse il finale è un po’ troppo positivo e ottimista ma va bene anche così. Curioso come la storia sia ambientata dieci anni nel futuro dell’epoca in cui uscì la miniserie, ovvero nel 2003: quindi in pratica è come se fosse ambientata qualche anno fa. Come spesso succede in questi casi, è straniante vedere che “il futuro non è più quello di una volta”.
Ai disegni il veterano Paul Gulacy non fa proprio un lavoro impeccabile, anzi diciamo pure che affronta le anatomie con grande libertà. Certi disegni, poi, sembrano quasi fatti da un esordiente e il lavoro dell’inchiostratore Jimmy Palmiotti non basta a risollevare il risultato finale. D’altra parte è anche comprensibile che a un vecchio leone con (credo) un importante curriculum sia concesso di pubblicare anche se ben lontano dalla forma dei giorni migliori.
La seconda miniserie, Two-Step, è invece una commedia fantascientifica. In un distopico 2001 la camgirl Rosi Blades, che vive mettendo online quello che vede (forse nel 2003, anno di uscita della miniserie, una situazione del genere era ancora fantascienza), si aggira per una Londra irriconoscibile annoiata e spocchiosa come si conviene alla celebrità che crede di essere finché si imbatte nel “criminale zen” Tony Ling, finendo così coinvolta in una parossistica guerra tra gang dai contorni enfaticamente parodistici. C’è qualche scadimento alla Garth Ennis soprattutto verso la fine, ma ci si diverte parecchio.
Simpatica l’idea del fraseggio tra due livelli narrativi diversi (il fumetto in sé e le sequenze riprese dalla webcam incorporata), che consente qualche occasione di divertimento in più.
Amanda Conner, anch’essa inchiostrata dal marito Jimmy Palmiotti, mi sembra che abbia fatto di meglio altrove. Il suo disegno è adattissimo per il tipo di storia che illustra ma qualche orpello in più lo avrebbe reso più gradevole. Al di là di queste considerazioni il suo lavoro non delude affatto: le sue tavole sono spesso affollate e si è inventata dei begli elementi di contorno – mi chiedo se le galline a quattro zampe siano farina del suo sacco o una citazione da Frida Kahlo.
Il volume costa 16,95€, il che mi sembra appropriato per un tomo cartonato di 144 pagine – e sicuramente le due miniserie raccolte in volumi singoli sarebbero costate complessivamente di più.

sabato 7 marzo 2015

La Pro



Con la placida e compiaciuta flemma che contraddistingue le edizioni Magic Press è arrivato in fumetteria anche La Pro, ordinato talmente tanto tempo fa che ne avevo perso il ricordo.
La trama, o almeno l’ambientazione, è facilmente intuibile dal titolo o almeno dalla copertina: una cameriera che arrotonda facendo il mestiere più antico del mondo (la prostituta, non il fumettista) si ritrova con dei superpoteri e affronta alcune minacce tipiche del genere con il suo piglio non convenzionale insieme alla Lega dell’Onore, supergruppo riluttante ad avere nelle proprie fila un personaggio così pittoresco e sboccato.
È disarmante vedere come uno spunto tutto sommato simpatico (ma le origini della Pro sono quasi le stesse del Capitano di Nextwave) sia servito semplicemente per presentare un’altra variazione sul tema dei supereroi, come se le figure archetipali qui rievocate non fossero già state oggetto di innumerevoli citazioni. Sarà pure divertente e azzeccata la parodia dell’Osservatore della Marvel ma francamente quando ho visto l’ennesima reinterpretazione della Justice League (che palle!) mi son cadute le braccia. Per quanto sia ricca la lingua inglese dovrà pur arrivare un giorno in cui non si troveranno più sinonimi di Amazzone o Velocista o Paladino e gli autori cominceranno a inventarsi qualcosa di nuovo senza riciclare i cliché di 70 anni fa.
Va poi detto che alcune gag sono anche divertenti (rimanendo nel genere di Garth Ennis: culi sfondati con oggetti di ogni tipo, schizzi di sperma mortali, ecc.) ma il moralismo a buon mercato e i vaghissimi accenni di critica sociale lasciano veramente basiti per la loro gratuità e inadeguadezza, manco Ennis dovesse per forza timbrarci il cartellino. Trovo poi ipocrite le frecciatine che lo sceneggiatore lancia ai suoi stessi lettori paganti appassionati di supereroi, a cui se ho ben capito è dedicata la battuta finale. C’è poco da fare lo spiritoso visto che alla fine questo The Pro non è altro che un ennesimo What If o Elseworld considerato anche che come fumetto è poco più trasgressivo ed esplicito di un qualsiasi altro comic book, e lontano migliaia di anni da quello che si vedeva in Italia su Frigidaire negli anni ’80 e in Francia su L’Echo des Savanes e Metal Hurlant negli anni ’70.
L’obbligata autocensura a cui è costretto La Pro ne vanifica ovviamente anche tutte le possibilità come fumetto pornografico, pur se presenta qualche idea interessante – ma la dea Kalì masturbatrice se l’erano già inventata gli autori di un episodio de La Poliziotta che si trova in rete.
Ai disegni Amanda Conner è un po’ discontinua. È chiaro che virando massicciamente sul comico il suo stile non debba per forza badare troppo alle proporzioni e alla correttezza anatomica, ma occasionalmente qualche immagine è veramente troppo deforme. Credo che il suo inchiostratore (e marito, se non ricordo male) Jimmy Palmiotti sia stato determinante nel salvare più di una tavola dall’inedia grazie ai suoi neri pieni e alla modulazione sapiente del tratto stante la quasi totale assenza di dettagli. Di sicuro si vede molto di peggio sul mercato americano.
In ultima analisi, un volumetto consigliato ai soli appassionati di supereroi.

sabato 29 dicembre 2012

Before Watchmen/1


La vita non ha senso. Probabilmente anche per questo la fiction narrativa deve avercelo, un senso. Non solo tutto deve avere una spiegazione logica e avere una conclusione identificabile come tale, ma la narrazione deve essere improntata alla sintesi e alla chiarezza. Nella vita reale inciampiamo, tossicchiamo, dimentichiamo senza malizia alcuni dettagli, non scopriamo informazioni importanti solo accendendo l’autoradio esattamente nel momento preciso in cui vengono trasmesse. Nella fiction narrativa invece questo accade solo per motivi legati alla trama e al suo svolgimento. Un dettaglio che “non torna” serve come segnale del fatto che la storia è arrivata a un turning point, oppure che c’è qualcos’altro sotto, o ancora per anticipare altri eventi.
Ora, nel tacito contratto che l’autore di fiction narrativa non sperimentale stipula con il suo pubblico c’è anche la promessa che tutto quello che verrà raccontato/disegnato/diretto/recitato è sufficiente e chiuso in sè, soprattutto se parliamo di prodotti non seriali in cui il lato realistico sia preponderante. La vita reale non è un film con un inizio e una fine ben delimitati nè un romanzo con capitoli separati, e a parte Gilbert & George tutte le persone reali hanno una cucina per i momenti di relax in cui non sono sotto i riflettori e devono prepararsi da mangiare. E francamente io ho sempre pensato che pure Gilbert & George ne abbiano una.
La fiction narrativa necessita inoltre che ogni avvenimento sia significante, univoco, indubbio. Uno sparo è sempre il migliore degli spari riusciti, ecc... All’interno di quest’ottica vanno considerate anche le informazioni che gli autori lasciano trasparire dalle loro opere: gli eventuali “buchi” nel tessuto narrativo devono esserci per un motivo. Approfondire certi aspetti sarebbe stato inutile o ininfluente o peggio ancora fuorviante.
Watchmen è con ogni probabilità il meccanismo narrativo meglio congegnato della storia del fumetto, ogni dettaglio è significante (armoniosamente significante) e immaginare una vita oltre quelle pagine per quei personaggi è quanto meno difficile, se escludiamo una deriva umoristica (Rorschach che fa una comparsata in un fumetto di Gibbons per celebrare Harvey Kurtzman) o un loro riutilizzo strumentalmente contestualizzato in un altro genere (qui).
L’operazione Before Watchmen ha suscitato perplessità e polemiche molto prima di concretizzarsi. Questo principalmente per il sentore sulfureo di sfruttamento che ha tutto il progetto e per le condizioni aberranti che, oltre all’effettiva legittimità legale, ne hanno consentito la produzione (se Alan Moore avesse fatto casino la DC Comics non avrebbe più dato lavoro al suo amico Steve Moore, in disperato bisogno di soldi per curare il fratello malato). Ma al di là di queste considerazioni pregiudiziali, di cui comunque è difficile liberarsi, resta il fatto che Watchmen è strutturato in maniera troppo ermetica e perfettamente chiusa in sè per immaginare di aggiungerne qualche pezzo, soprattutto se a farlo non è nemmeno il creatore originale. Gli autori coinvolti, nomi di primo piano del comicdom statunitense, si sono ritrovati con una responsabilità enorme addosso, oltre a vivere lo stigma di essere etichettati come “traditori” dell’opera originale e del loro più autorevole collega. D’altra parte vale anche per loro quanto detto dallo stesso Bardo di Northampton: «Sei fottuto se lo fai, sei fottuto se non lo fai».
Da quello che ho potuto vedere sinora, nonostante il grosso successo che Before Watchmen pare stia avendo, mi sembra che l’operazione non sia riuscita. Per quanto abbia cercato di giudicarle senza pregiudizi e senza andarmele a spulciare a caccia dei dettagli incongruenti con Watchmen, queste miniserie (la maggior parte di loro) mi sono sembrate molto al di sotto delle aspettative e del nome dei loro autori. Prima di parlarne, comunque, aspetto che finiscano – e che il distributore americano si decida a riempire i “buchi” nella collezione (suona come una scusa da fumetteria, vero? Probabilmente lo è).
In generale qualcosa si può già anticipare. Le miniserie di Before Watchmen si caratterizzano a livello di testi per una grande eterogeneità. Il loro unico punto in comune è che non hanno punti in comune. Alcune si sono concentrate più sull’approfondimento di certi episodi della vita di un personaggio, altre ne hanno fornito un affresco complessivo della vita; alcune hanno cercato di inserirsi con scrupolo e discrezione in alcuni buchi dell’opera originale, altre non hanno preso molto in considerazione il canone di Watchmen e altre ancora lo hanno smaccatamente stravolto (beh, al momento una sola: Dr. Manhattan). Alcuni sceneggiatori hanno privilegiato le didascalie, altre i dialoghi; accanto a narrazioni lineari ce ne sono di sincopate e laddove alcuni sceneggiatori hanno voluto stupire con delle trovate shockanti altri hanno preferito limitarsi a descrivere da un altro punto di vista il materiale narrativo preesistente. Alcuni si sono rifatti al giallo d’impianto classico whodunnit, altri all’hard boiled, altri ancora alla scuola classica del comic book supereroistico, qualcun’altro a strampalate teorie di fisica quantistica.
Dal punto di vista dei disegni, invece, mi è parso di cogliere in generale una certa condizione comune pur tra la diversità di stili. In sostanza, l’impressione che mi hanno dato praticamente tutti i disegnatori statunitensi più famosi e quotati è che abbiano lavorato a scartamento ridotto, che non abbiano prodotto materiale all’altezza delle aspettative e della loro fama. Sempre mantenendosi su livelli buoni-ottimi, ma non al livello che mi sarei aspettato (se poi Andy Kubert ha deluso o no non saprei dire visto che non nutro grande stima per il suo stile).
Sulle storie d’appendice sospendo ogni giudizio, me le leggerò alla fine. John Higgins come disegnatore è uno schianto, comunque.
A mano a mano che finisco di leggere le miniserie (e gli one shot, pare che sia stato proprio un grande successo questo Before Watchmen e giustamente la DC lo capitalizza il più possibile) vi dico la mia.
Poi chissà, magari in Before Watchmen: Epilogue scopriremo che era tutto uno scherzo, il sogno di un personaggio, un universo alternativo... magari...

Silk Spectre (testi di Darwyin Cooke e Amanda Conner, disegni di Amanda Conner)

Il primo dei Before Watchmen ad arrivare alla conclusione è finora il meno deludente. Mi sbilancio anzi a dire che è un buonissimo fumetto. Ma questo forse è dovuto anche al fatto che è molto distante, sia come temi che come atmosfere, dal modello.
Nel 1966 la giovane Laurie Jupiter si destreggia tra i suoi problemi adolescenziali e la presenza invadente della madre nella sua vita. Le due cose sono strettamente collegate visto che il fantasma della prima Silk Spectre aleggia non solo negli agguati degni dell’ispettore Clouseau ma anche nelle pessime relazioni sociali che la protagonista intrattiene con i ragazzi e soprattutto con le invidiose e stronzissime compagne di scuola. Fuggita da casa insieme ad alcuni hippy (la Summer of Love deve essere arrivata un anno prima nell’universo di Watchmen) esordisce per caso come Silk Spectre II trovandosi invischiata in una storia abbastanza delirante e poco credibile di sostanze psicotrope dagli inusitati effetti stupefacenti-consumistici. Eh, lo so, non è che “effetti stupefacenti-consumistici” sia una descrizione molto chiara, ma non voglio rovinarvi la sorpresa. Non so se gli autori abbiano voluto puntare sulla satira e sull’assurdo per evitare scomodi paragoni con Watchmen, per me una volta superato l’impatto degli inserti umoristici e dell’ambientazione “larger than life” questa miniserie è stata godibilissima. Inoltre offre un’interpretazione stupenda del Comico, tanto più riuscita quanto più concisa e intensa. Altro che la gonfiatissima miniserie di Azzarello e Jones...
E a dirla tutta, in Silk Spectre ho trovato delle atmosfere psichedeliche più efficaci di quanto lo stesso Alan Moore sia riuscito a fare con Kevin O’Neill nell’ultimo volume della sua League. Certo, a causa dello stile caricaturale della Conner non ho capito se il gruppo che compare nel secondo episodio sono i Beatles o gli Who, ma in fondo non credo sia così importante.
Passando quindi ai disegni, Amanda Conner (di sicuro il nome meno appetibile sulla carta) si è rivelata una piacevole sorpresa. Non che abbia corretto i suoi difetti (le sue donne hanno ad esempio sempre tutti e due gli occhi ben distanti l’uno dall’altro e il naso molto alto, rendendole un po’ scimmiesche), ma la sua abilità nel rendere espressivi i personaggi è ineguagliata. Peccato che il disegno sia spesso molto scarno, soprattutto quando si tratta di rappresentare figure umane, le va però riconosciuta una grandissima abilità nell’evocare due realtà agli antipodi (o forse due immagini stereotipate universalmente associate a quelle due realtà): il protettivo ambiente borghese alla Happy Days e il mondo in fermento della San Francisco anni ’60.
Promossa.

Moloch (testi di J. Michael Straczynski, disegni di Eduardo Risso)

Che Moloch non fosse esattamente un adone lo si capiva dai disegni di Gibbons, ma bisogna anche dire che la sua controparte vecchia e malata era solo il riflesso sbiadito del personaggio distinto (e non certo privo di fascino) che compariva nei flashback. Di sicuro non era quel mostriciattolo che Straczynski si è inventato per questa inutile e stupida miniserie. O forse è stato Risso a volerlo interpretare così? E allora gli editor che ci stanno a fare?
Una volta stabiliti questi paletti arbitrari in cui muoversi ne viene fuori un clone dell’Uomo Talpa (quello dei Fantastici Quattro, non quello dei Simpsons) e ci addentriamo nella fiera del già visto e dell’ovvio, con gli immarcescibili bulletti della scuola, le donne che lo disprezzano, ecc. Dopo un primo numero irritante da quanto è banale, con il secondo abbiamo almeno il contentino di un minimo di curiosità per gli scopi di Adrian Veidt e per i metodi con cui li metterà in atto. A me sembra però che Straczynski abbia voluto confondere le carte, buttando un bel po’ di fumo negli occhi dei lettori di Watchmen, prendendo un po’ qua e un po’ là dalla vita cartacea dei personaggi per ricostruirne la “sua” versione e scambiando a piacimento cause ed effetti. Janey Slater che comincia a fumare dopo essere stata lasciata dal Dottor Manhattan? Non mi pare proprio... certo, è funzionale alla trovata che si è inventato Straczynski per spiegare come Ozymandias le faccia prendere il cancro (trovata peraltro molto inverosimile anche se si cerca di darne una logica contestualizzata al carattere dello stesso Ozymandias), ma è appunto solo una pecetta per far continuare la storia senza che il lettore si soffermi troppo sui particolari. Gli esempi potrebbero continuare.
Di Moloch salverei solo il ritratto che Straczynski dà di Adrian Veidt (il suo inedito fervore religioso con cui impressiona il protagonista è giustificato dal suo piano) se non fosse per il fatto che in fondo sono tutte cose che sapevamo già e che lo sceneggiatore ha solo approfondito. Nemmeno tanto. Per fortuna.
Stupendi invece i disegni di Eduardo Risso, sicuramente l’artista migliore dei Before Watchmen, che nemmeno una colorazione a volte imprecisa riesce a rovinare.
Bocciata.