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venerdì 25 aprile 2025

Havok & Wolverine: Fusione

Sarà stato a metà anni ’90 o giù di lì che comprai in una fumetteria i primi due volumetti originali di Meltdown. Finalmente scopro come va a finire la storia.

Havok e Wolverine sono in vacanza in Messico dove hanno fatto una scommessa su chi userà per primo i suoi poteri. Resistono finché possono: finiscono infatti nel mirino di alcuni malintenzionati che periodicamente li provocano avvalendosi di gentaglia locale. Dei proiettili infettati di peste bubbonica (!) li stendono ma i cattivi non hanno fatto i conti col fattore rigenerante di Wolverine. Il bersaglio d’altra parte era Havok, che viene catturato per essere usato come una specie di amplificatore di energia nucleare con cui alimentare i poteri del villain Megaton che vuole opporsi con un atto di forza apocalittico alla Glasnost di Gorbaciov. Per farlo dovrà assorbire le emanazioni di una centrale nucleare indiana che verrà sabotata per riprodurre un disastro simile a quello di Chernobyl, in cui già c’era il suo zampino. A ognuno dei due eroi viene fatto credere che l’altro è morto ma Wolverine non ci casca (il suo fiuto è talmente efficace da risultare ridicolo) mentre Havok resiste ai tentativi chimici e subliminali di lavaggio del cervello e quindi viene assecondato nelle sue fantasie paranoidi fino a farlo combattere col suo compagno redivivo opportunamente catturato e “riprogrammato” fingendo che sia stata la CIA a farlo. Dato per morto, figuriamoci se Wolverine lo è davvero: sarà lui alla fine a compromettere ad artigliate il piano dei cattivi – a onor del vero, con l’aiuto di quelle barre che si usavano per contenere le radiazioni.

Chiaramente la storia è solo un pretesto per ammirare gli splendidi dipinti di Jon J Muth e Kent Williams, tanto più che il progetto nacque proprio da loro due che avevano voglia di disegnare quei personaggi (il primo Havok e il secondo Wolverine). Il grandissimo Jon J Muth usò probabilmente acquerelli mentre Kent Williams si avvalse di un medium più denso e coprente, forse tempera o acrilico, con un risultato a volte più pastoso. Tanto etereo, rigoroso ed elegante il primo quanto materico, caricaturale e sgangherato il secondo. Eppure i loro stili si amalgamano benissimo, anche nelle tavole in cui misero le mani contemporaneamente (altre volte è evidente che sconfinassero nel personaggio dell’altro quando la comodità d’esecuzione lo rese consigliabile). Nella loro interpretazione Havok è James Dean mentre Wolverine è poco più che uno scimmione. Se ho ben capito, il rimando al “bello e dannato” per eccellenza non è casuale perché in controluce si intuiscono delle tormentate storie d’amore del mutante che produce plasma (ecco… se il suo potere è convertire l’energia solare in plasma, come diavolo fa a contenere e immagazzinare anche l’energia atomica? Meglio godersi i dipinti, appunto). Muth e Williams si divisero anche i villain: a Williams il bestione Megaton, a Muth il dottor Neutron e la bella agente Quark. Oltre a fare sfoggio di una grande maestria grafica, si sono rivelati molto efficaci anche nell’uso delle fotocopie e degli altri “effetti speciali” che ci si potevano permettere in un’epoca non ancora imbarbarita dal digitale. Ma qui se ho ben capito è stato rilevante l’intervento di Sheryl Van Valkenburgh.

Per il resto, l’avventura confezionata da Walter e Louise Simonson offre pochissimo altro che non sia lo spaccato di un’epoca: chi ha vissuto quegli anni (Fusione è del 1988) leggerà quasi con tenerezza di Chernobyl e Guerra Fredda, mentre con gli occhi di oggi è interessante constatare come all’epoca Wolverine non fosse ancora l’asso pigliatutto della Marvel e poteva condividere spazio e titolo in una miniserie con un altro supereroe che oggidì forse manco esiste più.

La storia finisce con l’anticipazione di ulteriori battaglie tra il Dottor Neutron e i supereroi Marvel che forse non si sono mai concretizzate.

giovedì 17 maggio 2018

American Gods 1: Le Ombre

Questo fumetto potrebbe essere preso a paradigma di come non si dovrebbe trasporre la letteratura in letteratura disegnata, se non fosse che sicuramente lo stesso Gaiman, autore del romanzo da cui è tratto, avrà contribuito o perlomeno avallato questa versione.
In Le Ombre c’è una nettissima predominanza di didascalie che probabilmente sono prese di peso dalla fonte originale, e i dialoghi compaiono quasi solo quando erano previsti nel testo di partenza. Questa, almeno, è l’impressione che ho avuto io, che non ho letto il romanzo.
Il risultato porta così a un tempo di lettura molto lungo (cosa che è comunque gratificante, tanto più nell’asfittico mercato statunitense) ma anche a un freddo distacco tra il lettore e i personaggi, che sembrano recitare una parte piuttosto che “viverla”. C’è comunque un certo margine di libertà per l’utilizzo di alcuni espedienti propri del linguaggio del fumetto (la resa del passaggio del tempo con vignette molto simili, l’architettura creativa delle tavole) che non bastano però a modificare l’impressione generale.
La storia si sviluppa inoltre molto lentamente, con Shadow uscito di galera che viene ingaggiato come guardaspalle dal misterioso Wednesday in previsione di una prossima “tempesta” che sconvolgerà il piano della realtà in cui risiede. Volendo adattare fedelmente un romanzo che in quanto tale ha i suoi tempi specifici e può permettersi tutte le divagazioni che vuole, il fumetto comincia a ingranare appena dal sesto dei nove episodi che lo compongono, quando si ha la conferma di cosa sono (o erano) veramente Wednesday e i suoi bizzarri amici.
Le varie storie brevi che costellano la trama portante avranno sicuramente un loro peso nel quadro complessivo che avremo alla fine di tutta l’operazione, e in effetti già in questo primo volume si colgono alcuni collegamenti, ma per il momento danno più l’impressione di una zavorra non indispensabile, e si arriva al “finale” con più domande che risposte mentre nell’ultima pagina occhieggia l’annuncio del prossimo volume che immagino a sua volta non esaurirà ancora tutta la vicenda.
American Gods è stato trasposto a fumetti, con la benedizione dello stesso Gaiman, da Paul Craig Russell che ha curato sceneggiatura e layout delle tavole poi materialmente realizzate da Scott Hampton. L’inserimento di immagini fotografiche appena dissimulate a volte tende a essere un po’ invasivo. La presenza di storie-satellite ha portato alla partecipazione di altri disegnatori: Walter Simonson, Colleen Doran, Glenn Fabry (aiutato da Adam Brown) e lo stesso Craig Russell che disegna in prima persona una storia breve. Altri artisti hanno fornito il loro supporto a vario titolo: David Mack figura come responsabile del “layout degli interni” (più che altro, mi sembra che abbia disegnato e dipinto molte variant cover) e le copertine originali di Fabry diventano le intestazioni dei singoli capitoli. Curioso che il colorista (ammesso che sia solo uno) non venga indicato, forse è Lovern Kindzierski o forse lo stesso Hampton. Graficamente American Gods si situa tra il molto buono e l’eccellente (particolarmente apprezzabili i contributi della Doran e di Fabry), e ho gradito persino lo spigoloso Simonson.
In appendice a questa edizione Oscar Ink, immagino come nel volume originale, c’è una pletora di variant cover, tavole in bianco e nero e schizzi preparatori. Forse per arginare il dramma dei lettori fotosensibili che a loro dire rimangono accecati dai riflessi di luce artificiale sulla carta patinata, la Mondadori ha stampato American Gods su una uso mano opaca.