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domenica 26 aprile 2026

Avanti e indietro nella Storia

Questo nuovo volume della meritoria collana che Nicola Pesce Editore dedica a Gianni De Luca presenta un menu molto ricco, ben 15 fumetti (o che per tali vennero spacciati) e anche se alcuni durano poche pagine sono comunque dei recuperi molto interessanti.

Direi che i pezzi forti, per lunghezza o per l’eco che ebbero, sono La meravigliosa invenzione, Il mago Da Vinci, Le braccia di pietra e soprattutto Gli ultimi sulla Terra. Ma non ha molto senso fare classifiche o attribuire graduatorie di valore visto che l’antologia svolge soprattutto un’importante funzione di recupero storico e ristampa ad esempio anche un raro fumetto di De Luca visto quasi solo su Il Corrierino, rivista a me sconosciuta e da non confondersi con Il Corriere dei Piccoli.

La meravigliosa invenzione è il primo fumetto in assoluto (pubblicato direttamente in albo) di Gianni De Luca, contrariamente a quanto riportato su Fumo di China 22. Diciamo che lo si può definire “fumetto” per comodità, perché in realtà si tratta di una lunga sequenza di vignette numerate accompagnate da didascalie, quasi a voler scongiurare il futuro viziaccio di De Luca di mettere balloon e didascalie in calce alla tavola, dove si mimetizzavano col resto e finivano per essere lette dopo la scena che accompagnavano. Siamo nel 1463 e l’invenzione del titolo altro non è che la macchina da stampa di Gutenberg, che a quanto pare suscitò perplessità anche violente simili a quelle che oggi riguardano l’intelligenza artificiale. Due italiani, col beneplacito della Chiesa, vorrebbero portare a Roma nientemeno che il suo inventore il quale, ormai vecchio e malato, vi manda invece i suoi due più fidi assistenti. La trama poteva offrire il destro a situazioni avventurose (e in effetti prometteva di farlo) ma tutto fila troppo liscio per non categorizzare il “fumetto” nella cronaca piuttosto che nella narrativa. Paradossalmente, una storia sulla stampa è stampata male.

Il mago Da Vinci scritto da Piero Salvatico racconta alcuni episodi della vita di Leonardo, che a trent’anni sembra averne il triplo. Non ci fa una bella figura perché sembra torpido a non accorgersi mai dei maneggi del suo assistente Cesare Da Celso. Ma ovviamente la ripetitività di certe situazioni si percepisce con questa lettura organica mentre leggerlo a puntate su rivista doveva restituire sicuramente un altro effetto. De Luca curò anche i colori con esiti eccezionali, e le masse colorate rendono meno distinguibili le defaillance della stampa.

I naufraghi del MacPerson è una storia (scritta da Roudolph, cioè Raoul Traverso) piuttosto confusa. Già leggerla è un’impresa: molte tavole sono orientate orizzontalmente e si è preferito pubblicarle una sopra l’altra piuttosto che una per pagina ruotandola di 90° per conservare al lettore quelle diottrie che ancora possiede; ma in realtà non si sarebbe risolto granché a causa delle tavole finali verticali e della misteriosa tavola quadrata di cui nemmeno Pier Giuseppe Barbero sa dare una spiegazione. Quei lettori dalla vista perfetta o muniti di lente d’ingrandimento che si saranno dedicati alla lettura potrebbero comunque rimanerne perplessi: il nostromo ordisce l’ammutinamento della nave per impossessarsi della casse d’oro che trasporta in incognito. Fanno però naufragio e buoni e cattivi si ritrovano su un’isola. Alla combriccola si unisce il galeotto Darlavy anch’egli naufragato con la sua ciurma, che ruba la scena a tutti gli altri. Seguono vicissitudini varie e poi Darlavy si dà con maggior dedizione alla pirateria ma la cattura di una donna indomita, Zefir, lo mette sulla retta via. Alla fine tutti i protagonisti hanno una visione mistica della città che fonderanno, chiamata MacPerson come la nave. Boh. Sembra quasi che siano state unite a forza due o più storie, o che l’idea originaria sia stata cambiata in corsa e questo potrebbe forse spiegare la differenza tra la forma delle tavole destinate a pubblicazioni diverse. Se non altro, essendo stata scansionata (da Federico Monti) dagli originali in possesso di Laura De Luca questa storia è stampata un po’ meglio delle altre.

Segue un tris di storie brevi in bianco e nero pubblicate in origine su testate varie («Albo Ted» e «Gli albi del Vittorioso») e scritte tutte da Piero Salvatico occasionalmente celato sotto lo pseudonimo Salpierre. Il nemico nell’ombra è una disamina contro Fouché. Il re della montagna narra di una combine ciclistica forse ispirata a un episodio vero. Il fiore della morte è un’avventura abbastanza suggestiva per quanto ingenua: la figlia del professor Livi è resa cieca dopo aver rimestato nei suoi esperimenti con la pianta del titolo, quindi lo scienziato se la porta in Africa per recuperarne un altro esemplare da cui ricavare l’antidoto. Probabilmente le fonti originarie di questi tre fumetti erano di dimensioni ridotte, e questo ha portato a un esito di stampa catastrofico. I tratteggi si impastano in un nero acquitrinoso e parecchie dentellature tolgono incisività non solo ai disegni ma pure al lettering originario cancellandone alcune parti.

Si arriva quindi a Gli ultimi sulla Terra, gioiellino di cui avevo solo sentito parlare. Non mi spingo a dire che sia Lost prima di Lost ma un po’ ci somiglia. L’occasione della ristampa di questo fumetto che tanto fascino suscitò nei lettori dell’epoca (a ragione) è tale da meritarsi una presentazione scritta nientemeno che da Gianni Brunoro. Voglio illudermi che l’avviso sullo spoiler della redazione della NPE sia anche frutto delle mie esternazioni.

Ambientata tra due secoli, la storia scritta da Eros Belloni vede l’eterogenea fauna di passeggeri del volo “Pearl Harbor” da Los Angeles a Singapore assistere a un disastro atomico. Fanno parte di questa compagine il missionario Don Claudio Arrighi, la signora Giovanna Wolf moglie di un «agente consolare» che raggiungerà a Singapore insieme ai tre figlioletti, il banchiere Filippo Ferraù che nasconde un segreto, il russo Vassili Blinderman che secondo uno schema che tornerà nel primo episodio del Commissario Spada dimostra già col volto la sua malvagità, il tenente Joe Spring incaricato di sorvegliarlo. Come macchiette comiche sono inseriti il commendator Sacconi sedicente stella della lirica e Sam Brown, un pugile fanfarone che da buon «loquace negro» si mette a ballare quando è felice. Dopo l’incidente atomico l’aereo precipita su un’isola e qui i sopravvissuti, convinti di essere gli ultimi esemplari dell’umanità, dovranno fare di tutto per salvarsi. Il progredire della vicenda non risparmia tanta suspense e nemmeno situazioni tragiche e posso capire che i giovani lettori dell’epoca aspettassero con trepidazione i nuovi episodi. A parte gli eroici piloti Pietro, Tonio e Franco (e la hostess Rose-Marie) il protagonista assoluto è Don Claudio, nauseante da tanto è intelligente, devoto, dinamico, comprensivo, paterno.

Annalena è il recupero d’annata di cui parlavo in apertura. Neanche questo è un fumetto, o almeno è un “fumetto” come lo intendevano i Valvolinici: vignetta-didascalia, vignetta-didascalia, vignetta-didascalia. La storia verte attorno ai maneggi per il potere alla corte dei Medici dal 1440 in poi. O almeno credo: è uno di quei casi in cui la sovrabbondanza di testo (opera di tal Florian) rende confusi i fatti piuttosto che chiarirli. Con anche sole quattro vignette per tavola, oltretutto a colori, De Luca confeziona un lavoro spettacolare.

Le braccia di pietra sono i colonnati di Piazza San Pietro a Roma che con molta fantasia possono essere visti da un punto strategico come braccia che accolgono i fedeli. Il protagonista è il giovanissimo Paoletto Rocchi che vorrebbe abbandonare la scuola per intraprendere il mestiere del padre, un «sampietrino». Non ho ben capito cosa fosse ma le sue mansioni contemplavano anche l’arrampicarsi con le corde sulla cupola di San Pietro. Messo di fronte alla pericolosità di quel lavoro Paoletto lascia perdere le velleità professionali e si impegna a scuola, fulgido esempio per i lettori de Il Vittorioso. Mi chiedo con che coraggio la redazione facesse questo panegirico dell’istruzione per poi lasciare che nei testi dei fumetti si mettesse la virgola tra soggetto e verbo.

La lezione impartitagli dal padre non si limita comunque alla necessità dell’istruzione: Paoletto ha infatti modo di vedere la miseria dei molti che sostano nei colonnati sopravvivendo con le elemosine o tramite piccolissimi commerci e decide quindi di fondare coi suoi amici una sorta di ronda che si prenda cura dei derelitti di San Pietro. Dopo alcune storie che sono tali per modo di dire e che riguardano le buone azioni di questa Banda dell’Obelisco (non vengono risparmiate tragedie oggi impensabili in una pubblicazione per ragazzi) arriva finalmente una trama più avventurosa e articolata con un antiquario antipatriottico che vorrebbe vendere la statua antica che ha rinvenuto a un compratore straniero invece che affidarla alle competenze italiane. Proprio adesso che la serie, scritta anch’essa da Belloni, prende la giusta direzione viene interrotta.

La leggenda della montagna è il resoconto della conquista dell’Everest a opera di Roudolph/Traverso. Onore al merito, il vero protagonista è lo sherpa Tensing nelle varie fasi della sua vita e quindi delle spedizioni che si avvicendarono. Anche di questa storia la stampa è stata fatta in bianco e nero a partire dagli originali, scansionati da Paolo Altibrandi.

Le mie prigioni e Pietro Micca sono due riassunti fulminanti (rispettivamente due e una sola tavola) delle imprese di Ippolito Nievo e Pietro Micca. Se prima ho citato Valvoline qui il pensiero è corso a Tamburini col suo Snake Agent visto che in questo spazio esiguo vengono eliminati tutti i tempi morti che danno il ritmo a una narrazione e anni di prigionia si risolvono in quattro e quattr’otto. E con un profluvio di didascalie.

Assalto al K.2. è un’altra avventura alpinistica, in cui l’aspetto avventuroso che non manca è vanificato dall’ossessiva presenza della religione, ridondante ben oltre la necessità di giustificare delle morti tragiche. Anche queste storia scritta da Roudolph è stata scansionata dalle tavole originali.

I tre J viene trattata con eccessiva sufficienza da Pier Giuseppe Barbero nell’introduzione: la storia sarà pur banale ma non mi pare che la maggior parte delle altre brilli per originalità o inventiva. Inoltre anche se i disegni fossero stati inchiostrati da qualcun altro come ipotizzato non sono affatto pessimi: se non l’avessi letto non me ne sarei nemmeno accorto, anche se l’abbondanza di neri non era così praticata da De Luca. Immagino che vedere le tavole nella pubblicazione originale faccia un altro effetto, perché qui la riproduzione è quella che è. In sostanza, Danilo Forina scrive una storia edificante sui pescatori di spugne delle Bahamas. Neanche qui mancano morti drammatiche, a giudicare da questo volume ce n’erano di più nella stampa cattolica che nei successivi Guerra d’Eroi o Diabolik.

A tal proposito, Avanti e indietro nella Storia si chiude in maniera funebre con L’ultima speranza per Corradino di cui non è stato indicato lo sceneggiatore – sorte comune ad altri dei fumetti qui riproposti. In quattro pagine viene riassunta la vicenda dell’ultimo erede della casata sveva che appena quindicenne viene reclamato per liberare la Sicilia dagli angioini. Sconfitto in battaglia viene catturato e condannato all’impiccagione a Napoli, di cui l’anonimo sceneggiatore non ci risparmia i dettagli degli ultimi attimi. Ma i giovani lettori de Il Giornalino potevano consolarsi pensando che con gli ori del suo riscatto giunto troppo tardi venne edificata la Chiesa del Carmine.

Purtroppo a differenza di altri volumi dedicati a De Luca la qualità di stampa non è buona, cosa che si nota principalmente nei fumetti in bianco e nero visto che per sua natura il colore rende un po’ meno evidenti le pixellature della stampa digitale.

Con la scansione diretta dagli originali la situazione migliora, ma purtroppo i tratteggi più sottili perdono comunque definizione. Me l’immagino un fotolitista che vedesse queste pagine: «Avete voluto sostituirci col computer, eh? E adesso beccatevi questo!» e poi scoppierebbe a ridere isterico prima di allontanarsi verso l’orizzonte.

Parliamo comunque di un volume che per soli 25 euro offre ben 216 pagine e fumetti di grande valore storico, per chi sa apprezzarli. E i redazionali curati da Barbero e Brunoro sono sicuramente interessanti e approfonditi. Peccato che l’arte del grandissimo De Luca non abbia potuto brillare come altrove, ma tutto sommato parliamo anche di storie tra le primissime che ha mai disegnato e quindi non certo ai livelli dei lavori successivi.

martedì 26 agosto 2025

La sfinge nera e altre storie antiche

Nuovo e consistente recupero filologico del grande De Luca che riprende alcune delle sue primissime opere. Vengono antologizzati 11 fumetti un po’ sulla falsariga di quanto già fatto da Nicola Pesce Editore con Dino Battaglia.

Praticamente nessuna di queste storie resiste alla prova del tempo a livello di stile di scrittura e a volte anche di soggetto, tranne forse l’ultima. Del resto parliamo di racconti edificanti che solitamente riprendono storie bibliche o leggende varie piegandole alle necessità divulgative ed ecumeniche delle testate cattoliche in cui apparvero.

Oltre al prolifico Raoul Traverso in arte Roudolph che ne firma la maggior parte, le restanti sono scritte da Danilo Forina, Renata Gelardini (citata anche come Gelardini De Barba nel rispetto dello stato civile e soprattutto della firma originale) e Attilio Monge in ragione di due a testa. Anonimo invece lo sceneggiatore de L’ultima Atlantide, forse a causa della sua lunga e travagliata realizzazione.

Leggere buona parte di questi fumetti è uno stillicidio. La lingua usata da Forina e Traverso risulta oggi desueta (d’altra parte s’era a cavallo degli anni ’40 e ’50) e se leggere «orgasmo» per intendere la frenesia può suscitare un sorriso, spesso sono dovuto andare un po’ a intuito per capire cosa volessero significare gli sceneggiatori (la Gelardini usava «bruttare» invece di sporcare), anche perché le immagini non aiutano molto: il testo è sovrabbondante e spesso riassume sequenze che si svolgono fuori scena. La presentazione delle storie in maniera organica senza la precedente serializzazione rende poi evidenti certi cambi di rotta imprevisti o rattoppi improvvisati: mi è venuto il dubbio che tra le pagine 145 e 146 ne fosse saltata una, visto che viene risposto a una domanda che non era stata fatta nella tavola precedente. Le trame si risolvono quasi sempre con un deus ex machina. In senso letterale, perché è il Dio cristiano a risolvere le situazioni, indifferentemente che le storie siano ambientate nell’antico Egitto, nello Yemen o tra i fiordi vichinghi. E anche quando sarebbe anacronistico immaginarlo, come nell’antica Etruria o ad Atlantide, si avverte comunque il suo zampino.

Anche De Luca però ci mise del suo: aveva il vezzo di inserire le didascalie che segnalano uno stacco o introducono una nuova scena in calce alle vignette e non in alto a sinistra come logica vorrebbe. In questa maniera si crea uno sfasamento temporale per cui il lettore vede una scena prima di “leggerla”, facendo sfumare suspense e sorpresa. Scellerata poi la sua scelta di colorare anche le zone preposte alle didascalie e ai dialoghi (che già di per sé sono degli ineleganti rettangoli posti ai margini delle vignette, quasi a vergognarsi di far fumetti), rendendo di fatto un’impresa ardua decrittare cosa c’è scritto in nero nelle campiture rosse. D’altro canto osservando le tavole originali in bianco e nero ci si accorge di quanto questa scelta fosse probabilmente dettata anche dall’occasionale incapacità di De Luca di contenere tutto il testo dove sarebbe dovuto stare: un colore uniforme forniva una guida per seguire il testo anche se debordava dalle vignette o finiva in quelle sottostanti. Al massimo il fascino di queste storie si può trovare nel confronto tra Il cantico dell’arco e I due amici, che raccontano entrambe la storia di re David.

Poco importa: se in tutta la storia dell’umanità è mai esistito qualcuno che si è avvicinato ai fumetti di De Luca per i testi, non sono certo io.

Come prevedibile dalle date di realizzazione di queste opere e come giustamente anticipato anche nell’introduzione, questo volume permette di vedere concretamente come lo stile di De Luca si sia evoluto nel corso degli anni. È incredibile come già nel 1947, praticamente ventenne, con Nel regno di Kamrasi dimostrasse una straordinaria maturità a livello di composizione, anatomia, espressività, ricchezza di sfondi e dettagli. Ma si trattava di uno stile ancora debitore ai Maestri delle strisce sindacate, e forse memore di alcuni poster o copertine o illustrazioni dell’epoca. Sarà con I due amici del 1955 che comincerà a prendere forma la sua inchiostrazione fluida e decisa integrata da ragionati dettagli. Qui “ragionati” a maggior ragione perché De Luca lesina sul tratteggio e sui neri, probabilmente confidando di riempire poi le tavole con il colore, ma già con la successiva L’ebreo errante (sempre del 1955 e sempre da Il Giornalino) sfoggia uno stile ricco di pennellate, dettagli e profonde campiture a creare volumi e drammaticità. Le sequenze della tempesta marina sono spettacolari e il completamento amodale della croce di Gesù è una raffinatezza aggiuntiva.

Con L’ultima Atlantide giungiamo alla maturità definitiva di De Luca. Ed è un po’ un mistero, perché questa storia che nel 1967 segnò il ritorno dell’autore al fumetto venne realizzata a blocchi a distanza di parecchi anni (quasi 10) ma, come rilevato nell’introduzione, non si percepisce alcuno stacco stilistico tra le tavole. Qui finalmente De Luca esplode: pointillisme, dinamismo, architetture stupefacenti, estrema espressività, chiaroscuro, inquadrature dinamiche... E finalmente i balloon sono tali e non cornici delle vignette.

Purtroppo l’eterogeneità dei formati su cui videro la luce queste opere, in particolare quelle transitate su Il Vittorioso fino al 1950, avrebbe reso necessario in alcuni casi un formato più grande per goderne appieno essendo la diagonale posta molto in basso facendone quindi quasi delle tavole quadrate (una tavola doppia di Prora vichinga è stata riprodotta direttamente in verticale spostandola di 90 gradi). Ma d’altra parte per altri fumetti il formato è adattissimo e non si poteva certo togliere l’uniformità tipografica della collana, comune alle altre di Nicola Pesce Editore.

Il volume si apre con una introduzione a cura di Pier Giuseppe Barbero, che riesce a non spoilerare troppo e soprattutto fornisce degli interessanti retroscena. Dai crediti che introducono i singoli fumetti evinciamo inoltre che Barbero è l’unico essere umano in grado di realizzare delle scansioni perfettamente riproducibili a partire dal materiale stampato e non dagli originali. Addolora dirlo, ma invece Paolo Altibrandi che ha potuto effettuare le scansioni dagli originali messi a disposizione da Laura De Luca non è sempre riuscito a fare un lavoro paragonabile al suo, per quanto dignitoso (e a volte quasi perfetto, a onor del vero).

lunedì 1 agosto 2022

Altri tempi

Così reagì Gianni De Luca su Comic Art 4 dell'ottobre 1984 a una frase estrapolata dalla presentazione di un fumetto di Daniele Panebarco, tratta da Fumo di China 18 che però Luca Boschi non citava. Almeno gli è stato risparmiato di vedere cos’è il fumetto oggi.

venerdì 24 luglio 2020

I giorni dell'Impero

Nicola Pesce Editore continua la meritoria riproposta dei lavori di Gianni De Luca, stavolta con un fumetto di cui nemmeno sapevo dell’esistenza. I giorni dell’Impero è rimasto incompleto a causa della morte del disegnatore (nell’introduzione David Padovani ricorda che nessun altro si sentì di assumersi il compito di concluderlo) ma fortunatamente è un’incompiutezza molto relativa. I primi quattro episodi di 12 tavole l’uno formano infatti un unico arco narrativo, che pone le basi per quello successivo ma è comunque leggibile a sé.
Il protagonista della storia è il giovane Fabio. Suo padre il centurione Strabone è stato giustiziato in Gallia per alto tradimento e appresa la notizia la madre è morta di crepacuore. Solo al mondo e convinto che il padre non possa avere veramente tradito l’Impero, Fabio lascia Roma alla volta dell’accampamento di Argentoratum per fare luce sull’accaduto. Per sua fortuna il capitano di una nave lo prende sotto la sua protezione; nel corso del viaggio fa la conoscenza di Elisa, una giovane galla, e dell’ebreo Nicodemo che si porta dietro in uno scrigno nientemeno che la Sacra Sindone.
Lo sceneggiatore Mauro Cominelli imbastisce una dignitosa trama investigativa con parecchia azione e spunti originali, anche se lo stratagemma con cui Fabio svela i traffici di Licio Vetulonio (e quindi il complotto contro suo padre) è un po’ artefatto. Conclusa questa prima parte Fabio può riposarsi prima di dedicarsi a una nuova avventura ambientata stavolta in Palestina, dove l’infido Vetulonio sta accompagnando Nicodemo.
Nonostante la matrice cattolica e la destinazione originaria la serie si legge con piacere per il fascino dell’attenta ricostruzione storica e per gli elementi investigativi. Ovviamente Fabio ribadisce che uccidere è sbagliato e quando lo fa è sempre “senza volerlo”, mentre la Sacra Sindone è una reliquia onnipotente che entra in gioco quando non ci sono altre vie d’uscita (poche volte, in realtà). Ma si tratta di concessioni accettabili che non pesano sul giudizio complessivo. I filatteri dei balloon di De Luca invece ogni tanto sono spiazzanti, visto che i dialoghi sembrano uscire dalla fronte dei personaggi e qualche rara volta l’ordine di lettura non è immediatamente chiaro. Ciò detto, i suoi disegni sono ovviamente eccezionali. In particolare, le architetture e gli ambienti desertici sono stupendi. Nell’introduzione viene detto che la versione apparsa su Il Giornalino era stata colorata dallo stesso De Luca, ma francamente non so come possa essere stato il risultato visto che queste tavole sono perfettamente complete così, in un bianco e nero pieno di effetti che, a seconda della necessità, donano loro un tocco di grottesco espressionismo oppure di realismo tridimensionale.
Oltre alle 84 pagine di fumetto completate questo volume offre anche 42 tavole ancora a matita: a parte le ultime, sono molto accurate e De Luca aveva già impostato anche il lettering, permettendoci così (ma con una certa fatica) di leggere il seguito della storia. Con la liberazione di Nicodemo si può dire che un secondo ciclo narrativo sia più o meno concluso e leggibile, mentre del seguito in cui comincia la predicazione del Cristianesimo in Giudea non restano che sei tavole.
Al di là della spettacolare parte grafica, I giorni dell’Impero è quindi soddisfacente anche dal punto di vista dei testi: le due trame principali sono perfettamente godibili.

domenica 9 febbraio 2020

Paulus

Gianni, Gianni, cosa mi hai combinato! Ahimè, preso dalla foga Brunoro nella prefazione ha ben pensato di rivelare il finale di Paulus in tutti i dettagli… saranno (saremo) poi così pochi quelli che non lo conoscevano? E va beh, a Lucca mi farò offrire un caffè se lo incontrerò.
Con Paulus si chiude un po’ un cerchio nella mia vita di lettore di fumetti, perché ricordavo distintamente che alle elementari un compagno di classe aveva portato qualche numero de Il Giornalino in cui veniva pubblicato e mi aveva molto colpito, ma non avevo mai avuto la possibilità di leggerlo. Figurarsi che mi ricordavo che era in bianco e nero. Finalmente il desiderio è stato soddisfatto e le aspettative non sono state deluse.
La storia è ambientata in un futuro remoto in cui l’universo, un unico Impero Galattico, è “pacificato” grazie all’intervento del SATS, un mefistofelico ibrido umano-computer che controlla tutto l’universo e detta le regole di comportamento. Sopra la casta dei Burocrati, degli androidi, dei robot e dei semplici cittadini ci sono i Primi Dirigenti, una sorta di ministri incaricati di seguire vari aspetti della politica e della società galattica. Paulus è uno di questi, il Primo Storico Galattico direttore del Pianeta-Biblioteca. In questo mondo futuribile i libri possono essere proiettati tramite la tecnologia disponibile ed è così che Paulus apprende delle vicende di Saulo di Tarso, fariseo acerrimo nemico dei primi cristiani che però proprio al Cristianesimo si convertirà diventando una pedina fondamentale per la diffusione della religione a Roma.
Paulus ammira dunque la vita di quello che diverrà San Paolo insieme al robottino Alter, che pare R2-D2 disegnato da Jacovitti e funge da coscienza del protagonista, e si stupisce delle molte analogie che intercorrono tra la sua vita e quella del predicatore. La corrispondenza pedissequa tra le vicende dei due personaggi (all’inizio Paulus dà consigli a un altro Dirigente su come sedare una rivolta simile a un episodio biblico, anche lui soffrirà di mal di testa esattamente nel momento in cui ne soffrirà Saulo, ecc.) viene comunque abbandonata presto per lasciare maggior margine di manovra allo sviluppo della storia. Paulus non si limita infatti a mettere in scena il “fumetto nel fumetto” della vita di San Paolo ma ha una sua trama e una sua cosmologia precisa da rispettare, per cui assistiamo anche ai contatti sempre più problematici di Paulus con il SATS (che gli ordina di eliminare proprio il documento che sta cercando) e alle trame del perfido Mavors, un altro Primo Dirigente geloso di Paulus. Per quanto il fumetto abbia un forte e voluto impianto didattico, o meglio agiografico, questo non pesa più di tanto, anzi quasi per nulla. Di per sé la storia è appassionante e alcune trovate sono anche piuttosto originali (il SATS che sceglie un sempre più riluttante Paulus per usare il suo corpo come prossimo ricettacolo della sua essenza): nulla di eclatante per chi abbia letto un po’ di fantascienza moderna, ma comunque lodevoli se pensiamo alla destinazione prima di questo fumetto. Purtroppo il technobabble è drammaticamente invecchiato, come sempre accade con la fantascienza, e sentir parlare oggi di «arma zeta» e di «cariche protoniche» fa un po’ sorridere.
Le tavole della “proiezione” dei vari reperti hanno una struttura fissa, con tre strisce in cui al centro c’è uno splendido dipinto a tempera di De Luca (comprensivo di balloon) e ai lati Alter e Paulus disegnati al tratto a fare un po’ da quinte teatrali e occasionalmente da commentatori. E fanculo allo storytelling, com’è giusto e sacrosanto che sia. Le altre tavole sono totalmente libere e già in apertura De Luca riprende ad esempio alcune soluzioni memori della Trilogia Shakespeariana. Inoltre le rare scene di lotta fisica o di battaglia stellare sono molto dinamiche ed efficaci. È probabile che a De Luca sia stata concessa la massima libertà nel visualizzare il mondo del futuro, e così ha creato degli alieni dalla fisionomia tanto rassicurante da diventare ridicola (Paulus era pur sempre pubblicato su Il Giornalino) ma che in alcuni casi hanno anche qualcosa di inquietante. I costumi sono molto originali, unendo elementi di tute spaziali ad altri dettagli di gusto precolombiano. Il SATS è un mostro biomeccanico terrificante e anche la scenografia in cui si trova trasmette un senso di inquietudine, con i “questuanti” costretti a rivolgersi a lui sospesi su un telone. I labirinti di archivi dell’Archivio Segreto del Settore Ypsilon danno veramente le vertigini, l’unica cosa che un po’ stona è l’abbigliamento di Mavors che contempla un assurdo casco da motociclista, che però nessun motociclista di buon gusto indosserebbe mai. Da quello che si può evincere dalle date poste in calce ad alcune tavole, De Luca ha impiegato due anni per realizzare Paulus e la cosa non mi stupisce visto che solo le vignettone/quadri sono più di 150, e non le ha certo tirate via. Anche il resto è curatissimo e se prestiamo attenzione agli sfondi ci accorgiamo che probabilmente non ha fatto ricorso alla fotocopiatrice nemmeno quando sarebbe stato lecito farlo. Probabilmente era questo il fumetto rivoluzionario di cui parlò nell’intervista su Fumo di China 22.
Nella postfazione Gianni Brunoro si fa parzialmente perdonare lo spoiler iniziale rivelando l’apporto a livello di ricerca (sottintendendo però che la sceneggiatura è da attribuire anche o forse solo a lei) di Renata Gelardini, una collaboratrice molto attiva e poco ricordata de Il Giornalino (e di molte altre testate) mentre Tommaso Mastrandrea ha ideato il soggetto.
Il volume è un bel cartonato stampato su una carta uso mano bella pesante, che non vanifica il tratto o i colori di De Luca. La qualità di stampa è praticamente perfetta e il fumetto in sé consta di ben 100 tavole. Sicuramente un acquisto consigliatissimo (costa 22,50 euro), ma non fate il mio errore: se non avete mai letto Paulus leggete la prefazione SOLO DOPO aver letto il fumetto. Per quanto si chiami prefazione…

giovedì 20 settembre 2012

Sorprese



Che Gianni De Luca fosse un genio non è una grande scoperta. Ma per quanto possa sembrare impensabile, di grandi scoperte la sua opera ne riserva sempre a ogni lettura. L’altro giorno ho acquistato un suo (e di Nizzi) fumetto per me sconosciuto: Il Diario di Gian Burrasca. Sin dalle prime pagine ho trovato semplicemente sublime come De Luca sapesse declinare la grammatica e le regole del fumetto in modi sperimentali ma per nulla leziosi (anzi estremamente narrativi), e soprattutto come sapesse piegare le esigenze e le convenzioni del fumetto al suo personale modo di raccontare per immagini.
Ci troviamo di fronte a un (raro?) De Luca dal tratto umoristico, che dipinge i suoi personaggi con nasi e mani enormi e che taglia i vestiti come se le scarpe fossero la loro naturale continuazione.
L’unità minima significante del fumetto, la vignetta, viene gestita in maniera superba. I bordi in alto e in basso, e talvolta anche quelli laterali, diventano con grande naturalezza dei contorni vitruviani a cui i personaggi, quasi fossero consapevoli della loro esistenza, si appoggiano e usano come proscenio.
L’utilizzo di linee rette parallele ai contorni delle vignette è un altro strumento usato con maestria da De Luca e per quanto possa sembrare strano persino il suo lettering così personale e invasivo (i balloon geometrici e non tondi, con quei grossi filatteri spezzati come folgori) diventa occasionalmente un elemento quasi diegetico, un pezzo di scenografia non solo decorativo con cui i personaggi interagiscono.
Ciò detto, è strabiliante la quantità di informazioni che De Luca riesce a inserire in ogni vignetta pur mantenendo sempre una sobria ed elegante sintesi.
L’apoteosi di questa capacità si ha nella vignetta immediatamente successiva allo scatto della fotografia nel primo episodio: con pochi tratteggi viene delineato nello sfondo l’ambiente altoborghese in cui è ambientata la storia, la postura del padre ci dice quanto sia tronfio e gli sguardi delle sorelle quanto siano vanesie. Ma soprattutto possiamo ammirare come Gian Burrasca (unico elemento mobile di un quadretto basato tutto sulla fissità delle figure) anticipi con il semplice movimento del cappello e il sorrisino appena visibile la burla della pagina successiva.
In quella singola vignetta abbiamo l’applicazione concreta di due delle tecniche che De Luca padroneggiava alla perfezione, l’uso del recadrage e l’accumulo di piani prospettici diversi. I contorni molto marcati di alcune figure servono appunto a creare la profondità voluta e a guidare il lettore nella direzione voluta dal disegnatore.
Questa edizione della Black Velvet mi sembra ottima. L’assenza del colore, per quanto diminuisca un po’ l’effetto del gag degli animali dipinti, permette di gustarsi ancora di più il tratto di De Luca. Parliamo inoltre di ben 88 pagine (a integrazione del fumetto, un testo su Vamba di Gorla e Rossi) su carta ad alta grammatura e di un volume cartonato, il tutto per soli 11,90€. Veramente notevole inoltre la cura grafica, per cui sui risguardi abbiamo una pinacoteca di ritratti dei personaggi che compaiono nella storia, un tocco di classe (sono diversi l’uno dall’altro) che dona una piacevole sensazione à la Tintin.
Cosa fondamentale, la qualità di stampa è praticamente ineccepibile. Solo rarissimamente qualcuno dei tratteggi più fini degli sfondi o delle giacche si confonde nel tremolio o nell’accozzaglia di puntini a cui altre (troppe) pubblicazioni ci hanno abituato in questi ultimi anni, ma bisogna veramente aguzzare la vista per notare questi difetti che comunque sono limitati a quelle poche tavole di cui, immagino, non era possibile partire dagli originali per la stampa. Altro che gli scempi che vediamo quotidianamente...