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sabato 25 luglio 2026

All-Star Superman

Anni fa ne avevo trovato i numeri 6 e 7 originali a prezzi stracciati in una fumetteria, e da quella lettura parziale avevo intuito che questa maxiserie fosse bella impegnativa con tanto di viaggi nel tempo, personaggi che ritornano, un fitto ordito di Superman alternativi e quindi insomma una trama molto, molto complessa. Adesso che l’ho letta tutta mi rendo conto che non era affatto così.

La saga comincia ex abrupto con Superman che interviene per salvare una spedizione scientifica sul sole (Dottor Quintum, chi era costui?). Riceve così una radiazione eccessiva di raggi solari che lo rendono ancora più potente ma al contempo lo condannano a morte non potendo gestire a lungo tutto quel surplus di energia. Si tratta di una macchinazione di Lex Luthor, a sua volta prossimo a essere giustiziato.

Da lì in poi All-Star Superman è una cavalcata tra gli elementi distintivi del personaggio, non risparmiandosi (anzi, abbondano) quelli più ridicoli che immagino tratti dai frivoli e fanciulleschi anni ’50 e ’60: quindi accanto ai Kent, alla Zona Negativa e alla Città in Bottiglia sfilano Lois Lane coi superpoteri per un giorno, un’invasione di uomini-dinosauro dal centro della Terra, versioni pittoresche di Superman tra cui il Sansone biblico, una contro-Terra cubica, un computer-sole vivente…

Non manca qualche collegamento tra i singoli episodi (il settimo e l’ottavo sono proprio un’unica storia) ma la complessa stratificazione che immaginavo, e che lasciavano intendere tutti i dettagli sparsi qua e là, non c’è affatto. E d’altra parte con un’attesa di anche sei mesi (!) tra un capitolo e l’altro il lettore non poteva certo ricordarsi di eventi o personaggi che poi avrebbero assunto un significato più avanti. C’è solo un blandissimo riferimento alle dodici fatiche che Superman dovrebbe portare a compimento prima di morire, ma tendono comunque a rimanere sullo sfondo. Il finale credo sia lasciato alla libera interpretazione del lettore, in ogni caso non ho avvertito l’urgenza di ragionarci troppo sopra.

Per quel che riguarda i disegni, più passano gli anni e meno mi capacito di come ci fu un tempo in cui alla gente (un po’ anche a me, ammetto) piacevano le caricature sproporzionate di Frank Quitely, qui peraltro avaro di sfondi se non in rari casi selezionati. E non è che gli inchiostri digitali e i colori di Jamie Grant aiutino molto, anzi.

Non mi pare proprio il lavoro migliore di Morrison, per quanto vi affiori la vena giocosa e sopra le righe con cui tratta i supereroi a differenza di altri colleghi che si prendono troppo sul serio. Ma il Jimmy Olsen modaiolo/queer e la nipotina emo di Lex Luthor poteva risparmiarceli. Sempre che non siano le ennesime citazioni da vecchie storie di Superman che non conosco, ovviamente.

venerdì 26 gennaio 2024

Seaguy

E così, dopo anni (decenni?) dall’uscita del primo volumetto edito dalla mai abbastanza rimpianta Planeta DeAgostini scopro come va a finire questa balzana storia di un Grant Morrison particolarmente flippato.

Il protagonista è un volenteroso ragazzone che si accompagna a un tonno volante ed è vestito con una muta da sub, da cui il nome. Vorrebbe vivere un’avventura, ma da quando un gruppo di (super?)eroi ha eliminato l’ultima minaccia globale non ci sono più pericoli e quindi passa il suo tempo a giocare a scacchi con la morte daltonica e a spasimare dietro una guerriera barbuta e inavvicinabile. E come il resto della popolazione anche lui visita regolarmente il parco giochi di Mickey Eye, dove la disperazione e l’orrore hanno sostituito il divertimento. Poi però sulla Terra cominciano a cadere dei pezzi di luna con iscritti dei geroglifici egizi, mentre viene lanciato sul mercato un nuovo cibo simil-Spam, lo Xoo, che si rivela essere una forma di vita senziente. Per aiutare la creaturina, Seaguy si imbarca finalmente in un’avventura: visiterà Atlantide e poi la luna.

Il gioco di Morrison (oltre a buttare lì situazioni grottesche) è quello di corrompere progressivamente questo mondo di apparente innocenza infantile con situazioni sempre più inquietanti se non proprio drammatiche. Cameron Stewart ai disegni asseconda questa scelta rendendo progressivamente più realistico e dettagliato il suo stile, inizialmente più morbido.

A suo tempo il “finale” mi aveva lasciato un po’ di amaro in bocca, sia perché il povero Seaguy ne usciva male, sia perché la storia non era proprio del tutto conclusa lasciando aperta la possibilità di un seguito che poi non so se la Planeta DeAgostini effettivamente pubblicò. Quindi l’ho letto adesso: è una seconda miniserie di tre numeri come la precedente.

Seaguy non riesce ad adattarsi alla sua vita e al nuovo animale di compagnia che gli è stato affibbiato e che lo spia per conto di Mickey Eye. Finisce in manicomio dove viene salvato da un gruppo di nuovi eroi che si ispirano a lui e che per proteggerlo gli danno una nuova surreale identità spagnoleggiante. Ma (come poi si vedrà in The Filth, Nameless, Seven Soldiers of Victory e come d’altra parte era già successo in The Mystery Play) le cose non sono come sembrano. Finale prevedibile pur con una vaga punta di cinismo che gli evita la banalità più totale.

Difficile dire quale sia migliore (o peggiore), se la prima parte ostentatamente bizzarra e inconcludente o la seconda sin troppo lineare e con la spada di Damocle del supereroismo che si affaccia sin dall’inizio.

A deludere sono di certo i disegni di Cameron Stewart, decisamente virati sul caricaturale con un’inchiostrazione rozza e affrettata e semplificazioni anatomiche indegne della miniserie precedente, di soli 5 anni prima. Il suo cognonimo Dave ai colori rincara la dose con una certa pacchianeria (Peter Doherty aveva fatto un lavoro meno invasivo, pur se anche lui pagava pegno all’entusiasmo per gli effettacci della colorazione digitale di inizio anni 2000).

Nel complesso Seaguy mi pare un lavoro decisamente minore nel corpus delle opere di Grant Morrison, anche se va riconosciuto un certo coraggio nel parodiare in maniera così truce l’industria Disney colpevole di seguire il profitto a ogni costo e “rincritinere i bimbi” per dirla col Pippo di Andrea Pazienza.

venerdì 18 marzo 2022

Proctor Valley Road

È il giugno del 1970 a Chula Vista, vicino al confine col Messico, e l’adolescente August vorrebbe andare a vedersi il concerto di Janis Joplin insieme alla cugina Rylee e alle altre sue amiche. Ma non hanno un soldo e così per tirare su qualche dollaro si inventa un tour dell’orrore sulla strada di Proctor Valley. Se poi i loro compagni di scuola accettano solo perché sperano di combinare qualcosa con loro, l’importante è che paghino. Il “tour” non va come previsto e accadono degli avvenimenti sovrannaturali in cui i maschi spariscono. È il periodo della guerra del Vietnam e le ragazze sono accusate di favoreggiamento nella diserzione dei ragazzi spariti. Indagando su quella strada maledetta, che a quanto pare lo è davvero, August e compagnia saranno a loro volta vittime di strani fenomeni, fino a scontrarsi con la vera causa dei fenomeni.

In questo fumetto di Grant Morrison c’è poco o nulla, il che per alcuni potrebbe pure essere un pregio. Si tratta semplicemente di una storiellina horror mista a un vago romanzo di formazione, condita di elementi pop che faranno felici i lettori più attempati ma che diranno poco a chi non è stato bambino in America negli anni ’70. Il mistero del posto in cui nessuno può morire si è già visto altre volte e il mostro alla base della storia non è molto affascinante, anzi un po’ ridicolo. E il finale è un tripudio di buoni sentimenti. A volte i dialoghi sono prolissi e la storia è molto lineare, per cui credo che buona parte dei testi si deva ad Alex Child. Le quattro protagoniste sembrano essere state create per soddisfare più fette di pubblico possibili: August (carina) soffre per l’abbandono del padre, Rylee è sovrappeso, Cora è una messicana nictofoba e Jennie una ragazza di colore che sogna di fare l’astronauta. August è una discreta ribelle e le ragazze fumano, né mancano riferimenti a droghe varie, ma il sesso (figuriamoci!) è del tutto assente.

Un fumetto assolutamente trascurabile, in cui il nome di Morrison serve evidentemente solo a spacciare una storia banalotta e consolatrice. E in ogni caso i disegni cartooneschi di Naomi Franquiz sono del tutto inadatti per un fumetto horror.

lunedì 27 dicembre 2021

Klaus 2: Le nuove avventure di Babbo Natale

A Natale tutti diventano più buoni. Tranne i comic book.

Battute (battute?) a parte, poteva andare peggio. Questi tre episodi del Babbo Natale supereroe fantasy ideato da Grant Morrison pescano nel folklore e nel mito per imbastirci sopra delle sequenze adrenaliniche da blockbuster, con tanto di messaggini per i più piccoli.

Nel primo episodio Santa Klaus torna sulla Terra dopo un esilio di decenni sulla luna e viene coinvolto nel rapimento di due bambini da parte della Strega dell’Inverno, risvegliatasi per rimpossessarsi del mondo che le è stato tolto con il progressivo aumento delle temperature. Per mettere a frutto il suo piano usa un esercito di marionette viventi create nientemeno che dal Geppetto di Pinocchio, che fu allievo di Babbo Natale. La storia è nobilitata da riferimenti alla cultura nordica, né manca un po’ di ironia, ma tendenzialmente l’azione si svolge troppo rapidamente, con sequenze che si esauriscono anche nell’arco di una sola tavola. Sembra appunto una sceneggiatura da blockbuster riciclata per il fumetto.

La seconda storia, nonostante il titolo originale faccia pensare a una parodia dei crossover DC (Klaus and the Crisis in Xmasville) è in realtà una satira del consumismo, non a caso ambientata negli anni ’80, che riprende un indizio seminato nell’episodio precedente: la diatriba legale tra Klaus e la Pola-Cola. Il rampollo della famiglia produttrice della bevanda vuole riprenderne la produzione, e scopre così dal nonno morente un diabolico piano dell’azienda della bibita per impossessarsi del concetto stesso di Natale con l’aiuto di alieni a cui vendono bambini umani (che privano della loro immaginazione) in cambio di armi. Klaus affronta la sua controparte malvagia, quindi forse un malizioso riferimento alle Crisis DC c’è.

Da notare i colori, che non sembrano elaborazioni digitali ma veri acquerelli (o ecoline, o acrilici liquidi, o tempere, o quello che sono).

Col terzo episodio torniamo a temi e atmosfere più canonici, ovvero per nulla canonici ma senza sottotesti satirici: Klaus deve fermare degli invasori marziani che a suo tempo avevano portato al Ragnarok e allo sterminio degli dei norreni. Anche stavolta c’è un incontro, anzi un vero team-up, con altre figure archetipiche che contribuirono a creare il mito di Babbo Natale. Il tutto con la sottotrama di un pupazzo di neve che non ricorda chi è ma che sarà fondamentale per risolvere la situazione e dare un tocco lacrimevole al fumetto.

I disegni di Dan Mora non sono male, ricordano un po’ Chris Sprouse, ma purtroppo indulge nel caricaturale ben oltre il mio gradimento. Cosa che può anche andare bene per i vari mostri che sfilano in queste pagine, ma molto meno per le figure umane.

Questo secondo volume di Klaus è caratterizzato molto più del primo dalla pazzerella fantasia di Morrison e dalla sua attenzione per i miti, inoltre i rimandi tra un episodio e l’altro (nel secondo si accenna all’invasione marziana del terzo come nel primo alla causa con la Pola-Cola del secondo) fanno pensare che ci sia un disegno complessivo sottostante. Tirando le somme, un totale di una storia interessante e mezza su tre ha giustificato la lettura.

martedì 25 agosto 2020

Wonder Woman Anno Uno volume 1

Reboot o elseworld di Wonder Woman uscito, da quanto ho capito, direttamente in volume.
Dopo un incipit che ci mostra la potenza e la filosofia delle amazzoni comincia la storia che altro non è che un lungo processo alla protagonista, colpevole di essersi mescolata al mondo degli uomini e avere così rivelato l’esistenza della loro Isola Paradiso. Quella che ci viene mostrata è una Diana ribelle e irrequieta, incuriosita dal mondo degli uomini che la madre Ippolita spia attraverso un televisore/specchio magico che avrà un ruolo importante nella vicenda. Come ogni anno si avvicinano i Giochi, a cui Diana non può partecipare, almeno non come concorrente, a causa delle sue doti fisiche superiori, visto che è stata creata a partire dall’argilla (o così le ha detto sua madre). Nel corso delle celebrazioni trova il pilota statunitense Steve Trevor, precipitato sulla loro isola, e questo innesca la serie di eventi che porterà alla storia di Anno Uno.
Grant Morrison scrive mescolando elementi del mondo classico ellenistico, ipertecnologia surreale e il consueto amore per il mondo kitsch dei supereroi: divertente la battuta dello Steve Trevor delirante che (visto com’è vestita Wonder Woman) crede di trovarsi a Rio per il carnevale, ma la figura di Elizabeth Candy, forse parodia di Mama Cass, mi è sembrata meno azzeccata.
Yanick Paquette, colorato da Nathan Fairbairn, è molto bravo a disegnare gli animali, i panorami, gli sfondi neoclassici, gli interni e gli aggeggi tecnologici: non sembra nemmeno un fumetto di supereroi se non fosse che i pochi maschi di rilievo sono esageratamente pompati come da tradizione. E il suo più evidente cavallo di battaglia, la figura femminile, è disegnato in maniera stereotipata: anche quando ha evidentemente fatto un lavoro di ricerca per trovare le espressioni giuste, le sue donne hanno tutte pose da pin up a volte artefatte e fuori contesto, e finiscono addirittura per assomigliarsi persino se appartengono a etnie diverse. Miliardi di volte meglio di tanti suoi colleghi, ma si arriva alla fine un po’ nauseati da tanto glamour.
Non credo che Wonder Woman Anno Uno ambisca a essere un capolavoro, più che altro è un divertissement con cui Morrison ha voluto riallacciare i fili della continuity del personaggio (così credo di aver capito) e omaggiare l’aspetto più giocoso del genere supereroico, come spesso fa. Qualche estimatore lo troverà di certo.

domenica 17 dicembre 2017

Klaus

Una delle ultime bizzarrie fumettistiche di Grant Morrison ha un incipit decisamente originale: narrare la storia delle origini segrete di Babbo Natale. Con la cultura esoterica di Morrison poteva venirne fuori qualcosa di interessante se non addirittura istruttivo. Ma così non è stato.
Klaus torna a Grimsvig in occasione della festività invernale dello Yule, ma scopre che il villaggio è diventato una dittatura oppressiva e corrotta in cui ai bambini vengono persino requisiti i giocattoli, fossero anche semplici pietre. A reggere Grimsvig c’è un grottesco triumvirato formato dal viscido Lord Magnus, dall’apatica Lady Dagmar e dal loro figliolo Jonas che è costantemente insoddisfatto da tutto e in special modo dal plastico della città che ogni anno in questo periodo gli viene donato. Gli uomini che non prestano servizio nella guardia cittadina sono praticamente schiavi che devono lavorare nelle miniere per ricavare quantità assurde di carbone.
Il proto-Babbo Natale di Morrison (che ha un’origine simile a quella di Ariane de Troïl) è una specie di supereroe un po’ barbaro e un po’ sciamano, a cui riescono le imprese più inverosimili anche grazie alla lupa gigante che lo accompagna e al contatto col mondo fatato a cui attinge quando suona il flauto. Il tono è contemporaneamente fiabesco e sopra le righe, un action movie fracassone vagamente basato sul folklore, calibrato oltretutto per essere fruibile da un vasto pubblico: delle rarissime morti si vedono ad esempio solo i dettagli (oppure sono “fantasy” e poco realistiche) e anche le battute, per quanto efficaci, sembrano adatte a un film per famiglie.
I possibili riferimenti alle origini pagane del Natale e al misticismo della Runa della Gioia affogano presto nell’azione più concitata e frenetica (e anche un po’ inverosimile in certi passaggi della seconda metà, coi personaggi che sembrano teletrasportarsi in un lampo da un posto all’altro), con delle sequenze risolte in maniera molto banale e scontata.
Poco può fare per rimpolpare un po’ la trama un demone, con tutto il suo portato simbolico solo accennato, che potrebbe essere stato alla base di tutto.
I disegni di Dan Mora sono dignitosi ma non entusiasmanti, a metà strada fra John Romita Jr. e un disegnatore decente, con vari inserti deformed mangheggianti per assecondare il tono della storia. Mora ha realizzato anche i colori, in maniera non disprezzabile.
In definitiva mi sembra che questo Klaus sia un’occasione mancata, o forse il riciclo di una sceneggiatura pensata per il cinema (il che giustificherebbe le spacconate e le banalità), comunque non degno della confezione con cui la Panini l’ha presentato, ovvero un cartonato che costa ben 19 euro. Il prezzo è più che giustificato per le caratteristiche cartotecniche del volume, ma è il fumetto in sé che avrebbe meritato una destinazione ben più economica. Ma immagino che alla Panini abbiano voluto comprensibilmente capitalizzare sull’incombente Natale.

domenica 23 aprile 2017

Nameless - Senzanome

Questa storia si sviluppa intrecciando due trame speculari, che potrebbero essere una la metafora dell’altra, ma che si basano sullo stesso antefatto: eoni fa, angeli e demoni si fecero guerra e pur avendovi posto fine creando il nostro universo, lasciarono involontariamente in giro un pezzo di un’arma mistica che agli occhi umani sembra un asteroide.
Il Senzanome del titolo viene ingaggiato dall’equipe del multimiliardario Paul Darius per scongiurare l’imminente impatto dell’asteroide Xibalba sulla Terra, che avrebbe anche conseguenze mistiche e non solo fisiche (Senzanome è infatti un occultista e per questo è stato integrato al gruppo). L’asteroide però contiene “qualcosa” che infetterà la squadra.
O forse Senzanome è stato scelto per far parte di un gruppo di tredici persone che durante una seduta spiritica affrontano la minaccia cthulhoide che già ha fatto impazzire un uomo (e anche stavolta finiranno male).
Il tutto viene intrecciato a vaghissimi accenni al passato di Senzanome (con tanto di seduta psicanalitica) e a una sottotrama da cui emerge la figura della Dama Velata contro cui si batte Senzanome.
Francamente non ci ho nemmeno provato a trovare una chiave di lettura per questo fumetto, così come le nebulose teorie avanzate da Morrison per me rimarranno solo un elemento di colore (e d’altronde le tradizioni e le culture da cui attinge sono troppo variegate per volerci vedere veramente un disegno unitario, oltretutto i numeri degli Arcani Maggiori sono pure sbagliati): Nameless è un fumetto appassionante e coinvolgente come pochi, con sequenze molto ben architettate dal ritmo praticamente perfetto e in cui la suspense è gestita in maniera impeccabile. Anche i dialoghi sono molto ben scritti, e nella prima parte anche divertenti – mentre la seconda è più tetra. Tutto l’apparato mistico e metaforico offre solo qualche bizzarra pennellata in più e a me va benissimo così.
Simpatiche, poi, le didascalie con i commenti dello stesso Senzanome, che mi hanno ricordato un po’ l’ultimo episodio di Multiversity con i finti post autocritici di Morrison.
Purtroppo i disegni di Burnham, per quanto molto più validi di quelli di tanti altri suoi colleghi d’Oltreoceano, non sono del tutto convincenti. Su una base vagamente deformed che ricorda Frank Quitely, il disegnatore applica dei furibondi tratteggi e delle pennellate che mi hanno ricordato la sporcizia delle tavole di Darick Robertson. Per quanto accettabile, poi, la qualità di stampa della saldaPress non è sempre perfetta e questo penalizza ancora di più il reparto grafico. Niente di drammatico, comunque: come ho detto, si vede ben di peggio tra i disegnatori statunitensi, e non si può pretendere che a collaborare con Morrison siano sempre e solo le eccellenze.
Veramente un fumetto piacevole, insomma, che ha anche il pregio di concludersi in questo volume (anche se un seguito potrebbe essere possibile e forse già in lavorazione).

lunedì 7 dicembre 2015

Zenith Fase Quattro

Termina col botto, e in technicolor, la saga di Zenith. Questo ciclo comincia in media res con il diario/saggio di Michael Peyne che riassume gli eventi che hanno portato all’apocalisse in cui è ambientato. Peyne, progettista dei superuomini, è stato risparmiato alle conseguenze della presa di potere delle nuove entità che governano il mondo e gli è stata offerta l’occasione inusitata di ringiovanire invece che invecchiare, unico umano sopravvissuto alla mattanza definitiva.
Mentre Zenith discute col suo manager del look da adottare per sfruttare al meglio i vari revival che periodicamente investono la moda, si compie la fase finale del Progetto Horus e una nuova umanità soppianta quella precedente. Meglio non entrare troppo nel dettaglio: aggiungo solo che tornano i Lloigor e tornano anche i supereroi visti in precedenza.
La storia procede in maniera elegante, razionale, coinvolgente e persino divertente, e alla fine si conclude con un mcguffin molto azzeccato. Peccato che i riferimenti satirici all’Inghilterra dell’epoca non siano del tutto alla portata del lettore italiano, e che la vicinanza temporale (si era nel 1992) renda certi elementi di contorno come i nomi delle band meno mitici dei riferimenti precedenti per chi li ha vissuti, ma probabilmente sono solo impressioni mie. Alla fine credo di poter dire che Zenith è proceduto in crescendo e questo ultimo volume è stato proprio un piacere da leggere, tanto che persino i disegni di Steve Yeowell mi sono sembrati quasi accettabili. In occasione del gran finale tutti i capitoli che compongono questo ultimo ciclo sono stati colorati da Gina Hart, cosa che ha portato notevole beneficio a Yeowell ma che però ha reso la qualità di stampa meno buona. Non che me ne lamenti, è pur sempre Yeowell.
Dove Yeowell ha dimostrato di essere ben più che accettabile e anzi decisamente maturato è in Zzzzenith.com, una storia breve del 2000. Purtroppo in questo frangente è stato Morrison a deludere un po’ le aspettative imbastendo una satira poco chiara che in alcuni frangenti mi ha fatto venire il dubbio che la Panini avesse invertito l’ordine di pubblicazione di alcune tavole.
In appendice, oltre alla consueta gallery, ci sono un racconto di Mark Millar illustrato da Simon Coleby (molto simpatico, anche se traspare quanto Millar all’epoca della stesura, 1990, fosse ancora un po’ acerbo) e una lettura critica della saga a opera di Antonio Solinas. Quest’ultima, illuminante e azzeccatissima sotto molti aspetti, non mi trova d’accordo su altri: secondo me Grant Morrison fece di necessità virtù e adottò molto bene una scansione su cui non aveva facoltà  imposta dalla redazione di 2000 A.D., altro che imporre un suo ritmo basato sulla musica punk. E i dialoghi e le situazioni divertenti non mancano nemmeno in questo ultimo volume.
Zenith in definitiva è stato una bellissima (ri)scoperta tanto che non rimpiango di averlo pagato a prezzo pieno senza aderire alla promozione della Panini.

domenica 29 novembre 2015

Multiversity 9

E finalmente siamo arrivati al capolinea.
L’aspetto più desolante di questo ultimo episodio è che tutto si risolve con una lunghissima e noiosa scazzottata.
L’aspetto più desolante di Multiversity nel suo complesso è che questo ultimo episodio è comunque il migliore della serie. Tutte le potenzialità che aveva questo progetto sono sfumate davanti a una conclusione che non è una vera conclusione ma solo un ennesimo rilancio o tutt’al più, a voler essere buoni, una riflessione sulla deriva dei comic book, oltretutto con un twist finale che ricorda da vicino la rivelazione di una stagione di John Doe – ho letto solo il primo numero di John Doe ma da qualche parte ho saputo chi erano le “alte sfere” a cui doveva rispondere il protagonista.
Difficile consolarsi con l’elevata qualità dei disegni di Multiversity (in questo nono episodio è tornato Ivan Reis) perché la qualità di stampa della RW Lion è quella che è.
Buoni i redazionali di Riccardo Galardini. Almeno quelli.

venerdì 6 novembre 2015

Annihilator 1-6 (col cofanetto)

A rileggere la recensione che avevo dedicato ai primi due capitoli l’anno scorso, Annihilator non mi aveva entusiasmato – forse anche per la prospettiva di non sapere se e quando ne avrei letto il seguito. Adesso che l’ho letto tutto di fila e col suo bel cofanetto-raccoglitore credo di poter dire che, al di là degli spettacolari disegni di Frazer Irving, è un prodotto simpatico e nulla di più, confezionato da un Grant Morrison sicuramente non al top dell’ispirazione che si affida a trucchi del mestiere già abbondantemente collaudati.
Ricapitolando: Max Nomax è in fuga dal suo universo dove è stato rinchiuso nella prigione di Dis mentre nel nostro mondo lo sballato sceneggiatore cinematografico in disarmo Ray Spass si ritrova un tumore inoperabile nel cervello. Con un ardito impeto metanarrativo (Spass sta appunto scrivendo la storia di Nomax per un nuovo film) le esistenze dei due si incrociano e viene rivelato che in realtà il tumore è un “proiettile di informazioni” che Spass deve liberare per spiegare a Nomax come è riuscito a fuggire e come continua la sua storia.
Dal terzo episodio in poi la storia diventa un romanzo on the road visto che i due protagonisti devono fuggire inseguiti dall’implacabile Makro e nella loro fuga raccatteranno anche Luna Kozma, ex di Spass ancora traumatizzata dal passato rapporto con lo sceneggiatore. Luna servì da modello per Olympia, la donna (che proprio una donna non è, come verrà rivelato) amata da Nomax, primo stimolo alla sua ambizione di sconfiggere la morte e quindi motore della storia.
Le due vicende, quella “reale” di Spass con Nomax e la fiction nella fiction, proseguono parallele aprendosi a nuove prospettive e introducendo vari colpi di scena. Ovviamente, dato il suo carattere fantascientifico in cui tutto è possibile, la storia fittizia di Nomax è quella in cui si accumulano più sorprese e rivelazioni. Ma, a parte un brusco ribaltamento di ruoli, niente di quello che si legge è poi così rivelatore o sconvolgente, tanto più che Morrison scrive a chiare lettere che quello che ha voluto fare è stato dimostrare quanto bene padroneggia le regole delle sceneggiature cinematografiche.
Non mancano dialoghi brillanti, sequenze divertenti e (a volere stare al gioco) trovate fantasy-mistiche abbastanza carine, ma Annihilator non rientrerà sicuramente tra i fumetti migliori che ho letto nel 2015. Sempre meglio di Multiversity, comunque.

domenica 4 ottobre 2015

Zenith Fase Tre

Si è fatto attendere (che non sia stato poi questo grande successo per la Panini?) ma ne è valsa la pena. Questo terzo volume di Zenith è ancora meglio dei precedenti.
Come già anticipato nello scorso numero, Zenith si trova coinvolto in un guaio di dimensioni multiversali: i Lloigor lovecraftiani sono tornati e con meticolosa malvagità si sono impossessati dei corpi dei superumani di quasi tutte le realtà alternative, assicurandosi così una facile vittoria su tutte le altre forze in gioco nei singoli mondi e quindi il dominio incontrastato di quegli stessi mondi. Possono quindi puntare a qualcosa di ancora più grosso.
Non tutti gli eroi, però, sono ancora caduti e il Maximan di Alternativa 23 (quello “originale” del mondo di Zenith era morto durante la Seconda Guerra Mondiale) ha imbastito un esercito di supereroi da tutte le realtà alternative per distruggere il piano di dominazione totale dei Lloigor, che si concretizzerà una volta avvenuto l’“allineamento” delle varie terre: per farlo bisognerà inviare delle squadre di eroi a distruggere gli interi universi 666 e 257.
Il riluttante e strafottente Zenith fa parte del manipolo destinato ad Alternativa 257.
Ora, salvare l’intero multiverso non è certo una cosa facile di suo e a complicare le cose interverranno sorprese spiacevoli e rivelazioni inaspettate.
La saga procede incalzante e con un ottimo ritmo, io sono rimasto incollato alle pagine nonostante la lunghezza di questa trama che si dipana su una trentina scarsa di capitoli. Dalla seconda metà del tomo in poi c’è forse qualche divagazione che rallenta la lettura, ma bisogna anche considerare le necessità di Morrison che doveva infarcire le consuete 4-5 tavole settimanali (formato-capestro che pochi sceneggiatori sanno gestire efficacemente) di elementi che facessero avanzare la trama principale più altri che sviluppassero le sottotrame e rilanciare il tutto con idee nuove.
I dialoghi, soprattutto nella prima parte quando il protagonista è più presente sulla scena, sono spumeggianti e la battuta finale sul presunto “sacrificio” del protagonista mi ha fatto ridere di gusto.
Questa Fase Tre offre oltretutto il piacere aggiuntivo di vedere una carrellata di supereroi inglesi e di farsi una cultura in merito. Alcuni saranno pure stati inventati da Morrison, ma almeno il robot Archie e Steel Claw sono realmente esistiti (del primo ricordo che anche la figlia di Moore diede una sua versione, del secondo la RW Lineachiara ha ripreso il testimone della pubblicazione italiana dalla Planeta DeAgostini). La scena che apre il quinto capitolo mi sembra debitrice di quella analoga che compariva in Marvelman/Miracleman ma forse è una coincidenza.
Spiace dirlo, ma forse il migliore Grant Morrison era questo e non ha saputo ripetersi allo stesso livello, pur se ha realizzato altre cose buonissime o eccellenti. E purtroppo Multiversity non rientra in nessuna delle due categorie.
Come al solito, la parte più debole di Zenith (l’unica parte debole) è quella grafica. Forse pressato dalle scadenze o inebriato dal successo Steve Yeowell schematizza ancora di più le sue vignette. Magari come illustratore sa fare cose accettabili, ma il fumetto non è proprio il suo campo. La glaciale stilizzazione delle sue figure ne rende difficile il riconoscimento e in più di un’occasione ho addirittura sentito la necessità di avere una didascalia che mi spiegasse cosa diavolo veniva rappresentato nei disegni – ma per quanto necessaria, una cosa del genere sarebbe stata contraria allo spirito con cui veniva realizzato Zenith. Nei campi lunghi, poi, Yeowell rende indistinguibili tra di loro i personaggi, che in quell’accozzaglia di trattini e campiture non si capisce più nemmeno se sono maschi o femmine. Gli elementi distintivi dei costumi, inoltre, li disegna solo nei dettagli  e nelle inquadrature molto ravvicinate e comunque non è che siano poi di grande aiuto visto che, ad esempio, si dimentica di disegnare la S che dovrebbe campeggiare sul petto di uno di loro.
Al di là delle questioni estetiche mi è sembrato che Yeowell fosse veramente di fretta e abbia tirato via in più di un’occasione: la scena di massa che dovrebbe stupire il lettore per la folla oceanica di supereroi chiamati a raccolta risulta invece assai scarna e povera.
In appendice una storiellina lisergica disegnata (vivaddio) da Jim McCarthy. Niente di memorabile, soprattutto in considerazione della qualità della saga portante, ma probabilmente per l’epoca era qualcosa di originale e innovativo.

giovedì 7 maggio 2015

Zenith Fase Due



Continua nel solco tracciato dal primo volume la saga di Zenith: testi molto stuzzicanti e disegni bruttini (poco meno che inguardabili se visti dopo il Caravaggio di Manara).
Questa Fase Due carbura però lentamente e il mio affettuoso pensiero va ai lettori della rivista 2000 AD che all’epoca dovettero leggersi la storia serializzata in maniera terribilmente diluita: fino al capitolo 6 si tratta solo di una lunga introduzione.
Stavolta Zenith deve vedersela con un ricchissimo magnate megalomane (ma spinto da buone intenzioni, si giustifica lui) che minaccia di distruggere Londra e ha sul libro paga il creatore dei superumani inglesi. La trama principale è però solo parte del succo di questa Fase Due perché viene messa sul fuoco un bel po’ di altra carne, ovvero la minaccia dell’Omniedro (con le relative realtà alternative) e la figura di Chimera che purtroppo viene portata in scena per poi essere eliminata con eccessiva fretta.
Semplicemente geniale l’idea, su cui anch’io ho riflettuto più di una volta, che dominare il mondo dev’essere una colossale rottura di palle più che una conquista – ragionamento con cui lo scazzatissimo protagonista salva la situazione.
Forse il Morrison migliore è proprio questo: molte trovate originali e tanto umorismo (qui prende addirittura in giro gli animalisti più intransigenti, prima di diventarlo a sua volta in Animal Man). Di fronte all’inventiva di cui ha dato prova in questa occasione, supportata dal ritmo frenetico delle 5/6 pagine a puntata, anche la sua tanto celebrata Doom Patrol sembra un’accozzaglia di puttanate tirata troppo per le lunghe.
In appendice il volume propone un episodio fuori serie pubblicato in origine su uno Winter Special della rivista 2000 AD, disegnato (vivaddio) da un ruspante Manuel Carmona molto più piacevole del gelido Yeowell.
La Fase Uno di Zenith aveva ovviamente tra i suoi pregi l’effetto novità, eppure nel complesso trovo che questo volume non abbia perso smalto al confronto e sia pienamente all’altezza del precedente. E anche meglio di Multiversity, tra le altre cose.

martedì 24 marzo 2015

Zenith Fase Uno



Con una campagna pubblicitaria piuttosto decisa e un escamotage promozionale inedito e un tantinello ricattatorio ha cominciato a comparire la ristampa dell’opera seminale che diede visibilità a Grant Morrison e ne lanciò la carriera.
Proprio a causa dell’escamotage di cui sopra (l’abbonamento a tutti e quattro i volumi a scatola chiusa per usufruire di uno sconto del 15%), che mi ha fatto subodorare la fregatura, nutrivo qualche dubbio su questo “capolavoro perduto” dell’autore di Invisibles ma invece Zenith si è rivelato un felice acquisto.
Nell’Inghilterra del 1987 esiste un unico supereroe ancora dotato di poteri, almeno ufficialmente: l’edonista e menefreghista rock star Zenith, tutto preso dalla sua carriera e dai piacevoli annessi & connessi e totalmente disinteressato agli scontri contro i cattivi. Anche perché di supercriminali non c’è traccia così come gli stessi supereroi sono spariti dalla scena, privati dei loro poteri, nei primi anni ’70. Tutto questo fino appunto al fatidico 1987, anno in cui il redivivo, o meglio mai sopito, culto del Sole Nero evoca nuovamente un Grande Antico (sì, proprio uno di quelli di Lovecraft) a cui affittare il corpo preservato del gemello del precedente Masterman, superumano nazista che durante la Seconda Guerra Mondiale avrebbe potuto uccidere il supereroe britannico Maximan se in questa realtà alternativa gli Americani non avessero sganciato la bomba atomica su Berlino.
L’ingresso nello scacchiere di questo nuovo Masterman è l’avanguardia di una invasione dagli “esseri dai molti angoli” che già tentarono di conquistare le Terra: l’ex supereroina Ruby Fox se ne accorge nella maniera più violenta e, riacquistati inspiegabilmente i suoi poteri (tutti i supereroi di questo universo sono frutto di manipolazione genetica o hanno ereditato i poteri dai genitori come il protagonista), cerca di coinvolgere il riluttante Zenith in una crociata contro il pericolo imminente. Purtroppo come alleato possono contare solo su Red Dragon, supereroe gallese potenzialmente assai tosto che però l’alcolismo ha reso quasi del tutto inservibile. L’unico altro ex-supereroe di cui si ha traccia è Peter Saint John, che da hippy è diventato un rappresentante del governo conservatore!
Per coinvolgere il nichilista e un po’ codardo Zenith nella mischia Ruby Fox promette di rivelargli il segreto della morte dei sui suoi genitori, mentre nell’attesa dello scontro finale si comincia a intravedere un po’ dell’affresco complessivo e delle macchinazioni che riguardano questi supereroi, probabilmente materiale che sarà sviscerato nei prossimi volumi.
Zenith comparve in origine sulla rivista settimanale 2000 AD dove ogni episodio venne pubblicato nell’esiguo spazio di 5 o 6 pagine. La conseguente compressione della trama e le scadenze frenetiche fanno un gran bene allo sviluppo dell’intreccio e al ritmo della storia. Morrison doveva inventarsi ogni settimana qualcosa che facesse progredire la vicenda, ma doveva anche introdurre qualche elemento nuovo e gli episodi dovevano oltretutto essere anche godibili a sé stanti, pur con i legittimi cliffhanger. Si avverte chiaramente un minimo di rallentamento quando le prime vignette di un episodio devono ricapitolare quanto avvenuto in precedenza, ma nel complesso questa struttura a episodi/capitoli funziona benissimo anche nel formato della raccolta e la lettura procede spedita e appassionante fino alla fine.

Stilisticamente ammetto di essere stato colpito dalla maturità che Morrison dimostrava già quasi trent’anni or sono. Le battute non sono affatto stereotipate, e nella loro mancanza di scontatezza non si percepisce affatto il tentativo di sembrare cool a tutti i costi ma anzi una naturalezza invidiabile. Niente male nemmeno le citazioni sparse per il fumetto, così come ho apprezzato l’ironia che affiora qua e là e le trovate spiazzanti che Morrison ha saputo inventarsi (dai, l’hippy che diventa tory è spettacolare!). Della sbandierata critica alla società inglese dell’epoca, comunque, non ho riscontrato che tracce blandissime.
Il disegnatore Steve Yeowell, miracolato dalla rinuncia di Brendan McCarthy, è nettamente la parte più debole del fumetto. Anche se è sin troppo facile criticarlo visto che all’epoca fumettisticamente parlando l’Inghilterra stava appena uscendo dal Medioevo (sempre ammesso che ne sia mai uscita), è innegabile che le sue figure siano scarne e legnose così come le sue anatomie risultano spesso strampalate. Un braccio troppo lungo o una mascella sbilenca possono capitare a tutti, ma a Yeowell capitano con eccessiva frequenza. Peccato che i disegni non siano allo stesso livello dei testi, ma almeno i mostri sono resi con efficacia – e comunque da quello che ho potuto vedere mi pare che in seguito Yeowell non abbia fatto di meglio, anzi.
Ad arricchire questa edizione della Panini ci sono alcune appendici contenenti due episodi successivi alla saga portante, in cui vengono narrate le origini dei supereroi, e un apparato iconografico con copertine e sketch. Il formato scelto mi lascia perplesso: sarà anche un buon fumetto, almeno in questa sua prima apparizione, ma non mi pare che Zenith meriti i fasti di questa edizione cartonata ed extralarge in cui oltretutto i difetti di Yeowell si notano ancora di più. Forse un unico volumone integrale con carta uso mano e in formato comic book sarebbe stato meglio anche a livello economico, visto che il prezzo finale non mi sembra proprio giustificatissimo – sarà una cosa da intenditori ma è pur sempre l’asso pigliatutto Grant Morrison. Tanto più che non manca qualche perla come questa:

Le copertine della versione statunitense, poi, sono le stesse riportate sui due lati della stessa pagina!

domenica 22 febbraio 2015

Multiversity 2 (ma a questo punto anche 3, 4, 5, ecc.)

...quindi in pratica in Multiversity la trama non viene sviluppata di albo in albo ma ogni singolo episodio prima del finale è lo stesso identico canovaccio trasportato nei vari mondi alternativi? E con gli stessi elementi-base (il comic book maledetto, il cubo transidimensionale, la minaccia incombente a tutto il multiverso, l'universo alternativo e la sua controparte) a dare uniformità al tutto?
Vabbè, almeno i disegni fino ad ora sono stati notevoli.

lunedì 26 gennaio 2015

Multiversity 1: Casa degli Eroi



La copertina che ho preso io
È difficile capire dal solo primo episodio la validità di una miniserie, tanto più se realizzata dal funambolico Grant Morrison; comunque questo Multiversity finirà nell’elenco dei Fumettisti d’invenzione e solo per questo sono stati soldi ben spesi.
La storia ha delle basi per nulla originali visto che si tratta di una chiamata alle armi di vari eroi delle terre parallele contro un nemico comune che secondo me potrebbero anche essere i lettori stessi del fumetto. Nix Uotan, l’ultimo Monitor rimasto, si trova invischiato in questa trama (anzi, è proprio lui che dà una spinta propulsiva ad alcuni avvenimenti) e alla fine di questo primo tassello narrativo si manifesta radicalmente mutato in uno sfolgorante cliffhanger.
Multiversity è più che altro una scusa per illustrare la nuova cosmogonia dell’Universo DC, un tour guidato attraverso (alcune o tutte) le 52 Terre parallele che lo compongono, riesumate o rielaborate o create ex novo da Morrison. Se poi ci sarà qualche bello scossone a livello di trama come promesso nell’introduzione ben venga, dalle pagine viste finora mi pare che ci godremo più che altro la bizzarria di certe situazioni e i dialoghi spumeggianti. Oltre a goderci la qualità dei disegni, visto che già questo Ivan Reis ha fatto un ottimo lavoro, purtroppo vanificato ogni tanto da una qualità di stampa zoppicante.

Simpatica l’idea di fornire la mappa del nuovo universo DC all’interno della copertina: la grafica mi ha ricordato la struttura dei Piani Esterni del vecchio Advenced Dungeons & Dragons. Ma come per i moduli di AD&D la RW Lion avrebbe dovuto staccare la copertina dalle altre pagine per permettere al lettore di visualizzare compiutamente questo “planetario”.

lunedì 3 novembre 2014

Annihilator



Altro fumetto preso a Lucca: Annihilator di Grant Morrison e Frazer Irving, due fascicoli pubblicati al momento da ItalyComics.
Max Nomax è un criminale idealista che viene deportato nel Dis, una prigione senza possibilità di fuga situata nei pressi di un buco nero. Poco viene rivelato di quello che Max ha combinato per essere punito: lo vediamo scorrazzare con un elmo a forma di testa di formica e due strane armi simili a tirapugni. A muoverlo è il sogno romantico di sconfiggere la morte e riportare così in vita l’amata, custodita in una vasca-mausoleo che si porta appresso. Avuto facile gioco dei suoi carcerieri, Max si manifesta nella nostra realtà, dove non è altro che un personaggio di una sceneggiatura cinematografica scritta dal pittoresco sceneggiatore Ray Spass che si è appena trasferito in una nuova casa affascinato dalle storie macabre che la riguardano. La crepa vicino al vialetto d’ingresso ha proprio la forma di un buco nero…

Tempo sette giorni, Spass dovrà aiutare la sua creazione a ricostruire la sua biografia, cosicché il tumore al cervello che ne minaccia la vita (e che in realtà è un massiccio download di informazioni di Max) sparisca. Il secondo fascicolo finisce con un cliffhanger.
Al di là dell’oggettiva spettacolarità della parte grafica e della fisiologica simpatia per i personaggi tratteggiati da Morrison e per le loro battute, Annihilator non è (almeno per adesso) niente di particolarmente originale e avvincente. Anzi, è probabile che altri lettori oltre a me coglieranno la somiglianza con l’idea di base tratteggiata da Morrison per la sua run su Stormwatch poi continuata da Giffen, così come la figura dello sceneggiatore che batte sul computer i dialoghi del suo personaggio rimandano fortemente ad Animal Man. Resta comunque una lettura simpatica e piacevole e trattandosi di Morrison non è da escludere che riservi qualche sorpresa nei prossimi numeri che magari ne farà uno dei suoi lavori migliori.

3,50€ per un comic book di 32 pagine forse non sono pochi, ma tutto sommato sono “il giusto” data la buona qualità cartotecnica e la probabile tiratura di nicchia. Anzi, chissà se e come riuscirò a trovare i prossimi numeri.

mercoledì 8 ottobre 2014

Supergods



Buon ultimo, anch’io mi sono finalmente letto Supergods dopo averne apprezzato qualche brano a sbafo in fumetteria. Che dire? I pezzi migliori sono evidentemente quelli che avevo leggiucchiato di straforo.
Scherzi a parte, questo libro non è l’autobiografia di Morrison o l’Hollywood Babilonia di Marvel e DC che mi sarebbe piaciuto leggere, ma un saggio sul fumetto supereroistico che unisce ricerca storica e analisi antropologica, infilando comunque qualche ghiotto aneddoto qua e là. La passione di Morrison per i “Mystery Men” trasuda da ogni pagina, ma mi ha fatto sorridere in più di un’occasione vedere tanto afflato e tanta partecipazione verso un genere tutto sommato limitato e ripetitivo, soprattutto se confrontato con la ricchezza dei panorami fumettisti europei e giapponesi, a cui comunque Morrison fa un vaghissimo accenno.
A seconda dell’umore e del mio livello di stanchezza, la sua prosa centrifuga colma di appassionato lirismo mi è risultata alternativamente coinvolgente o soporifera. Più di uno spunto, comunque, offre possibilità di riflessioni originali, e almeno un paio di aneddoti vanno ad aggiungersi alle solite storie che un appassionato di fumetti, non necessariamente statunitensi, ha già sentito e continua a sentire.
Mi è sembrato che Morrison abbia voluto quasi scrivere un libro a tesi, applicando la stessa chiave di lettura (i fumetti di supereroi come sfogo a pulsioni non sempre confessabili) a epoche e personaggi molto distanti e diversi, operazione che risulta quindi un tantinello forzata.
Di certo è ammirabile la schiettezza con cui Morrison ammette quanto della sua carriera sia dovuto a raccomandazioni, fortuna e all’abilità nel costruirsi un personaggio strepitante quando la qualità dei suoi lavori non era sufficiente a metterlo sotto i riflettori. E d’altra parte anche le sue simpatie e antipatie verso gli operatori del settori sono molto evidenti pur senza essere sottolineate.
Entrando nello specifico dell’edizione italiana, mi pare che non sia esente da qualche piccolo errorino e imprecisione, ma nulla di drammatico. Oltre alla solita svista (credo) di tradurre “morbid” con “morbido”, mi è sembrato in particolare poco felice ripetere ossessivamente la definizione “striscia” anche per fumetti, e qui sono praticamente tutti, che tecnicamente strisce non sono.
Nel complesso, preso dalla corretta angolazione e con lo spirito giusto, Supergods è abbastanza interessante e a tratti anche divertente. Il particolare taglio dato al volume, che è un mix di autobiografia e saggio, non ha permesso però di sviluppare in maniera completa nessuna di queste sue due anime.
Caso vuole che questo sia il post 666. no, è il 668