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martedì 4 aprile 2017

Historica 54 - Fax da Sarajevo: Una storia di sopravvivenza

Numero pieno di sorprese, questo cinquantaquattresimo volume della collana Historica: innanzitutto è uscito di martedì invece che a fine settimana, è firmato da un autore statunitense e non franco-belga e per finire non è che sia propriamente “storico”. E non c’è nemmeno l’introduzione di Sergio Brancato.
Fax da Sarajevo di Joe Kubert è la celebre versione a fumetti di una serie di fax che Ervin Rustemagic (titolare della Strip Art Features e agente di molte eccellenze del fumetto mondiale) riusciva a inviare rocambolescamente in giro per il mondo ad amici e conoscenti sin da quando l’esercito serbo attaccò la Bosnia nel 1992. Il risultato sono 12 episodi di 12 tavole l’uno, in cui la parte a fumetti è inframmezzata ai fax veri e propri che hanno dato origine al singolo episodio e ad altri occasionali documenti, come una mappa disegnata da Rustemagic reinterpretata da Kubert.
L’opera, vincitrice sia di un Harvey che di un Eisner Award, ha il suo punto di forza nel valore di testimonianza diretta e per l’impegno umanitario, ma come fumetto è piuttosto noioso e narrato con uno stile decisamente obsoleto e poco coinvolgente: oltre alle didascalie (non tantissime), Joe Kubert ha il vizio di inserire nei dialoghi le descrizioni di quello che i personaggi fanno o vedono, oltre che infarcirli di «sob», «gasp» e simili. Inoltre il fatto che le sequenze narrate riprendano necessariamente i contenuti dei fax (inseriti prima o dopo o proprio nel mezzo delle scene che hanno ispirato) porta a delle ridondanze che rallentano il ritmo.
Dal punto di vista grafico, il sanguigno Kubert mal si adatta a rendere contemporaneamente drammatiche e realistiche certe situazioni, e finisce con il suo dinamismo ipertrofico per renderle quasi ridicole: vedi il bambino che “salta” a pagina 18. Lo stesso Rustemagic viene ritratto come una specie di Bruce Wayne.
Questa discrasia tra la rilevanza del tema trattato e il modo con cui è stato narrato (la stessa che percepii quando Fax da Sarajevo venne parzialmente presentato in bianco e nero su Comic Art) si stempera per fortuna a metà del volume, quando sulla semplice e anodina enunciazione di quanto stava accadendo in Serbia si innesta la trama labirintica e appassionante dei tentativi di fuga dei Rustemagic: una delirante e coinvolgente situazione kafkiana fatta di ministri stranieri bravi solo a promettere, di funzionari arcigni, di trovate inverosimili ma geniali per ottenere una tessera da giornalista o la cittadinanza slovena, persino di sedicenti mercenari che potrebbero far uscire i cittadini dall’inferno di Sarajevo. Un ruolo di rilievo lo rivestono i fumetti: non solo perché amici e clienti di Rustemagic (tra i quali c’è persino Hugo Pratt) si mobilitano per aiutarlo, ma anche perché le riviste a fumetti opportunamente avvolte intorno al corpo proteggono dai proiettili e dai frammenti delle granate.
Su tutto, risulta evidente quanto l’intervento della Nazioni Unite sia stato solamente rappresentativo e per nulla rilevante, quasi canzonatorio per i residenti che si videro distruggere la casa e la vita mentre gli osservatori dell’ONU non facevano altro che, appunto, osservare.
È evidente che Joe Kubert abbia voluto adottare un approccio diverso dal solito fumetto supereroico, come testimonia anche la diagonale delle tavole che sembra fatta per un formato diverso dai comic book, ma la sua sensibilità (i crimini sessuali vengono solamente accennati, per quanto se ne parli) è troppo diversa da quella di un autore come Hermann che partendo dalle stesse identiche basi con il suo Sarajevo Tango ha realizzato veramente un capolavoro.
In definitiva, pur tenendo in considerazione il pathos ben maggiore che ha la seconda parte del fumetto, la rilevanza maggiore di Fax da Sarajevo è appunto quella documentaristica, e forse la parte migliore di tutto il volume sono addirittura le testimonianze scritte in appendice, tra le quali ce n’è una molto toccante scritta appositamente da Rustemagic per questo volume (lo spazio sottratto a Brancato per motivi di foliazione non è quindi sprecato, anzi).
Altra sorpresa: un flyer in allegato ci informa di una nuova collana collaterale di Historica:
Chissà se questa arriverà nelle edicole che frequento io.

domenica 20 gennaio 2013

Before Watchmen/2



Nite Owl (testi di J. Michael Straczynski, disegni Andy Kubert, chine di Joe Kubert e Bill Sienkiewicz)

Fumetto paradossale. Un buonissimo fumetto di supereroi (fatti salvi i luoghi comuni stantii di cui è infarcito il primo episodio, in cui Dan Dreiberg è una specie di Matt Murdock benestante) che però poco ha a che fare con il canone di Watchmen.
Voi avreste mai detto che Daniel Dreiberg avesse avuto una situazione familiare borderline da melodramma come quella descritta? Io no, ma forse mi è sfuggito qualche particolare durante la varie riletture di Watchmen e ha ragione Straczynski.
La serie scava inizialmente sulle motivazioni che hanno spinto il protagonista a diventare supereroe, sul suo rapporto mentore-allievo (e divo-fan) con Hollis Mason, sulla sua collaborazione con Rorschach e sui motivi del dissidio tra i due, virando presto sui rapporti di Dreiberg con l’altro sesso e su una indagine scabrosa che consente anche qualche vaghissimo accenno di critica sociale. C’è anche una sorta di storia parallela che punta i riflettori su Rorschach. Ovviamente questa sottotrama rimarrà “parallela” fintanto che le esigenze narrative lo consigliano e, come da manuale, le strade dei due eroi si incontreranno alla fine come da copione. E come da copione viene pensato e scritto anche tutto il resto, in maniera canonica e senza particolari sbalzi di genio, pescando generosamente tra i cliché del genere supereroistico: le tormentate origini dell’eroe, il cattivo che fa il pistolotto-confessione, le battutine pungenti nei momenti meno indicati, certe imprese eroiche esagerate, ecc. Ma rimaniamo comunque in un ambito di alta professionalità e di rigore narrativo (e nella scena in cui Nite Owl e Twilight Lady si rivelano le rispettive identità segrete ho riso di gusto!). Se penso agli altri disastri che Straczynski ha fatto e sta facendo in Before Watchmen...
Confesso di non aver capito il perchè dell’inserimento della “confessione scritta” di Hollis Mason, che forse verrà sviluppata in altra sede. Pare che riguardi un evento fondamentale, ma non si specifica quale e il lettore resta un po’ a bocca asciutta.
Se la si legge senza pretendere molto e senza volerla per forza inserire nel disegno generale di Watchmen direi che questa miniserie è comunque piacevole. Mi è sembrato che il lavoro del compianto Kubert Senior alle chine abbia molto nobilitato l’operato del figlio, mentre il pur volenteroso Sienkiewicz non è riuscito a nasconderne le derive deformed e pupazzettistiche.
Rimandata a settembre.