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sabato 23 agosto 2025

Dylan Dog/Batman: L'Ombra del Pipistrello

Ristampa deluxe della miniserie uscita qualche anno fa. Un crossover improbabile si rivela quantomeno divertente.

Joker riceve un invito da parte del dottor Xabaras, con cui aveva già avuto importanti contatti anni prima, se ho ben capito proprio in concomitanza con il numero 1 di Dylan Dog. L’arcinemico di Dylan Dog vuole una sua consulenza sull’opportunità di creare tramite le tossine del suo veleno degli zombi che non siano degli automi decerebrati. Groucho e Catwoman ne fanno le spese.

Poi però la storia prende un’altra direzione e scopriamo che Joker vuole riportare in vita Christopher Killex: dopo aver verificato che in effetti la sua anima non è più all’inferno Dylan Dog parte alla volta di Gotham City dove effettivamente sta agendo un serial killer con le stesse modalità. E per fermarlo l’Indagatore dell’Incubo viene assunto dal Joker! La risoluzione del caso mi sembra ben congegnata, anche se ho avvertito un calo di tono quando Dylan Dog avanza il sospetto che questa storia non si sia svolta davvero.

La continuity e il cast dei due eroi si intrecciano e Recchioni padroneggia una conoscenza approfondita di entrambi. Forse dimostra questa conoscenza con eccessiva ostentazione: non che sia così fondamentale per la trama, ma un lettore di Dylan Dog saprà chi è Killer Croc? Può darsi che John Constantine sia noto a un lettore bonelliano per il film con Keanu Reeves, ma dubito che Jason Blood/Demon lo sia. E il personaggio attorno cui ruota buona parte della vicenda, Killex, sarà pure importante nella cosmologia dylaniana, ma francamente non lo conoscevo. Anche se come bignami delle vite dei due protagonisti può funzionare, probabilmente L’Ombra del Pipistrello è stata immaginata più come una serie di strizzatine d’occhio ai fan dei due personaggi piuttosto che come punto d’ingresso per chi ancora li conosce solo di fama. Nel primo caso c’è di che essere comunque soddisfatti per la sagacia di molte battute (gustoso il fraseggio del primo incontro tra i due) e le derive divertenti di alcune sequenze. E incredibilmente l’interazione tra i protagonisti e i rispettivi comprimari ha effettivamente una sua logica cristallina.

I disegni di Cavenago e Dell’Edera (che tra l’altro non sono stato in grado di distinguere l’uno dall’altro: forse uno avrà fatto le matite e l’altro le chine?) non mi hanno convinto, troppo spigolosi e stilizzati. E non è che le sequenze d’azione beneficino molto di questa anemica sintesi. Fortunatamente i colori di Giovanna Niro e Laura Ciondolini arricchiscono molto le tavole.

Questa edizione deluxe (che ha una copertina appositamente realizzata da Carmine Di Giandomenico e una breve introduzione di Luca Del Savio) presenta in appendice una breve art gallery dedicata principalmente alle varie copertine, a una delle quali ha collaborato Emiliano Mammucari. Pur con la sua consueta spigolosa sintesi Cavenago si fa apprezzare per la spumeggiante esuberanza del colore.

venerdì 30 maggio 2025

Dylan Dog Gigante N. 24 - Daryl Zed: Il Cacciatore di Mostri

Dritto dal 2020 giunge questo volumetto, che non è una ristampa ma proprio quello che sarebbe dovuto uscire cinque anni fa dopo la prima pubblicazione sotto forma di albi. «Fumetto di un fumetto nel fumetto che, a sua volta, contiene un altro fumetto» lo definisce Roberto Recchioni nell’introduzione, e in effetti questa miniserie si basa su una serie di ardite mise-en-abyme riprendendo un fumetto-nel-fumetto del numero 69 della collana regolare creato appositamente per controbattere alla campagna diffamatoria dell’epoca contro i fumetti dell’orrore. Io però mi ricordo che Daryl Zed era anche il fumetto di successo di uno dei tre avatar di Sclavi in uno dei suoi romanzi (mi pare Non è successo niente), e coesisteva come fumetto con Dylan Dog: la cosa è perfettamente congruente perché il protagonista è anche confidente di Tiz, un altro degli avatar di Sclavi di quel romanzo che appunto trae spunto dalle storie di Daryl per scrivere Dylan Dog.

Il gioco di questo esperimento è il ribaltamento dei canoni della serie originale. Daryl Zed è quasi la versione speculare dell’Indagatore dell’Incubo: non crede nella bontà dei “mostri” e nella possibilità di una loro redenzione ma anzi dà loro la caccia per guadagnarsi da vivere, un po’ detective e molto cacciatore di taglie. Inoltre indulge nell’alcol, è molto sprezzante, non si abbandona a malinconie filosofiche e ama la violenza. La sua battuta caratteristica è «Giosafatte salterino», che ha tutta l’aria di essere un omaggio al «jumpin’ Jehosaphat» di Jonathan Cartland. E ripensandoci, hai visto mai che pure «Giuda ballerino» non fosse una citazione di quella serie, che Sclavi presentò generosamente (ma invertendone gli episodi, se ben ricordo) sul suo Pilot?

L’ambientazione è una specie di distopia pulp in cui varie tipologie di mostri, alieni o umani col dna corrotto, scorrazzano tra la gente comune. Un fantasma (anzi, un vampiro) torna dal passato di Daryl Zed ma la vera minaccia si rivelerà un’associazione tanatofoba che vuole eliminare i “mostri” con un virus appositamente creato. Viste le premesse mi aspettavo che la vicenda finisse con una rivelazione come quella de L’Uomo di Wolfland di Barreiro e Saudelli e infatti così è stato.

Il Cacciatore di Mostri è un fumetto scatenato e fracassone e Tito Faraci ha ben gestito la deriva metanarrativa in cui Daryl Zed incontra Dylan Dog, entrambi il personaggio dei fumetti preferito l’uno dell’altro: si dilungano in disquisizioni teoriche un po’ avulse dal contesto, ma quella scena avrà una sua giustificazione ironica nel finale. Ciò detto, il vero piacere per l’appassionato di Dylan Dog sarà vedere le varie citazioni dalla serie regolare e la trasformazione di molti punti fermi invertiti di senso: si comincia con un Johnny Freak che qui è un omicida telecinetico, un po’ come il Ken Parker “cattivo” del film muto che guardava Marvin il Detective avrà divertito gli appassionati di Lungo Fucile.

I disegni sono affidati a tre disegnatori diversi (i tre albi originali duravano 64 pagine) e chi più chi meno ha visto il proprio lavoro rovinato da quei fastidiosissimi retini colorati che a Sclavi devono piacere tanto, vedi le copertine del suo Pilot. Lo schematico Nicola Mari non ne esce troppo devastato, ma Angelo Stano che già di suo aveva inserito degli “effetti speciali” nelle sue tavole risulta molto mortificato e poco leggibile. Caso vuole che l’anemico Werther Dell’Edera abbia deciso di darci dentro coi tratteggi proprio per questo fumetto (oltretutto lasciandoli a matita, se ho ben capito) rendendo il tutto ancora più impastato e meno leggibile.

L’albo è integrato da finte pubblicità dell’immaginario giornalino e del merchandising di Daryl Zed e da una striscia dedicata a Dylan Dog realizzata da Sergio Algozzino (non molto esilarante, a dire il vero). Algozzino è anche autore dei colori, ma sono sicuro che la scelta dei fottuti retini sia stata un’imposizione dall’alto. Forse dallo stesso supervisore che non si è accorto che una scena che avrebbe dovuto svolgersi prima dell’alba è stata colorata come se fosse pieno giorno.

martedì 27 febbraio 2024

Examen: Dio perdona

Nessuna novità in fumetteria, quindi un nuovo socio si è aggiunto al club del -50%.

Uscito nel 2019, questo volume celebrava il venticinquennale dell’uscita della miniserie originale e un po’ tutta l’operazione che ci stava dietro, cioè la costituzione di un universo supereroistico italiano interconnesso. Ricordo ancora le pubblicità degli albi, che però non vidi mai. Probabilmente venivano venduti solo alle fiere, anche se il prezzo dell’epoca (1.800 lire) non era certo proibitivo, per quanto fossero smilzi e in bianco e nero i fascicoletti originali.

Examen narra le vicende di Paolo Catena (omaggio a Paul Chain?) nella Nova Roma del XXII secolo. Il contesto viene svelato gradualmente nel corso dei quattro capitoli (più un breve inserto firmato Giuseppe Palumbo) che compongono la miniserie: il governo ha finanziato un progetto per creare dei supereroi da opporre a criminali e terroristi, ma l’esperimento è sfuggito di mano e gli “eroi” hanno sviluppato un lato perverso che li porta ad agire con eccessivo zelo provocando delle carneficine peggiori di quelle che avrebbero causato i “cattivi”. Examen è a sua volta uno di questi superumani, ma si è dato il compito di frenare l’irruenza degli altri mutati a cui dà la caccia. Per capire se ci sia una possibilità di redenzione nell’animo dei degenerati utilizza un aggeggio che ne rivela l’essenza: l’examen del titolo. Purtroppo per frenare i suoi istinti omicidi e addormentare i suoi poteri deve ricorrere a delle iniezioni di eroina. Ma forse ancor più drammatica è la sua vita “in borghese”, dove svolge il lavoro di impiegato agli Archivi di Stato perennemente in ritardo e sottopagato e quindi con la costante spada di Damocle dello sfratto. Dopo aver sconfitto un mutato pedofilo e tal Protos l’arcinemico di Examen sarà Il Genio, che rapirà nientemeno che il papa.

Al di là del divertimento nell’elaborare un universo così originale e iconoclasta, credo che Daniele Brolli avesse voluto giocare con il lettore instillandogli il dubbio se quello che leggeva fosse realmente un tentativo di capitalizzare su un genere che era la moda del momento (l’onda lunga della Image si riflette nei superpoteri dei personaggi che passano in secondo piano rispetto alle armature e ai pistoloni) oppure se volesse esserne la parodia, con tanto di volti digrignanti, pose ipertrofiche e dialoghi ostentatamente scemi durante gli scontri. Il risultato è comunque divertente e l’ambientazione caratterizzata molto bene – chissà se questa edizione presenta degli ammodernamenti nei testi, scritti quando internet e molte tecnologie contemporanee non erano diffuse. Nonostante il progetto si mostrasse suscettibile di ulteriori sviluppi (Protos viene rigenerato e Il Genio fugge pregustando la vendetta), la miniserie di Examen è perfettamente fruibile anche così. Più che altro, credo che vi fossero dei rimandi alle altre serie dell’universo di Italia XXII Secolo, altrimenti non mi spiego ad esempio il particolare piuttosto marcato del personaggio che fugge in metropolitana all’inizio. E probabilmente la ragazza che seduce Paolo Catena è membro di qualche supergruppo, così come le motivazioni del perché la squadra “papale” non possa intervenire saranno state l’oggetto di un episodio di un’altra serie. Ma magari sono solo impressione prive di fondamento.

I disegni sono di un giovane ma già bravissimo Carmine Di Giandomenico, che per compensare le fisiologiche incertezze anatomiche degli esordi (che però già ne fanno intravedere lo stile) riempie le tavole fino all’orlo di dettagli e personaggi.

Questa edizione Star Comics è piuttosto lussuosa: vanta un’introduzione di Roberto Recchioni, carta patinata, ottimi colori realizzati da Chiara Di Francia di Arancia Studio. È un cartonato con sovraccoperta stampata su entrambi i lati in modo da permettere all’acquirente di mantenere l’illustrazione di copertina originale o preferirgli quella realizzata da Davide Fabbri. Poche ma interessanti le pagine di contenuti extra: la riproduzione di una copertina dell’epoca realizzata da Fabbri, la cronologia illustrata della serie e un’interessante curiosità sugli schizzi preliminari di Di Giandomenico.

Un fumetto molto interessante, che con ogni probabilità qui ha beneficiato di una confezione migliore rispetto a quella con cui vide la luce.

giovedì 8 febbraio 2018

Dylan Dog Color Fest 24: Strani Giorni

Irretito dalle suggestive e coloratissime illustrazioni di Baggi e Rincione ho preso questo ventiquattresimo Dylan Dog Color Fest, che si è rivelato un acquisto decisamente felice.
La prima storia, Di Mostri, Incubi e Ragazze, interamente opera di Alessandro Baggi, dura solo 16 pagine e sembra essere più che altro una specie di press kit del protagonista, che ne riassume tematiche e atmosfere senza seguire una trama precisa. In realtà una situazione specifica di partenza c’è, ed ha anche un suo sviluppo, ma Baggi si concentra più che altro sulle suggestioni che riesce a innestare nel corpo portante, alcune delle quali molto simpatiche e originali.
La parte più entusiasmante di questo antipasto è comunque quella grafica, in cui Baggi dimostra di sapere gestire col suo stile particolare non solo le splash page ma anche le tavole dalla struttura più classica. Ma questo già lo si vedeva ne Il Caso di Loretta Stevens.
Spazio sotto Sfratto è opera di Dennis Canale e Gianluca Acciarino. Si tratta di una vicenda “ai confini della realtà” molto accattivante con delle riuscitissime punte ironiche. Molto simpatico l’effetto narrativo dato dalla splash page iniziale in relazione con la tavola successiva. La risoluzione del mistero (e la situazione in cui avviene) ha uno spiccato e riuscitissimo piglio beffardo e nel complesso Spazio sotto Sfratto mi ha ricordato Douglas Adams.
I colori di Andres Mossa mi sono sembrati molto buoni, ma così a occhio credo che Acciarino renda benissimo anche in bianco e nero.
L’ultimo episodio è il più lungo (ben 48 tavole) ed è scritto da Michele Monteleone per i disegni e i colori di Giulio Rincione. In L’Isola dei Morti Dylan Dog viene coinvolto da Madame Trelkovski nel recupero dell’anima di una bambina nell’Isola dei Morti del titolo, a cui si può accedere tramite la sesta copia segreta del quadro omonimo di Böcklin, in possesso della medium.
Tra reminescenza orfiche e un occasionale tono ironico (che curiosamente non suona mai fuori luogo nonostante la drammaticità di fondo) i due riescono nel loro intento e hanno la meglio sulla versione burocratizzata dell’inferno in cui sono finiti. C’è però ancora tempo per un colpo di scena finale e una sorta di dichiarazione di intenti secondo cui questa storia farà probabilmente da preambolo ad altre vicende collegate.
Rincione si muove tra preziosismi grafici ed elementi marcatamente caricaturali (Dylan Dog ha i piedi lunghi come quelli di Telespalla Bob), creando comunque delle tavole molto suggestive in cui non perde mai di vista la narrazione, dosando dinamismo e contemplazione a seconda delle necessità.
In definitiva un Dylan Dog Color Fest molto piacevole da leggere (e volendo anche solo da osservare) in cui la uso mano non è nemmeno un handicap visto che la saturazione dei colori non ha portato all’emergere di spazi bianchi, che avrebbero ovviamente avuto una resa migliore su carta patinata.
Da notare che nell’editoriale Roberto Recchioni definisce Werther Dell’Edera, autore della scolastica copertina, «uno dei maestri del bianco e nero mondiali ». Ora, io non ho dubbi sul fatto che Recchioni lo creda veramente (e Dell’Edera ha in effetti pubblicato anche fuori dall’Italia) ma ripensando ai quattro segnetti in croce con cui disegnava i suoi fumetti su Lanciostory mi viene spontaneo pensare che ci sia del sarcasmo anche qui.

mercoledì 1 novembre 2017

4 Hoods 0: Tunnel & Troll

Il motivo per cui ho acquistato questa proposta indirizzata al pubblico “young” è che, come spiegato nell’introduzione del fascicolo, potrebbe «piacere anche a quei lettori più anziani che serbano ancora la Scatola Rossa di Dungeons & Dragons nella loro libreria». Tecnicamente io non ho mai avuto la scatola rossa del BECMI, e ho giocato pochissimo al vecchio Dungeons & Dragons, ma l’obiettivo è comunque centrato.
A differenza di quanto fatto per Orfani (e di un sacco di altre proposte), questo numero 0 non è stato distribuito gratuitamente ma viene venduto a un prezzo che, per quanto basso, spinge inevitabilmente a spostare l’attenzione dalla serie in sé al prodotto che uno ha materialmente comprato. E venti paginette di fumetto sono un po’ pochine, per quanto a colori.
4 Hoods narra le gesta dei “quattro cappucci” del titolo, archetipi dei personaggi dei giochi di ruolo fantasy identificati dai loro colori e pochi altri dettagli: l’arciere Verde è il capo, il presuntuoso Rosso è il mago della compagnia, l’acido Viola è il ladro e il burbero barbaro Barba è il proverbiale guerrierazzo.
Questa anteprima si caratterizza ovviamente come presentazione dei protagonisti, che ricorrono comprensibilmente a dialoghi o monologhi un po’ artefatti per specificare chi sono e quale ruolo hanno nel gruppo, come giustamente vuole la tradizione della narrativa popolare. Pur con questa “mission” puramente introduttiva, la storia offre diversi spunti interessanti e la gag finale è veramente divertente pur nella sua semplicità.
Lo stile di scrittura di Recchioni vede confluire diversi registri narrativi, il citazionismo è presente sin dal titolo (immagino che i prossimi episodi si intitoleranno Uno Sguardo nel Buio, I Signori del Caos e magari pure Lex Arcana) e il riferimento a Il Trono di Spade l’ho colto pure io che non seguo la serie. Ci sono anche giochetti metanarrativi, come il riferimento alla lettura del Bestiario o allo spirito di gioco EUMATE di alcuni giocatori. La conclusione della storia è ben architettata e nel complesso si ha la piacevole sensazione che lo sceneggiatore abbia voluto inserire più roba possibile in quelle 20 tavole.
A livello grafico la serie è programmaticamente minimalista, anche se sono presenti degli inserti molto più curati e i colori di Annalisa Leoni sono spesso elaborati e spettacolari. Il caso vuole che questa anteprima sia disegnata da Riccardo Torti, a mio avviso ben più dotato di Rossi Edrighi e dello stesso Recchioni, ma la stilizzazione estrema dei personaggi lo rende irriconoscibile.
A completare il fascicoletto ci sono le schede dei personaggi e un simpatico tutorial su come si disegnano i 4 Hoods. Consiglio vivamente a chi ha acquistato il fascicolo di leggersi con attenzione la mappa finale, che presenta delle simpatiche trovate.
In ultima analisi, per quanto abbia apprezzato questo numero 0, stampato oltretutto su carta patinata, non credo di essere il lettore ideale di 4 Hoods, tanto più se la collana avrà le stesse caratteristiche di questa anteprima – che però potrebbero essere proprio quelle che le garantiranno il gradimento ben più importante dei lettori più giovani.

venerdì 2 dicembre 2016

Cosmo Color 11 - Battaglia 7: Dentro Moana

Decisamente pirotecnico l’ultimo episodio di Battaglia, a cominciare dalla splendida copertina di Tanino Liberatore. Ai disegni si sono alternati addirittura cinque autori (anche se a me è sembrato di cogliere sei mani diverse) e la storia è probabilmente la migliore vista finora.
In questo episodio il vampiro siciliano è perdutamente innamorato (!) di Moana Pozzi, che conobbe quando era ancora una ragazzina e fu il suo primo amante. La vicenda procede per accumulo mettendo in scena le vicende reali di cui fu protagonista Moana e presentando spezzoni di film, spettacoli e comparsate televisive, a dimostrazione della scrupolosissima documentazione degli autori (la sceneggiatura è firmata da Roberto Recchioni e Mauro Uzzeo). La “vera” trama si svolge in sottofondo e si coglie solo da alcuni dialoghi: Moana non sarebbe stata altro che uno strumento dei poteri forti italiani per offrire panem et circenses al popolo mentre loro continuavano a operare incontrastati nell’ombra (la comparsata di Bettino Craxi si riallaccia in tal senso al numero 0 della saga). La cosa inquietante è che uno scenario del genere è perfettamente credibile.
Cicciolina viene trasfigurata in una spia comunista che usa i suoi proverbiali serpenti come armi, e anche le altre starlette di Riccardo Schicchi diventano agenti di queste eminenze grigie che contrastano il buon Pietro Battaglia che, nell’inconsueto ruolo dell’innamorato, vorrebbe proteggere Moana e sottrarla al meccanismo di cui è diventata parte.
Data la struttura dell’episodio, il titolare si vede meno del solito: forse proprio per questo le spacconate cool sono più rade che in precedenza ma anche molto più efficaci (che palle però l’ennesima citazione del Noodles di C’era una volta in America). È paradossale che Moana rimproveri a Battaglia il suo parlare come «uno di quei personaggi del cinema» proprio nell’episodio in cui i dialoghi sono meno invasivi e nettamente più efficaci!
Dentro Moana è quindi più che altro un omaggio alla diva del porno a cui rende giustizia con un’attenta analisi della sua vita e della sua personalità e con uno splendido ed emozionante finale.
Sul fronte grafico molte mani diverse hanno portato a una certa disomogeneità stilistica, il che non è necessariamente un male. Nel colofon i disegnatori non vengono elencati in ordine alfabetico quindi immagino che quello sia l’ordine, diciamo così, di apparizione. In breve:
Pierluigi Minotti disegna praticamente solo le scene tratte dal film Valentina Ragazza in Calore: è un solido disegnatore realistico, quello che mi è piaciuto di più.
Marco Patrucco lavora sulla parte portante dell’episodio, è un disegnatore espressionista probabilmente bravo ma non adatto a disegnare una storia così “fisica” (ma per il finale è perfetto).
Valerio Befani disegna lacerti di apparizioni pubbliche e spettacoli di Moana: realistico e molto gradevole anche lui, ha una qualche deriva vagamente caricaturale (credo dovuta all’inchiostrazione molto modulata) che rende più espressivo l’insieme delle sue vignette e più sode le tette.
Fernando Proietti si occupa dei flashback: trattandosi di un prodotto made in Recchioni c’era da aspettarsi che almeno un disegnatore preposto bevilacqueggiasse o rossiedrighiggiasse ma Proietti fa un lavoro ben più solido e preciso dei due Sommi Signori degli Schizzi Spediti, con un tratto bello incisivo e un livello di grigio che donano corpo alle sue tavole.
Anche Ettore Dicorato si occupa di un flashback (e che flashback) ma il suo stile è corposo e realistico, per quanto si prenda delle funzionali licenze anatomiche atte a privilegiare certe inquadrature e sottolineare alcuni momenti salienti. Il suo Battaglia col mascellone è quasi comico ma proprio per questo si inserisce bene nel contesto in cui “recita”. Mi pare ci sia un po’ di Zaffino nelle sue tavole, ma forse me lo sono solo immaginato.
Ci sarebbe poi da capire chi è l’autore della trasposizione a fumetti di Fantastica Moana, un disegnatore alla Lee Bermejo sporco e iperrealista, che forse ha semplicemente elaborato al computer delle fotografie. Inoltre nelle ultime pagine Patrucco non solo limita gli effetti retinati ma pare proprio essere stato aiutato da qualcun altro. Magari in futuro farò un post sul modello dei giochi della Settimana Enigmistica per associare il disegnatore giusto alla vignetta giusta.
Un ottimo episodio per chiudere quindi l’esperienza da edicola di Battaglia, almeno la mia. Messi uno accanto all’altro i sette numeri di Battaglia sono oggettivamente bruttini da vedere dopo il passaggio dal formato pocket a quello bonelliano, e la differenza di dimensioni mi crea qualche problema nell’archiviarli insieme: nell’armadio dove mettevo i pocket accanto a Il Morto i bonellidi non ci stanno perché dietro hanno i Don Camillo che li fanno sporgere, e d’altra parte i pocket hanno un formato troppo scomodo per accatastarli con gli altri Bonelli&bonellidi a cui ruberebbero troppo spazio, se riuscissi a farceli stare. Mi sa che d’ora in poi prenderò solo gli integrali che la Cosmo dedica al personaggio.

lunedì 1 agosto 2016

Cosmo Noir 9 - Battaglia 6: Il Pio Padre

Il piacere di rivedere uno dei personaggi più originali e coraggiosi del fumetto italiano è stato parzialmente mitigato dal cambio di formato della collana che adesso passa al 16x21 bonelliano dal 12x18 pocket che secondo me era la sua dimensione ideale. La Cosmo avrà sicuramente avuto le sue ottime ragioni per farlo, ma è evidente che almeno a livello di disegno qualcosa si perde visto che le tavole erano state pensate per una dimensione più piccola e per un’altra diagonale. Almeno le prime 60, visto che probabilmente la decisione della variazione del formato è avvenuta in itinere quando questo episodio era ancora in lavorazione e difatti a una gabbia di due strisce subentrerà una a tre. Niente di drammatico, quindi. E il prezzo di 5 euro è pienamente giustificato dal fatto che le pagine sono 144 contro le consuete 96 di un albo bonelliano.
Stavolta il vampiro siculo dietro le peggiori vergogne italiane deve vedersela nientemeno che con Padre Pio, con cui intraprese nel 1968 una lotta furibonda che occupa praticamente tutto l’albo. Lo spunto di partenza, la ricostruzione della ritualità e i legami con l’estrema destra che vengono immaginati sono evidentemente frutto di una scrupolosa documentazione, e in quest’ottica l’editoriale in cui si giura e spergiura che questo Padre Pio non è quello reale assume contorni gustosamente sarcastici.
La storia è appunto solo la cronaca della cattura e della detenzione di Battaglia presso Pietrelcina, dove un Padre Pio consapevole di essere ormai prossimo alla dipartita cerca di “esorcizzare” il vampiro. Ovviamente gli esiti non potranno che essere catastrofici e flamboyant, ma c’è anche il tempo per un’originale sorpresa finale nella parte ambientata nel presente che fa da cornice alla vicenda.
La narrazione di Giulio A. Gualtieri è secca e non si perde in fronzoli: ci sono elementi satellitari che occasionalmente si meritano un maggiore rilievo (vedi l’intermezzo con la suora, o quello che è, sadica) ma fortunatamente mancano le spacconate e le battute pop/trash citazioniste che mi avevano un po’ guastato la lettura di alcuni episodi precedenti. Se proprio dovessi trovare un difetto, è che da giocatore di ruolo mi aspettavo che il clericale Padre Pio usasse contro Battaglia i mezzi fornitigli dalla fede mentre invece, ad esempio, non ricorre all’acqua santa per torturarlo ma allo stesso acido con cui si procurava le stigmate – sì, il giudizio che viene dato sulla figura di Padre Pio è decisamente critico.
Valerio Nizi ha una pennellata bella corposa e fa un buon lavoro ai disegni: è espressivo, dinamico e sa come gestire i chiaroscuri. Neanche lui come Francini ha forse azzeccato alla perfezione il volto del protagonista ma non è molto rilevante anche in virtù del fatto che spesso il viso di Battaglia è deformato o nascosto da una museruola.
Alla fine il lavoro di Nizi (assistito da Elisa Divi per le ultime 30 tavole) non è stato penalizzato dal cambio di formato quanto dalla qualità di stampa non perfetta, che ha prodotto delle dentellature nei suoi tratteggi e ha impastato quelli più fitti.
Per quel che mi riguarda, questo numero è il migliore della serie. Adesso però devo decidere se metterlo accanto agli altri pocket (ma sarebbe un pugno in un occhio), con i Bonelli o archiviarlo tra i bonelliani Cosmo…

lunedì 30 novembre 2015

Cosmo Noir 6 - Battaglia 5: ...e le foibe?

Torna alla grande Battaglia, con quello che forse è l’episodio migliore della serie. Ambientato a Trieste nel 1945, vede il vampiro e un povero disgraziato fuggire dall’orrido dove sono stati gettati insieme ad altri infoibati. Dopo le prime tavole molto evocative e ben documentate, perfette per ricreare la giusta atmosfera e i presupposti di tutta la storia senza farsi tirare per la giacchetta da nessuno, comincia il dungeon crawl in cui Pietro e il suo fortuito accompagnatore cercano una via di fuga. Alla disperazione di Graziano Tonetto fa da contrappunto la fredda razionalità di Pietro Battaglia, sicuramente cinico e calcolatore come sempre ma in questo episodio anche un pochino più umano del solito (per quanto possa esserlo).
Le grotte carsiche si rivelano popolate da altri vampiri ma per il forzuto e paraculo protagonista non costituiscono poi una grande minaccia.
Ho apprezzato in questo episodio la presenza ridotta delle battute cool e delle frasi a effetto: non è che manchino del tutto, però possono essere interpretate come parti integranti dei dialoghi e non sono delle semplici boutade estemporanee. La rilevanza politica e storica dell’argomento e dell’ambientazione incombe su tutto l’episodio senza mai tramutarsi in occasione per fare prediche o assecondare una corrente di pensiero piuttosto che un’altra, e mi sembra una grande prova di professionalità da parte di Giulio Gualtieri non aver voluto aderire a nessuna delle scuole di pensiero in merito.
Ovviamente se si vuole si può leggere il discorso che Battaglia fa a Tonetto sull’“innocenza” in chiave metaforica e anche i vampiri possono assumere connotati allegorici anche se non credo che l’intenzione dello sceneggiatore fosse proprio quella, visto che alla fine Tonetto non diventa un vampiro.
Curiosamente i disegni del veterano Walter Venturi (io me lo ricordo dai tempi di Napoli Ground Zero, se è lo stesso) non mi sono sembrati all’altezza della media di quanto visto finora sulla serie, con l’eccezione di Ryan Lovelock. È anche vero che gli esordienti o quasi avevano tutto l’interesse a far vedere quello di cui sono capaci anche a fronte di una retribuzione non milionaria, ma Venturi mi è sembrato comunque un po’ troppo schematico e in alcuni dettagli verso la fine forse anche in lotta contro la data di consegna.
Ottima fine d’anno per Battaglia, comunque (nell’editoriale in apertura la Cosmo ne annuncia nuovi episodi per il 2016), che in maniera speculare al Multiversity di cui ho parlato ieri ha scalato qualche posizione del Meglio del 2015.

sabato 1 agosto 2015

Cosmo Noir 4 - Battaglia 4: Sodoma

Il quarto (ma non ultimo) numero della serie pocket di Battaglia è quello che mi è piaciuto di meno. Stavolta i riflettori sono puntati sulle guerre tra clan a Napoli, in cui si inserisce anche un outsider cinese. Il protagonista partecipa da paraculo qual è, ma stavolta il meccanismo non funziona bene come negli episodi scorsi.
Può darsi che la vicinanza temporale con gli eventi narrati renda il tutto meno “mitico”, o forse è l’assenza di un evento forte in sottofondo (come il sequestro Moro e la caduta del DC9 di Ustica) a rendere la storia più evanescente, ma in definitiva Sodoma è solo una versione della Gomorra di Saviano con Pietro Battaglia come guest star. Oltretutto il trucco del titolo che vorrebbe essere ironico, rifacendosi appunto al modello citato, era già stato usato da produttori cinematografici più paraculi di Battaglia che cercarono di accodarsi al successo del film di Garrone.
E poi con un titolo del genere mi aspettavo qualcosa su Tangentopoli, o Vallettopoli, o su qualche altro scandalo ben identificato più o meno sessuale. Una curiosità: sono l’unico a ricordarsi di aver visto (forse su Anteprima?) come titolo di lavorazione di questo episodio «Il nuovo che avanza»?
Quello che resta al netto dell’ambientazione, che senza la lettura del libro di Saviano o la visione del film di Garrone potrebbe non essere del tutto chiara (non viene ad esempio spiegato cos’è la «mesata» anche se è intuitivo), è una storia di Battaglia in cui Stefano Marsiglia ha premuto talmente tanto sull’acceleratore da sfiorare il ridicolo. Mi riferisco in particolare alla lunga sequenza dell’“uccisione” di Battaglia.
I disegni di Riccardo La Bella non aiutano. È innegabile che sia più personale e abbia profuso maggiore cura rispetto a quanto fatto da Ryan Lovelock, e non escludo che nel suo genere sia un’autorità o possa diventarlo. Ma lo stile caricaturale proprio non mi piace, c’è poco da fare. Mi ha ricordato un Luca Bertelè più sporco e incisivo con qualche influsso kirbyano e, ripeto, non escludo che agli amanti del genere possa piacere, ma non è proprio nelle mie corde.
Poi è bravo a far recitare i personaggi dentro scenografie fisse e a gestire i tempi e l’azione (vedi pagina 70 e 83), e quasi non si nota che da pagina 87 a pagina 88 Battaglia è monco di due mani diverse, ma no, i nasoni e le manone non fanno per me.
Come ho accennato sopra, con questo quarto volumetto non si conclude l’esperienza di Battaglia, che evidentemente è stato un buon successo, e in quarta di copertina viene già annunciata una prossima uscita per fine anno – nell’editoriale si parla anche di altre iniziative. Questo mi fa ben sperare per il futuro e rende molto più tollerabile quella che per me è stata una defaillance.

giovedì 2 luglio 2015

Cosmo Noir 3 - Battaglia 3: Muro di Piombo



Attendevo questo numero di Battaglia con una certa curiosità per il comparto grafico (e manco a farlo apposta è uscito un po’ in ritardo): Francesco Francini avrebbe seguito il percorso esteticamente accattivante di Des Dorides o quello più scarno (diciamo così) di Lovelock?
Spiazzandomi, Francini ha scelto una linea radicalmente diversa: la modernità. Pur nel limitato formato tascabile è riuscito a organizzare le tavole in maniera molto creativa, con suddivisioni in vignette non banali, inquadrature dinamiche e un uso interessante perfino del lettering. Il suo tratto mi è sembrato memore delle inchiostrazioni robuste e decise di Palumbo e Catacchio, ma non mancano influssi milleriani e modulazioni originali del tratto. Un ottimo risultato che ha anche ottenuto l’effetto di rendere meno stranianti le battute cool che con un disegnatore dallo stile più classico sarebbero risultate stridenti.
Ho notato però una qualità di stampa quantomeno curiosa. Sono visibili quegli elementi che solitamente in stampa non dovrebbero esserlo, cioè  i bianchi non compatti della tempera coprente e i neri della china anch’essi non sempre compatti, eppure non si può dire che la resa finale sia buona visto che ci sono anche i tremolii tipici della stampa digitale. Peccato.
A livello di storia, in Muro di Piombo scopriamo che il DC9 di Ustica venne abbattuto niente meno che per eliminare Pietro Battaglia in modo da eliminare ogni traccia del suo coinvolgimento nelle operazioni sporche del governo italiano! Ovviamente le cose non vanno come previsto dai “poteri forti” e il protagonista farà una vera e propria carneficina, con torture e sparatorie decisamente iperboliche e con derive splatter, da cui probabilmente il titolo.
La suspence costruita da Giovanni Masi all’inizio è molto efficace, poi dall’inevitabile crollo dell’aereo la storia procede rapida e incalzante, con un ritmo frenetico e scene d’azione praticamente ininterrotte. A mio avviso questo terzo episodio è finora il migliore della miniserie – è anche vero che Francini ha qualche difficoltà a rimanere fedele al volto di Battaglia, ma è un problema comune a tutti i disegnatori.
Oltretutto, molto interessante l’editoriale che stavolta non ricostruisce l’atmosfera dell’epoca ma anticipa i punti salienti dell’azione e contiene informazioni utili per meglio godersi il fumetto.

sabato 30 maggio 2015

Cosmo Noir 2 - Battaglia 2: La lunga notte della Repubblica



La prima cosa che si nota di questo secondo episodio del Battaglia pocket è il nettissimo calo del comparto grafico. Ryan Lovelock è un disegnatore piuttosto scarno (almeno in questa sede, non l’ho mai visto prima) con un’inchiostrazione poco meditata e incline a certi accomodamenti anatomici poco eleganti, come qualche orecchio che “naviga” nelle teste di profilo o le mani disegnate senza particolare cura. Quando riempie le sue vignette di tratteggi mi ha dato più di una volta l’impressione di aver buttato su il lavoro senza criterio tranne che nei primi piani.
Ovviamente a difesa di Lovelock si possono invocare il formato ridotto in cui è stato costretto e forse la rapidità di esecuzione che gli è stata richiesta, eppure Des Dorides nelle stesse condizioni ha saputo realizzare un prodotto egregio.
Per fortuna dal punto di vista dei testi siamo a un livello addirittura superiore al precedente La figlia del capo. Stavolta Pietro Battaglia viene coinvolto nell’operazione di salvataggio di Aldo Moro (già questo è un punto di partenza assolutamente originale), ma le vicissitudini del capo della Democrazia Cristiana rimangono sullo sfondo fino allo splendido finale, in favore della lotta tra il vampiro siculo e un suo arcinemico tedesco.
La narrazione è secca, tesa e rigorosissima (purtroppo lo stile esangue di Lovelock si estende anche alla documentazione fotografica vanificandone il senso di realismo che probabilmente voleva evocare) e la storia si legge tutta d’un fiato. Ovviamente ignoro dove sia terminato il lavoro di Giulio Antonio Gualtieri e dove sia iniziato l’eventuale intervento di Recchioni, ma ho notato con piacere un ridimensionamento delle battute cool e soprattutto delle citazioni, con conseguente beneficio alla scorrevolezza della storia. Diciamo che quel «let’s fight!» pronunciato da Jess Jones mi puzza di citazione da qualche videogame picchiaduro, ma essendo ignorante in materia non gli ho dato troppo peso.
La scelta di relegare gli avvenimenti storici, e con essi la figura di Aldo Moro, in un relativo cono d’ombra all’interno dell’economia della storia mi è sembrata inizialmente dettata dalla comprensibile volontà di non incorrere in noie legali o attirare polemiche, invece si è rivelata un’efficace strategia per arrivare al colpo di scena finale, momento di grandissimo e inatteso climax pur dopo gli avvincenti combattimenti delle pagine precedenti.
In questo episodio mi sembra inoltre che si cominci a delineare anche una sorta di continuity nella miniserie e si delinea quindi con maggior precisione la figura di un loschissimo manovratore gobbo e orecchiuto…
En passant, niente male l’editoriale in tema con il periodo in cui si svolge la storia.
Salvo improbabili crolli nei prossimi episodi credo che la qualità della serie si sia ormai attestata su livelli molto alti, quindi mi aspetto mirabilie dall’annunciato Il Muro di Piombo che si occuperà di Ustica, e per cui Leomacs ha realizzato pure una bella copertina.

giovedì 30 aprile 2015

Cosmo Noir 1 - Battaglia 1: La figlia del capo



Un antieroe che è un vampiro siculo è già originale di suo, renderlo primo attore di una miniserie in cui è testimone (forse in futuro anche elemento scatenante) di scomodi misfatti italiani è una cosa totalmente inedita. Salvo forse scomodare qualche uscita della Ottaviano, ma non credo che l’abbiano mai fatto nemmeno loro.
In questo primo episodio il vampiro stupra-Morte viene incaricato dal duce (a cui lo lega un’evidente lunga frequentazione) di fare da “diavolo custode” alla figlia Edda. La storia si snoda dal 1930, anno delle nozze di Edda con Galeazzo Ciano, al 1944 con particolare attenzione al periodo trascorso dalla coppia a Shanghai nel 1935, un momento critico in cui la diplomazia non riesce più a contenere l’impeto dei giapponesi e in cui ormai il rapporto tra i due sposi è compromesso. Edda è frustrata dal disinteresse e dai tradimenti del marito, passa le sue notti nelle fumerie d’oppio e alla fine diventa l’amante di Pietro.
Ho apprezzato molto il mix di fantasia e rigore storico, la mia impressione è che gli elementi fantastici siano stati calati con naturalezza ed eleganza in un contesto ben ricostruito o perlomeno pienamente credibile, pur nel poco spazio concesso dalle 128 pagine in formato pocket. Ho gradito ancor di più che lo sceneggiatore Monteleone non abbia ceduto alla tentazione di compiacere il suo nume tutelare inserendo forzature larger than life: il protagonista ovviamente non si risparmia battutacce e spacconate, ma sono poco invasive e perfettamente congruenti con la sua figura. Anche le roboanti scene d’azione (la lotta contro i giapponesi prima e contro il vampirizzato Galeazzo Ciano poi) sono ben condotte senza esagerazioni o sbrodolamenti, nonostante soprattutto l’ultima offrisse il destro a esagerazioni pirotecniche che per fortuna non ci sono state.
Quello che invece mi ha fatto saltare la puntina durante l’ascolto altrimenti piacevolissimo di un grande LP sono state le citazioni. Quella di Andrea Pazienza mi è sembrata veramente fuori luogo, che sia stata volontaria o meno, peggio ancora di «fuori dal blu. E dentro al nero». Cose del genere portano a un distacco da quanto letto, creano un deuxième degré che mette in prospettiva l’opera, come se gli autori fossero i primi a ritenere cazzate quello che scrivono.
Ai disegni Des Dorides ha svolto un lavoro molto buono, a cui non sempre la qualità di stampa ha reso giustizia. È riuscito a impreziosire disegni altrimenti scarni con degli effetti molto efficaci, ma soprattutto è riuscito a strappare dai volti delle espressioni fantastiche, soprattutto Edda (alla fine vera protagonista del fumetto) ha “recitato” con incredibile maestria.
La paternità di questa miniserie viene attribuita a Roberto Recchioni e Leomacs (e ci mancherebbe altro, visto che sono i creatori del personaggio), che poi ne avrebbero demandato l’effettiva realizzazione ad altri autori, ma non mi stupirebbe né ci troverei nulla di male se i nomi eccellenti, unici a comparire in copertina, fossero stati impiegati come semplice e legittimo viatico per suscitare interesse e garantire una base di vendita. D’altra parte persino in Francia il seguito della serie Arlequin presentava bene in evidenza i nomi dei creatori Van Hamme e Dany anche quando gli autori erano altri. E come in quel caso anche qui l’apporto di Leomacs è limitato alle copertine – a tal proposito gli si perdona facilmente la deriva vagamente caricaturale con cui ha reso la sagoma di Mussolini visti i rimandi (che forse esistono solo nella mia fantasia) allo stile di disegno dei fumetti degli anni ’30/’40.
Non mancano dei rarissimi errori nell’andare a capo, ma magari è una citazione pure quella: dopotutto anche Magnus scriveva «boja» con la J e «stassera» con due S.
Attendo con curiosità il prossimo episodio sperando che riesca a mantenersi su questi livelli.