Fumetto bizzarro che si bea del
suo ostentato surrealismo concentrandosi al momento quasi solo a introdurre i
personaggi. I protagonisti sono sei celebrità che vengono definite «supereroi»
solo in quarta di copertina: nel fumetto non vengono mai chiamati così e sono
più che altro dei performer o dei presenzialisti che si fanno vedere alle
inaugurazioni o in televisione (più o meno: le telecamere sono spente e non c’è
pubblico in studio, ma c’è un perché). La loro notorietà e il titolo della
serie si devono al fatto che le loro vicende, di qualsiasi tipo fossero, sono
state ospitate su una rivista che uscì per soli sette giorni – e l’ultima volta
con una copertina bianca. L’ombra lunga e inquietante del metafumetto avanza
minacciosa e un brivido mi corre lungo la schiena al pensiero che alla fine
tutto finirà con un’implosione come mi pare sia avvenuto con
La Dottrina.
Ma è presto per fasciarsi la testa. I segnali non devono necessariamente
condurre in quella direzione. Spero.
Gli Uomini della Settimana sono
Alter (che può fare delle copie di sé stesso e ha una relazione con una
biondona che si finge stupida), il Mimo (bravo a travestirsi, acquista anche le
capacità di chi imita), l’Ispirazione (che trasmette agli altri per empatia il
suo umore), Puah! (col potere di riempire oggetti e persone di pallini neri
come enormi retini tipografici – metafumetto?), Da Da Da (che frequenta un uomo
qualunque e può modificare la disposizione delle lettere nei balloon degli
altri o usarle come armi – argh, metafumetto!) e Aquila, che muore all’inizio e
forse era l’unico a fare veramente l’eroe, o perlomeno a impersonarlo: la scena
d’apertura lascerebbe pensare più a una messinscena che a qualcosa di realmente
avvenuto durante la Seconda Guerra Mondiale, se non altro per il tedesco fintissimo
dei dialoghi.
Il motore della trama è proprio
l’uccisione di Aquila tramite l’unica cosa a cui è vulnerabile: ogni Uomo della
Settimana ha infatti un punto debole segreto. L’omicidio avviene a ridosso del
suo compleanno e ovviamente diventa occasione per una nuova performance e la
conseguente disquisizione sul ruolo degli artisti, degli spettatori, ecc.
Apparentemente sembra una citazione o un omaggio a Watchmen (o a Bratpack, o
a chissà quanti miliardi di altri comic book con premesse simili) ma Bilotta
sembra usare questo incipit come viatico per parlare d’altro, principalmente di
popolarità, apparenza, visione del mondo e soprattutto di arte contemporanea.
Magari pecco di ipercodifica, ma mi sembra che la misteriosa erede di cui
nessuno conosceva l’esistenza e l’assistente-schiava di Puah! siano dei
riferimenti a Gino De Dominicis e anche il “caso” del terzo capitolo con la
scomparsa di un oggetto inesistente potrebbe rimandare al cubo invisibile di De
Dominicis che venne regolarmente recapitato con corriere all’acquirente (o così
si dice). E poi, dai: la tavola con gli oggetti accumulati a pagina 66 è troppo
ostentata per non essere una citazione dei piatti appesi alle pareti di Daniel
Spoerri.
Magari gli Uomini della Settimana
sono una trasfigurazione all’amatriciana (la storia è ambientata a Roma) degli
Young British Artists. L’Ispirazione come Tracy Emin, può starci. Non ho capito
invece chi potrebbe rappresentare il Nodista, anche se la relazione tra lui e
il gallerista/curatore porta alla mente i dibattiti su quale delle due figure
sia oggigiorno il vero artista.
Attorno alla trama portante
orbitano altri personaggi e sottotrame: il prete/critico d’arte Don Baltico, la
presunta conduttrice televisiva Mancinella, la diva Carolina Rotante
dichiaratamente inesistente ma cionondimeno amatissima dai suoi seguaci, una
specie di Diabolik invecchiato e soprattutto la minaccia incombente
dell’Invisibile, ovvero l’entità che avrebbe determinato lo scioglimento degli
Uomini della Settimana. E che spero vivamente non sia una cosa tipo il lettore
di fumetti, il mercato dei fumetti, il gradimento del pubblico, lo stesso
Bilotta o una cosa così…
La storia si sviluppa in capitoli
da 24 tavole, come se fosse la raccolta in volume di tre comic book. Non è per
insultare gli autori che ho fatto un parallelo col fumetto USA: oltre al
formato 17x26 la struttura è proprio quella, con i credit all’inizio di ogni
capitolo e un cliffhanger finale. Il formato ideale per la pubblicazione
sarebbe stato quello di un fascicolo mensile (o magari settimanale!) visto che il
ritmo è incalzante e si rimane incollati alle pagine. Tanto più che come in Watchmen ogni capitolo termina con un
elemento grafico extra-fumetto che porta un po’ avanti la trama o almeno riassume
quello che è successo nel singolo capitolo: in appendice a un’eventuale
versione in fascicoletti ci sarebbe stato proprio bene. Mi rendo conto però che,
al di là delle altre considerazioni produttive, un formato di questo tipo
avrebbe forse comportato un costo maggiore. Così però ci troviamo alla fine di
questo primo volume con un cliffhangerone micidiale e chissà quando vedremo il
seguito.
Lo stile di Bilotta è, come
dicevo, molto appassionante e riesce a incuriosire il lettore. Non sempre il
suo umorismo colpisce nel segno, ma sa usare alla perfezione le possibilità
usate dal fumetto senza perdersi in barocchismi. E poi già l’ambientazione
italiana per una storia del genere mi sembra una trovata simpatica.
I disegni di Sergio Ponchione mi
hanno invece un po’ deluso: non che siano brutti, ma ha molto lesinato sui
tratteggi, ha usato un’inchiostrazione piuttosto corposa e il risultato alla
fine è un po’ stilizzato. Certe vignette sembrano ingrandimenti di immagini più
piccole. Certo, è abbastanza espressivo ma non può esserlo più di tanto con
protagonisti e comparse che indossano maschere totali o si atteggiano sempre a
impassibili o al contrario devono sorridere forzatamente. La stampa non sempre
nitidissima, poi, non aiuta. Oltretutto non si riesce nemmeno a leggere cosa
c’è scritto in alto a destra nel manifesto de Il Nido dell’Aquila (che fa pensare ad Aquila più come attore che
come eroe) e magari era un indizio importante. O forse è una strategia precisa
per suggerire, come vediamo nella stessa splash
page, che i colpevoli siano Mattarella e Pertini.
Poco da dire sui colori di Nicola
Righi: in generale si conformano alla maniera supereroistica per poi deflagrare
in quei pochi punti dove è necessario.