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lunedì 8 dicembre 2025

Il Nome della Rosa 2

Splendida conclusione per la riduzione a fumetti del romanzo di Umberto Eco, di cui ammetto di conoscere solo la versione cinematografica. Purtroppo mi basta per sapere i retroscena della storia e la soluzione del mistero, quindi invidio quelli che ancora ne sono all’oscuro. Cioè in sostanza credo di non dover invidiare nessuno.

Visto che la storia e la svolta risolutiva sono note e risapute, tanto da essere state oggetto di parodie e omaggi vari, non credo sia il caso di riassumerle troppo in dettaglio. Adso continua a raccontare di come aiutò il francescano Guglielmo da Baskerville a risolvere il mistero delle morti sospette in un monastero la cui collocazione geografica viene lasciata nel vago, proprio mentre a indagare giungevano anche il temuto inquisitore Bernardo Gui, il cardinale Bertrando del Poggetto e due delegazioni di ordini monastici in conflitto tra di loro.

Chiaramente il fumetto permette una maggiore fedeltà al testo letterario e così ho potuto gustarmi quegli aspetti che fisiologicamente in un film sarebbero stati impossibili o comunque molto difficili da trasporre. Sfilano quindi delle appassionanti sequenze di detection, un’ulteriore versione del basilisco, il ricchissimo retroterra religioso ed ereticale medievale nonché la ricetta per fabbricarsi dei demoni che esaudiranno i desideri lascivi. E chi l’avrebbe mai detto che una disputa teologica in huit clos sarebbe stata incalzante come un thriller? Quella che immagino essere una più scrupolosa adesione al testo originale introduce anche una sferzante ironia nei dialoghi, gradevolissima.

Tempo fa avevo riscontrato una seppur vaga flessione nel disegno di Manara, più che giustificabile considerando tutto quello che già aveva dato al settore. Non ce n’è alcuna traccia ne Il Nome della Rosa: il Maestro è al top della forma e a 80 (!) anni disegna animali, sfondi e architetture con una cura e una dedizione che i fumettisti che hanno meno di quarant’anni non sanno manco cosa sono. I personaggi recitano in maniera magnifica, cosa che spesso contribuisce a rafforzare quell’ironia che ho ricordato sopra. La bellezza dei disegni e la cura dei dettagli non va a inficiare il dinamismo, tanto che le rare linee cinematiche sono superflue. Come spesso accade coi fumetti di Manara, sfogliare le sue tavole è anche l’occasione di ricordare attori o caratteristi del cinema italiano e non: credo che per il frate barbuto di pagina 19 si sia ispirato a Gigi Proietti.

Un plauso anche ai colori di Simona Manara, che dopo i primi approcci traballanti ha saputo finalmente interpretare e integrare molto bene lo stile del (suppongo) padre. Probabilmente la colorazione è stata realizzata col computer, si vedano gli aloni perfettamente rotondi delle lampade, ma ha saputo comunque restituire la sensazione dell’acquerello.

Insomma, questo fumetto è un capolavoro. Ed è un vero peccato che lo sia. O meglio uno spreco. La nave di Teseo/Oblomov ha allestito un’edizione che è speculare alla descrizione della donna fatta da Ubertino nel fumetto: il contenuto è sublime, la confezione abietta. La carta non è patinata ma una Arena Ivory Rough da 140 grammi («E lo dice pure!» sbotterebbe Nanni Moretti): colori smorti, tinte che si perdono nella brunitura, spessore tale che viene sempre il sospetto di aver girato una pagina in più. A proposito di dispute teologiche, scaglio il mio anatema contro i Cuccoliniani: a me delle pagine sotto la luce artificiale non indispone vedere un qualsivoglia riflesso, che tanto con una lieve flessione del piano d’appoggio si elimina, quanto sorbirmi le asperità della carta che mortificano il disegno. La copertina non è nemmeno plastificata; non sarà cartavetrata ma al tatto ci somiglia un po’. E se gli scricchiolii che fa il volume quando lo si apre volevano essere una colonna sonora per far entrare nell’atmosfera a me fanno dubitare invece della solidità dell’allestimento. Mi rendo conto che sia irrinunciabile leggere la versione in italiano per apprezzare appieno la prosa di Eco, ma confido che in Francia ne facciano un bell’integrale per gustarmi al meglio l’arte di Manara.

In appendice alcune pagine di schizzi.

giovedì 23 ottobre 2025

Ricevo e diffondo (un po' in ritardo)

ALL'ASTA DA FINARTE OLTRE 900 TAVOLE ORIGINALI TRA I MAESTRI DEL FUMETTO, DELL'ILLUSTRAZIONE E DELL'EROTISMO

Dal top lot di Manara, la tavola originale Elodie – Red Light (Lotto 840, stima € 25.000 – 35.000), al Fumetto Erotico di Guido Crepax (Valentina, le armi, l'amore, Lotto 763, stima € 4.500 – 6.000), fino a Federico Fellini, con le sue produzioni grafiche

Con oltre 900 lotti in catalogo, il Capo Dipartimento Fumetti di Finarte, Daniele Gradella, presenta l'attesissima asta autunnale dedicata alle Tavole Originali dei Maestri del Fumetto e dell'Illustrazione con due cataloghi tematici, in programma giovedì 23 e venerdì 24 ottobre 2025 presso la sede romana della casa d'aste.

Come da tradizione, il catalogo accompagna appassionati e collezionisti in un viaggio attraverso oltre un secolo di storia, dal primo Novecento fino agli autori contemporanei. Si parte giovedì 23 con una sezione dedicata agli illustratori italiani del secolo scorso: in evidenza Achille Luciano Mauzan con Fiera di Milano, 1926 (Lotto 98, stima € 3.800 – 5.000), Duilio Cambellotti, Flavio Costantini e persino Federico Fellini, con le sue produzioni grafiche.

Segue la sezione dedicata ai grandi personaggi della scuola Bonelli, con tavole originali tratte da serie iconiche come Dylan Dog, Tex e Ken Parker, tra cui spicca l'originale di copertina Ghost Hotel di Bruno Brindisi (Lotto 176, stima € 500 – 800). Spazio anche al mondo Disney, con opere di maestri italiani e internazionali come Giorgio Cavazzano, Luciano Bottaro, Don Rosa e Floyd Gottfredson. A concludere la giornata, i grandi autori americani: da Frank Miller (Sin City) a John Romita Sr. con Spider-Man – Vengeance from Vietnam! (Lotto 346, stima € 9.000 – 12.000), passando per Gene Colan (Daredevil).

Il 24 ottobre sarà la volta dei Grandi Maestri del Fumetto, italiani ed internazionali: in catalogo tavole rare di Hugo Pratt, Benito Jacovitti, Andrea Pazienza con Autoritratto in motocicletta, 1984 (Lotto 563, stima € 9.000 – 12.000), e molti altri. Tra le chicche anche una striscia di Mafalda firmata Quino (Lotto 588, stima € 3.500 – 5.000) e una preziosa Sturmtruppen di Bonvi (Lotto 468, stima € 3.500 – 5.000).

A chiudere la due giorni, un intero catalogo riservato al Fumetto Erotico, con opere di Guido Crepax (Valentina, le armi, l'amore, Lotto 763, stima € 4.500 – 6.000), Magnus, Giovanna Casotto, Georges Pichard e, naturalmente, Milo Manara.

Proprio a Manara è legato il top lot dell'intera asta: la tavola originale Elodie – Red Light (Lotto 840, stima € 25.000 – 35.000), realizzata per la copertina dell'album omonimo pubblicato da Island Records nell'ottobre 2023. L'opera, ispirata al videoclip del brano "A fari spenti", segna una delle collaborazioni più recenti tra il maestro dell'eros e il mondo della musica, dopo le celebri esperienze con Riccardo Cocciante, Lucio Dalla, Biagio Antonacci e David Riondino. L'artista ha interpretato la cantante in un disegno potente e simbolico, celebrato anche dalle parole di Elodie: "Manara è stato il primo artista che mi ha fatto scoprire la potenza e la libertà del corpo femminile. Quando ci siamo incontrati gli ho portato tutto il progetto, le foto, i video. Lui ha scelto e mi ha rappresentata: la sua opera mi rispecchia completamente." A sua volta, Manara ha definito l'opera "una rivendicazione della dignità del corpo", ribadendo come la rappresentazione del nudo mantenga "qualcosa di eterno e sacrale".

«In un mercato dell'arte in fase di transizione, con una generale cautela da parte dei collezionisti, le Tavole Originali stanno registrando numeri in forte crescita," commenta Daniele Gradella, Capo Dipartimento Fumetti di Finarte. "Basti pensare ai 13,5 milioni di dollari raggiunti pochi giorni fa da una copertina di Frank Frazetta. È un segmento relativamente giovane ma in rapida ascesa, sempre più trasversale e consapevole. Finarte, in questo panorama, si è posizionata come leader in Italia e tra i principali attori in Europa. Questa nuova asta ne è una prova evidente: un catalogo ampio, ricco di opere iconiche e rarità, che parla a collezionisti di ogni tipo e generazione.»

 

Informazioni
Asta:

23 ottobre, ore 11:00 - TORNATA 1 (lotti 1-167) e ore 14:30 - TORNATA 2 (lotti 168-450).
24 ottobre, ore 11:00 - TORNATA 3 (lotti 451-624) e ore 14:30 - TORNATA 4 (lotti 625-920)
Esposizione: 23 e 24 ottobre ore 10:00 – 18:00
T. +39 02 3363801


venerdì 19 maggio 2023

Il Nome della Rosa 1

Ovviamente ne ero già a conoscenza, ma è stato comunque spiazzante vedere che la prima parte della riduzione del romanzo di Umberto Eco finisce bruscamente proprio sul più bello, quando l’azione ha pienamente carburato e la curiosità di arrivare al bandolo della matassa è tanta. Senza neanche un «fine della prima parte» o «continua» a testimoniare un punto fermo, per quanto sospeso.

Non credo che serva riassumere la trama de Il Nome della Rosa, probabilmente il romanzo più famoso e venduto di Eco, celeberrimo anche per la sua versione cinematografica a opera di Jean-Jacques Annaud – in cui per il ruolo del monaco deforme Salvatore era stato proposto inizialmente Franco Franchi. In breve, un francescano maturo ex-inquisitore e il suo giovane attendente benedettino giungono a un’abbazia dove dovranno indagare su una misteriosa morte che sarà il preludio di una strage di monaci, quasi tutti amanuensi.

Manara introduce la storia “fumettando” un’introduzione dello stesso Eco e per tutto il corso delle tavole riesce a mantenere un equilibrio perfetto tra la fedeltà al testo originale (spesso aulico e compiaciuto di esserlo) e la necessità di raccontare per immagini. Le posture e le espressioni dei personaggi rendono vivi anche i dialoghi più lunghi e bizantini, ma il testo di partenza presenta anche sequenze concitate e persino lisergiche che vengono rese con grandissima efficacia.

Al di là di questo le tavole sono uno spettacolo per gli occhi. Paradossalmente le rarissime donne che vi fanno capolino sono quasi un corpo estraneo, elementi un po’ stereotipati laddove gli uomini sono raffigurati con una grandissima naturalezza che li rende vivi. Non mancano ovviamente le citazioni: il protagonista Guglielmo da Baskerville è un giovane Marlon Brando, qua e là riaffiorano i volti dei caratteristi del cinema italiano e forse in Alinardo da Grottaferrata chissà che non ci sia un omaggio al Giuseppe della Paulette di Wolinski e Pichard. Le citazioni comunque non si limitano ai modelli su cui basare le fattezze dei personaggi, ma comprendono anche pittura e architettura. Non mancano inserti più o meno lunghi in cui i fatti (cioè il passato di alcuni personaggi) vengono riassunti e illustrati più che raccontati, ma l’effetto non è affatto didascalico, anzi mi hanno ricordato alcune parti analoghe dei primi Giuseppe Bergman.

Onore al merito, va segnalato che anche il lavoro ai colori di Simona Manara è ottimo, riuscendo quasi a simulare dei veri acquerelli – certo, ho visto che in alcune vignette il colore sbava debordando dai contorni, ma probabilmente è dovuto al fatto che Manara ha lavorato certi elementi a mezzatinta.

Oltre alle 60 tavole del fumetto il volume comprende anche un’appendice con schizzi e prove. Se non finirà nel Meglio del 2023 non sarà solo perché lascia il lettore in sospeso e so già come va a finire la storia, ma anche per una scelta bislacca di Oblomov/Nave di Teseo: perché non stamparlo su carta patinata?

martedì 8 novembre 2022

Intervista a Milo Manara

Lei ha una lunga frequentazione con Lucca…

In realtà ci sono tornato solo da qualche anno dopo parecchio tempo, perché la morte di Hugo Pratt mi aveva stordito, non me la sentivo di tornare in un posto che senza di lui non era più quello che conoscevo. Di Pratt avevo scoperto la sua  Ballata del Mare Salato su Sgt. Kirk, la rivista di Ivaldi, e fu una rivelazione. Lo conobbi a Lucca la prima volta che ci venni, nel 1969 (nel gennaio di quello stesso anno avevo pubblicato il mio primo fumetto).

A proposito di Lucca, successe una cosa particolare nel 1978. Quell’anno uno degli sponsor erano le Aerolineas Argentinas…

Anche perché quell’anno mi pare che ci fosse la delegazione di autori argentini.

Non ricordo se facessero proprio da sponsor, ma comunque parteciparono. Solo che all’epoca era in pieno corso la feroce dittatura argentina e tra noi autori decidemmo che per protesta avremmo boicottato il Salone, non avremmo ritirato i premi. Solo che quell’anno premiarono proprio me! Era il primo premio che mi davano in vita mia e non sapevo come comportarmi. Così mi rivolsi al pubblico del Teatro del Giglio e feci un rapido “sondaggio” chiedendo se dovessi accettarlo oppure no, e la risposta fu di sì[1].

Hugo Pratt mi disse che ero stato peggio di Mario Merola per la sceneggiata che feci!

Attualmente a cosa sta lavorando?

Alla riduzione a fumetti de Il Nome della Rosa di Umberto Eco. È un progetto che mi è stato proposto da Elisabetta Sgarbi. Si tratta di parlare di temi attuali ancora oggi: la povertà, che è il problema più grave di oggi, ma anche la capacità di ridere.

Mi rendo conto che possa sembrare un’opera diversa da quelle che realizzo di solito, ma Il Nome della Rosa è anche un romanzo di formazione perché parte dai ricordi del narratore Adso, quindi anche da quando era un ragazzo che scopriva molte cose tra cui il sesso. Nella parte del libro dedicata all’episodio dell’incontro con una ragazza Umberto Eco cita il Cantico dei Cantici: sono pagine di una levatura letteraria altissima, ma le metafore sono molto chiare.

Saranno due volumi: il primo avrà il culmine con la scena dell’incontro con la ragazza, nel secondo verrà dato molto spazio all’Inquisizione.

Al di là delle Sue doti conclamate Lei è ancora più ammirevole per il fatto che in un mondo in cui i fumettisti (soprattutto italiani) non leggono fumetti, Lei in più occasioni ha testimoniato di leggerne ancora e di apprezzarli. Cosa ha letto recentemente che L’ha colpita?

I primi nomi che mi vengono in mente sono Paolo Bacilieri e Zercalcare.

Zerocalcare è molto interessante perché ha una gamma di registri molto vari, nelle sue storie non c’è solo il comico ma anche il drammatico. Il primo libro suo che ho letto è Dimentica il mio nome e decisamente è toccante l’inizio con questo ragazzo, che solo superficialmente potrebbe sembrare un coatto, che ricorda la morte della nonna.

Di Bacilieri Lei fu anche il maestro.

Sì, infatti io e lui ci prendiamo in giro perché ricordiamo l’aneddoto di Giotto con Cimabue, quello che una volta veniva raffigurato anche sulle confezioni di matite colorate, l’episodio secondo cui Cimabue rimase colpito nel vedere questo pastorello che disegnava una pecora alla perfezione e lo prese a bottega. E allora anche noi ci chiediamo “l’allievo ha superato il maestro?”.

Bacilieri è stato mio allievo, ma già da ragazzino vidi che era un ottimo disegnatore. E non aveva certo bisogno delle mie raccomandazioni, nel fumetto può esserci un aiuto, spiegare come muoversi o a chi rivolgersi a seconda della personalità di un disegnatore, ma non ci possono essere raccomandazioni perché quello che fai si vede ed è sotto gli occhi di tutti. Insomma, non è come se devi presentare dei disegni a scuola e te li fai fare da tuo fratello maggiore.

Tra i fumettisti italiani mi piacciono anche Gipi e Fior, tanto per fare i primi nomi che mi vengono in mente, ma amo anche la “vecchia guardia” degli autori francesi (ma anche di altri Paesi), quelli che fanno ancora fumetto d’avventura e in cui il disegno non passa in secondo piano come invece mi sembra accada in altri contesti.



[1] Nel suo libro Il Fumetto Dario Fontana riporta un altro punto di vista sull’episodio.

domenica 21 febbraio 2021

domenica 10 febbraio 2019

Caravaggio: La grazia

Pazzesco: non ho trovato la copertina della versione italiana in rete!
Si conclude in maniera sublime il Caravaggio di Manara, sospeso tra ricostruzione filologica e colta inventiva per colmare quei vuoti nella sua biografia dovuti alla vita errabonda che condusse negli ultimi anni. Michelangelo Merisi in fuga da Roma viene soccorso da una compagnia di saltimbanchi che, sotto le direttive della Contessa Colonna, lo curano e lo proteggono dalle attenzioni della giustizia nascondendolo a Napoli in attesa che gli venga concessa la grazia. Per averla dovrà produrre nuovi quadri ma, ansioso di mettere più terreno possibile tra di sé e le prigioni pontificie (o l’accetta del boia), il Caravaggio abbandona Napoli, dove è una vera star, per raggiungere Malta e unirsi all’ordine dei Cavalieri, in modo da vedersi così concessa automaticamente la grazia.
A La Valletta troverà un ambiente ambiguo: da una parte gli viene riconosciuto il suo immenso talento e gode delle protezioni giuste, dall’altra la confraternita rivela al suo interno dei membri che sono tutt’altro che fedeli agli alti ideali che portarono alla sua fondazione. Uno di questi diverrà la causa della sua rovina.
In fuga anche da Malta, approderà in Sicilia e qui andrà infine incontro al destino che hanno tramandato i libri di Storia dell’Arte.
Trattandosi di una vicenda frenetica e avventurosa, Manara adotta un tipo di narrazione diretta e coinvolgente, in cui i dialoghi dei personaggi chiariscono senza ombra di dubbio quello che vogliono fare e in cui non ci sono tempi morti, ma al massimo delle pause ragionate utili a creare tensione e a narrare alcune cose indispensabili per capire meglio i retroscena (come la scena della condanna in contumacia da parte dei Cavalieri di Malta). Tutti i personaggi in scena sono credibili e molto ben delineati, e il registro linguistico scelto da Manara è molto più efficace che nel primo volume. Il finale è molto emozionante pur nella sua apparente semplicità. È lodevole anche la capacità di Manara di ricostruire l’atmosfera di un’epoca con pochi dettagli selezionati, come il fetore caratteristico delle galee.
Graficamente c’è poco da dire: le tavole sono semplicemente meravigliose. Non solo esteticamente, ma anche per recitazione, dinamismo, scenografie, profusione di dettagli e scrupolo documentaristico. L’unico aspetto che convince di meno sono i colori, opera di Manara con la (immagino) figlia Simona: come nel primo volume i toni sono molto uniformi e piuttosto cupi, col risultato di rendere le tavole ben poco vivaci (quasi smorte) e un po’ monocordi. Ma almeno in questo episodio c’è una maggiore uniformità, mentre nel precedente gli interventi digitali erano molto più evidenti (anche se quel quadrato bianco sopra l’elmo a pagina 41 è sicuramente dovuto al processo di lavorazione col computer).
Forse a causa dell’intermediazione del computer nella realizzazione (o solo nella scansione?) delle tavole, il risultato stampato risente ogni tanto di una sgradevole retinatura e il segno non è probabilmente così marcato come lo era in origine. Peccato.
A integrare le tavole di Manara ci sono una vasta bibliografia, un glossario, la copertina della versione deluxe e un’introduzione a firma di Claudio Strinati da leggersi rigorosamente dopo il fumetto.

giovedì 8 giugno 2017

Giuseppe Bergman Integrale Volume 2

Della pessima resa dei colori in Indian Summer avevo già avuto modo di lamentarmi.
La colorazione del secondo Integrale di Giuseppe Bergman non è altrettanto deludente, ma mette comunque impietosamente in risalto i limiti delle tecnologie moderne, o forse della creatività di chi le usa. In pratica ognuno dei tre episodi qui raccolti fornisce un esempio concreto di un difetto specifico della computer grafica: quelli realizzati da Luca Saponti per Sognare, forse… (ma perché ribattezzare la storia Le Avventure Orientali?) sono di una freddezza disarmante e il fatto che cerchi di simulare l’uso di tecniche analogiche finisce per renderli ancora più freddi e artefatti: a pagina 101 vediamo che in alto a destra nelle vignette viene ripetuto LO STESSO IDENTICO PATTERN a simulare l’uso degli acquerelli, che si può riscontrare anche altrove con colori diversi! Ci sarebbe da ridere, se non ci fosse da piangere.
Annalisa Leoni dal canto suo in A Riveder le Stelle appiattisce tutto il lavoro di mezzatinta che Manara aveva realizzato per quell’opera (che possiedo nella versione francese della Casterman con serigrafia allegata: mi chiedevo infatti da anni come avrebbero tradotto in italiano «Amour et Argent», e semplicemente non l’hanno tradotto). Per poter amalgamare i suoi colori con la colorazione preesistente, perché Manara in questo episodio non si era limitato a sfumare l’inchiostro ma aveva abbozzato dei blandi colori in certi dettagli, ha dovuto sottoporre le tavole a più passaggi di lavorazione informatica che hanno finito per indebolire il tratto di Manara.
Sempre la Leoni in L’Odissea di Bergman, quello dalla resa in assoluto migliore, cede alle lusinghe degli effettini finendo così per vanificare il lavoro dignitoso che aveva realizzato: i riflessi della luce sul mare sono squisitamente kitsch, tanto per limitarmi a un esempio macroscopico (dopo un po’ i raggi di luce non si notano nemmeno più visto che sono dappertutto).
Io non ho nulla contro i due coloristi, che probabilmente nel loro settore sono delle eminenze (sono sicuro di aver già letto il nome della Leoni da qualche altra parte): semplicemente hanno fatto quello che hanno potuto con i mezzi che sono stati concessi loro, forse con un budget che richiedeva tempi stretti e senza alcuna formazione accademica alla base. Tanto, ormai, quasi tutti i fumetti vengono colorati col computer e il lettore non ci fa più caso – ma dubito che i lettori moderni non coglieranno la differenza tra il lettering manuale di Sognare, forse… e quello meccanico degli altri due episodi. È proprio lo strumento che ha dei limiti che, finora e almeno in queste circostanze, risultano invalicabili.
Il volume di per sé è comunque bello. Il formato, in quest’epoca di miniaturizzazioni indiscriminate, sarà un 25x35 o giù di lì. Cartonato e stampato su patinata lucida, offre in appendice delle splendide illustrazioni di Manara con cui rifarsi gli occhi dopo i toni lividi di Saponti e il flou della Leoni. Si sente un po’ la mancanza di redazionali, ma forse erano presenti nel primo Integrale che io non ho comprato. Segnalo che manca il testo di un balloon a pagina 189 (ma è uno di quelli “urlati” di scarsa rilevanza, forse il testo era scritto in francese da Manara direttamente sulla striscia), una didascalia a pagina 214 è parzialmente tagliata (niente di che: il testo si capisce lo stesso) e l’errore di mettere «vedere» invece di «vendere» (cosa che col vecchio lettering manuale probabilmente non sarebbe successa) indebolisce il discorso che Manara voleva fare a pagina 158, ma l’edizione vale comunque i suoi 27 euro, considerando che le ultime due storie sono lunghe ben 56 pagine mentre Sognare, forse… dura quasi il doppio.
Curiosamente, ho notato che l’erezione del bambino in Sognare, forse… non è stata censurata, mentre invece la protagonista Francesca Foscari, nome che all’epoca della pubblicazione su Corto Maltese aveva sollevato le proteste di una nobildonna veneziana omonima, è diventata semplicemente Fosca! Immagino che gli interventi siano precedenti a questa edizione, perché le correzioni sono state fatte palesemente a mano. E nella loro improvvisata artigianalità sono stupende, altro che computer.

sabato 18 marzo 2017

Eminence

È una marca di intimo maschile francese, che nei primi anni '80 aveva avuto l'intuizione di affidare una campagna pubblicitaria a Milo Manara (ne ricordo una parodia di Scozzari con Suor Dentona).
Da Fumo di China 27 del 1986 si apprende che la campagna sarebbe stata replicata non affidandola più al solo Manara ma coinvolgendo un bel po' di altri disegnatori. Io però ho trovato solo il lavoro fatto da Copi - oltre ovviamente a un bel po' dei disegni fatti da Manara.
La campagna a fumetti di Eminence si aggiunge quindi alla lunga lista di cose di cui internet non dà minimamente traccia.


sabato 16 luglio 2016

Chicca

Mi è stata segnalata questa perla dall'ultimo TV Sorrisi e Conzoni:
Quindi adesso le graphic novel (al femminile) vanno in onda in televisione?! Boh, chissà di cosa si tratta. Forse del vecchio progetto per un cartone animato, che però si era arenato anni fa? Vedremo. Forse. Bellissimo comunque il ritratto di Celentano fatto da Manara a corredo della segnalazione:

lunedì 16 novembre 2015

Milo Manara: Nuove storie brevi

Uscito alla fine del 2013 ma annunciato sull’Anteprima solo qualche mese fa e (immagino) reso disponibile nelle fumetterie da poco, Nuove storie brevi di Milo Manara è un bell’esempio di strategia editoriale. Queste «storie brevi» erano «nuove» quarant’anni fa, quando fecero la loro comparsa sul Corriere dei Ragazzi e sul Corrier Boy, quindi Mondadori ha voluto creare un fittizio trait d’union con i fascicoli delle storie brevi editi anni fa da Nuova Frontiera, puntando sulla presunta prurigine del contenuto: in effetti in copertina campeggia una donnina che, per quanto effettivamente ripresa da una delle storie, c’entra ben poco col contenuto.
Non c’è lo straccio di un redazionale e, cosa assai più grave, mancano del tutto le indicazioni sulla paternità delle sceneggiature, ideate da personalità del calibro di Mino Milani e (credo) Alfredo Castelli. In epoca virtuale possiamo recuperare queste informazioni ad esempio da qui ma oltre a non rendere giustizia agli autori originali (che si sarebbero potuti citare genericamente nel colophon) ciò crea il rischio che il solito lettore povero di spirito, viste attribuite tutte le storie al solo Manara, ritenga per principio che siano porcherie prima ancora di leggerle visto che, come va tanto di moda dire, Manara è un ottimo disegnatore ma non sa scrivere.
Al di là di queste considerazioni, il volume mi è proprio piaciuto visto che va a colmare alcune lacune che avevo nella produzione di Manara. Pur essendo palesemente stato stampato a partire dalle scansioni delle riviste (non potevano recuperare da lì i nomi degli sceneggiatori? I riferimenti alle macro-serie in cui erano inserite questi “liberi” si sono pure presi la briga di toglierli…), il risultato è buono e anche le pagine che in origine erano a colori, qui rese con toni di grigio, sono stampate in maniera più che accettabile.
Il materiale è tratto dal periodo della “prima maturità” di Manara, quando era riuscito dopo alcuni tentativi infruttuosi a fare il salto di qualità e a passare dai pornetti alle pagine del “Corrierino” in quello che forse fu il periodo migliore della testata. Se non vengono indicati i nomi degli sceneggiatori figuriamoci se c’è lo straccio di una indicazione sulla data di pubblicazione originaria delle storie, comunque la Storia del fumetto ci insegna che la collaborazione di Manara col settimanale durò dal 1974 al 1976 e d’altra parte la collocazione temporale è evidente anche dall’ambientazione delle storie stesse.
Si tratta infatti di fumetti inseriti nei vari filoni del “Fumetto-Verità”, dell’Inviato nel Tempo e di La Parola alla Giuria, in cui erano presenti massicci riferimenti all’attualità del tempo anche se le vicende erano ambientate in epoche diverse. Oltre agli splendidi disegni di un Milo Manara già bravissimo in queste storie si nota l’alta qualità dei testi. Il Corriere dei Piccoli non era Lanciostory e si vede: ogni tanto affiora un intento didattico nei testi di alcune storie, così come ci sono delle forme di autocensura per cui i “buoni” non ammazzano mai e le eventuali morti non sono mai rappresentate in maniera cruenta (salvo laddove effettivamente indispensabile, vedi il processo ad Attila), però la sapiente architettura di alcune trame o l’originalità di certi soggetti rendono la lettura piacevole anche a un pubblico adulto e smaliziato, tanto più che ogni tanto fa capolino una certa ironia – da qui la mia ipotesi che Castelli abbia scritto alcuni di questi fumetti.
Il volume raccoglie anche Chris Lean, una serie del Corrier Boy con cui evidentemente si cercava di percorrere la stessa strada di Intrepido e Lanciostory, che Manara abbandonò al secondo episodio a causa dell’avversione per la professione del protagonista. Dopo aver finalmente letto questi episodi mi pare che la sua idiosincrasia fosse esagerata: è vero che Chris Lean era un poliziotto ma i suoi nemici erano altri poliziotti corrotti. Ma c’è poco da fare: erano altri anni. Chris Lean è stata una serie importante visto che dopo l’abbandono di Manara vi si fecero le ossa altri nomi poi diventati importanti del comicdom nazionale, fra tutti Luigi Piccatto.
Riflettendo sul fatto che Un Fascio di Bombe è contemporaneo a questi fumetti, e che lì Manara non era molto ispirato (ma io resto convinto che ci mise mano anche qualcun altro), credo che Il Corriere dei Ragazzi pagasse bene i suoi collaboratori, quanto bastava a Manara per prendersi tutto il tempo necessario a trovare la documentazione e a lavorare di cesello sulle sue elaboratissime tavole.
Con o senza la paraculaggine della Mondadori, questo volume è un acquisto indispensabile per i fan di Manara, del Corriere dei Ragazzi e del fumetto italiano in generale.

domenica 19 luglio 2015

Un omaggio inaspettato

Questa è una vecchia storia in una pagina di Milo Manara:
Questa è una storia breve presentata su Speciale Martin Mystère 32 (ma probabilmente ripresa da chissà quale altra fonte):

mercoledì 6 maggio 2015

Caravaggio 1: La tavolozza e la spada



Macché ultimo episodio di Ken Parker, macché ripresa di Kriminal: per me l’evento fumettistico del 2015 è l’uscita del nuovo fumetto di Milo Manara. Tanto più che di questo Caravaggio col volto di Andrea Pazienza si parlava già da un bel po’ e l’attesa (nonostante tra le doti di Manara ci sia anche la rapidità d’esecuzione) era tanta. E quel poco che si era intravisto, ad esempio nel documentario di Giancarlo Soldi Come Tex nessuno mai, faceva prevedere i fuochi d’artificio.
Purtroppo il primo impatto non è stato piacevole: è evidente che i colori delle prime tavole (e forse pure le nuvole degli sfondi) sono state realizzati al computer senza la naturalezza e nemmeno la vivacità della tavolozza del Maestro, qui coadiuvato da Simona Manara. Un discreto calcio nelle palle, come quello che presi anni fa quando Zanotto demandò la colorazione di Orizzonti Perduti alla redazione dell’Eura, trauma che mi fece smettere di comprare Skorpio.
Per fortuna da pagina 14 si torna in carreggiata (e quelle prime tavole assumono il contorno di prologo aggiunto successivamente) e l’arte di Manara si rivela in tutto il suo splendore pur se qualche intervento digitale occasionalmente riaffiora.
Non sarà elegante risolverla così, ma penso che non sia necessario soffermarsi sulla parte grafica del fumetto, anche perché non finirei più di tesserne le lodi e forse la serie di superlativi entusiastici che avrei inanellato avrebbe finito per sminuire il lavoro di Manara. Chiunque faccia una ricerca in internet può vedere quanto sia insuperabile nel ritrarre ogni tipo di soggetto, nel far recitare i personaggi, nel dare l’idea del movimento e nella rappresentazione scrupolosa e dettagliata degli ambienti – esterni e interni.
Quello che invece mi preme è sottolineare quanto la sceneggiatura sia splendidamente riuscita e tenga incollato il lettore alle pagine. Spesso il Manara sceneggiatore ha l’abitudine di cominciare le sue storie in media res o di fare delle ellissi molto ardite (ad esempio negli ultimi episodi de Il Gioco e in Gulliveriana), oppure di aprire delle parentesi un po’ più rilassate che finiscono per incidere sulla godibilità dell’opera nel suo insieme (vedi Fuga da Piranesi). Caravaggio invece è un fumetto omogeneo nella sua appassionante tensione, l’ansia di raccontare di Manara sembra la trasposizione esatta della fame di vita del pittore assassino.
La tavolozza e la spada si snoda tra i 21 e i 35 anni del Caravaggio, proponendo gli incontri (felici e meno) che insieme al suo caratteraccio ne determinarono il destino. La rigorosa documentazione si vede in molteplici dettagli (viene proposto anche l’episodio dei carciofi, che io ricordavo un po’ differente) e Manara inserisce addirittura delle citazioni inaspettate (Artemisia Gentileschi) e un’onestissima considerazione su come anche nei tempi andati a far la fortuna di un artista fossero più le public relations che il talento. La storia si conclude al momento con lo scontro con l’arcinemico Ranuccio Tomassoni e il piano dell’opera prevede un solo altro volume.
L’unica piccola pecca di questo volume (ma sono curioso di leggere su Fumo di China come lo demoliranno, visto che Manara bisogna sputtanarlo sempre e comunque) avrebbe potuto essere l’ostentato turpiloquio, che però a ben guardare ha invece la funzione ben precisa di ricostruire l’atmosfera di degrado, squallore e volgarità di molte delle sequenze riportate: è inevitabile che con il tratto elegante e ricercatissimo di Manara anche il carcere di Tor di Nona e le bettole più povere risultino bellissime.

giovedì 23 maggio 2013

Le gioie del correttore automatico (credo)

(da Anteprima 261 del maggio 2013)

aggiunta del 25/05/2013:
nel presentare il volume Mystery Men Mauro Venturelli si lascia sfuggire che gli anni '30 in America sono stati quelli della grande "repressione":