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giovedì 31 luglio 2025

Superman: Gli ultimi giorni di Lex Luthor

Si è fatto attendere (il primo dei tre comic book qui raccolti è uscito nel 2023!) ma ne è valsa la pena. Abbastanza. Più o meno. Boh, forse non tanto.

Superman cede a una macchinazione di Lex Luthor: dopo l’ennesimo esperimento con la kryptonite il suo nemico storico ha sviluppato una malattia degenerativa che lo ucciderà a breve. Attirata l’attenzione di Superman con uno spettacolare assalto al Bangladesh lo costringe ad aiutarlo a trovare una cura perché lui è Superman e aiuta sempre tutti, solo che il loro accordo viene trasmesso in tutto il mondo (fottuti social network) causando un prevedibile imbarazzo nelle persone vicine all’Uomo d’Acciaio per cui la dipartita di Luthor non sarebbe questa grande perdita per l’umanità, tutt’altro.

La storia viene inframmezzata da un flashback sull’adolescenza comune che hanno avuto Lex e Clark Kent, che spiega l’origine del loro rapporto complesso (non che Lex non odiasse l’umanità già prima). Credo che questa storia sia un Elseworld ed è costituita più che altro da una cavalcata tra i topoi e la mitologia dell’Uomo d’Acciaio, anche se lo spunto di partenza non è male. Peccato che i molteplici comprimari si dilunghino in spiegazioni sulla filosofia e l’etica di Superman. Alla fine è un volume molto celebrativo e un po’ noiosetto in cui sfilano la Zona Fantasma, Kandor la città miniaturizzata, la Legione dei Supereroi, Themyscira, Atlantide e altri luoghi dell’universo DC che vengono solo rapidamente riassunti in un’unica doppia pagina.

Fortunatamente alla fine si scopre che il tutto era sì una trappola, ma ordita da qualcun altro rispetto a Lex Luthor e da qui in poi l’azione deflagra, in maniera addirittura troppo concitata e frettolosa: un ulteriore quarto episodio avrebbe potuto creare la giusta tensione e alcune trovate non sarebbero state “bruciate” in uno spazio relativamente limitato (ogni capitolo conta una cinquantina di tavole ma abbondano le splash page). Certo, coi ritmi di Hitch un quarto episodio lo avremmo visto nel 2027 o giù di lì.

In conclusione Gli ultimi giorni di Lex Luthor è più che altro una celebrazione di Superman e piacerà agli appassionati del personaggio, ma Mark Waid ha saputo comunque imbastire dei dialoghi godibili.

Il team di disegnatori è quello già collaudato ne La Tomba di Batman. Kevin Nowlan inchiostra in maniera netta e decisa Bryan Hitch e forse nel processo qualche dettaglio si è perso (i contorni delle figure sono molto spessi). Va anche detto che lesinando sui tratteggi alcune occasionali sproporzioni sono più marcate, ma avercene di disegni così.

sabato 21 settembre 2024

Stargirl: I Bambini Perduti

Cominciamo malino. Freccia Verde e la sua nuova sidekick discutono della continuity della DC, probabilmente per cercare di introdurre meglio un lettore occasionale che però così si trova ancora più spaesato. È anche un espediente per anticipare l’aggancio della storia: i vecchi componenti di un gruppo della Golden Age vengono convocati per far fronte a una minaccia, proprio durante la pausa primaverile delle scuole statunitensi; infatti la storia comincia in uno Spring Break Special: così anche l’adolescente Courtney Whitmore/Stargirl può partecipare alla rimpatriata. Ma la deus ex machina Crimson Avenger non vuole che lei e la giovane spalla di Freccia Verde partecipino alla battaglia contro un villain che può controllare il tempo grazie alla diavoleria di un altro villain (questo apparentemente meno ridicolo, per fortuna), cosa che le due invece fanno dando quindi inizio alla trama in cui dovranno recuperare dai recessi della cronologia della DC un personaggio morto in qualche precedente arco narrativo. Una correzione di tiro su chi va “resuscitato” e inizia la storia vera e propria, con le due a caccia di uno dei primissimi sidekick che potrebbe essere ancora vivo, seguendo gli indizi di un’altra vecchia “spalla” sopravvissuta alla Golden Age che si stava già occupando del caso. Con tanto, tantissimo infodumping sulla storia dell’universo DC.

Sulle fondamenta di una storia investigativa (cos’è successo a tutti quei sidekick adolescenti scomparsi dalla scena?) Geoff Johns costruisce una specie di avventura simbolica e metanarrativa in cui cerca di spiegare i recessi più reconditi dell’universo DC ambientandola in un’isola fuori dal tempo e quindi non toccata dalla continuity. Roba da filologi nerd, insomma, ma Johns conosce il suo mestiere, e non intendo solo la cosmologia DC di cui rigurgitano queste pagine: i dialoghi sono divertenti e il ritmo sostenuto. Ovviamente non è Watchmen, ma nemmeno vuole esserlo. Pur dovendo forse pagare pegno alla versione televisiva del personaggio titolare, credo che ci sia anche un gioco col lettore: quali dei sidekick sono esistiti veramente e quali sono stati inventati appositamente riscrivendo la storia dell’universo DC? L’ho pensato perché immagino che negli anni ’40 non ci fossero tanti supereroi di colore. I riferimenti a vari eventoni remoti e recenti sono molteplici e sfibranti, ma forse proprio la loro ossessiva sovrabbondanza vuole essere una maniera per Johns di farsene beffe. Un lettore addentro ai meandri della DC si divertirà a rimettere in ordine i vari tasselli, uno occasionale rinuncerà presto a raccapezzarcisi e si godrà I Bambini Perduti per l’avventura per ragazzi che è (con tanto di pistolotto finale sull’amicizia ma ci sta). O almeno voglio crederlo.

Todd Nauck ai disegni ha tutte le caratteristiche per non piacermi (diamine, fa persino degli omaggi a McFarlane!) ma in qualche maniera perversa le sue anatomie stilizzate e l’inchiostrazione molto modulata hanno un loro perché in questo contesto.

Oltre a una doppia pin-up disegnata da Jerry Ordway e a una tavola umoristica di Fred Hembeck, il capitolo introduttivo presenta anche una brevissima comparsata del grande Bryan Hitch, che quando vuole le anatomie e le espressione sa ancora azzeccarle.

giovedì 8 agosto 2024

Spider-Gwen: Spacca!

Ignoro i motivi che mi hanno spinto finora a leggere le storie di Spider-Gwen o Ghost-Spider o come diavolo si chiama, ma questo ciclo potrebbe finalmente farmi desistere dal continuare. Non tanto per i testi che non sono malaccio, quanto per i disegni atroci.

Gwen parte in tour con la Mary Janes che faranno da apertura ai concerti di Dazzler (ovviamente il cast della sua band è un florilegio di personaggi Marvel trasfigurati in questa Terra-65). La vera ragione del suo ingaggio non è però la sua capacità come batterista, o almeno non solo quella: l’identità segreta di Spider-Gwen è nota e visto che Dazzler ha subito le attenzioni di uno stalker che le ha rapito una sorella e una componente della band fungerà da esca per il malintenzionato, che infatti già al primo concerto le manda contro un Hulk.

Dopo qualche rapimento (e qualche apparizione di nuove versioni di personaggi Marvel) si scopre l’identità del manigoldo, personaggio-chiave del mondo canonico Marvel qui simpaticamente reso come uno scienziato pazzo che adora Dazzler perché con le sue canzoni gli ha dato lo stimolo a continuare le sue ricerche su mutanti e affini. Inevitabilmente si finisce con un bel po’ di mazzate (ma principalmente tra Spider-Gwen e la sua amica “Em Jay” diventata Carnage) però la risoluzione della storia con la comparsa di un personaggio speculare a quello classico è molto originale. Sarebbe lodevole anche il retrogusto amaro del finale della miniserie di quattro, se non fosse che la trama si conclude in uno speciale dai toni decisamente più leggeri, quasi umoristici, che se ho ben capito funge da apripista per l’arrivo dei Sinistri Sei di questo universo. Per giustificare il titolo di “Giant-Size” Spider-Gwen l’albo originale contiene anche la ristampa di una vecchia storia a opera di Jason Latour e Robbi Rodriguez, di difficile comprensione per chi non fosse già pratico con la serie.

Ora, non è che tutto fili proprio liscio nella storia: ad esempio non capisco come faccia Dazzler a creare costrutti materici se il suo potere dovrebbe essere quello di trasformare i suoni in luce. I flashforward possono confondere il lettore. Carnage che prende possesso di Mary Jane è frutto dell’esposizione ai raggi gamma come detto a un certo punto oppure il simbionte è sempre stato dentro di lei come riportato altrove? Em Jay ha una cotta per la protagonista o sono io ad aver frainteso certi dialoghi?

Però nella maggior parte dei casi si tratta di questioni che per un habitué della serie probabilmente non costituiscono alcun problema, perché sono state già sviscerate in altri episodi. Per contro, Melissa Flores imbastisce una trama che tutto sommato si regge in piedi, azzecca un paio di dialoghi divertenti e soprattutto piazza dei bei colpi di scena. Confesso che l’identità del primo Hulk è stata una sorpresa per me, nonostante non mancassero gli indizi, e la trasformazione finale del “cattivo” giocata sul ribaltamento degli stereotipi è stata una maniera ancora più originale ed elegante di risolvere la situazione. La Flores manco ci mostra lo scontro tra di lui e le eroine che lo combattono, quasi a ostentare di non voler “timbrare il cartellino” degli stereotipi del genere.

Purtroppo però digerire i disegni di Enid Balám (inchiostrata da Elisabetta D’Amico) è difficile. Non saprei dire se con la sua deformità spigolosa e indecisa è peggio o meglio di Humberto Ramos, che almeno è coerente con il suo stile. E gli effetti con cui cerca di rendere il movimento delle bacchette di Gwen sono tremendi. La cosa incredibile è che Alba Glez del Giant-Size (sempre inchiostrata da Elisabetta D’Amico) è riuscita addirittura a fare peggio!

Come al solito, le cover di David Nakayama ritraggono la protagonista come una pin-up invece che come l’adolescente che è. La copertina dello speciale è invece opera nientemeno che di Bryan Hitch, e rispetto ai suoi ultimi lavori non è affatto male. Bella consolazione.

venerdì 9 febbraio 2024

Ultimate Invasion

Macchè piano complicato alla Hickman… semplicemente si è trattato dell’ennesimo universo alternativo della Marvel, preludio del nuovo crossover o linea editoriale o quello che sarà – se ci sarà.

Il Reed Richards malvagio si è costruito un mondo su misura senza supereroi, che però mi sembra ci siano ancora – limitati alle elite mondiali ma ci sono. Qui ha instaurato un governo distopico più che dispotico in cui i rappresentanti delle sette superpotenze mondiali scelgono a turno a ogni generazione una di loro come nemica fittizia per far concentrare la popolazione sugli inesistenti problemi esteri invece che sul malgoverno locale. Nulla di nuovo, insomma. Periodicamente dal futuro remoto arrivano degli attacchi da parte di vagonate di supereroi (sempre versioni diverse degli stessi cinque o sei). Tony Stark in visita diplomatica sopravvive a uno di questi attacchi e viene cooptato dal Creatore per aiutarlo a ricostruire una macchina del tempo che lui mutilato in uno scontro nel passato/futuro non ha più memoria di come riparare. Seppur riluttante Stark collabora ma ha un suo piano per liberare il mondo da questa pace artefatta. Una storia semplice e lineare viene un po’ smossa dal discorso dei viaggi nel tempo che più che spiegare alcune cose giustificano se Hickman si è perso qualche pezzo per strada. Poco importa: è un fumetto di supereroi e quello che conta sono le mazzate finali. Oltre alla pochezza della trama quello che infastidisce è il fatto che teoricamente questa lunga carrellata di personaggi è solo il preludio di storie future.

Neanche Bryan Hitch scherza in quanto a promesse non mantenute. Si fa quasi fatica a riconoscere il grande artista di Ultimates in queste tavole in cui volti e corporature di plastilina cambiano di vignetta in vignetta. Sarà colpa dell’inchiostratore Andrew Currie?

domenica 19 novembre 2023

Ultimate Invasion 1: Il Ritorno

Torna di scena l’universo Ultimate, che poi magari era sempre ancora presente nel multiverso Marvel e io non lo sapevo. Il Reed Richards cattivo di quel mondo (il “Creatore”) riesce a liberarsi e grazie al corredo genetico identico a quello “ufficiale” riesce a procurarsi un sacco di oggetti tra il mistico, il mutante e l’ultratecnologico con cui mettere in pratica un misterioso piano, lasciando però deliberatamente delle tracce ai supereroi (a quelli che compongono gli Illuminati attuali, credo) per farsi trovare e ingaggiare la solita battaglia fatta da splash page a fermo-immagine. Morale della favola: fedele al suo nome, il Creatore vuole crearsi un mondo su misura, o forse ricreare quello da cui proviene, ma togliendo i poteri ai supereroi; infatti nell’epilogo assistiamo a un suo intervento che impedisce a Peter Parker di diventare l’Uomo Ragno.

44 pagine di fumetto (manco tutte a fumetti) per quello che è solo un lungo prologo. Non che abbia letto molto di Jonathan Hickman, comunque in generale l’impressione che mi hanno dato i suoi fumetti è stata quella di un piano molto complesso e articolato di cui però mi sfuggiva sempre qualcosa. Questa Ultimate Invasion mi pare invece sin troppo lineare, inoltre ci sono riferimenti alla continuity più o meno recente che mi risultano nuovi e un po’ spiazzanti (Pantera Nera comanda un gruppo di pantere bianche… i coniugi Richards hanno un figlio grande… Reed Richards ha qualche problema col governo… il Creatore e Miles Morales sarebbero gli unici sopravvissuti di una catastrofe che ha eliminato l’universo Ultimate…)

Il grande Bryan Hitch è sempre migliore della maggior parte dei suoi colleghi statunitensi, però qui non mi sembra affatto al top, con anatomie non proprio precisissime (le mani, dannazione…) e l’intensificarsi di quel fenomeno per cui i volti e le posture sembrano copiati e incollati da altri suoi lavori. E non credo che la colpa sia da imputare all’inchiostratore Andrew Currie.

martedì 23 febbraio 2021

La Tomba di Batman volume 2

Visto che la prima metà di questa miniserie di dodici mi era piaciucchiata senza entusiasmarmi non mi sono proprio precipitato a leggerne la conclusione. Ma in definitiva devo dire che ne è valsa la pena.

Warren Ellis ha architettato un’indagine basata su una serie di scatole cinese. Aveva sicuramente un’idea ben chiara di dove andare a parare, inanellando però nel cammino vari tasselli del mosaico, personaggi ed elementi che porteranno alla conclusione senza avere la grande incidenza che avrebbero potuto avere (altri sceneggiatori o lo stesso Ellis ci avrebbero potuto costruire intere miniserie sopra). In sostanza quello che dovrà fare Batman è affrontare un suo doppio speculare, un caso clinico (ma non lo è anche Bruce Wayne?) che a seguito di un trauma vuole distruggere ogni concetto di legge a Gotham, e che è alla base dell’Esercito del Disprezzo.

La scrittura di Ellis si muove tra decostruzione del mito di Batman e sua celebrazione, con inserti ironici efficaci perché ben calibrati e non invasivi. Alla fine la tomba del titolo assume una rilevanza non solo simbolica, in un finale ad effetto che forse sancisce il fatto che questa miniserie si è svolta in un universo alternativo: in effetti questa Gotham e le risorse di Bruce Wayne mi sembravano un po’ troppo hi-tech, anche se non conosco lo stato attuale della serie regolare e forse i bat-segugi esistevano già.

Questi ultimi sei capitoli sono stati disegnati in toto da Bryan Hitch che si è inchiostrato da solo. Le sue tavole sono spettacolari, pur con le ipertrofie che gli sono proprie e il ricorso a inquadrature già sperimentate altrove. Però alcuni dettagli degli sfondi o la resa di certi elementi lasciano un po’ perplessi… la gestione delle tavole è ottima e il lettore sa sempre dove guardare anche nelle scene più esplosive e affollate (né c’è il rischio di perdere di vista i personaggi principali), però certe anatomie di secondo piano sembrano un po’ tirate via, così come i palazzi o i costumi non sempre trasmettono il senso del materiale di cui sono fatti. Considerando la dedizione e la perizia di Hitch, oltre che il desolante panorama dei disegnatori contemporanei di comic book, mi rendo conto che è ridicolo lamentarsi di queste quisquilie, che però in altri suoi lavori non si notavano.

Probabilmente La Tomba di Batman non sarà ricordato come uno dei lavori migliori di Ellis o Hitch, ma è sicuramente un prodotto valido.

lunedì 7 settembre 2020

La Tomba di Batman volume 1

Non è che sia proprio memorabile questa ennesima interpretazione di Batman, sebbene a opera di Warren Ellis. Suggestiva, certo, ma (almeno per adesso) poco concludente. Ellis si concentra sulla caratteristica di detective di Batman/Bruce Wayne, facendone seguire i metodi di indagine e le intuizioni. Molti elementi sono pervasi di scrupoloso realismo o perlomeno Ellis riesce a farli sembrare tali.
Dall’indagine sulla morte di un poveraccio che non dava fastidio a nessuno si passa a situazioni sempre più pericolose che coinvolgeranno anche il personale e i pazienti dell’Arkham Asylum. Sullo sfondo prende sempre più piede la presenza del “Disprezzo” e di un gruppo di tizi tatuati che lo propugna. Parti con molto testo si alternano ad altre totalmente mute affidate solo all’azione. E vorrei ben vedere: ai disegni c’è lo spettacolare Bryan Hitch. Secondo me è inchiostrato meglio da Kevin Nowlan, che costringe le sue eventuali intemperanze in un’inchiostrazione più rigida e controllata. Quando si inchiostra da solo è un po’ più caotico. Come sempre l’uso di riferimenti fotografici è un bene e un male: Alfred cambia volto a seconda del modello (Vincent Price, forse Mickey Rooney, sicuramente qualcun altro che ho riconosciuto ma di cui non ricordo il nome) e spesso i personaggi di contorno hanno veramente tutti la stessa faccia, cosa che però con l’arrivo dell’Esercito del Disprezzo ha un suo perché.
Negli scambi di battute di Batman con Alfred e il Commissario Gordon emergono delle giuste critiche alle logiche dietro ad alcuni stereotipi della serie, come il fatto che Bruce Wayne potrebbe semplicemente comprare Gotham e liberarla dal crimine, o attutire quelle politiche economiche che svantaggiano alcuni portandoli sulla strada del crimine. Probabilmente nascono con intenti umoristici, però sono degli interessanti spunti di riflessione a cui Warren Ellis (o il supervisore?) dà delle giustificazioni logiche o perlomeno credibili nel contesto del fumetto. Anche il Batman costretto a farsi a piedi Gotham ha ovviamente una punta di umorismo ma, complici i disegni dettagliatissimi, lo proietta in una dimensione incredibilmente realistica.
La storia sembra inizialmente svilupparsi su una struttura che raggruppa gli episodi a coppie, pur con una trama comune sullo sfondo, per cui ogni due capitoli viene aperto e chiuso un caso. Fosse davvero così, la scelta della Panini di pubblicare sei comic book per volta di questa serie di 12 sarebbe stata sensata. Purtroppo non è affatto così: la trama si sviluppa nell’arco di tutti e dodici gli episodi e questo primo volume termina con un “bel” cliffhanger!
Anche se non si tratta proprio di un fumetto eccezionale (i nomi coinvolti avrebbero lasciato sperare che lo fosse), La Tomba di Batman è pur sempre una piacevole lettura. E chissà, magari alla fine della lettura risulterà veramente essere un fumetto eccezionale.
Per la cronaca, la tomba del titolo è quella, ancora vuota, posta accanto a quella dei genitori di Bruce Wayne, che Alfred cura amorevolmente in attesa che ci finisca anche lui. Puro elemento decorativo o alla fine avrà un ruolo rilevante nella storia?

giovedì 26 settembre 2019

JLA di Waid, Hitch e Porter

Ah, i bei tempi andati della Planeta DeAgostini, quando pubblicavano un sacco di roba (a volte anche notevole) stampata bene e a prezzi vantaggiosi. Ho una mia teoria sulle ragioni della pessima stampa, Fumo di China in primis, di cui soffriva a suo tempo la Planeta: quindici anni fa i forum e i social network embrionali si stavano imponendo grazie alle connessioni internet che erano sempre più diffuse, anche tra autori ed editori di fumetti, mentre le fiere di fumetto andavano moltiplicandosi proseguendo il trend iniziato pochi anni prima. Avere un contatto diretto con un autore o un editore era insomma molto più facile, in un senso e nell’altro. Poteva sembrare brutto criticare un soggetto con cui si era in confidenza, seppur minima, e forse sorgeva il timore di rappresaglie sotto forma di interviste non concesse o dell’embargo ai fumetti gratis da recensire. Con la Planeta invece era tutto più facile: fermo restando che la cura dei loro albi e volumi non era assolutamente perfetta, a volte anzi proprio scadente, ci si poteva sfogare quanto si voleva, erano i capri espiatori ideali: tanto erano spagnoli e mai avrebbero letto le recensioni italiane.
Ogni tanto mancava il testo di un balloon o una parola veniva scritta in modo quantomeno creativo, però intanto abbiamo avuto ristampe di classici come il Tarzan di Hal Foster e I Puffi a prezzi promozionali, classici della Vertigo in edizioni economiche da edicola, volumi di grande formato di Hermann a meno di 10 euro, o volumi doppi di Cosey a 12 euro o poco più. Anche questo volumone ripescato dal vecchio magazzino Planeta (era ancora incellofanato) presenta i suoi bei difetti: solo nelle cinque righe in quarta di copertina si legge che la JLA «debe» affrontare nemici come la Regina delle… «Facole», ma sono quasi 650 pagine a colori su carta patinata stampate quasi sempre in maniera impeccabile in un volume cartonato cucito e rilegato sul dorso per 45 euro. Nessuno poteva offrire altrettanto a quel prezzo, tantomeno oggi.
Questo tomo è il volume gemello di quello analogo dedicato alla JLA di Grant Morrison che presi una dozzina di anni fa. Ecco quindi svelato il motivo dei buchi nell’elenco degli episodi di quel volume. Se ho ben capito, qui si comincia dalla fine: la miniserie deluxe Heaven’s Ladder dovrebbe essere stata realizzata successivamente rispetto agli altri episodi raccolti, ma qui è stata messa all’inizio. Ricordo di aver letto un’intervista a Bryan Hitch, uno dei due motivi principali per cui ho ordinato questo volume, in cui il disegnatore si lamentava di aver lavorato sotto forte pressione e retribuito alla tariffa usuale per un lavoro della DC Comics che invece sarebbe andato su una pubblicazione extralarge. Mi sa tanto che parlava di questo: oltre al fatto che le sue vignette iperdettagliate non “respirano” come dovrebbero, la diagonale delle tavole lascia intendere che erano pensate per un formato più grande. Non che sia un dramma: il suo tratto è una gioia per gli occhi, a maggior ragione all’epoca, quando i suoi riferimenti fotografici erano ancora relativamente vergini e non li avevamo ancora visti ripetuti più e più volte come purtroppo succede adesso.
Era chiaro che l’esca per l’acquisto del volume, cioè i disegni di Hitch, era appunto solo un’esca e che il meticoloso e lentissimo disegnatore non avrebbe potuto produrre la maggior parte del materiale qui raccolto. E quindi arriviamo al secondo motivo che mi ha spinto all’acquisto: i testi di Mark Waid. Visto quanto l’avevo apprezzato su Daredevil speravo di trovare anche qui almeno un guizzo della sua verve. E invece niente. JLA, essendo una testata che ospita i maggiori calibri del pantheon DC, deve necessariamente trovare delle sfide sempre più impegnative per giustificare l’intervento di Superman, Wonder Woman, Martian Manhunter e soci. E così ecco uno snocciolarsi di situazioni sempre più esagerate, in una spirale di ridicolo involontario. Anche Heaven’s Ladder presenta una minaccia fuori scala, ma il sottotesto vagamente mistico e soprattutto gli splendidi disegni di Hitch fanno passare in secondo piano la pretenziosità un po’ confusionaria del soggetto. Nella serie regolare, invece, si comincia con un villain che controlla la fortuna e poi si passa a nemici che cancellano il linguaggio (e gli umani non sanno più nemmeno leggere i segnali stradali o le strumentazioni elettroniche!), a streghe delle fiabe, a macchine per far avverare i desideri, a invasori a sei dimensioni, fino all’apoteosi di Superman e Wonder Woman che per sconfiggere i nemici di turno spostano la luna! Il tutto inframmezzato da messaggini sulla fiducia e l’amicizia.
Soggetti buoni per gli anni ’60, che già nel decennio successivo sarebbero sembrati infantili. I tentativi di dare un abbozzo di spiegazione pseudoscientifica (l’onnipresente fisica quantistica oppure i naniti, che altro?) finiscono per sottolineare quanto siano ridicoli gli assunti di base, giustificati dalla necessità di affidarsi al puro e semplice sense of wonder. Non che il ciclo di Morrison fosse poi tanto diverso, ma nel suo caso avvertivo un certo entusiasmo nel raccontare quelle scempiaggini, c’era qualche trovata originale (qui invece la JLA in versione medievale mi ha ricordato una storia dei Vendicatori letta nei Classici del Fumetto di Repubblica…) e affiorava un po’ di ironia. Waid non ha saputo fare altrettanto, forse anche perché gestire almeno otto personaggi diversi in episodi da poco più di 20 pagine non è fisiologicamente facile, dovendo anche sottostare alle esigenze delle singole testate in cui avvengono delle modifiche nelle vite dei protagonisti che vanno sottolineate anche qui. Ed è impossibile non rendere irritante Plastic Man – o comunque Waid non c’è riuscito.
A onor del vero, un discreto scossone viene dato dalla rivelazione dei piani segreti di emergenza di Batman contro i suoi stessi compagni di squadra, colpo di scena opportunamente sottolineato nell’introduzione di Fran San Rafael, ma pur essendo il piatto forte del volume è una cosa che finisce abbastanza presto in cavalleria – anche se probabilmente leggere quel ciclo mensilmente avrà avuto un effetto diverso che leggerlo tutto d’un fiato come qui.
In definitiva questa JLA è una lettura per ragazzi (non che quella di Morrison fosse molto di più), forse anche di bocca buona. Se però si sta al gioco e ci si lascia trasportare dal flusso di trovate sempre più assurde la lettura è comunque godibile, tanto più che non serve aspettare mesi per sapere come finiscono le trame. E l’ultimo episodio natalizio è abbastanza simpatico e originale.
Come immaginavo, Bryan Hitch non ha realizzato che una minima parte dei disegni. Ironia della sorte, i suoi primi quattro (se ho contato bene) interventi sulla ongoing sono quelli stampati peggio. Non mi sono messo a contare le singole tavole, ma mi sembra che la maggior parte del lavoro l’abbia fatta Howard Porter che all’epoca era ancora titolare della serie. È sicuramente maturato rispetto alla gestione Morrison, ma comunque il suo stile ipertrofico e un po’ caricaturale non mi convince. Ma per stare dietro alle scadenze e mettere delle toppe alla lentezza di Hitch la DC ricorse a un sacco di altri disegnatori (persino J. H. Williams III e Mick Gray che giustamente disegnano alcune delle tavole “fiabesche”). Dato il lungo periodo di tempo intercorso tra l’uscita del primo e dell’ultimo episodio (Waid iniziò come tappabuchi occasionale col numero 18 per poi prendere più o meno stabilmente le redini dal 43 al 60) è possibile vedere l’evoluzione di alcuni disegnatori chiamati periodicamente a rimpolpare la serie. In particolare, ho gradito come Mike S. Miller abbia sviluppato uno stile realistico dopo una prima prova stilizzata e rozza, forse dovuta dalla necessità di andare in stampa in tempo o a un primo inchiostratore, Armando Durruthy, non adatto. Non male nemmeno Mark Pajarillo, per quanto legato ancora all’estetica di Jim Lee. Ma tra inchiostratori, disegnatori ospiti e coloristi a dare man forte a Hitch e Porter sono stati veramente tanti (lo stesso Waid ha firmato in un’occasione i testi insieme a Devin Grayson): Paul Neary e Laura DePuy (beh, ovvio: c’è Hitch), John Dell, Pat Garrany, Walden Wong, Arnie Jorgensen (pessimo), David/Dave Meikis, il redivivo Doug Hazlewood, John Kalisz, Drew Geraci (molto bravo a smussare certe esagerazioni di Porter), Steve Scott, Mark Propst, Tony McCraw, Javier Saltares, Chris Ivy, Phil Gimenez, Ty Templeton, Doug Mahnke, Kevin Nowlan (questi quattro in occasione dello speciale numero 50), David Baron, Cliff Rathburn. E forse me ne è sfuggito qualcuno.
Non proprio la JLA di Waid e Hitch, come vorrebbe il titolo in gerenza.

domenica 16 settembre 2018

The Wild Storm: Libro Secondo

Netto miglioramento per questa nuova serie di Ellis, di cui si comincia a intravedere il disegno sottostante. Siamo ancora nella fase di posizionamento dei pezzi sulla scacchiera, ma stavolta ho riscontrato una maggiore grinta in alcune scene e il vecchio splendore dei dialoghi dello sceneggiatore.
C’è poca azione e molta pianificazione in questo secondo volume e data la complessità della trama (ma più che altro delle relazioni tra i tanti personaggi) Ellis ha riassunto con professionalità la situazione nel primo capitolo, consapevole che i comic book originari sarebbero stati raccolti in questo formato. Le tre forze che si contendono di nascosto il controllo del mondo (Halo, Operazioni Internazionali e Stormwatch) stanno finalmente per venire ai ferri corti mentre viene gettata un po’ di luce sui “rettiliani” demoniti. Fa la sua entrata in scena il luciferino Henry Bendix e compare anche Swift, che però a sorpresa in questa versione è diventata la nuova Doctor.
Questo arco di sei episodi termina con l’arrivo di un nuovo personaggio e quindi un mezzo cliffhanger, ma due Anteprima fa è stato annunciato il terzo volume quindi non ci vorrà molto per leggere il seguito. O almeno spero.
Molto buoni i disegni di Jon Davis-Hunt (colorato da Steve Buccellato): puliti, dettagliati e anatomicamente corretti. Certo, a voler essere stronzi si possono trovare difetti anche in alcune sue immagini, ma avercene di altri disegnatori come lui negli USA! Va detto poi in difesa di Davis-Hunt che è stato costretto a riempire le tavole di vignette con poca o nessuna possibilità di variare le inquadrature, visto che Ellis si è fatto prendere la mano (l’impressione è che sia molto coinvolto nel progetto) e ha fatto parlare tantissimo i suoi personaggi. È incredibile come Ellis, fautore se non proprio introduttore della decompressione nei fumetti statunitensi, abbia caratterizzato questo Libro Secondo con una scrittura densissima. Ovviamente non mi sono cronometrato, ma credo di aver impiegato più di un’ora per leggere tutto il volume.
Non male l’edizione curata da RW Lion, che oltretutto costa 15 euro scarsi. Gli unici difetti che le ho riscontrato, oltre a qualche occasionale refuso, sono il font del lettering inadatto per questo tipo di fumetto (e in generale per ogni tipo di fumetto) e l’uso smodato del verbo “subornare” in vece di “corrompere”.
In appendice c’è una ricca galleria di variant cover a opera di Jim Lee e Bryan Hitch. Ahinoi, una più brutta dell’altra.

mercoledì 24 giugno 2015

America's got Powers

Ma sì, alla fine è valsa la pena di seguire questa miniserie. Mi ci sono avvicinato solo per i disegni di Bryan Hitch, temendo un’abissale porcata viste le premesse (un reality show con supereroi) ma in ultima analisi è stata una lettura abbastanza piacevole.
Gli elementi che Jonathan Ross ha messo insieme sono di una banalità desolante, tutto già visto e fatto meglio da altri, però ha saputo gestirli abbastanza bene e l’attenzione non è calata fino alla fine. Inoltre la natura indie del progetto ha permesso di inserire certe situazioni che penso difficilmente sarebbero passate altrove: la violenza ha connotati realistici, e dubito che in un comic book Marvel o DC vedremo mai degli adolescenti che si sono fatti uno spinello.
Alla fine l’elemento che mi ha lasciato un po’ (ma proprio poco poco) perplesso sono stati proprio i disegni di Hitch. Lo ritengo sempre il migliore disegnatore americano di oggi accanto a pochi altri come Immonen e Pasarin, ma purtroppo in tutti questi anni non ha ancora imparato a disegnare un viso di profilo. E, vecchia storia, basandosi massicciamente su fotografie e facendo un grande ricorso al tratteggio è inevitabile che quando lui o i suoi inchiostratori non imbroccano la linea giusta tutto l’immane lavoro alla base delle sue vignette crolli impietosamente.
America’s got Powers non è un capolavoro (ben lungi dall’esserlo) ma è andato giù liscio che è stato un piacere, tranne un po’ nell’ultimo volumetto che raccoglie gli ultimi episodi tirati un po’ troppo per le lunghe.
A margine (ma neanche tanto), segnalo che anche se la brossura della collana Panini Comics Presenta ha una sua eleganza sarebbe stato mille volte meglio pubblicare America’s got Powers su uno spillato vista la quantità di tavole doppie che non si riescono a godere del tutto senza fare a pezzi i volumetti – e alcune sono pure state stampate spaiate per cui la tavola di destra sporge di due o tre millimetri buoni rispetto a quella di sinistra.

venerdì 20 marzo 2015

Panini Comics Presenta 44 - America's got Powers 1



Temevo il peggio. Lo spunto di partenza di questo fumetto, un reality show per supereroi, oltre a essere banale (prima cosa che mi è venuta in mente: i Thunderbolts di Ellis e Deodato Jr.) mi sembra una sonora minchiata. Preso quindi solo per i disegni del redivivo Bryan Hitch, l’ho trovato meglio del previsto.
America’s got Powers è in ogni caso una rimasticatura di idee e concetti preesistenti e già sfruttati altrove ma è stata comunque una lettura non sgradevole.
«Diciassette anni fa», come scritto nell’incipit, a San Francisco è caduta una misteriosa pietra che ha fornito di superpoteri i nascituri (vedi Rising Stars di Straczinsky) che nel corso degli anni sono stati inseriti in un progetto di studio per saggiarne i poteri (vedi Supreme Power sempre di Straczinsky) che si è concretizzato nel reality show del titolo (vedi New Warriors pre-Civil War), in cui devono affrontarsi e superare prove molto violente rimettendoci non di rado le penne (vedi una caterva di film d’azione anni ’80) mentre vengono valutati da supereroi più interessati al merchandising che alle gesta eroiche, forse eroi solo di facciata (vedi X-Force di Milligan) allo scopo di entrare a far parte dell’unica squadra ufficiale di supereroi americana (vedi The Boys di Ennis). Ovviamente c’è sotto qualcos’altro e sicuramente i militari ci hanno messo lo zampino (vedi Ultimates di Millar). Il giovane Tommy Watts, nonostante sia stato irradiato dalla pietra pure lui, non ha nessun potere e conduce una vita abbastanza grama nel ricordo del fratello che invece morì misteriosamente proprio quando stava per vincere una edizione del programma: ma sarà proprio lui a salvare la situazione rivelando (oddio, per adesso facendo intuire) la sua vera natura quando il gioco andrà fuori controllo e metterà a rischio anche la vita degli spettatori (vedi Cenerentola e in generale tutte le fiabe).
Nonostante la pesante impressione di déja vu e alcuni elementi forse troppo legati alla cultura statunitense come la spettacolarizzazione ossessiva degli eventi, America’s got Powers è una lettura scorrevole e abbastanza piacevole.
Ai disegni Bryan Hitch fa un lavoro spettacolare, non lesinando sui dettagli e sulla ricerca delle inquadrature e delle pose più originali. Ovviamente con uno stile così realistico e meticoloso come il suo gli occasionali e fisiologici cedimenti risaltano di più che nelle tavole di colleghi meno bravi (cioè praticamente tutti gli altri) ma sono un prezzo molto basso da pagare per godersi queste tavole.
Peccato che il formato brossurato, sicuramente più elegante di un semplice spillato, renda difficile (o deleterio per la conservazione del fumetto) godersi le molte tavole doppie.
Nonostante le previsioni si continua.