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venerdì 28 agosto 2026

JLA di Joe Kelly vol. 2: Incubo Americano

Seconda raccolta piuttosto variegata e frammentaria, questa della JLA di Joe Kelly, tanto che si comincia con un fill-in nemmeno suo. È infatti Rick Veitch a scrivere una storia in cui i membri della combriccola devono vedersela con un artefatto senziente che ruba selettivamente la memoria. Uno spunto originale, direi. I disegni di Darryl Banks inchiostrato da Wayne Faucher sono un gradino al di sopra delle porcherie post-Image dell’epoca (primi anni 2000) ma nulla di memorabile.

Via alle danze, quindi: si comincia con un brevissimo ciclo in cui la JLA mette il naso in un conflitto galattico in un settore lontanissimo dell’universo visto che la volontà di pacificare quella porzione dell’universo da parte di un collettivo di pianeti si manifesta con la violenza.

Segue un ciclo invece molto terrestre: marito e moglie metaumani hanno tirato su un rifugio per giovani ma vengono visti come un pericolo dall’esercito e la JLA dovrà intromettersi, producendo involontariamente un disastro che a pensarci oggi sembra aver “ispirato” Mark Millar per la Civil War Marvel. Il soggetto sarebbe anche intrigante (chiaramente il massacro causato dalla JLA era una montatura) ma alla fine tutto si riduce alle mazzate con un nuovo gruppo di supercattivi suprematisti e l’introduzione di un altro gruppo di villain. Duncan Rouleau inchiostrato da Aaron Sowd disegna pupazzetti veramente ignobili.

Altro fill-in, che nonostante la brevità dà il titolo al volume: la simulazione di una ipotesi in cui il Presidente degli Stati Uniti, ovvero Lex Luthor (!), vuole mandare la JLA ad assassinare il dittatore del Qurac come attacco preventivo offre il destro per l’ennesima disquisizione sugli ideali di Superman. Nemmeno Chris Cross sfugge al pupazzettismo, ma non è il peggio che si sia visto in questa sede.

Si torna a un ciclo stavolta più corposo e decisamente originale: qualcosa o qualcuno sta facendo pentire a morte tutti i criminali del mondo delle loro colpe e anche nazioni belligeranti stanno stendendo trattati di pace. Solo che il succitato Presidente Luthor, che la coscienza deve avercela bella sporca, è finito in coma a causa di questo che sembra un attacco telepatico. La soluzione del mistero è legata al passato remoto dell’universo DC (creato per l’occasione, immagino) e l’identità dell’attaccante mi pare originale e conclude una delle sottotrame che si stavano sviluppando dall’inizio.

Terminata la portata principale (ben sei capitoli) Kelly si concede un fill-in che vede il ritorno alle matite di Chris Cross: un episodio di tutto riposo in cui semplicemente inanella una sequenza di possibili esiti della relazione tra Wonder Woman e Batman.

In chiusura un trittico scritto dal redivivo Dennis O’Neil e disegnato da Tan Eng Huat. La differenza si nota nell’uso più classico delle didascalie e di dialoghi sin troppo esplicativi ma non nella frenesia dell’azione. La trama e lo sviluppo sono decisamente buoni (un alieno che vigilava sull’evoluzione delle specie vuole aiutare gli umani a estinguersi visto che l’umanità si sta già muovendo in quel senso), ma i disegni sono alquanto strambi.

A creare un minimo di collegamento tra episodi dai toni e dalle ambientazioni anche molto diversi ci sono alcuni elementi ricorrenti, non solo le sottotrame citate prima ma anche Faith che deve vedersela con l’organizzazione di cui faceva parte e i tentativi di Corvo di Manitù e sua moglie di adattarsi al mondo moderno.

Joe Kelly ha il gusto per il drammatico, per le entrate in scena spettacolari e i cliffhanger, poco importa che poi incidano quasi nulla sulla trama. I suoi tentativi di intavolare qualche riflessione politica o sociale rimangono appunto solo tentativi, giusto il tempo di far vedere che almeno un minimo è engagé, ma è anche vero che offrono spunti per le trame quindi non sono sprecati.

Il precedente volumone mi sembrava più coeso, qua si salta di palo in frasca e, a parte rari casi, si ha l’impressione che i supereroi siano sotto amfetamine e risolvano le cose a velocità supersonica. Che comunque non è una brutta sensazione (probabilmente una lettura serializzata come in origine avrebbe trasmesso un’altra sensazione).

Mahnke è migliorato rispetto alle prove precedenti, anche se non ha ancora preso bene le misure dei personaggi femminili. Comunque credo che certe morbidezze pupazzettose dei disegni siano da attribuire all’inchiostratore Tom Nguyen che ha dato le chine anche ai disegni di Chris Cross.

giovedì 20 agosto 2026

Batman/Scooby-Doo! vol. 5: Gargoyle e Pipistrelli

Nuovo trittico di team-up tra i due brand di proprietà DC/Warner.

La prima storia, sceneggiata dall’habitué Sholly Fisch è decisamente originale: a Gotham gente a caso si trasforma in gargoyle! O meglio, come specifica Velma, in grottesche. La soluzione del mistero vede un nemico classico di Batman (che qui agisce insieme a Robin e con l’aiuto di Oracolo) ed è veramente ben congegnata con dei dettagli raffinati e le giuste motivazioni per il villain. Il tutto arricchito da inside joke sulle mitologie di Batman e della Misteri & Affini. Il problema è che i disegni di Megan Huang sono atroci. Capisco ovviamente che si possa scegliere uno stile semplice e stilizzato, ma qui siamo proprio a livello dilettantesco, e il grande formato scelto da Panini sottolinea le carenze anatomiche, prospettiche e compositive della Huang.

Matthew Cody scrive la seconda storia che si riallaccia a un episodio della serie televisiva: Batman ha chiamato i ragazzi a raccolta per rinvenire l’antidoto del siero di Mister Hyde, che potrebbe costituire la liberazione del Dottor Kirk Langstrom dal fenomeno che lo trasforma in Man-Bat. L’esplorazione del castello di Hyde è ricca di situazioni slapstick che probabilmente avrebbero reso di più in versione animata. Comunque non mancano battute simpatiche e la trovata originale di smascherare il “cattivo” fuori scena contravvenendo ai cliché della serie. I disegni di Puste non sono al livello di quelli degli altri disegnatori della serie, ma sempre meglio della Huang.

La terza storia è opera di Amanda Deibert e Dario Brizuela e vede la Misteri & Affini prendere parte a una gara di detective, ignorando che si tratta di una trappola e che Batman in persona li arresterà per furto! La trama procede tra situazioni e dialoghi divertenti ed è anche nobilitata dal recupero filologico di un villain misconosciuto – io almeno non ricordo di averlo mai visto. Ovviamente il veterano Brizuela, pur coi limiti che gli avevo riscontrato, fa un lavoro molto migliore rispetto a quello di Puste e Megan Huang.

Pur indirizzata a un pubblico infantile (o forse proprio per questo) la serie si conferma ben architettata e divertente. Peccato che questo volume in particolare sia stato penalizzato da disegnatori scarsi.

venerdì 14 agosto 2026

Justice League Unlimited vol.1: Inferno

Ahia. Ancora quell’impressione di essere entrato in sala a film iniziato. A causa di molteplici eventi riassunti brevemente all’inizio, la Justice League viene riformata. Ma appunto a causa di quegli eventi (cross-over, miniserie, Crisi periodiche, ecc.) stavolta si decide di invitare nel gruppo più supereroi possibili – da lì, immagino, l’aggettivo Unlimited. Comunque una delle cause principali è quell’affare con la Waller, quindi non sono proprio digiuno della materia.

Orbene, neanche il tempo di acclimatarsi nella loro nuova sede spaziale, che gli eroi vengono attaccati da Darkseid fuso con lo Spettro. Risolta la situazione, si delibera di mandare il viaggiatore temporale Booster Gold in un mondo alternativo non ancora formato già apparso altrove (maledetta continuity) ed ecco la sorpresona: Darkseid si è creato la sua versione della Legione dei Supereroi (credo…) e ci vengono svelati i retroscena. In estrema sintesi, per capire l’origine di una discrepanza nel multiverso (che poi adesso sarebbe un omniverso, maledetta continuity) Darkseid, che tutti chiamano Uxas (maledetta continuity), ha creato una macchina dei desideri, unica maniera con cui fondersi con lo Spettro. Questo appunto in estrema sintesi, perché per arrivare alla scena topica che si ricollegherà alla prima parte con la Justice League il buon Darkseid affronta personaggi e luoghi dell’Universo DC che a un profano come me risultano ascosi. Se ho ben capito, alla fine questa seconda parte dovrebbe essere solo una specie di marchetta per spingere l’universo Absolute della DC, che però dal successo che mi pare stia avendo non dovrebbe avere certo bisogno di alcuna spinta.

Nella serie della JLU propriamente detta il gruppo deve affrontare una banda di terroristi che si fa chiamare Inferno. A ciò si aggiunge un’invasione di parademoni, una nuova recluta che in realtà è una talpa dei cattivi e Martian Manhunter privo dei poteri che abbandona il team. Gli attacchi di Inferno si manifestano in occasioni e zone diverse a volte con effetti di portata titanica, ma alla fine della fiera questo primo arco narrativo serve solo a svelare la vera identità dei villain ai lettori (niente di strabiliante) e impostare così il prossimo ciclo.

Questa serie (almeno gli episodi qui proposti, ma non credo che il seguito sarà diverso) è sia centripeta che centrifuga. Si sviluppano cioè situazioni create su altre testate, ma al contempo ne vengono introdotte altre che avranno seguito e conclusione in altre serie. Ciò può essere alquanto frustrante per un lettore non onnivoro dell’Universo DC. Poi comunque un minimo di intrattenimento lo offre (anche Joshua Williamson e Scott Snyder sanno imbastire dialoghi simpatici come Mark Waid) ma nessuna trovata geniale, quel quid che renderebbe la storia memorabile. Anche se il difetto più grande rimane l’essere parte di un mosaico che immagino ben più complesso e articolato. Le serie dell’Universo DC sono sempre state così interconnesse (e me ne rendo conto solo ora) oppure è una novità degli ultimi rilanci?

Ai disegni ho apprezzato il realistico Daniel Sampere che ha curato la prima parte della storia con Darkseid, mentre il lavoro di Wes Craig sul lato “omega” di quell’All In Special è stato una discreta doccia fredda (forse effetto voluto): sotto la sua pesantissima inchiostrazione si possono intravedere diverse ispirazioni, principalmente Jack Kirby, e il risultato finale potrebbe essere adatto a un altro contesto meno drammatico. Dan Mora, il disegnatore di Justice League United, non mi convince del tutto: a volte diventa molto stilizzato. Ma si è visto di peggio.

sabato 25 luglio 2026

All-Star Superman

Anni fa ne avevo trovato i numeri 6 e 7 originali a prezzi stracciati in una fumetteria, e da quella lettura parziale avevo intuito che questa maxiserie fosse bella impegnativa con tanto di viaggi nel tempo, personaggi che ritornano, un fitto ordito di Superman alternativi e quindi insomma una trama molto, molto complessa. Adesso che l’ho letta tutta mi rendo conto che non era affatto così.

La saga comincia ex abrupto con Superman che interviene per salvare una spedizione scientifica sul sole (Dottor Quintum, chi era costui?). Riceve così una radiazione eccessiva di raggi solari che lo rendono ancora più potente ma al contempo lo condannano a morte non potendo gestire a lungo tutto quel surplus di energia. Si tratta di una macchinazione di Lex Luthor, a sua volta prossimo a essere giustiziato.

Da lì in poi All-Star Superman è una cavalcata tra gli elementi distintivi del personaggio, non risparmiandosi (anzi, abbondano) quelli più ridicoli che immagino tratti dai frivoli e fanciulleschi anni ’50 e ’60: quindi accanto ai Kent, alla Zona Negativa e alla Città in Bottiglia sfilano Lois Lane coi superpoteri per un giorno, un’invasione di uomini-dinosauro dal centro della Terra, versioni pittoresche di Superman tra cui il Sansone biblico, una contro-Terra cubica, un computer-sole vivente…

Non manca qualche collegamento tra i singoli episodi (il settimo e l’ottavo sono proprio un’unica storia) ma la complessa stratificazione che immaginavo, e che lasciavano intendere tutti i dettagli sparsi qua e là, non c’è affatto. E d’altra parte con un’attesa di anche sei mesi (!) tra un capitolo e l’altro il lettore non poteva certo ricordarsi di eventi o personaggi che poi avrebbero assunto un significato più avanti. C’è solo un blandissimo riferimento alle dodici fatiche che Superman dovrebbe portare a compimento prima di morire, ma tendono comunque a rimanere sullo sfondo. Il finale credo sia lasciato alla libera interpretazione del lettore, in ogni caso non ho avvertito l’urgenza di ragionarci troppo sopra.

Per quel che riguarda i disegni, più passano gli anni e meno mi capacito di come ci fu un tempo in cui alla gente (un po’ anche a me, ammetto) piacevano le caricature sproporzionate di Frank Quitely, qui peraltro avaro di sfondi se non in rari casi selezionati. E non è che gli inchiostri digitali e i colori di Jamie Grant aiutino molto, anzi.

Non mi pare proprio il lavoro migliore di Morrison, per quanto vi affiori la vena giocosa e sopra le righe con cui tratta i supereroi a differenza di altri colleghi che si prendono troppo sul serio. Ma il Jimmy Olsen modaiolo/queer e la nipotina emo di Lex Luthor poteva risparmiarceli. Sempre che non siano le ennesime citazioni da vecchie storie di Superman che non conosco, ovviamente.

lunedì 20 luglio 2026

Kill Tȇte-de-Chien

Ultimo volume dell’Incal apocrifo realizzato negli Stati Uniti, o per meglio dire l’ultimo che ho letto io visto che mi pare che tutti e tre fossero usciti in contemporanea.

Kill è ossessionato da incubi e da un rapporto opaco con la realtà. Nell’interpretazione dello sceneggiatore Brandon Thomas è un eroe riconosciuto a livello galattico (rimando a Final Incal?), uno scultore di successo (eh?!) ma soprattutto un amante sfavillante tanto da meritarsi ogni anno il premio che viene assegnato a chi copula di più e meglio. Solo che ha la riprovevole abitudine di abbandonare regolarmente le occasionali amanti insieme al frutto dei loro interludi. Ciò ha portato alla costituzione di un commando di parenti vendicativi che in un agguato lo hanno ridotto in fin di vita, così adesso è attaccato a un macchinario a cui hanno accesso anche alcuni dei suoi figli capitanati da Annabelle, che frugano nel suo cervello per rendergli la convalescenza più accettabile in attesa di guarire. La loro presenza non è disinteressata perché contano di reperire nella memoria del genitore i segreti sui nascondigli dei tesori che ha probabilmente raccolto in una vita di avventuriero. Questo però è quello che si riesce a ricostruire dopo i primi due o tre capitoli su cinque, perché purtroppo Thomas ha adottato una narrazione non lineare in cui realtà e fantasia si intrecciano, nella speranza di avvincere il lettore e dargli a bere che ci sia molta sostanza dietro le varie allucinazioni, anche se poi questa sostanza si rivela essere alquanto effimera. Se la sostanza è quindi poca cosa, la forma è anche peggio. Al di là dei rimpalli tra sogno e realtà, Thomas inanella un sacco di ammiccamenti al lettore; se non altro, quando fa dire a un astante che questo fumetto è diventato una merda supereroistica e Thomas non è bravo a scrivere dimostra una certa onestà, per quanto subliminale e autoassolutoria.

Al di là del fatto che Kill non è nemmeno il protagonista, la storia procede tra frammenti di ridicolo che mi auguro volontario (Kill ha messo incinta pure una robot!), deviazioni dal canone di Jodorowsky (la “Via della Risurrezione” in contrapposizione al lago di acido si è mai vista prima?) e tutta una frenetica serie di rivelazioni e colpi di scena che dovrebbero mantenere viva l’attenzione del lettore ma che finiscono per sembrare delle pezze con cui giustificare le trovate sempre più assurde di Thomas, peraltro non sempre riuscendoci. Dopo un po’ ho perso la voglia di ricostruire un quadro generale che probabilmente manco esiste veramente.

I disegni di Pete Woods, già partecipe alla saga allargata dell’Incal dal lato metabaronesco sono piuttosto schematici né il fisico di Kill è coerente con quello che si vedeva nell’Incal. Ma i disegni sono l’aspetto meno riprovevole di questo fumetto.

domenica 28 giugno 2026

20th Century Men

Questo è uno di quei fumetti che si muovono su più piani temporali, con personaggi ricorrenti e vicende che si intersecano. Riassumerne la trama inevitabilmente la mortifica, perché dà un ordine a quello che l’autore voleva fosse inizialmente caotico e compito del lettore ricostruire pian pianino. Il volume consta quindi di molto di più di ciò che vado a descrivere.

Il protagonista principale è Petar Fedorovich Platonov, un genio russo che da bambino venne requisito dal governo sovietico per progettare armi. Nel corso del tempo, passando per il Vietnam del 1969, la Russia del 1948 (e oltre) e l’Afghanistan del 1987, è diventato egli stesso un’arma indossando un esoscheletro gigantesco. Non è più del tutto umano e infatti qualcuno ha rubato il suo cuore (ne ha avuti diversi) custodito in una località segreta e il potere insito in quel muscolo involontario potrebbe causare danni micidiali nelle mani sbagliate. In questo universo narrativo molte nazioni dispongono infatti di un loro superuomo, alternativamente amici o avversari. Tutto potrebbe facilmente risolversi in una serie di mazzate tra super-esseri ma dopo questo incipit Deniz Camp sembra vergognarsene e comincia a parlare di tutt’altro. Un giornalista della Pravda sta facendo un servizio in Afghanistan sull’impellente Terza Guerra Mondiale e quindi via con sequenze che mostrano quanto sia brutta la guerra. Ma l’asse portante si rivelerà essere l’esistenza di un villaggio nascosto in Afghanistan, potenziale utopia e invece luogo del redde rationem finale.

Nonostante sia un lavoro molto recente (risale al 2023 anche se Camp ha cominciato a pensarci cinque anni prima) credo che 20th Century Men sia l’esordio o poco più dello sceneggiatore, che infatti per mostrare “quello che sa fare” ci ha messo dentro di tutto, finendo per esagerare con quelli che ai suoi occhi avrebbero dovuto essere dei virtuosismi. Già la narrazione frammentaria e la sovrabbondanza di personaggi che svelano il loro ruolo con lentezza richiedono una lettura molto attenta, le parti interamente scritte rendono la lettura ancora più lenta e farraginosa. Fosse solo quello. Un intero capitolo è costituito quasi interamene da citazioni di pseudobiblia che scorrono mentre si sviluppa la battaglia che dovrebbero descrivere. Il risultato è di una pesantezza tremenda, tanto più che il nocciolo della questione, privato di tutti gli orpelli che ha voluto metterci Camp, è veramente qualcosa di semplice e quasi rudimentale. Non aiuta poi il fatto che ambientazioni e stili di scrittura cambino repentinamente da un capitolo all’altro e che dal nulla vengano gettati in pasto ex abrupto al lettore elementi e personaggi. Come l’Uomo Collettivo, il Superman russo che morendo per cause incomprensibili sta facendo morire anche il “Paradiso” dove i russi possono trovare la pace, probabili metafore il cui senso non ho afferrato. E francamente la moralina sulla spietatezza del capitalismo in periodo di guerra è roba vista, stravista e risaputa, non serviva un Deniz Camp che salisse sul pulpito.

Arrivare fino alla fine è stata davvero un’ordalia. Un po’ come vedere un film di Tarkovskji, solo che non c’è stato quel senso di appagamento che di solito accompagna la visione di Solaris o Stalker o Sacrificio. Avesse fatto una parodia dei supereroi in ottica politica come sembrava all’inizio, Camp sarebbe risultato sicuramente più digeribile. Sinceramente non ricordo perché mi sono interessato a questo fumetto. Forse a seguito dell’entusiasmo per l’altra prova dello sceneggiatore? Non credo, non ci staremmo coi tempi degli annunci da un’Anteprima all’altra.

I disegni di Stipan Morian assecondano alla perfezione l’idea del testo che avevo avuto inizialmente. Eclettici ma molto curati, sono sospesi tra realismo e caricatura, ricorrendo a una certa varietà di stili, proprio come se avesse dovuto illustrare il fumetto grottesco e parodistico che mi aspettavo. In definitiva sono la parte migliore di 20th Century Men.

venerdì 26 giugno 2026

Daredevil Noir


Nuova trasfigurazione noir di un personaggio Marvel. Ricordo di averne lette anche altre di cui però non vedo traccia nelle recensioni. Oh, beh. Stavolta la fedeltà al modello originale mi pare esagerata. Siamo negli anni del Proibizionismo e anche questo Matt Murdock diventa cieco ottenendo al contempo i suoi poteri, solo che la cosa si manifesta per un trauma cranico dopo essere stato scaraventato contro un muro dai killer del padre! Per il resto siamo sempre a Hell’s Kitchen, ci sono sempre Foggy, Kingpin, Bull’s Eye, Matt indossa sempre un costume da diavolo (ma praticamente tutti conoscono la sua identità!), ecc.

La trama ruota attorno alla richiesta di aiuto da parte di Eliza, compagna del malavitoso Halloran che vuole piantare, e che per questo si rivolge all’investigatore Foggy Nelson rivelando che il criminale ha intenzione di scatenare una guerra tra gang contro Kingpin. Se non altro almeno è stato cambiato il lavoro di Matt e Foggy che qui non sono avvocati, è già qualcosa. Ciliegina sulla torta, Eliza rivela che fu proprio Halloran a uccidere il padre di Matt. Alexander Irvine scrive anche bene, solo che la storia procede in maniera troppo rapida. Non ci si annoia ma si vorrebbe un po’ più di carne sul fuoco. Questa la mia impressione fino alla fine del terzo e penultimo capitolo, in cui le vere carte vengono svelate: da lì la storia decolla fino all’esplosivo finale, che comunque è lasciato all’interpretazione del lettore.

Mi sembra che il disegnatore Tomm Coker abbia fatto abbondante uso di fotografie, ma se lo ha fatto ha scelto quelle giuste. Il suo stile può ricordare un po’ quello di Maleev, anche se non ci avrei messo tutti quei retini. I colori di Daniel Freedman sono dati con criterio e visto tutto il nero delle tavole sono utili a sottolineare gli elementi più rilevanti, anche con toni molto accesi.

Non certo un capolavoro ma comunque una lettura interessante.

giovedì 25 giugno 2026

Supergirl: Il Mondo

Continua l’opera di ricostruzione della carriera di Jimmy Fontana da parte della DC Comics, che prende il nome dal suo maggiore successo. Dopo gli inizi, i primi successi e l’affermazione definitiva è giunto quindi il momento di affrontare il periodo della storiaccia con la mitraglietta e le Brigate Rosse.

Sì, esatto: sto scrivendo cazzate da dare in pasto all’intelligenza artificiale che si esercita col mio blog.

Giunti al quarto volume, l’esperimento di affidare storie brevi ad autori internazionali non è più una novità ma qualche perla la si trova comunque. Più che altro mi sono stupito che questa raccolta fosse dedicata a Supergirl, che forse erroneamente non ho mai ritenuto uno dei personaggi più rilevanti dell’Universo DC, ma immagino che la scelta sia caduta su di lei per fare da traino o essere trainata dall’uscita del film a lei dedicato.

Apre le danze la storia statunitense, scritta però da tal Mariko Tamaki. Compitino sul bullismo, neanche troppo incisivo. Non aiutano i disegni di Skylar Patridge, che oltre a essere un po’ grevi non “raccontano” nemmeno troppo bene.

Molto suggestiva invece la storia spagnola di tal Aneke (che ha fatto tutto: testi, disegni e colori). Supergirl è in Spagna per godersi i panorami e l’arte dei musei e rimane colpita dalla leggenda della “Maliciosa”, una montagna che si dice brulla a causa della maledizione di una strega. Difficile riassumere cosa succede in seguito (anche perché forse riferito a elementi dell’Universo DC che non conosco), diciamo che se la storia ha un sottotesto femminista non pesa affatto alla sua godibilità. Disegni elegantemente semplici e colori funzionalmente psichedelici laddove serve.

Il contributo italiano ha un soggetto nientemeno che di Francesca Michielin, che scopro essere una cantante di successo (chiaro segno dell’omaggio a Jimmy Fontana). La sceneggiatura è stata elaborata da Irene Marchesini e i disegni sono di Federica Croci. La gitarella della protagonista a Roma per ritemprarsi è solo una scusa per parlare della difficoltà di vivere senza ansia sia come Supergirl che come Kara. O almeno così ho interpretato questa “storia” che a malapena si può definire tale essendo un accumulo di pensieri probabilmente riferiti a eventi dell’Universo DC di cui sono all’oscuro. Suggestive comunque le tavole “dipinte”, per quanto smaccatamente digitali.

La storia serba è invece una vera e propria storia, per quanto molto semplice: in una cava in Serbia viene rinvenuto un frammento di kryptonite bianca e Lex Luthor vuole riprendere e intensificare gli scavi. Ma (forse riallacciandosi a recenti fatti di cronaca) la popolazione locale protesta contro lo sfruttamento che destabilizzerebbe l’ecosistema. Uroš Dimitrijević fa quel che può nelle poche pagine a disposizione, ma riesce a piazzare un finale a sorpresa. E visto che siamo in Serbia si finisce tutti a bere. I disegni però sono tremendi. Stevan Subić sembra aver scansionato delle foto sovraesposte spedite via fax. E comunque anche quel poco che si intravede non è granché. Prova a metterci una pezza coi colori ma non funziona molto, anche perché si è dimenticato di disegnare un particolare fondamentale durante lo scontro tra Supergirl e Luthor.

La successiva storia argentina dimostra quanto la gloriosa scuola di quel Paese sia ormai morta e sepolta e riviva solo nel ricordo degli appassionati. Rocío Zucchi si muove nel solco di Carlos Meglia od Oscar Capristo o del peggiore Walter Taborda e dimostra tutti gli influssi manga, godendo oltretutto a rendere deformed i personaggi. Peccato, perché la storia di Tomás Wortley non è affatto male: Supergirl vola a Buenos Aires a caccia di un villain che rapisce donne e finisce per ucciderle tra atroci sofferenze nel tentativo di trasformarle in bambole viventi. Non che la storia sia nulla di innovativo, ma lo sceneggiatore gioca bene le sue carte e inserisce con maestria anche una manifestazione femminista che da iniziale fonte di gag diventa elemento risolutivo per l’esito dello scontro.

Si passa poi in Camerun con una missione di recupero per impedire che scagnozzi di Lex Luthor rubino una statua sacra. Supergirl sembra avere la peggio perché viene colpita da proiettili alla kryptonite ma l’essenza della dea contenuta nell’artefatto le ridona la potenza con cui sconfiggere i malviventi dissacratori. Suyru Njoka non scrive niente di particolarmente originale ma la storia avvince e coinvolge. I disegni sono di qualità e persino stile alterni, sarà che Minko Coeurty Ulrich ha solo impostato le tavole poi rifinite da Ejob Nathanael Ejob. Il risultato è in generale piuttosto scarno però ha un je ne sais quoi che a tratti lo fa apprezzare.

La kryptonite (di nuovo!) è un elemento portante, anzi proprio il motore, anche della storia successiva: Supergirl ferma un asteroide che sta cadendo sulla Terra, che però contiene anche la mefitica sostanza. Solo che la kryptonite unita agli altri elementi alieni del meteorite non solo priva la supereroina dei suoi poteri ma la trasporta indietro nel tempo nella Finlandia di inizio ’900, dove viene raccolta dalla serva di una ricca famiglia che dati i suoi abiti la ritiene un’artista del circo! Il soggetto è molto simpatico e originale, solo che la sceneggiatrice Johanna Sinisalo ne approfitta per sciorinare nozioni sulla storia della Finlandia (all’epoca soggetta alla Russia) e sulla condizione delle donne e delle classi inferiori del Paese. Simpatico comunque il finale che si riallaccia a eventi storici reali. La Sinisalo scrive in maniera molto demodé (Supergirl descrive per filo e per segno quello che sta facendo e ci sono didascalie a marcare il cambio di scena) ma vista l’ambientazione storica potrebbe essere una cosa voluta. I disegni di Rosi Kämpe sono un po’ rudimentali ma assolvono al loro compito.

Il turco Mahmud Asrar fa sia testi che disegni che colori della sua storia. Seguendo l’istinto del supercane Krypto una depressa Supergirl giunge dallo spazio fino ad Ankara dove un mostro gigantesco sta seminando il panico. Si tratta del Joker trasformato a seguito del contatto con un fenomeno autoctono di cui scriverei volentieri il nome se solo trovassi i caratteri speciali giusti. Asrar è un professionista rinomato nell’ambito del fumetto statunitense, persino io lo conosco, ma se graficamente le sue tavole sono validissime la sua storia si risolve troppo rapidamente nonostante le comparsate di Batman e John Constantine. Ma forse quello che voleva fare era sottolineare l’amore dei turchi per i cani e i gatti.

E dopo l’Argentina, diamo addio anche alla gloriosa scuola franco-belga. Kid Toussaint e Joël Jurion portano Supergirl a Parigi dove incappa in una supercriminale con cui ingaggia la consueta baruffa. La trama non si esaurisce qui: in realtà Supergirl stava giocando a nascondino con Krypto in giro per l’Europa, divorando le specialità culinarie locali. Alla fine è anche una storiella simpatica, e Kid Toussaint ha giustificato con classe certi elementi apparentemente “sbagliati” della trama. Ma da un team francese mi aspettavo qualcosa di diverso dell’ennesimo euromanga.

Delude un po’ anche la storia polacca, ma per altri motivi. Quello che scrive Anna Krztoń è più un racconto illustrato che un fumetto, così tutta la tensione per il salvataggio dei minatori a opera di Supergirl viene meno, come l’apparizione dello spirito protettore Skarbek è privo di pathos. Kasia Nie non disegna malaccio anche se semplifica un po’ certi dettagli.

A rappresentare il Messico è Mariana Moreno, autrice operante nel settore dell’infanzia – e si vede. Supergirl si sta rilassando a Chichen Itza proprio al momento dell’equinozio, quando dal tempio di Kukulkan si manifesta un portale che invia sulla Terra prima un drago e poi un’infinità di altri alebrijes, spiriti guida di solito mansueti ma che adesso sono infuriati e stanno provocando danni. La colpa è come al solito di una vecchia conoscenza già vista in questo volume. Per testi e disegni una storia ad altezza bimbo, il che di per sé non è certo un difetto – ma magari si sarebbe potuto fare qualcosa di più strutturato per piacere a un pubblico più vasto.

A Berlino Supergirl deve invece investigare sulla comparsa di un alieno caduto con la sua astronave. Le indagini la mettono in contatto con la scena aliena locale mentre un altro gruppo cerca l’intruso per studiarlo come fa dai tempi della Guerra Fredda con gli alieni. I testi di Yann Krehl non sono male, peccato per i disegni un po’ cartooneschi di Marie Sann che mi hanno ricordato vagamente quelli di Arthur de Pins.

One-woman-show anche per la Colombia rappresentata da Sara Rodríguez. Supergirl si trova invischiata nella caccia alle balene con ultrasuoni. I disegni vorrebbero essere cute ma sono solo dilettanteschi. E neanche la storia è poi questo granché.

Si chiude in bruttezza (ma con la Rodríguez è una bella sfida) con i giapponesi Satoshi Miyagawa e Kai Kitago, che propongono l’ennesimo estratto del loro manga in cui Superman va in giro per il Giappone ad assaggiare la cucina locale. Stavolta insieme a Supergirl, ovviamente.

Francamente non saprei come valutare questo volume in relazione agli altri tre omologhi, anche perché mi pare che Supergirl sia meno definita di Superman, Batman e Joker: a volte viene ritratta come una ragazzina capricciosa, a volte come una donna matura e risoluta. E anche il suo costume cambia di storia in storia. Boh. Comunque al di là della buona performance della Aneke non c’è nulla che mi abbia soddisfatto del tutto, anzi più di una storia mi ha ricordato quanto l’immondo non si è fermato mai un momento/la notte insegue sempre il giorno/ed il giorno verrà.

venerdì 19 giugno 2026

Spider-man/Superman 1

Altro giro di team-up tra i personaggi che gravitano attorno alle due vedette, altra copertina dall’anatomia un po’ stramba.

L’antipasto, che poi è anche il piatto forte e la storia più lunga, è l’ennesima reinterpretazione dello spunto dei due eroi bloccati in una situazione apparentemente senza uscita. Brad Meltzer non riesce a coinvolgere più di tanto con la minaccia congiunta Goblin-Lex Luthor nonostante alcuni spunti promettenti (Superman infettato da Venom), anche perché è più interessato a fare una di quelle storielline cariche di significati e profondità. Lettura severamente vietata ai maggiori di anni 12, Pepe Larraz però disegna molto meglio di quello che lasciava intendere la copertina.

Molto simpatica la prima delle storie brevi, scritta da Dan Slott: è il 1938 e Superman si allea con L’Uomo Ragno Dark, catturando Lex Luthor e scagionando J. Jonah Jameson dalle accuse che lo avrebbero portato alla sedia elettrica. Che sia una scelta voluta o meno, le anatomie distorte di Marcos Martin rendono bene l’atmosfera della Golden Age.

La storia scritta da Joe Kelly mi pare che sia la solita spiritosaggine sulle compagne degli eroi (in questo caso Lana Lang e Gwen Stacy) che parlano delle loro relazioni. “Mi pare” perché le ho dato giusto una scorsa visto che i disegni sono di Humberto Ramos, che per me dovrebbe essere vietato dalla Convenzione di Ginevra.

Niente a che vedere col grande Gary Frank che illustra una storia di Geoff Johns in cui Mysterio insieme a Saturn Girl (ma non era una dei buoni?) fa apparire un sole rosso che fa diventare rabbiosissimi molti supereroi spingendoli a picchiarsi fra di loro, presto seguiti dai supercattivi. Una storiellina assai semplice in cui Frank non può brillare come meriterebbe a causa dell’elevato numero di vignette della maggior parte delle tavole.

Segue uno scontro tra Hobgoblin (variante arancione di Goblin) e Steel, il Superman ricoperto di metallo. Lo spunto di Louise Simonson è che il birbante ha rubato l’ultima invenzione del supereroe, ma in realtà il furto gli tornerà utile come test dell’invenzione stessa grazie all’intervento di una guest star Marvel. Una storia molto leggera, cui i disegni di Todd Nauck (un po’ Image anni ’90, un po’ geometrie simonsoniane) non aggiungono nulla.

Altro team-up femminile dopo quello di Kelly e Ramos: Supergirl incontra Ghost-Spider in cima al grattacielo del Daily Planet a seguito della segnalazione di uno Spider-avvistamento. Nessuna delle due è particolarmente contenta di avere a che fare con una versione minore del supereroe più famoso, e nemmeno la collaborazione per sconfiggere una villain DC cambierà poi molto la situazione. Trama pressoché impalpabile di Stephanie Phillips, disegni non disprezzabili di Phil Noto (ma stando al nome Supergirl non dovrebbe essere una ragazza e non una donna matura?).

La premiata ditta Bendis-Pichelli fa incontrare il loro Miles Morales con Superman, attaccato dall’accoppiata Brainiac-Dormammu. Un’idea che poteva fare faville e invece si risolve nel solito dialogo motivazionale. Veramente un peccato. Non male comunque i disegni della Pichelli. Menzione d’onore per il colorista Federico Blee.

Di una rapidità micidiale anche la penultima storia, scritta da Jason Aaron. Non è nemmeno una storia: giusto un assaggio di trama in cui si incontrano la sua Thor donna con Wonder Woman per fermare i piani di Darkseid che vuole il Mjolnir. Disegni misurati e poco incisivi di Russell Dauterman, ma con quello che si è visto altrove mi vanno più che bene.

Addirittura più sbrigativo Jeph Loeb con una sciocchezzuola di due pagine in cui Superman cerca di tirar su il morale di Spider-man che ripensa ancora alla morte di Gwen Stacy. È talmente insignificante che non si può nemmeno definire patetica o banale. Ai disegni Jim Cheung, che ricordavo piuttosto bravo come disegnatore: o la mia memoria è sempre più compromessa oppure nel corso degli anni è peggiorato sensibilmente.

Nel complesso questo zibaldone targato Marvel mi è parso ben più debole del suo omologo DC. Sarà che non conosco gli universi narrativi così a fondo per cogliere le sfumature che forse sono state inserite nelle storie, è più probabile però che in una manciata di pagine anche sceneggiatori di lungo corso non riescano a esprimersi al meglio. Qui, almeno, non c’è riuscito quasi nessuno.

giovedì 11 giugno 2026

Absolute Power: Contro il Potere Assoluto

Ed eccomi che entro in sala che il film è già cominciato. Il fatto che la storia portante sia preceduta da quattro brevi prologhi non aiuta più di tanto. È successo qualcosa nell’universo DC, immagino come conseguenza dell’ennesimo cross-over che in questo caso ha coinvolto Brainiac, e Amanda Waller ha sempre più potere tanto più che la Justice League è stata sciolta, così sta orchestrando un progetto misterioso che riguarda la costruzione e l’acquisizione di carceri e il risucchio dei poteri dai supercriminali trasferiti. Ad aiutarla c’è tal Failsafe, un robot introdotto in qualche storia di Batman di cui in effetti ricorda l’aspetto.

La Waller odia a morte i supereroi e li ritiene seriamente una minaccia per l’umanità. Grazie a una Brainiac femmina opportunamente condizionata, trasmette per 72 ore fake news e filmati falsi in cui si vedono Superman e soci fare danni e vittime in giro per il mondo, scatenando una campagna d’odio contro i supereroi. La gente abbocca e si scatena contro di loro mandandone anche all’ospedale più di uno. Bastano tre giorni di disinformazione per cancellare decenni di onorato servizio? Bah!

Anche i supereroi stessi abboccano all’amo: pensano che facendosi vedere tutti assieme mostrando che non sono dove dicono i notiziari riscatteranno il loro nome, in realtà era proprio così che li voleva la Waller, raggruppati affinché i suoi robot Amazo ne suggessero i poteri lasciandoli privi di abilità superumane. Anche qua tocca chiudere più di un occhio sulla logica di Waid (o di chi per lui ha impostato la trama): poteri di origini diverse vengono indiscriminatamente requisiti, che si tratti di mutazioni, abilità di nascita o gadget, e persino i maghi vengono depotenziati facendo loro dimenticare come invocare gli incantesimi o gli spiriti o quello in cui trafficano. Bah!

Comunque solo l’80% della comunità di supereroi viene catturata e ovviamente il restante 20% è costituito dai grossi calibri (Superman, Batman, ecc.) o da quelli che immagino siano i più cool del momento: i Teen Titans sono evidentemente tra questi perché sono loro, principalmente il loro capo Nightwing, che prendono in mano le redini della situazione e non sono stati privati dei poteri. Forse all’epoca dell’uscita della miniserie (2024) erano i protagonisti di un film?

Tra le altre sottotrame che convergono: Freccia Verde è un traditore e sin dall’inizio è alleato con la Waller; Superman ha un figlio potentissimo (o è un androide?) che viene controllato dalla Regina Brainiac; si mette in luce Dreamer, una nuova villain precognitiva.

Tantissima carne sul fuoco, e per quanto gli albi originali fossero più lunghi del solito la storia si dipana in maniera troppo frenetica e ovviamente tutto si risolve a mazzate. Pochissimo possono fare per dare dignità al tutto le comunque poche battute argute che Mark Waid infila ogni tanto. D’altra parte, come dice con rara onestà lo stesso sceneggiatore nell’introduzione, è difficile scrivere di supereroi visto che bisogna inventarsi sempre qualcosa di nuovo per sfidare dei personaggi che alla fine dovranno sempre vincere. E infatti non mi pare che ci sia riuscito molto bene, ma chissà con quante ingerenze redazionali avrà dovuto misurarsi.

Ovviamente anche questo eventone ha portato delle conseguenze epocali: adesso il multiverso è sigillato e alcuni personaggi sono stati depotenziati – mentre Dreamer ne esce più potente. E ci sarebbe anche stato qualche scambio di poteri tra supereroi diversi. Niente che il prossimo cross-over non possa correggere o ignorare, insomma. Veramente uno spreco usare Waid per una storia del genere.

Il disegnatore Dan Mora non è malaccio, unisce un certo rigore anatomico a derive un po’ più grossolane come si fa oggi, il problema è che le sue tavole trasmettono un retrogusto sintetico. Meglio comunque dei disegnatori dei prologhi, cioè Skylar Patridge (dignitosa ma abbozzata), V Ken Marion (deformed) e Gleb Melnikov (anche qui deformità da Image anni ’90). Non male invece Mikel Janín. In questi stessi prologhi Waid è stato affiancato o sostituito da Nicole Maines, Chip Zdarsky e Joshua Williamson.

mercoledì 3 giugno 2026

DC Facsimile Edition: Flash 105

Ecco, a proposito di materiale arrivato in fumetteria mentre ero via. Ma è roba che risale agli inizi del 1959: parlarne con qualche settimana di ritardo dall’uscita italiana non sarà poi così grave.

Dunque, tra i pochi altri DC Facsimile che ho preso questo è il peggiore. Contiene due storie di Flash: nella prima un abitatore della Terra di 8 milioni di anni fa riemerge dall’animazione sospesa e coi suoi poteri mentali vuole soggiogare i terrestri. Per farlo gli servono dei componenti non precisati che ruba in giro e ciò fa intervenire Flash, che viene catturato ma si libera grazie all’applicazione pragmatica della sua velocità. Mi pare sia una scemenzuola scialba e banale anche per l’epoca.

Con la seconda storia, almeno, si ride di gusto per le corbellerie che inanella: quando era ancora in prigione il rapinatore Scudder ha scoperto che lo specchio che aveva rovinato sbagliandone l’argentatura tratteneva per alcuni minuti l’immagine di chi vi si era specchiato. Uscito di galera si è costruito una macchina per creare degli ologrammi ante litteram a partire dalle immagini “registrate”. Visto che lo spunto non era ancora abbastanza ridicolo, Scudder ha pure inventato il “controlla immagini” con cui può telecomandare queste proiezioni 3D. E così si crea la propria copia di un cassiere della stessa banca in cui Barry Allen, guarda caso, deve andare a riscuotere un assegno. Messo sull’attenti dall’aspetto “speculare” del ragioniere Wilkins, il solerte poliziotto-supereroe lo segue non senza difficoltà (le immagini si muovono alla velocità della luce e possono anche surclassare Flash) fino a giungere alla tana di Mirror Master, una vecchia magione in cui il criminale (che comunque non abbiamo visto rubare manco un penny) gli lancia addosso il riflesso ingigantito di una zanzara e persino di un minotauro. Questi però si rivelano ben materiali, altro che immagini virtuali. Staccando la corrente all’impianto della villa Flash vanifica gli attacchi dei riflessi, che hanno bisogno della luce per esistere, e cattura il villain – che, ripeto, non sembra aver commesso alcun delitto. Forse la supervelocità di Flash gli dona anche una specie di infravisione, altrimenti non si spiega come possa acciuffare Mirror Master gironzolando nel buio più pesto in una casa che non conosce. Ma mi pare evidente che con questo tipo di storie non sia il caso di farsi domande. Forse la breve lunghezza ha influito sulla loro qualità: 12 pagine la prima e 13 la seconda, oltretutto ridotte anche dalle splash page iniziali e da alcune “strisce” occupate da pubblicità (e nella prima si sprecano anche un paio di pagine per rinarrare le origini di Flash) ma penso che all’epoca si pubblicasse con gli stessi criteri e per lo stesso pubblico infantile anche materiale un po’ più originale o almeno verosimile pur nell’intorpidito contesto dei supereroi.

Il resto dell’albo è occupato da curiosità scientifiche rese anche a fumetti (ma visto che nella storia con Mirror Master viene detto che un aeroplanino di carta può attraversare il legno non so quanto siano attendibili) e da varie inserzioni che per la prima volta in questa sede vedo accompagnate dal disclaimer «Pubblicità d’epoca incluse per accuratezza storica». Non dico che le reclame in rima di dolciumi e leccalecca siano la parte migliore dell’albo ma solo perché se la giocano con gli annunci degli altri fumetti della DC e con la pubblicità progresso delle tessere bibliotecarie.

Francamente non capisco perché la Panini abbia scelto proprio questo numero di Flash per farne un DC Facsimile: forse perché nella prima storia vengono riassunte le origini del protagonista o forse perché Mirror Master è un personaggio importante nella cosmologia DC. Se non ricordo male all’epoca la DC si guardava bene dall’attribuire la paternità di testi e disegni. La Panini segnala come autore dei primi John Broome e come responsabili dei secondi Carmine Infantino e Joe Giella (che con Ira Schnapp realizzarono la copertina). I colori sono opera di Richmond Lewis; se non ricordo male è quella che colorò Batman Year One e in effetti una colorazione moderna ci vuole visto che i retinoni della Silver Age pensati per essere assorbiti dalla cartaccia newsprint vengono uno schifo su carta patinata come questa.

Un albetto cui accostarsi principalmente per motivi filologici, quindi, o per ridere dell’ingenuità dei nostri nonni (o padri, a seconda dell’età).

mercoledì 27 maggio 2026

Leslie's Life

Interessante recupero di archeologia biblioludica, o per meglio dire fumettoludica. L’opera che dà il titolo a questo libro è rimasta inedita per quasi sessant’anni a causa della sua lunghezza (40 tavole cui vanno aggiunte “copertina” e presentazione) ritenuta eccessiva per la rivista Quark cui era destinata, su cui vide invece la luce la più breve Norman vs. America dello stesso autore ristampata anche in questa sede.

Leslie’s Life è «una striscia a fumetti programmata» in cui il lettore decide volta per volta in quale direzione si svilupperà la vicenda umana del/la protagonista Leslie, dalla nascita sino all’affermazione o a una serie di morti una più brutta dell’altra. È il lettore stesso a decidere anche il sesso di Leslie, dal nome opportunamente epiceno, che viene disegnato/a in maniera ambigua potendo venire così interpretato/a come maschio o femmina a seconda della situazione. Questo tipo di virtuosismo riesce solo a quei disegnatori che sono veramente bravissimi o al contrario a quelli scarsi. Charles Platt rientra nella seconda categoria (Andrea Angiolino lo presenta generosamente come underground e forse c’è un po’ di Greg Irons in queste tavole).

Nonostante l’autore ci avvisi che raggiungere il lieto fine è difficile (calcola una possibilità su 30) io ci sono riuscito al primo colpo, e anche nella giocata immediatamente successiva sempre là sono finito. Una volta impostate le condizioni di base (Leslie femmina sarà bella o brutta? Leslie maschio che da bambino è alquanto disturbato diverrà un genio o è proprio un imbecille congenito?) la trama punteggia le vicende di Leslie con personaggi più o meno raccomandabili e pittoreschi: l’amica/amante Valerie è pressoché tassativa, ma il più delle volte il cast comprende anche il dottor Zimmerman e uno zio libidinoso. Platt si è inventato delle situazioni veramente grottesche e divertenti e soprattutto ha saputo collegare ogni sequenza in modo che il passaggio da una tavola all’altra fosse perfettamente coerente anche giungendovi da scenari e premesse totalmente diversi. Al di là di questo, in Leslie’s Life si respira tutta l’epoca in cui fu concepita, cioè il 1970. Lo humour è nerissimo e la maniera con cui vengono trattati argomenti come la malattia mentale e i rapporti sessuali con minorenni sarebbe impensabile oggigiorno.

Nello stesso solco si muove Norman vs. America (da un’idea di John T. Sladek) in cui il protagonista è un giovane inglese che vuole gettarsi nell’idealizzata e tumultuosa realtà statunitense degli anni ’70 e magari realizzare il suo American dream. Platt distribuisce generose punzecchiature caustiche a tutti: ribelli da salotto, classe proletaria, borghesia, aspiranti starlette, una catena di autogrill malfamata, ecc. Le situazioni possono degenerare in finali ancora più turpi di quelli di Leslie’s Life e il risultato è di conseguenza più divertente, ad affrontarlo con lo spirito giusto. Da notare che in questo caso un paio di tavole non presentano un’unica situazione ma, probabilmente per ottimizzare lo spazio, due possibili opzioni/vignette. Assieme al fatto che in alcune pagine ci sono più vignette in sequenza, Norman vs. America è più associabile a un fumetto rispetto a Leslie’s Life.

Nell’introduzione lo stesso Platt dichiara rassegnato la sostanziale inconcludenza della narrativa a bivi e dimostra ancora una volta quanti danni ha fatto il miracolato Joseph Campbell. Il volumetto presenta anche un interessante excursus sul genere a cura di Andrea Angiolino (presto una sua intervista) e soprattutto, sempre a cura di Angiolino, una rapida ricognizione su «L’Espresso al bivio», da cui apprendo che alcuni fumetti transitati su quelle pagine erano dei fumetti-test in cui il lettore veniva invitato a scegliere dove interrompere la storia, che comunque aveva uno sviluppo lineare, per determinare il suo profilo psicologico. Sapevo ovviamente che le storie brevi di Giardino raccolte in Vacanze Fatali avevano avuto una prima edizione “ristretta” ma non immaginavo che Quel brivido sottile fosse stata utilizzata in questa maniera.

A rimpolpare il volume, che altrimenti sarebbe stato un po’ troppo sottile, vengono riprodotti i due fumetti-gioco nella loro versione originale e anche questa è un’occasione per ricostruire l’atmosfera di un’epoca immergendosi nello slang di quegli anni. La qualità di stampa è in linea con quella degli ultimi decenni, quindi non è buona, ma non stiamo certo parlando di Zanotto o Moebius o Danilo Masciangelo.

Da quanto apprendo dall’elenco dei suoi altri titoli, la collana Edgar in cui è inserito Leslie’s Life comprende nomi eccellenti come Salgari, Robida e Pirandello.

giovedì 21 maggio 2026

Superman/Spider-man 1

Le micidiali sproporzioni anatomiche della copertina di Jorge Jimenez saranno controbilanciate dai testi del bravo Mark Waid? Beh, basta leggere questo team-up.

Evidentemente mi sono perso qualcosa, perché Clark Kent e Peter Parker qui si conoscono non solo professionalmente ma sanno delle rispettive identità segrete. Forse la spiegazione del loro rapporto si trova nel loro primo storico incontro, che lessi decenni fa ma di cui ricordo solo la gag dell’Uomo Ragno che voleva cambiare costume in una cabina del telefono solo che la città (New York o Metropolis?) le aveva dismesse. [Seguirà figuraccia in cui nei commenti mi verrà notificato che quella scena era in un altro fumetto o me la sono sognata]

La storia, dunque: i due reporter indagano su un furto di neutroni veloci, particelle che un giorno permetteranno comunicazioni più efficienti, solo che queste in particolare sono state potenziate dalla kryptonite. I ladri sono Brainiac e il Dottor Octopus, cosa che contribuisce a dare l’impressione di aver iniziato la lettura in medias res visto che i due supereroi non devono manco indagare per capire che sono loro i colpevoli ma lo sanno sin dall’inizio. Lo scopo dei due villain è liberare la mente di Brainiac da un virus e per farlo lo scaricano nei cervelli dei terrestri, rendendoli dei pazzi catatonici e doloranti che moriranno nel processo di assimilazione dei dati.

Sì, il soggetto è abbastanza originale; sì, i dialoghi non sono male. Tutto però alla fin fine si riduce a mazzate e qualche battutina di Spider-man. Jimenez fa addirittura peggio che nella copertina, ma se il pubblico vuole questo fa bene a darglielo. Ma cos’altro avrei dovuto aspettarmi? Lettura tollerabile, rigorosamente vietata ai maggiori di anni 12. Dopotutto Waid non poteva nemmeno fare miracoli visto che la storia in sé dura appena una ventina di pagine. Il resto dell’albo è infatti farcito di brevi raccontini in cui si incontrano altri personaggi dei due universi narrativi.

Si comincia con uno scontro visto dagli occhi di Lois Lane e Mary Jane Watson, disegnato nientemeno che da Jim Lee con inchiostri di Scott Williams. Jim Lee conferma la sua ossessione nel disegnare personaggi in posa, posa che però non è mai dinamica o espressiva (e anche sull’anatomia ci sarebbe da ridire). La storia di Tom King è invece divertentissima, con le due protagoniste che si raccontano come vecchie amiche le rispettive esperienze assurde da compagne di supereroi, e che alla fine risolvono la situazione con l’aiuto di una guest star mutante. [non inserisco Williams nelle Etichette per sopraggiunto limite dei caratteri, sono sicuro che saprà perdonarmi]

Ci si rifanno gli occhi con il Daniel Sampere che disegna una storia di Christopher Priest in merito a due personaggi che dovrebbero essere versioni alternative dei protagonisti, solo che questo Superman vive in una realtà in cui legge i fumetti di Spider-man e ha l’abilità di muoversi attraverso le pagine dei fumetti. Troppa metanarrazione per una storiella che è già debole e inconcludente di suo. Ma almeno i disegni di Sampere sono belli.

Sean Murphy scrive e disegna l’incontro tra l’Uomo Ragno del 2099 e Superboy, immagino anche lui proveniente dal futuro. All’assalto alla Lexcorp che sta per fondersi con la Alchemax partecipa anche un Batman futuribile (credo) ma questo è solo l’incipit di una storia che non verrà mai realizzata. E lo stile approssimativo e geometrico di Murphy non è proprio il mio genere.

Finite le versioni alternative dei personaggi, i riflettori sono puntati su Jimmy Olsen che viene assunto dal Daily Bugle per scattare foto a Spider-man, solo che lui viene da Metropolis e non sa che aspetto abbia. Peter Parker gliene dà una descrizione sommaria e così Jimmy lo scambia per Carnage, una versione di Venom! La brutta esperienza ha anche un risvolto positivo perché con le foto che procura diventa il beniamino di J. Jonah Jameson. La trama scritta da Matt Fraction è molto simpatica e riprende quelli che immagino siano dei canoni desueti di scrittura dei vecchi fumetti della DC. Credo che anche il disegnatore sia stato scelto per dare una patina demodé, visto che si tratta di Steve Lieber (il fratello di Stan Lee, giusto?). Spiace dirlo, ma i suoi disegni sono tra i migliori di tutto l’albetto.

Anche Rafa Sandoval nella storia successiva se la cava comunque bene. Peccato che la storiellina di Jeff Lemire si possa a malapena definire tale e sia solo un’analisi pretestuosa di quanto le vite di Superman e Spider-man siano simili. E non sono nemmeno sicuro che i protagonisti siano gli originali o versioni alternative o altri personaggi che non conosco.

Si continua più o meno sulla stessa linea con un dibattito televisivo che vede contrapposti Lois Lane e J. Jonah Jameson sulla presunta pericolosità dei supereroi che nascondono il volto. Niente azione ma solo delle riflessioni in questo pamphlet di Greg Rucka. I disegni di Nicola Scott non sono male, conosce sicuramente l’anatomia. Solo che hanno qualcosa di freddo, di ingessato, che non me li ha fatti apprezzare. Probabilmente anche il colorista Marcelo Maiolo avrà notato la cosa, e ha usato dei toni chiassosi e delle soluzioni elaborate che finiscono per peggiorare la situazione piuttosto che ravvivarla. [non inserisco Maiolo nelle Etichette per sopraggiunto limite dei caratteri, sono sicuro che saprà perdonarmi]

Si finisce in relativa bellezza con un team-up tra il Punitore e Supergirl. Che si tratti di lei il lettore poco addentro nelle identità segrete della DC come me lo scoprirà solo verso la fine, dopo che ci viene presentata come una semplice ragazza che ha un appuntamento al buio proprio in un ritrovo di supercriminali di Gotham che il Punitore deve bonificare. La storia di Gail Simone è molto carina e ben congegnata e fa soprassedere su alcune licenze che si è concessa Belén Ortega ai disegni – ma certe esagerazioni anatomiche ci stanno bene in questo contesto umoristico.

domenica 10 maggio 2026

Assorted Crisis Events 1

Un fumetto decisamente originale. Non si tratta di una serie nel senso che oggigiorno viene dato solitamente al termine ma di una antologia in cui ogni episodio è a se stante, almeno finora. Il sottotesto è che il mondo è sconvolto da anomalie temporali che trasportano persone in epoche diverse dalla loro e possono generare rallentamenti o accelerazioni nel flusso temporale, ma anche spostare fisicamente da un mondo all’altro versioni diverse di una stessa persona. La vaghezza di questo assunto di base serve evidentemente a Deniz Camp per togliersi ogni incombenza di spiegare le cose troppo in dettaglio e anche come scusa per parlare di tutt’altro.

Nella prima storia la protagonista è Ashley, una cameriera rimasta orfana dopo che i suoi genitori sono spariti a causa dei succitati fenomeni. Un detective li avrebbe pure individuati in un’altra epoca ma le ha fatto capire che era meglio non sapere cosa era successo loro. La gag ricorrente è che lei porta un vecchio orologio ad aggiustare dai pochi orologiai ancora esistenti, degli eccentrici interessati a una bella storia più che ai soldi, e che per questo non la assecondano mai. Ma non mancano altri spunti umoristici: in primis il fatto che il suo quartiere viene utilizzato come set per film catastrofici a basso budget. E poi ci sono le occasionali scenette sullo sfondo a testimonianza del diverso scorrere del tempo. Ma quando viene picchiata dalla polizia dall’umorismo si va forse nella satira sociale.

Nella seconda storia si ride di meno. Molto di meno. Il protagonista è Jesus che a causa dei fenomeni temporali viaggia con la memoria avanti e indietro nella sua storia di immigrato clandestino che non ha trovato negli Stati Uniti quel paradiso in cui speravano i suoi genitori. Questo fenomeno gli crea dei problemi sul lavoro al mattatoio, descritto da Deniz Camp con un dettagliato e crudo realismo degno di Nestore l’ultima corsa.

La terza storia è un apologo sull’immigrazione e sulla paura del diverso, per quanto si tratti di un “diverso” paradossale: due versioni della medesima città si trovano in universi differenti, solo che in uno la catastrofe climatica è molto più vicina che nell’altro e quindi gli abitanti emigrano nella versione ancora non condannata. Giunti nel mondo più vivibile, vengono inizialmente accolti dalle loro versioni ancora sane per poi subire quello che la cronaca degli ultimi anni ci ha fatto vedere. Oltre che per l’amarissimo sarcasmo (e per gli ammiccamenti alle varie “Terre” dell’universo DC e anche Marvel) questa storia si segnala per l’uso avveduto dell’organizzazione delle tavole, in cui vengono contrapposti i due mondi e dunque i due relativi sguardi: un effetto che si può ottenere solo col fumetto, alla facciaccia di quanti (ancora troppi) lo vorrebbero ancella del cinema, della letteratura o del teatro.

Il protagonista della quarta storia è un “naufrago del tempo” vittima di un fenomeno che lo fa avanzare di mesi o anni saltando parti intere della sua vita di cui non ha memoria. Reso con una selezione limitata di colori, questo capitolo può essere angosciante o divertente (di un umorismo nerissimo, beninteso) a seconda di come lo si guardi.

Anche Anna nel quinto capitolo soffre di una di queste cronopatologie: nel suo caso si ritrova periodicamente imprigionata in “loop” di breve durata che a lei sembrano infiniti perché continua a rivivere certe situazioni senza poter fare nulla per modificarle – cosa che offre il destro per un omaggio, tra gli altri, al Giorno della Marmotta. La sua vicenda fa un po’ da connettore alle altre visto che Anna si mette alla ricerca di altre vittime dei fenomeni e del misterioso barbone futuribile che compare qua e là nelle altre storie, forse potenziale causa del tutto. È una storia drammatica, ma con un finale più o meno positivo e che apre nuovi spiragli alla serie.

Le tavole di Eric Zawadzki fanno la loro porca figura. A ben vedere, come disegnatore ha le sue pecche: non sempre le sue anatomie sono precise, a volte inchiostra in maniera troppo pesante e a volte tira anche un po’ via. Però ha quella disinvoltura e quella scioltezza che ho ravvisato anche in Zoe Thorogood, i suoi personaggi sono molto espressivi e quando l’occasione lo prevede ha delle ottime trovate per organizzare le tavole, che d’altro canto come ho accennato sopra spesso presentano dei virtuosismi possibili solo con il fumetto. Da segnalare anche il buon lavoro del colorista Jordie Bellaire.

giovedì 7 maggio 2026

Spider-man: Linea di Sangue

Inizia col botto questa miniserie che inaspettatamente non riguarda l’Uomo Ragno. Non quell’Uomo Ragno. Peter Parker è infatti rimasto mutilato dopo uno scontro con un cattivo di proporzioni titaniche a me sconosciuto. Dodici anni dopo suo figlio Ben ormai adolescente sperimenta le stesse vicissitudini che conobbe lui, con la zia May che è l’unico adulto che gli è rimasto accanto visto che Mary Jane è morta (o così pare) e Peter è sempre in giro per lavoro.

A rallegrare la sua esistenza c’è una nuova compagna di classe writer e attivista che lo ammira dopo che con la sua superforza appena manifestata ha dato una lezione a un bullo. In questa linea temporale, non so se ufficiale o meno, i supereroi sono tutti periti e quindi Ben si assume il compito di diventare il nuovo Uomo Ragno, tanto più che la minaccia di quel vecchio villain è tornata a manifestarsi, sempre alla ricerca di una misteriosa “chiave”. Questa miniserie (o arco narrativo?) risale al 2009 ma non c’è decompressione, anzi le situazioni corrono veloci come un treno e Ben non cincischia troppo con la sua bella nel rivelargli la sua identità segreta.

J. J. ed Henry Abrams sanno come si scrivono delle belle scene e dei bei dialoghi. Il ritmo che infondono alla storia è incalzante ma riescono comunque a metterci dentro un bel po’ di sostanza. Ci si diverte e ci si appassiona. Anzi, a metà della storia il ritmo accelera un po’ troppo: è pur sempre un fumetto di supereroi e guai a non metterci le mazzate. E sempre a proposito di queste bambinate, è esilarante vedere come i soggetti degli esperimenti vengano tenuti in celle criogeniche con indumenti strategici quando non mancano derive splatter che non mi aspettavo. Lodevole poi, se a qualcuno interessano queste cose, il lavoro di archeologia fumettistica che hanno fatto i due sceneggiatori nel ripescare dei dettagli della storia di Iron-man per creare il loro supercattivo. A meno che non si tratti di una retcon.

Quello che invece mi ha deluso sono i disegni di Sara Pichelli, che non ricordavo così sketchy e stilizzata nemmeno ai suoi esordi. E si è pure fatta assistere da Elisabetta D’Amico! Le copertine, invece, le ha disegnate con tutti i crismi o quasi, la furbacchiona. Anche i colori di Dave Stewart sembrano essere stati buttati giù in tutta fretta senza troppa attenzione, ma dovendo scegliere tra dare corpo a quelle figure evanescenti in maniera invasiva oppure seguire l’andazzo della semplificazione generale ha preferito giustamente la seconda opzione.

giovedì 30 aprile 2026

Batman e Robin Anno Uno vol. 1: La Nascita del Mito

Beh, lo ha scritto Mark Waid, diamogli una chance. Poi vedo che Chris Samnee ha collaborato alla trama, ma non sarà un problema, no?

Come intuibile dal titolo, questa serie (o miniserie o quello che è) si ambienta nei primi tempi di attività del Dinamico Duo. I Grayson Volanti sono stati assassinati da poco e Bruce Wayne ha preso sotto la sua ala protettrice Dick Grayson per farne la sua spalla, anche per timore che altrimenti si faccia giustizia da solo ancora inesperto. Tra i pazzerelli che scorrazzano a Gotham ne arriva uno nuovo: tal Generale Grimaldi che metterà le Cinque Famiglie di Gotham (cioè la mafia locale) una contro l’altra.

Le indagini di Batman sono ostacolate sia dall’irruenza e dall’indisciplina del suo giovane sidekick sia da un nuovo killer al soldo di Grimaldi che ha il potere di mutare forma assumendo l’aspetto di altre persone. E alla lotta contro i criminali si aggiunge quella contro i servizi sociali di Gotham che vogliono verificare l’idoneità del playboy farfallone Wayne ad adottare l’imberbe orfanello.

Batman e Robin Anno Uno si legge tutto d’un fiato. Ci sono sequenze epiche ed accattivanti ma anche un bel po’ di ironia. Elementi che in mano a un altro sceneggiatore avrebbero corso il rischio di sembrare ridicoli (gli stessi villain) risultano invece inquietanti come dovrebbero essere. Molto ben giocata poi la sottotrama dei documenti che Due Facce ha sottratto alla polizia di Gotham, che si riveleranno fondamentali nel finale. “Finale” che però è un micidiale cliffhanger che lascia a bocca asciutta il lettore.

Chris Samnee si è ancora più darwyncookeizzato rispetto a come lo ricordavo. Figure molto meno eleganti, pennellate molto più spesse. Sì, certo, lo scambio di sguardi tra Bruce e Dick durante una visita dell’assistente sociale sono esilaranti, ma le sue derive cartoonesche non fanno proprio per me. Per i colori Matheus Lopes ha scelto un’efficace mix di realismo ed espressionismo. Alle figure umane sono riservati sfumature e colpi di luce appropriati, mentre gli sfondi e gli elementi secondari hanno tinte più omogenee che al momento opportuno possono anche diventare colori irrealistici, o troppo accesi o troppo lividi, per rendere al meglio l’atmosfera. In un’occasione Lopes è stato sostituito da Giovanna Niro che ne ha rispettato l’approccio. Mi rendo conto che quello che ho descritto è quello che in fondo ogni bravo colorista dovrebbe fare, ma non sempre succede.

Un bel volume, insomma, peccato per la delusione di vedere che la storia è appena entrata nel vivo.

martedì 28 aprile 2026

Batman: Gotham by Gaslight - Una Lega per la Giustizia

Ricordavo di aver letto il volume precedente ma non ne ho trovato evidenza né in archivio né sul blog. Boh. In effetti sarebbe stato necessario perché questa storia comincia non dico in medias res ma è legata con ogni evidenza a quanto successo in precedenza.

Si tratta dell’ennesimo Elseworld, una linea temporale alternativa in cui l’infante del pianeta Krypton cadde sulla Terra nel 1860 dando la stura a un’antica profezia e all’emergere di esseri superumani dopo che, a quanto ho capito, frammenti di Krypton erano già giunti sul pianeta.

Come nel caso delle linee Ultimate e Absolute il fascino di questo fumetto sta principalmente nel vedere come i personaggi iconici della casa editrice vengono reinterpretati in tema con la nuova ambientazione. Qui ad esempio l’omologo di Lanterna Verde somiglia di più a Freccia Verde, che è assente. Tutto ruota attorno al recupero di un frammento del pianeta Krypton bramato anche dal Lex Luthor di questo universo, che lo sottrae alla costituenda Lega della Giustizia. Dal Far West di Smallville la scena si sposta in Arabia con John Constantine e Ra’s al Ghul. Il vero nemico non è tanto Luthor ma il Kryptoniano Zod, un precedente visitatore rimasto in stasi grazie alla Lega delle Ombre che adesso si è risvegliato fuggendo alla sua prigionia e desideroso di sottomettere la Terra.

Tra citazioni lovecraftiane (e non solo) e trovate steampunk ovviamente tutto si risolve con le mazzate tra i buoni e i cattivi e il technobabble che risolve tutto, che Andy Diggle e Rob Williams cercano di rendere più interessanti con dialoghi arguti – senza riuscirci. A proposito, i singoli capitoli di questa miniserie sono più corposi dei soliti comic book contando 32 pagine l’uno. In questa maniera ogni personaggio ha il suo spazio e non si avverte la frenesia di altri fumetti di supereroi, però al contrario il ritmo risulta più dilatato di quello che avrebbe potuto essere. E l’apparizione di Darkseid che si risolve con uno schiocco di dita sa di spazio sprecato, anche se ovviamente è l’imbeccata per la prossima miniserie.

Leandro Fernandez è un disegnatore coscienzioso ma insapore. Sarà per quello che non ho voluto leggere il volume precedente, ammesso che l’avesse disegnato lui. Conosce l’anatomia e i contrasti chiaroscurali, sì, ma il suo tratto monocorde e quasi per nulla modulato passa come acqua sul marmo. I colori di Matt Hollingsworth non aiutano ad apprezzare l’insieme.

Una miniserie riservata ai fanatici dell’universo DC, con l’avvertenza però che non è del tutto comprensibile a se stante.

sabato 25 aprile 2026

La Nuova Storia dell'Universo DC

Miniserie analoga a quella uscita qualche anno fa per la Marvel, solo che la DC Comics può vantare una primazia nel concept come ci ricorda Marv Wolfman nell’introduzione avendo pubblicato un’appendice a Crisis on Infinite Earths che appunto riassumeva la cosmologia, gli eventi e i personaggi della DC dell’epoca. Avrei potuto fare un semplice copia/incolla di quella recensione ma ho desistito, troppe modifiche da apportare e quindi faccio prima a scrivere qualcosa di nuovo. Anche perché non c’è quasi nulla da scrivere.

L’aggancio per la navigazione tra milioni (miliardi?) di anni di Storia intrecciata ai fatti dell’editore viene dato da Barry Allen che trascrive tutti gli eventi più importanti e li collega per cercare di raccapezzarcisi. Non viene quindi narrata una storia in senso narrativo ma ne esce un compendio con toni autocelebrativi verso la fine. Nel primo episodio/capitolo si va dall’alba dei tempi fino all’arrivo sulla Terra di Superman, il secondo va dalla Silver Age a Crisis on Infinite Earths, il terzo è una carrellata di crossover ed eventi dagli anni ’80 fino ai New 52 (se ho capito bene), il quarto parte dai New 52 e Flashpoint (se ho capito bene) per glorificare alla fine la vastità e la mutevolezza dell’Universo DC.

Chiaramente nel suo ruolo di semplice compilatore e non di narratore vero e proprio il pur bravo Mark Waid non può fare più di tanto. Forse si vede la sua zampata ironica nel sottolineare come il caso paradossale di Hawk/Monarch non è l’unico nella storia dei supereroi targati DC, o in alcune imbeccate sulle molteplici morti dello stesso Allen, ma anche ammesso che questi elementi abbiano un sottofondo sarcastico sono comunque ammiccamenti per intenditori. Non che manchino particolari divertenti perché ridicoli già di per sé; è esilarante vedere le capriole con cui si sono giustificate certe cose ex post: tra tutta la pletora di crisi ed eventi cosmici alla fine pare che il Dottor Manhattan sia stato la causa principale delle incongruenze e dei rilanci dell’universo. E alcuni personaggi patetici creati negli anni ’40 e ’50 diventano ancora più risibili a ogni tentativo di dare loro logica o dignità.

C’è poi un aspetto di cinico divertimento nel constatare come le prime apparizioni di alcuni personaggi seguano il momento dell’acquisizione da parte della DC ignorandone la storia precedente: ad esempio Billy Batson/Shazam esordisce nel post-Crisis (mentre pure io so che era un personaggio degli anni ’40) e i tamarri della Wildstorm compaiono nell’ultimo capitolo quando invece nacquero per la Image nei primi anni ’90.

Non mancano alcune (pochissime) curiosità interessanti: il primo supereroe della DC sarebbe stato il dottor Richard Occult e non Superman, perché in un’occasione (non mostrata, però) indossò un costume con tanto di mantello.

Ovviamente essendo così strutturato un lavoro del genere punta molto sulla parte grafica. A raffigurare le varie sequenze rievocate da Waid si alternano Todd Nauck (per fortuna meno caricaturale di come lo ricordavo), Jerry Ordway (sempre piacevole), Brad Walker, Michael Allred (che non mi pare tanto efficace come illustratore puro), Dan Jurgens inchiostrato da Norm Rapmund, Doug Mahnke (sempre più bravo), Howard Porter e Hayden Sherman (stilizzato oltre il lecito). Non ho sotto mano il volume doppio celebrativo con cui la mai abbastanza rimpianta Planeta DeAgostini pubblicò Crisis e derivati, ma oltre ad avere maggiore compattezza stilistica l’omologo dell’epoca disegnato da George Perez me lo ricordo più spettacolare, le immagini a piena pagina erano più curate e dettagliate oltre ovviamente a non avere il filtro del digitale che qui non viene utilizzato in maniera diversa da quello che si sarebbe fatto su un normale comic book. Anche la copertina di Chris Samnee sarà pure à la page ma è alquanto dimessa per un volume di questa portata.

Qualora il lettore volesse approfondire ulteriormente la storia dell’Universo DC o leggerla in maniera scrupolosamente cronologia, Dave Wielgosz ha compilato un’appendice di 58 pagine con il supporto di John Wells e dello stesso Waid.

Immancabile poi la consueta carrellata di variant cover. Tra le tante mi è piaciuta quella di Ryan Sook, ma le più spettacolari sono quelle doppie del meno dotato Scott Koblish, che ha disegnato mediamente 300 personaggi (in un’occasione quasi 400!) in ognuna, tanto che ne vengono fornite delle opportune legende.