Questo volume è un parafulmine
per la sfiga. Sin dal titolo:
Black Poppy
è un po’ ridicolo, dai, e sicuramente non evoca i drammatici scenari bellici
che caratterizzano il fumetto. D’altra parte anche l’originale
Amapola Negra per un pubblico italiano
ha un suono troppo esotico e musicale (
Amapoooooooooooooola dolcissima Amapooooooooooooola) e tradurlo
letteralmente, «papavero nero», non sarebbe stato meglio perché per nulla
evocativo del genere mentre invece avrebbe potuto far pensare alla droga – il
che magari come strategia di marketing avrebbe potuto essere funzionale. Ho
notato inoltre che è stato distribuito in maniera eclettica e non era
disponibile in alcune edicole solitamente ben fornite.
Al di là di questo, Black Poppy è stampato orizzontalmente,
cioè le tavole (in origine appunto orizzontali) sono orientate con un angolo di
90° rispetto al normale senso di lettura verticale di un bonellide. Uno
spillato orizzontale avrebbe reso la lettura meno artificiosa, ma mi rendo
conto che la Cosmo debba sottostare alle imposizioni del suo tipografo: se non
sbaglio hanno pubblicato in formato 17x26 anche fumetti che erano nati per
tutt’altro formato. Sulla qualità di stampa stendo un velo pietoso, anche se mi
viene da pensare che in fondo con la difficoltà nel reperire i materiali
originali avrebbe potuto essere anche peggio.
L’unico redazionale è una scarna
introduzione a opera di Andrea Rivi, che con la scusa di non voler fare spoiler
dice poco o niente. Ciliegina sulla torta, al momento di pagarlo risultava alla
pistola leggi-codice che il volumetto costava 7,90 euro invece di 6,90. Tutto
risolto con tanto di segnalazione all’editore e/o al distributore, ma anche
questo indica la cattiva stella che ha brillato su questo volume. Peccato,
perché il fumetto, su cui Barreiro basò il suo Asso di Picche, è veramente ottimo pur essendo di genere bellico.
Anche se non sembra nemmeno che sia un fumetto di guerra.
I protagonisti sono i componenti
dell’equipaggio di un B-17, una delle “fortezze volanti” che dagli Stati Uniti
andavano a bombardare l’Europa nazista durante la seconda guerra mondiale.
Inizialmente ci vuole un po’ per raccapezzarcisi con tutti quei personaggi (pur
se introdotti in maniera semplice ma efficace da Oesterheld) ma presto emergono
il pilota Abner Stiles e il copilota Hugh Probst. È evidente che lo
sceneggiatore conoscesse benissimo l’argomento e profuse un sacco di dettagli
tecnici che trasmettono un forte senso di realismo, sia nei dialoghi che nelle
didascalie. Queste ultime a volte sono piuttosto lunghe, ma assolutamente
indispensabili per chiarire certi particolari tecnici oppure per spiegare
quello che è successo tra una sequenza e l’altra. A testimonianza
dell’intelligenza e della maturità con cui sono state elaborate, va segnalato
che non ce ne sono affatto nelle scene più drammatiche, come ad esempio
l’esplosione di una bomba, affidate interamente ai disegni (non ci sono nemmeno
onomatopee). I dialoghi sono invece secchi, essenziali e anche per questo molto
significativi.
L’aereo del titolo è un
bombardiere che deve svolgere le 35 missioni di prammatica, teoricamente una
per episodio anche se alcune ne occupano due. Alla fine ne vedremo solo 12,
forse per la chiusura di Hora Cero,
anche se la serie verrà recuperata una
tantum su Hora Cero Extra.
Come dicevo, Black Poppy non sembra nemmeno una storia di guerra: come
l’equipaggio dell’aereo anche il lettore vede il fronte dall’alto, come
qualcosa di lontano e indistinto. Quando Hugh vedrà concretamente gli effetti
dei bombardamenti a cui partecipa il risultato sarà quasi traumatico. I
dettagli delle missioni sono importanti, certo, ma molto di più lo è lo scavo
psicologico dei singoli personaggi e la costruzione dei rapporti tra di loro.
Proprio come nell’Asso di Picche di
Barreiro e Gimenez. Il tono delle storie è insomma molto disincantato e privo
di retorica; dopo le prime missioni il gioco col lettore diventa addirittura quello
di fargli indovinare quale personaggio ci rimetterà la pelle stavolta.
Oesterheld, che pure negli stessi anni scriveva fumetti comici e western
umoristici, riversa in Black Poppy
tutto il suo pessimismo, o meglio il suo fatalismo nichilista. A volte i
protagonisti riescono in una missione disperata solo per scoprire che è stata
totalmente inutile, altre volte il piano congegnato alla perfezione fallisce
per cause imponderabili. E intanto gli uomini muoiono a decine, da una parte e
l’altra della barricata. L’agghiacciante finale è ancora una volta anticipatore
di quello di Asso di Picche, che come mi disse Carlos Trillo
era un remake di Amapola Negra.
Non mi stupisce quindi che questa
serie sia poco conosciuta: oltre al fatto che non c’è un protagonista
immediatamente identificabile come tale, il tono molto adulto e disincantato
potrebbe non incontrare i gusti di tutti, soprattutto se giovani. E non c’è
nemmeno quella spettacolarità che potrebbe invece interessare gli amanti delle
storie belliche, anche se da questo punto di vista Francisco Solano Lopez ha la
sua parte di responsabilità.
Non mancano inquadrature
particolareggiate di interni e di dettagli tecnici, o qualche sfondo curato, ma
sono in netta minoranza rispetto alle vignette risolte con dei semplici primi
piani oppure con dei cieli quasi interamente vuoti fatta eccezione per le
sagome degli aerei così uguali che sembrano essere state fatte con un timbro,
così come Pratt si vantava di aver fatto per i volti del Sergente Kirk. Va poi
detto che la pletora di personaggi sulla scena ha costretto Solano Lopez a
elaborare molte fisionomie diverse per renderli distinguibili, e così la sua
mano (già prona al grottesco) ha sfornato delle facce talvolta caricaturali.
Purtroppo la qualità della riproduzione gioca contro di lui, impastando i suoi
tratteggi rendendoli grumosi e pesanti – o amalgamandoli in un nero quasi
compatto in cui si intuisce comunque che c’era un lavoro di pennino sotto. Le
cartine tattiche sono tanto smangiucchiate da risultare quasi illeggibili,
mentre le scritte sulle carlinghe degli aerei sono illeggibili del tutto (se ne
intuisce la presenza solo guardando molto bene le tavole). Comunque anche senza
questi difetti dovuti alla stampa non penso che Amapola Negra figuri tra i lavori migliori di Solano Lopez.
Parlando dei pregi di questa
edizione, al di là della qualità intrinseca del fumetto (più dei testi che dei
disegni), va segnalato che non c’è nemmeno un refuso e che la Cosmo ha
riprodotto alcune delle copertine dei numeri di Hora Cero in cui comparve la serie, oltre a quella dell’Hora Cero Extra che ospitò l’ultimo
episodio. Questo è stato riprodotto come in origine in verticale, e purtroppo
fa pensare che si sarebbe potuto imbastire diversamente il volumetto. Gli
stessi (pochi) esemplari di riviste della Frontera che possiedo dimostrano che
le proporzioni di quelli piccoli settimanali a striscia erano ridotte rispetto
a quelli grandi dei mensili: cioè mettendone uno sopra l’altro non si arriva
all’altezza di un Extra. Quindi forse
sarebbe stato meglio mettere una doppia striscia sopra l’altra, in modo da diminuire
la foliazione e quindi anche il costo (che comunque non è altissimo, certo). E
oltre a rendere più leggibile il fumetto, magari i difetti di stampa sarebbero
risaltati di meno.
Confesso che mi sono avvicinato a
questo fumetto con entusiasmo (wow, un inedito di Oesterheld e Solano Lopez!)
ma alla fine leggerlo in questo formato è stato come farsi cavare un dente:
l’ho fatto perché dovevo. Ma d’altra parte, quante altre possibilità avrei
potuto avere di leggere Amapola Negra,
non solo in cartaceo? Almeno costa poco. Beh, relativamente poco.