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giovedì 13 luglio 2023

Lo Squadrone Supremo

Con il suo inserimento nel purgatorio del Tutto a 3 euro finalmente ho avuto la possibilità di leggere questa serie in 12 capitoli che da qualche parte ho letto essere considerata un po’ il Watchmen della Marvel.

La storia comincia in medias res, ignoro se il pregresso che viene rievocato sia solo un ricordo dei protagonisti o sia stato effettivamente narrato altrove. In sostanza, la Terra è ben oltre la soglia del collasso dopo che un alieno si è impossessato dei membri dello Squadrone Supremo (versione made in Marvel della Justice League of America della DC) portando alla guerra globale e a una dittatura planetaria con Nottolone, cioè Batman, al comando. L’unico a essere riuscito a salvarsi e a salvare il resto del gruppo è Hyperion, cioè Superman. Per riparare ai danni che hanno involontariamente causato, i supereroi decidono di estendere a tutto il mondo gli ideali di Utopia, l’isola da cui proviene Zarda cioè Wonder Woman. Che il mondo lo voglia o no. La decisione non è però plebiscitaria e alcuni membri dello Squadrone Supremo hanno il sospetto che così si tornerà a instaurare una tirannia, per quanto mossa da buone intenzioni: a uscire dal quadro, però, al momento è il solo Nottolone, che nella sua identità pubblica era anche stato Presidente degli Stati Uniti e su cui grava quindi la maggiore responsabilità delle azioni compiute quand’era sotto il controllo mentale dell’alieno.

Il programma prevede inizialmente la distribuzione di cibo e il ripristino delle infrastrutture, cui farà seguito il disarmo totale della popolazione per poi eliminare del tutto la criminalità grazie a un marchingegno in grado di modificare la personalità dei soggetti (verrebbe da dire che quel paraculo di Mark Millar non aveva inventato nulla col suo Red Son, ma in fondo è un’idea vecchissima). Ultimo passo, l’eliminazione della morte stessa tramite un sistema di ibernazione.

Lo Squadrone Supremo è tutto fuorché moderno: ci sono molte didascalie e balloon di pensiero con cui vengono chiariti e riassunti gli eventi e le azioni. La struttura delle storie prevede che a ogni episodio ci sia una sorta di riassunto degli eventi salienti o del passato del personaggio sotto i riflettori in quel numero. Però pian pianino qualcosa di diverso, più originale o maturo, si fa strada nella storia: si comincia a parlare di cancro, c’è qualche vago riferimento sessuale, si trattano problematiche concrete (senza più criminali né malati come si manterranno quelli che lavoravano nelle carceri e negli ospedali?) e soprattutto i supereroi vengono mostrati con le loro debolezze assai umane: c’è quello che si sente inferiore agli altri per la sua statura e il suo aspetto fisico, quello che fa pensieri su una collega anche se è sposato, quello infantile che va fuori di testa per la morte dei genitori, quell’altro che fa scherzi idioti. E ovviamente trattandosi di una miniserie con personaggi minori non è necessario che tutti i protagonisti sopravvivano.

Siccome la vita quotidiana di questi personaggi potrebbe diventare leziosetta, Mark Gruenwald innesta nel corpo centrale della trama qualche avvenimento che porta a sottotrame più interessanti e anche alcuni scontri con supercattivi uno più ridicolo dell’altro, chissà se creati appositamente o preesistenti (forse sono delle parodie di nemici della Justice League of America?). In effetti il rimescolamento tra personaggi “buoni” e “cattivi” è un elemento molto interessante della trama, e sarà anche quello che ne determinerà la svolta conclusiva.

L’ultimo episodio mi è sembrato un bel virtuosismo da parte di Gruenwald, un gioco col lettore che sa già che ci dovrà essere una battaglia finale, ma che lo sceneggiatore rimanda sapientemente per far montare la tensione. E alcune morti sono veramente eccellenti e inaspettate, come solo con dei personaggi “usa e getta” si può fare.

La serie portante è integrata da un crossover con Capitan America a metà della saga che mi sembra più che altro una marchetta pubblicitaria per sostenere la serie principale, anche se le ripercussioni a breve termine ci saranno (ma non avevano bisogno di essere introdotte su un’altra testata). Inoltre il volume ha una “coda” con l’episodio lungo Morte di un Universo di qualche anno dopo, in cui la storia riprende una settimana dopo gli eventi della miniserie. A quanto pare l’universo verrà distrutto entro 12 ore e lo Squadrone Supremo deve ricorrere anche all’aiuto dei suoi due peggiori arcinemici per salvare il mondo. La storia è anche simpatica, ma forse è stata tirata troppo per le lunghe, anche se il finale un po’ ironico è piacevole. Il team creativo è quello consolidato ma alle chine, noblesse oblige, c’è nientemeno che Al Williamson.

Per quanto ne capisco io di comic book, la qualità dei disegni mi sembra quantomeno dignitosa e anche buona in alcuni frangenti. A disegnare Lo Squadrone Supremo si sono avvicendati Bob Hall e Paul Ryan, inchiostrati da Sam De La Rosa (inizialmente le chine le fece John Beatty). Le cafonate della Image erano ancora di là da venire quindi lo stile è quello classico statuario dei supereroi, senza essere troppo ipertrofico. Il lavoro è però discontinuo e accanto ad anatomie pressoché perfette ed espressive ci sono dei dettagli un po’ tirati via, a testimonianza della probabile realizzazione travagliata della miniserie: ma d’altra parte l’impegno mensile sulla serie deve essere stato assai gravoso, tanto più che il primo e l’ultimo episodio durano ben quarantuno tavole invece delle canoniche 24, che solo in un paio di numeri si riducono a 23. In un’occasione la mano è passata addirittura al grande John Buscema, il cui intervento non si fa però apprezzare molto, forse dovette lavorare di fretta in quanto tappabuchi (di lusso ma pur sempre tappabuchi) o forse il suo collaboratore Jackson Guice non era all’altezza. Comunque per apprezzare il lavoro di Hall e Ryan basta confrontarlo con quello dell’accoppiata Paul Neary-Dennis Janke nell’episodio di Capitan America.

In conclusione mi sembra che Lo Squadrone Supremo sia un buon fumetto di supereroi con una certa originalità e anche dei buoni spunti di riflessione, sebbene ancorato a uno stile forse ritenuto vecchio già all’epoca. Mi chiedo perché non abbia avuto gli onori che forse meritava. Può darsi che l’attenzione dei lettori Marvel dell’epoca fosse catalizzata dal mega-evento Secret Wars e ovviamente i ragazzini preferivano vedere un infinito match di wrestling tra supereroi e loro nemesi piuttosto che leggere di supereroi che parlano di politica. Forse l’uscita dei praticamente contemporanei Crisis on Infinite Earths, Dark Knight Returns e Watchmen può averlo messo in ombra (ma magari, in versione deluxe…), forse i protagonisti non avevano lo stesso appeal di supereroi più famosi, oltre a essere un palese pastiche di una proprietà intellettuale della concorrenza che avrebbe potuto adire a vie legali o, peggio ancora, ottenere una pubblicità indiretta dalla serie se troppo pubblicizzata. O magari Lo Squadrone Supremo è famosissimo e apprezzato e ha già avuto centinaia di ristampe di cui io non mi sono mai accorto!

Il volume Panini è di grandi dimensioni, ma la qualità di stampa è quella che è e qualche redazionale di approfondimento sarebbe stato gradito.

lunedì 17 aprile 2023

Lou! 2: Il Cimitero degli Autobus

Nessuna novità in fumetteria, quindi si è aggiunto un nuovo membro al club del Tutto a 3 euro.

Lou! è una serie che in Francia ha fatto sfracelli (ne hanno anche tratto un cartone animato) e che ovviamente in Italia è roba da carbonari o poco più.

La protagonista è un’adolescente che in questo volume, che raccoglie due episodi originali, arriva al traguardo dei 14 anni. La prima parte è molto frammentaria e dispersiva, con alcune sequenze che sembrano le gag da una pagina tipiche della BéDé umoristica. Il filo conduttore è costituito dalle situazioni tipiche che si trova ad affrontare una ragazzina: la scuola nuova, le prime cotte, il rapporto coi genitori, le vecchie amicizie gelose delle nuove. Esiste un pregresso molto consistente riassunto nel risvolto-gioco dell’oca che apre il volume, ma in sostanza il primo episodio procede per accumulo inanellando scenette e gag fino all’apoteosi in cui Lou si smarrisce nelle macerie del palazzo di fronte dove risiedeva l’amato Tristan, dando ufficialmente inizio alla sua pubertà. L’imbeccata sull’incontro fortuito con il padre biologico di Lou non ha seguito e probabilmente sarà materia per altri episodi futuri.

La seconda parte è molto più riuscita e coinvolgente e vede il gruppo di quattro compagne andare in vacanza al mare nelle lussuosissima villa della dark Marie-Amelie. Su suo impulso si dedicheranno alla caccia al maschio e tornerà in scena la cotta infantile di Lou, Tristan, che lei osservava ammirata da casa sua prima che abbattessero il suo palazzo. Questa parte è resa molto appassionante dal montaggio che alterna come dei controcanti le scene che vedono protagoniste le quattro ragazze, il quartetto dei ragazzi di Tristan e la madre di Lou che è in giro a promuovere il suo romanzo di fantascienza insieme al nuovo compagno. Fino al finale con la celebrazione del compleanno di Lou che comprende la scena esilarante della rivelazione dell’identità del misterioso filarino di Karine. Le rarissime “one pager” a gag sono appannaggio del gatto di Lou che l’ha accompagnata in villeggiatura.

Lou! è una serie jeunesse di cui ovviamente non sono il target di riferimento, ma è comunque godibile da più fasce di pubblico. Non credo che possa essere definita interamente umoristica perché molti elementi trasmettono una sensazione di lieve inquietudine, quasi di malinconico disagio: non tanto i “drammi” adolescenziali quanto il fatto che Lou vada dalla psicanalista e soprattutto che il ritratto che viene fatto degli adulti è desolante, divisi tra frustrazioni e inettitudine. In particolare, la madre di Lou è una bambinona immatura che pensa quasi solo ai videogiochi e al suo nuovo appassionato amore, trascurando la figlia. Ciò offre il destro all’autore per creare delle situazioni divertenti, che lasciano però un retrogusto un po’ amaro.

Il tratto di Julien Neel è molto semplice e stilizzato: la faccia della madre di Lou è praticamente costituita da quattro cerchi e solo occasionalmente da un trattino per il naso o la bocca. Neel è un ottimo fumettista: sa gestire gli spazi delle tavole, il ritmo delle vignette, i vuoti, le ripetizioni di alcuni elementi, inoltre è molto bravo a far recitare i personaggi. Purtroppo tanta grazia non è del tutto godibile a causa della scelta di non marcare nettamente con un canonico tratto nero i contorni delle figure, rendendole un po’ evanescenti – scelta stilistica che mi sembra piuttosto comune nelle nuove generazioni che lavorano in digitale. Soprattutto, la non rara sovrabbondanza di vignette e la cura per i dettagli rendono impossibile godersi questo volume senza l’ausilio di una lente d’ingrandimento, anche perché l’autore ogni tanto inserisce delle minuscole dediche nelle sue tavole. Il formato adottato da ReNoir non è certo piccolo, ma credo che i volumi originali fossero un po’ più grandi per permettere di godere appieno del lavoro di Neel.

Dopo questa gradevole scoperta mi verrebbe voglia di continuare a seguire le avventure di Lou, ma purtroppo ho notato che in Italia non ha evidentemente riscosso il successo sperato visto che la ReNoir ne ha fermato la pubblicazione a questo secondo volume che risale ancora al 2012, probabile motivo per cui è finito nel purgatorio del Tutto a 3 euro. Peccato.

domenica 5 marzo 2023

A.D.D. Adolescent Demo Division

A volte il purgatorio del Tutto a tre euro riserva scoperte piacevoli, o perlomeno interessanti. Anche se poi magari alla fine non mantengono del tutto le promesse. E vabbè.

La NextGen è una ditta che “coltiva” l’A.D.D., un gruppo di ragazzini che vivono per testare videogame e altre novità tecnologiche chiusi nella torre d’avorio dell’azienda, senza contatti (se non sporadici) con il “realmondo” esterno. La loro origine è incerta: ufficialmente trovatelli, una giornalista investigativa ha diffuso immagini di un laboratorio per la clonazione all’interno della NextGen e per questo è stata rimossa dalla carta stampata dopo che l’azienda ha comprato il giornale per cui lavorava. I dubbi serpeggiano tra gli stessi ragazzi, che vengono periodicamente testati in sfide di gruppo per far “avanzare di livello” qualcuno di loro: si dice che come premio il vincitore potrà conoscere la sua madre biologica miracolosamente rintracciata, ma alcuni hanno delle teorie ben più cupe. Infatti della precedente generazione di A.D.D. non è rimasto che un “alpha” in forza alla NextGen e gli altri sono tutti spariti.

I protagonisti sono i “beta” della nuova generazione, spesso con qualche difetto congenito (chi muto, chi afefobico, ecc.) ma anche con delle abilità particolari, come la capacità di Lionel di “bridgiare” le informazioni e vedere oltre il velo di Maya che ricopre tutti gli strumenti di comunicazione di massa. Un’abilità fondamentale per cogliere il vero destino di Karl, capo della sua squadra che è stato appena fatto passare di livello e di cui verranno messe in produzione delle copie-robot da collegare alle consolle per migliorare l’abilità dei giocatori. Il cast è molto affollato e tra i vari personaggi satellitari emerge un ragazzo catatonico che cerca di contattare qualcuno.

Il canovaccio di partenza è quello di un’infinità di altre opere (persino Adriano Celentano ci fece un film), ma Douglas Rushkoff scrive in maniera accattivante e non risparmia qualche piccolo colpo di scena. L’invenzione di un linguaggio pieno di neologismi passa in secondo piano rispetto a dialoghi che spesso risultano molto realistici – dopotutto i protagonisti sono ragazzini in preda agli ormoni. Peccato che certi passaggi siano risolti in maniera troppo repentina (e quindi poco chiara) e che il finale New Age ricordi certe storie di Sergio Macedo.

I disegni di Goran Sudžuka (supportato dalle chine di José Marzan jr. da metà fumetto) sono semplici senza risultare scarni o affrettati. Di sicuro è espressivo, ma qualche tratteggio o ombra in più avrebbe dato maggior corpo alle sue tavole.

domenica 12 febbraio 2023

Vertigo Pop! Tokyo

I nuovi Cothias-Juillard non si vedono ancora, per l’ultimo de I Figli di El Topo è presto, la ristampa di Nick Carter me la mettono da parte in edicola (e comunque il secondo numero è uscito relativamente poco tempo fa), certi volumi che dovrebbero essere già usciti proprio non vogliono arrivare, le novità non mi entusiasmano… insomma, visto che in fumetteria arriva poco o nulla di mio interesse sono tornato a bazzicare il settore del “tutto a 3 euro”, cedendo a un volume di 15 anni or sono che avevo già adocchiato a suo tempo ma non avevo preso a causa della scriteriata scelta grafica del disegnatore.

Vertigo Pop! Tokyo segue le vicende di tre protagonisti: Riuji è un fresco affiliato della yakuza un po’ tontolone, a cui viene sconsideratamente affidata una missione importante, Steve è un geek statunitense che si mantiene a Tokyo spedendo via fax traduzioni di argomento farmaceutico e Maki, sorella di Riuji, vuole diventare una rockstar come il suo idolo Hine visto che ha fallito quel micidiale test che fanno i bambini giapponesi per capire se potranno andare all’università.

A farli incontrare è proprio Hine, che non vuole pagare la protezione alla yakuza e forse (non mi pare venga chiarito) gestisce un traffico di prostituzione con cui fa concorrenza a questi “criminali istituzionali” giapponesi.

La trama, se così la si può chiamare, è meno di un pretesto per illustrare le stranezze e le curiosità del Giappone, di cui evidentemente anche i lettori statunitensi sono avidi cultori dopo anni di lavaggio del cervello a base di anime e manga. Non sempre è chiaro perché i personaggi (in particolare Maki) facciano quello che fanno, e gli spostamenti da un punto all’altro di Tokyo avvengono con una rapidità incredibile: tutte scuse per far vedere scorci pittoreschi della città o sbattere in faccia al lettore scenette che rappresentino le curiosità giapponesi. Oltre alle cose più o meno risapute come le portiere dei taxi che si aprono da sole, le frustrazioni dei lavoratori annegate nell’alcol e il sussiego estremo delle conversazioni, scopro l’abitudine diffusa degli uomini di pisciare all’aperto, il pregiudizio dei poliziotti giapponesi per cui le carte telefoniche degli stranieri sono (beh, erano) tutte contraffatte, lo sciopero dei criminali della yakuza che vogliono un trattamento più umano anche se sono dichiaratamente criminali.

Se i testi di Jonathan Vankin sono programmaticamente evanescenti in quanto solo un pretesto per fare da filo conduttore a quella che nei fatti è una guida di Tokyo, i disegni sono addirittura peggio. A me Seth Fisher piaceva moltissimo, ma per questa miniserie adottò uno stile scellerato. I panorami, gli interni, gli sfondi e anche i corpi sono molto realistici e dettagliatissimi quando serve, ma i volti dei personaggi sono praticamente degli emoji ante litteram, cioè dei tondi con due puntini per gli occhi e due salsicce come bocca, senza alcun naso e con i soli capelli a differenziare un personaggio da un altro. Sì, qualche testa ha una forma un po’ diversa o è puntellata di efelidi (o quello che sono) ma il risultato non cambia: in personaggi sono assolutamente inespressivi e indistinguibili l’uno dall’altro, se non appunto per i capelli. Che poi se si volevano accalappiare gli appassionati di manga non era meglio disegnare degli occhioni? Per come la vedo io i disegni di Seth Fisher potevano rendere tollerabile anche la storia più stupida, ma qui invece contribuiscono notevolmente ad affossarla. Non aiuta poi il lettering poco funzionale adottato dalla compianta Planeta DeAgostini, che comunque ha fatto ben di peggio anche su queste stesse pagine: il glossario finale non sempre è congruente con i termini usati e soprattutto la qualità di stampa è piuttosto scadente. Per fortuna c’è un elemento che mi tornerà utile per i Fumettisti d’Invenzione. Almeno questa consolazione.

In conclusione non ho difficoltà a capire perché questo volumetto, che comunque non costava tantissimo nemmeno all’epoca della sua uscita (8,95 euro), sia finito nel purgatorio dei 3 euro.

domenica 18 settembre 2022

Parodie Collection n.2: Il Principe Duckleto

Nessuna novità in fumetteria (nemmeno l’ultima Anteprima) e così mi sono dedicato a spulciare il settore del Tutto a 3 euro. Non che mancasse altro materiale vagamente interessante, ma ho pensato che una parodia Disney potesse tirarmi su di morale e farmi fare quattro risate. Obiettivo raggiunto.

Ovviamente Duckleto è la parodia dell’Amleto shakespeariano, e l’adattamento al mondo Disney della tragedia (che trabocca di gente ammattita e morti ammazzati) è stato fatto con eleganza pur rimanendo fedele all’opera originale. Giorgio Salati (o chi per lui) ha avuto la brillante idea di tramutare il veleno che in origine uccide Amleto padre in una pozione magica che rende chi ne viene asperso trasparente e incorporeo come un fantasma, e che come tale può essere visto e udito solo dai parenti prossimi. Se qualcuno volesse sottolineare alcune incoerenze come il fatto che lo “spettro” può muovere gli oggetti e non viene inghiottito dal terreno (non sarà incorporeo solo in orizzontale, no?) è lo stesso Paperone/Amleto padre a dare una perentoria spiegazione a pagina 17.

A fare da doppia cornice alla vicenda portante ci sono un viaggio d’affari in Danimarca di Paperone e nipoti e la conseguente opportunità per Qui, Quo e Qua di studiare la tragedia proprio nei luoghi dove si svolse, con un colpo di scena finale. Al di là della fedeltà all’opera originale Il Principe Duckleto si segnala per le non poche sequenze esilaranti che lo punteggiano.

Non mi intendo molto di disegnatori Disney ma mi pare che Paolo De Lorenzi abbia fatto un buon lavoro. Di matrice cavazzaniana, è molto dinamico ed espressivo e fa recitare molto bene i personaggi con le mani. Pur non abbondando di tratteggi, le sue tavole sono dettagliate e la colorazione contribuisce a evocare le atmosfere della plumbea Danimarca.

Non che in origine costasse poi molto (6,90 euro per 68 pagine patinate in formato 19x26 con effetti in rilievo in copertina) ma a 3 euro lo si apprezza ancora di più.

domenica 7 agosto 2022

Quebrada 1: La città delle Maschere

Bel colpo di fortuna tra le proposte del Tutto a 3 euro. Conobbi e acquistai il primo volume autoprodotto di Quebrada millenni fa, quando ancora studiavo e non disponevo fisiologicamente di molti fondi. Nonostante nessuno dei nomi coinvolti mi dicesse alcunché e i disegni non fossero affatto nelle mie corde investii quelle 20.000 lire (una cifra folle, forse ricordo male ed erano di meno) perché sentivo che quel fumetto aveva “qualcosa” che mi attirava. E malgrado la storia avesse uno di quei fastidiosi finali sospesi, non mi pentii affatto dell’acquisto.

Quebrada è una fittizia località sudamericana dove la lucha libre ha un grande impatto sulla società anche a livello politico ed economico. Il primo arco narrativo qui presentato, Ogni uomo per se stesso (quello che comprai in volume secoli fa), è un mosaico i cui tasselli sono le storie brevi che riguardano i luchadores che prenderanno parte a un match a quattro. Il motore della vicenda è il ritorno di La Cruz, una “mascara” che anni prima aveva vinto il titolo di campione per poi sparire nel nulla. Un altro luchador ne ha preso il posto illecitamente (la maschera è una cosa dannatamente seria a Quebrada) e adesso il vero La Cruz è tornato per esigere vendetta.

I singoli episodi di sei tavole introducono poi i vari personaggi ma forniscono anche indizi su alcune trame sotterranee tra cui quella che vede il violento luchador Ultra Sombra implicato in un processo per stupro, e forse coinvolto nell’incidente che è costato la vita al collega La Maquina. Sfilano quindi lottatori prossimi alla pensione (o che in pensione avrebbero dovuto già andarci), giovani rampanti che con un nome nuovo rinnegano il retaggio di famiglia, professionisti “gambizzati” per evitare che partecipino all’incontro e appunto stupratori poco di buono. Finché, come in un musical, si assiste al numero principale: il famoso match a quattro che potrebbe chiarire alcune cose e sciogliere alcuni nodi, e che per questo dura di più degli altri capitoli. Ma tutto rimane sospeso e lasciato all’immaginazione del lettore, che nel frattempo ha avuto modo di saggiare l’ambientazione e di fare la conoscenza con le regole che la muovono, godendosi una storia noir in cui alla fine la lucha libre è un elemento fondamentale a livello estetico ma non del tutto indispensabile alla narrazione.

Il volume procede poi con un intermezzo di due capitoli ambientato un anno dopo, che fa da collante al ciclo successivo: Il colore della Passione. In questa storia la protagonista è la luchadora quasi omonima (Pasíon) ingannata dal suo “amore” Mezcal in quanto figlia segreta di Rey Negro, il mammasantissima di Quebrada che a sua volta se ne va in giro con una maschera e che molto probabilmente è solo un burattino nelle mani della compagna, la Reina Negra. Altre storie brevi satellitari che concludono il volume fanno capire che la situazione a Quebrada sta per esplodere, con almeno due clan in lotta tra loro e il fantomatico La Cruz che osserva tutto da lontano aspettando probabilmente il suo momento per entrare in scena. In effetti alla fine della lettura si resta un po’ amareggiati, o quantomeno perplessi, visto che alla fin fine si è assistito solo a un colossale lavoro di worldbuilding senza che nel fumetto succeda poi molto, anche a causa dei virtuosismi di Matteo Casali che ha ideato sequenze interamente mute o scene che ne riprendono altre ma da punti di vista diversi. Immagino che tutto questo affresco sia stato completato nel volume conclusivo, Seconda caduta. La città delle Maschere rimane comunque una lettura suggestiva pur se gira un po’ a vuoto. D’altro canto lo stile frammentario di Casali sollecita una partecipazione attiva del lettore per cogliere i vari collegamenti tra una storia e l’altra e capire quali dettagli sono importanti.

I disegni e i colori sono affidati a una pletora di persone diverse, alcune delle quali diventate poi professionisti di alto profilo: tra tutti spiccano i giovani Giuseppe Camuncoli e Matteo Scalera, il nutrito team comprende a vario titolo anche Antonio Fuso, Armando Rossi, Grazia Lobaccaro, Andrea Accardi, Mirko Grisendi, Stefano Tirelli, Luca Bertelè, Stefano Landini, Werther Dell’Edera, Fabio D’Auria, Christian Aliprandi, Davide Turotti, Claudia Palescandolo, Lorenzo Ruggiero, Marcello Fontanesi e Claudia Miari.

Il tempo non è stato galantuomo col lavoro di molti dei disegnatori, ma d’altra parte all’epoca erano esordienti o poco più. In alcuni casi, pochi per fortuna, ci si mette anche una riproduzione insoddisfacente, come se le tavole fossero state scansionate a bassissima risoluzione.

La città delle Maschere uscì nel 2015 per saldaPress a seguito del successo della campagna di crowdfunding che ebbe la sua seconda parte, in un momento in cui il gruppo Radium diede altri frutti interessanti. Potendo contare su materiale già realizzato i costi non furono evidentemente molto alti, cionondimeno il prezzo di 12,90 euro per 144 pagine (anche se non poche sono solo i frontespizi dei singoli capitoli) mi pare che per l’epoca fosse piuttosto buono. Ma ovviamente 3 euro sono ancora più convenienti!

martedì 12 luglio 2022

24 Underground

A suo tempo la serie televisiva 24 (mi pare che la dessero in seconda serata su Rete 4) ci aveva messo un po’ per catturarmi  ma poi mi ha entusiasmato. Non credo di aver visto l’ottava serie, probabilmente per problemi con il videoregistratore, né ricordo di aver visto il film che fecero qualche tempo dopo. Questa miniserie, che ho trovato nel settore delle occasionissime, si svolge tra i due.

Jack Bauer, in fuga da CIA e CTU, si trova in Ucraina sotto il falso nome di Borys. Qui si è rifatto una vita unendosi a Sofya e lavorando al porto con il cognato capocantiere Petro. Il fratello di Petro deve dei soldi alla mafia locale, che pensa bene di ammazzarlo facendo ricadere il debito su di lui. Per ripagarlo dovrà recuperare della merce scottante dal porto. Informato della cosa, “Borys” ci si mette in mezzo ma il capo dei mafiosi è una sua vecchia conoscenza (inventata appositamente o figurava già nella serie televisiva?) e anche la CIA si metterà sulle sue tracce.

Come da prassi televisiva, la storia portante si svolge nell’arco di una sola giornata, ma qui c’è anche una “coda” successiva che chiude la vicenda. La storia è abbastanza appassionante e presenta qualche colpo di scena azzeccato ma è anche molto lineare e non rispetta uno dei capisaldi televisivi, cioè la scoperta che uno dei personaggi “buoni” è un traditore. Peccato. Giustamente, Ed Brisson non tenta nemmeno di simulare il frenetico scorrere del tempo come accadeva nel telefilm, cosa impossibile da rendere in un fumetto, ma usa invece altre possibilità specifiche del medium, come delle battute occasionalmente lunghe che in un contesto realistico risulterebbero artefatte ma sono pienamente tollerabili in un fumetto, dove il tempo è cristallizzato.

Michael Gaydos fa un uso massiccio del digitale per gli sfondi ma le figure umane sono realizzate a matita. Forse per scelta stilistica o forse per i limiti tipografici della Star Comics, il tratto tende a impastarsi rendendo piuttosto fredde le tavole. Le sequenze d’azione sono inevitabilmente penalizzate.

Nel complesso 24 Underground non è affatto entusiasmante, ma scorre via serrato coinvolgendo il lettore, senza fargli pesare troppo la mancata familiarità con alcune figure della serie televisiva. A 3 euro, poi, si legge con ancora maggior piacere.

mercoledì 25 maggio 2022

The Programme volume 1

Alla fine è veramente entrato in vigore il regime del tutto a 3 euro. Invece che scoprire come va a finire Il Protocollo Pellicano mi sono fatto irretire dal nome di Peter Milligan, pur se la storia era di supereroi. Ma è una storia di supereroi come la può scrivere Milligan, appunto.

Lo scenario parte dal presupposto che nel corso della Seconda Guerra Mondiale la Germania avesse sviluppato un programma per creare un’arma biologica, cioè in sostanza un supereroe. Ma con l’approssimarsi della disfatta del Terzo Reich lo scienziato responsabile del progetto contrabbanda il feto negli Stati Uniti. La Russia non è stata a guardare e ha sviluppato una sua classe di supersoldati, la Matrioska, che sono rimasti inattivi fino a poco fa, quando uno si è risvegliato per andare in soccorso del Talibstan, un nome un programma.

Proprio a seguito dell’intervento del superessere contro le forze militari americane in loco, il governo cerca di “riattivare” il suo supereroe, che è stato condizionato psicologicamente e adesso gestisce un bar ignaro di tutto. Per convincerlo interviene anche un altro superessere che a suo tempo era stato condizionato per credere di essere il senatore McCarthy! Nel mentre uno scienziato russo liberato da un gulag risveglia il resto della Matrioska, disgustato da quello che è diventata la Russia. Nel sesto e ultimo capitolo raccolto nel volume assistiamo a un classico coup de theatre di Milligan, che se non sbaglio ammazzava a spron battuto i personaggi che gli venivano affidati; purtroppo non è con la nuclearizzazione di metà Russia che si conclude la vicenda, ma più probabilmente con un classico scontro tra supereroi che si vedrà nel secondo e conclusivo volume dopo il micidiale cliffhanger che chiude questo.

Lo stile di Milligan è iconoclasta e abrasivo, tra metafore sin troppo trasparenti della situazione politica degli ultimi anni (il presidente degli Stati Uniti somiglia curiosamente a Hugo Pratt) e trovate sopra le righe come scienziati pedofili e stupratori da gulag. Il tutto mediato da dialoghi urticanti e una certa attenzione per la documentazione – chissà se è vera la storia del destino dei dissidenti russi in base all’orario in cui avrebbero ricevuto la “visita”.

A livello grafico C. P. Smith ha uno stile piuttosto affine a quello di Andrea Sorrentino, con delle figure che sembrano essere fotografie sovraesposte. Nel suo caso il dinamismo va a farsi benedire e a volte non si riesce a capire bene cosa abbia “disegnato”, cioè immagino copiaincollato. Uno stile del genere è difficile da colorare e infatti Jonny Rench appiattisce ancora di più le tavole. Per 3 euro ne è comunque valsa la pena, anche se mi si potrà ricordare che essendo un fumetto americano è facilmente reperibile online in originale senza certe traduzioni accidentate e gli occasionali refusi della RW Lion. Certo, ma mica posso sapere cosa era uscito in America dieci anni fa.