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domenica 4 gennaio 2026

Segments 3: Neo-Sparte

Nonostante il nome di Gimenez mi ero dimenticato dell’esistenza di questa serie, d’altra parte il secondo volume tradotto in italiano non lo avevo nemmeno recensito a differenza del primo. A ricordarmelo ci ha pensato la casualità di internet e quindi mi sono procurato il terzo conclusivo volume in francese.

L’ambientazione in breve: in un lontano futuro le persone vengono destinate secondo la loro indole a uno specifico settore dell’universo il cui pianeta-capitale è ispirato a uno dei sette peccati; nel mentre in tutta la galassia il crollo delle nascite rischia di portare all’estinzione l’umanità, retta da un consiglio di Sette Guide immortali. L’elemento di disturbo e il motore della storia è l’esistenza di persone bi-funzionali che non si possono irreggimentare in una sola categoria e ovviamente i personaggi principali ne sono dei rappresentanti.

I nostri eroi in fuga ripiegano in avaria su Neo-Sparte, destinazione originaria del protagonista Loth Lungren, il pianeta-capitale del settore dedicato alla guerra: qui Loth dovrà affrontare i sanguinari giochi dell’arena per raggranellare i soldi necessari a proseguire il viaggio – con un “aiutino” assimilabile al doping non avrà problemi a vincere; Nel frattempo si sta per compiere la prophétie d’Alice secondo cui dalla morte risorgerà la vita ed entrambe si troveranno sul pianeta perduto, quello delle Guide immortali.

In Neo-Sparte veniamo a conoscenza dell’origine delle Guide e dei dettagli sulla nascita del conseguente “segmentismo”, inoltre c’è un’abbondanza di sequenze spettacolari con corse, combattimenti, mostri, ecc. e il colpo di scena di una talpa nel gruppo che ravviva un po’ la narrazione. A parte questo, però, l’episodio non scioglie affatto i nodi della trama e anzi termina addirittura con un cliffhanger! Evidentemente si tratta di un progetto che Malka o Gimenez o entrambi hanno preferito abbandonare, o che non ha avuto il successo sperato nonostante il richiamo dei disegni di Gimenez – sulla cui eccellenza non penso sia il caso di soffermarsi. Per quel che riguarda i testi, invece, l’idea di partenza è abbastanza originale ma non è stato possibile approfondire più di tanto le varie sottotrame nelle canoniche 46 tavole di un albo franco-belga. Malka si è lasciato inoltre prendere la mano da un certo jodorowskysmo non sempre riuscito o funzionale alla storia: vedi le usanze estreme che vigono su Psyché nel Settore della Spiritualità (ma sarebbe meglio dire del fanatismo) o l’idea bislacca per cui l’Immortale assegnato al Settore della Creatività parla in rima.

Come nel caso degli altri volumi della serie, Neo-Sparte propone una cronologia di avvenimenti che approfondiscono la storia di questo universo narrativo ma soprattutto un’interessante prefazione di Philippe Val che non so se sia stata mantenuta nell’edizione italiana. Eh, già: effettivamente Alessandro Editore pubblicò Neo-Sparte in Italia illo tempore. Può darsi che me lo sia perso perché non fu pubblicizzato e/o distribuito a dovere o forse la serie non mi catturò e preferii non impegnarmici per quelli che di logica avrebbero dovuto essere sette volumi. Per la cronaca, Segments dovrebbe aver avuto una qualche conclusione perché a quanto leggo l’integrale che raccoglie i tre episodi è stato integrato di 16 pagine che concludono la storia.

sabato 19 ottobre 2024

Lo strano caso Roy Ely e altre storie


Visto il precedente con Zanotto avevo qualche dubbio sulla qualità di stampa di questo omologo dedicato a Juan Gimenez ma sfogliandolo in fumetteria ho notato che invece stavolta era accettabile. Non che il volume non avesse necessitato di una revisione in più: per limitarmi all’errore più evidente, nell’introduzione di Emilio Balcarce il COVID viene retrodatato di 10 anni…

Si comincia subito col botto con alcune delle spettacolari storie a colori transitate a suo tempo su L’Eternauta. Tra queste purtroppo non c’è la più lunga La Principessa Addormentata, che il disgraziato menabò della rivista portò a spezzettare in due (o forse erano addirittura tre?) puntate.

Essendo le storie basate quasi esclusivamente sul finale a sorpresa non penso sia il caso di approfondirle troppo. Dei quattro esemplari a colori sono una, la prima, è sceneggiata da Balcarce: la brevissima rassegna permette di farsi un’idea dell’evoluzione nell’uso del colore del disegnatore. Dai primi tentativi non più incerti come ne La Stella Nera ma ancora un po’ acerbi di Giocando passando per i rutilanti colori di Prima Bell e Le Fabbriche sino alla maturità, anche come soggettista, di Madrid-Coruña km 29.

A integrare la parte a colori ci sono le riproduzioni di alcune illustrazioni per i tarocchi, già viste (almeno parzialmente, non ho controllato) nel volume Overload edito 25 anni or sono sempre da Alessandro. Belli, sì, ma nonostante il breve testo che li accompagna avrei preferito un altro fumetto, così danno l’impressione di essere stati messi solo perché avanzava spazio.

Nella sezione in bianco e nero la parte del leone la fa Balcarce pur sceneggiando due soli fumetti. Il punto è che il primo è un interessante recupero filologico da qualche vecchio Skorpio sicuramente transitato anche su Lanciostory o sullo Skorpio italiano, ma di cui non avevo memoria. Si segnala per essere una parabola antimilitarista nonostante la fascinazione per la violenza che avrebbe manifestato l’autore anni dopo – ma da quel che ricordo anche gli altri suoi liberi dell’epoca condividevano un approccio meno truce se non una certa leggerezza.

Le prove di Gimenez come autore completo qui antologizzate erano invece improntate spesso su una comicità fulminante e senza alcuna pretesa, d’altro canto nelle due misere tavole di Fotofinish o Miocardio City non si poteva elaborare troppo un soggetto. Più che altro, questa edizione mi ha permesso di avere conferma che appena assunta la direzione de L’Eternauta la Comic Art iniziò la sua politica censoria cominciando proprio da Ca-rt-oon-4 di Gimenez, come ho sempre sospettato.

Si finisce in bellezza con la celebratissima storia breve che dà il titolo al volume, da cui venne anche tratto un film – e pure una serie televisiva di cui ignoravo l’esistenza, stando all’introduzione di Balcarce. In questa edizione non si parla di un «verdetto logico» o del «processo» di Roy Ely, ma del suo «strano caso». Sembra una cazzata, ma nei casi di storie così brevi anche il titolo può influire sulla fruizione e la percezione di un fumetto: la stessa storia col titolo Madrid-Coruña km 29 ha meno mordente che se fosse stato mantenuto quello con cui la lessi su L’Eternauta cioè Lo Squash è più sano, che forniva una cornice sarcastica alla vicenda narrata.

Questo volume potrebbe interessare sia al filologo gimeneziano che vi troverà forse qualche chicca dimenticata o sconosciuta sia al neofita che avrà una panoramica esemplificativa (ma ovviamente non esaustiva) sulle varie tappe della carriera dell’artista. Purtroppo la carta non patinata impedisce al colore di deflagrare in tutta la sua bellezza come avvenne in altre sedi.

Le ultime pagine ospitano un approfondimento sul lavoro di Juan Gimenez.

lunedì 2 novembre 2015

Acc... Dannaz... Malediz...

Comincio questa cernita degli acquisti lucchesi da un volume uscito qualche anno fa ma che non ero riuscito a trovare a suo tempo: l’integrale de Il Quarto Potere di Juan Gimenez edito nella collana dei Maestri del Fumetto della Mondadori.
Purtroppo mi sono accorto solo durante la lettura che la maggior parte delle (poche, per fortuna) tavole doppie di Gimenez sono state fatte ruotare di 90° per farle stare in un’unica pagina… da qui il titolo del post.
Al di là di questo spiacevole elemento (oltretutto quelle orientate correttamente sono le ultime come a dare un contentino al lettore, mentre le precedenti erano molto più belle e meritevoli) ho apprezzato la lettura, di cui a suo tempo mi ero fermato solo al palloso primo episodio pubblicato dalla Comic Art, che per l’occasione si era inventata le censure più improbabili.
Addirittura due tavole doppie rovesciate affiancate.
Al frenetico e dettagliatissimo Sovramentale fa seguito un divertente e originale Morte su Antiplona, che presenta oltretutto dei personaggi simpatici e molto ben caratterizzati. Il terzo e conclusivo episodio, Inferno Verde, è il seguito del precedente ed è anch’esso originale e molto divertente, altro che gli infiniti inseguimenti del primo, però l’ho gradito un po’ di meno visti gli inserti in computer grafica a cui ha fatto ricorso Gimenez. Ovviamente Il Quarto Potere si mantiene sui livelli grafici a cui ci ha abituati il Maestro di Mendoza.
Un grande recupero, peccato non aver trovato anche il volume dedicato a Christin e Bilal.

domenica 29 giugno 2014

Risparmio=guadagno

Stamattina sono passato in una delle mie edicole di fiducia e visto che non ho trovato NULLA di quello che aspettavo ho guardato sconsolato la quarta di copertina di Juan Solo per vedere cosa ci avrebbe riservato la Cosmo nei prossimi mesi. Altra delusione: con tutto il ben di dio che attende un'edizione italiana, dal prossimo mese pubblicheranno su Cosmo Color USA la serie "stupidina" di Juan Gimenez Leo Roa, che ho già a puntate su L'Eternauta (e forse pure in volume).
Delusione relativa, comunque, anzi alla fine mi sono pure sentito sollevato. Evitando l'acquisto di Juan Solo, che tra volumi Grifo/Edizioni Di e versioni originali già possiedo interamente, ho risparmiato quasi una ventina di euro, ed evitando l'acquisto di questa saga per nulla fondamentale di Gimenez ne risparmierò ancora qualcuno. E di questi tempi non è male...

venerdì 21 marzo 2014

Judix Zanotto?!

Così Juan Gimenez rievoca i suoi esordi (i suoi esordi "seri" della maturità dopo le esperienze della giovinezza) nel volume La Casta dei Meta-Baroni - Le Origini edito da Alessandro Editore nel 2001:
Chiaramente "Judix" Zanotto era Juan Zanotto, che ricopriva appunto la carica di art director alla Record. Ignoro se si tratti di un errore presente solo nella versione italiana o sin dal volume originale francese La Maison des Ancetres.

sabato 3 agosto 2013

Le compagne e le assistenti dei disegnatori argentini




Una cosa che mi ha sempre molto affascinato e incuriosito delle firme dei disegnatori argentini (alcune dei bellissimi loghi come quella di Salinas o dei piccoli spettacoli in sè, come quella di Carlos Vogt) era che talvolta erano “doppie”, ovvero accanto al nome del titolare ne compariva anche uno femminile. Si trattava del giusto credito a una collaboratrice oppure dell’omaggio a una compagna? Praticamente in tutti i casi in cui sono incappato la scrittura era la stessa del disegnatore, il che lascerebbe intendere che non si trattasse di una collaborazione.
I casi che ricordo per primi, forse perchè gli autori erano a me tra i più graditi e comunque molto presenti sulle pagine dell’Eura, sono quelli di Juan Gimenez, che “citava” tal Karin, e di Lucho Olivera, che omaggiava una certa Jessica.

Quella di Olivera si vede meglio qui:

Non erano però i soli, e nemmeno gli unici a citare un nome non molto ispanico. Beto Formento, ad esempio, dedica una vignetta del suo Qui la Legione a una Susy:

Che i bambini disegnati, palesemente tratti da fotografie, fossero i figli della coppia? En passant, povero Formento: chissà cosa sarebbe stato in grado di fare se gli avessero concesso di seguire lo stile che aveva mostrato nei tardi anni ’70 senza costringerlo a scimmiottare malamente Garcia Duran.
Un altro disegnatore minore (laddove “minore” indica spesso solamente sfortunato) che ha condiviso la sua firma con una donna è il prolifico ma misconosciuto Oscar Carovini, all’occorrenza anche dignitoso vice-Mandrafina. La sua assistente, o musa, o spasimata, o compagna, era in questo caso una certa Caty.

Rimanendo tra i disegnatori di seconda fila, il valido allievo dei Villagran Victor Toppi rende omaggio in questa splash page a una Andrea (nei paesi anglosassoni, germanofoni e ispanici – praticamente fa eccezione solo l’Italia – Andrea senza la “s” finale è un nome femminile).
Chiudo questa rassegna con una (anzi due) curiosità nella curiosità. Silvestre “Frank” Szilagyi cita Isabel in un fumetto che non apparve sulle pagine si Lanciostory o Skorpio (ma su Albo Varietà-Motori 12 del marzo 1981):

...ma qualche anno prima aveva riservato le sue attenzioni a una certa Monica:

sabato 3 marzo 2012

Segmenti 1 - Lexipolis

Sulle prime questo Lexipolis non mi ha fatto una buona impressione. Juan Gimenez non si discute, ok, ma questo Richard Malka jodorowskeggiava troppo. La simbologia dei sette pianeti/vizi capitali... la magniloquenza... i neologismi strampalati... un vago misticismo spettacolarizzato... Tutta roba che è meglio lasciare appunto al buon vecchio Jodorowsky, che la sa trattare come dio comanda. Per fortuna le perplessità sono svanite quando la storia è entrata nel vivo, ovvero (grazie al cielo!) già dopo le prime 6 pagine.
La storia si svolge in un universo futuribile, in una galassia in cui si è affermato con prepotenza il "segmentismo": gli individui vengono mandati a vivere nel settore che più si confà alle loro attitudini. Quindi, i filosofi vivono su Psyche, gli artisti su Musa, i soldati su Neo-Sparte e così via. La partenza verso la meta ideale avviene al compimento del ventunesimo anno d'età, dopo che a 7 anni i bambini vengono sottoposti al test Armaguedon che definirà la loro indole dominante e determinerà di conseguenza la formazione che avranno nei prossimi 14 anni fino al fatidico raggiungimento del ventunesimo anno d'età. 
Questa struttura è stata ideata e viene tuttora retta dall'oligarchia delle Sette Guide, uomini immortali dall'origine sconosciuta che si vocifera siano gli ultimi esemplari rimasti della popolazione del "pianeta originale" (scommettiamo che è la Terra?). Questi sette Immortali sono preoccupati: ognuno dei loro settori si sta rivelando sempre meno prolifico e nel prossimo futuro la U. G. F. S. (Unione Galattica delle Funzioni dei Segmenti) è condannata a svuotarsi di ogni forma di vita umana eccetto quelle degli Immortali stessi. Oltre al fatto che questa trovata dei "Sette Immortali" deve aver fatto fischiare le orecchie a Jodorowsky, mi chiedo perchè si preoccupino, tanto loro sono immortali...
Stacco: a sette anni Loth Lungren si rivela una pericolosa anomalia che potrebbe minacciare lo status quo: è un bi-funzionale (o b-funzionale, lo scrivono anche così), qualsiasi cosa voglia dire, e approfittando del suo carattere ribelle gli esaminatori ne decidono d'ufficio l'assegnazione a Neo-Sparte. Quattordici anni dopo, al momento di partire, si attarda con la sua fidanzata e rischia di far tardi per la partenza: viene fermato per eccesso di velocità da una rob-pattuglia e qui comincia la sua vicenda kafkiana. Condotto a Judicia, il pianeta giudiziario, viene condannato a 40 di "relegazione genetica", ovvero una forma di punizione che ha sostituito le obsolete e costose galere: verrà fatto invecchiare chimicamente fino a raggiungere l'età di 61 anni! Niente male come trovata, anche se questa prima parte è in generale orchestrata benissimo, con dialoghi spumeggianti e situazioni molto divertenti nonostante il tragico senso di impotenza che caraterizza le demenziali vicissitudini giudiziarie di Loth e la pesantezza della sua condanna.
Il resto è storia nota: insieme a un'altra condannata (Jezreel Seth, che ha rifiutato di sottostare alle abitudini del settore di destinazione, Voluptide, quello del piacere e delle droghe) fuggirà dal pianeta-tribunale e si unirà ai ribelli "senza colore" (ogni settore/attitudine ha un colore che lo contraddistingue) da cui apprenderà che la piaga della sterilità ormai non ha lasciato che 7 mesi di vita alla galassia, poi la specie umana si estinguerà.
La soluzione al problema risiede con ogni probabilità nel segmentismo, che per essere eliminato necessita  secondo i ribelli della distruzione delle Sette Guide. Ammazzare un Immortale non sarà facile ma come da tradizione Loth è un predestinato che si eleva sulla massa dei suoi simili (cosa appena accennata in questo primo volume ma piuttosto evidente) e nei prossimi volumi sicuramente farà qualcosa di eroico e straordinario.
Prossima fermata prevista: Voluptide.
La qualità del lavoro di Juan Gimenez è stupefacente. Pur non proprio nel fiore degli anni, il maestro di Mendoza non accusa affatto il passare del tempo ma offre secondo me una prova addirittura migliore di quanto visto negli ultimi anni. Praticamente tutto quello che disegna (e soprattutto colora) gli riesce bene: che si metta a ritrarre delle navicelle spaziali oppure della vegetazione lussurreggiante, o ancora degli animaletti alieni oppure dei conglomerati urbani non sbaglia mai un colpo e tutto sembra incredibilmente realistico pur se indiscutibilmente personale. Pazzesco come riesca a rendere "vivo", anche nel senso di funzionale per quei soggetti che vivi non sono, tutto quello che crea. Forse l'unico punto debole del suo stile sono le "donnine", che di certo non sono nè belle nè personalizzate come quelle dei connazionali Zanotto, Garcia Seijas, Altuna, ecc. ma sono pur sempre dei disegni di Juan Gimenez.
Qua e là mi è sembrato di cogliere un maggiore uso delle matite colorate, mentre la computer grafica è stata saggiamente limitata (o forse accantonata del tutto). Come al solito, eccezionali i primi piani molto espressivi dei personaggi, che in Lexipolis non indulgono nelle esagerazioni melodrammatiche viste altrove. Mi sembra inoltre che Gimenez abbia elaborato nuove tecniche per rendere i raggi laser, o in generale la luminosità, e per rappresentare in maniera più efficace le strumentazioni fantascientifiche più improbabili.
Anche la storia non è affatto male, mista com'è di assunti di base abbastanza originali e di luoghi comuni archetipici quasi irrinunciabili in una storia fantascientifica del genere. E alcuni dialoghi sono proprio brillanti.
Purtroppo non posso fare a meno di pensare che Gimenez ha anche un'altra serie in progress, e che questo Segmenti non si concluderà ragionevolmente che in sette volumi, quindi ci sarà da aspettare ancora un bel po' per leggere la conclusione.
La confezione di Alessandro Editore è buona, la qualità di stampa è più che accettabile (o forse anche buona, non riesco a capire se certe sbavature dei contorni delle vignette sono dovute alla stampa stessa oppure agli strumenti impiegati da Gimenez: una matita, una penna biro o anche un pennello usato "a secco" non hanno certo lo stesso nitore di un pennino) e gli errori di battitura solo un paio o poco più. Anche il  font del lettering, pur non essendo il più indicato per lo stile di Gimenez, è molto meno invasivo e fastidioso di quello di altre proposte di Alessandro Editore.

venerdì 17 dicembre 2010

come accennavo nel pezzo su Gimenez

cioè, qui

Moi, Dragon tome 1: La Fin de la Genèse

A quasi 70 anni Juan Gimenez non si siede sui meritatissimi allori per sfornare fumetti-fotocopia (tanto è Gimenez e venderebbe comunque) ma con questa sua nuova serie di cui è autore completo cambia nettamente sia ambientazione che stile e la già frequentatissima fantascienza lascia il posto a un medioevo fantasy.
La sua maturazione come sceneggiatore è innegabile, siamo ben distanti dai volumi-barzelletta di Leo Roa e dalla fantascienza classicissima del Quarto Potere e da quella fracassona di Scegli il tuo gioco, tutte storie piacevolissime da guardare e leggere in relax ma, accidenti, Moi, Dragon è molto meglio. Certo, le sue storie brevi sono state sempre deliziose, ma che diamine, erano appunto solo storie brevi. Come vedremo, questa sua nuova consapevolezza di autore ha anche un lato meno positivo. Ma andiamo con ordine.



Moi, Dragon è una storia corale ambientata nel 1280 in cui diversi personaggi interagiscono nei pressi del castello di Rosentall. È sbalorditivo come Gimenez sia a suo agio nel disegnare architetture medievali, scorci naturalisti, armi e armature, lui che fino a un paio di anni fa era il disegnatore argentino di fantascienza per antonomasia. Persino il monogramma con cui è solito firmarsi viene adattato al contesto.
Dal punto di vista della storia assistiamo a uno sviluppo ben calibrato che dopo l’inevitabile presentazione dei vari personaggi (e la lenta rivelazione di alcuni dei loro segreti) sfocia in notevoli scene d’azione risolutive e nelle inevitabili e sacrosante rivelazioni di alcuni dei misteri di cui è intessuta la trama.
Ottimo il lavoro svolto sui personaggi, che risultano molto ben caratterizzati e tridimensionali e in cui anche i ruoli di buono e cattivo non sono affatto tagliati con l’accetta. Assai efficace anche la diversa personalità che Gimenez ha assegnato alle figure femminili, molto presenti e con ruoli di rilievo, che altrimenti potrebbero un po’ confendersi tra di loro visti gli standard iconografici con cui disegna le donne.
Un unico appunto che mi sento di muovergli è il non aver insistito sull’ambiguità del “drago”: avrebbe potuto giocare col lettore e fargli dubitare fino all’ultimo che in realtà il drago non fosse altro che una metafora del vulcano che sovrasta la zona, ma evidentemente non era quello il suo intento principale (come d’altra parte si capisce sin dalla copertina!).
Purtroppo, come accennavo prima, Juan Gimenez ha piena consapevolezza del suo ruolo di autore completo e delle dinamiche del mercato in cui agisce adesso per cui, per l’ennesima volta, questa prima parte di una trilogia franco-belga serve principalmente da antipasto per quello che verrà in seguito e lascia con una sensazione di incompiutezza una volta arrivati alla “fine”.

 

Molto buona anche la confezione della Lombard, un intelligente formato 23,5x30 che non fa rimpiangere lo standard 24x32 (e che non fa lievitare il prezzo). Inoltre lustrini e paillettes per una volta sono più che giustificati.

giovedì 2 dicembre 2010

Juan Gimenez (precedentemente apparso su Fucine Mute 1)

Si racconta che alla kermesse lucchese del 1998, dov’era presente con una mostra e di persona, si sia dedicato con tanta cura alla realizzazione di disegni per i fan da sollevare proteste per la sua lentezza. Indispettito, lui ha pensato bene di iniziare a colorare le “dedicas”, rallentando ulteriormente il ritmo di produzione ma offrendo a pochi privilegiati dei veri gioielli. Forse questa storia non è vera, ma è senz’altro verosimile, vista la qualità dei lavori che realizza (con eccessiva calma per i suoi ammiratori) il grande maestro Juan Gimenez.
Nato a Mendoza, in Argentina, nel 1943, inizia a lavorare professionalmente come fumettista a sedici anni con una breve storia di soldati nel deserto ispirata ai lavori di Hugo Pratt. Abbandona però presto questa sua vocazione per conseguire il diploma di perito industriale e dedicarsi a questo lavoro, sicuramente più stabile di quello del disegnatore di fumetti. Come moltissimi suoi connazionali sul finire degli anni ’70 si trasferisce in Europa e dall’incontro con Ricardo Barreiro (“transfuga” a Parigi) rinasce la sua passione per il fumetto che si concretizza con la realizzazione di moltissimi racconti di genere solitamente bellico o fantascientifico. La lunga serie Asso di Picche rappresenta il suo trionfale ritorno nel mondo dei fumetti, Stella Nera è il primo tentativo a colori su una storia ad ampio respiro e La Città segna la sua definitiva affermazione.


Il suo lavoro desta l’interesse del gruppo editoriale americano National Lampoon, che all’epoca editava Heavy Metal e si stava organizzando per trarre un film d’animazione dalle storie migliori; Gimenez darà la sua impronta inconfondibile all’episodio del tassista Harry Canyon. Il panorama fumettistico europeo dei primi anni ’80 è in fermento e su riviste come la spagnola 1984, la francese Metal Hurlant e soprattutto l’italiana L’Eternauta Juan Gimenez ha modo di lanciarsi in ardite sperimentazioni sia grafiche che testuali: la serie Paradosso Temporale è composta di brevi episodi in cui viene vista in una nuova ottica (più quotidiana ma anche più divertita ed ironica) la narrativa fantascientifica e in cui la tavolozza, alleggerita dalla policromia e basata sui colori primari, sforna volumi e sfumature estremamente realistici e suggestivi. Ormai Gimenez è un affermato maestro e, malgrado l’intensificarsi dei suoi impegni come copertinista e realizzatore di layout per la pubblicità, collabora con importanti autori quali Carlos Trillo, Emilio Balcarce, Roberto Dal Pra’ e Alejandro Jodorowsky con cui realizza la saga dei Meta-Baroni.


La produzione matura di Juan Gimenez può venir divisa in tre periodi o stili con i relativi passaggi intermedi; saltando a piè pari i pochi lavori adolescenziali che risentono dell’influenza massiccia di Hugo Pratt e Francisco Solano Lopez[1] e di cui comunque non c’è traccia in Italia, ci troviamo inizialmente di fronte a un disegnatore estremamente rigido e tecnico. Lo stile del primo Gimenez non è comunque sgradevole, tutt’altro: l’attenzione è però posta maggiormente agli elementi meccanici e le figure umane in alcuni casi stentano ad imporsi. I paesaggi, se ci sono, vengono resi in modo molto stilizzato e il tratto è sottile e piuttosto uniforme, uomini e macchine talvolta si confondono. Queste storie sono esclusivamente in bianco e nero con una netta prevalenze del bianco ma l’uso dei retini (sicuramente altra influenza del passato da disegnatore industriale) riesce a vivacizzare un po’ un disegno altrimenti troppo pulito e a incanalare l’attenzione del lettore su alcuni elementi piuttosto che su altri. L’organizzazione della tavola è libera ma non ancora così “sciolta” come sarà in futuro e le vignette, pur se di dimensioni diverse, possono venir tranquillamente considerate indipendentemente dalle altre. Di questa prima e breve fase (durerà un paio d’anni dopo il 1976, data ufficiale del ritorno di Gimenez al fumetto) restano tracce su alcuni vecchi Lanciostory e Intrepido di fine anni ’70 e soprattutto su Skorpio, settimanale gemello di Lanciostory che dedicherà uno spazio fisso alle serie fantasy e di science-fiction, ospitando quindi anche i lavori di Gimenez.
L’opera che, pur essendo pienamente inseribile in questo primo periodo, lo supera è la serie Asso di Picche. I testi sono di Ricardo Barreiro, enfant prodige et terrible del fumetto argentino, che parla di guerra in maniera veramente originale e priva di retorica e probabilmente è la principale molla che spinge Gimenez a evolvere il suo tratto per uniformarsi alle esigenze del racconto. L’”Ace of Spades” è un bombardiere B-17 in azione durante la seconda guerra mondiale, che ospita al suo interno un eterogeneo equipaggio di personaggi molto ben caratterizzati[2]. Le storie sono estremamente originali e alcune trovate sono del tutto nuove nel mondo del fumetto: in un episodio si scontrano un pilota americano ed uno tedesco e i rispettivi flashback mostrano come le loro drammatiche storie siano praticamente la stessa identica storia. Juan Gimenez avverte sicuramente il distacco che queste storie prendono dalla produzione precedente e il suo tratto diventa via via più espressivo e modulato: va notato il diverso trattamento di mezzi meccanici (con tanto di schede tecniche) e uomini.


I tempi sono maturi per abbandonare il rassicurante tecnicismo esasperato e lasciarsi andare a uno stile più immediato, emotivo: è il momento di La Città, ancora su testi di Barreiro. Nel racconto di 30 tavole Avamposto lo sceneggiatore argentino aveva già dato prova della sua visione pessimista della fantascienza e in quel caso il tratto di Gimenez s’incupì notevolmente abbondando di neri e di tratteggi marcati sui visi di soldati bruciati dalle droghe o su corpi e velivoli disastrati dalla battaglia. Avamposto risale al 1979 e La Città viene realizzata l’anno successivo. In questa serie viene abbandonata quasi del tutto la perfezione geometrica e nelle vedute aeree della tentacolare metropoli che si espande nello spazio e nel tempo gli edifici sono disegnati a mano libera, con un tratto spesso ma efficace. Ormai Gimenez ha trovato un suo stile e con La Città si impone a livello internazionale: dal periodo tecnico possiamo dire sia passato ad un periodo espressionista, segnato da una maggiore attenzione per luci e ombre e una grande (poi esasperata) mimica dei personaggi. Inoltre Gimenez si abbandona anche ad alcuni virtuosismi con il lettering delle onomatopee che diventa in molti casi parte integrante della tavola. Anche dal punto di vista dell’organizzazione della tavola avviene un salto di qualità e ora c’è una maggiore espressività (vignette fittissime di segni alternate ad altre pulitissime) e un’armonia interna che anticipa i risultati che saranno raggiunti col colore.
Come Asso di Picche prendeva spunto da una vecchia serie di guerra, Amapola Negra, così La Città si ispirava ed era idealmente dedicata ad un altro classico, El Eternauta. Entrambe queste opere sono frutto della fantasia di Hector G. Oesterheld e in effetti La Città doveva essere inizialmente una sorta di personale Divina Commedia in cui lo sceneggiatore desaparecido vestiva i panni di Virgilio e faceva da guida allo stesso Ricardo Barreiro, novello Dante (nella versione definitiva non c’è quasi più traccia di questo progetto se non nell’ultimo episodio).


Il terzo periodo della produzione di Gimenez non inizia cronologicamente dopo La Città ma prende le mosse da una storia realizzata pensando alle riviste europee che andavano aumentando il numero di pagine a colori. Il passaggio al “terzo stile” avviene infatti con l’introduzione dei colori dati personalmente, e da questo momento Gimenez otterrà sempre maggiore fama e un crescente interesse che lo porterà ad essere assunto da diverse compagnie come costumista, designer, visualizer per prodotti cinematografici[3].
Alla fine degli anni ’70, spinto dunque dalla possibilità di cimentarsi con una nuova tecnica, Gimenez realizza una breve storia all’acquerello, Giocando, su testi suoi ma il risultato non lo convince molto e nel successivo lavoro in coppia con Barreiro, Stella Nera (1979), impiega una tecnica di colorazione più tradizionale, stendendo il colore solo dopo aver tracciato a china i contorni e definito i dettagli come di consueto. Il risultato non è obiettivamente eccezionale[4] e sono chiaramente visibili i ripensamenti di Gimenez: già dalla copertina del volume si nota l’insicurezza nel lasciare in luce alcune zone e il volto dell’androide Vran è stato  visibilmente modificato con ulteriori passaggi di colore. Le tavole di questa storia destano una certa curiosità ma non ancora ammirazione e solo dopo qualche anno Gimenez stupirà i suoi lettori con gli splendidi colori della serie Paradosso Temporale. È con questa breve serie di episodi autoconclusivi che si realizza finalmente la ricerca sul colore; la colorazione si basa solo sui colori primari i quali diluiti, mescolati tra loro o con altre tinte permettono di ottenere tutte le tonalità desiderate. L’uso di pochi colori che non vengono “sporcati” con altri (l’acquerello presenta questo rischio) ha il vantaggio di rendere le tavole molto brillanti e armoniose[5]. La grande abilità compositiva di Gimenez permette inoltre agli elementi delle sue vignette di stabilire un contatto o trovare continuazione nelle altre vignette, offrendo all’occhio un raffinato spettacolo di intrecci quasi invisibile ad un primo sguardo ma immediatamente piacevole.
Juan Gimenez inizia dal 1986 a cimentarsi anche nella stesura dei testi per le sue storie lunghe, portando avanti i suoi progetti personali parallelamente alle serie scritte da altri sceneggiatori. Agli ormai classici Leo Roa, Il Quarto Potere e Elijé tu Juego si è aggiunto recentemente il primo volume della serie Moi, Dragon, su cui eventualmente ritornerò in futuro.



[1] Una tempera realizzata nel 1958 e pubblicata nel volume Overload sembra proprio un ritratto di Joe Zonda, personaggio di Oesterheld e Solano Lopez
[2] non è escluso che gli autori del film Memphis Belle (Michael Caton-Jones, 1990) si siano ispirati a questa vicenda, ma l’originale a fumetti è di gran lunga superiore
[3] Gimenez non abbandona però il bianco e nero: diverse storie brevi comparse su L’Eternauta e Terrifik sono ancora realizzate solo al tratto
[4] Estrella Negra, albo “alla francese” di 48 pagine, non è neppure uno dei lavori migliori di Barreiro: come gli capita spesso nelle opere minori, parte da un’idea originale per poi costruirci sopra una storia inconcludente
[5] secondo una credenza diffusa l’uso dei soli colori primari faciliterebbe inoltre la resa tipografica