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sabato 12 dicembre 2020

I Cavalieri di Heliopolis: La Grande Opera

Per far mandar giù la pastiglia antifilaria ai cani un metodo efficace è di avvolgerla nel prosciutto o nella carne. Un sistema per far digerire ai lettori italiani il fumetto franco-belga nel suo formato corretto, invece, non è stato ancora trovato.

Classici Audacia e Albi Ardimento erano brossurati da edicola, oltretutto con tagli e rimontaggi per far stare la pubblicità, e testimoni dell’epoca mi dicono che costavano parecchio per quelle che erano le abitudini di spesa degli italiani in fatto di fumetti. La Mondadori tentò con Blueberry e altri personaggi la strada del cartonato di prestigio, così come Gandus e Vallecchi, ma non dovette incontrare molti favori. Ci fu poi la stagione delle collane da edicola come quelle della Nuova Frontiera, della Glénat Italia e della Comic Art, ma quest’ultima si concentrò poi solo sulla versione parallela da libreria.

Dopo la stagione felice degli Euramaster le proposte più recenti dell’Aurea sembrano entrate in clandestinità e anche se AureaComix e Gli Integrali BD continuano a uscire non sono facili da trovare (ma anni prima l’analogo XIII della Panini resistette solo qualche mese in edicola per poi ripiegare in fumetteria a prezzo maggiorato). Nel mentre Alessandro Editore e qualche altro eroe hanno continuato a pubblicare prodotti a volte addirittura più belli dei volumi originali, ma a prezzi proporzionati e diffusione talvolta carbonara.

Historica e la pioggia di allegati da edicola di questi ultimi anni, per quanto apprezzabilissimi, fanno testo fino a un certo punto perché realizzati da gruppi editoriali mastodontici che non si occupano specificatamente di fumetti. E comunque di allegati non ne escono più e con Historica è andata come è andata. In tempi più recenti, dopo qualche prova con degli integrali nel formato standard 17x24 (o addirittura nell’incongruo 17x26 dei comic book!), sembravano essersi affermate due nuovi tipologie (i bei brossuratoni di Iznogoud non hanno evidentemente attecchito): più episodi raccolti in un dignitoso brossurato 19x26 oppure imprigionati nel 16x21 bonelliano. Ma anche questi due si stanno forse estinguendo. Fondamentalmente, sembra che agli italiani non piaccia spendere, almeno non per questi prodotti, con buona pace del rispetto delle dimensioni e dei materiali originali. E così la Panini ha ripiegato su un ennesimo nuovo formato che accontenti i veri appassionati, gli unici che evidentemente comprano ancora BéDé in Italia: un integralone cartonato con un bel po’ di volumi originali all’interno. Dopo un giro di prova con l’ennesima ristampa di Thorgal, tocca al buon Jodorowsky testare il formato.


I Cavalieri di Heliopolis è una storia che getta in un unico calderone le leggende sull’alchimia, il misticismo egizio e cinese, Nostradamus, il Conte di Saint-Germain, Luigi XVII, Napoleone Bonaparte, Jack lo Squartatore, Madame Blavatsky e chi più ne ha più ne metta. Al cospetto dei nove Cavalieri di Heliopolis viene sottoposto un nuovo candidato, chiamato semplicemente XVII. Costui in realtà è il figlio del re di Francia Luigi XVI, scampato alla Rivoluzione Francese e, così dicono i Cavalieri di Heliopolis, imperatore per diritto di nascita (tra i suoi antenati figura nientemeno che Gesù) del mondo intero. Ognuno dei quattro volumi in cui si articola la serie è dedicato a una delle fasi del procedimento alchemico per produrre l’oro più puro, metafora dell’illuminazione ma anche metodo per rallentare l’invecchiamento. E così nel corso dei decenni XVII, che viene accettato col nome di Asiamar, dovrà compiere varie missioni tra cui rubare a Luigi XVIII la corona di Maria Giuseppa d’Austria e Polonia, eliminare Napoleone (che avrebbe potuto diventare un Cavaliere di Heliopolis ma è finito fuori controllo) e infine togliere dal quadro anche la creatura nota come Jack lo Squartatore.

Il materiale di partenza è sicuramente suggestivo e le trame sono appassionanti e originali (XVII/Asiamar agisce spesso di sua iniziativa con delle trovate inaspettate) ma chi già conosce Jodorowsky avvertirà inevitabilmente una continua sensazione di déjà vu. Torna per l’ennesima volta la figura dell’androgino perfetto, poco meno che un’ossessione per lo sceneggiatore. Bambini allattati da una cagna si sono già visti in Juan Solo e in almeno un romanzo, uno scimmione guerriero c’era già in Diosamante, i doppi speculari sono Les Jumeaux Magiques, la figura paterna distaccata e crudele è una costante di alcuni fumetti (e della biografia) dell’autore e in fondo il messaggio conclusivo di pace universale è lo stesso dell’Incal.

Stilisticamente Jodorowsky fa parlare i suoi personaggi in maniera magniloquente anche nelle situazioni meno adatte, ma questo può starci ed è un simpatico marchio di fabbrica dello sceneggiatore. Meno efficace è la rapidità con cui vengono sciolti certi nodi della trama, come quando Napoleone entra da conquistatore ad Alessandria ma viene accolto da salvatore una vignetta dopo grazie alla sua loquela: per quanto I Cavalieri di Heliopolis abbia un pesante sostrato esoterico ed ermetico, è anche un appassionante fumetto d’avventura e glissare rapidamente su certi passaggi gli toglie un po’ di pathos. In più di un’occasione i personaggi avrebbero insomma dovuto mostrarci quello che fanno piuttosto che riassumerlo a parole: non penso che lo spazio sarebbe stato un problema visto che il secondo episodio ha sforato le canoniche 53/54 tavole degli altri per toccare le 62 standard del fumetto franco-belga.

Non ho apprezzato molto la svolta fantascientifica finale, quasi che Jodorowsky volesse razionalizzare quanto di ermetico e sovrannaturale si è visto fino a quel momento. Ma forse sono stato condizionato dalla lettura di qualcuno dei suoi ultimi libri (forse La Danza della Realtà ma non sono sicuro) in cui mi sembrava che cercasse quasi di delegittimare l’aspetto mistico di quello che aveva scritto e riportato in precedenza – ma è appunto solo una mia impressione.

Non so come Jodorowsky abbia lavorato insieme a Jérémy, ma considerando il suo non-metodo di scrivere le sceneggiature potrebbe darsi che certi passaggi risolti troppo rapidamente siano imputabili al disegnatore. Sicuramente voglio ascrivere a lui il pessimo gusto di aver fatto battere i pugni (o come diavolo si chiama quel gesto giovanile) tra Asiamar e il gorilla Beto dopo un combattimento, roba da fumetto Marvel indegna di un fumetto francese – tanto più se d’ambientazione storica.


Per quel che riguarda il suo disegno in quanto tale, Jérémy è sicuramente rigoroso e spesso spettacolare (gli si perdona facilmente che non riesca a disegnare Napoleone con la stessa faccia due volte di fila) ma credo che molto del fascino di queste tavole sia merito del colorista Felideus, e non solo perché i cromatismi che progressivamente assume la “Grande Opera” (nero – bianco – rosso – giallo) caratterizzano ognuno dei quattro capitoli nelle scene salienti. Peccato per i ritratti dei sovrani francesi copiaincollati, ma se per disegnare sfondi e architetture Jérémy o Felideus ha fatto ricorso al computer è stato molto bravo a dissimularlo.

I Cavalieri di Heliopolis è un fumetto decisamente buono: il suo ermetismo è accompagnato da molta azione e anche un po’ di umorismo (certo, l’umorismo di Jodorowsky), e riuscire a creare un fil rouge che unisse personalità e concetti così distanti nel tempo e nello spazio è stata una bella sfida vinta con classe. Ciononostante, non lo metterei tra le opere migliori di Jodorowsky, pur se è consigliatissimo a chi non ha ancora confidenza con l’autore.

Tornando al formato, credo che l’iniziativa della Panini sia stata azzeccata e permette di leggere una serie nella sua interezza con le dimensioni e la carta adatte. Certo, il prezzo è proporzionato: 28 euro. Ma se non funziona nemmeno questo formato non so come e se la Panini e altri editori continueranno a pubblicare BéDé in Italia.

sabato 8 febbraio 2020

Historica 88 - Valois 1: Il miraggio italiano

Valois è ambientato all’alba delle Guerre d’Italia, che i lettori di Dago conoscono bene: Carlo VIII in preda a manie di grandezza decide di rimpossessarsi di Napoli, anche perché malconsigliato dalla sua corte di opportunisti – non che ci volesse molto a fargli prendere quella decisione. Gli eventi storici non rimangono proprio sullo sfondo, ma procedono paralleli a quello che è in sostanza un buddy movie che vede prima contrapposti e poi amici “per forza” i due veri protagonisti: da una parte Henri Guivre De Tersac voleva fare il soldato e riempirsi di gloria ma l’ultima raccomandazione che ha potuto sfruttare gli ha permesso di diventare solo segretario dello zio diplomatico De Brie, dall’altra il catalano Blasco De Villalonga è stato indirizzato alla vita monastica dal padre mercante dopo una delusione amorosa finita col primo sangue del ricco rivale.
Il caso li fa incontrare in una taverna con i rispettivi seguiti e per sfuggire a un agguato verranno accolti dal capitano di ventura Vitellozzo Vitelli che ne farà dei soldati, introducendoli così al variegato mondo delle Guerre d’Italia e delle compagnie mercenarie.
Come dicevo, la Storia è coprotagonista di Valois e non solo il palcoscenico su cui si muovono Henri e Blasco. Forse anche per questo Thierry Gloris ha voluto enfatizzare le gesta di alcuni personaggi (figurarsi, ci sono persino i Borgia) o ha scelto le spiegazioni più spettacolari o pruriginose per le motivazioni di alcuni fatti storici. Il suo stile di scrittura riflette questa tensione tra rigore storico ed esigenze per così dire commerciali, alternando nei dialoghi un registro schietto e volgare con un altro che vorrebbe mimetizzarsi con la parlata dell’epoca. Il risultato è comunque scorrevole e si legge con piacere senza dare l’impressione che ci sia dell’infodump, benché il lavoro di documentazione sia evidente – dall’introduzione di Brancato, che però rivela un po’ troppo della trama, si apprende che Vitelli è veramente esistito. È anche vero che seguendo in ogni capitolo due trame diverse ma parallele (e a volte convergenti), cioè le avventure di Henri e Blasco e la calata di Carlo VIII, Valois avanza un po’ lentamente e nonostante il re francese morirà di lì a pochi anni potrebbero volerci ancora un bel po’ di volumi per concludere questa serie, di cui Historica ha raccolto qui i primi due episodi.
I disegni sono come piacciono a me: realistici e curati. In effetti molto del loro fascino si deve al lavoro del colorista Felideus, al secolo Juan Parra. Jaime Calderón è rigoroso e anche molto espressivo ma in alcune panoramiche non si è profuso in dettagli, ed è lì che la colorazione gli viene in aiuto integrando i disegni. Peccato che su delle tavole così belle e vivaci siano apposti dei balloon digitali che risaltano da tanto sono squadrati e artefatti.